{"id":28760,"date":"2012-01-31T11:59:00","date_gmt":"2012-01-31T11:59:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2012\/01\/31\/la-fragilita-e-la-grandezza-delluomo-nella-visione-filosofica-di-seneca\/"},"modified":"2012-01-31T11:59:00","modified_gmt":"2012-01-31T11:59:00","slug":"la-fragilita-e-la-grandezza-delluomo-nella-visione-filosofica-di-seneca","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2012\/01\/31\/la-fragilita-e-la-grandezza-delluomo-nella-visione-filosofica-di-seneca\/","title":{"rendered":"La fragilit\u00e0 e la grandezza dell\u2019uomo nella visione filosofica di Seneca"},"content":{"rendered":"<p>Grande \u00e8 stata la fortuna di Seneca, come filosofo, per la suggestione del suo discorso sull&#8217;uomo, sulla sua miseria e sulla sua grandezza; sui temi del suo rapporto con gli altri e davanti alla morte, trattati con una sensibilit\u00e0 cos\u00ec intensa, cos\u00ec &quot;moderna&quot; (cercheremo poi di precisare meglio questo concetto), da colpire fortemente il lettore medievale e, ancor pi\u00f9, quello moderno.<\/p>\n<p>Il suo incessante richiamo all&#8217;interiorit\u00e0, la sua ostentata indifferenza per le cose esteriori, il suo senso di solidariet\u00e0 e di fratellanza verso tutti gli esseri umani, anche i pi\u00f9 poveri e disprezzati, per gli schiavi, per gli stessi malvagi, anch&#8217;essi infelici; la sua piet\u00e0 per i sofferenti, gli infelici, suonano cos\u00ec nuovi rispetto alla mentalit\u00e0 antica, da aver dato adito alla leggenda, avvalorata da Sant&#8217;Agostino, di un suo rapporto diretto con il nascente cristianesimo e, in particolare, di un carteggio con l&#8217;apostolo San Paolo.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, non si tratta di temi veramente nuovi: anche se non ci sentiremmo di escludere, in via assoluta, che Seneca sia venuto a conoscenza, in un modo o nell&#8217;altro, della predicazione cristiana (cosa, anzi, tutt&#8217;altro che improbabile), gli elementi del suo pensiero tratti dal neopitagorismo, dal neoplatonismo e soprattutto dallo stoicismo, sono pi\u00f9 che sufficienti a spiegare gli sviluppi della sua antropologia, della sua psicologia e della sua concezione etica.<\/p>\n<p>Seneca non \u00e8 un pensatore originale: \u00e8 stato detto e giova ripeterlo; di suo, non aggiunge quasi nulla a ci\u00f2 che si pu\u00f2 trovare nei grandi filosofi greci, specialmente in Socrate, Platone ed Epitteto; nuovi, \u00e8 vero, sono gli accenti del suo discorso, e non solo sul piano stilistico, con una sintassi nervosa e spezzata, impaziente di procedere da un pensiero a un altro, ricca di lampi, di intuizioni, di improvvise illuminazioni: non oseremmo dire, per\u00f2, che anche la sua sensibilit\u00e0 e la sua visione morale siano realmente cos\u00ec innovative, come talvolta si \u00e8 creduto di ravvisare.<\/p>\n<p>Nella sua etica non c&#8217;\u00e8 praticamente nulla che non fosse gi\u00e0 stato detto, nello stoicismo ed anche in altre correnti filosofiche; certo, egli \u00e8 stato coerente e deciso &#8211; ahim\u00e8, solo a parole, non nella sua vita &#8211; nel trarre le rigorose conseguenze dalle premesse e, quindi, nel riaffermare l&#8217;assoluta uguaglianza morale degli uomini davanti a Dio, senza distinzione di censo, di stirpe o di cultura.<\/p>\n<p>Senza arrivare al giudizio severissimo di Mario Manlio Rossi, che gira impietoso il coltello nella piaga aperta della sua debolezza umana e, forse, della sua ipocrisia, smontandolo del tutto come pensatore (autore di \u00abquattro filosofemi\u00bb per un pubblico di bocca buona), ci sembra che la sua originalit\u00e0 e soprattutto la sua convergenza con il cristianesimo siano state esagerate dai suoi estimatori, molto al di l\u00e0 del giusto e del ragionevole.