{"id":28688,"date":"2016-12-03T03:59:00","date_gmt":"2016-12-03T03:59:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/12\/03\/da-quando-il-mondo-ha-smesso-di-esserci-amico\/"},"modified":"2016-12-03T03:59:00","modified_gmt":"2016-12-03T03:59:00","slug":"da-quando-il-mondo-ha-smesso-di-esserci-amico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/12\/03\/da-quando-il-mondo-ha-smesso-di-esserci-amico\/","title":{"rendered":"Da quando il mondo ha smesso di esserci amico?"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;espressione &quot;il mondo&quot; ha almeno due significati, anzi tre.<\/p>\n<p>Innanzitutto, \u00e8 la dimensione materiale del reale: tutto ci\u00f2 che esiste ed \u00e8 sensibile, quindi misurabile e quantificabile, nonch\u00e9 indagabile razionalmente.<\/p>\n<p>La seconda \u00e8 quella del linguaggio ordinario: il mondo \u00e8 la realt\u00e0 che ci circonda soggettivamente, l&#8217;insieme di quelle cose che rappresentano per noi i punti di rifermento, che ci accompagnano nel nostro viaggio terreno, e alle quali ci sentiamo legati, nel bene e anche ne male.<\/p>\n<p>La terza \u00e8 quella usata, in un senso teologico molto preciso, specialmente nel Nuovo Testamento, e soprattutto nel Vangelo di Giovanni e nelle epistole paoline: \u00e8 l&#8217;insieme delle forze, egoistiche e malvagie, perch\u00e9 ispirate da Satana, che si oppongono e si contrappongono al Vangelo e all&#8217;avvento del regno di Dio.<\/p>\n<p>In questa sede, intendiamo riferirci al secondo significato, quello del linguaggio ordinario: al mondo che diciamo &quot;nostro&quot;, non tanto in senso possessivo, quanto in senso affettivo: il mondo della nostra infanzia, dei nostri valori, delle nostre speranze, delle nostre gioie e dei nostri dolori, insomma del nostro orizzonte esistenziale. Ebbene, questo mondo \u00e8, per definizione, ci\u00f2 a cui siamo legati, che ha determinato quel che siamo e che ci permette di organizzare le nostre esperienze in vista del raggiungimento di obiettivi, primo fra tutti la conservazione della nostra esistenza, il suo potenziamento, la sua stabilit\u00e0 e, se possibile, la sua felicit\u00e0. In questo senso, il nostro mondo corrisponde all&#8217;arco della nostra vita, a ci\u00f2 che essa abbraccia, non solo materialmente, ma anche idealmente: comprende, cio\u00e8, anche la dimensione spirituale, con le mete cui essa tende a indirizzarsi, ad esempio il matrimonio, e tutto ci\u00f2 che Kierkegaard chiamava lo stadio &quot;etico&quot; della vita umana.<\/p>\n<p>Il concetto di mondo, infatti, anche nel linguaggio ordinario, presuppone che vi sia in esso un ordine, e quindi anche una finalit\u00e0: se neghiamo l&#8217;uno e l&#8217;altra, allora si scade automaticamente nel terzo significato, quello assolutamente negativo. Vivere <em>secondo il mondo<\/em>, cio\u00e8, corrisponde a una vita disordinata e dissipata, nella quale tutto \u00e8 affidato al capriccio, ossia al principio del piacere, nel disprezzo pi\u00f9 assoluto della seriet\u00e0 dell&#8217;esistenza e nel rifiuto ostinato di ascoltare la voce della vocazione cui siamo stati destinati. Chi vive secondo il mondo non aspira ad altro fine, se tale si pu\u00f2 chiamare, che quello di soddisfare ogni impulso e ogni appetito; salvo poi ricorrere alla suprema ipocrisia di inventarsi un linguaggio che faccia passare per giusto e buono, o, magari, per socialmente utile e necessario, ci\u00f2 che nasce esclusivamente dall&#8217;egoismo e dalla concupiscenza. Per essere chiari: una coppia omosessuale che sostiene di avere un gran desiderio di genitorialit\u00e0, pu\u00f2 fare in modo di ottenere un bambino tramite una serie di manipolazioni e contraffazioni dell&#8217;atto procreativo, nonch\u00e9 mediante la compravendita della creatura, partorita da una donna a ci\u00f2 interessata: tutti coloro che han preso parte alla sconcia operazione parleranno di &quot;percorso di paternit\u00e0 o maternit\u00e0 assistita&quot;, di &quot;esperienza meravigliosa&quot;, di &quot;generosit\u00e0&quot; delle donne che si sono offerte di ospitare gli ovociti e di portare avanti la gestazione, di &quot;diritti civili finalmente realizzati e di &quot;amore&quot; come elemento base per la costruzione di una &quot;famiglia&quot;, ma la nuda verit\u00e0 \u00e8 ben altra, e cio\u00e8 un cieco impulso egoistico e una sorta di sfida tanto alle leggi naturali, quanto alla legge morale, per rivendicare la &quot;normalit\u00e0&quot;, e perfino la bont\u00e0, di ci\u00f2 che \u00e8 anormale e profondamente egoistico, in cui l&#8217;amore c&#8217;entra ben poco.