{"id":28656,"date":"2015-07-28T05:51:00","date_gmt":"2015-07-28T05:51:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/bisognerebbe-depennare-dai-manuali-gli-scrittori-che-non-rispettano-il-bello-scrivere\/"},"modified":"2015-07-28T05:51:00","modified_gmt":"2015-07-28T05:51:00","slug":"bisognerebbe-depennare-dai-manuali-gli-scrittori-che-non-rispettano-il-bello-scrivere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/bisognerebbe-depennare-dai-manuali-gli-scrittori-che-non-rispettano-il-bello-scrivere\/","title":{"rendered":"Bisognerebbe depennare dai manuali gli scrittori che non rispettano il \u00abbello scrivere\u00bb?"},"content":{"rendered":"<p>Bisognerebbe depennare dai manuali di storia della letteratura quegli scrittori che non rispettano le buone, vecchie norme del &quot;bello scrivere&quot;? Alcuni critici letterari e alcuni storici della letteratura sono sempre stati inclini a questa soluzione estrema: quelli che ritengono una scrittura mediocre come una specie di affronto personale nei confronti del loro senso estetico, bench\u00e9, sovente, non si direbbe che nutrano preoccupazioni altrettanto vive riguardo alla bont\u00e0 dei contenuti.<\/p>../../../../n_3Cp>Evidentemente, si tratta di vedere se la letteratura sia principalmente una questione di forma o di contenuto; anche se sappiamo benissimo che ridurre la questione in termini cos\u00ec brutalmente semplificati, significa anche, inevitabilmente, rischiare di banalizzarla e, almeno in parte, di stravolgerne il significato. Sarebbe un po&#8217; come chiedersi se, nella musica, venga prima la padronanza espressiva o la profondit\u00e0 dell&#8217;ispirazione: questione pressoch\u00e9 impossibile da risolvere, se \u00e8 vero, come \u00e8 vero, che entrambi gli aspetti sono necessari affinch\u00e9 si possa parlare di arte musicale e non di semplice esercizio virtuosistico.<\/p>\n<p>Bisogna poi tener presente che, per molti critici letterari, l&#8217;intransigenza in fatto di bello stile \u00e8 subordinata, di solito inconsciamente, al giudizio, o al pregiudizio, che di quell&#8217;autore si sono fatti, non senza lasciarsi largamente influenzare dalle idee dominanti nel loro tempo: perch\u00e9 il critico pretende di porsi in una condizione obiettiva e &quot;super partes&quot;, ma quasi mai lo \u00e8, anche perch\u00e9 ci tiene moltissimo a fare bella figura, a strappare consensi, insomma a piacere, magari non a tutti, per\u00f2 sicuramente a quelli che, nel suo particolare ambito, hanno un certo peso. Ed ecco che uno scrittore, come Italo Svevo, che scrive malissimo, in un italiano addirittura esecrabile, viene pienamente assolto da una simile pecca, se pure ci si d\u00e0 la briga di prenderne atto, per il fatto che lui, comunque, insieme a una pattuglia di &quot;illuminati&quot;, di &quot;coraggiosi&quot;, di &quot;moderni&quot;, ha strappato i veli della ipocrisia ottocentesca e ha trasportato la narrativa nelle regioni rarefatte, ma imprescindibili, della &quot;complessit\u00e0&quot; post-moderna. Un altro, come Carlo Emilio Gadda, poi, non \u00e8 che scriva male, no: lui crea un impasto linguistico originalissimo e degno di ammirazione incondizionata; e, quand&#8217;anche la sua scrittura fosse &quot;brutta&quot;, vuoi mettere la bruttezza voluta e calcolata, la bruttezza intenzionale e scientifica, con la bruttezza di un povero mestierante senza arte n\u00e9 parte, di un povero scrittore che non \u00e8 capace di simili voli e che si limita a saltellare qua e l\u00e0, come un pollo che invano si sforzi d&#8217;imitare un maestoso cigno selvatico?