<\/p>\n<p>Per quello che riguarda il primo aspetto, l&#8217;originalit\u00e0, abbiamo gi\u00e0 detto come spesso si sia scambiata la sua originalit\u00e0 di scrittura con quella dei contenuti; ma il fatto che Seneca abbia detto con parole nuove cose gi\u00e0 assai note non accresce di un pollice, evidentemente, la sua originalit\u00e0 di pensatore.<\/p>\n<p>Certo, colpisce il fatto che egli sia stato l&#8217;unico, tra i filosofi pagani, a pronunciarsi apertamente contro gl&#8217;inumani spettacoli del circo, ossia contro l&#8217;aspetto pi\u00f9 vistosamente barbarico e crudele della mentalit\u00e0 romana; ma bisogna tener conto del fatto che la civilt\u00e0 di Roma non aveva il genio della speculazione: i suoi massimi rappresentanti, Lucrezio, Cicerone, Marco Aurelio (che per\u00f2 scriveva in greco), Apuleio e lo stesso Seneca, sono pi\u00f9 dei letterati che dei veri filosofi e, comunque, non fanno che imitare i loro grandi modelli greci; Sant&#8217;Agostino \u00e8 l&#8217;esponente di una nuova civilt\u00e0, romana di lingua, ma ormai cristiana di sentimento e di pensiero; e Giuliano l&#8217;Apostata appartiene di diritto al mondo greco, cos\u00ec come vi appartengono Plotino, Proclo, Porfirio e gli ultimi esponenti del neoplatonismo.<\/p>\n<p>Seneca, insomma, \u00e8 grande e parzialmente originale, se si limita lo sguardo alla cultura latina; se lo si allarga a quella greca, come \u00e8 doveroso dal punto di vista storico, l&#8217;una e l&#8217;altra caratteristica si ridimensionano alquanto.<\/p>\n<p>Si spiega in tal modo l&#8217;entusiastica ammirazione con cui, da sempre, guardano a Seneca i latinisti e specialmente gli storici della letteratura.<\/p>\n<p>Scrive, ad esempio, il filologo Umberto Boella circa la concezione antropologica e morale del Nostro (in: Seneca, \u00abLa condizione umana\u00bb, Paravia, , Torino, 1985, pp. VIII-XII):<\/p>\n<p>\u00abCome appare la vita a Seneca? Come il moralista, il politico, espertissimo del mondo, giudica gli uomini? Costante \u00e8 in lui (come sar\u00e0 poi anche in Marco Aurelio, per il quale noi tutti non siamo che &quot;foglioline&quot; in balia del vento) il senso della fugacit\u00e0 del tempo, che va accentuandosi sempre pi\u00f9 col trascorrere degli anni, della precariet\u00e0 dell&#8217;esistenza individuale: tutto \u00e8 travolto, come in una corsa vertiginosa, noi siamo impegnati in una fuga incessante: &quot;Rapina omnium rerum est: miseri, esciti in fuga vivere&quot; (Ad Marc., X, 4); ma noi non ce ne accorgiamo: &quot;inscii rapimur&quot; (Ep. CVIII, 24); e siamo trascinati, volenti o nolenti, con le nostre illusioni, verso la morte, che, in tanta incertezza, \u00e8 l&#8217;unica cosa certa. La sorte umana \u00e8 mutevole: &quot;iactantur cuncta et in contrarium transeunt iubente fortuna&quot; (Ep. XCIX, 9); nulla ci \u00e8 promesso, su xcui possiamo fare sicuro assegnamento; intorno alla nostra vita strepitano infinite minacce, d&#8217;ogni specie (cfr. De Vit. Beat., XI, 1); e se l&#8217;uomo la confronta con l&#8217;eterno, quanto essa risulta breve! &quot;Hoc quod aetatem vocamus humanam compara immenso: vide bis quam exiguum sit quod optamus, quod extendimus&quot; (Ep. XCIX, 10). Ora, l&#8217;uomo, come si comporta in tale situazione? Vive, come se dovesse vivere eternamente, sempre proteso verso il futuro: &quot;in spem toti prominent&quot; (De