<\/p>\n<p>Ora lasciamo stare il terzo significato e torniamo al secondo. Per vivere una vita sana, una vita serena, una vita in pace con se stesso, l&#8217;uomo ha bisogno che il proprio mondo gli sia amico, o, quanto meno, che egli lo riconosca sulla propria &quot;misura&quot;. E, in effetti, cos\u00ec \u00e8 stato, generazione dopo generazione, fino alle soglie della modernit\u00e0. Poi, qualcosa \u00e8 cambiato: il nostro mondo, a un certo punto, ha smesso di esserci amico; \u00e8 divenuto estraneo, indifferente, perfino ostile. Come mai?<\/p>\n<p>Proviamo a spiegarci meglio. L&#8217;uomo delle societ\u00e0 pre-moderne poteva anche condurre una vita dura, piena di sacrifici, pochissimo gratificante: per\u00f2, in linea di massima, riconosceva il mondo attorno a s\u00e9 come il &quot;suo&quot; mondo; poteva sudare l&#8217;anima sul campo che lavorava, o sul mulino nel quale macinava il grano, poteva perfino maledire il suo destino, per\u00f2, tutto sommato, si sentiva a casa propria, circondato dalle cose che riconosceva come fatte sulla sua misura. A ci\u00f2 contribuiva potentemente, essenzialmente, il sentimento religioso: la coscienza della filiazione divina faceva s\u00ec che egli sentisse come &quot;suo&quot; il mondo in cui viveva, creato da Dio con sapienza e amore; la triste eredit\u00e0 del Peccato originale lo aiutava ad accettare il mistero del male, che egli riconosceva non solo negli altri, ma anche in se stesso, nelle pieghe pi\u00f9 profonde del suo animo; la promessa evangelica della redenzione, attuatasi nella incarnazione, nella morte e nella risurrezione di Cristo, lo assicurava che n\u00e9 una lacrima, n\u00e9 un sorriso della sua vita sarebbero andati dispersi, che Dio lo avrebbe ricompensato per il bene fatto e lo avrebbe punito per il male cui si era abbandonato. Tutto questo faceva s\u00ec che egli si sentisse a suo agio nel mondo, anche se, dal punto di vista economico-sociale, era l&#8217;ultima ruota del carro, apparteneva alle classi pi\u00f9 misere, e non poteva ragionevolmente aspettarsi, n\u00e9, infatti, si aspettava, un destino diverso, in questa vita, dal duro lavoro e dai continui sacrifici, un giorno dopo l&#8217;altro, sino all&#8217;ultimo. Per\u00f2 lo sorreggeva la speranza della vita eterna, lo confortava l&#8217;esempio dei santi, lo illuminava la dottrina della Chiesa; senza dimenticare il sostegno, il consiglio e il conforto che poteva ricevere da altre figure a lui familiari, un nonno, un parente, un saggio della comunit\u00e0 cui apparteneva.<\/p>\n<p>Anche le strutture materiali dell&#8217;esistenza concorrevano a questo sentimento di essere a casa propria. Il suo lavoro, era il lavoro delle sue mani, sia nei campi, sia nella bottega o nell&#8217;officina; la sua casa, era quella costruita con le sue stesse mani, e cos\u00ec la stalla, o il recinto per gli animali, e molti degli oggetti che adoperava quotidianamente; il suo paese, era quello che aveva visto fin da bambino, nel quale poteva riconoscesi e identificarsi, con il suo stile architettonico, le abitudini sociali, le sue usanze e tradizioni, il santo patrono, le ricorrenze del calendario religioso, la stessa scansione delle ore del giorno, che non era fatta dall&#8217;orologio, ma dalla posizione del sole e dal ritmo dei lavori agricoli stagionali. Il <em>Messale<\/em> sul quale leggeva i brani della Messa, o meditava qualche volta, la sera, al termine del lavoro, era quello appartenuto a suo padre o a sua madre, e cos\u00ec la <em>Bibbia<\/em> conservata