{"id":28845,"date":"2020-04-06T11:54:00","date_gmt":"2020-04-06T11:54:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/04\/06\/si-vuole-imporre-il-progresso-a-popoli-arcaicizzanti\/"},"modified":"2020-04-06T11:54:00","modified_gmt":"2020-04-06T11:54:00","slug":"si-vuole-imporre-il-progresso-a-popoli-arcaicizzanti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/04\/06\/si-vuole-imporre-il-progresso-a-popoli-arcaicizzanti\/","title":{"rendered":"Si vuole imporre il progresso a popoli arcaicizzanti?"},"content":{"rendered":"<p>I popoli, da che il mondo esiste, seguono la direzione indicata dalle loro classi dirigenti: questo \u00e8 un fatto. Ed \u00e8 pure un fatto che queste ultime non sempre hanno chiaro dove vogliono andare e dove vogliono condurre la societ\u00e0 e lo Stato. Inoltre le classi dirigenti amano la stabilit\u00e0, una volta che siano giunte al potere o ne godano i benefici; ma se sono insoddisfatte o se ritengono che i loro interessi richiedano una svolta rispetto al passato, non esitano a farsi rivoluzionarie e ad agitare la bandiera del cambiamento, anche il pi\u00f9 radicale. Ma una classe dirigente che voglia essere rivoluzionaria non per raggiungere un certo obiettivo, e quindi per un periodo limitato di tempo, ma che voglia esserlo stabilmente, sarebbe una contraddizione in termini, perch\u00e9 la rivoluzione \u00e8 cambiamento e il cambiamento non pu\u00f2 essere permanente. Pure, ci sono stati alcuni esempi di questo tipo, anche se per ovvie ragioni sono durati pochissimo e si sono risolti in un clamoroso fallimento. La borghesia giacobina, per esempio, giunta al potere in Francia nel 1793-94, proclam\u00f2 un <em>governo rivoluzionario sino alla vittoria<\/em> contro tutti i nemici, interni ed esterni, cio\u00e8 un governo rivoluzionario permanente: e non stiamo parlando solo del partito giacobino, ma di tutta quella parte della classe dirigente la quale dal 1789 aveva imboccato la via della rottura radicale col passato, cio\u00e8 con la monarchia assoluta e con l&#8217;Ancien R\u00e9gime, e aveva sobillato il popolo ad abbattere la divisione della societ\u00e0 per ordini e a scagliarsi contro la Chiesa, espropriando i suoi beni per finanziare una nuova classe di piccoli e medi proprietari legati al suo stesso destino. Una tale politica richiedeva l&#8217;alleanza con i sanculotti, ma gli obiettivi dei sanculotti erano diversi da quelli della borghesia giacobina, animata da una concezione dirigista dello Stato, e non poteva perci\u00f2 reggersi che con il terrore permanente; ma anche questo non poteva durare all&#8217;infinito, perch\u00e9 la sua base di consenso sociale era destinata a ridursi giorno dopo giorno. Infatti cadde rovinosamente e tutti i suoi maggiori esponenti subirono la stessa medicina che fino ad allora avevano riservato ai loro nemici: l&#8217;eliminazione fisica mediante la ghigliottina. L&#8217;esperimento sovietico fu assai pi\u00f9 durevole ma ebbe lo stesso risultato: esso dimostra che una classe dirigente che voglia reggersi sulla rivoluzione permanente \u00e8 costretta o a rinnegare i propri ideali o a tradire le aspettative e i bisogni reali della popolazione, o entrambe le cose insieme; e che comunque non pu\u00f2 reggersi per pi\u00f9 di qualche decennio, a meno che venga artificialmente rivitalizzata da una minaccia esterna talmente grave da persuadere la popolazione ad affidarsi ad essa, nonostante tutto, come a un&#8217;estrema ancora di salvezza. Tale fu il ruolo svolto dall&#8217;aggressione nazista del 1940, che serv\u00ec a ricompattare la societ\u00e0 russa attorno alla dirigenza bolscevica, nonostante questa si fosse appena resa odiosa con il genocidio ucraino e con le purghe staliniane; ed \u00e8 assai dubbio che avrebbe potuto seguitare a reggersi senza la minaccia radicale rappresentata dalla Germania hitleriana, capace di far s\u00ec che la dirigenza comunista potesse appellarsi ai vecchi e condannati valori patriottici e religiosi, quelli della Santa Russia, di matrice zarista e contadina.