tranq. an., II, 7); e perci\u00f2 propriamente no vive, ma, come dir\u00e0 Pascal, spera di vivere (Pens\u00e9es, XXIV), e tra la speranza e il timore sempre ondeggia; una sventura lo coglie e si accascia perch\u00e9 non aveva mai pensato che gli potesse capitare una simile cosa; gli tocca morire: ma non sa, come dovrebbe, &quot;uscire&quot; dalla vita, &quot;ne \u00e8 strappato&quot; (De brev. Vit., XI, 1), \u00e8 aggredito dalla morte. Bisognerebbe che egli si preoccupasse di conoscere pi\u00f9 a fondo se stesso, il significato della sua presenza nel mondo, la via vera che conduce alla felicit\u00e0 cui anela; ed invece si agita continuamente, spinto dalla brama di potere o di ricchezza o di prestigio, dall&#8217;ambizione e dalla cupidigia, senza trovare mai pace; e, insaziato ed insaziabile, \u00e8 assalito dal disgusto di s\u00e9, &quot;displicentia sui &quot; (De tranq. an., II, 7) dal &quot;taedium&quot;, se gli succede di trovarsi solo con se stesso; e si mete a viaggiare per stordirsi, cerca le contrade pi\u00f9 diverse per paesaggio, passa da un luogo all&#8217;altro, dalla molle Campania all&#8217;aspra Lucania; ma invano: non riesce in alcun modo a placare l&#8217;affanno che lo rode; e non s&#8217;avvede che il male che lo travaglia \u00e8 dentro di lui, anzi \u00e8 lui stesso il suo vero nemico, con le passioni sempre deste che lo dilaniano. \u00c8 incostante, non \u00e8 capace di dare alla sua vita unit\u00e0 d&#8217;indirizzo, &quot;unum hominem agere&quot; (Ep. CXX, 22), ma muta continuamente proposito; si lascia condurre dalla massa, senza badare dove essa lo porta; non si cura di ci\u00f2 che si deve fare, ma di ci\u00f2 che i pi\u00f9 fanno; giudica gli altri felici od infelici secondo le apparenze pi\u00f9 illusorie; cede all&#8217;adulazione, non curandosi di &quot;essere&quot;, ma di &quot;sembrare&quot;; \u00e8 servo del denaro, e facilmente cade in colpe d&#8217;ogni specie, froda, tuba; \u00e8 onesto, disonesto, secondo l&#8217;opportunit\u00e0 e la convenienza, e sul momento \u00e8 contento di essere riuscito a frodare, a rubare sfuggendo alle pene inflitte dalla legge; ma tosto la &quot;conscientia&quot; lo tormenta, perch\u00e9 la punizione di un delitto sta nell&#8217;averlo commesso, &quot;quoniam sceleris in scelere supplicium est&quot; (Ep., XCVII, 14).<\/p>\n<p>Questa \u00e8 la condizione degli uomini non ammaestrati dalla filosofia, in cui non \u00e8 penetrata la saggezza; ed i grandi, i conquistatori, che sono oggetto di particolare ammirazione da parte degli uomini comuni, come si devono giudicare? Alessandro, Pompeo, Cesare? Essi obbedivano ciecamente all&#8217;impulso irrefrenabile della loro sete di potenza; e perci\u00f2 non sono da considerare dei vincitori, ma dei vinti: tunc cum agere visi sunt alios, agebantur&quot; (Ep. XCIV, 61); e, pur affannandosi notte e giorno nello sconfiggere un esercito dopo l&#8217;altro, nel conquistare un paese dopo l&#8217;altro, non sono riusciti che a disseminare la terra di rovine e di stragi, sempre inquieti, sempre infelici: &quot;non est quod credas quemquam fieri aliena infelicitate felicem&quot;.