in uno scaffale o in un cassetto; i vestiti, non di rado, erano quelli indossati a suo tempo dai genitori, e cos\u00ec le scarpe; il cane da caccia, il gatto, gli animali del cortile, erano quelli che aveva sempre visto, fin da piccolo; e l&#8217;albero al centro del giardino, era quello piantato da suo nonno, o da suo padre, o da lui stesso, pensando ai propri figli e ai propri futuri nipoti. Insomma, in quel mondo egli si <em>rispecchiava<\/em> e si <em>riconosceva<\/em>, indipendentemente dalla posizione che vi occupava, conte o servitore che fosse. Non era, come si potrebbe erroneamente pensare, un mondo bloccato e immobile, ma un mondo nel quale il succedersi delle generazioni assumeva l&#8217;ampiezza e la regolarit\u00e0 dell&#8217;avvicendarsi delle stagioni.<\/p>\n<p>L&#8217;avvento della piena modernit\u00e0, con l&#8217;industrializzazione, con la tecnica, con l&#8217;informatica, con la bioingegneria, e, soprattutto, con il mito del Progresso illimitato, ha spazzato via il rapporto, sia materiale che affettivo e psicologico, fra l&#8217;uomo e il &quot;suo&quot; mondo. In nome del massimo profitto economico, del cosmopolitismo, dell&#8217;efficientismo, e infine della globalizzazione, il mondo non \u00e8 pi\u00f9 di nessuno in particolare: \u00e8 di tutti, il che significa che non appartiene ad alcuno. Le persone non hanno pi\u00f9 il diritto di costruirvi sopra delle relazioni personali: dalla casa d&#8217;abitazione, al partner sessuale (non osiamo dire: al compagno\/compagna di vita: sarebbe una terminologia obsoleta), dall&#8217;arredamento all&#8217;automobile, dalle abitudini nel fare la spesa a quelle del tempo libero, tutto \u00e8 aleatorio, mutevole, e deve essere continuamente modificato, reinventato; proibito legarsi a qualcosa, proibito mettere radici, la stabilit\u00e0 non \u00e8 pi\u00f9 una virt\u00f9, n\u00e9 in senso geografico, n\u00e9, meno ancora, in senso spirituale, intellettuale, morale. Ieri era bello e giusto essere coerenti, avere delle convinzioni, credere in qualcosa di saldo; oggi \u00e8 giusto e bello esattamente l&#8217;opposto, essere duttili, pieghevoli, adattabili. Il mondo \u00e8 diventato una grande palestra di relativismo, una scuola di sopravvivenza dove supera le prove solo colui che rinuncia a una identit\u00e0 ben definita, a delle certezze, a dei legami stabili, sia con le persone che con le cose. Vince chi si trasforma ogni mese, ogni settimana, ogni giorno, come un camaleonte; chi si mimetizza, chi si sposta, chi sa balzare da un capo all&#8217;altro del mondo, da un&#8217;estremit\u00e0 all&#8217;altra dello spettro ideologico, politico, finanziario, con la maggiore destrezza e rapidit\u00e0. Vince il finanziere che sa eseguire le operazioni di borsa nel tempo pi\u00f9 breve possibile, vende e compra a tempo di record, seguendo l&#8217;andamento delle quotazioni, se possibile anticipandolo; perde chi punta sul sicuro, chi deposita i suoi risparmi, chi ha bisogno dei prestiti della banca, perch\u00e9 non ha capito che la banca \u00e8 diventata un collettore del risparmio il cui scopo non \u00e8 erogare prestiti, ma investire il capitale in operazioni borsistiche sempre pi\u00f9 spregiudicate, arrischiando il denaro altrui. La stessa figura &quot;classica&quot; del capitalista \u00e8 in crisi: a che scopo creare un&#8217;azienda, pagare le tasse e i contribuiti dei lavoratori, affrontare le sfide del mercato globale, quando si possono realizzare utili assai pi\u00f9 consistenti semplicemente investendo il denaro in borsa e speculando su titoli e azioni?