{"id":28761,"date":"2015-07-28T06:34:00","date_gmt":"2015-07-28T06:34:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/il-razionalismo-pessimista-di-seneca-e-frutto-dun-naturalismo-radicale\/"},"modified":"2015-07-28T06:34:00","modified_gmt":"2015-07-28T06:34:00","slug":"il-razionalismo-pessimista-di-seneca-e-frutto-dun-naturalismo-radicale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/il-razionalismo-pessimista-di-seneca-e-frutto-dun-naturalismo-radicale\/","title":{"rendered":"Il razionalismo pessimista di Seneca \u00e8 frutto d\u2019un naturalismo radicale"},"content":{"rendered":"<p>Nel \u00abDialogo della natura e di un Islandese\u00bb, uno dei vertici del suo pessimismo cosmico, Giacomo Leopardi fa dire al protagonista queste parole: \u00abLascio i pericoli giornalieri, sempre imminenti all&#8217;uomo, e infiniti di numero, tanto che un filosofo antico non trova contro al timore, altro rimedio pi\u00f9 valevole della considerazione che ogni cosa \u00e8 da temere\u00bb.<\/p>\n<p>Il filosofo antico a cui allude Leopardi \u00e8 Lucio Anneo Seneca, il quale, nelle \u00abNaturales quaestiones\u00bb (VI, 2-3; traduzione di Dionigi Vottero, Torino, Utet, 1989, pp. 589-91), aveva affermato testualmente:<\/p>\n<p>\u00abSe volete essere liberi da timore, pensate che tutto \u00e8 da temere; guardatevi intorno quali insignificanti cause bastano a sconvolgerci n\u00e9 il cibo, n\u00e9 le bevande, n\u00e9 la veglia, n\u00e9 il sonno sono per noi salutari se non si osserva una certa misura; ormai avete capito che noi siamo dei miseri corpi insignificanti e deboli, inconsistenti, annientabili senza grandi apparati. Senza dubbio questo \u00e8 per noi il solo pericolo: che la terra trema e improvvisamente si spacca e trascina gi\u00f9 ci\u00f2 che le sta sopra! Ha un alto concetto di s\u00e9 chi ha paura dei fulmini e delle scosse e delle voragini della terra. Quando si decider\u00e0 a prendere coscienza della propria debolezza e a temere il catarro? A quanto pare questa \u00e8 la nostra condizione di creare: abbiamo ricevuto in sorte una corporatura cos\u00ec florida, siamo cresciuti sino a raggiungere tale grandezza! E per questo, se le parti del mondo non si sconvolgono, se il cielo non tuona, se la terra non si sprofonda, noi non possiamo perire! [&#8230;]<\/p>\n<p>Contro la morte nessun conforto \u00e8 pi\u00f9 valido del fatto stesso che s deve morire, e contro tutti questi eventi che ci atterriscono dal di fuori vale soprattutto la consapevolezza che coviamo in seno. Infatti che cosa vi \u00e8 di pi\u00f9 assurdo che abbattersi di fronte ai tuoni e rifugiarsi strisciando sottoterra per paura dei fulmini? Che cosa di pi\u00f9 stolto che temere l&#8217;ondeggiamento della terra o il crollo improvviso delle montagne e l&#8217;irruzione del mare sbalzato fuori dalla riva, quando la morte ovunque \u00e8 in agguato e ci viene incontro da ogni parte e niente \u00e8 cos\u00ec minuscolo da non aver forza sufficiente per mandare in rovina il genere umano? A tal punto codeste sciagure non ci debbono sbigottire, come se comportassero un male maggiore della morte comune, che anzi, essendo inevitabile uscir di vita ed esalare lo spirito un giorno o l&#8217;altro, \u00e8 meglio farlo per una causa di morte pi\u00f9 grandiosa. Morire bisogna, dove e quando che sia; stia pure salda la terra su cui posiamo i piedi e si mantenga al suo posto senza essere scossa da nessuna violenza, un giorno o l&#8217;altro sar\u00e0 sopra di me. (Che cosa) importa se sar\u00f2 io a gettarlo su di me o se si getter\u00e0 da se medesima su di me? Si spalanca e si spacca per la immensa potenza prodotta da un male ignoto e mi precipita nei suoi abissi senza fondo; ebbene? Forse la morte \u00e8 pi\u00f9 leggera alla superficie della terra? [&#8230;]<\/p>\n<p>Giover\u00e0 anche convincersi in precedenza che niente di simile fanno gli d\u00e8i e che gli sconvolgimenti del cielo e della terra non sono la conseguenza dell&#8217;ira divina: questi fenomeni hanno le loro cause specifiche, e non infieriscono a comando, bens\u00ec gli elementi, per certi loro difetti, come avviene