{"id":28640,"date":"2015-08-11T10:27:00","date_gmt":"2015-08-11T10:27:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/08\/11\/la-graduale-scomparsa-delle-vecchie-trattorie-e-un-indice-della-caduta-di-civilta\/"},"modified":"2015-08-11T10:27:00","modified_gmt":"2015-08-11T10:27:00","slug":"la-graduale-scomparsa-delle-vecchie-trattorie-e-un-indice-della-caduta-di-civilta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/08\/11\/la-graduale-scomparsa-delle-vecchie-trattorie-e-un-indice-della-caduta-di-civilta\/","title":{"rendered":"La graduale scomparsa delle vecchie trattorie \u00e8 un indice della caduta di civilt\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>Le vecchie osterie e le vecchie trattorie: luoghi di ristoro, ma anche di socialit\u00e0; luoghi che si vanno sempre pi\u00f9 diradando e la cui malaugurata scomparsa, in un futuro ormai non troppo lontano, sar\u00e0 una ulteriore testimonianza del progressivo imbarbarimento di quella che, a torto, si autodefinisce la societ\u00e0 del benessere.<\/p>\n<p>Delle vecchie osterie abbiamo gi\u00e0 avuto occasione di parlare (cfr. i nostri precedenti articoli: \u00abUna pagina al giorno: addio alla vecchia osteria, di Renzo Valente\u00bb, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 05\/05\/2009; \u00abNelle vecchie osterie di quartiere sopravvive l&#8217;anima genuina delle citt\u00e0\u00bb, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 06\/08\/2012; e parliamo adesso delle trattorie e dei ristoranti tipici, di quelli cio\u00e8, nei quali si \u00e8 conservata la tradizione gastronomica propria del luogo. In un mondo sempre globalizzato e disumanizzato, dove imperversano McDonald&#8217;s e Coca Cola, ristoranti cinesi e piatti mediorientali, e dove ormai si fa fatica persino a bere un bicchier di vino che sia prodotto &quot;in loco&quot;, riteniamo che il preoccupante diradarsi dei locali tipici e la fin troppo facile previsione di una loro scomparsa entro tempi relativamente brevi, dovrebbero suscitare un soprassalto di consapevolezza e di orgoglio da parte dei cittadini, sempre pi\u00f9 derubati della propria identit\u00e0 e privati delle loro radici, per essere munti e sfruttati dalle multinazionali che tengono in pugno l&#8217;intero settore agroalimentare e stanno conquistando quello della ristorazione.<\/p>\n<p>Ci piace riportare, in omaggio al nostro caro, vecchio Friuli (come gi\u00e0 facemmo con gli articoli: \u00abUna pagina al giorno: &quot;Cena a Talmassons&quot;, di Rino Domenicali\u00bb, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 08\/12\/2008; e \u00abFare filosofia alla tavola da pranzo, magari davanti a un buon piatto di brovada\u00bb, pubblicato su \u00abIl Corriere delle Regioni\u00bb il 06\/02\/2015), ma valido per qualsiasi lettore di qualunque pare d&#8217;Italia &#8212; e d&#8217;Europa -, una parte d&#8217;un articolo di uno che se ne intendeva, il giornalista Isi Benini, apparso sul quindicinale \u00abIl punto\u00bb, n. 14\/15 agosto 1980, intitolato \u00abUdine: il deserto in cucina\u00bb. E si tenga presente che il grido d&#8217;allarme, lanciato dal compianto Benini, risale a trentacinque anni fa, quando i &quot;nemici&quot; che insidiavano la buona tavola tradizionale non erano altro che la pizza e la birra, e non ancora i locali esotici e i piatti stranieri, cucinati non si sa come e non si sa con che cosa; e, pi\u00f9 spietati ancora di loro, quegli altri nemici di natura economica, vogliamo dire l&#8217;aumento dei costi della manodopera e delle vivande, le tasse sempre pi\u00f9 implacabili, i controlli fiscali asfissianti, e da ultimo, colpo di grazia a un organismo gi\u00e0 in agonia, la tremenda crisi che si \u00e8 abbattuta sulla nostra societ\u00e0 a partire dal 2008, e dalla quale, nonostante le promesse e le rassicurazioni del governo, non siamo ancora usciti, n\u00e9 si sa quando e se ne usciremo (da: \u00abIl Punto. Cento storie friulane da Isi Benini\u00bb, edito a cura della camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Udine, 1995, pp. Pp. 82-83):<\/p>\n<p>\u00abProprio cos\u00ec, purtroppo. La cucina