<\/p>\n<p>Ecco come Seneca vede gli uomini del suo tempo, gli uomini, potremmo dire, di ogni tempo; toglie loro ogni velo: essi sono creature deboli, ignare, vittime di continue, tenaci, invincibili illusioni, dovute agli impulsi irrazionali, da cui si lasciano dominare. Quale sar\u00e0 la via della salvezza? Come l&#8217;uomo potr\u00e0 dimostrarsi veramente uomo, raggiungere la felicit\u00e0 cui tende per natura? Esiste una sola via, ed \u00e8 quella che si percorre raffrenando le passioni sconvolgenti, portando ordine nel proprio animo mediante la ragione, la quale \u00e8 il principio divino che ci caratterizza: &quot;rationale animal es. Quod ergo in te bonum est? Perfecta ratio&quot; (Ep. CXXIV, 23). Questo \u00e8 il motivo fondamentale cui s&#8217;ispira il pensiero morale di Seneca, questa \u00e8 la sua convinzione pi\u00f9 profonda e salda, radicata in una viva, sofferta esperienza: la &quot;perfecta ratio&quot;, per\u00f2, costituisce un ideale, cui l&#8217;uomo deve sempre mirare, pur sapendo di non poterlo mai attuare appieno; e Seneca stesso \u00e8 consapevole, dolorosamente consapevole, della distanza che separa la sua condotta dalla dottrina insegnata: &quot;non perveni ad sanitatem, ne perveniam quidem&quot; (De vit. Beat., XVII, 4).<\/p>\n<p>Non sono le cose esterne che rendono l&#8217;uomo felice od infelice; la felicit\u00e0 dipende dall&#8217;animo, dal modo con cui uno sa comportarsi di fronte alle varie situazioni. L&#8217;uomo cerca di prolungare al massimo a vita, la quale di per s\u00e9 non \u00e8 n\u00e9 un bene n\u00e9 un male, ma un rischio, &quot;boni ac mali locus est&quot; (Ep. XCIX, 12); e vale non gi\u00e0 per la maggiore o minore durata, ma per l&#8217;impegno con cui no sa viverla, attuando appieno se stesso: non bisogna curarsi di vivere a lungo, ma di vivere bene; il vivere a lungo \u00e8 opera del destino, il vivere bene dell&#8217;animo: &quot;non ut diu vivamus curandum est sed ut satis: nam ut diu vivas, fato opus est, ut satis, animo&quot; (Ep. XCIII, 2, 7); non importa il luogo in cui uno abita, ma l&#8217;animo con cui uno in qualsiasi luogo si trova: &quot;magis quis veneris quam quo interest&quot; (Ep. XXVIII, 4); non importa quel che sopporti, ma come sai sopportarlo: &quot;non quid, sed quemadmodum feras interest&quot; (De prov. II, 4); non importa, di per s\u00e9, la causa pi\u00f9 o meno grave, che determina una passione, ma l&#8217;animo che la accoglie: &quot;nec interest ex quam magna causa nascatur [adfectus], sed in qualem perveniat animum&quot; (Ep. XVIII, 15); non importa la ricchezza, il potere, che non sono mai bastevoli: sotto le pi\u00f9 squallide spoglie pu\u00f2 trovarsi la grandezza, la vera grandezza, bellezza morale (Ep., CXV, 7); da un misero cantuccio uno pu\u00f2 innalzarsi al cielo, &quot;subsilire in caelum ex angulo licet&quot; (Ep. XXXI, 11), anche se non \u00e8 cavaliere romano, ma umile liberto o servo, il quale riesca a trarre il suo bene dall&#8217;intimo, ad essere veramente padrone di se stesso. [&#8230;]<\/p>\n<p>Ma non basta che l&#8217;uomo riesca a vincere le passioni, a sottrarsi alla loro servit\u00f9, non basta che sia temperante, imperturbabile, questo \u00e8 solo il primo passo: la meta cui egli deve tendere \u00e8 la conoscenza del divino, del quale la sua ragione \u00e8 partecipe; e la divinit\u00e0 si manifesta particolarmente nell&#8217;ordine meraviglioso dell&#8217;universo infinito, nell&#8217;armonia degli astri; Seneca, esule in Corsica, si sente, almeno in alcuni momenti, sereno e felice, vince il suo abbattimento, in quanto s&#8217;immerge nella contemplazione estatica del cielo stellato, s&#8217;immedesima in esso [&#8230;] Perci\u00f2 lo studio della natura, l&#8217;&quot;inspectio rerum naturae&quot; che per il filosofo ha un carattere sacro, non \u00e8 oggetto di pura curiosit\u00e0 intellettuale, non \u00e8 considerato sotto l&#8217;aspetto dell&#8217;utile, ma \u00e8 del tutto disinteressato: &quot;nec mercede sed miraculo rei colitur&quot;(Nat. quaest. VI, 4, 2), non lo si coltiva per il vantaggio che se ne pu\u00f2 ricavare, ma per il senso di stupefatta meraviglia che la natura suscita in noi (Einstein dir\u00e0 che chi non \u00e8 in grado di provare n\u00e9 stupore n\u00e9 sorpresa \u00e8 per cos\u00ec dire morto; i suoi occhi sono spenti (Einstein, &quot;Come io vedo il mondo&quot;, trad. it. di R. Valori, pp. 39-40).