{"id":28622,"date":"2008-07-18T03:45:00","date_gmt":"2008-07-18T03:45:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/07\/18\/pervenire-alla-conoscenza-di-se-per-schopenhauer-e-il-presupposto-per-negare-la-volonta-di-vivere\/"},"modified":"2008-07-18T03:45:00","modified_gmt":"2008-07-18T03:45:00","slug":"pervenire-alla-conoscenza-di-se-per-schopenhauer-e-il-presupposto-per-negare-la-volonta-di-vivere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/07\/18\/pervenire-alla-conoscenza-di-se-per-schopenhauer-e-il-presupposto-per-negare-la-volonta-di-vivere\/","title":{"rendered":"Pervenire alla conoscenza di s\u00e9, per Schopenhauer, \u00e8 il presupposto per negare la volont\u00e0 di vivere"},"content":{"rendered":"<p>Nel 1819, mentre in Germania furoreggia la filosofia di Hegel, impostata sul concetto della sensatezza dell&#8217;Essere quale dispiegamento del Logos nella storia, vede la luce un&#8217;opera di uno sconoscuito filosofo originario di Danzica: <em>Il mondo come volont\u00e0 e come rappresentazione<\/em>, di Arthur Schopenhauer, che \u00e8 la pi\u00f9 radicale negazione dell&#8217;ottimismo e del razionalismo hegeliani e che, pur passando quasi inosservata, in un secondo momento giunger\u00e0 ad acquistate un&#8217;influenza sempre pi\u00f9 grande sul clima spirituale europeo.<\/p>\n<p>Per Schopenhauer, le cose sono prive sia di fondamento, sia di ragione. Rifacendosi a Kant (e, in parte, a Platone, ma piegandoli entrambi alle proprie esigenze), sostiene che le cose non possiedono una realt\u00e0 indipendente dal soggetto, e che i fenomeni che cadono sotto i nostri sensi, altro non sono che semplici apparenze. Tra noi ed esse vi \u00e8 un <em>velo di Maja<\/em> che ci impedisce di coglierne la realt\u00e0 (come accadeva per il <em>noumeno<\/em> kantiano, ma senza che ci\u00f2 incrinasse la fiducia di Kant nell&#8217;autosufficienza del fenomeno). Questa apparenza \u00e8, per lui, la <em>rappresentazione<\/em> del mondo; mentre la cosa in s\u00e9 \u00e8 la <em>volont\u00e0.<\/em> Le cose non esistono come prodotti del soggetto, come vorrebbe l&#8217;idealismo; tuttavia \u00e8 da esso che ricevono il loro senso.<\/p>\n<p>Ma che cos&#8217;\u00e8, allora, la conoscenza? Non certo la conoscenza dell&#8217;essenza profonda delle cose, bens\u00ec la pura e semplice <em>descrizione<\/em> dei fenomeni, utile per i bisogni pratici della vita. Per Kant, scienza e conoscenza era un&#8217;unica cosa; e, appunto per questo, egli aveva negato all&#8217;uomo la possibilit\u00e0 di attingere la conoscenza fuori dell&#8217;ambito empirico, quello del fenomeno. Schopenhauer, per\u00f2, non \u00e8 d&#8217;accordo; per lui, l&#8217;uomo possiede un organo capace di proiettarlo al di l\u00e0 della sfera empirica: l&#8217;intuizione, mediante la quale egli pu\u00f2 accrescere la sua conoscenza. Poi, accanto all&#8217;intuizione, vi \u00e8 la coscienza della propria corporeit\u00e0, che consente all&#8217;uomo di riconoscere in se stesso un groviglio di impulsi e di istinti che sono l&#8217;espressione della volont\u00e0. Anzi, il corpo non \u00e8 che volont\u00e0 oggettivata, cos\u00ec come lo sono tutti i corpi e tutti i fenomeni fisici che si producono nell&#8217;universo.<\/p>\n<p>Ma che cos&#8217;\u00e8, esattamente, codesta volont\u00e0?