{"id":28764,"date":"2008-08-11T05:33:00","date_gmt":"2008-08-11T05:33:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/08\/11\/ritrovare-il-senso-del-limite-per-superare-langoscia-del-morire\/"},"modified":"2008-08-11T05:33:00","modified_gmt":"2008-08-11T05:33:00","slug":"ritrovare-il-senso-del-limite-per-superare-langoscia-del-morire","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/08\/11\/ritrovare-il-senso-del-limite-per-superare-langoscia-del-morire\/","title":{"rendered":"Ritrovare il senso del limite per superare l&#8217;angoscia del morire"},"content":{"rendered":"<p>Gli esseri umani hanno sempre avuto paura del morire.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 non significa che abbiano sempre avuto paura della morte, cio\u00e8 che non abbiano mai saputo razionalizzare l&#8217;angoscia della consapevolezza di dover morire.<\/p>\n<p>Ne abbiamo gi\u00e0 parlato, discutendo &#8211; e rifiutando &#8211; la tesi di Luigi De Marchi, secondo il quale tutte le religioni e gran parte delle ideologie politiche e delle forme di cultura, altro non sarebbero che una risposta paranoide, ossia illusoria e delirante, allo \u00abshock originario\u00bb causato dalla \u00abscoperta\u00bb della irreversibilit\u00e0 dell&#8217;evento della morte (cfr. il nostro precedente articolo: <em>Religione, politica, cultura come difesa paranoide dall&#8217;angoscia di morte, secondo Luigi de Marchi<\/em>, consultabile sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>A quel che ci \u00e8 dato sapere, dalla preistoria e fin verso il XIV secolo (per l&#8217;Europa occidentale) la paura della morte \u00e8 stata, in qualche modo, elaborata e collocata in un contesto spirituale tale da renderla socialmente e psicologicamente accettabile, per quanto dolorosa. Di conseguenza, anche l&#8217;angoscia del morire, ossia del pensare l&#8217;evento concreto e individuale della <em>propria<\/em> morte, \u00e8 sempre stata contenuta entro limiti ben precisi, impedendole di insediarsi al centro della vita come un ragno minaccioso che se ne stia acquattato al centro della sua tela vischiosa, pronto a scattare contro l&#8217;insetto che rimanga impigliato in un punto qualsiasi di essa.<\/p>\n<p>Due, essenzialmente, erano gli elementi che consentivano questa notevole opera di razionalizzazione dell&#8217;evento che, per definizione, contraddice in modo radicale l&#8217;istinto pi\u00f9 profondo della natura umana, ossia l&#8217;istinto di conservazione: la convinzione che la more \u00e8 un evento introdottosi accidentalmente nel piano della creazione, e la fiducia in una forma di sopravvivenza dopo la morte, in una dimensione totalmente <em>altra<\/em> da quella terrena.<\/p>\n<p>Tutte le religioni nascono da questi due punti fermi; e, per quanto gli scienziati positivisti del XIX secolo, sull&#8217;onda della tesi di Ludwig Feuerbach della religione come creazione della mente umana, si siano sguinzagliati in tutte le direzioni alla ricerca di un popolo privo di religione, non l&#8217;hanno trovato; pur se talvolta hanno creduto di esserci riusciti, incorrendo in clamorosi errori etnologici e antropologici (come nel caso degli Yamana della Terra del Fuoco; errore in cui cadde anche Charles Darwin).<\/p>\n<p>Quei due elementi, in Occidente (ma non nel resto del mondo), si sono andati progressivamente sgretolando a partire dal 1300: il secolo terribile della crisi demografica, della dissoluzione del potere imperiale, della Guerra dei Cent&#8217;Anni, dell&#8217;invasione musulmana nei Balcani (battaglia di Nicopoli, 1396), dello scisma religioso e della \u00abpeste nera\u00bb.<\/p>\n<p>Via via che la mentalit\u00e0 capitalistico-borghese si andava sostituendo a quella religiosa e aristocratica, mettendo il guadagno al vertice dell&#8217;economia e il lavoro produttivo al vertice della morale, si produsse un enorme sconvolgimento di valori, di certezze e di stili di vita. Nacque la filosofia della crescita illimitata e, con essa, la sua inevitabile accompagnatrice, l&#8217;aspettativa, come attesa nevrotica di una felicit\u00e0 sempre maggiore (cfr. il nostro articolo <em>Dobbiamo liberarci dall&#8217;aspettativa, figlia malata dell&#8217;idea di progresso<\/em>). Questa nuova visione del mondo, codificata ufficialmente dall&#8217;Illuminismo, \u00e8 oggi divenuta, di fatto se non di nome, la forma dominante della cultura occidentale; ma essa trae origine dai mutamenti del XIV secolo.