{"id":28670,"date":"2022-09-22T09:33:00","date_gmt":"2022-09-22T09:33:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/09\/22\/se-dio-e-relazione-come-puo-luomo-relazionarsi-a-lui\/"},"modified":"2023-09-15T20:15:44","modified_gmt":"2023-09-15T20:15:44","slug":"se-dio-e-relazione-come-puo-luomo-relazionarsi-a-lui","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/09\/22\/se-dio-e-relazione-come-puo-luomo-relazionarsi-a-lui\/","title":{"rendered":"Se Dio \u00e8 relazione, come pu\u00f2 l&#8217;uomo relazionarsi a Lui?"},"content":{"rendered":"<p>A giudizio di alcuni teologi, \u00e8 possibile parlare di Dio solo in termini di relazione, non di essenza: perch\u00e9 l&#8217;essenza di Dio nessuno la conosce. Si pu\u00f2 dire, allora, che cosa \u00e8 Dio <em>per noi<\/em>; pi\u00f9 difficile, e tuttavia necessario, cercar di capire cosa siamo noi per Lui. Relazione, dunque: non un essere statico e chiuso in se stesso, nella propria perfezione e autosufficienza, ma aperto alla relazione con gli altri enti, pur nella precisa distinzione del rispettivo statuto ontologico: il Creatore e le creature, la Sostanza in senso proprio e le sostanze in senso derivato e accidentale. Dio non pu\u00f2 che essere, ed essendo, rende possibile l&#8217;esistenza di ogni altra cosa; gli uomini, invece, come tutti gli altri enti, potrebbero non esserci: perch\u00e9, diversamente, bisognerebbe concludere, come per i sistemi gnostici e cabalistici, che Dio ha bisogno di noi, e che senza di noi Dio non sarebbe pi\u00f9 Dio. Un Dio in divenire, dunque, e non l&#8217;Essere perfettissimo che si pone quale causa prima, ma anche come causa finale, di tutti gli enti.<\/p>\n<p>Anche la concezione teologica di San&#8217;Agostino si pone all&#8217;interno di questa prospettiva generale, e per una ragione molto semplice: sant&#8217;Agostino \u00e8 imbevuto di platonismo e quando pensa Dio, beninteso da un punto di vista strettamente logico-razionale (e non soltanto con un atto di fede, reso possibile dalla Rivelazione che opera per mezzo della grazia), lo pensa attraverso le categorie platoniche, dunque come il vertice di un&#8217;ascesa che conduce l&#8217;anima, dalla contemplazione del bello sensibile, alla conquista di verit\u00e0 sempre pi\u00f9 pure e staccate dal mondo sensibile, cio\u00e8 fino al Vero, al Bello e al Bene in se stessi. Si tratta dunque di una scala che porta l&#8217;ente fino alla sorgente ultima degli esistenti, l&#8217;Essere sussistente in quanto essere: in Platone, l&#8217;Idea del Bene, del Vero e del Bello; mentre in S. Agostino l&#8217;Idea coincide con la realt\u00e0 divina che si pone non solo come il modello originario di tutte le cose buone, vere e belle, ma come causa efficiente della loro esistenza e fonte inesauribile di tutto l&#8217;esistente.<\/p>\n<p>Che questo, ossia la difficolt\u00e0 di definire Dio, nella sua relazione con gli enti, in modo da evitare tanto il dualismo, che rende il mondo incomprensibile e insuperabile, cio\u00e8 simile a una prigione per gli enti (cos\u00ec come Platone vedeva il corpo come la prigione dell&#8217;anima), quanto il monismo, che farebbe &quot;sparire&quot; la differenza fra Dio e gli enti: che proprio questo sia in definitiva il nodo della questione, se ci si pone da un punto di vista relazionale, lo aveva ben visto uno dei massimi interpreti di una siffatta definizione della natura divina, Emanuele Samek Lodovici (Messina, 28 dicembre 1942-Milano, 5 maggio 1981), grande studioso sia del neoplatonismo che del pensiero agostiniano, il quale scriveva, in <em>Dio e mondo. Relazione, causa, spazio in S. Agostino<\/em> (Roma Edizioni Studium, 1979, pp. 223-225):<\/p>\n<p><em>Se con Dio e mondo noi non ci troviamo di fronte a due sostanze ma abbiamo una SCALARIT\u00c0 ontologica, come salvaguardare, in questa continuit\u00e0 tra &quot;summum esse&quot; e &quot;minus esse&quot;, il momento di eccezionalit\u00e0 costituito da Dio? Come salvaguardare la concezione agostiniana del reale, in cui nulla si oppone all&#8217;essere, e dove l&#8217;essere stesso si dispone gradatamente, dalla minaccia di un &quot;monismo d&#8217;essere&quot;? E come negare il monismo senza cadere nel dualismo, con i suoi rischi intrinseci di ipostatizzazione dei termini, di modello tecnomorfo, di oggettivazione?