<\/p>\n<p>Ecco come la descrive lo storico della filosofia Sergio Moravia (<em>Educazione e pensiero,<\/em> Le Monnier, Firenze, 1983, vol. 3, p. 197):<\/p>\n<p><em>Che cos&#8217;\u00e8 la volont\u00e0 per Schopenhauer? \u00c8 l&#8217;oscura e terribile energia del mondo, che si obiettiva in forme sempre diverse e disposte secondo una scala di complessit\u00e0 crescente. \u00c8 una forza cieca, non riducibile entro le consuete forme spazio-temporali, e dunque non suscettibile di controllo scientifico. Se da un lato alimenta la vita di tutti gli esseri, dall&#8217;altro \u00e8 anche sorgente di conflitto e di guerra permanente. Tale \u00ablotta universale\u00bb raggiunge il livello massimo nel regno animale, dove ogni essere tende ad annullare l&#8217;altro: talch\u00e9 qui \u00abla volont\u00e0 di vivere divora perennemente se stessa\u00bb. Simile alla libido freudiana, la volont\u00e0 non obbedisce n\u00e9 alla guida della ragione, n\u00e9 alle prescrizioni della morale. Essa non persegue altri fini che la pura e semplice affermazione di s\u00e9: ma la sua tragedia \u00e8 che non riesce mai a realizzarsi compiutamente.<\/em><\/p>\n<p>Come per Leopardi (con il quale presenta notevoli analogie, anche se all&#8217;epoca questi ebbe una minore risonanza a livello europeo), anche per Schopenahuer vi \u00e8 un fondamentale squilibrio ontologico nella natura umana, una sproporzione incolmabile fra volont\u00e0 e bisogno, ossia fra il desiderio inesausto di sempre nuovi oggetti da inseguire, e una fondamentale mancanza da cui l&#8217;uomo \u00e8 strutturalmente caratterizzato, per cui la volont\u00e0 risulta sempre inadeguata e il desiderio ne esce perennemente insoddisfatto e frustrato. Come per il poeta di Recanati, la vita dell&#8217;uomo oscilla incessantemente, monotonamente, fra il dolore e la noia.<\/p>\n<p>Che cos&#8217;\u00e8, dunque, la storia, se non la futile ripetizione di una commedia gi\u00e0 scritta e messa in scena innumerevoli volte? Nel secolo che, pi\u00f9 di ogni altro, esalta la filosofia della storia, facendo perno sull&#8217;idea di progresso &#8211; idea di matrice illuministica, ma non ripudiata dai filosofi romantici -, Schopenhauer proclama, senza batter ciglio, che tutta la storia \u00e8 assurda e inutile; che non esiste miglioramento n\u00e9 progresso; che, nelle vicende umane, non vi \u00e8 alcuna ombra di senso, di scopo, di fine.<\/p>\n<p>Quanto alla vita del singolo individuo, essa \u00e8 una spossante lotta per l&#8217;esistenza, il cui esito scontato \u00e8 la morte (e viene alla mente la metafora del vecchio, scalzo e lacero, che si affretta tra mille fatiche e pericoli verso l&#8217;abisso oscuro che lo inghiottir\u00e0 per sempre, nel <em>Canto notturno di un pastore errante dell&#8217;Asia<\/em>). L&#8217;intera vita umana non \u00e8 altro che una morte temporaneamente rinviata; e il tempo, divoratore dei giorni, \u00e8 parte della struttura essenziale dell&#8217;uomo stesso. Chiss\u00e0 se Schopenhauer aveva letto <em>Orologio da rote<\/em> del poeta friulano Ciro di Pers, uno dei migliori e pi\u00f9 seri marinisti, tutta dominata dall&#8217;ansia e dall&#8217;angoscia per l&#8217;avvicinarsi della morte, che il suono cupo dell&#8217;orologio meccanico scandisce con inesorabile regolarit\u00e0. Di certo, anche se la convinzione che l&#8217;uomo \u00e8 un essere-per-la morte non \u00e8 stata affatto \u00abinventata\u00bb da Schopenhauer, egli l&#8217;ha posta con forza e coerenza inusuali, e ha dato origine a un filone nichilista che, passando per Freud, Heidegger e Sartre, non si \u00e8 pi\u00f9 arrestato e continua a incombere &#8211; pi\u00f9 o meno esplicito, pi\u00f9 o meno sullo sfondo &#8211; sul paesaggio spirituale del mondo contemporaneo.