<\/p>\n<p>La morte, adesso, cominciava a fare veramente paura (si pensi ai vari <em>Trionfi della morte<\/em> che compaiono sulle pareti delle chiese europee), per la duplice ragione che la nascita dell&#8217;aspettativa aveva prodotto un attaccamento compulsivo alla vita stessa come <em>bene in s\u00e9 compiuto<\/em>, mentre la certezza di un livello ulteriore di esistenza (felice o infelice), libero dai condizionamenti materiali, si stava sfuocando nella coscienza collettiva, cos\u00ec come in quella individuale.<\/p>\n<p>La morte cominciava ad apparire come una enorme <em>ingiustizia<\/em>, come una ladra che sottrae all&#8217;uomo, mediante il furto supremo, la sua infinita aspettativa, che \u00e8 &#8211; al limite &#8211; l&#8217;aspettativa dell&#8217;eterna sopravvivenza (la quale \u00e8 altra cosa, e ben diversa, dall&#8217;immortalit\u00e0 in senso religioso). Il ricco borghese, che ha accumulato grandi beni e che moltiplica senza posa il suo capitale, reinvestendolo in sempre nuove attivit\u00e0 economiche, non pu\u00f2 accettare l&#8217;idea che la morte lo priver\u00e0 di tutto. Questo pensiero gli \u00e8 insopportabile e genere in lui un rifiuto, che si traduce in una angoscia di morte tanto pi\u00f9 distruttiva, quanto pi\u00f9 respinta sotto il livello della coscienza.<\/p>\n<p>Ecco, allora, che si comincia a non parlare pi\u00f9 della morte; a escluderla dall&#8217;orizzonte visibile dell&#8217;immaginario; e a dissimulare quanto pi\u00f9 possibile tutto ci\u00f2 che la rammemora, a cominciare dalla vecchiaia, con i segni impietosi del decadimenti fisico.<\/p>\n<p>Ma non \u00e8 sempre stato cos\u00ec.<\/p>\n<p>Lo storico Franco Cardini, in un articolo apparso sulla rivista mensile <em>La santa crociata<\/em> (Roma, ottobre 2007, pp. 23-25), intitolato <em>Ars moriendi<\/em>, ha tracciato una rapida ma efficace panoramica di tale decisiva trasformazione dell&#8217;idea della morte e del morire nella nostra civilt\u00e0:<\/p>\n<p><em>Pi\u00f9 che la paura della morte, quel che sembra presente nelle culture tradizionali &#8211; cio\u00e8 in tutte meno quella occidentale moderna: perch\u00e9 in tutta la millenaria storia del genere umano lo &#8216;strappo&#8217;, la &#8216;rottura sistematica&#8217; rispetto alle tradizioni \u00e8 qualcosa che soltanto l&#8217;Occidente\/Modernit\u00e0 \u00e8 riuscito a concepire &#8211; \u00e8 lo stupore dinanzi ad essa, la coscienza profonda )&#8217;adamitica&#8217;?) ch&#8217;essa sia qualcosa d&#8217;innaturale e d&#8217;inconcepibile, quindi la volont\u00e0 di &#8216;addomesticarla&#8217; e in un certo senso annullarla, preparando il corpo alla resurrezione o l&#8217;anima all&#8217;eternit\u00e0. Ci\u00f2, in un modo o nell&#8217;altro, \u00e8 presente in tutti i riti funebri del mondo.<\/em><\/p>\n<p><em>Altra cosa \u00e8 la &#8216;paura del morire&#8217;, cio\u00e8 l&#8217;angoscia dinanzi a un passaggio difficile, che diviene necessario affrontare iniziaticamente. Da qui infinite precauzioni rituali, simboliche, per &#8216;abituare&#8217; il morto all&#8217;idea di esser tale, e in quanto tale separato dalla comunit\u00e0 dei viventi. Da qui le infinite leggende sui r\u00e9venants, i morto che tornano, e le non meno infinite precauzioni per evitare o per dominare e regolare tale ritorno. Da qui gli insegnamenti relativi al vivere come pi\u00f9 o meno lunga fase di preparazione al passaggio finale: \u00e8 il nucleo del magistero di Platone.<\/em><\/p>\n<p><em>Ma \u00e8 nel mondo medievale, alla fine del periodo che convenzionalmente chiamiamo medioevo, che avviene appunto la grande rivoluzione che inaugura la Modernit\u00e0. La scoperta della paura della morte fa parte di essa.