{"id":28562,"date":"2007-09-06T11:20:00","date_gmt":"2007-09-06T11:20:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/06\/san-giorgio-martire-indice\/"},"modified":"2007-09-06T11:20:00","modified_gmt":"2007-09-06T11:20:00","slug":"san-giorgio-martire-indice","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/06\/san-giorgio-martire-indice\/","title":{"rendered":"San Giorgio martire indice"},"content":{"rendered":"<blockquote>\n<p>INDICE<\/p>\n<p>PRESENTAZIONE<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>I.  IL PROBLEMA.<\/p>\n<p>II. SAN GIORGIO ESISTETTE<\/p>\n<p>III. LE FONTI DELLA SUA BIOGRAFIA<\/p>\n<p>IV. LA NASCITA<\/p>\n<p>V.  L&#8217;AMBIENTE RELIGIOSO<\/p>\n<p>VI. I GENITORI<\/p>\n<p>VII. LA PRIMA GIOVINEZZA<\/p>\n<p>VIII. GIORGIO UFFICIALE ROMANO<\/p>\n<p>IX. NON FU UFFICIALE PERSIANO<\/p>\n<p>X.  AL SEGUITO DI DIOCLEZIANO<\/p>\n<p>XI. SAN GIORGIO E IL DRAGO<\/p>\n<p>XII. ORIGINI DELLA LEGGENDA: ORIENTE E GRECIA<\/p>\n<p>XIII. ORIGINI DELLA LEGGENDA: LE SACRE SCRITTURE<\/p>\n<p>XIV. ORIGINI DELLA LEGGENDA: CONCLUSIONI<\/p>\n<p>XV. L&#8217;AMBIENTAZIONE GEOGRAFICA DELLA LEGGENDA<\/p>\n<p>XVI. PERCH\u00c9 L&#8217;EGITTO<\/p>\n<p>XVII. DRAGHI DI IERI E DI OGGI<\/p>\n<p>XVIII. IL CAVALIERE DELLA FEDE<\/p>\n<p>XIX. LA PERSECUZIONE<\/p>\n<p>XX. IL MARTIRIO SECONDO LA LEGGENDA<\/p>\n<p>XXI. IL MARTIRIO NELLA REALT\u00c0 STORICA<\/p>\n<p>XXII. IL MARTIRIO COME REALT\u00c0 UMANA<\/p>\n<p>XXIII. LA DATA DEL MARTIRIO<\/p>\n<p>XXIV. UNA FINE E UN PRINCIPIO<\/p>\n<blockquote>\n<p>APPENDICE I: IL DRAGO, IL DIAVOLO, LA SIMBOLOGIA<\/p>\n<p>APPENDICE II: TAVOLA CRONOLOGICA DEI SOVRANI SASSANIDI<\/p>\n<p>APPENDICE III: L&#8217;OPINIONE DI ALCUNI STUDIOSI<\/p>\n<p>PRESENTAZIONE<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>Da anni la mia meta romana preferita era l&#8217;antica Chiesa di San Giorgio al Velabro, una delle pi\u00f9 pure e suggestive &quot;basiliche altomedioevali, situata in un angolo della Citt\u00e0 Eterna assorto nel silenzio dei propri ricordi millenari. In un secondo tempo cominciai a interessarmi anche ad altre chiese dedicate a quel santo, sparse in varie citt\u00e0 d&#8217;Italia. Ci\u00f2 naturalmente stimol\u00f2 il mio interesse per Giorgio di Cappadocia, forse il pi\u00f9 universalmente noto e uno dei pi\u00f9 venerati martiri cristiani. Pe\u00adr\u00f2 non appena orientai le ricerche in quella direzione mi resi conto, non senza stupore, della estrema scarsit\u00e0 delle notizie storiche relative al\u00adla sua &quot;biografia, nonch\u00e9 della loro debole attendibilit\u00e0. Il contrasto fra l&#8217;estensione del culto e la genericit\u00e0 dei dati storici era davvero stridente e tale da lasciar fortemente perplessi. In definitiva, l&#8217;uni\u00adco episodio della vita di Giorgio universalmente noto, la lotta col dra\u00adgo che celebri pittori avevano immortalato, era evidentemente frutto di confusioni letterarie e di commistioni di elementi mitologici svariati. Cos\u00ec, non solo la Chiesa aveva preso la decisione di ridurre di grado la festa del 23 aprile per mancanza di dati biografici sicuri, ma talu\u00adni studiosi erano arrivati perfino a negare l&#8217;esistenza storica di Giorgio. &quot;Il santo cos\u00ec amato e venerato &#8211; hanno scritto due autori contempo\u00adranei &#8211; potrebbe anche non essere mai esistito.&quot; (1)<\/p>\n<p>Nacque allora in me il desiderio di gettare un po&#8217; di luce, se pos\u00adsibile, sull&#8217;esistenza storica del santo. Non ritenni di prender pi\u00f9 che tanto in considerazione la possibilit\u00e0 che non sia mai esistito, poich\u00e9 il suo culto \u00e8 attestato, sul luogo del martirio, appena pochi anni dal\u00adla data della morte. Per il resto, mi sono sforzato di essere imparziale e scrupoloso. Ho cercato di riunire gli sparsi tasselli dei dati storici a formare un mosaico sufficientemente intelligibile ; pi\u00f9 volte ho dovu\u00adto procedere per via d&#8217;ipotesi, ci\u00f2 che ho di volta in volta segnalato esplicitamente. L&#8217;episodio del drago mi ha affascinato e tenuto occupa\u00adto in maniera particolare. Confesso di averlo preso in esame con mente sgombra di preconcetti e quindi di aver perfino considerato l&#8217;eventuali\u00adt\u00e0 di interpretarlo in senso non figurato. La soluzione da me proposta ha tenuto conto di tutti gli elementi disponibili e ritengo possa consi\u00adderarsi soddisfacente, in quanto urta contro il minor numero di difficol\u00adt\u00e0 