<\/p>\n<p>\u00c8 pur vero che Schopenhauer ha delineato le possibili forme di liberazione dal \u00abmale di vivere\u00bb. Individuando nella cieca volont\u00e0 la radice dell&#8217;attaccamento e, quindi, del dolore, egli ha indicato nella conoscenza, nell&#8217;arte e nell&#8217;etica &#8211; nelle sue tre forme ascendenti della giustizia, della compassione e dell&#8217;ascesi &#8211; le vie di fuga dal mondo e gli strumenti per trasformare la volont\u00e0 in nolont\u00e0, ossia negazione radicale di se stessa.<\/p>\n<p>Ma sono proposte che convincono poco, e non solo per la scarsa coerenza dimostrata da Schopenhauer, nella sua vita privata, rispetto ad esse, e specialmente a quella etica. Certo, immergendosi nel mondo delle idee e in quello della bellezza, l&#8217;uomo oblia se stesso e si avvicina a una temporanea, benefica sospensione della cieca volont\u00e0 di vivere. E, a maggior ragione, ci\u00f2 accade negli atti della vita etica, nel prendersi cura del prossimo sofferente, nella rinuncia totale alle manifestazioni dell&#8217;ego, quale si realizza nella vita ascetica.<\/p>\n<p>Ma vi \u00e8 una nota falsa nella <em>pars costruens<\/em> del pensiero di Schopenhuer, una nota che non convince.<\/p>\n<p>La conoscenza, l&#8217;arte, l&#8217;esercizio della giustizia a dispetto dei propri interessi egoistici, la compassione verso il prossimo, la rinuncia al mondo fatta dall&#8217;asceta: tutte queste cose sono in grado di offrire, certamente, degli strumenti di liberazione dal dolore e dalla noia; ma tale liberazione \u00e8 l&#8217;effetto da esse provocato, e non l&#8217;obiettivo primario che pu\u00f2 prefiggersi, come fossero delle mere tecniche, colui che le pratica. N\u00e9 l&#8217;arte, n\u00e9 la giustizia, n\u00e9 la compassione e tanto meno l&#8217;ascesi, possono essere utilizzate come dei narcotici per indebolire e ottundere la volont\u00e0 di vivere; come una scorciatoia per sottrarsi al male del mondo.<\/p>\n<p>Al contrario, solo un profondo amore per il mondo e per la vita pu\u00f2 guidare i passi di colui che sceglie di dedicarsi, anima e corpo, al perseguimento della conoscenza, dell&#8217;arte, delle forme pi\u00f9 nobili dell&#8217;etica. La liberazione dal dolore giunge come un premio in certo qual modo inatteso, e comunque non perseguito, a coloro che hanno saputo obliare se stessi, non per paura di vivere e di soffrire, ma per una sovrabbondanza di amore per la vita e di pienezza esistenziale, che li hanno spinti a donarsi senza riserve a una passione pi\u00f9 grande del proprio io.<\/p>\n<p>A questo punto, crediamo sia utile ascoltare la viva voce di Schopenhauer e seguire il ragionamento conclusivo delle sua opera fondamentale.<\/p>\n<p>Scrive, dunque, Arthur Schopenhauer al termine de <em>Il mondo come volont\u00e0 e rappresentazione<\/em> (titolo originale: <em>Die Welt als Wille und Vorstellung<\/em>, 1819; traduzione italiana di Paolo Savj-Lopez e Giuseppe De Lorenzo, Laterza, Bari, 1986, vol. 2, pp. 532-536:<\/p>\n<p><em>&#8230;giunta la nostra indagine al punto da farci vedere nella perfetta santit\u00e0 la negazione e l&#8217;abbandono d&#8217;ogni volere, e quindi la redenzione da un mondo, la cui essenza intera ci si present\u00f2 come dolore, tale condizione ci appare come un passare al vuoto nulla.<\/em><\/p>\n<p><em>A questo proposito devo in primo luogo osservare, che il concetto del nulla \u00e8 essenzialmente relativo, e si riferisce sempre ad alcunch\u00e9 di determinato, ch&#8217;esso nega. Codesta relativit\u00e0 fu attribuita (specie da Kant) soltanto al<\/em> nihil privativum<em>, indicato col segno &#8211; in opposizione al segno +, il qual segno -, capovolgendo il punto di vista, poteva diventare +; e in contrasto con quel<\/em> nihil privativum<em>, si stabil\u00ec un<\/em> nhihl negativum<em>, che fosse il nulla sotto tutti i rapporti, per esempio, del