<\/em>_3C/p>\n<p><em>In effetti, conosciamo una quantit\u00e0 di testi in cui Agostino afferma esplicitamente la supereminenza di Dio sul mondo e la totale irrilevanza del mondo rispetto a Dio, ma abbiamo visto che una linea di demarcazione troppo netta tra Dio e mondo finisce per favorire lo schema tecnomorfo di una creazione o SOTTO o comunque estrinsecamente collegata a Dio. L&#8217;eccessiva alterit\u00e0 divina, la spinta ad una pura e isolante trascendentalizzazione favoriscono, appunto, il momento dell&#8217;intenzione verso un &quot;aliud&quot;(il mondo) molto vicino al dato presupposto. D&#8217;altro canto, ancora, il concetto del &quot;magis et minus&quot; sostanziali, o della diversa intensit\u00e0 ontologica, se escludono la contrapposizione fissista, non sembrano ovviare all&#8217;accusa di una insufficiente accentuazione del momento dell&#8217;&quot;ipsum esse&quot; rispetto a quello dell&#8217;&quot;utcumque esse&quot;, all&#8217;accusa di una differenza SOLO DI GRADO tra Dio e la sfera mondana.<\/em><\/p>\n<p><em>La domanda, allora, si precisa: come \u00e8 possibile, all&#8217;interno di UNA CONCEZIONE SCALARE della realt\u00e0 (concezione che ha il vantaggio inestimabile di evitare la fissazioni ipostatizzanti), come \u00e8 possibile affermare una differenza NON SCALARE? In altri termini, come \u00e8 possibile all&#8217;interno della dottrina del &quot;magis et minus&quot; sostanziali che non comporti dualismo, ma neppure si riveli come una forma pi\u00f9 sottile di monismo? (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Noi sappiamo che la continuit\u00e0 sostanziale contenuta nella tesi del &quot;magis et minus esse&quot; pone la differenza tra i termini della sala come differenza MODALE, QALITATIVA. Ora la relazione irreciproca tra il grado pi\u00f9 alto intellegibile e tutti gli altri fa vedere, invece, da parte sua che l\u00ec la differenza modale, pur rimanendo tale, e cio\u00e8 senza trasformarsi in differenza tra sostanze, \u00e8 tuttavia infinitamente pi\u00f9 grande della differenza che corre tra gli altri livelli. L&#8217;irreciprocit\u00e0 della relazione, si vuole dire, insomma, \u00e8 l&#8217;unico modo di conservare una DISTINZIONE particolare tra Dio e mondo senza per questo dover rinunciare al contenuto essenziale della dottrina della continuit\u00e0 della sostanza. E infatti, anche solo stando a guardare ai termini che sono in gioco, \u00e8 possibile individuare il contributo della RELAZIONE IRRECIPROCA. Come RELAZIONE tra Dio e mondo, ovvero mantenendo il discorso nell&#8217;ambito della CORRELAZIONE, essa afferma la continuit\u00e0 ed evita l&#8217;atomizzazione sostanziale; ma, essendo IRRECIPROCA, pone tra il vertice sostanziale e il plesso degli altri enti una DISTINZIONE che questi non hanno tra loro. Se lo si vuole, lo si pu\u00f2 dire con un enunciato: posto che tra Dio e mondo non vi sia una distinzione fisica, come tra cose, e dunque posto che non vi sia un dualismo; e posto che tra Dio e mondo non vi sia una distinzione puramente logica, e dunque posto che non vi sia monismo; e posto che questa distinzione non sia neppure numerica, n\u00e9 spaziale, n\u00e9 come tra sostanza e accidenti; posto tutto questo, la relazione irreciproca \u00e8 il mezzo per cogliere il FATTO della differenza, il FATTO della distinzione tra due termini che non si vuole sostanzializzare, ma neppure far confluire in uno solo.