{"id":28812,"date":"2015-07-29T11:46:00","date_gmt":"2015-07-29T11:46:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/29\/lepos-del-lavoro-e-la-vita-come-teleologia-nella-conchiglia-di-anataj-di-carlo-sgorlon\/"},"modified":"2015-07-29T11:46:00","modified_gmt":"2015-07-29T11:46:00","slug":"lepos-del-lavoro-e-la-vita-come-teleologia-nella-conchiglia-di-anataj-di-carlo-sgorlon","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/29\/lepos-del-lavoro-e-la-vita-come-teleologia-nella-conchiglia-di-anataj-di-carlo-sgorlon\/","title":{"rendered":"L\u2019epos del lavoro e la vita come teleologia nella \u00abConchiglia di Anataj\u00bb di Carlo Sgorlon"},"content":{"rendered":"<p>\u00e8 piuttosto strano, di primo acchito, ma alquanto significativo, a ben guardare, che la civilt\u00e0 moderna abbia prodotto cos\u00ec poche epopee del lavoro e che la letteratura italiana contemporanea, in particolare, sia stata cos\u00ec latitante davanti all&#8217;ethos del lavoro e all&#8217;epos del lavoratore. A parte, ovviamente, l&#8217;epos fasullo e strumentale degli scrittori di ascendenza marxista, nella doppia versione di &quot;ribelli&quot; al lavoro (nella societ\u00e0 borghese), in nome della rivoluzione che verr\u00e0, e di &quot;eroi&quot; del lavoro, come realizzatori di una nuova civilt\u00e0, fondata sull&#8217;armonia e sul progresso (nella societ\u00e0 comunista prossima ventura: di quella sovietica, non osavano parlare troppo neanche loro), quel che si nota \u00e8 un radicale, assordante, sconvolgente silenzio.<\/p>\n<p>I personaggi di Svevo, Gadda, Moravia, Pasolini, semplicemente non lavorano; e nei versi di Montale, Penna, Saba, non \u00e8 che il lavoro si sprechi. Parlano del lavoro, della fatica del lavoro, della santit\u00e0 del lavoro, Carducci e Pascoli, Moretti e Cassola; dei lavoratori parlano Cesare Pavese, ma con pena e dolore, poi Carlo Bernari e Nanni Balestrini, ma, naturalmente, in chiave ribellistica; e ne parla anche il poeta Giovanni Giudici, con la sua ragazza Carla, ma in chiave di alienazione e solitudine. Che il lavoro sia una forza collettiva potente e necessaria; che sia portatrice, anche, di valori morali; che in essa si esplichi una visione consapevole e coerente della storia, una vera e propria teleologia: tutto questo \u00e8 ancora presente in Verga, poi si affievolisce e infine si perde, forse come quei fiumi carsici che a un certo punto scompaiono alla vista e s&#8217;inabissano, per poi riapparire, magari a grande distanza, dopo essersi aperti, nel buio, un loro corso misterioso dentro le viscere della terra.<\/p>\n<p>Ed ecco che uno di questi fiumi carsici riappare, verso la fine del Novecento, appunto l\u00e0 dove meno ce lo saremmo aspettato: nella narrativa &quot;fantastica&quot;, &quot;mitica&quot;, &quot;simbolica&quot; del romanziere friulano Carlo Sgorlon, cos\u00ec legato alla sua &quot;piccola patria&quot;, da non aver mai cercato fuori di essa, o fuori della sua gente, l&#8217;ispirazione a scrivere: una &quot;piccola patria&quot; gi\u00e0 di per s\u00e9 appartata, conservatrice, aliena dalle mode della modernit\u00e0, e che, nella scrittura di questo autore, diventa ancor pi\u00f9 lontana e inafferrabile, ancor pi\u00f9 seminascosta dalle nebbie della leggenda e della favola, ancor pi\u00f9 radicalmente refrattaria al verismo, al positivismo, all&#8217;illuminismo, allo scientismo, al razionalismo, al realismo e a tutti gli altri &quot;ismi&quot; della cultura moderna.