quale si cita la contraddizione logica, distruggente se stessa. Ma, guardando pi\u00f9 da vicino, un nulla assoluto, un vero e proprio<\/em> nihil negativum <em>non si pu\u00f2 neppure immaginare: ogni<\/em> nihil negativum<em>, guardato pi\u00f9 dall&#8217;alto o sussurrato ad un pi\u00f9 alto concetto, rimane pur sempre un<\/em> nihil privativum. <em>Ciascun nulla \u00e8 pensato come tale solo in rapporto a qualche cosa, e presuppone codesto rapporto, ossia quella cosa. Perfino una contraddizione logica \u00e8 un nulla relativo. Non \u00e8 un pensiero della ragione: ma non perci\u00f2 \u00e8 un nulla assoluto. Imperocch\u00e9 essa \u00e8 un&#8217;accozzaglia di parole, \u00e8 un esempio del non pensabile, di cui nella logica si ha bisogno per mostrar le leggi del pensare: quindi, allorch\u00e9 si ricorre con quel fine a un esempio siffatto, si bada all&#8217;insensato, che \u00e8 la cosa positiva di cui si va in cerca, trascurando il sensato, come negativo. Cos\u00ec adunque ogni<\/em> nihil negativum<em>, un nulla assoluto, quando venga subordinato a un concetto pi\u00f9 alto, apparir\u00e0 sempre qual semplice<\/em> nihil privativum<em>, o nulla relativo, che pu\u00f2 sempre scambiare il suo segno con ci\u00f2 ch&#8217;esso nega s\u00ec che questo diventi a sua volta negazione, ed esso viceversa diventi posizione. Con noi s&#8217;accorda anche il risultato della difficile indagine dialettica intorno al nulla, che Platone istituisce nel sofista (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Ci\u00f2 ch&#8217;\u00e8 universalmente ammesso come positivo, che noi chiamiamo l&#8217;ente, e la cui negazione \u00e8 espressa dal concetto del nulla nel suo significato pi\u00f9 universale, \u00e8 appunto il mondo della rappresentazione, che io ho indicato come oggettit\u00e0, specchio della volont\u00e0. E questa volont\u00e0 e questo mondo sono poi anche noi stessi, e al mondo appartiene la rappresentazione in genere, come una delle sue facce: forma di tale rappresentazione sono spazio e tempo, quindi ogni cosa, che sotto questo riguardo esista, dev&#8217;esser posta in qualche luogo e in qualche tempo. Negazione, soppressione, rivolgimento della volont\u00e0 \u00e8 anche soppressione e dileguamento del mondo, ch&#8217;\u00e8 specchio di quella. Se non vediamo pi\u00f9 la volont\u00e0 in codesto specchio, invano ci domanderemo dove si sia rivolta; e lamentiamo allora ch&#8217;ella non abbia pi\u00f9 n\u00e9 dove n\u00e9 quando, e sia svanita nel nulla.<\/em><\/p>\n<p><em>Un punto di vista invertito, qualora fosse possibile per noi, scambierebbe i segni, mostrando come il nulla ci\u00f2 che per noi \u00e8 l&#8217;ente, e quel nulla come l&#8217;ente. Ma, finch\u00e9 noi medesimi siamo la volont\u00e0 di vivere, il nulla pu\u00f2 essere conosciuto da noi solo negativamente, perch\u00e9 l&#8217;antico principio d&#8217;Empedocle, potere il simile esser conosciuto soltanto dal simile, ci toglie qui ogni possibilit\u00e0 di conoscenza; come viceversa poggia su quel principio la possibilit\u00e0 di tutta la nostra conoscenza reale, ossia il mondo come rappresentazione o l&#8217;oggettit\u00e0 della volont\u00e0. Imperocch\u00e9 il mondo \u00e8 l&#8217;autocognizione della volont\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>Quando si volesse tuttavia insistere nel pretendere in qualche modo una cognizione positiva di ci\u00f2, che la filosofia pu\u00f2 esprimere solo negativamente, come negazione della volont\u00e0, non potremmo far altro che richiamarci allo stato di cui fecero esperienza tutti coloro, i quali pervennero alla completa negazione della volont\u00e0; stato al quale si son dati i nomi di estasi, rapimento, illuminazione, unione con Dio, e cos\u00ec via. Ma tale stato non pu\u00f2 chiamarsi cognizione vera e propria, perch\u00e9 non ha pi\u00f9 la forma del soggetto e dell&#8217;oggetto, e inoltre \u00e8 accessibile solo all&#8217;esperienza diretta n\u00e9 pu\u00f2 essere comunicato altrui.