di Udine e dei suoi immediati paraggi \u00e8 quasi un deserto, con poche, pochissime oasi di felicit\u00e0 eno-gastronomica; ma &#8212; quel che \u00e8 peggio &#8212; con poco amore, ormai, nei riguardi dei fornelli antichi e pochissimo rispetto della tradizione. Voglio dire che c&#8217;\u00e8 un diffuso senso di lassismo nel mondo di una ristorazione gi\u00e0 famosa e giustamente orgogliosa delle gemme che riusciva a togliere dal suo scrigno e che costituiva quasi un emblema per Udine, soprattutto, e per il Friuli. Il decadentismo, eccome no!?, \u00e8 evidente; la scuola di un tempo non lontano sembra non aver lasciato traccia se non nella sparuta pattuglia di pochi discepoli che sono gi\u00e0 sul viale del tramonto, anche se in cucina resistono come meglio possono, contro il dilagare del pressappochismo e dell&#8217;appiattimento dei gusto delle giovani generazioni: pizza e birra, birra e pizza, fino alla noia.<\/p>\n<p>In Friuli s veniva e si viene volentieri per i vini, nettamente in vantaggio, oggi, sulla cucina. Ma ea felice approdo anche per i piatti tradizionali, quelli che i seguaci di Bocuse e delle invenzioni definiscono dei mass-media. Quante e quante volte sar\u00e0 capitato anche a Voi, di sentirvi chiede dov&#8217;\u00e8 che si mangia bene qui a Udine o nei dintorni? E quante e quante volte (parlo di tempi, ripeto, ormai lontani) avrete sentito l&#8217;orgoglio di poter sciorinare il lungo elenco di ristoranti e trattorie tipiche udinesi che questo vostro avallo meritavano? Voglio cominciare dagli anni ruggenti: il &quot;Monte&quot; di Gino Dalla Mura in via Mercatovecchio, l&#8217;&quot;Europa&quot; di <em>par\u00f2n<\/em> Pietro Rizzi e del suo ridicolo cagnolino Tric dinanzi alla stazione ferroviaria, il &quot;Friuli&quot; di Silvio Balbusso in piazza XX Settembre, il &quot;Vitello d&#8217;oro&quot; di Gheo Sinigaglia, la &quot;Buona Vite&quot; di Maria Rosso in via Treppo, e ancora, pi\u00f9 lontano di tutti, l&#8217;&quot;Italia&quot; di Beneto Beltrame e poi dei figli Bruno e Carlo, e i &quot;Frati&quot;, la &quot;Colonna&quot;, i &quot;Parrocchiani&quot;, il &quot;Fante&quot;, il &quot;Manin&quot;, l&#8217;&quot;Aquila Nera&quot;, siora Rosa con i suoi carrelli di lesso e via via di questo passo, <em>memorie j\u00f9dimi<\/em> [&quot;memoria, aiutami&quot;: ci permettiamo di tradurre a beneficio del lettore non friulano]. Oggi non ci siamo pi\u00f9. Non come una volta, almeno. Per non parlare poi dei dintorni di Udine ove, comunque, qualche roccaforte resiste ancora, e con il garbo casereccio di un tempo. Cos\u00ec come resistono talune isole in citt\u00e0, sempre meno convinte, e, piuttosto sempre pi\u00f9 esasperate dai costi del personale che violentano ogni residuo coraggio e ogni residua volont\u00e0 di far trincea contro la cucina <em>pr\u00eat-a-porter<\/em>. Purtroppo non \u00e8 pi\u00f9 l&#8217;epoca delle famiglie patriarcali con la nonna a curar radicchio e a sbucciar fagioli, la mamma in cucina fra i fornelli, il padre e i figli al banco di mescita o fra i tavoli, sicch\u00e9 a sera si tiravano le somme per la famiglia e non per i contributi sindacali e previdenziali, le tasse e la ricevuta fiscale. Giusti, non lo nego, giustissimi tutti questi balzelli, ma certamente cavalli di Troia nell&#8217;economia della trattoria a piccola conduzione della famiglia patriarcale friulana che i costi della vita, l&#8217;ansia di evasioni dei giovani e la pillola, qui in citt\u00e0, hanno immalinconito. E buonanotte ai suonatori.<\/p>\n<p>I ristoranti: certo, ci sono, e taluni anche preziosi. A volte fin troppo, Il mio lamento, per\u00f2, non si riferisce a essi, quando parlo di cucina deserta a Udine. Si riferisce, invece, alla trattoria tipica che in fondo in fondo (lo sottolineo al mio amico Paolo Micoli, rabbioso difensore della &quot;nuova cucina&quot; di ispirazione francese, e a quanti come lui fanno costante riferimento alla Francia) \u00e8 quella che tutti amiamo. Ebbene, amici che la pensate diversamente, rassegnatevi a recitare il de profundis: prima o poi, quand&#8217;anche gli ultimi <em>hidalghi<\/em> dei piatti tradizionali avranno alzato la bandiera della resa, le care, s\u00ec vecchie e care trattorie tipiche udinesi scompariranno del tutto. I sintomi ci sono. Tutti. E la diagnosi infausta \u00e8 fin troppo facile.