<\/em><\/p>\n<p><em>In effetti, fra il IV e il XIV secolo non c&#8217;\u00e8 traccia di terrore dinanzi alla morte.(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Ma le cose cambiarono nel corso del XIV secolo. La vita, allora, era qualitativamente migliorata in modo radicale: il vivere era divenuto pi\u00f9 dolce e comodo, e l&#8217;abbandonare questa terra quindi proporzionalmente pi\u00f9 duro. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Le popolazioni del Trecento avevano, o almeno mostravano, una paura della morte ignota nei secoli precedenti: e ci\u00f2 senza dubbio perch\u00e9, negli anni della crisi, la morte \u00e8 pi\u00f9 drammaticamente presente nella societ\u00e0; ma anche perch\u00e9, intanto, si \u00e8 imparato a vivere meglio e quindi ad affezionarsi maggiormente all&#8217;esistenza. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>In questo clima si proposero anche dei manuali di<\/em> ars moriendi<em>, consigli sull&#8217;\u00abarte del ben morire\u00bb, che divennero diffuso oggetto di lettura devota anche nel mondo laico, tra il XIV e il XVII secolo. Erano quindi ancora lontani i tempi nei quali la morte sarebbe stata nascosta e circondata di eufemismi, come nel tempo moderno nel quale \u00e8 vietato parlarne e dove i funerali si truccano da composte riunioni mondane. Ma proprio questo silenzio rende pi\u00f9 profonda la paura e pi\u00f9 evidente l&#8217;angoscia.<\/em><\/p>\n<p><em>E lo spettro della morte torna, in forma selvaggia, ad aggredire l&#8217;inconscio e a dominare una vita in apparenza gioiosa, di gente che spera nel prolungamento artificiale indeterminato dell&#8217;esistenza. Oggi, appare necessario e importante reimparare ad addomesticare la morte. Tale obiettivo fa parte dell&#8217;indispensabile recupero della \u00abcultura del limite\u00bb, senza la quale l&#8217;Occidente sar\u00e0 condannato al suicidio.<\/em><\/p>\n<p>Ci sentiamo di condividere gran parte dell&#8217;analisi di Franco Cardini, della quale abbiamo qui sopra riportato i passaggi salienti, ma non interamente la sua conclusione.<\/p>\n<p>Non riteniamo possibile, infatti, un \u00abritorno\u00bb puro e semplice al passato, ossia alla strategia di <em>addomesticare<\/em> l&#8217;idea della morte, come avveniva nel Medioevo. Tale addomesticamento partiva da presupposti materiali e culturali che sono tramontati per sempre e che non possono essere riportati artificialmente in vita, e sia pure con un supremo sforzo di \u00abbuona volont\u00e0\u00bb. Del resto, la storia ci mostra che tali \u00abritorni\u00bb non sono mai possibili.<\/p>\n<p>Molte cose sono cambiate dal 1300 ad oggi: la Modernit\u00e0 ha imposto nuovi modi di produzione, nuove strutture politico-sociali e una nuova visione del mondo; e, per quanto noi possiamo (e, forse, dobbiamo) dissentire da quest&#8217;ultima, non possiamo neppure ignorare i meccanismi che hanno fatto tramontare le precedenti certezze. Per cui non si tratta, a nostro avviso, di addomesticare l&#8217;idea della morte, come potevano sforzarsi di fare i nostri predecessori dell&#8217;et\u00e0 di mezzo, o come fanno i membri delle societ\u00e0 tradizionali, l\u00e0 dove esse ancora sopravvivono.<\/p>\n<p>Per un occidentale moderno, \u00e8 impensabile l&#8217;idea che la morte possa essere addomesticata (a meno che una guerra nucleare ci scaraventi nuovamente nell&#8217;et\u00e0 della pietra), e ci\u00f2 per almeno due buone ragioni.