{"id":28699,"date":"2017-10-31T12:23:00","date_gmt":"2017-10-31T12:23:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/10\/31\/se-luomo-perde-il-tragico-si-vota-alla-disperazione\/"},"modified":"2017-10-31T12:23:00","modified_gmt":"2017-10-31T12:23:00","slug":"se-luomo-perde-il-tragico-si-vota-alla-disperazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/10\/31\/se-luomo-perde-il-tragico-si-vota-alla-disperazione\/","title":{"rendered":"Se l&#8217;uomo perde il tragico si vota alla disperazione"},"content":{"rendered":"<p>Kierkegaard: una mente veramente superiore. Non si finisce, leggendolo e rileggendolo, di ammirare la sua intelligenza poderosa, la sua vastit\u00e0 di orizzonti, la sua audacia speculativa. E mentre lui consumava la vita nella provinciale <em>cittaduzza<\/em>, lass\u00f9, poco conosciuto e poco apprezzato perfino nella sua Danimarca, anzi, addirittura osteggiato e dileggiato sui giornali satirici, dato in pasto all&#8217;opinione pubblica come un originale, presuntuoso e un po&#8217; svitato, a Berlino, capitale filosofica dell&#8217;Europa, il ciarlatano Hegel teneva le sue affollatissime e applauditissime lezioni, discutibile maestro di una intera generazione, e spargeva dappertutto i semi pestilenziali del suo delirio idealista, i cui pessimi frutti &#8212; in Feuerbach e poi in Marx, per esempio &#8212; non avrebbero tardato a oscurare il gi\u00e0 tetro cielo della civilt\u00e0 moderna, affrettando la sua discesa nel vortice dell&#8217;auto-dissoluzione.<\/p>\n<p>Uno dei punti pi\u00f9 interessanti della sua lucida analisi della crisi dell&#8217;uomo moderno \u00e8 trattato in <em>Aut-Aut<\/em> e riguarda la perdita del senso del tragico e, per contro, l&#8217;irruzione della disperazione nella vita delle singole persone. Il tragico antico consisteva nel senso del destino e della sofferenza, mentre l&#8217;essenza vera della tragedia moderna risiede in <em>un intimo contrasto fra determinazione e libert\u00e0: determinazione dell&#8217;essere nostro relativo, libert\u00e0, quale rassegnazione al proprio stato<\/em> (Andrea Mario Moschetti, <em>L&#8217;unit\u00e0 come categoria<\/em>; vol. II, <em>Situazione e storia<\/em>, Milano, Marzorati Editore, p. 79). Ed ecco il passaggio-chiave del ragionamento di Kierkegaard sull&#8217;evoluzione dal tragico antico al tragico moderno (da: S. Kierkegaard, <em>Aut-Aut<\/em>, in <em>Samlede Vaerker<\/em>, I, Copenaghen 1920, parte I, 3; traduzione di Cornelio Fabro, nella sua <em>Antologia kierkegaardiana<\/em>, Torino, Societ\u00e0 Editrice Internazionale, 1952, pp. 5-6, ristampato con il titolo: <em>Il problema della fede<\/em>, Brescia, La Scuola, 1978):<\/p>\n<p><em>Oggi [&#8230;] si considera l&#8217;individuo responsabile senz&#8217;altro della sua vita. Allora se l&#8217;individuo si perde, non si \u00e8 pi\u00f9 nella sfera del tragico ma del male. Bisognerebbe credere che la generazione, alla quale anch&#8217;io ho l&#8217;onore di appartenere, sia un&#8217;accolta di dei. E tuttavia le cose non stanno cos\u00ec; quella pienezza di forze, quel coraggio che vuol essere l&#8217;artefice della propria felicit\u00e0, \u00e8 un&#8217;illusione, e mentre il nostro tempo perde il tragico, guadagna la disperazione. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Per originale che possa essere ciascun individuo, egli \u00e8 comunque figlio di Dio del tempo, del suo popolo, della sua famiglia, dei suoi amici: \u00e8 qui solamente ch&#8217;egli ha la sua verit\u00e0 e se in tutta questa relativit\u00e0 egli vuol essere l&#8217;assoluto, diventa ridicolo. [&#8230;] L&#8217;individuo svincolato dal seno materno del suo tempo, e ci\u00f2 non senza difficolt\u00e0, vuol esser assoluto in questa immensa relativit\u00e0. Se invece abbandona questa pretesa e si rassegna ad essere relativo, ecco che &quot;eo ipso&quot; egli possiede il tragico; anche se fosse l&#8217;individuo pi\u00f9 felice, io direi ch&#8217;egli \u00e8 felice quando ha in s\u00e9 il tragico. Il tragico ha n s\u00e9 una mitezza infinita.