<\/em><\/p>\n<p><em>Noi, che restiamo fermi sul terreno della filosofia, dobbiamo qui contentarci della conoscenza negativa, paghi d&#8217;aver raggiunto il limite estremo della positiva. Avendo riconosciuto nella volont\u00e0 l&#8217;essenza in s\u00e9 del mondo, e in tutti i fenomeni del mondo null&#8217;altro che l&#8217;oggettit\u00e0 di lei; avendo quest&#8217;oggettit\u00e0 perseguito dall&#8217;inconsapevole impulso delle oscure forze naturali fino alle pi\u00f9 lucide azioni umane, non vogliamo punto sfuggire alla conseguenza: che con la libera negazione, con la soppressione della volont\u00e0, vengono anche soppressi tutti quei fenomeni e quel perenne premere e spingere senza meta e senza posa per tutti i gradi dell&#8217;oggettit\u00e0, nel quale e mediante il quale il mondo consiste; soppressa la variet\u00e0 delle forme succedentisi di grado in grado, soppresso, con la volont\u00e0, tutto intero il suo fenomeno, poi finalmente anche le forme universali di quello, tempo e spazio; e da ultimo ancora la pi\u00f9 semplice forma fondamentale di esso, soggetto e oggetto. Non pi\u00f9 volont\u00e0: non pi\u00f9 rappresentazione, non pi\u00f9 mondo.<\/em><\/p>\n<p><em>Davanti a noi non resta invero che il nulla. Ma quel che si ribella contro codesto dissolvimento nel nulla, la nostra natura, \u00e8 anch&#8217;essa nient&#8217;altro che la volont\u00e0 di vivere. Volont\u00e0 di vivere siamo noi stessi, volont\u00e0 di vivere \u00e8 il nostro mondo. L&#8217;aver noi tanto orrore del nulla, non \u00e8 se non un&#8217;altra manifestazione del come avidamente vogliamo la vita, e come niente siamo se non questa volont\u00e0, e niente conosciamo se non lei. Ma rivolgiamo lo sguardo dalla nostra personale miseria e dal chiuso orizzonte verso coloro, che superarono il mondo; coloro, in cui la volont\u00e0, giunta alla piena conoscenza di s\u00e9, se medesima ritrov\u00f2 in tutte le cose e quindi liberamente si rinneg\u00f2; coloro, che attendono di veder svanire ancor solamente l&#8217;ultima traccia della volont\u00e0 col corpo, cui ella d\u00e0 vita. Allora, in luogo dell&#8217;incessante, agitato impulso; in luogo del perenne passar dal desiderio al timore e dalla gioia al dolore; in luogo della speranza mai appagata e mai spenta, ond&#8217;\u00e8 formato ogni sogno di vita d&#8217;ogni uomo ancor volente: ci appare quella pace che sta pi\u00f9 in alto di tutta la ragione, quell&#8217;assoluta quiete dell&#8217;anima pari alla calma del mare, quel profondo riposo, incrollabile fiducia e letizia, il cui semplice riflesso nel volto, come l&#8217;hanno rappresentato Raffaello e Correggio, \u00e8 un completo e certo Vangelo. La conoscenza sola \u00e8 rimasta, la volont\u00e0 \u00e8 svanita. E noi guardiamo con dolorosa e profonda nostalgia a quello stato, vicino al quale apparisce in piena luce, per contrasto, La miseria e la perdizione del nostro. Eppur quella vista \u00e8 la sola, che ci possa durevolmente consolare, quando noi da un lato abbiam riconosciuto essere insanabile dolore ed infinito affanno inerenti al fenomeno della volont\u00e0, al mondo; e dall&#8217;altro vediamo con la soppressione della volont\u00e0 dissolversi il mondo, e soltanto il vacuo nulla rimanere innanzi a noi. In tal guisa adunque, considerando la vita e la