nel corpo umano, vanno soggetti a tali alterazioni, e proprio mentre che facciano del male, in realt\u00e0 lo subiscono. Per noi, poi, che non sappiamo la verit\u00e0, ogni fatto \u00e8 pi\u00f9 terribile, specialmente quei fenomeni la cui rarit\u00e0 \u00e8 motivo di pi\u00f9 grave terrore: i fenomeni che ci sono familiari non ci fanno quasi impressione, ma quando un fenomeno \u00e8 insolito la paura \u00e8 pi\u00f9 grande. Ma perch\u00e9 qualche cosa \u00e8 per noi insolito? Perch\u00e9 noi afferriamo la natura cogli occhi e non coll&#8217;intelletto e non pensiamo a ci\u00f2 che essa pu\u00f2 fare, ma solo a ci\u00f2 che ha fatto. Perci\u00f2 siamo puniti, per questa nostra negligenza, col terrore ispirato da fenomeni che ci sembrano nuovi, mentre in realt\u00e0 non sono nuovi, bens\u00ec insoliti.\u00bb<\/p>\n<p>Leopardi, come al solito, pur di sostenere e rafforzare la sua concezione generale del reale basata su di un pessimismo radicale, nichilista e disperato, non esita ad &quot;arruolare&quot; altri pensatori e ad immatricolarli nel proprio battaglione; infatti, non ci vuol molto, confrontando i due brani, per rendersi conto che, mentre il pessimismo leopardiano \u00e8 totale, radicale e interamente fine a se stesso, quello di Seneca \u00e8 limitato al discorso specifico sul rapporto fra uomo e natura: l&#8217;uomo non si illuda, la natura \u00e8 cosa troppo pi\u00f9 grande di lui, al cui cospetto anche le sue paure assumono una sfumatura di ridicolo: egli teme di essere minacciato dalle grandi catastrofi naturali, ma, in effetti, basta un po&#8217; di catarro per causargli una seria malattia, e, ad ogni modo, una sola cosa \u00e8 assolutamente certa, fin dal primo istante della nostra vita: che dobbiamo morire. E dunque, conclude il filosofo romano, che importa se sar\u00e0 oggi o domani; se avverr\u00e0 a causa di un terremoto, o nel silenzio della nostra stanza?<\/p>\n<p>Ci siamo gi\u00e0 occupati del pensiero filosofico di Seneca, in alcuni precedenti articoli (cfr. \u00abLa fragilit\u00e0 e la grandezza dell&#8217;uomo nella visione filosofica di Seneca\u00bb, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 01\/02\/2012, e \u00abSeneca e l&#8217;idea di progresso\u00bbm pubblicato su \u00abIl Corriere delle Regioni\u00bb il 02\/03\/2015). L&#8217;aspetto che Leopardi ci sollecita ad approfondire discende dal quadro generale del suo percorso speculativo: un naturalismo radicale, che sfocia inevitabilmente in un razionalismo pessimista.<\/p>\n<p>Lo stoicismo di Seneca, come l&#8217;epicureismo di Lucrezio, ha uno scopo preciso: rendere l&#8217;uomo libero dalle passioni che turbano l&#8217;animo, prima fra tutte la paura della morte. Per Seneca, solo rendendosi conto di essere parte del Logos, cio\u00e8 di un progetto ragionevole e provvidenziale dell&#8217;universo, l&#8217;uomo si pu\u00f2 liberare dalle passioni che lo confondono, lo angosciano e lo tengono legato a mille timori e superstizioni. Per vivere felice, l&#8217;uomo deve conquistare la propria &quot;libertas&quot; interiore; e, per riuscirvi, deve comprendere che la sua esistenza si inscrive in un disegno pi\u00f9 ampio, di natura razionale, del quale egli \u00e8 chiamato a far parte; cos\u00ec come deve comprendere e riconoscere quali sono le cose irrazionali che non appartengono al Logos e che, pertanto, sono indegne di lui, compresa la sua paura.<\/p>\n<p>Leopardi, invece, si ripromette di mostrare che la vita \u00e8 irrilevante, miserabile, casuale, priva di alcun significato: la sua citazione di Seneca \u00e8 puramente strumentale, perch\u00e9 Seneca non avrebbe mai condiviso il nichilismo di Leopardi; pur condividendo con lui le pi\u00f9 ampie riserve sull&#8217;idea di progresso, non avrebbe mai sottoscritto l&#8217;affermazione che la cosa migliore \u00e8 il non essere, essendo male, nonch\u00e9 destinato al male, tutto ci\u00f2 che esiste. Seneca non crede al progresso perch\u00e9 rimpiange lo stato di natura, quando l&#8217;uomo viveva felice, accontentandosi di soddisfare i suoi bisogni pi\u00f9 elementari; Leopardi non ci crede, perch\u00e9 non crede n\u00e9 alla storia, n\u00e9 alla societ\u00e0, n\u00e9 agli uomini, insomma non crede a nulla, tranne che alla funzione liberatrice della morte.