\u00bb<\/p>\n<p>Qui, naturalmente, ci sono diversi ordini di problemi che si sommano e si aggrovigliano, a rendere le prospettive cos\u00ec drammaticamente incerte. Abbiamo gi\u00e0 accennato sia a quelli dovuti alla invasione (s\u00ec, lo ripetiamo: alla INVASIONE) di catene di locali stranieri e di mode culinarie assolutamente estranee ed avulse dalla tradizione e dal contesto culturale; alla rapace e insensata politica di prelievo, o meglio, di saccheggio fiscale, che taglia le gambe ai locali a conduzione familiare &#8212; cos\u00ec come ai commercianti, agli artigiani e ai piccoli imprenditori, che sono l&#8217;ossatura economica del nostro Paese e che rappresentano la sola diga ancora esistente fra noi e il totale naufragio della nostra societ\u00e0 &#8211; spingendoli inesorabilmente verso la chiusura; all&#8217;aumento dei costi generalizzato e alla diminuzione della clientela, a causa della gravissima crisi economica che stiamo attraversando.<\/p>\n<p>Tuttavia, \u00e8 inutile nasconderselo: la malattia \u00e8 ancora pi\u00f9 profonda, e proprio per questo temiamo che sia mortale. La malattia \u00e8 la perdita di interesse, di amore, di rispetto, nei confronti della tradizione, di cui la cucina locale \u00e8 un aspetto importantissimo; \u00e8 l&#8217;ammirazione acritica, e la preferenza puramente interessata e venale, per le merci e le imprese straniere; ma soprattutto il nuovo modo di nutrirsi (dire &quot;mangiare&quot; sarebbe gi\u00e0 troppo), frettoloso e malsano, importato dalla televisione e dalla pubblicit\u00e0: per cui ci\u00f2 che conta non \u00e8 nutrirsi con cibi adeguati, possibilmente stando in buona compagnia, ma trangugiare alla bell&#8217;e meglio un <em>toast<\/em>, un <em>sandwich<\/em>, un <em>hamburger<\/em>, un <em>hot-dog<\/em> (gi\u00e0 il vocabolario inglese dice tutto), innaffiandolo con una bevanda purchessia, il tutto in pochi minuti e magari stando all&#8217;impiedi.<\/p>\n<p>A parte il danno irrimediabile per la salute; a parte il danno economico, che si traduce in una ulteriore perdita di sovranit\u00e0 produttiva (se cos\u00ec possiamo chiamarla) a vantaggio di multinazionali straniere, ed a parte anche le nefaste conseguenze sul piano culturale, sotto forma di ulteriore impoverimento della coscienza identitaria che, a tavola pi\u00f9 ancora che in altri luoghi e circostanze, rappresenta un bagaglio irrinunciabile per qualsiasi popolo e comunit\u00e0: resta il fatto che la progressiva scomparsa delle trattorie familiari, basate sull&#8217;offerta di piatti tipici locali, assesta un colpo ulteriore, e purtroppo mortale, a quella civilt\u00e0 del vivere sociale costruita dai nostri avi, del vivere da uomini fra i propri simili, secondo i ritmi e i modi di una sana tradizione e non secondo i ritmi e i modi di un villaggio globale disumanizzato e dominato esclusivamente dalle leggi spietate di un mercato sempre pi\u00f9 drogato dallo strapotere finanziario.<\/p>\n<p>In altre parole: alla tavola presso cui sediamo per mangiare, in ci\u00f2 che sta nel piatto che abbiamo di fronte e nella bottiglia da cui ci versiamo da bere nel bicchiere, possiamo misurare il grado di umanit\u00e0 che ancora riusciamo a difendere in noi stessi e nel nostro stile di esistenza, vale a dire il grado di civilt\u00e0 del mondo in cui viviamo: perch\u00e9 la vita \u00e8 fatta di molte piccole cose e alcune di esse, in modo speciale, pur nella loro abitualit\u00e0, sono qualificanti e altamente indicative della direzione che il nostro vivere comunitario sta seguendo. Perch\u00e9 una cosa \u00e8 vivere, s\u00ec, in mezzo a tanta gente, per\u00f2 solamente ACCANTO agli altri, e magari anche CONTRO gli altri, comunque nella piena e reciproca indifferenza; e un&#8217;altra cosa, e ben diversa, \u00e8 vivere INSIEME agli altri, condividendo le cose belle e gustando con piacere, con gratitudine, con affetto, i frutti di un lavoro che non abbia lo scopo esclusivo di gonfiare il portafoglio, ma anche di rendere pi\u00f9 sereni, pi\u00f9 &quot;caldi&quot; e pi\u00f9 accoglienti gli atti della nostra vita.