<\/p>\n<p>Insomma: tutto viene perdonato, tutto viene giustificato, tutto viene attribuito a loro merito, a quegli scrittori che violano le regole del bello scrivere perch\u00e9 hanno voluto aprire vie nuove, perch\u00e9 mossi da un genio creativo incontenibile, perch\u00e9 capaci di trasmettere al lettore il senso della confusione, del disordine, della alienazione esistenziale; ma nulla viene perdonato, nulla viene giustificato e tutto viene addebitato a carico di uno scrittore che, scrivendo in un italiano non sempre perfetto, abbia anche la colpa, invero imperdonabile, di non essere &quot;creativo&quot;, di non essere &quot;moderno&quot;, di non essere pensosamente &quot;problematico&quot;. Un po&#8217; come nel caso delle arti figurative: i quadratini e i triangolini di Kandinskij o di Paul Klee sono qualcosa di geniale; ma gli scarabocchi del bambino sono sempre e soltanto scarabocchi: il primo, infatti, rifiuta la pittura come espressione di una forma, il secondo vorrebbe dare una forma alle sue figure, ma non ne \u00e8 capace. E cos\u00ec il giudizio estetico diventa ideologico e perfino processo alle intenzioni. Volevi essere &quot;moderno&quot;? Assolto. Non era questo che ti proponevi? Condannato, senza attenuanti; e avanti il prossimo.<\/p>../../../../n_3Cp>Il traduttore, nonch\u00e9 grecista e latinista, Enzo Mandruzzato, nato a Bologna nel 1924 e spentosi a Padova nel 2012, era molto severo e categorico nei suoi giudizi: valga per tutti il caso dello scrittore &quot;scapigliato&quot; piemontese Iginio Ugo Tarchetti.<\/p>\n<p>Nella sua corposa monografia \u00abIl piacere della letteratura italiana. Per riscoprirla, rileggerla e amarla\u00bb (Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1996, p. 427) ne delinea, in pochi tratti, una stroncatura tanto spietata quanto inappellabile:<\/p>\n<p>\u00abIl piemontese Tarchetti (1841-69) visse povero e sbandato e mor\u00ec tisico. Mai tanti guai furono spesi peggio.<\/p>\n<p>Passa fra gli &quot;scapigliati&quot; pi\u00f9 vistosi ma non ne ha neppure il merito principale, la novit\u00e0 e certa perizia nel linguaggio. Tarchetti non sa scrivere. Nel sonetto &quot;Ell&#8217;era cos\u00ec fragile e piccina&quot; &#8212; tragico e banale &#8212; ci sono ben cinque imperfetti in &#8211;\u00e9a. Scrive &quot;eram&quot; (leggi &quot;er\u00e0m&quot;) per &quot;eravam, eravamo&quot;. Ignora con perfetta costanza l&#8217;espressione originale. In compenso vorrebbe spaventarci con soggetti macabri:<\/p>\n<p>&quot;Quando bacio il tuo labbro profumato,<\/p>\n<p>cara fanciulla, non posso obliare<\/p>\n<p>che un bianco teschio vi \u00e8 sotto celato.&quot;<\/p>\n<p>E cos\u00ec via. Il candido lettore sente un fastidio che crede contenutistico ma \u00e8 in realt\u00e0 artistico. Si spera che sia depennato dai manuali questo abusivo.\u00bb<\/p>\n<p>Che uno scrittore vada considerato un &quot;abusivo&quot; perch\u00e9 non rispetta le regole del &quot;bello scrivere&quot;, poi, \u00e8 tutto da dimostrare: a maggior ragione potrebbe essere considerato abusivo uno scrittore che, pur rispettando quelle regole, scriva senza avere nulla da dire; scriva per il solo gusto di scrivere, o, magari, per fare soldi, per inseguire la notoriet\u00e0, per gratificare il proprio Ego: ma qui, appunto, si rischia di cadere nella psico-polizia e nel processo alle intenzioni. In letteratura, contano i fatti: e a decidere che sia scrittore legittimo, e chi abusivo, non possono essere i critici, tanto meno sulla base di un criterio meramente formalistico, bens\u00ec i lettori: non nel senso del numero (la maggioranza non ha mai ragione, mai: anche se fosse la maggioranza assoluta, anche se coincidesse con la totalit\u00e0 del pubblico), ma nel senso della qualit\u00e0.