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 una bella differenza tra le due posizioni. Leopardi rimprovera alla natura di essere matrigna, di mettere al mondo i viventi con un indefinito bisogno di felicit\u00e0, e poi di abbandonarli, incurante delle loro sofferenze; Seneca non ha nulla da rimproverare alla natura, perch\u00e9 la vede come la manifestazione del Logos, dunque come buona in se stessa; e, quanto alla felicit\u00e0 umana, egli la ritiene possibile, perch\u00e9 ragionevole: basta essere ragionevoli, ed ecco che la felicit\u00e0 si mostra a portata di mano. Basta sbarazzarsi di ci\u00f2 che \u00e9 superfluo &#8212; ambizioni, orgoglio, smodato desiderio di piacere, paura delle cose dolorose &#8212; e noi possiamo vivere una vita piena, luminosa, appagante. Per il naturalista Seneca, il ritorno alla natura \u00e8 possibile: condivide con Rousseau, in un certo senso, il mito del buon selvaggio, ma non la sua malinconia, perch\u00e9 pensa che l&#8217;amicizia con la natura sia possibile, qualora noi la vogliamo davvero.<\/p>\n<p>L&#8217;accostamento fra lo stoicismo di Seneca e la concezione cristiana della vita nasce dal comune rifiuto e dalla comune condanna dell&#8217;ego, della brama, della furia di vivere; certi passi delle \u00abLettere a Lucilio\u00bb, in cui si stigmatizza il disordine morale e materiale di quanti vivono all&#8217;insegna del piacere, sembrano la versione pagana di certi passi paolini, e specialmente della parte iniziale della \u00abLettera ai Romani\u00bb: da ci\u00f2 la tradizione, probabilmente leggendaria (ma chi pu\u00f2 dirlo con assoluta certezza?) di una conoscenza diretta fra i due, o, quanto meno, di una certa conoscenza della dottrina cristiana da parte del filosofo di Cordova.<\/p>\n<p>Le analogie, per\u00f2, non devono farci perdere di vista le differenze, che sono sostanziali. Per il cristianesimo, la felicit\u00e0 si realizza con l&#8217;abbandono dell&#8217;uomo all&#8217;amore di Dio; per Seneca, con il ritorno alla Natura\/Logos. Seneca, nonostante certi atteggiamenti insoliti nella mentalit\u00e0 pagana &#8211; per esempio, l&#8217;orrore e il disgusto per gli spettacoli gladiatori, o la condanna morale della schiavit\u00f9 &#8212; \u00e8 pur sempre un Romano al cento per cento, un filosofo schiettamente pagano: condivide con la cultura classica il naturalismo radicale di fondo, per cui la natura gli appare come buona e perfetta in se stessa, e tutto quel che deve fare l&#8217;uomo per essere libero e felice, \u00e8 di fidarsi di essa e seguirla il pi\u00f9 possibile, sempre alla luce della ragione (che \u00e8, essa pure, un elemento &quot;naturale&quot;). Non pensa che il male possa venire da un uso sbagliato della ragione stessa, meno ancora della volont\u00e0: addossa alla brama e al timore tutta la colpa per l&#8217;infelicit\u00e0 dell&#8217;uomo.<\/p>\n<p>Seneca, in altri termini, non si chiede se vi sia, nell&#8217;uomo, un elemento peccaminoso; l&#8217;idea stessa di peccato gli \u00e8 estranea, come lo \u00e8, sostanzialmente, a tutta la cultura classica e pagana. Certo, per i Greci il peccato esiste: Oreste che uccide la madre Clitennestra insieme all&#8217;amante Egisto, e sia pure per vendicare la morte di suo padre, Agamennone, commette un&#8217;azione empia, che scatena le Furie e che deve essere riparata: riparata, appunto, non &quot;espiata&quot;. Il matricidio \u00e8 una offesa agli d\u00e8i, pi\u00f9 che un turbamento dell&#8217;ordine cosmico e una macchia che inquina la vita dell&#8217;anima; ma, a certe condizioni, quella offesa pu\u00f2 essere placata. Dunque il peccato in senso cristiano \u00e8 una cosa nuova, rispetto al paganesimo: \u00e8 una infedelt\u00e0 dell&#8217;uomo al piano amorevole di Dio. Non ha un carattere legalistico, ma sostanziale; non si pu\u00f2 &quot;riparare&quot;, ma solo &quot;espiare&quot;, e ci\u00f2 \u00e8 possibile mediante la conversione dell&#8217;anima. In altre parole, per il cristianesimo il peccato \u00e8 il punto d&#8217;arrivo di un orientamento disordinato dell&#8217;anima; per il paganesimo, \u00e8 solo un &quot;errore&quot;. Il paganesimo classico, stoicismo compreso, \u00e8 razionalista; il cristianesimo no (pur non essendo affatto nemico della ragione: e lo si vedr\u00e0 con le costruzioni filosofiche di Agostino e di Tommaso d&#8217;Aquino); per il cristianesimo, non ci si salva con la ragione, ma con l&#8217;amore.