{"id":28726,"date":"2022-06-29T10:16:00","date_gmt":"2022-06-29T10:16:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/06\/29\/e-esistita-una-cultura-fascista\/"},"modified":"2022-06-29T10:16:00","modified_gmt":"2022-06-29T10:16:00","slug":"e-esistita-una-cultura-fascista","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/06\/29\/e-esistita-una-cultura-fascista\/","title":{"rendered":"\u00c8 esistita una cultura fascista?"},"content":{"rendered":"<p>Quale giudizio \u00e8 stato formulato dalla cultura dominane dal 1945 in poi sul rapporto tra fascismo e cultura? Essa ammette che il fascismo espresse una propria tendenza culturale, anzi tutta una serie di tendenze cultuali molto diversificate e perfino contrapposte (modernismo contro ruralismo, rivoluzionarismo contro conservatorismo, ecc.) e, se s\u00ec, quale peso le assegna nel complesso della vita nazionale, quali radici sociali ne individua, e quali prospettive delinea per essa, anche dopo la caduta del fascismo stesso? Oppure nega puramente e semplicemente che il fascismo abbia espresso una sua cultura, e sostiene che esso si limit\u00f2 a sfruttare, reprimere o strumentalizzare la cultura italiana fra le due guerre mondiali, cercando in essa, opportunisticamente, un valido appoggio e una mediazione nei confronti delle masse? In altre parole, condivide il giudizio di Croce e del liberalismo secondo il quale il fascismo &#8212; e perci\u00f2, di riflesso, la cultura fascista, se mai vi fu qualcosa del genere &#8211; fu simile all&#8217;invasione degli Hyksos, una malattia, un corpo estraneo nella vicenda storica italiana, oppure l&#8217;interpretazione marxiana, secondo la quale esso fu soltanto il bastone di cui si servirono gli agrari e gli industriali del Nord per reprimere il socialismo e scongiurare la rivoluzione bolscevica mediante &#8212; come la chiamava l&#8217;anarchico Luigi Fabbri &#8211; una <em>controrivoluzione preventiva<\/em>?<\/p>\n<p>Di fatto, la cultura dominante in Italia da oltre settant&#8217;anni, la cultura dei vincitori, democraticista e antifascista, oscilla fra queste tendenze, ma non si spinge oltre. Quasi nessuno storico o critico letterario di formazione accademica arriva a formulare in maniera esplicita il giudizio opposto, ossia che non solo c&#8217;\u00e8 stata una cultura specificamente fascista, ma che essa ha investito tutti gli ambiti possibili e che in alcuni di essi (Piacentini nell&#8217;architettura, Sironi nella pittura, Marinetti nella poesia, per esempio) raggiunse risultati validissimi e perfino di eccellenza, tanto che dopo di essa i suoi risultati sono stati bens\u00ec ripresi e approfonditi, ma non sostanzialmente superati, e ci\u00f2 vale anche per il giornalismo e per il tanto decantato neorealismo cinematografico, che effettivamente mosse i primi passi all&#8217;ombra del Fascio littorio. E che dire di Giovanni Gentile nell&#8217;ambito della filosofia e in quello, non meno importante, della politica scolastica? O del suo ruolo nella concezione e nella realizzazione di un&#8217;opera prestigiosa e per ceti aspetti insuperata, come l&#8217;Enciclopedia Italia: un&#8217;opera cos\u00ec vasta, cos\u00ec ben fatta, cos\u00ec chiara e precisa, cos\u00ec esaustiva in taluni ambito disciplinari, impegnata e comunque valida in tutti, della quale nessun&#8217;altra nazione europea, e neppure gli Stati Uniti, hanno conosciuto l&#8217;eguale? Oppure che dire degli studi antropologici di Renato Biasutti, di quelli geografici di Giotto Dainelli, di quelli orientalistica di Giuseppe Tucci, dell&#8217;archeologo Roberto Paribeni, del filologo Goffredo Coppola e di un poeta come Giuseppe Ungaretti?