e offre la spiegazione pi\u00f9 semplice. Ma soprattutto mi sono preoccupa\u00adto di calare la vicenda storica di San Giorgio nella concreta realt\u00e0 so\u00adciale, religiosa e politica dei suoi* tempi. E^1^ tempo di finirla con le vuote apologie dei santi e di accettare la sfida che essi lanciano a ciascuno di noi, sul terreno della realt\u00e0 e della vita quotidiana\u00bb La naturale tendenza degli uomini \u00e8 di eludere questa sfida e di mettersi al sicuro elargendo al vero uomo di fede l&#8217;aureola della santit\u00e0. Ci\u00f2 in fondo lo rende inoffensivo e la nostra coscienza, tornata tranquil\u00adla, pu\u00f2 perfino permettersi di ammirarlo e di elogiarlo.<\/p>\n<blockquote>\n<p>La santit\u00e0 per\u00f2 \u00e8 qualcosa di radicalmente diverso da tutto ci\u00f2. La santit\u00e0\u00bb rientra nella categoria cristiana dello scandalo e non si lascia imbalsamare nel museo archeologico delle cose che furono. La santit\u00e0 si basa sulla fede ed \u00e8 proprio della fede avere l&#8217;umilt\u00e0 di ammettere che un santo \u00e8 un uomo esteriormente normalissimo, proprio come tutti gli al\u00adtri, che vive in mezzo a noi e cammina sulle nostre medesime strade. La diversit\u00e0 fra lui e noi non \u00e8 nel &quot;cosa&quot; ma nel &quot;come&quot;. Il santo pu\u00f2 essere tale facendo in apparenza esattamente quello che fanno tutti gli altri. Quando poi la sua santit\u00e0 si rivela in maniera sfolgorante, co\u00adme nel caso del martirio cristiano, rimaniamo meravigliati e ci affret\u00adtiamo a scusare la nostra pochezza col dire che egli era, dopotutto, &quot;un santo&quot;. Come se il santo non fosse un uomo come noi, che vive, sof\u00adfre e spera come noi, che deve affrontare le nostre stesse battaglie e, talvolta &#8211; come Pietro nel cortile del sommo sacerdote &#8211; subire le nostre medesime sconfitte! Come se la santit\u00e0 fosse ugualmente un gra\u00adzioso dono del ciclo e non richiedesse anche, e soprattutto, l&#8217;abnega\u00adzione eroica di un sacrificio silenzioso e quotidiano!<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>Restituire la biografia di un santo alla storia &#8211; e tanto pi\u00f9 quel\u00adla del pi\u00f9 &quot;mitico&quot; dei santi cristiani &#8211; vuoi dire perci\u00f2, anche, re\u00adstituire alla vita il suo aspetto tridimensionale, fuori di ogni re\u00adtorica e di ogni alibi della pusillanimit\u00e0. &quot;Oggi non ci sono pi\u00f9 san\u00adti&quot;, si sente spesso ripetere. Strana combinazione, a dirlo sono colo\u00adro che, di solito, posti dinanzi al radicale &quot;aut-aut&quot; del Cristiane\u00adsimo, si fermano al bivio illudendosi di poter tenere il piede in due staffe. Per tutti costoro i santi devono poter essere esistiti solo nel passato, perch\u00e9 se ammettessero che ve ne sono anche oggi, dovreb\u00adbero concludere che a nessuno \u00e8 preclusa la strada della santit\u00e0. Ma siccome questa conclusione contrasta irrimediabilmente col nostro bi\u00adsogno di tranquillit\u00e0 e di quieto vivere, preferiamo respingerla e ne\u00adgare il suo naturale corollario &#8212; che i santi ci sono anche oggi, che ci passano forse accanto per la via, ma che noi, come i discepoli di Emmaus (2), li vediamo e parliamo con loro senza tuttavia riconoscerli. Che io, proprio io, povero essere insignificante, sia stato rico\u00adnosciuto degno della santit\u00e0 da Dio, questo richiede una infinita umilt\u00e0 e non, come potrebbe sembrare allo sguardo superficiale, una audacia sconfinata. Ma il nocciolo della fede, che \u00e8 e rimarr\u00e0 scan\u00addalo, consiste precisamente nell&#8217;umilt\u00e0 di ammettere che Mo infini\u00adto si prenda cura singolarmente di noi deboli esseri finiti (3) Ora, la mia istintiva reazione davanti a tale immenso mistero sar\u00e0 facilmente la fuga: Mo, io no! E alla fuga, che genera la vergogna, tien dietro, subito dopo, fedele come un&#8217;ombra, l&#8217;invidia e il desiderio di autogiustificazione. Io no; dunque, nemmeno gli altri! Ecco perch\u00e9 si dice che i santi, oggi, pi\u00f9 non esistono! Sicch\u00e9 &quot;non siete entrati voi &#8211; ammoniva sdegnato il Maestro &#8211; e avete impedito di entrare <em>a.<\/em> quelli che volevano&quot; (4).<\/p>\n<blockquote>\n<p><strong>(1) A. Giannettini-G. Venanzi, &quot;La Chiesa di San Giorgio al Velabro&quot;, Roma, 1967, pp. 14 sgg.<\/strong><\/p>\n<\/blockquote>\n<p><strong>(2) Cfr. Lc., XXIV, 13-35.