<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;uomo moderno \u00e8 caratterizzato da una falsa idea che ha elaborato di s\u00e9 stesso: quello di una completezza, di una coesione, di una stabilit\u00e0, di una assolutezza, ch&#8217;egli \u00e8 ben lungi dal possedere o dall&#8217;aver mai posseduto; men che meno nel contesto della civilt\u00e0 moderna, la quale nasce appunto da una rivolta deliberata contro la Tradizione. Ora, l&#8217;uomo moderno che si gonfia d&#8217;orgoglio, che s&#8217;inebria della sua intelligenza e della sua scienza, che va in delirio davanti alle meraviglie del progresso, \u00e8 quello stesso che vorrebbe farsi il dio di se medesimo e che, in tal modo, si spoglia, ma solo illusoriamente, della propria finitezza, della propria limitatezza, della propria relativit\u00e0; che si scorda, per cos\u00ec dire, d&#8217;essere sempre <em>in situazione<\/em>, ossia determinato, in maggiore o minor misura, da tutta una serie di circostanze, oltre che dalla propria condizione fondamentale di creatura, vale a dire di ente di secondo grado, che deve il proprio esistere ad altro da s\u00e9.<\/p>\n<p>Questa \u00e8 la contraddizione, questo \u00e8 il vicolo cieco in cui la civilt\u00e0 moderna ha posto gli esseri umani, dal primo all&#8217;ultimo. Da un lato, essa ha proclamato che ciascuno di essi \u00e8 un piccolo dio, quanto meno \u00e8 il dio di se stesso; e dunque ciascuno ha il diritto, anzi, il dovere di prendere in mano la propria vita, di viverla sino in fondo, di non badare a niente e a nessuno sulla strada del proprio destino, che \u00e8 quello di <em>realizzarsi<\/em>, e, cos\u00ec, di essere felice; dall&#8217;altro, si \u00e8 caricato sulle spalle un fardello assolutamente sproporzionato, perfino grottesco, e non osa liberarsene, non osa gettar via neppure un po&#8217; di zavorra, perch\u00e9 glielo vieta il nuovo codice etico antropocentrico: ma come! Dopo aver combattuto per la libert\u00e0, gli uomini ne sarebbero gi\u00e0 stanchi? Non \u00e8 possibile. E allora, avanti, <em>marsch!,<\/em> bisogna far vedere a tutti che l&#8217;uomo moderno non scherza, che fa sul serio, che non per nulla ha spodestato, cacciato e assassinato il &quot;vecchio&quot; dio e si \u00e8 seduto sul suo trono: Caspita! Essere il dio di se stesso offre un meraviglioso senso d&#8217;onnipotenza, ma esige pure qualche assunzione di responsabilit\u00e0. Che poi si tratti di responsabilit\u00e0 immani, ciclopiche, immensamente superiori a ci\u00f2 che le fragili spalle di un essere umano possono ragionevolmente sopportare, ebbene, pazienza, bisogna pur saper fare qualche sacrificio, saper affrontare qualche scomodit\u00e0, quando la posta in gioco \u00e8 cos\u00ec grossa. Ma forse essa \u00e8, per l&#8217;appunto, <em>troppo<\/em> grossa; forse, se l&#8217;uomo moderno non si decider\u00e0 a confessare di aver voluto strafare, di aver preteso di rivestire uno statuto ontologico che non \u00e8 il suo, quello dell&#8217;ente che vuol farsi essere, del finito che vuol farsi infinito, non riuscir\u00e0 mai a saltar fiori dalla palude in cui s\u00ec \u00e8 ficcato.<\/p>\n<p>Intanto, sta gi\u00e0 pagando un prezzo salatissimo: l&#8217;angoscia, anticamera della disperazione. L&#8217;uomo moderno \u00e8 disperato, perch\u00e9 si sente preso in trappola: e il guaio \u00e8 che ha fatto tutto da solo, e che da lui, e solo da lui, dipende la possibilit\u00e0 di tirar fuori la testa dal cappio. Ma questa mossa egli non sembra disposto a farla: glielo impedisce un orgoglio diabolico, luciferino: sarebbe come ammettere d&#8217;aver sbagliato tutto, d&#8217;aver voluto vestire i panni del padrone, lui debole servo sciocco, povero burattino che ha preteso d&#8217;improvvisarsi burattinaio. Ma burattinaio di chi, di che cosa, se non ci sono altri burattini che lui e i suoi simili? Finch\u00e9 il destino e la sofferenza gli piovevano addosso dall&#8217;alto, incomprensibili, incontenibili, egli poteva rifugiarsi nella categoria del tragico: vi era della grandezza (e anche della dolcezza) nel suo soffrire, la grandezza della lotta generosa, ma inutile, contro forze possenti, che l&#8217;uomo non ha provocato in alcun modo, ma che si