<\/p>\n<p>Con l&#8217;avvento graduale della modernit\u00e0, comunque, e specialmente con l&#8217;avvento del modo di produzione del moderno capitalismo, si nota un fatto significativo, in contrasto con tutto ci\u00f2 che la storia ha finora prodotto: la nascita di una classe dirigente, o meglio di un&#8217;aspirante classe dirigente, per la quale l&#8217;idea della rivoluzione permanente, a trecentosessanta gradi &#8212; economica, finanziaria, scientifica, tecnologica, culturale, urbanistica, artistica, morale, religiosa &#8212; diventa un orizzonte possibile, anzi, diventa la strategia adottata per indirizzarvi le masse e per far s\u00ec che si stacchino rapidamente dai vecchi modi di vivere, di sentire e di pensare e si affidino a lei nella marcia sempre pi\u00f9 rapida e sempre pi\u00f9 decisa verso cambiamenti incessanti, ossia verso la religione del progresso illimitato. Letta in questo modo, tutta la storia dell&#8217;Europa e del mondo moderno e contemporaneo altro non appare che la storia di come una <em>\u00e9lite<\/em> che si ritiene illuminata ha deciso d&#8217;imporre ai popoli un&#8217;incessante rottura coi precedenti modi di vita e coi precedenti sistemi di valori e di credenze. Il progresso \u00e8 di per s\u00e9 rivoluzionario: assunto in forti e continue dosi, crea uno stato di rivoluzione permanente. Tuttavia le societ\u00e0 umane, finch\u00e9 sono tali, vale a dire finch\u00e9 sono ancora umane, riflettono la caratteristica fondamentale del vivere sociale: il bisogno di stabilit\u00e0. Ne consegue che le societ\u00e0, sottoposte alla pressione continua del progresso illimitato, entrano in una spirale di tensione che si accumula senza poter essere smaltita, e perci\u00f2 finisce per diventare autodistruttiva. Le societ\u00e0 moderne sono necrofile e violente perch\u00e9 sottoposte a incessanti stimoli distruttivi, che non sono in grado di elaborare n\u00e9 di assorbire. Questo naturalmente pone un grosso interrogativo: esistono delle classi dirigenti nichiliste? Esistono, cio\u00e8, delle classi dirigenti interessate non a preservare la societ\u00e0, ma a spingerla verso il baratro dell&#8217;autodistruzione? Posta cos\u00ec, sembra quasi una domanda priva di senso: come potrebbero esistere delle classi dirigenti tanto stupide o masochiste? A meno che la distruzione della societ\u00e0 non sia il compito che esse si sono assegnate o che qualcuno ha assegnato loro in vista d&#8217;un fine ulteriore. Quale? Proseguendo nel delineare questo scenario ipotetico, bisogna immaginare che a determinate condizioni, nel quadro della tarda modernit\u00e0, esistano delle forze interessate non a proteggere e sviluppare la societ\u00e0, ma a sfruttarla fimo a distruggerla; delle forze cos\u00ec ricche e potenti da ricompensare le classi dirigenti dei singoli Paesi facendo di esse il proprio strumento e quindi premiandole con ricchezze e carriera, in un paesaggio sempre pi\u00f9 desolato di rovine e disperazione. \u00c8 concepibile un simile scenario? Purtroppo s\u00ec. Se si ammette che oggi, nell&#8217;era della globalizzazione anche il potere si \u00e8 globalizzato, ossia si \u00e8 concentrato in pochissime mani e si \u00e8 esteso fino a controllare tutta l&#8217;informazione, tutta la politica, tutti i sistemi scolastici, giudiziari e sanitari dei vari paesi, e sta lavorando per accentrare la suprema autorit\u00e0 in un organismo supernazionale ultracentralizzato, il quale decider\u00e0 praticamente ogni aspetto della vita pubblica e privata degli abitanti della terra, dalle vaccinazioni obbligatorie all&#8217;eutanasia di Stato, allora \u00e8 verosimile che le classi dirigenti si trasformino in gruppi di sottopotere al servizio del potere mondiale <em>vero<\/em>, e che il loro compito passi da quello di organizzare la vita delle rispettive societ\u00e0 a quello di servire fedelmente gl&#8217;interessi di quelli che le hanno messe in posizioni privilegiate dalle quali deriva il loro benessere, anche se ci\u00f2 avr\u00e0 luogo in un quadro sociale d&#8217;impoverimento generalizzato.