<\/p>\n<p>Pertanto, a ben guardare, esiste una opposizione di fondo e una inconciliabilit\u00e0 quasi assoluta fra la concezione di Seneca e quella cristiana. L&#8217;idea che la ragione sia lo strumento principale della redenzione individuale \u00e8 gnostica; cos\u00ec come il naturalismo pagano, e anche stoico, porta, per forza di cose, o al razionalismo pessimista di un Seneca, o al dualismo schizofrenico dei manichei. Se la natura \u00e8 buona, da dove viene il male? Dalle passioni, dice Seneca; ma le passioni, da dove vengono? Non vengono anch&#8217;esse dalla natura? Dalla ragione, no di certo. Allora, pu\u00f2 darsi che la natura sia cattiva in se stessa: che ci abbia ingannati, traditi, beffati, sin dall&#8217;inizio. Cos\u00ec la pensa Leopardi, e non sa darsene pace. Il suo \u00abInno ad Arimane\u00bb (rimasto incompiuto) \u00e8 una estrema protesta contro la natura, che si tinge di manicheismo e di satanismo (cfr. il nostro precedente articolo: \u00abLeopardi cantore di Arimane \u00e8 il campione di un satanismo disperato, ma lucido e coerente\u00bb, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 16\/10\/2008).<\/p>\n<p>Il problema di Seneca \u00e8 tutto qui: posta la saggezza del Logos divino e posta la bont\u00e0 intrinseca della natura, non si capisce donde provenga il male. Qual \u00e8 la finestra mal chiusa, da cui irrompe la bufera delle passioni, che portano ansia e infelicit\u00e0 nella vita umana? Per Leopardi, la cosa \u00e8 pi\u00f9 semplice: se tutto \u00e8 male, l&#8217;infelicit\u00e0 della vita umana non pu\u00f2 essere una possibilit\u00e0, ma la regola universale, a cui nessuno sfugge: che sia ragionevole oppure no. Anzi, la ragionevolezza ci rende ancor pi\u00f9 disperati, perch\u00e9 pi\u00f9 lucidi nel riconoscere il male radicale di vivere e la sua ineluttabilit\u00e0. Da qui si vede come gran parte della cultura moderna, fino a Montale, Sartre, eccetera, sia seguace del nichilismo leopardiano, pi\u00f9 che del razionalismo senechiano. Seneca, infatti, ha fiducia nella ragione: essa \u00e8 il ponte che l&#8217;uomo pu\u00f2 gettare fra s\u00e9 e la pienezza vitale; per Leopardi, la ragione serve solo a rafforzare la nostra disperazione (anche se poi, contraddittoriamente, l&#8217;apprezza).<\/p>\n<p>Quel che manca ad entrambi \u00e8 la vera umilt\u00e0: hanno la coscienza della fragilit\u00e0 umana, ma non vogliono trarne le logiche conseguenze: che l&#8217;uomo, rinchiudendosi nella sfera del finito, diventa il peggior nemico di se stesso; e che una sola cosa pu\u00f2 redimerlo da infelicit\u00e0 e solitudine: l&#8217;amore&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel \u00abDialogo della natura e di un Islandese\u00bb, uno dei vertici del suo pessimismo cosmico, Giacomo Leopardi fa dire al protagonista queste parole: \u00abLascio i pericoli<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30154,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[36],"tags":[141,159,189],"class_list":["post-28761","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-etica","tag-filosofia","tag-giacomo-leopardi","tag-lucio-anneo-seneca"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-etica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28761","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28761"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28761\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30154"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28761"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28761"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28761"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}