<\/p>\n<p>Vediamo cosa ne pensano gli autori di un noto testo di storia della letteratura per i licei, <em>La scrittura e l&#8217;interpretazione<\/em> (G. B. Palumbo Editore, 2007, tomo III, pp. 18, 57-58):<\/p>\n<p><em>\u00c8 ESISTITA UNA CULTURA FASCISTA? IL CONFLITTO DELLE INTERPRETAZIONI<\/em><\/p>\n<p><em>Secondo la tradizione dell&#8217;idealismo, da Benedetto Croce a Norberto Bobbio, non \u00e8 esistita una cultura fascista. Il fascismo sarebbe eminentemente una manifestazione di ignoranza, grossolanit\u00e0, volgarit\u00e0, e non sarebbe riuscito mai a darsi un&#8217;ideologia organica e coerente, limitandosi a unire ecletticamente istanze idealistiche (quelle del filosofo Gentile), teorie di derivazione nazionalistica e imperialistica filtrate attraverso la filosofia nietzschiana (certamente attiva in Mussolini) e la mitologia dannunziana, influenze cattoliche (particolarmente forti dopo l&#8217;approvazione dei &quot;Patti Lateranensi&quot;). Dietro la posizione di Bobbio, volta a negare l&#8217;esistenza di una cultura fascista, si intravedere il mito liberale di una cultura incontaminata perch\u00e9, in quanto tale, intrinsecamente antifascista o, almeno, afascista. \u00c8 stato obbiettato (per esempio, dallo storico Tranfaglia) che in realt\u00e0 la cultura sub\u00ec l&#8217;influenza ideologica del fascismo, in due modi: o accettandone l&#8217;ambito problematico (soprattutto sui temi del ruralismo e della modernizzazione e del corporativismo) o evadendone attraverso l&#8217;isolamento e una separatezza che in realt\u00e0 erano per\u00f2 previsti e teorizzati dai dirigenti pi\u00f9 duttili della politica culturale fascista (come Bottai). La cultura ha avuto, insomma, la sua parte di responsabilit\u00e0 nell&#8217;affermazione e nel consolidamento del fascismo. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>LA CRISI DELLA POLITICA CULTURALE DEL FASCISMO DOPO IL 1936 E IL RUOLO DI &quot;PRIMATO&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>Dopo il 1936 i &quot;letterati-ideologi&quot; e i fascisti di sinistra entrano in crisi: da un lato la repressione del regime si fa pi\u00f9 dura e severa, dall&#8217;altro cadono le illusioni di un autonomo spazio di ricerca. I &quot;letterati-ideologi&quot; [in pratica, i fascisti di sinistra] sono perci\u00f2 costretti a diventare &quot;letterati-letterati&quot; [in pratica i solariani e gli ermetici] o a trovare le ragioni del loro impegno ideologico fuori dal fascismo e contro di esso.<\/em><\/p>\n<p><em>Questa situazione rappresenta una sconfitta per la politica culturale avviata da Bottai (ministro della cultura, a partire dal 1936). Per tentare una riconquista degli intellettuali non poteva ovviamente servire la rivista culturale del regime, &quot;La critica fascista&quot;. Bottai prepar\u00f2 quindi una nuova rivista, rivolgendosi sia ai &quot;letterati-ideologi&quot; dissidenti, sia ai &quot;letterati-letterati&quot;. Questa rivista \u00e8 &quot;Primato&quot; (1940-43), il cui primo numero usc\u00ec proprio nel momento dell&#8217;entrata in guerra dell&#8217;Italia (maggio 1940). Bottai abilmente vi proponeva il &quot;coraggio della concordia&quot;, cio\u00e8 l&#8217;unit\u00e0 degli intellettuali in nome della cultura e nell&#8217;&quot;interesse della Patria&quot; impegnata nel conflitto mondiale. Egli riconosceva cio\u00e8 i privilegi di casta degli intellettuali e prometteva loro un nuovo ruolo prestigioso proprio mentre tentava di reinserirli nei meccanismi del sistema fascista; ne esaltava lo &quot;spirito di corpo&quot; e la tradizionale missione di superiorit\u00e0 per farli &quot;funzionare&quot; nella macchina da guerra statale.<\/em><\/p>\n<p><em>Gli intellettuali risposero in massa: collaborarono a &quot;Primato&quot; non solo giovani accademici e saggisti legati a un gusto pi\u00f9 tradizionale, come Praz, Contini, Macchia, ma quasi tutti i protagonisti della cultura di sinistra nel dopoguerra: scrittori come Pratolini, Gatto, Pavese, critici e filosofi come Muscetta, della Volpe, Seroni, Alicata. Ma, per il regime, era troppo tardi. Il fallimento della politica fascista nella conduzione della guerra era ormai sotto gli occhi di tutti.<\/em><\/p>\n<p>La domanda iniziale: <em>\u00e8 esistita una cultura fascista?