<\/strong><\/p>\n<blockquote>\n<p><strong>(3) Cfr. S. Kierkegaard, edit. A cura di C. Fabro, Brescia, 1981 sgg., 12 voll.,<\/strong><\/p>\n<p><strong>5, pp. 109. 140.<\/strong><\/p>\n<p><strong>(4) Lc., XI, 52<\/strong>.<\/p>\n<p>I. IL PROBLEMA<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>Giorgio di Cappadocia rappresenta uno dei casi pi\u00f9 sconcertanti fra le agiografie dei santi cristiani di tutti i tempi. Il suo nome \u00e8 fa\u00admiliare in ogni casa e in ogni citt\u00e0, regni e repubbliche lo adottaro\u00adno come loro protettore; ordini cavallereschi a lui si ispirarono; chie\u00adse a lui dedicate sorsero ovunque, introducendo il suo culto in ogni contrada; e non c&#8217;\u00e8 bambino, si pu\u00f2 dire, che non abbia mai sentito parlare della favolosa e tremenda battaglia fra il valoroso guerriero di Cristo e il dragone. Eppure, a dispetto di una popolarit\u00e0 cos\u00ec vasta, cos\u00ec universale, in Italia e in Europa, Giorgio di Cappadocia \u00e8 e rimane per noi un grosso enigma. \u00c8, infatti, uno dei santi martiri dell&#8217;et\u00e0 pre-costantiniana dei quali meno conosciamo la vita, le azio\u00adni, la stessa morte per la fede in Ges\u00f9 Cristo. Certamente \u00e8 quello, fra i santi pi\u00f9 famosi, la cui biografia presenta maggiori incertezze. Cos\u00ec, facendo leva sulle circostanze leggendarie dell&#8217;episodio pi\u00f9 no\u00adto relativo alla sua immagine, quello della lotta col drago, non <em>\u00e8<\/em> man\u00adcato chi ha avanzato dubbi anche sugli altri fatti della sua biografia che la tradizione ci ha conservato. Una volta aperta la breccia, la critica intransigente ha voluto scalzare uno ad uno i puntelli della pretesa leggenda: che Giorgio fu un martire militare; che Giorgio fu un martire? che Giorgio, infine, sia mai storicamente esistito.<\/p>\n<p>Effettivamente, in anni a noi vicini, la S. Congregazione dei Riti ha ridotto di grado la festa di S. Giorgio, da tempo immemorabile ce\u00adlebrata in tutto il mondo il giorno 23 aprile, a causa della scarsit\u00e0 e della insoddisfacente attendibilit\u00e0 dei dati biografici del santo. A questo proposito giova per\u00f2 osservare che tale provvedimento, dettato da sagge considerazioni di prudenza e scrupolosit\u00e0 critica, non \u00e8 stato in alcun modo una soppressione della festivit\u00e0 di San Giorgio. In una so\u00adciet\u00e0 imbevuta di intellettualismo, qual \u00e8 la nostra, anche gli atti del culto non possono pi\u00f9 accontentarsi di una fede totalmente acriti\u00adca e spontanea, qual era ad esempio quella della societ\u00e0 medioevale. E l\u00e0 dove non sono in gioco le verit\u00e0 eterne annunciate da Ges\u00f9 Cristo, \u00e8 giusto che anche la Chiesa dimostri una accresciuta sensibilit\u00e0 alle condizioni culturali e materiali del tempo in cui viviamo. D&#8217;altra par\u00adte, proprio i poderosi strumenti critici e filologici che la nostra so\u00adciet\u00e0 ci offre, ci porgono assai meglio che in passato 1 &#8216;opportunit\u00e0 di far luce sugli aspetti storicamente fondati delle tradizioni che so\u00adno alla sorgente dei culti cristiani. Una ricerca spassionata della ve\u00adrit\u00e0, che non si adegui a faziosi schemi mentali precostituiti, ci met\u00adter\u00e0 in grado di separare, almeno in parte, la storia dalla leggenda, lasciando a quest&#8217;ultima, come \u00e8 giusto, tutto il suo valore di poesia e di folclore, ma impedendole indebiti sconfinamenti fuori di tale am\u00adbito. Scopriremo allora, non senza sorpresa, che la storia, anche ne\u00adgli scarsi frammenti che il tempo avaramente ha lasciato per risponde\u00adre alla nostra sete di conoscenza, possiede talvolta un fascino supe\u00adriore alla stessa leggenda, tale da. ripagare ampiamente i nostri sfor\u00adzi di ricostruzione critica fra le nebbie del passato.