<\/em><\/p>\n<p><em>Se da un lato, pertanto, in Agostino non viene scalfito il guadagno teoretico costituito dall&#8217;attacco alla&quot;solidificazione&quot; della sostanza, e permane una concezione della scalarit\u00e0 entitativa dal &quot;summum esse&quot; al &quot;non vere esse&quot;, dall&#8217;altro, tuttavia, in questa continuit\u00e0 la distinzione \u00e8 salvaguardata dal tema della relazione irreciproca tra il grado massimo di essere, da una parte, e tutti gli altri gradi, dall&#8217;altra.<\/em><\/p>\n<p>Il problema di concepire la divinit\u00e0 come una relazione, e precisamente come una relazione scalare, cio\u00e8 ascendente dall&#8217;uomo verso Dio, e discendente da Dio verso l&#8217;uomo, rischia di attenuare o addirittura di erodere la differenza ontologica e di porre il rapporto fra l&#8217;Essere e gli enti in termini puramente quantitativi e non qualitativi: come se in Dio vi fosse pi\u00f9 sostanza, e nelle creature meno sostanza, ma in un quadro generale che ammette una sostanza diffusa, che non prevede &quot;salti&quot; dal vertice alla base, ma un passaggio graduale. Un po&#8217; come i biologi evoluzionisti e materialisti &#8212; se ci \u00e8 lecito il paragone &#8212; concepiscono il passaggio dalla pi\u00f9 semplice molecola inorganica all&#8217;estrema complessit\u00e0 delle molecole organiche: qualcosa di molto improbabile e sostanzialmente casuale, ma che ha il vantaggio di non porre &quot;salti&quot; evolutivi che renderebbero ardua una spiegazione meccanicista, ossia senza fare ricorso ad un principio qualitativo (spirituale) di ordine superiore. Naturalmente, se si concepisce Dio e il suo rapporto con gli enti in tale maniera, bisogna chiarire &#8212; come fa, appunto, S. Agostino &#8212; che la relazione non \u00e8 reciproca, bens\u00ec <em>irreciproca<\/em> (univoca) che fluisce liberamente solo in un senso, da Dio all&#8217;uomo; mentre nell&#8217;altro, dall&#8217;uomo a Dio, essa risulta possibile solo a determinate condizioni, la prima delle quali \u00e8 che Dio lo voglia e lo permetta<\/p>\n<p>Il vantaggio, s&#8217;intende da un punto di vista meramente speculativo, di una siffatta concezione del divino, \u00e8 di evitare sia il dualismo, che deriverebbe da una radicale distinzione e separazione qualitativa fra Dio egli enti, sia il monismo, che deriverebbe da una distinzione e una separazione che fossero tali sono nell&#8217;ordine logico ma non in quello concreto e fattuale. A quanto pare, i teologi cristiani hanno molte remore ad ammettere che la realt\u00e0, dopotutto, potrebbe anche essere davvero duale, pur senza essere dualista: cio\u00e8 formata da uno &quot;strato&quot; inferiore, imperfetto e provvisorio, ed uno superiore, perfetto e necessario. Non si sa perch\u00e9, sono e sono sempre stati assai esitanti a considerare la realt\u00e0 in questi termini: probabilmente perch\u00e9 non si sono preoccupati di distinguere un dualismo contingente, cio\u00e8 formulato dagli uomini, menti finite, che si pone, evidentemente, in una prospettiva parziale e consapevolmente limitata, dalla realt\u00e0 ultima, Di, che non pu\u00f2 essere concepita in tali termini, perch\u00e9 ci\u00f2 equivarrebbe a porre una barriera invalicabile fra spirito e materia, fra soggetto e oggetto, fra parziale, e perci\u00f2 limitato, e totale, che \u00e8 di necessit\u00e0 illimitato (assoluto). Allo stesso modo, pare che il timore dei teologi di scivolare verso il panteismo (o il suo gemello <em>a contrario<\/em>, l&#8217;immaterialismo, qualora adottassero un punto di vista monista, sia eccessivo e ingiustificato: per evitare un simile esito, infatti, \u00e8 sufficiente distinguere il monismo come ipotesi di lavoro e come visione provvisoria del reale, e il monismo come punto d&#8217;arrivo e perci\u00f2 come la presta di far coincidere Dio e mondo, assoluto e relativo, finito e infinito. In altre parole, una cosa \u00e8 concepire il reale cos\u00ec come ci appare adesso, immersi in una condizione ambigua, con un corpo e dei sensi finiti; e una cosa ben diversa \u00e8 concepire il reale nella prospettiva dell&#8217;assoluto, sciolto dai limiti spazio-temporali, come sar\u00e0 quando il contingente verr\u00e0 riassorbito dal necessario, e il relativo dal permanente, cio\u00e8 dall&#8217;eterno presente, che \u00e8 assenza (non estensione illimitata) di spazio e di tempo.