<\/em>, di per s\u00e9 assurda, ha tuttavia qualcosa di promettente, visto che da settanta anni si fa finta che non sia necessario porsela e meno ancora rispondere, perch\u00e9 la risposta \u00e8 intuitiva e cio\u00e8 no, quella barbarie assoluta che \u00e8 stato il fascismo non avrebbe mai potuto, in alcun caso, produrre cultura. Perci\u00f2, il fatto di porre la domanda lascia sperare qualcosa: che si sia disposti a considerare seriamente una tale possibilit\u00e0, fino ad ora esclusa <em>a priori<\/em> perch\u00e9 considerata dai vigili custodi della cultura oggi dominante come una forma di revisionismo, o peggio. Ma poi ci si rende conto che \u00e8 stata formulata solo per dare una certa impressione di apertura e oggettivit\u00e0 di giudizio, mentre la conclusione \u00e8 sempre nel solco del politicamente corretto: il fascismo non ha avuto una <em>sua<\/em> cultura, in compenso ha cercato di asservire <em>la<\/em> cultura. Cio\u00e8 si gioca sui due significarti della parola: cultura come fatto antropologico e sociale, nel senso che tutte le epoche storiche hanno una loro cultura; e cultura come fenomeno &quot;alto&quot; della vita sociale, qualcosa che trascende le miserie della contingenza, politica compresa (a meno che si tratti di suonare il piffero per il comunismo e per tutte le altre ideologie rivoluzionarie e progressiste, nel qual caso la cultura non solo \u00e8 scusata, ma anzi \u00e8 invitata a dire la sua, a schierarsi e a farsi strumento di propaganda. In questo senso<em>, Guernica<\/em> di Picasso \u00e8, oltre che un&#8217;opera d&#8217;arte (?), una manifestazione di vera cultura, perch\u00e9 denuncia la crudelt\u00e0 del nazismo e suona la squilla per le forze democratiche e antifasciste; ma il <em>Duce<\/em> di Gerardo Dottori non \u00e8 che espressione della rozzezza della non-arte e della incultura fascista.<\/p>\n<p>Dunque, dopo aver sottinteso che la cultura &quot;vera&quot; \u00e8 quella politicamente corretta, cio\u00e8 democratica e antifascista, e quindi aver posto le premesse per l&#8217;inevitabile conclusione, cio\u00e8 che la cultura fascista non pu\u00f2, per definizione, essere esistita, ma che il fascismo, come un organismo parassita, ha sfruttato (e addomesticato) la cultura esistente, si passa ad esaminare la posizione degli intellettuali italiani che aderirono massicciamente alla &quot;proposta&quot; rappresentata da <em>Primato<\/em> e poi si fa la constatazione che, per l&#8217;andamento sfavorevole della guerra, gli intellettuali rimasero delusi e si volsero altrove: ad esempio, a guerra finita, verso il comunismo. E non si vede che, se questa analisi \u00e8 esatta, essa dimostra il contrario di quel che si vorrebbe far apparire: cio\u00e8 che il problema non fu il fascismo, ma l&#8217;inguaribile, inestirpabile opportunismo degli intellettuali italiani, i quali credono in una causa, e sono disposti a seguirla, fino a quando le prospettive sono favorevoli, non solo sul piano generale, ma anche per la loro riverita carriera personale ed i loro personali vantaggi, economici e di prestigio; altrimenti sono pronti ad affossare quello stesso potere che fino al giorno prima avevano celebrato ed esaltato con pifferi e tamburi. Il che \u00e8 vero alle lettera: tutti fascisti fino al 24 luglio del 1943, tutti antifascisti dal 25 luglio.<\/p>\n<p>L&#8217;ultimo periodo \u00e8 quasi un capolavoro di autoironia involontaria. Dapprima, l&#8217;ammissione che gli intellettuali italiani, davanti al ghiotto invito di <em>Primato<\/em> per la loro carriera e la loro personale vanit\u00e0, <em>risposero in massa: dunque, anche quelli di loro che poi aderirono, altrettanto in massa, al P.C.I., no<\/em>n provavano alcun senso di ripulsa per il fascismo, beninteso fino a quando il fascismo aveva delle possibilit\u00e0 di reggere alla prova della Seconda guerra mondiale; e poi la constatazione, vergognosa non per il fascismo, ma per essi, che l&#8217;andamento sfavorevole delle vicende belliche oper\u00f2 su di loro la prodigiosa conversione antifascista, democratica e resistenziale. <em>Collaborarono a &quot;Primato&quot; non solo giovani accademici e saggisti legati a un gusto pi\u00f9 tradizionale, come Praz, Contini, Macchia, ma quasi tutti i protagonisti della cultura di sinistra nel dopoguerra: scrittori come Pratolini, Gatto, Pavese, critici e filosofi come Muscetta, della Volpe, Seroni, Alicata.