<\/p>\n<blockquote>\n<p>II. SAN GIORGIO ESISTETTE<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>Una sola ipotesi non prenderemo neppure in considerazione: quella dell&#8217;inesistenza storica di Giorgio di Cappadocia. Ci\u00f2 non \u00e8 in alcun modo il risultato di un atteggiamento parziale o interessato da par\u00adte nostra. Infatti, la tesi che San Giorgio non sia mai esistito pos\u00adsiede pi\u00f9 o meno lo stesso gradi \u00a3i seriet\u00e0 di certa storiografia razionalista che negava puramente e semplicemente l&#8217;esistenza storica di Ges\u00f9 di Nazareth. Ora, \u00e8 ben vero che nel caso di San Giorgio non pos\u00adsediamo alcuna testimonianza storica contemporanea paragonabile ai Van\u00adgeli, per\u00f2 ci troviamo di fronte a un culto antichissimo che per millesettecento anni ininterrottamente &#8211; ed \u00e8 bene sottolineare questo inin\u00adterrottamente &#8211; si \u00e8 diffuso ed \u00e8 persistito ai quattro angoli d&#8217;Euro\u00adpa e nel Medio Oriente senza mai scemare d&#8217;intensit\u00e0. Patti come questo si possono gi\u00e0 considerare essi stessi, e con pieno diritto, delle te\u00adstimonianze storiche di notevolissima portata: tradizioni e s\u00ec vaste e cos\u00ec persistenti non nascono dal nulla. Anche il martirio di San Pietro a Roma, anzi, anche la stessa venuta di San Pietro nella Citt\u00e0 Eterna \u00e8 stata messa in dubbio da qualche volonteroso razionalista, da Lutero in poi (1). Ora, il fatto straordinario di questo tipo di criti\u00adca demolitrice \u00e8 che essa, l\u00e0 dove crede di togliere le fondamenta medesime della tradizione, si trovano poi impotenti, <em>o.<\/em> giustificare s\u00e9 stesse: a spiegare, cio\u00e8, come un bel giorno, per effetto di chiss\u00e0 quale colossale mistificazione, tante comunit\u00e0 cristiane si siano messe a venerare dei fantasmi. A tavolino si pu\u00f2 benissimo sostenere che Pietro non abbia mai veduto Roma, che Giorgio di Cappadocia non sia esistito o, addirittura, che non sia esistito nemmeno Ges\u00f9 Cristo e che, pertanto, i Vangeli siano un colossale falso storico.<\/p>\n<p>E in effetti, a distanzia di centinaia e migliaia d&#8217;anni, si pu\u00f2 ipotizzare che ele\u00admenti leggendari e fantastici della tradizione siano entrati a far parte, in qualche modo, del nostro patrimonio storico. Ma si tratta, a ben guardare, di un tipo di ragionamento estremamente antistorico: come immaginare che si lasciassero cos\u00ec candidamente truffare i fedeli contemporanei? Solo da una distorsione prospettica, da una illusione professorale, pu\u00f2 nascere l&#8217;idea che il passato abbia potuto smercia\u00adre della moneta falsa, l\u00e0 dove una lunghissima e ininterrotta tradi\u00adzione sorge come una garanzia (2): infatti, nessuno dei contemporanei avrebbe fiutato l&#8217;inganno? Nessuno avrebbe denunciato il falsario?<\/p>\n<p>Ora, nel caso di San Giorgio noi siamo in possesso di un elemento sotto questo rispetto decisivo: e cio\u00e8 il dato che gi\u00e0 in epoca costan\u00adtiniana, dunque dopo appena qualche lustro dalla morte del santo, il suo culto era saldamente radicato in Palestina e localizzato nei luo\u00adghi della sua passione. La grande persecuzione di Diocleziano, nella quale anche Giorgio aveva trovato la fine dei martiri, era affare re\u00adcente, ancor fresco sebbene, fortunatamente, superato: molti testimo\u00adni oculari e molti protagonisti di quei fatti erano ancora viventi. In tali circostanze, non solo \u00e8 ragionevole ammettere chele possibi\u00adlit\u00e0 di falsificazione fossero ridotte praticamente a zero; ma si fa strada e urge in tutta la sua evidenza la proposizione complementare: che non \u00e8 ragionevole partire dal presupposto della non esistenza sto\u00adrica di San Giorgio.<\/p>\n<p>(1) Su questo argomento cfr. , fra gli altri, gli studi di Umberto M. Fasola, &quot;Pietro e Paolo <em>a.<\/em> Roma &#8211; Orme sulla roccia&quot;, Roma, I960; e Margherita Guarducci, &quot;Pietro ritrovato&quot;, Milano, 1969. L&#8217;autri\u00adce diresse la campagna archeologica che giunse a identificare la<\/p>\n<blockquote>\n<p>primitiva sepoltura dell&#8217;Apostolo in Vaticano.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>(2) Tale \u00e8 il caso, per la venuta di Pietro a Roma e del suo martirio in Vaticano, della antichissima tradizione apostolica della Citt\u00e0 Eterna: tradizione che nemmeno le chiese rivali di Costantinopoli, Antiochia e Alessandria, in lotta nel IV e V secolo con il primato della sede di Pietro, pensarono mai a mettere in dubbio. Diverso il caso della falsa &quot;donazione di Costantino&quot; di Roma a papa Silvestro, smascherata nel Rinascimento da Lorenzo Valla: contro la sua auten\u00adticit\u00e0, del resto, prima ancora della filologia moderna, stava il puro e semplice buon senso.