<\/p>\n<p>La prima \u00e8 che abbiamo perduto irreversibilmente l&#8217;idea della <em>innaturalit\u00e0<\/em> della morte, dato che la cultura odierna \u00e8 largamente dominata dal paradigma scientista e, in particolare, dall&#8217;evoluzionismo darwiniano. Al contrario di quello che insegna il cristianesimo, la scienza occidentale moderna presenta la morte come il destino inevitabile di tutti i viventi o, almeno, degli organismi superiormente organizzati (e l&#8217;uomo, per essa, non \u00e8 altri che un animale particolarmente evoluto). Non \u00e8 un&#8217;idea nuova in se stessa; l&#8217;epicureismo, ad esempio, l&#8217;aveva ampiamente diffusa nel mondo antico; ma non era mai stata un&#8217;idea dominante; e, durante il Medioevo, era stata quasi cancellata. Gli esseri umani sono stati creati per la vita e non per la morte: questo \u00e8 il messaggio diffuso dal cristianesimo. La morte, alla fine, sar\u00e0 sconfitta e cacciata dalla creazione mediante il ritorno di Cristo, cos\u00ec come essa si era introdotta nella creazione per colpa di un uomo, Adamo (cfr. san Paolo, <em>1 Corinzi<\/em>, 15, 21).<\/p>\n<p>Ma per l&#8217;uomo moderno, la morte fa parte della creazione; o, per meglio dire, fa parte della natura (non si parla pi\u00f9 di creazione), una natura meccanicisticamente intesa. Alla morte, dunque, non si pu\u00f2 sfuggire, poich\u00e9 essa fa parte del grande meccanismo di cui ogni cosa \u00e8 un prodotto; tutt&#8217;al pi\u00f9, si potrebbe pensare di combatterla e vincerla agendo sul meccanismo stesso, ossia impadronendosi delle sue leggi e piegandole a nostro vantaggio. In questo caso, l&#8217;uomo si farebbe Dio di se stesso, perch\u00e9 Dio \u00e8 il signore della vita. Tra parentesi, anche una serie di culti ufologici, caratteristici di questa nostra tarda modernit\u00e0, partono da un simile presupposto: gli alieni <em>sono gli dei<\/em>, poich\u00e9 sarebbero stato essi a \u00abcreare\u00bb la vita sul nostro pianeta.<\/p>\n<p>La seconda ragione per cui non si pu\u00f2 pensare di ri-addomesticare l&#8217;idea della morte, \u00e8 che la modernit\u00e0 ha smesso di credere alla vita dell&#8217;anima dopo la morte del corpo, per il semplice fatto che ha smesso di credere all&#8217;anima. L&#8217;uomo moderno non si percepisce pi\u00f9 come una <em>persona<\/em>, essenza spirituale dotata di libert\u00e0 e volont\u00e0; ma, essenzialmente, come un corpo. La sua parte senziente, la <em>psyche<\/em>, altro non \u00e8 che un insieme di neuroni: \u00e8, anch&#8217;essa, corpo, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno (cfr. il nostro articolo <em>Nell&#8217;ambivalenza corporea di Galimberti la riproposizione di un relativismo radicale<\/em>).<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 chiaro che per una umanit\u00e0 che non crede di possedere un&#8217;anima o uno spirito; che non crede, cio\u00e8, di possedere una parte immortale, l&#8217;idea del proprio morire non pu\u00f2 che generare angoscia, poich\u00e9 coincide con l&#8217;annullamento totale e definitivo. E questo, dopo che le lusinghe del benessere e le illusioni della scienza avevano lasciato sperare, o sognare, che il bene della vita avrebbe potuto essere goduto indefinitamente, appare come qualcosa di intollerabile.<\/p>\n<p>\u00c8 pi\u00f9 che giusto voler recuperare la cultura del limite, ma non possiamo immaginare questo recupero come un puro e semplice <em>regressum<\/em>. Dobbiamo fare i conti con la radicalit\u00e0 del pensiero della morte, con l&#8217;impossibilit\u00e0 &#8211; per noi moderni &#8211; di addomesticarla.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, abbiamo visto che, se l&#8217;idea della morte non viene in qualche modo addomesticata, cio\u00e8 resa accettabile in una prospettiva religiosa, essa rimane come una ferita aperta, come un <em>vulnus<\/em>; e, pi\u00f9 ancora, come uno <em>shock<\/em> antropologico, che inquina le fonti stesse della vita e sospinge gli esseri umani verso il cinismo, l&#8217;angoscia cronica e una cupa disperazione. Come si pu\u00f2 uscire da un tale circolo vizioso?