<\/p>\n<p>Non fra gli scrittori o i registi del tanto decantato Neorealismo, dunque, ma nelle pieghe di una terra di frontiera, provinciale e raccolta in se stessa, nelle pagine di uno scrittore a lungo snobbato dalla critica &quot;progressista&quot; e &quot;politicamente corretta&quot; (perch\u00e9 non era devoto alla religione marxista) si incontra uno dei massimi interpreti della civilt\u00e0 del lavoro ai nostri giorni: \u00e8 un fatto che induce a meditare, visto e considerato che la cultura di sinistra, &quot;impegnata&quot; e &quot;militante&quot;, ha fatto letteralmente il bello e il cattivo tempo su tutte le manifestazioni dell&#8217;arte e del pensiero nel nostro Paese, negli ultimi settant&#8217;anni circa<\/p>\n<p>Stiamo parlando di Carlo Sgorlon, e, pi\u00f9 specificamente, del suo romanzo \u00abLa conchiglia di Anataj\u00bb, vera e propria epopea del lavoro e del lavoratore, in questo caso friulano (ma potrebbe anche essere abruzzese, o polacco, o svedese), del suo mondo affettivo, dei suoi valori, del suo codice etico, della sua nostalgia per la terra natia, della sua fierezza di partecipare a qualcosa di grande: la costruzione della ferrovia transiberiana (1891-1903), proprio alla cerniera fra i due secoli, l&#8217;Ottocento e il Novecento, in cui si compie il passaggio della civilt\u00e0 europea e mondiale verso le \u00abmagnifiche sorti e progressive\u00bb della modernit\u00e0.<\/p>\n<p>Il critico e scrittore istriano Bruno Maier ha delineato benissimo questo carattere del libro di Sgorlon, con parole che ci piace riportare, per quanto possibile, nella loro interezza (dalla \u00abIntroduzione\u00bb a C: Sgorlon, \u00abLa conchiglia di Anataj\u00bb. Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1983, pp. XVIII-XIX):<\/p>\n<p>\u00ab&#8230;La ferrovia e la conchiglia sono, insomma, due simboli diversi, ma concomitanti e in certo modo complementari: il primo indica il dovere che lega come &quot;dannati&quot; o &quot;forzati&quot; a una catena i lavoratori friulani, anche se ci\u00f2 d\u00e0 loro la soddisfazione e l&#8217;orgoglio di partecipare a una grande costruzione collettiva; la seconda \u00e8 la bellezza, il sapore, il profumo dell&#8217;esistenza, il magico e iridescente mormorio della vita, l&#8217;eco misteriosa delle cose o la rivelazione quasi oracolare del loro mistero; o, anche, la monta liana &quot;ondata della vita&quot; nella sua dimensione estetica, perch\u00e9 abbellita dal desiderio, dall&#8217;immaginazione e dal sogno. E proprio perch\u00e9 coincide, per chi sta morendo, con il ricordo del passato; e per chi vive con l&#8217;attesa di un domani migliore, sorretta sull&#8217;abbinamento del &quot;sussurro delle cose&quot; con la musica serenatrice e allettatrice della fantasia. La vita come teleologia cosciente e razionale, pur se offuscata da lunghe ombre (con riferimento, oltre che agli operai della Transiberiana, all&#8217;umanit\u00e0 in generale); e la vita come condizione irrazionale e favolosa, oscillante fra memoria e fiduciosa aspettativa dell&#8217;avvenire: tutto ci\u00f2 simboleggiano, rispettivamente, la ferrovia e la conchiglia; e il secondo simbolo, in apparenza secondario di fronte al primo, \u00e8 in realt\u00e0 forse pi\u00f9 sottile, interiore, indefinito poetico, e quindi relativamente aderente &#8212; non meno del primo &#8212; alle &quot;memorie&quot; siberiane di Valeriano [il protagonista del libro, un friulano emigrato in Russia]. Pertanto il titolo del romanzo \u00e8 giustificato e pertinente; e rileva una volta di pi\u00f9 la sostanza poetica del libro. &quot;La conchiglia di Anataj&quot; \u00e8 l&#8217;epos del lavoro e del lavoratore, friulano o no, insieme protagonista e vittima, ma anche solerte, appassionato esecutore di un&#8217;opera destinata a durare in un mondo che si dissolve nell&#8217;illusione, \u00e8 fatto di miraggi e di sogni e non pu\u00f2 sottrarsi all&#8217;insidia occulta del nulla. Ma l&#8217;opera resta, come rimane, valore incontestabile, il lavoro che la costituisce: &quot;Labor omnia vincit \/ improbus&quot;, si potrebbe ripetere con Virgilio, e aggiungere che questo celebre passo delle &quot;Georgiche&quot;potrebbe essere il motto o l&#8217;epigrafe del romanzo: un romanzo che esalta, tutto sommato, la vita, l&#8217;umanit\u00e0, i valori positivi dell&#8217;umano agire, anche se questo agire, che ha le sue radici nella terra, sfuma ai vertici nella penombra dell&#8217;inconoscibile e nelle nebbie del mistero.