<\/p>\n<p>III. L E FONTI DELLA SUA BIOGRAFIA<\/p>\n<p>Ogni buono storico che voglia ricostruire i fatti di un passato vici\u00adno o lontano inizia il suo lavora raccogliendo in ordine le fonti, come ben sapeva anche San Luca, autore del terzo Vangelo e del libro sugli Atti degli Apostoli (1). Disgraziatamente, nel nostro caso nessuno sto\u00adrico si accinse a raccogliere e ordinare le fonti per ricostruire la vita di San Giorgio. La maggior parte di quanto di lui conosciamo pro\u00adviene da diverse &quot;passiones&quot; di autori ignoti, alcune in lingua greca, altre in lingua latina. Queste ultime sono alquanto pi\u00f9 tarde, poich\u00e9 non si diffusero in Occidente se non all&#8217;epoca delle .Crociate .cio\u00e8 quan\u00addo i cavalieri di ritorno dalla Terra 3anta riportarono seco, insieme al bottino di guerra, oggetti di devozione ( il trafugamento della Sindone da Costantinopoli \u00e8 del 1204 ) e tradizioni relative al Cristiane\u00adsimo antico. Altre notizie, come vedremo, possono esser desunte dai re\u00adsti archeologici, ma esse rivestono una importanza secondaria, pur se attestano l&#8217;antichit\u00e0 del culto del martire. Poich\u00e9, del resto, tutte le successive fonti letterarie, compresa la &quot;Legenda aurea&quot; di Jacopo da Varazze, si appoggiano alle notizie contenute nelle &quot;passiones&quot; del periodo pi\u00f9 antico, siamo obbligati a prendere in considerazione il problema del peso che dobbiamo dare a queste ultime. E, innanzitutto, che cos&#8217;\u00e8 una &quot;passio&quot;?<\/p>\n<p>In sintesi, possiamo dire che si tratta di un testo in prosa, ge\u00adneralmente conciso, compilato dai Cristiani dei primi secoli per tra\u00admandare l&#8217;eroismo dei martiri, contenente la relazione del processo, talvolta della prigionia,, dell&#8217;esecuzione, della sepoltura. Lo scopo era di edificazione, non certo storico in senso stretto; tuttavia al\u00adcune &quot;passiones^&quot;^, come quelle di Perpetua e Felicita nel III secolo, ci forniscono del materiale d&#8217;importanza storica capitale per la ri\u00adcostruzione di determinati aspetti del conflitto tra Stato Romano e Cristianesimo primitivo. Le fonti delle &quot;passiones&quot; erano di diversa natura: poteva trattarsi di relazioni scritte da semplici testimoni, ma in alcuni casi i Cristiani riuscivano a farsi prestare, dietro la corresponsione di forti somme di denaro, gli atti ufficiali del pro\u00adcesso, che ricopiavano pi\u00f9 o meno fedelmente. In alcuni casi dunque le &quot;passiones&quot; erano compilate sulla base di documenti ufficiali del\u00adl&#8217;autorit\u00e0 giudiziaria, con l&#8217;aggiunta, per soddisfare la comprensi\u00adbile curiosit\u00e0 dei confratelli, di qualche rapido cenno relativo al\u00adla vita, alla condizione sociale, alla famiglia, alla sepoltura del martire. Le &quot;passiones&quot; pi\u00f9 ampie rispondevano a uno schema, riscon\u00adtrabile ad esempio in quella di Giorgio, che abbracciava la &quot;conceptio&quot;, la &quot;nativitas&quot;, la &quot;vita&quot;, i &quot;miracula&quot;, il &quot;martyrium&quot;. Purtroppo, specialmente a partire dall&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande ( 306-337 ), quando il Cristianesimo acquist\u00f2 libert\u00e0 di culto e una posizione privilegiata in tutto l&#8217;Impero, sorsero molte &quot;passiones&quot; apocrife, ispirate dal desiderio di arricchire gli avari dati tradi\u00adzionali e non di rado abbellire una realt\u00e0, che peraltro non aveva alcun bisogno di simili espedienti. Le &quot;passiones&quot; di carattere chia\u00adramente leggendario si moltiplicarono e destarono la reazione dei con\u00adtemporanei e delle stesse autorit\u00e0 della Chiesa. Queste per prime era\u00adno infatti interessate a che una accettazione indiscriminata di leggen\u00adde non compromettesse la credibilit\u00e0 storica di tanti martiri del pas\u00adsalo (2). Papa Gelasio (492-96) pubblic\u00f2 fra l&#8217;altro, nel 496, il &quot;Decretum Gelasianum de libris recipiendis et non recipiendis&quot;, una sorta di canone biblico e di indice dei libri ritrovati. Ora, a noi interessa\u00ad subito rilevare che la &quot;passio Georgii&quot; \u00e8 classificata dal &quot;Decretum Gelasianum&quot; fra gli scritti apocrifi. Questo naturalmente non si\u00adgnifica che tatto quanto essa contiene deve considerarsi inattendibile, tuttavia ci mette in guardia, con l&#8217;autorit\u00e0 di un tempo pure non certo affinato alla critica ( erano gli anni di Odoacre e Teodorico in Italia), dai rischi di una credulit\u00e0 eccessiva. E poich\u00e9, lo ripetiamo, quasi tut\u00adto quel che di Giorgio la storia ha, conservato \u00e8 contenuto in questa &quot;passio&quot;, e in quelle successive scritte a sua imitazione, \u00e8 per noi di somma importanza procedere con prudenza nel tentar di separare la realt\u00e0\u00ad dalla leggenda. .