<\/p>\n<p>A nostro parere, noi dobbiamo reimparare l&#8217;<em>ars moriendi<\/em> per mezzo di un salto di qualit\u00e0 evolutivo, che ci restituisca l&#8217;idea della necessit\u00e0 del morire <em>insieme a quella<\/em> (e non senza di quella) della sua naturalit\u00e0, ma spostando tale \u00abnecessit\u00e0\u00bb su di un piano spirituale pi\u00f9 alto. Non possiamo, cio\u00e8, ritornare <em>direttamente<\/em> all&#8217;idea della innaturalit\u00e0 della morte; dobbiamo ritornarvi passando attraverso le acquisizioni della scienza moderna e, quindi, confrontandoci con la visione della morte come parte inseparabile del fenomeno \u00abvita\u00bb. Un po&#8217; come, se \u00e8 lecito il paragone, dopo il nietzschiano annuncio della \u00abmorte di Dio\u00bb, non possiamo ritornare <em>direttamente<\/em> all&#8217;idea di Dio, come se non fosse accaduto nulla; ma dobbiamo fare i conti con un Dio che si nasconde, che rifiuta di \u00abtappare i buchi\u00bb delle nostre angosce, e che, volendo vederci diventare adulti, desidera anche vederci agire <em>come se<\/em> Lui non ci fosse.<\/p>\n<p>Tutto questo non \u00e8 facile, ma \u00e8 necessario.<\/p>\n<p>In fondo, non dobbiamo dimenticare &#8211; secondo la grande lezione di Kierkegaard &#8211; che la \u00abmalattia mortale\u00bb non \u00e8 affatto l&#8217;angoscia; l&#8217;angoscia, al contrario, \u00e8 il sintomo che siamo ancora spiritualmente vivi.<\/p>\n<p>La \u00abmalattia mortale\u00bb \u00e8 la disperazione. E la disperazione, oggi, \u00e8 la conseguenza di una cultura scientista che ci presenta l&#8217;uomo come il signore onnipotente del creato, fatto per godere e per manipolare tutti gli altri enti; ma, al tempo stesso, che ci mostra la morte come l&#8217;esito naturale della vita e come il suo annullamento irreparabile e definitivo.<\/p>\n<p>In altre parole, esiste un <em>gap<\/em> incolmabile fra le aspettative di un potere e di un benessere sempre pi\u00f9 grandi, che la modernit\u00e0 ha creato negli esseri umani e che, quotidianamente, alimenta attraverso i suoi riti fasulli e i suoi miti di cartapesta; e la nuda, spietata certezza della morte come annientamento totale, cui ci ha abituati la scienza materialista che, oggi, occupa il luogo che fu della religione.<\/p>\n<p>Perci\u00f2, noi dobbiamo ripartire dalla angoscia che questa contraddizione genera in noi, facendo forza sulla contraddizione stessa per scardinarla (Evola diceva: <em>cavalcare la tigre<\/em>, quando non la si pu\u00f2 affrontare a mani nude).<\/p>\n<p>Chi ha detto che l&#8217;angoscia \u00e8 un male in se stessa?<\/p>\n<p>Noi, al contrario, crediamo che sia un male solo se essa si accompagna a un sentimento di assoluta impotenza.<\/p>\n<p>E questa \u00e8 la contraddizione di fondo della modernit\u00e0, sulla quale bisogna far leva per scardinarla: che da un lato ci istiga ad un autentico furore di attivismo e di manipolazione, verso tutto e verso tutti; dall&#8217;altro, ci vorrebbe persuadere a un atteggiamento fatalistico e rassegnato nei confronti dello scacco supremo, l&#8217;annientamento finale del nostro essere.<\/p>\n<p>Recuperare la \u00abcultura del limite\u00bb, allora, vorr\u00e0 dire da un lato moderare l&#8217;incontinenza attivistica e riscoprire la bellezza di un atteggiamento contemplativo nei confronti del mondo, sostanziato di lode e gratitudine; dall&#8217;altro, saper vedere attraverso il corpo, e non ignorando il corpo, la nostra natura spirituale, anzi, la natura spirituale dell&#8217;intera realt\u00e0, che geme e soffre nella doglie dell&#8217;attesa di una rinascita gloriosa.<\/p>\n<p>Come dice san Paolo in <em>Romani<\/em>, 8, 19-23:<\/p>\n<p><em>Tutto l&#8217;universo aspetta con rande impazienza il momento in cui Dio mostrer\u00e0 il vero volto dei suoi figli. Il creato \u00e8 stato condannato a non aver senso, non perch\u00e9 esso l&#8217;abbia voluto, ma a causa di chi ve lo ha trascinato. Vi \u00e8 per\u00f2 una speranza: anch&#8217;esso sar\u00e0 liberato dal potere della corruzione per partecipare alla libert\u00e0 dei figli di Dio. Noi sappiamo che fino a ora tutto il creato soffre e geme come una donna che partorisce. E non soltanto il creato, ma anche noi, che gi\u00e0 abbiamo le primizie dello Spirito, soffriamo in noi stessi perch\u00e9 aspettiamo che Dio, liberandoci totalmente, manifesti che noi siamo suoi figli.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Gli esseri umani hanno sempre avuto paura del morire. 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