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 \u00e8 ancora una volta sottolineato dallo stile, lento, grave, talora solenne della &quot;Conchiglia&quot;, che fa pensare a un&#8217;armonia d&#8217;organo ed \u00e8, al solito, ricco d&#8217;immagini, di metafore, di analogie, di similitudini, indice di una singolare capacit\u00e0 di vedere e di concepire fantasticamente, poeticamente&#8230;\u00bb<\/p>\n<p>In diversi romanzi di Sgorlon s&#8217;incontra la figura dell&#8217;emigrante che, dopo molti anni passati all&#8217;estero, a un certo punto decide di ritornare in patria (Valeriano, invece, decide di restare in Russia): non cos\u00ec vecchio da essere tornato solo per morire ed essere sepolto al cimitero del paese, ma neanche abbastanza giovane da poter guardare alla vita con gli stessi occhi di prima: eppure quegli occhi, bench\u00e9 provati, non hanno conosciuto il disincanto. Nel mondo narrativo di Sgorlon vi \u00e8 una figura di eroe &quot;positivo&quot; (l&#8217;esatto contrario dell&#8217;anti-eroe novecentesco, da Svevo in avanti), che vive la vita con dignit\u00e0 e consapevolezza; che l&#8217;accetta, anche quando non arriva a comprenderla sino in fondo; che si sente parte di un disegno pi\u00f9 ampio, molto pi\u00f9 ampio della sua piccola esistenza individuale, peraltro niente affatto insignificante.<\/p>\n<p>Valeriano \u00e8 un po&#8217; l&#8217;anti-Anguilla, se il lettore di Pavese, che conosce \u00abLa luna e i fal\u00f2\u00bb, capisce quel che vogliamo dire: Anguilla torna dall&#8217;America al suo paese, nelle Langhe, alla disperata ricerca delle proprie radici (radici per modo di dire, visto che \u00e8 un trovatello, abbandonato a suo tempo sulla scalinata del duomo di Alba): ma non le trova, perch\u00e9 tutto \u00e8 cambiato, e si rende conto che la sua nostalgia di &quot;avere un paese&quot; non potr\u00e0 mai essere soddisfatta. Alla conclusione pessimistica di \u00abLa luna e i fal\u00f2\u00bb, in perfetta continuit\u00e0 con tutto il percorso letterario e la ricerca, umana ed esistenziale, di Pavese, che vi trova il suo testamento spirituale (il libro fui scritto nel 1949 e pubblicato nel 1950, poco prima del suicidio dell&#8217;autore) si contrappone il &quot;ritorno&quot; di tanti personaggi di Sgorlon, di tanti emigranti che cercano, anch&#8217;essi, le radici perdute; e che, pur dopo difficolt\u00e0 e turbamenti &#8212; nemmeno loro ritrovano i luoghi e le persone cos\u00ec come li avevano serbati nel ricordo &#8212; riescono a re immettersi nel grande flusso vitale della loro gente, della loro terra, dell&#8217;umanit\u00e0 intera: a comprendere, cio\u00e8, che nessuno vive per se stesso soltanto, che ogni vita \u00e8 parte della grande Vita universale, e che \u00e8 necessario credere in essa, aver fede in essa, e, se necessario, anche sapersi sacrificare perch\u00e9 essa vada avanti e trovi le sue strade.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, nel mondo di Sgorlon &#8212; mondo contadino, arcaico, primordiale &#8212; l&#8217;epos del lavoro e quello della vita si fondono e si sostengono a vicenda: se \u00e8 vero che non si viver lavorare, ma che si lavora per vivere, \u00e8 altrettanto vero che nel lavoro, e solo nel lavoro (inteso nella accezione pi\u00f9 ampia e profonda del termine) l&#8217;uomo si fa veramente uomo, esce dal proprio egoistico individualismo, riscopre la solidariet\u00e0 verso i suoi simili, il legame con la natura, l&#8217;incanto e la magia della bellezza, quello slancio dell&#8217;anima che fa amare anche il dovere, anche il dolore, anche il sacrificio, quando essi sono diretti al raggiungimento dei pi\u00f9 alti fini morali: la protezione della famiglia, la difesa dell&#8217;integrit\u00e0 morale contro le forze dissolventi della cupidigia, della prepotenza, della ricerca incosciente del piacere privato, i mostri che insidiano la nostra stessa umanit\u00e0.<\/p>\n<p>Il lavoro, dunque, in Sgorlon .