<\/p>\n<p>Il mangiare non \u00e8 solo una funzione fisiologica: se fosse solamente questo, si sarebbe gi\u00e0 avverata la predizione di alcuni romanzi e film di fantascienza, e avremmo risolto il problema del pranzo e della cena inghiottendo un paio di pillole ipernutrienti al giorno. Il mangiar, invece, \u00e8 uno dei momenti della giornata in cui si riflette l&#8217;insieme dei valori sui quali abbiamo costruito la nostra civilt\u00e0 e, nello stesso tempo, uno dei momenti privilegiati per la vita dell&#8217;anima: perch\u00e9, senza cadere nelle basse forme di edonismo e di epicureismo, \u00e8 innegabile che il buon mangiare e il buon bere, specie se ci si trova in simpatica compagnia, rappresenta un godimento non solo per il corpo, ma anche per lo spirito. E il mangiare al ristorante o in trattoria, magari con gli amici, oppure con la famiglia, concedendosi un po&#8217; di sana distrazione e prendendosi una piccola pausa dagli affanni del lavoro e dalle incessanti preoccupazioni della vita quotidiana, \u00e8 uno dei pi\u00f9 onesti, sani e innocenti godimenti dello spirito che siano, nello stesso tempo, alla portata di tutti: giovani e vecchi, intelligenti e sempliciotti, gran lavoratori e amanti del dolce far niente.<\/p>\n<p>Perci\u00f2, coraggio: non \u00e8 gratificante &#8212; non per noi, almeno &#8212; fare l&#8217;eterno mestiere di Cassandra, gridare alle sciagure prossime venture e osservare, con amaro compiacimento, come gli eventi fatali si avvicinino inesorabilmente, mentre nessuno fa qualcosa per scongiurarli. Anche la via \u00e8 impervia e irta di ostacoli d&#8217;ogni genere &#8212; lo abbiamo visto &#8212; la civilt\u00e0 delle vecchie trattorie \u00e8 una di quelle piccole, grandi cose sulle quali vale la pena di puntare i piedi e di condurre una strenua battaglia: ne va della nostra salute, ma anche della nostra anima. In queste piccole cose &#8212; piccole, ma grandi &#8212; si vede la nostra capacit\u00e0 di cogliere ci\u00f2 che \u00e8 essenziale e ci\u00f2 che \u00e8 secondario; ci\u00f2 a cui possiamo rinunciare senza troppi rimpianti, e ci\u00f2 la cui perdita ci causerebbe un danno irreparabile. E il modo migliore per sostenere i vecchi locali tipici \u00e8 proprio quello di frequentarli: di resistere alle tentazioni delle mode straniere, ma insulse e omologanti, e di essere disposti a spendere, forse (ma non \u00e8 detto!) qualche cosa in pi\u00f9, in cambio di un bene che non ha prezzo.<\/p>\n<p>Ah, un&#8217;ultima cosa. Se passate da Udine e volete pranzare bene, fermatevi &quot;Al vecchio stallo&quot;, in Via Viola; se vi basta un piatto veloce, &quot;Al canarino&quot;, in Via Cussignacco; se avete la macchina, andate \u00abAl Grop\u00bb di Tavagnacco. Gi\u00e0 in troppi han dovuto chiudere. E per ogni trattoria tipica che chiude, \u00e8 un pezzo della nostra storia e della nostra stessa anima che se ne vanno via, per sempre&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le vecchie osterie e le vecchie trattorie: luoghi di ristoro, ma anche di socialit\u00e0; luoghi che si vanno sempre pi\u00f9 diradando e la cui malaugurata scomparsa,<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30188,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[32],"tags":[149],"class_list":["post-28640","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-varie-costumi-e-societa","tag-friuli-venezia-giulia"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-varie-costumi-e-societa.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28640","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28640"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28640\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30188"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28640"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28640"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28640"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}