<\/p>\n<p>In questi primi decenni del terzo millennio il quadro complessivo che abbiamo delineato \u00e8 gi\u00e0 in una fase piuttosto avanzata e quindi le cosiddette classi dirigenti, che a questo punto dovrebbero chiamarsi, pi\u00f9 esattamente, classi parassitarie adibite al controllo della popolazione in conto terzi, mostrano in maniera pi\u00f9 spiccata la tendenza nichilista cui sono ispirate le loro azioni; e ci\u00f2 \u00e8 particolarmente evidente nei cosiddetti intellettuali, divenuti ormai aperti corteggiatori del vizio, del disordine e della morte, cio\u00e8 del nulla. Tuttavia c&#8217;\u00e8 stato un tempo, diciamo fra il XVIII e il XIX secolo, in cui le classi dirigenti si presentavano ancora come fautrici di ideologie ottimistiche e additavano ai popoli i vantaggi e le meraviglie del progresso, promettendo una diffusione sempre pi\u00f9 ampia del benessere, delle comodit\u00e0, del tempo libero e del godimento di diritti in continua espansione. Se richiedevano sacrifici ai cittadini, li presentavano sempre come atti necessari per raggiungere quei fini; mentre oggi le richieste di sacrifici sono aumentate a dismisura e la loro giustificazione non \u00e8 pi\u00f9 il benessere, ma la difesa della vita e di poco altro. Ora quel tempo \u00e8 finito, eppure ci muoviamo ancora, per forza d&#8217;inerzia, all&#8217;interno di quel paradigma: il paradigma della crescita illimitata. E non \u00e8 che esso sia stato accettato ovunque con sentimenti di entusiasmo da parte delle popolazioni; anzi, il pi\u00f9 delle volte esse hanno cercato di resistere, sia in senso fisico che psicologico; ci son volute parecchie generazioni per piegarne la resistenza. La storia dell&#8217;Occidente moderno \u00e8 la storia di questa battaglia di retroguardia che le popolazioni hanno giocato, senza speranza di vincere, contro le forze della modernizzazione: il grande capitale finanziario e la rivoluzione tecnologica. Dalle azioni di sabotaggio dei luddisti, nell&#8217;Inghilterra del primo &#8216;800, fino ai <em>gilets jaunes<\/em> francesi dei nostri giorni, sempre le classi lavoratrici, e spesso anche i ceti medi, almeno nella loro componente inferiore, hanno cercato di opporsi. Non parliamo poi della resistenza spirituale offerta soprattutto dalla Chiesa cattolica, la quale si \u00e8 protratta, fra alti e bassi, fino all&#8217;epoca del Concilio Vaticano II; dopo di che \u00e8 crollata di schianto e anche la Chiesa si \u00e8 arresa al mondo moderno e alle forze della dissoluzione.<\/p>\n<p>Gli storici, qua e l\u00e0, hanno registrato il fatto che nella modernit\u00e0 la regola \u00e8 che le classi dirigenti hanno imposto nuovi modi di vivere, di lavorare, di pensare, alle popolazioni; e che queste hanno offerto come minimo una resistenza passiva, restando aggrappate ai vecchi sistemi di vita, la piccola azienda a conduzione familiare, la famiglia tradizionale, la pratica religiosa, il senso del risparmio, il rispetto per il lavoro onesto e ben fatto, ecc. A questo proposito vogliamo citare una pagina che ci ha colpito e che parla dello sviluppo economico nella Francia della seconda met\u00e0 del XX secolo; la riportiamo quasi integralmente affinch\u00e9 il lettore ne possa comprendere bene il contesto (da: Georges Livet e Roland Mousnier, <em>Storia d&#8217;Europa<\/em>; titolo originale: <em>Histoire g\u00e9n\u00e9rale de l&#8217;Europe<\/em>, vol. III, <em>L&#8217;Europe de 1789 \u00e0 nos jours<\/em>, Paris, Presses Universitaires de France, 1980; traduzione dal francese di Maria Novella Pierini<em>, Il Novecento<\/em>, Bari, Laterza &amp; Figli, 1983, vol. 3, pp.126-127):<\/p>\n<p><em>Ma la Francia gaullista, nonostante i suoi successi in campo nucleare, non ha mezzi all&#8217;altezza della politica che intende condurre. Il Terzo mondo latinoamericano, africano o arabo non ha bisogno di buone parole, ma di fabbriche, di prodotti industriali, di tecnica. Ora, la Francia non ne produce a sufficienza. L&#8217;industria francese, pur essendosi