<\/p>\n<blockquote>\n<p>(1) Lc., I, 1-3.<\/p>\n<p>(2) E perci\u00f2 sbaglia chi sostiene che la Chiesa \u00e8 per sua natura nemi\u00adca della critica scientifica. Un buon esempio \u00e8 fornito dalla co\u00adraggiosa decisione di Pio XII e dei suoi successori di aprire i sotterranei di San Pietro agli archeologi. Erano in gioco le basi medesime dell&#8217;autorit\u00e0 papale: ma la scienza attest\u00f2 che Pietro era stato a Roma e vi era morto come narra la tradizione orale.<\/p>\n<p>IV. LA NASCITA<\/p>\n<p>Non possediamo alcuna notizia che ci permetta di stabilire la data di nascita di Giorgio. Poich\u00e9 il suo martirio ebbe luogo, come vedre\u00admo, verso il 303 d.C., almeno secondo l&#8217;ipotesi pi\u00f9 verosimile, pos\u00adsiamo fissare il 250 come estremo limite &quot;ante quem&quot;. Ora per\u00f2, dal momento che tutte le tradizioni esistenti si accordano nel descriver\u00adci Giorgio come ancor giovane all&#8217;epoca della lotta col drago, e forse anche in quella del martirio, non dovremmo andar lontano dal vero po\u00adnendo l&#8217;anno di nascita verso il 270. In quegli anni appunto, dopo la persecuzione religiosa scatenata da Valeriane ( 253-260 ) e la tregua imposta da suo figlio Gallieno ( 260-266 ), si era avuta una nuova, violenta persecuzione contro i Cristiani per volont\u00e0 dell&#8217;imperatore Aureliano ( 270-275 ) il vincitore degli Iuthungi, dei Goti, di Pamira, seguace del culto solare importato a Roma dalle terre d&#8217;Oriente, e in modo particolare dalla Persia. E da genitore persiano appunto, Geronzio, nacque San Giorgio, rampollo di una famiglia ragguardevole per nobilt\u00e0 e sostanze. Sua madre era Policronia, una donna della Cappadocia, regione che da grandissimo tempo era entrata a far parte dell&#8217;Impero di Roma. Quanto al luogo della nascita, esso \u00e8 indicato co\u00adme la stessa Cappadocia dall&#8217;agiografo &quot;bizantino Simeone Metafraste (sec, X d.C. ), autore di una preziosa raccolta di 149 vite di santi e, forse ( ma qui vi \u00e8 disaccordo fra gli studiosi ), dei celebri &quot;Annali&quot;, che sono un testo fondamentale per la storia del Medio Evo bizantino (l).<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>Non ci sembra inutile mettere qui maggiormente a fuoco i caratteri della regione natale del santo. Come del resto le altre regioni centra\u00adli e orientali dell&#8217;Asia Minore, anche la Cappadocia era stata anticamente permeata dall&#8217;influenza culturale del vicino mondo iranico. Simi\u00adle l&#8217;aspetto fisico ed economico, un elevato altopiano dal clima conti\u00adnentale, ove una aristocrazia nobiliare di antica stirpe praticava l&#8217;al\u00adlevamento dei cavalli, punto di forza dell&#8217;apparato militare. I ricini Parti ( e, dopo il 230, i loro successori, i Persiani Sassanidi ) col nome di Cappadocia designavano tutta la parte interna e settentrionale dell&#8217;Asia Minore, distinguendo peraltro una Cappadocia settentrionale ( che and\u00f2 poi a far parte del regno del Ponto ) e una meridionale, co\u00adstituitasi nell&#8217;et\u00e0 dei Diadochi in regno indipendente. Sia l&#8217;una che l&#8217;altra vennero dipoi assorbite nell&#8217;Impero Romano, conservando per\u00f2 i loro caratteri etnici e culturali peculiari. Specialmente nella zo\u00adna settentrionale predominavano la lingua iranica e la religione zoroastriana nella sua forma mithraica, della quale daremo fra breve qualche cenno. La famiglia regnante del Ponto, prima della conquista romana, era discendente dalla pi\u00f9 pura nobilt\u00e0 persiana. Bench\u00e9 questa parte dell&#8217;Asia Minore fosse sempre stata pervasa da profondi fermenti culturali ( Amasia nel Ponto aveva dato i natali a Strabone, il grande geografo greco, e Sinope sul Ponto Eusino al riformatore religioso Marcione ), essa non godeva, di grande considerazione da parte dei Romani. Per es\u00adsi &quot;Cappadoce&quot; era sinonimo di sciocco, cos\u00ec come &quot;Arabo&quot; era sinoni\u00admo di brigante; e in effetti la Cappadocia, quale terra di frontiera tra, due mondi, il greco e l&#8217;iranico, scarsamente permeata dall&#8217;elle\u00adnismo, stette per lungo tempo al di fuori della sfera degli interessi culturali dei Romani e, come \u00e8 logico, della loro facolt\u00e0 di compren\u00adsione.