condotta dei santi, che raramente ci \u00e8 concesso invero d&#8217;incontrar nella nostra personale esperienza, ma che dalle loro biografie e, col suggello dell&#8217;interna verit\u00e0, dall&#8217;arte ci son posti sotto gli occhi, dobbiamo discacciare la sinistra impressione di quel nulla, che ondeggia come ultimo termine in fondo a ogni virt\u00f9 e santit\u00e0 e di cui noi abbiamo paura, come della tenebra i bambini. Discacciarla, quell&#8217;impressione, invece d&#8217;ammantare il nulla, come fanno gl&#8217;Indiani, in miti e in parole prive di senso, come sarebbero l&#8217;assorbimento in Brahma o il Nirvana dei Buddhisti. Noi vogliamo piuttosto liberamente dichiarare: quel che rimane dopo la soppressone completa della volont\u00e0 \u00e8 invero, per tutti coloro che della volont\u00e0 ancora son pieni, il nulla. Ma viceversa per gli altri, in cui la volont\u00e0 si \u00e8 rivolta da se stessa e rinnegata, questo nostro universo tanto reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee, \u00e8 &#8211; il nulla.<\/em><\/p>\n<p>Non \u00e8 piccola la responsabilit\u00e0 che Schopenhauer si \u00e8 preso, di condannare in modo radicale non questa o quella forma di esistenza; non questa o quella situazione storica: ma la vita e il mondo intero in quanto tali, proclamandoli totalmente insensati e unicamente caratterizzati, per l&#8217;essere umano, dalla sofferenza e dalla noia.<\/p>\n<p>Nessun filosofo si era mai spinto cos\u00ec avanti nella denigrazione della vita e nella denuncia di una totale insignificanza dell&#8217;universo.<\/p>\n<p>La conclusione pi\u00f9 logica che ci si aspetterebbe da Schopnahuer \u00e8 che egli ammetta, anzi auspichi, la liberazione dalla vita mediante il suicidio; ma ci\u00f2 non avviene perch\u00e9, dice il filosofo, il gesto di togliersi la vita \u00e8, al contrario, l&#8217;estrema manifestazione della volont\u00e0 di vivere (cfr. il <em>Dialogo di Plotino e di Porfirio<\/em> nelle <em>Operette morali<\/em> di Leopardi).<\/p>\n<p>Scrive, a questo proposito, Wanda Bannour (in <em>Storia della filosofia<\/em> a cura di Fran\u00e7ois Ch\u00e2telet, vol. V, <em>La filosofia e la storia,<\/em> Hachette, Paris, 1973; traduzione di Libero Sosio, Rizzoli, Milano, 1976, pp. 147-148):<\/p>\n<p><em>Cos\u00ec, a tutti i livelli, il pensiero di Schopenhauer aggredisce la vita, attivando il nichilismo masochistico che alloggia nel sottosuolo del pensiero europeo. Mortificando la volont\u00e0, il pensatore si situa nella tradizione fedoniana del corpo concepito come tomba. C&#8217;\u00e8 anche molto di Malebranche in questo falso ind\u00f9 i cui figli, da Dostoevslkij a Bernanos a Simone Weil, non hanno finito di moltiplicarsi.<\/em> Il mondo come volont\u00e0 e rappresentazione \u00e8 il racconto di una lenta agonia voluta<em>, l&#8217;agonia dell&#8217;ultimo uomo che, per paura della vita, ha scelto di morire piuttosto che di vivere.<\/em><\/p>\n<p><em>Quanto a noi, ci \u00e8 impossibile guardare con occhio impassibile l&#8217;effetto di questo pensiero nel corso di un secolo ricco di sconvolgimenti, che le meditazioni di Heidegger ci fanno decifrare come una conseguenza del destino dell&#8217;essere. Proseguendo la fatica del Socrate del<\/em> Fedone<em>, la nevrosi di Pascal, il grande<\/em> nihil <em>schopenhaueriano che tenta di \u00absuicidare\u00bb la volont\u00e0 di vita si prolunga nel Thanatos freudiano. Qualcosa della terribile aggressivit\u00e0 di Schopenhauer risuona ancora nelle opere scientifiche degli analisti moderni. Noi subiamo la pesante eredit\u00e0 del pensatore \u00abpessimista\u00bb che, non potendo vivere nella Gioia, la