- proprio come in Virgilio, se ci \u00e8 lecito questo paragone cos\u00ec &quot;alto &#8212; non \u00e8 solo una forza benefica di organizzazione della vita, capace di piegare tutti gli ostacoli e di conquistare qualunque meta; \u00e8 anche forza redentrice, perch\u00e9 in esso e attraverso di esso l&#8217;anima si purifica di molte impurit\u00e0, si alleggerisce di molta zavorra, espia non pochi peccati, tanto di azione che di omissione e ci restituisce alla parte pi\u00f9 vera e pi\u00f9 nobile di noi stessi, parte che, quqando siamo in ozio, tenderemmo continuamente a dimenticare, a trascurare, a lasciar cadere da noi come un ramo secco, come un tralcio inutile.<\/p>\n<p>\u00abNon omnis moriar\u00bb, potremmo aggiungere a questo punto, citando Orazio, dopo aver citato Virgilio: \u00abnon morir\u00f2 del tutto\u00bb, potrebbero dire con tranquilla coscienza e con pacata fierezza, tanti eroi ed eroine &#8212; soprattutto eroine, anzi! &#8212; della narrativa di Carlo Sgorlon; non muore interamente colui che, attraverso la forza operosa del lavoro, ha contribuito a difendere ed estendere l&#8217;ordine morale che governa il mondo e che lo preserva dalle spinte centrifughe dell&#8217;individualismo grossolano e dell&#8217;utilitarismo senz&#8217;anima. S\u00ec, perch\u00e9 il mondo di Carlo Sgorlon possiede un&#8217;anima: \u00e8 un grande luogo, talvolta difficile, sempre misterioso, mai per\u00f2 incomprensibile, mai estraneo, mai alieno: vi \u00e8 un &quot;genius loci&quot; in ogni valle, in ogni borgo, presso ogni torrente, ogni bosco, ogni campo. \u00c8 un universo animato e popolato da antiche presenze, da un flusso impalpabile che lega le generazioni, il passato al futuro, scavalcando le generazioni,m i secoli, i millenni: \u00e8 un universo che nasce da un disegno benevolo e che merita di essere adorato e servito dagli uomini. Cos\u00ec, senza stare a discutere, senza strare a sindacare di diritti e doveri, di giusto e sbagliato, di vero e falso, quando invece le cose da fare sono tanto chiare, d&#8217;istinto, senza mediazione alcuna: rimboccarsi le maniche e prestare la propria opera, generosamente e illimitatamente, l\u00e0 dove si aiuta la vita, la si incoraggia, la si sostiene, si crede nel futuro; negarla, e ritrarsi a prudente distanza, l\u00e0 dove accade il contrario.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 il mondo di Sgrolon \u00e8 un mondo contemplativo ed incantato, che non ignora le ombre del male, ma che non permette loro di intorbidare lo sguardo, pieno di stupore, di colui che contempla. Non \u00e8 un mondo cristiano in senso stretto, ma ad esso molto vicino. Come ricorda Luca Negri (su \u00abL&#8217;Occidentale\u00bb, Sgorlon era abbastanza fiero da non nascondere il proprio conservatorismo e abbastanza umile da non osare definirsi cristiano: in fondo, come il filosofo colombiano Nicol\u00e0s Gomez Davila, era un pagano che credeva in Cristo. Uno che parlava delle foibe, quando la cultura di sinistra faceva di tutto per nasconderle; che si era opposto all&#8217;aborto e all&#8217;aborto (da lui definito \u00abun assassinio\u00bb) quando quasi tutti gli intellettuali erano schierati sull&#8217;opposta barricata. Eppure questo conservatore impenitente, questo cristiano che non osava dirsi tale, ha celebrato l&#8217;epos del lavoro e la fede nella vita pi\u00f9 di tanti altri scrittori modernisti e progressisti, e con meno retorica&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00e8 piuttosto strano, di primo acchito, ma alquanto significativo, a ben guardare, che la civilt\u00e0 moderna abbia prodotto cos\u00ec poche epopee del lavoro e che la<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[108,110],"class_list":["post-28812","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-cesare-pavese","tag-civilta"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28812","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28812"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28812\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28812"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28812"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28812"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}