sviluppata sotto la IV Repubblica, resta largamente in ritardo rispetto all&#8217;industria tedesca che, nel 1960, ha un potenziale tre volte maggiore del suo. Il governo manda collaboratori, ma &#8212; a causa del sistema universitario e scolastico, ereditato dai Gesuiti &#8212; la Francia sforna il triplo di letterati rispetto agli scienziati e ai tecnici. Solo gradatamente il Generale si render\u00e0 conto dei limiti economici del suo paese. C&#8217;\u00e8 s\u00ec stata in Francia una trasformazione, provocata da un incremento della natalit\u00e0, dalla pianificazione tecnocratica suggerita da Jean Monnet e dai suoi collaboratori e dalla volont\u00e0 di alcuni ministri dell&#8217;Economia, come E. Faure, nel 1953-1954; ma solo a partire al 1964 emerge davvero la volont\u00e0 di accelerare lo sviluppo economico. Presentando il IV Piano, nel 1964, il Generale parla della pianificazione come di &quot;un dovere bruciante&quot;. Sar\u00e0 per\u00f2 soprattutto la politica del suo Primo Ministro, Georges Pompidou, e di Michel Debr\u00e9, ministro degli Affari economici, a impegnare la Francia, dal gennaio del 1966, in una via decisamente nuova. Georges Pompidou &#8212; che conserver\u00e0 tale volont\u00e0 fimo alla sua morte &#8212; sostiene che la Francia non potr\u00e0 &quot;mantenersi all&#8217;altezza del suo ruolo&quot; se la sua industria non raggiunger\u00e0 i livelli di quella tedesca. Michel Debr\u00e9 fornisce i mezzi, spinge alla concentrazione delle piccole e medie aziende francesi e riesce a mettere insieme i nuclei centrali, ancora deboli, ma gi\u00e0 apprezzabili: P\u00e9chiney-Uguine-Kuhlmann, Saint-Gobin-Pont-\u00e0-Mousson, Thomson-Brandt; costringe le banche e le compagnie nazionali di assicurazioni a raggrupparsi. Ma, nel 1979, n\u00e9 nell&#8217;industria chimica, n\u00e9 in quella elettronica, n\u00e9 nella siderurgia le aziende di punta sono francesi. Bayer \u00e8 quasi due volte pi\u00f9 forte di P\u00e9chiney e Rh\u00f4ne-Poulec messe insieme. Siemens equivale all&#8217;incirca a tutta l&#8217;industria elettronica francese, ecc. Del resto, il conservatorismo del padronato francese, corrispettivo del sindacalismo anarchico-rivoluzionario, non stimola il progresso. Come ha detto A. Sanguinetti, l&#8217;industria francese, in larga misura, &quot;\u00e8 artigianato all&#8217;ennesima potenza&quot;. \u00c8 vero che in Francia, come in Italia e in Spagna, &#8211; fino al momento in cui sono intervenuti lo Stato, gli Americani e l&#8217;Opus Dei &#8212; il vecchio fondo cattolico e contadino si \u00e8 combinato con quello socialista ed egualitario nel rifiutare il motore dello sviluppo: il profitto. In Francia, lo sviluppo economico &#8212; ci\u00f2 \u00e8 incontestabile &#8212; \u00e8 stato, in definitiva, imposto a una popolazione relativamente arcaicizzante. \u00c8 sicuramente, questa, una delle ragioni per cui la crisi del 1968 sar\u00e0 tanto violenta in Francia. Tali elementi pesano su qualunque efficace politica di costruzione europea.<\/em><\/p>\n<p>Il passaggio che ha attratto la nostra attenzione \u00e8 questo: <em>lo sviluppo economico \u00e8 stato imposto a una popolazione relativamente arcaicizzante.<\/em> Non si poteva dir meglio con meno parole. In Francia, come in Italia, la classe dirigente ha imposto un vasto processo di ristrutturazione tecnocratica. Poi si citano il cattolicesimo, la tradizione scolastica gesuita, la mentalit\u00e0 conservatrice degl&#8217;imprenditori e quella anarchica degli operai&#8230; Benissimo, ma queste sono le <em>forme<\/em> che ha preso la resistenza, non le cause. Il fatto \u00e8 che le popolazioni hanno <em>subito<\/em> la modernizzazione e, per quanto possibile, hanno provato a resisterle. E la scelta oggi \u00e8 proprio questa: o si sta coi popoli, o con la grande finanza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I popoli, da che il mondo esiste, seguono la direzione indicata dalle loro classi dirigenti: questo \u00e8 un fatto. 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