<\/p>\n<p>Insomma, i critici devono aiutare il lettore a capire meglio, ad apprezzare meglio, a vedere di pi\u00f9: non devono assolutamente ergersi a giudici di un tribunale staliniano, n\u00e9 possono permettersi di sentenziare chi sia abusivo e chi no. Questo non spetta a loro deciderlo: spetta alla sensibilit\u00e0, alla intelligenza, al giudizio del lettore. Non del lettore-tipo, che \u00e8 un&#8217;astrazione, n\u00e9 del lettore-massa, che \u00e8 un pecorone belante e ruminante in mezzo al gregge; ma, se vogliamo, del lettore ideale: di colui che possiede sufficiente intelligenza, sensibilit\u00e0 e cultura per farsi una idea adeguata del testo che ha davanti. E la stessa cosa vale per i critici musicali o per i critici d&#8217;arte o per quelli cinematografici: non \u00e8 loro compito quello di escludere o includere, semmai di fornire strumenti al pubblico per meglio comprendere e per poter formulare dei giudizi che siano, per quanto possibile, saldamente motivati e argomentati, e non gi\u00e0 umorali, aleatori, campati per aria e affidati all&#8217;estro ed al capriccio momentaneo.<\/p>\n<p>Tornando a Tarchetti: \u00e8 vero, Tarchetti non scrive bene. Come negarlo? Per\u00f2, attenzione: Tarchetti ha dischiuso una porta che, per troppo tempo, era rimasta sigillata; ha introdotto in letteratura il criterio della verit\u00e0 intima, segreta, sulle tracce di sant&#8217;Agostino, per quanto impietosa tale ricerca possa rivelarsi; la passione dello scavo interiore, per quanto doloroso: e senza troppi cerebralismi e intellettualismi. Insomma, i suoi racconti e i suoi romanzi, a cominciare da \u00abFosca\u00bb, si leggono ancora, e si leggono volentieri: pur non essendo capolavori, e pur non essendo scritti bene, toccano il cuore e svelano profondit\u00e0 insospettate dell&#8217;anima umana &#8212; abissi, anche, e tenebre, ma senza compiacimenti nichilisti e relativisti o pseudo-esistenzialisti. Egli \u00e8 pur sempre uno scrittore ancorato alla vita: non uno scrittore chiuso e sigillato nelle sue cervellotiche esplorazioni mentali, come James Joyce o come Virginia Woolf.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 Tarchetti viene ancora letto con interesse e con soddisfazione dal pubblico, mentre Joyce e Woolf, parliamoci chiaro, non piacciono a nessuno e non sono mai stati letti da nessuno, tranne dai disgraziati studenti che i loro professori costringono a farlo, o dagli intellettuali alla moda che, poi, ne ricavano dei saggi molto profondi, molto penetranti, molto illuminanti, ma, ahim\u00e8, anch&#8217;essi non letti da alcuno, tranne da quel pubblico di persone che vogliono sembrare colte, sfoggiando una superficiale conoscenza degli argomenti pi\u00f9 dibattuti, pi\u00f9 attuali e di maggior richiamo. Insomma, il pubblico delle persone semi-colte, le quali, guarda caso, sfoggiano sempre il giudizio politicamente corretto sull&#8217;ultimo romanzo, sull&#8217;ultimo film, sull&#8217;ultima mostra di pittura, perch\u00e9 hanno dedicato un&#8217;oretta del loro tempo alla lettura dell&#8217;inserto culturale della domenica di qualche grande quotidiano, e hanno mandato, pi\u00f9 o meno a memoria, la lezioncina cos\u00ec appresa, e garantita dalla firma di qualche importante saggista o giornalista.<\/p>\n<p>Non stiamo facendo l&#8217;elogio del qualunquismo e dell&#8217;anti-intellettualismo: lasciamo volentieri ai demagoghi la prima cosa, e ai disonesti la seconda; non stiamo dicendo che a decidere sulla buona e sulla cattiva letteratura \u00e8 chi non ne sa nulla, ad esclusione di chi ne sa, invece, qualche cosa; al contrario: sosteniamo che il giudizio letterario, come ogni altro giudizio estetico, non pu\u00f2 essere appannaggio di una classe di &quot;specialisti&quot;, perch\u00e9 lo specialismo \u00e8 il grande male, il grande abbaglio, il grande pervertimento, del nostro tempo: il male dei limitati che scambiano la parte per il tutto, che confondono la finestra della loro stanza con il mondo esterno, che credono d&#8217;essere vivi, mentre sono morti e mandano gi\u00e0 cattivo odore.