battezz\u00f2 privazione e mancanza (un intero aspetto della filosofia di Sartre si trova gi\u00e0 contenuto in questo<\/em> a priori <em>affettivo), che trasform\u00f2 l&#8217;ardore in disperazione, calunni\u00f2 la vita, facendo del dolore l&#8217;essenza del desiderio e della vita al fine di poter soffocare il desiderio e assassinare la vita; che eresse al di sopra dell&#8217;umanit\u00e0 l&#8217;immagine del fachiro pietrificato e del Cristo in croce, dando cos\u00ec una garanzia pseudofilosofica ai fantasmi sanguinanti dell&#8217;inconscio masochista; che os\u00f2 decidere, a nome dell&#8217;uomo vivente, a nome dell&#8217;<\/em>essere<em>, che l&#8217;esistenza \u00e8 un \u00abdolore terribile\u00bb e che divulg\u00f2, sotto il nome di<\/em> buona novella<em>, un invito a imbarcarsi in direzione delle rive del nulla.<\/em><\/p>\n<p>Sartre, per molti aspetti, sembra aver fatto (fortunatamente) il suo tempo; e, quanto ad Heidegger, sono altri gli aspetti della sua filosofia che appaiono, oggi, ancor vivi e vitali.<\/p>\n<p>Invece il maggiore e pi\u00f9 diretto \u00abdiscepolo\u00bb di Schopenhauer, Freud, domina ancora il campo della cultura europea e la sua diabolica invenzione, la psicanalisi, continua a trasmettere l&#8217;idea che la vita sia una ben misera cosa e che la parte pi\u00f9 profonda dell&#8217;uomo sia costituita da pulsioni cieche e terribili, che egli non osa neppure guardare in faccia per non restarne pietrificato; e che l&#8217;unica alternativa al loro selvaggio dispiegarsi sia la repressione sistematica della parte pi\u00f9 autentica del nostro essere, mediante la pesante impalcatura della \u00abcivilt\u00e0\u00bb. Grazie ad essa, da belve bramose di commettere incesto con la madre (o con il padre) e parricidio, gli esseri umani riescono a trascinare un&#8217;esistenza socialmente accettabile.<\/p>\n<p>Tuttavia, la bestia che sonnecchia in essi pu\u00f2 risvegliarsi ad ogni istante e, se ci\u00f2 avviene, c&#8217;\u00e8 ben poco che si possa fare per tenerla a bada, se non rimestare nel fondo pi\u00f9 torbido della palude e riportare a galla le cose pi\u00f9 turpi e vergognose, che vi giacevano sepolte ma non mai realmente dimenticate. Tanto pi\u00f9 che una forza oscura e paurosa, un istinto di morte che erompe dalle profondit\u00e0 dell&#8217;inconscio con la stessa cieca forza della volont\u00e0 di Schopenhauer, sembra incombere su ogni nostro atto, pronta ad avvelenare ogni nostra gioia e consolazione, a intorbidare ogni lieta disposizione dell&#8217;animo nostro.<\/p>\n<p>Abbiamo gi\u00e0 parlato, in altra sede, di questo (cfr. F. Lamendola, <em>Una forma di magia nera: la psicanalisi<\/em>, consultabile sul sito di Arianna Editrice), per cui non torneremo a ripetere cose gi\u00e0 dette. Ai fini del presente discorso, ci basta aver sottolineato come la visione dell&#8217;uomo elaborata dalla psicanalisi sia stata legittimamente ereditata da quella di Schopnehauer: debito che Freud ha sempre, e in pi\u00f9 occasioni, apertamente riconosciuto.<\/p>\n<p>Che altro dire?<\/p>\n<p>A noi pare che la filosofia di Schopenhauer sia stata l&#8217;espressione di una reazione legittima alla astrattezze e al presuntuoso e ingiustificato ottimismo storicistico di quella di Hegel (<em>\u00abci\u00f2 che \u00e8<\/em> <em>razionale \u00e8 reale; ci\u00f2 che \u00e8 reale \u00e8 razionale\u00bb<\/em>); ma, trascinato da una <em>vis polemica<\/em> che confinava con l&#8217;odio fisico (e non si pu\u00f2 definire in altro modo il sentimento che il primo nutriva verso il secondo), il filosofo di Danzica si \u00e8 spinto molto al di l\u00e0 del bersaglio, con esiti cupi e paradossali. Una cosa, infatti, \u00e8 criticare la pretesa di conoscere le vie segrete di un Logos che dispiega nella storia umana il massimo della razionalit\u00e0; un&#8217;altra, e ben diversa, \u00e8 negare che il mondo, e l&#8217;uomo con esso, abbiano il bench\u00e9 minimo valore, il bench\u00e9 minimo scopo, e che possano offrire altro che una monotona alternanza di noia e di dolore.