\u00bb<\/p>\n<p>Il quadro delineato da Boella ci aiuta ad entrare nel merito della seconda questione che ci eravamo posta, ossia quella di una convergenza, esplicita o implicita, del pensiero morale di Seneca con quello cristiano.<\/p>\n<p>Il tema del prepararsi ad uscire dignitosamente dalla vita \u00e8 tipicamente stoico; Seneca afferma che \u00e8 giusto e nobile privarsene, quando non sia pi\u00f9 possibile condurla decorosamente (cita con ammirazione un gladiatore che si suicida prima dello spettacolo, lasciando il pubblico deluso): tesi che piace, \u00e8 ovvio, alla moderna cultura liberal-radicale, ma che, evidentemente, fa a pugni con l&#8217;etica cristiana, perch\u00e9, nella concezione cristiana, la vita \u00e8 un dono di Dio e non sta all&#8217;uomo rifiutarla.<\/p>\n<p>Ma la vita, per Seneca, non \u00e8 un dono divino: egli dice esplicitamente che essa non \u00e8 n\u00e9 un bene n\u00e9 un male, ma che pu\u00f2 rivelarsi l&#8217;una o l&#8217;altra cosa, a seconda di come venga vissuta: il che equivale a negare che essa sia un valore in se stessa e ad affermare che possieda &#8211; piuttosto &#8211; un valore, in ragione della sua qualit\u00e0 morale.<\/p>\n<p>Siamo lontanissimi, come si vede, dalla concezione cristiana, che considera sacra la vita umana in virt\u00f9 dell&#8217;anima immortale che Dio vi ha infuso, indipendentemente dall&#8217;uso che, poi, ciascun uomo far\u00e0 del proprio libero arbitrio.<\/p>\n<p>Un&#8217;altra differenza sostanziale \u00e8 che, per Seneca, l&#8217;uomo deve sforzarsi di viverre una vita degna alla luce della ragione: \u00e8 mediante la ragione che egli pu\u00f2 dominare le passioni; e lo deve fare per una esigenza interiore che ricorda pi\u00f9 l&#8217;imperativo categorico kantiano, il famoso \u00abtu devi\u00bb, che non per un bisogno dell&#8217;anima di tornare alla sua fonte, cio\u00e8 a Dio, amandolo sempre e uniformandosi in tutto alla sua volont\u00e0.<\/p>\n<p>La simpatia, la benevolenza, la solidariet\u00e0 e la compassione verso gli altri uomini hanno questa origine, per cos\u00ec dire, razionalista, che \u00e8 tipicamente greca; anche quando predica il bene, la virt\u00f9, lo slancio dell&#8217;anima verso una vita realmente degna, lo fa perch\u00e9 ritiene, con Aristotele, che il tratto specifico della condizione umana sia la ragione, non per un bisogno autonomo del cuore e meno ancora per assecondare un comandamento divino basato sull&#8217;amore.<\/p>\n<p>Certo, Seneca afferma che la ricerca e la pratica della virt\u00f9, della vita affrancata dalla schiavit\u00f9 delle passioni, culmina nella contemplazione dell&#8217;armonia cosmica, ammirevole riflesso dell&#8217;infinita sapienza divina; la divinit\u00e0 che egli venera, tuttavia, non si mette affatto in una relazione personale con l&#8217;uomo, ci\u00f2 che \u00e8 il nucleo essenziale ed originale del cristianesimo: presiede al movimento degli astri e vigila sul grandioso spettacolo della natura.