<\/p>\n<p>Quel che stiamo cercando di dire \u00e8 che l&#8217;opera letteraria, come qualunque altra opera dell&#8217;arte e del pensiero, parla &#8212; beninteso, se ha qualcosa da dire &#8212; da sola: e non c&#8217;\u00e8 critico letterario che possa farla parlare, se \u00e8 muta; n\u00e9 critico letterario che possa abolirla, cancellarla, ridurla al silenzio (come vorrebbe il buon Mandruzzato, moderno inquisitore molto bene intenzionato ed anche, si capisce, molto, moltissimo politicamente corretto) se essa parla ed \u00e8 viva. In fondo, vige per il giudizio su di un&#8217;opera letteraria lo stesso atteggiamento che dovrebbe guidarci nei rapporti con le persone: chi \u00e8 vivo e vitale, non passer\u00e0 mai inosservato, quand&#8217;anche facesse di tutto per nascondersi, purch\u00e9, beninteso, siamo vivi ed aperti anche noi che lo abbiamo incontrato, e quindi capaci di vederlo e di riconoscerlo; mentre chi \u00e8 morto, e non ha niente da dire, quand&#8217;anche gridasse dai tetti con voce stentorea, o parlassero a suo favore tutti i critici di questo mondo, non meriterebbe neppure uno sguardo di compatimento, neppure un pensiero, neppure un istante del nostro tempo, non essendo altro che un misero impostore.<\/p>\n<p>Certo: l&#8217;ideale sarebbe trovare le due cose riunite insieme: un contenuto vivo e vitale, permeato di profonda umanit\u00e0, di saggezza, di originalit\u00e0, di inventiva; ed una forma armoniosa, impeccabile, rispettosa di tutte le regole del &quot;bello scrivere&quot;: ma tutto questo \u00e8 riservato a pochissimi scrittori, che sono, appunto, i &quot;classici&quot;. Si badi: non tutti gli autori e non tutti i libri che oggi passano per dei classici, lo sono veramente: perch\u00e9, troppo spesso, abbiamo permesso ai critici di decidere loro che cosa sia un classico, e cosa non lo sia; mentre il loro compito e la loro ragion d&#8217;essere dovrebbe essere, semplicemente, quella di guidarci a riconoscere le caratteristiche interne di un&#8217;opera, di aiutarci a meglio comprenderla, di fornirci ulteriori strumenti d&#8217;interpretazione, sia formale, sia contenutistica. E nient&#8217;altro.<\/p>\n<p>Per esempio: dove sono finiti i critici che, fino a pochissimi decenni or sono, levavano alle stelle la bravura di uno scrittore come Riccardo Bacchelli, oggi cos\u00ec disinvoltamente dimenticato (al punto che il correttore automatico del &quot;computer&quot; non riconosce il suo nome, e lo sottolinea, come se fosse errato)? Eppure, \u00abIl mulino del Po\u00bb ha tutte le caratteristiche per poter essere considerato un classico: sia di forma, sia di contenuto. Invece, oggi gli studenti universitari, per non parlare di quelli del liceo, ignorano addirittura il suo nome. In compenso, zelanti professori semi-colti e semi-intelligenti incitano i loro studenti a leggere con somma riverenza Alberto Moravia o Umberto Eco; Italo Calvino, poi, o Elio Vittorini, passano per scrittori di poco inferiori a Dante. E allora? E allora, si ritorna sempre l\u00ec: la critica letteraria, quando s&#8217;impanca a tribunale, rende un pessimo servizio alla societ\u00e0; non fa progredire la cultura; ostacola l&#8217;intelligenza; ritarda la consapevolezza dei giovani. Lasciamo che il libro ci parli da solo, se ha qualcosa da dire&#8230; e cerchiamo di ascoltarlo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Bisognerebbe depennare dai manuali di storia della letteratura quegli scrittori che non rispettano le buone, vecchie norme del &quot;bello scrivere&quot;? 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