<\/p>\n<p>Ma tutto questo crea distacco e senso di estraneit\u00e0 fra l&#8217;uomo e il mondo, che non \u00e8 pi\u00f9 il &quot;suo&quot;. Un uomo non sente pi\u00f9 &quot;sua&quot; una casa, nella quale sa che abiter\u00e0 per poco tempo, fino al prossimo trasloco: abituato a spostarsi di continuo, per ragioni di lavoro, quale sar\u00e0 il suo &quot;mondo&quot;? Non i muri, gli oggetti, i vicini, il paesaggio; non i ricordi, le radici, l&#8217;identit\u00e0, la memoria: ma la sua stessa condizione di provvisoriet\u00e0, di commesso viaggiatore, magari d&#8217;alto bordo; la sua condizione di sradicato, quasi di apolide: e cos\u00ec i suoi figli, sballottati da un asilo all&#8217;altro, da una scuola all&#8217;altra, da una citt\u00e0 all&#8217;altra: lontani dai nonni, o dal cimitero dove riposano i nonni, perfino dalla loro lingua, dal loro universo interiore, assuefatti a dei mondi provvisori, sempre pi\u00f9 fuggevoli, con i quali si instaurano relazioni puramente utilitaristiche. Finch\u00e9 c&#8217;\u00e8 guadagno, si vive in un posto; poi si offre una prospettiva migliore da un&#8217;altra parte, e si va via, senza rimpianti, e sempre con lo stesso spirito mercenario. Affezionarsi a qualcosa o a qualcuno, sarebbe follia: una inutile forma di sentimentalismo, controproducente e tediosa; un lusso che non ci si pu\u00f2 permettere. Bisogna vivere con la valigia sempre pronta, proiettati sempre un passo avanti a se stessi. Il mondo gira sempre in pi\u00f9 fretta, bisogna imparare a correre. Cos\u00ec con la tecnologia: bisogna continuamente aggiornarsi: chi si ferma \u00e8 perduto, non c&#8217;\u00e8 ormai professione, anche la pi\u00f9 &quot;manuale&quot;, che sia immune dall&#8217;obbligo di tenersi continuamente al corrente delle novit\u00e0 tecnologiche.<\/p>\n<p>Per gli anziani e per un certo tipo di persone, ci\u00f2 \u00e8 molto faticoso: \u00e8 come essere sempre a scuola, sempre sotto esami. Non arriva mai il momento in cui si pu\u00f2 dire a se stessi: ora mi godr\u00f2 un po&#8217; di calma, ora sfrutter\u00f2 le conoscenze acquisite; perch\u00e9 nel giro di pochi anni, di pochi mesi, arrivano delle innovazioni che esigono un rapido adeguamento da parte di tutti, pena il restare tagliati fuori dal mercato. Il mondo si fa sempre pi\u00f9 fluido, sempre pi\u00f9 liquido, per dirla con Zygmunt Bauman. Un biglietto aereo non ha un prezzo preciso: dipende con quanto anticipo lo si prenota per via elettronica. In circostanze fortunate, lo si pu\u00f2 pagare anche un euro per volare da Milano a New York. Da ci\u00f2 deriva la necessit\u00e0 di stare sempre all&#8217;erta, di tener sempre d&#8217;occhio le offerte, di informarsi e aggiornarsi ventiquattro ore su ventiquattro, dodici mesi al&#8217;anno. Tutto scorre, scorre sempre pi\u00f9 in fretta. Il frigorifero dei nonni che durava una vita, \u00e8 stato sostituito dal frigorifero dei genitori, che \u00e8 durato quindici anni, infine da quello dell&#8217;ultima generazione, che ne durer\u00e0 al massimo dieci. E cos\u00ec la televisione, l&#8217;automobile, la lavatrice, la macchina fotografica; mentre i telefonini cellulari &quot;invecchiano&quot; ancora pi\u00f9 in fretta. Eppure, ogni volta ci viene detto che l&#8217;ultimo prodotto \u00e8 il migliore di tutti, che possiede una quantit\u00e0 di pregi, di funzioni sofisticate, di utili novit\u00e0. Siamo rassegnati: sappiamo che c&#8217;\u00e8 qualcosa che non va in tutto questo, ma non possiamo farci niente, anche ammesso che desiderassimo qualcosa di diverso.<\/p>\n<p>Ma se il mondo in cui viviamo non \u00e8 pi\u00f9 il <em>nostro<\/em> mondo, se non possiamo pi\u00f9 rispecchiarci in esso, se addirittura non lo riconosciamo, e ci pare ogni giorno pi\u00f9 simile a un deserto, a una landa disseminata di trappole e di nemici (quante telefonate riceviamo al giorno da parte di operatori commerciali che ci propongono ottimi affare e persino regali, e quante di esse nascondono una insidia o una vera e propria truffa?); se non possiamo pi\u00f9 fidarci di nessuno; se abbiamo scordato le nostre radici, e se intorno a noi non vediamo che persone interessate a spremerci qualcosa, un assegno, una firma, una cambiale, una promessa, un impegno, allora qualcosa dentro di noi finisce per spezzarsi, o per inaridirsi irreparabilmente. In un mondo cos\u00ec, non possiamo che essere infelici&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;espressione &quot;il mondo&quot; ha almeno due significati, anzi tre. 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