{"id":28836,"date":"2013-11-11T04:09:00","date_gmt":"2013-11-11T04:09:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2013\/11\/11\/fino-a-che-punto-la-verita-puo-essere-oggetto-dinsegnamento\/"},"modified":"2013-11-11T04:09:00","modified_gmt":"2013-11-11T04:09:00","slug":"fino-a-che-punto-la-verita-puo-essere-oggetto-dinsegnamento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2013\/11\/11\/fino-a-che-punto-la-verita-puo-essere-oggetto-dinsegnamento\/","title":{"rendered":"Fino a che punto la verit\u00e0 pu\u00f2 essere oggetto d\u2019insegnamento?"},"content":{"rendered":"<p>Si pu\u00f2 insegnare la verit\u00e0?<\/p>\n<p>Anche se la societ\u00e0 contemporanea, tutta presa nella spirale incessante e compulsiva del fare, dell&#8217;agire, del manipolare le cose, sembra aver smesso di porsi questa domanda, essa, nondimeno, resta la prima domanda filosofica che abbia senso porsi, avanti di qualunque altra: dalla risposta che ad essa diamo, o che non siamo capaci di dare, dipende tutto il resto.<\/p>\n<p>Naturalmente, a monte di essa ce ne sarebbe un&#8217;altra, che a torto si d\u00e0 per scontata, e che suona cos\u00ec: \u00e8 accessibile agli uomini, la verit\u00e0? Perch\u00e9 \u00e8 chiaro che, per poterla insegnare, bisogna prima possederla: si tratta dunque di vedere se la verit\u00e0 sia cosa che gli uomini possano raggiungere, o alla quale possano, perlomeno, avvicinarsi; oppure se sia cosa che resta loro irrevocabilmente interdetta, come lo sono le porte del Paradiso terrestre dopo il peccato.<\/p>\n<p>In verit\u00e0, la mentalit\u00e0 contemporanea ha smesso di porsi tale quesito preliminare non tanto per distrazione, quanto perch\u00e9 ritiene che ad esso sia stato gi\u00e0 sufficientemente risposto, e in modo incontrovertibilmente negativo. No, la verit\u00e0 non pu\u00f2 essere appresa: verit\u00e0 \u00e8 una parola troppo grossa, troppo impegnativa, troppo ambiziosa: solo i fanatici del passato, solo i crociati e gli inquisitori la maneggiavano impunemente, gonfi di rozza superbia; ma i filosofi e i teologi moderni, smaliziati quanto basta dai &quot;maestri del sospetto&quot;, dalla psicanalisi, dal marxismo, da una patina mal digerita di nietzschianesimo, non ardiscono pi\u00f9 esporsi ad un simile grado di presunzione e di ridicolo. Sono ormai quasi tutti, esplicitamente o implicitamente, seguaci del &quot;pensiero debole&quot;: debole come la loro visione del mondo, come la loro etica e la loro estetica.<\/p>\n<p>Non fa meraviglia, pertanto, che cos\u00ec pochi osino ancora porsi la domanda se la verit\u00e0 sia suscettibile di trasmissione mediante l&#8217;insegnamento: se la verit\u00e0, in quanto tale, non \u00e8 cosa alla portata dell&#8217;uomo, allora \u00e8 chiaro che non ha senso pensare ad alcun progetto educativo: e, infatti, \u00e8 da un pezzo che la nostra societ\u00e0, pur cos\u00ec colta e informata, cos\u00ec scolarizzata e computerizzata, ha rinunciato a elaborare anche l&#8217;ombra di un progetto educativo. Si insegnano le discipline scolastiche, si potenziano quelle tecniche e informatiche, si moltiplicano i viaggi d&#8217;istruzione all&#8217;estero, gli scambi culturali e le vacanze-studio per imparare le lingue: e questo \u00e8 tutto. Siamo contenti quando un bambino di sei anni sa scrivere una lettera in inglese, quando conosce il nome delle ere geologiche e comprende l&#8217;applicazione del teorema di Pitagora; non ci passa nemmeno per la mente che questo, forse, non sia tutto, che rimanga fuori qualche cosa d&#8217;importante, per non dire l&#8217;essenziale. Neo-illuministi attardati ma estremamente compiaciuti di noi stessi, ci lusinghiamo di poter offrire ai nostri giovani un&#8217;istruzione assai migliore di quella che ricevettero i loro nonni, i nostri genitori: non viviamo forse nell&#8217;epoca pi\u00f9 illuminata che mai si sia vista nell&#8217;intero corso della storia umana?