<\/p>\n<p>Detto in parole ancora pi\u00f9 semplici: la visione metafisica, e specificamente la visione cristiana, del reale, non \u00e8 dualista per il fatto di ammettere che, <em>qui e ora<\/em>, esistono due principi distinti e separati, uno temporale ed uno atemporale, uno contingente ed uno necessario, uno relativo ed uno assoluto: lo sarebbe se concepisse tale distinzione come un fatto permanente e assoluto. Per la stessa ragione, non \u00e8 monismo riconoscere che tutto \u00e8 Uno, a meno di non precisare che gli enti partecipano dell&#8217;Uno e non ne sono una emanazione; che l&#8217;unit\u00e0 perfetta \u00e8 Dio, e Dio (misteriosamente) chiama a s\u00e9 gli enti, senza con ci\u00f2 abolire la differenza ontologica. Come dice san Paolo nella <em>Prima lettera ai Corinzi<\/em> (15,24-28):<\/p>\n<p><em>24\u00a0poi verr\u00e0 la fine, quando consegner\u00e0 il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avr\u00e0 ridotto al nulla ogni principato, ogni potest\u00e0 e ogni potenza.\u00a025<strong>\u00a0<\/strong>Poich\u00e9 bisogna che egli regni finch\u00e9 abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi.\u00a026\u00a0L&#8217;ultimo nemico che sar\u00e0 distrutto sar\u00e0 la morte.\u00a027\u00a0Difatti, Dio\u00a0ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli \u00e8 sottoposta, \u00e8 chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa ne \u00e8 eccettuato.\u00a028\u00a0Quando ogni cosa gli sar\u00e0 stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sar\u00e0 sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinch\u00e9 Dio sia tutto in tutti.<\/em><\/p>\n<p>E d&#8217;altra parte: \u00e8 corretto, \u00e8 realistico porre la questione di Dio solo in termini di relazione? Ci\u00f2 non equivale a fare di Dio colui che \u00e8 &quot;costretto&quot; a creare il mondo, perch\u00e9 senza la relazione con le creature, non sarebbe veramente Dio, o meglio non sarebbe <em>ancora<\/em> Dio? Non equivale a concepire Dio in termini dinamici, dialettici ed evolutivi, e ad affermare che <em>Dio sar\u00e0<\/em>, quando anche noi saremo; ma che fino a quando noi non siamo, cio\u00e8 fino a quando siamo solo enti possibili e non necessari, anche Dio \u00e8 un Dio possibile, un Dio in potenza, ma non ancora un Dio compiuto e realizzato? Il che significa ricadere in quella concezione gnostica e cabalistica di cui l&#8217;hegelismo \u00e8 il massimo esempio moderno.<\/p>\n<p>Diciamola tutta: la definizione di <em>relazione irreciproca<\/em>, con tutto il dovuto rispetto, ha un po&#8217; l&#8217;aria di un <em>escamotage<\/em> dialettico con il quale far passare a livello linguistico un concetto intrinsecamente contraddittorio: affermando, <em>all&#8217;interno di una concezione scalare, una differenza non scalare<\/em>, cio\u00e8 la differenza ontologica. Ma un filosofo cristiano non dovrebbe avere tutta questa paura di essere frainteso n\u00e9 in senso dualista, n\u00e9 in senso monista. La differenza fra Dio e mondo \u00e8 qualitativa, e dunque, di per s\u00e9, insuperabile: ma Egli stesso ha provveduto a oltrepassarla nel mistero della Incarnazione. Pertanto non c&#8217;\u00e8 bisogno di respingere il sospetto di dualismo, n\u00e9 quello di monismo (nelle due versioni dell&#8217;idealismo o del panteismo): \u00e9 Dio stesso a gettare un ponte fra S\u00e9 e il mondo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A giudizio di alcuni teologi, \u00e8 possibile parlare di Dio solo in termini di relazione, non di essenza: perch\u00e9 l&#8217;essenza di Dio nessuno la conosce. 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