<\/em> Che bei nomi, che bell&#8217;elenco. Tutti pronti ad affiancare il fascismo, dunque finch\u00e9 esso aveva delle carte in mano abbastanza buone; ma poi, che disastro!, le cose volsero al peggio. Infatti, osservano giudiziosamente gli Autori sopra citati, ormai <em>per il regime, era troppo tardi. Il fallimento della politica fascista nella conduzione della guerra era ormai sotto gli occhi di tutti.<\/em> Era troppo tardi per il regime; non per la sagra dei voltagabbana: no, per costoro c&#8217;erano ancora margini di recupero, semplicemente saltando a pie&#8217; pari sull&#8217;altra barricata, o, come si dice volgarmente, sul carro dei vincitori. Potevano farlo e lo fecero: mentre il regime, vale a dire gli uomini pi\u00f9 compromessi, ma soprattutto i pi\u00f9 coerenti, quelli che non vollero fare il salto della quaglia ma restare al loro posto, pur coscienti della fine che inesorabilmente s&#8217;avvicinava, i vari Gentile, Coppola, Pavolini, Preziosi, ecc. (ne citiamo solo alcuni e alla rinfusa, scegliendoli volutamente in ambiti diversi e di differente statura intellettuale), andarono incontro a una tragica resa dei conti, la sorte dei vinti che non sono disposti a vendesi o a piegarsi.<\/p>\n<p>Tutto l&#8217;andamento del ragionamento ha peraltro qualcosa d&#8217;ironico e quasi di beffardo; come se si dicesse: peccato, se il fascismo avesse vinto la guerra tutti questi magnifici intellettuali che avevano aderito al <em>Primat<\/em>o avrebbero anche potuto restare a bordo; ma poich\u00e9 la perse, cosa volete, si affrettarono a lanciarsi l&#8217;un l&#8217;altro l&#8217;inevitabile <em>si salvi chi pu\u00f2<\/em> e a calarsi nelle scialuppe. <em>C&#8217;est la vie<\/em>. Il che ci riporta al discorso precedente: a chiederci non che cosa non abbia funzionato nel fascismo al puto da perdere cos\u00ec malamente la guerra, ma che cosa non abbia funzionato e non funzioni nel popolo italiano, il quale ogni volta che le cose si mettono male, preferisce scatenarsi nella guerra civile piuttosto che far fronte comune contro il pericolo. Una debolezza del senso dello Stato, evidentemente, e quindi della coscienza nazionale: proprio ci\u00f2 su cui Mussolini aveva speso le sue energie nel tentativo di recuperare il ritardo storico, l&#8217;unit\u00e0 nazionale fatta solo nel 1860 dopo secoli di divisioni. Unit\u00e0, per giunta, fatta senza la maggioranza del popolo e perfino contro di essa, cio\u00e8, massoni contro cattolici. Chiaro che l&#8217;Italia, pur avendo raggiunto sulla carta lo <em>status<\/em> di grande potenza (firma del Patto Tripartito con Germania e Giappone, 27 settembre 1940) seguitava a essere un vaso di coccio fra vasi di ferro; e non era solo questione di ritardo industriale ma proprio di struttura morale della nazione. Lo si vide quando arrivarono i &quot;liberatori&quot; e vennero accolti con scene di festa e di tripudio: ma se la guerra fosse finita in altro modo, quelle feste sarebbero state celebrate per gioire della loro sconfitta. Questa \u00e8 la realt\u00e0, che piaccia o no. Mussolini a Piazzale Loreto fu il capro espiatorio sul quale sfogare la gioia feroce di un popolo imbelle e opportunista, che plaude sempre il vincitore e maledice il vinto: specie se questo, per un attimo, lo ha fatto sognare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quale giudizio \u00e8 stato formulato dalla cultura dominane dal 1945 in poi sul rapporto tra fascismo e cultura? 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