accaniscono, incomprensibilmente, malignamente, contro di lui. Ma da quando l&#8217;uomo, sulla spinta della modernit\u00e0, ha voluto cacciare dio dal proprio orizzonte, anche la categoria del tragico \u00e8 sfumata, si \u00e8 letteralmente dissolta, e a lui sono rimaste due sole alternative: o il comico, che si manifesta per la sproporzione fra la sua individualit\u00e0, la sua personalit\u00e0, la sua finitezza, e l&#8217;insieme del cosmo che lo circonda, del progresso, di tutto ci\u00f2 che va in una direzione diversa da quella che egli vorrebbe seguire &#8212; ed \u00e8 il caso, ad esempio, di don Chisciotte: il nuovo eroe moderno, protagonista del primo romanzo moderno della letteratura europea -, oppure gli resta da interpretare una nuova categoria del tragico, il tragico moderno, diverso dal tragico antico perch\u00e9 non \u00e8 il fato, non \u00e8 il destino ad accanirsi contro di lui, ma \u00e8 la sua stessa pretesa di essere dio, e quindi di godere di una libert\u00e0 assoluta, che lo espone ai contraccolpi dolorosi, incontrollabili, soverchianti, di una realt\u00e0 che \u00e8 comunque superiore alle sue forze, e davanti alla quale egli non pu\u00f2 che riuscire sconfitto, prostrato e umiliato. \u00c8 una categoria che si avvicina alla malinconia cronica e che prelude alla disperazione: e infatti l&#8217;uomo moderno appare pi\u00f9 angosciato e pi\u00f9 disperato di quanto lo siano stati i suoi predecessori. Prima di Cervantes e prima di Shakespeare, l&#8217;uomo appare comunque consapevole del suo limite ontologico: \u00e8 solo adesso, alla fine del Rinascimento, che filosofi come Francis Bacon teorizzano una signoria assoluta dell&#8217;uomo sul mondo, una manipolazione illimitata di tutte le specie viventi, e una scienza che sia posta al servizio della sua faustiana &quot;volont\u00e0 di potenza&quot;: <em>knowledge is power<\/em>, sapere \u00e8 potere. Ma c&#8217;\u00e8 un alto prezzo da pagare.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, l&#8217;uomo moderno ha sete, s\u00ec, di potere, ma non ha alcun desiderio di assumersene le relative responsabilit\u00e0. Il suo atteggiamento fondamentale, come notava con gustosa ironia sempre Kierkegaard, \u00e8 proprio quello di una fuga sistematica dalla responsabilit\u00e0. Egli vuole sempre nuovi diritti, rivendica spazi di libert\u00e0, anzi pretende addirittura una libert\u00e0 assoluta, cosa che lo pone nella situazione angosciosa di dover ringraziare solo se stesso se, poi, non riesce ad imprimere alla sua vita l&#8217;indirizzo &quot;giusto&quot;. Se l&#8217;uomo moderno si perde, come nota Kierkegaard, \u00e8 solo colpa sua: una volta teorizzato che non c&#8217;\u00e8 alcuna volont\u00e0 al di sopra della sua, come evitare di attribuire a s\u00e9 solo l&#8217;eventuale insuccesso? Ma \u00e8 proprio ci\u00f2 che egli non vuole, che egli fugge come la peste: il potere gli piace, e anche il potere assoluto gli piace, specialmente sugli altri, sulle cose, sugli animali e sui propri simili; ma le responsabilit\u00e0 che il potere comporta, no. La responsabilit\u00e0 di dover rispondere dell&#8217;uso che egli fa della sua immensa libert\u00e0, nemmeno. Come quel ministro di Francia che si dice disposto ad assumere l&#8217;incarico, a condizione di non doverne rispondere davanti ad alcuno: comodo, vero? Ma la realt\u00e0 \u00e8 che l&#8217;uomo moderno non si diverte affatto: per quanto cerchi di allontanare da s\u00e9 anche soltanto l&#8217;ombra di una responsabilit\u00e0, non gli riesce di liberarsi dall&#8217;angoscia e dalla disperazione di vedere che la sua vita procede verso il nulla, che egli non \u00e8 capace di fare di s\u00e9 il proprio dio, che deve assistere, impotente e amareggiato, ai propri fallimenti, i quali sfociano nel grande fallimento finale: la vecchiaia, la malattia e la morte. Ah, se solo la natura non fosse cos\u00ec indelicata da metterlo davanti alla debolezza della senilit\u00e0, al declino delle sue forze vitali, al triste ripiegarsi della sua stessa intelligenza. Se potesse cadere in battaglia, nel fiore degli anni, ancora bello e prestante, come gi eroi antichi: come un