<\/p>\n<p>Fortunati, dunque, i cittadini della megalopoli moderna, pi\u00f9 vicini alla verit\u00e0 di quanto mai lo siano state le generazioni precedenti; anche se la verit\u00e0, in quanto tale, non \u00e8 accessibile. Ma a noi basta conoscere ci\u00f2 che \u00e8 utile, non ci\u00f2 che \u00e8 vero: ci basta poter dare un nome a tutte le cose, porre una etichetta su ogni fenomeno; non importa se, in realt\u00e0, non abbiamo spiegato nulla: l&#8217;importante \u00e8 che i nostri schedari non rimangano con delle pagine bianche, con dei cartellini con la scritta imbarazzante: \u00abnon identificato\u00bb. Cos\u00ec, per esempio, non importa se non sappiamo come avvengano le grandi migrazioni degli uccelli: diciamo che li guida l&#8217;istinto, e cos\u00ec, con una parolina magica, abbiamo messo a tacere il nostro disagio di fronte all&#8217;ignoto. Allo stesso modo, non importa se non sappiamo come avvenga che uomini come Sant&#8217;Antonio da Padova fossero visti in due luoghi diversi, contemporaneamente, da numerosi testimoni degni di fede: pronunciamo un&#8217;altra parolina magica, &quot;corpo astrale&quot;, e tutto diventa chiaro &#8211; o, almeno, tutto prende un aspetto pi\u00f9 o meno rassicurante. Se c&#8217;\u00e8 il nome della cosa, allora vuol dire che, da qualche parte, ci sar\u00e0 anche la spiegazione. Gli scienziati sicuramente la sanno; e, posto che non la sappiano oggi, la troveranno domani. Nelle meraviglie della modernit\u00e0 non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 spazio per il mistero; c&#8217;\u00e8 spazio solo per i problemi, e i problemi &#8211; si sa &#8212; presto o tardi vengono risolti, perch\u00e9 arriva qualche tecnico in grado di comprenderli e scioglierli, cos\u00ec come si scioglie un rebus o un indovinello.<\/p>\n<p>Del resto, se siamo in grado di scindere l&#8217;atomo, di inviare missioni scientifiche sui pianeti lontani, di manipolare il codice genetico e di clonare le creature viventi, a che cosa ci servirebbe l&#8217;eventuale possesso di una non meglio precisata &quot;verit\u00e0&quot;? A che cosa servirebbe, quale utilit\u00e0 produrrebbe, il possesso della &quot;verit\u00e0&quot;? Servirebbe a mandare razzi sulla Luna? No. Servirebbe a manipolare il codice genetico? No. Servirebbe ad aumentare gli utili, a moltiplicare le cose, a creare benessere? No. E allora, via, siamo seri: deve trattarsi certamente, come direbbe il buon vecchio Hume, di fisime e fantasticherie, d&#8217;inganni e ciarlatanerie, dei quali possiamo benissimo fare a meno. La societ\u00e0 utilitarista non sa che farsene della verit\u00e0, dunque non le interessa il problema se essa sia trasmissibile.<\/p>../../../../n_3Cp>A qualcuno, per\u00f2 &#8212; a qualche inguaribile spirito romantico, a qualche Bastian contrario per partito preso, gente sempre scontenta e sempre pronta a cercare il pelo nell&#8217;uovo &#8212; la verit\u00e0 potrebbe ancora interessare, dopotutto. E dunque, per riguardo a questi pochi incontentabili, a questi ultimi soldati giapponesi asserragliati nella giungla della metafisica e della Philosphia perennis, proviamo a domandarci, come ai vecchi tempi: \u00e8 trasmissibile, la verit\u00e0?<\/p>\n<p>Socrate, il primo grande filosofo dell&#8217;Occidente, pensava di s\u00ec; e lo pensava perch\u00e9 era convinto che la verit\u00e0 abiti nell&#8217;uomo, e che, a determinate condizioni, ciascun essere umano potrebbe riconoscerla e trarla fuori da se stesso.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, dunque, scrive Kierkegaard all&#8217;inizio di \u00abBriciole di filosofia\u00bb (in: Kierkegaard, \u00abOpere\u00bb, a cura di Cornelio Fabro, Milano, Gruppo Editoriale Fabbri &amp; C., 1993, pp. 204-05):<\/p>\n<p>\u00abFimo a che punto la verit\u00e0 pu\u00f2 essere oggetto d&#8217;insegnamento? \u00c8 una questione socratica o ch&#8217;\u00e8 divenuta tale grazie alla questione posta da Socrate: pu\u00f2 la virt\u00f9 essere oggetto d&#8217;insegnamento? Perch\u00e9 la virt\u00f9 a sua volta \u00e8 determinata come conoscenza (&quot;Protagora&quot;, &quot;Gorgia&quot;, &quot;Menone&quot;, &quot;Eutidemo&quot;). Fin quando la verit\u00e0 \u00e8 oggetto d&#8217;insegnamento professorale, si deve presupporre ch&#8217;essa non esiste; quindi quando la si deve imparare, la si deve cercare. Qui s&#8217;incontra la difficolt\u00e0 che Socrate, nel &quot;Menone&quot; (\u00a7 80, conclusione) indica come una &quot;proposizione bellicosa&quot;, cio\u00e8 ch&#8217;\u00e8 impossibile all&#8217;uomo di cercare quel ch&#8217;egli sa ed \u00e8 insieme impossibile di cercare quel ch&#8217;egli non sa: perch\u00e9 quel ch&#8217;egli sa non lo pu\u00f2 cercare perch\u00e9 lo sa, e quel ch&#8217;egli non sa non lo pu\u00f2 cercare perch\u00e9 per l&#8217;appunto non sa quel che deve cercare. Socrate ha esaminato a fondo la difficolt\u00e0 in quanto per lui ogni insegnare e cercare \u00e8 soltanto un ricordare, in modo che l&#8217;ignorante non ha bisogno che di ricordare per riflettere con se stesso a ci\u00f2 che sa. La verit\u00e0 cos\u00ec non \u00e8 introdotta in lui, ma c&#8217;era in lui. Questo pensiero \u00e8 ulteriormente sviluppato da Socrate, e in esso in fondo si concentra il pathos greco, poich\u00e9 esso diventa la prova per l&#8217;immortalit\u00e0 dell&#8217;anima, una prova beninteso regressiva, ovvero una prova per la preesistenza dell&#8217;anima.<\/p>\n<p>Al lune di quest&#8217;0idea si vede con quale mirabile coerenza Socrate rimase fedele a se stesso realizzando in forma artistica quel ch&#8217;egli aveva compreso. Egli era e rimasse un &quot;ostetrico&quot;; non perch\u00e9 &quot;non aveva il positivo&quot;, ma perch\u00e9 intravide che quel rapporto era il pi\u00f9 alto che un uomo possa intraprendere con un altro. E in questo egli continuer\u00e0 ad aver ragione per tutta l&#8217;eternit\u00e0; perch\u00e9 anche se ci fosse un punto di partenza divino, fra uomo e uomo ci sar\u00e0 il rapporto vero quando si rifletter\u00e0 all&#8217;assoluto e non ci si baloccher\u00e0 col contingente, ma dal fondo del cuore si rinuncer\u00e0 a comprendere quella realt\u00e0 a met\u00e0 che sembra essere il piacere degli uomini e il segreto del sistema. Socrate invece era un ostetrico patentato da Dio stesso; l&#8217;opera ch&#8217;egli compiva era una missione divina (cfr. l&#8217;&quot;Apologia&quot; di Platone). Anche se per gli uomini egli dava l&#8217;impressione di essere un originale (\u03b1\u03c4\u03bf\u03c0\u03ce\u03c4\u03b1\u03c4\u03bf\u03c2, &quot;Theaet.&quot;, \u00a7 149); ed era questa l&#8217;intenzione divina, ci\u00f2 che anche Socrate aveva compreso, che Dio gli aveva proibito di generare [&#8230;]: fra uomo e uomo il \u03bc\u03b1\u03b9\u03b5\u03cd\u03b5\u03c3\u03d1\u03b1\u03b9 \u00e8 il compito pi\u00f9 alto, perch\u00e9 il generar appartiene a Dio.<\/p>\n<p>Dal punto di vista socratico,ogni punto di partenza nel tempo \u00e8 &quot;eo ipso&quot; qualcosa di accidentale, di dileguantesi, una occasione; il maestro non lo \u00e8 di pi\u00f9, e s&#8217;egli intende presentare se stesso e la propria dottrina in un altro modo, allora non vi d\u00e0 nulla ma piuttosto ne toglie, poich\u00e9 non \u00e8 affatto l&#8217;amico degli altri e tanto meno il maestro. Questa \u00e8 la profondit\u00e0 del pensiero di Socrate, questa nobile umanit\u00e0 ch&#8217;egli ha espresso con tanta penetrazione che disdegna la falsa e vana compagnia delle teste forti, ma che si sente egualmente a proprio agio con un pellicciaio; perch\u00e9 egli si \u00e8 ben presto accertato &quot;che la fisica non \u00e8 affare dell&#8217;uomo e per questo cominci\u00f2 a filosofare su argomenti di etica nelle botteghe e nelle piazze&quot; (Diogene Laerzio, II, 5, 21), ma filosofando sempre in modo assoluto, chiunque fosse colui con cui parlava. Con mezzi pensieri, con il fare e il mercanteggiare, col tira e molla, come se il singolo avesse qualche dovere &quot;fino a un certo punto&quot; non l&#8217;avesse, con un diluvio di parole che spiegano tutto, meno che questo: qual \u00e8 questo &quot;certo punto&quot;&#8230; &#8211; con simili espedienti non si va certamente al di l\u00e0 di Socrate, non si ottiene affatto il concetto di rivelazione ma si finisce nelle chiacchiere. Secondo la concezione socratica ogni uomo ha il suo centro in se stesso e tutto il mondo non fa che concentrarsi in lui, perch\u00e9 la sua conoscenza di s\u00e9 \u00e8 conoscenza di Dio. Cos\u00ec Socrate comprese se stesso, e cos\u00ec ogni uomo, secondo la sua concezione, deve comprendere se stesso, e in forza di ci\u00f2 egli deve comprendere il suo rapporto al singolo, con umilt\u00e0 sempre pari alla fierezza. \u00bb<\/p>\n<p>La posizione di Socrate \u00e8 nobile e generosa, ma pecca, forse, di eccessivo ottimismo e, sicuramente, di ingenuo razionalismo: Socrate \u00e8 convinto che si possa insegnare la verit\u00e0, perch\u00e9 si tratta solo di risvegliare il ricordo della verit\u00e0 che giace in noi, residuo delle vite precedenti; e che, una volta appresa la verit\u00e0, gli uomini non possano fare a meno di osservarla e metterla in pratica, perch\u00e9, secondo lui, \u00e8 solo l&#8217;ignoranza a spingerli verso l&#8217;errore, che \u00e8 la non-verit\u00e0.<\/p>\n<p>Ma siamo proprio sicuri che basti ricordare? Anche ammettendo l&#8217;ipotesi reincarnazionista, sta di fatto che la verit\u00e0 esiste per me nel momento in cui essa \u00e8 un mio atto, non un semplice ricordo; di pi\u00f9: un atto che si accorda con la garanzia del trascendente. Meglio ancora: \u00e8 vero, per me, quello che scorgo dell&#8217;Essere, fondamento di ogni cosa e dunque di ogni verit\u00e0; ma se non ricevessi l&#8217;aiuto dell&#8217;Essere, io, da me stesso, non sarei capace di scorgere un bel nulla. Potrei passare cento volte davanti alla verit\u00e0, senza per questo riconoscerla come tale e senza degnarla d&#8217;uno sguardo. Infatti o la verit\u00e0 si fonda sull&#8217;Essere, cio\u00e8 sul soprannaturale, oppure hanno ragione i seguaci di ogni sorta di pensiero debole, sostenendo che non si d\u00e0 alcuna verit\u00e0 assoluta, ma solo tante piccole verit\u00e0 contingenti e relative, che devono essere continuamente riviste ed aggiornate.<\/p>\n<p>Come tutti i Greci, Socrate nutriva una immensa, sconfinata fiducia nella perfettibilit\u00e0 dell&#8217;uomo; ma una fiducia tutta umana, orgogliosamente umana. Parlava, s\u00ec, con ogni sorta di persone semplici, anche &#8212; come dice Kierkegaard &#8212; col pellicciaio, e con la stessa seriet\u00e0 con cui parlava ai dotti e alle teste fine; per\u00f2 sbagliava pensando che chiunque possa vedere e mettere in pratica la verit\u00e0, non appena l&#8217;abbia riconosciuta; e sbagliava ancor di pi\u00f9 se immaginava che chiunque possa vederla e riconoscerla in se stesso.<\/p>\n<p>Se l&#8217;uomo fosse tutt&#8217;uno con la verit\u00e0, sarebbe tutt&#8217;uno con Dio: e questo \u00e8 l&#8217;esito della filosofia socratica, questo deriva necessariamente dalle sue premesse: n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno che la deificazione, o meglio, l&#8217;auto-deificazione dell&#8217;uomo. Esattamente il contrario di quanto sostiene il cristianesimo, la cui essenza consiste nell&#8217;incarnazione di Dio e nella fede degli uomini in tale incarnazione: \u00abe il Verbo si fece carne e abit\u00f2 tra noi\u00bb.<\/p>\n<p>La verit\u00e0, dunque, esiste, ma viene dall&#8217;alto, e non si mostra agli orgogliosi e ai superbi, ma ai miti e agli umili di cuore. La verit\u00e0, inoltre, si pu\u00f2 trasmettere, ma a condizione che essa non si presenti come un atto volontario (e magari venale) del maestro, ma come una trasmissione del messaggio dell&#8217;unico Maestro che va scritto con la lettera maiuscola. I maestri non la creano, la trasmettono; e i discepoli non se ne impossessano, semplicemente si aprono ad essa e se ne lasciano trasformare&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si pu\u00f2 insegnare la verit\u00e0? 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