<\/p>\n<p>(1) Cfr. G. Moroni, &quot;Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1845, vol. XXX, p. 262.<\/p>\n<blockquote>\n<p>V. L &#8216;AMBIENTE RELIGIOSO.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>Ai tempi di San Giorgio per\u00f2 la situazione si era alquanto evoluta in un senso che pochi Romani alla fine della Repubblica o all&#8217;inizio dell&#8217;Impero avrebbero potuto immaginare. Nel corso del III secolo, in concomitanza con la grande crisi politica ed economica dello Stato Romano, si era verificata una generale irruzione della cultura asia\u00adtica fin nel cuore dell&#8217;Occidente (1) Dall&#8217;Asia Minore, dalla Si\u00adria, dall&#8217;Egitto, tutte province romane, e anche dalla Persia, nemi\u00adca secolare e irriducibile di Roma, erano penetrate in misura sempre pi\u00f9 massiccia le lingue, gli usi, i costumi e specialmente le religioni orientali nelle terre di lingua greca e latina. Fra tutti i culti asiatici penetrati nell&#8217;Impero Romano, il mithraismo era l&#8217;u\u00adnico in grado di competere efficacemente col Cristianesimo e, per qualche tempo, rimase la religione ufficiale dell&#8217;Impero. Gi\u00e0 Aureliano si era indotto ad adottare il culto del &quot;Sol Invictus&quot;, di origine persiana, ponendolo alla base dei suoi sforzi per una riforma religione dello Stato che favorisse la sua restaurazione politico-militare. La sua persecuzione anticristiana si inserisce in questo conte\u00adsto: cos\u00ec come lo sar\u00e0, trent&#8217;anni pi\u00f9 tardi, quella di Diocleziano, lui pure adoratore del Sole Invitto. La Cappadocia, posta proprio sul confine tra mondo greco-romano e mondo iranico, crocevia di due conti\u00adnenti, fu naturalmente investita in pieno da questo riflusso asiatico-orientale.<\/p>\n<blockquote>\n<p>La divinit\u00e0 persiana Mithra era forse di origine indiana (2) e a partire dal V secolo a. C. divenne la principale del Pantheon iranico. Il suo culto si diffuse verso Occidente dapprima sulle orme dei soldati di Alessandro Magno, che tornando in patria la introdussero in Grecia, poi a Roma, ove nel corso del III secolo d. C. guadagn\u00f2 larghe simpatie sia nell&#8217;ambiente militare, sia fra l&#8217;aristocrazia senatoria, composti ormai, l&#8217;uno e l&#8217;altra, da elementi largamente provinciali. Come tanti altri culti orientali, di Iside e Osiride ( Egitto ), per esempio, o di Cibele ( Frigia ),identificata dipoi colla &quot;Magna Mater&quot; di tutti gli d\u00e8i, anche quello mithraico era lar\u00adgamente imbevuto di elementi misteriosofici, cruenti e talvolta or\u00adgiastici, celebrati in appositi locali sotterranei ( &quot;mithrei&quot; ) ,e culminanti nella cerimonia allegorica del taurobolio, ossia il bagno rigeneratore dell&#8217;iniziato nel sangue ancor caldo di un toro appo\u00adsitamente sacrificato. Dopo il trionfo del Cristianesimo, molti mithrei furono distrutti o adibiti ad altro uso, ma alcuni vennero conservati grazie al fatto di essere incorporati nelle fondamenta di altrettante chiese cristiane, come nel celebre caso di San Clemente a Roma. \u00c8 in questo modo che ancor oggi, nella Citt\u00e0 Eterna e altrove, a Ostia, a Napoli, possiamo ammirare questi suggestivi ambienti sotterranei, dai quali spira ancora un&#8217;atmosfera di mistero e di misticismo sensuale. Molte sculture ci conservano inoltre il dio Mithra, vestito in costu\u00adme asiatico e col caratteristico berretto frigio, nel momento in cui immerge il pugnale nella gola del toro, il cui sangue caldo un cane e un serpente corrono a leccare avidamente, Nella religione iranica basata su di un radicale dualismo di bene e male, di luce e tenebra, Mithra rappresenta il principio luminoso impegnato nella lotta drammatica fra i due elementi, la cui posta in gioco \u00e8 il destino dell&#8217;u\u00admanit\u00e0 e anzi l&#8217;ordine cosmico intero. . .<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>Questo, l&#8217;ambiente religioso in cui Giorgio nacque e trascorse la prima giovinezza. I suoi genitori erano cristiani, e cristiana era or\u00admai sul cadere del III secolo, una discreta parte della popolazione. Ma il mithraismo era sempre fortissimo, avvantaggiandosi a un tempo della, vicinanza della Persia ( l&#8217;Asia Minore era stata tra l&#8217;altro invasa dai Persiani durante il regno di Valeriano ) e della posizio\u00adne eccentrica nell&#8217;ambito dell&#8217;Impero Romano. Cos\u00ec, mentre la vicina Galazia o la Licaonia si erano, fin dal I secolo dell&#8217;era volgare, aperte alla penetrazione del Vangelo, portato col\u00e0 da San Paolo medesi\u00admo nei suoi viaggi apostolici, la Cappadocia era stata appena sfiora\u00adta da questa avanzata, restando saldamente legata alle sue tradizioni indigene di derivazione persiana.