Ettore, che cade sotto le mura di Troia per difendere la sua patria, la sua famiglia e i suoi dei; o almeno come Saul, che si getta sulla propria spada nel pieno della battaglia, per non cadere, vivo, nelle mani dei nemici. E invece, no: gli tocca invecchiare in una casa di riposo e morire in una stanza d&#8217;ospedale, come un estraneo, pieno di rimpianti e di rimorsi, il primo dei quali \u00e8 di non essere stato al&#8217;altezza del compito sublime che si era assunto, con un tacito patto, al momento di entrare nel mondo. Di fatto, l&#8217;uomo moderno non ha scelto di essere dio: vi si trova costretto, perch\u00e9 tale \u00e8 la richiesta che gli viene fatta dal mondo intorno a lui. Non \u00e8 previsto che egli rifiuto; pu\u00f2 solamente accettare. Ma \u00e8 un patto sleale, che lo pone di fronte a compiti irrisolvibili, molto pi\u00f9 grandi lui: come potrebbe, limitato ed incerto com&#8217;\u00e8, recitare la parte di colui che si muove nell&#8217;assoluto, ed \u00e8 capace di decisioni assolute? All&#8217;uomo moderno, immerso nel flusso incessante del relativo, non si addicono che decisioni relative: cio\u00e8 piccole, modeste, titubanti, malferme; decisioni che egli per primo di riserva di mutare e annullare alla prima occasione, perch\u00e9, dopotutto, nessuno pu\u00f2 sapere cosa porter\u00e0 il domani. Certo, un dio lo saprebbe: ma l&#8217;uomo moderno non \u00e8 dio, anche se la societ\u00e0 in cui vive pretende da lui che si comporti come se lo fosse. Dunque, essa pretende che egli prenda la vita nelle sue mani, e che ne faccia quel che vuole, in assoluta libert\u00e0: che si assuma, pertanto, anche la responsabilit\u00e0 di ci\u00f2 che vuol diventare. Ma questo \u00e8 impossibile. L&#8217;uomo sa bene di non disporre di una tale libert\u00e0, una libert\u00e0 assoluta, ma solo e unicamente di una libert\u00e0 relativa: e dunque, la richiesta che gli viene fatta \u00e8 assurda, crudele, irricevibile. Egli, difatti, vorrebbe ribellarsi: ma come fare? La sua famiglia, i suoi educatori, le sue guide, i suoi amici, i suoi fratelli, tutti lo guardano e si aspettano da lui un contegno &quot;virile&quot;: si aspettano che si ponga il proprio destino sulle spalle e che reciti la sua parte sino in fondo. E che la reciti in sincronia con la grande recita collettiva, beninteso; altrimenti, diverrebbe automaticamente un personaggio comico, del quale si ride solamente perch\u00e9 \u00e8 solo un singolo che pretende di opporsi alla totalit\u00e0, al divenire, alla necessit\u00e0.<\/p>\n<p>\u00c8 curioso: la situazione dell&#8217;uomo moderno, che ha voltato le spalle al vero Dio, somiglia alquanto a quella dell&#8217;uomo antico, che non lo conosceva. Anche l&#8217;uomo antico oscilla fra la situazione comica, come Aiace che si scaglia contro un &#8216;esercito&#8217; di pecore e ne fa strage, perch\u00e9 ha perso il senno, e scambia le povere bestie per gli Atridi dei quali vuol vendicarsi; e quella tragica, come quando Agamennone deve sacrificare la figlia Ifigenia, ma non c&#8217;\u00e8 il vero Dio a fermargli la mano, come fermer\u00e0 la mano di Abramo sul punto d&#8217;immolare Isacco. Anche l&#8217;uomo antico \u00e8 miniato dall&#8217;angoscia e dalla disperazione: tutti gli eroi omerici combattono per disperazione, pi\u00f9 che per la gloria: per una gloria sempre maggiore, che li obbliga a delle prestazioni sempre pi\u00f9 audaci e smisurate, dunque sempre pi\u00f9 &quot;disperate&quot;; ma, nello stesso tempo, sono consapevoli dell&#8217;inutilit\u00e0 di tutta quella smania di gloria, perch\u00e9 le generazioni degli uomini cadono e si succedono come le foglie, dice Glauco a Diomede, e i morti mai pi\u00f9 godranno la dolcezza di vivere. Ecco perch\u00e9 la civilt\u00e0 moderna \u00e8 un ritorno al paganesimo: essa \u00e8 un ritorno alla disperazione, conseguenza della posizione falsa in cui l&#8217;uomo s&#8217;\u00e8 messo da solo. E non ne uscir\u00e0, se non invocando: <em>Abb\u00e0! Pade!&#8230;<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Kierkegaard: una mente veramente superiore. 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