<\/p>\n<p>Come il Grande Architetto dell&#8217;universo dei deisti nel XVIII secolo, il Dio degli stoici non sembra curarsi un gran che del destino delle sue creature: ispira gli uomini, ma non si manifesta loro; li sostiene mediante la Provvidenza, ma si tratta di una Provvidenza alquanto distaccata, che vigila affinch\u00e9 il mondo si regga in perfetto equilibrio e, in definitiva, coincide con la necessit\u00e0: non ha assolutamente niente a che vedere con il concetto cristiano della provvidenza, ossia con l&#8217;idea di una presenza amorevole, costante, personale di Dio nella vita delle sue creature.<\/p>\n<p>La divinit\u00e0, nella concezione di Seneca, ha un carattere di sovrano distacco, di sovrana lontananza: non si capisce bene che ci stia a fare e se sia realmente un principio distinto dalla natura medesima; certo \u00e8 che gli uomini, nella loro vita, se la devono sbrigare da soli, non devono aspettarsi nulla, devono assumersi tutta intera la responsabilit\u00e0 di come condurre la loro vita e anche eventualmente, di decidere se non sia giunto il momento di por fine ad essa.<\/p>\n<p>S\u00ec, \u00e8 vero: l&#8217;estatica contemplazione dell&#8217;armonia cosmica, in Seneca, ha un carattere totalmente disinteressato, che la differenzia nettamente e irrevocabilmente da tutte le visioni utilitaristiche, proprie della modernit\u00e0; in particolare, da quella visione scientifica del mondo, che fu teorizzata da Francis Bacon con il celebre motto: \u00absapere \u00e8 potere\u00bb; ma questo non basta a farne realmente uno spirito moderno e neppure uno spirito religioso nel senso cristiano del termine: perch\u00e9 la fraternit\u00e0 umana che egli invoca si inscrive entro un orizzonte che \u00e9 tutto terreno ed immanente.<\/p>\n<p>Ed eccoci al punto relativo alla pretesa &quot;modernit\u00e0&quot; di Seneca.<\/p>\n<p>Seneca \u00e8 moderno nel senso in cui si pu\u00f2 dire che lo sia anche Petrarca: \u00e8 un uomo inquieto, lacerato fra spinte contrastanti, conscio della sua debolezza, fiacco nella volont\u00e0, e tuttavia sinceramente proteso verso l&#8217;affermazione della sua parte spirituale; \u00e8 anche un uomo profondamente introspettivo, incurante delle mode (almeno in teoria), tutto concentrato sul proprio mondo interiore, anche se non alieno da una certa tendenza all&#8217;esibizionismo o, almeno, a posare con gli altri e con se stesso. Se &quot;moderna&quot; \u00e8 l&#8217;inquietudine; se lo sono l&#8217;acuta sensibilit\u00e0, lo slancio verso l&#8217;assoluto, ma anche la tendenza ad immanentizzarlo, a risolverlo nella dialettica interiore; se lo \u00e8 la contraddittoriet\u00e0 della coscienza, presa fra opposti richiami: allora Seneca \u00e8 moderno.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Grande \u00e8 stata la fortuna di Seneca, come filosofo, per la suggestione del suo discorso sull&#8217;uomo, sulla sua miseria e sulla sua grandezza; sui temi del<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30154,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[36],"tags":[141,189,221,223],"class_list":["post-28760","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-etica","tag-filosofia","tag-lucio-anneo-seneca","tag-platone","tag-plotino"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-etica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28760","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28760"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28760\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30154"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28760"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28760"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28760"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}