<\/p>\n<p>Se si vuol cercare veramente l&#8217;anti-Hegel, non lo si trover\u00e0 &#8211; crediamo &#8211; in Schopenhauer, che del suo detestato rivale ha acquisito molti aspetti, e non dei pi\u00f9 piacevoli: il dogmatismo, l&#8217;arroganza intellettuale, la convinzione di aver detto l&#8217;ultima e definitiva parola di verit\u00e0 sul mondo e sulla condizione umana.<\/p>\n<p>Il vero anti-Hegel \u00e8 stato un pensatore molto pi\u00f9 problematico, molto pi\u00f9 poliedrico, molto pi\u00f9 sottile e sfumato; molto meno roso dalla gelosia e dall&#8217;invidia per Hegel e molto pi\u00f9 proteso a costruire una via alternativa (e non semplicemente oppositiva) a quella di lui: un isolato pensatore danese, che trascorse quasi tutta la sua vita nell&#8217;atmosfera provinciale di Copenaghen, innalzandosi per\u00f2 pi\u00f9 in alto di tutti i filosofi europei del suo tempo: S\u00f6ren Kierkegaard.<\/p>\n<p>Anche di lui ci siamo occupati, in pi\u00f9 di una occasione (cfr. i nostri articoli: <em>Kierkegaard, maestro del ritorno in noi stessi, \u00e8 la guida per uscire dalla palude<\/em>; <em>Il paradosso della fede: \u00abTimore e tremore\u00bb di Kierkegaard\u00bb<\/em>; <em>\u00c8 la perdita dell&#8217;ingenuit\u00e0 la \u00abmalattia mortale\u00bb del mondo moderno<\/em>; e <em>La donna, schiava della moda fino a lasciarsi mettere l&#8217;anello al naso?<\/em>: tutti e quattro consultabili sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Nel rimandare, pertanto, a quei lavori, non ci stanchiamo di richiamare il ruolo positivo che l&#8217;esistenzialismo di Kierkegaard &#8211; come, pi\u00f9 tardi, quello di Gabriel Marcel &#8211; ha esercitato sul pensiero moderno, come antidoto non tanto alle boriose vanterie dell&#8217;hegelismo, gi\u00e0 smentite ampiamente dai fatti, quanto alle tetre diagnosi del nichilismo contemporaneo, il cui veleno sottile continua a distillare nel cure di una societ\u00e0 sempre pi\u00f9 disorientata e di una cultura, dispiace dirlo, sempre pi\u00f9 dominata dalle facili mode del momento, le quali sono tanto pi\u00f9 acclamate e riverite, quanto pi\u00f9 spargono a piene mani pessimismo, angoscia e scoraggiamento.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel 1819, mentre in Germania furoreggia la filosofia di Hegel, impostata sul concetto della sensatezza dell&#8217;Essere quale dispiegamento del Logos nella storia, vede la luce un&#8217;opera<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30162,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[38],"tags":[98,173],"class_list":["post-28622","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-gnoseologia","tag-arthur-schopenhauer","tag-immanuel-kant"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-gnoseologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28622","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28622"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28622\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30162"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28622"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28622"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28622"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}