<\/p>\n<blockquote>\n<p>(1 ) Cfr. l&#8217;opera ormai classica di Franz Cumont, &quot;Le religioni orien\u00adtali nel paganesimo romano&quot;, tr. it. Bari, 1967-<\/p>\n<p>(2) Ci\u00f2 non deve destare sorpresa, poich\u00e9 India e Persia, specialmen\u00adte nell&#8217;et\u00e0 dei Diadochi ( i generali successori di AlessandroMagno), furono in stretta relazione culturale ed artistica. Si pensi solo al Parsismo, rampollo dell&#8217;antichissima religione mazdea trapiantato in India, ove conta tuttora un s\u00e9guito di circa 150.000 fedeli.<\/p>\n<p>VI. I GENITORI<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>La nascita di Giorgio port\u00f2 la felicit\u00e0 nella casa del notale Gaudenzio. Sia lui che sua moglie Policronia seguivano la religione cri\u00adstiana e furono grandemente rallegrati dalla nascita di quel figlio che, secondo la pia tradizione, era destinato a grandi cose prima an\u00adcora di venire al mondo. Purtroppo non possediamo che scarsissime no\u00adtizie sui genitori di Giorgio, e dobbiamo pertanto procedere in gran parte per via d&#8217;ipotesi. Possiamo dunque sospettare che Gaudenzio, co\u00adme rappresentante dell&#8217;antica nobilt\u00e0 di sangue persiano, abbia abbracciato relativamente tardi la fede in Ges\u00f9 Cristo, forse per ope\u00adre), della moglie cappadoce, caso allora non certo infrequente. N\u00e9 si deve pensare che a quei tempi i matrimoni fra coniugi di diversa fe\u00adde religiosa fossero infrequenti o, nel caso del Cristianesimo, fos\u00adsero ritenuti sconvenienti. A suo tempo lo stesso San Pietro, il prin\u00adcipe degli Apostoli, con l&#8217;autorit\u00e0 del suo nome aveva scritto ai fede\u00adli di Roma: &quot;Anche voi, donne, siate soggette ai vostri mariti, affin\u00adch\u00e9 se alcuni di loro non credono alla parola, siano guadagnati, sen\u00adza parole, dalla condotta delle loro mogli, vedendo la vostra maniera di vivere casta e rispettosa&quot; (1). E si pensi ancora ai genitori di un altro grande santo vissuto ai tempi del tardo Impero, Agostino di Tagaste, il futuro vescovo d&#8217;Ippona ( Hippo Regius ), figlio di madre cristianissima, Santa Monica, e di padre pagano, Patrizio, da lei pa\u00adzientemente convertito.<\/p>\n<p>Tutto quel che sappiamo, nel caso di Giorgio, \u00e8 che i suoi genitori lo crebbero religiosamente fino alla maggiore et\u00e0, quando egli entr\u00f2 nell&#8217;esercito romano. Non possediamo alcun particolare sulla sua pri\u00adma giovinezza, tranne la morto del padre, avvenuta in et\u00e0 imprecisata, e il trasferimento del ragazzo con la madre in Palestina, ove la sua famiglia era proprietaria di ricchi beni. Ora, il fatto che Giorgio venisse avviato senz^1^altro, fin da giovane, alla carriera militare, lascia supporre che quella delle armi fosse stata anche la professio\u00adne del padre, il nobile Gaudenzio. Selle famiglie aristocratiche le professioni sono, e lo erano ancor pi\u00f9 in passato, generalmente ere\u00additarie. Ma c&#8217;\u00e8 un altro elemento, oltre a questa ovvia considerazio\u00adne, che sembra suggerire come Gaudenzio fosse stato un militare di professione, o, come diremmo oggi, un ufficiale di carriera. L&#8217;eser\u00adcizio delle armi, nel mondo antico anche pi\u00f9 che oggi, era general\u00admente considerato poco compatibile con l&#8217;attiva professione del cre\u00addo cristiano. Conosciamo la &quot;passio&quot; di un giovane cristiano dell&#8217;A\u00adfrica che accett\u00f2 la morte sotto Diocleziano e Massimiano~,~ per &#8216;essersi puramente e semplicemente rifiutato di venire arruolato nell&#8217;eser\u00adcito. Per\u00f2 in quegli anni il sistema socio-economico imposto dai tetrarchi tendeva a imporre in ogni caso l&#8217;ereditariet\u00e0 delle profes\u00adsioni ed \u00e8 molto probabile che Giorgio si sia trovato nelle condizio\u00adne di dover proseguire per volont\u00e0 dello Stato la carriera militare di suo padre. D&#8217;altra parte, a quei tempi, nessuno nell&#8217;ambito della Chiesa cristiana pretendeva che i nuovi convertiti abbandonassero ne\u00adcessariamente la professione militare, a patto di astenersi dai sacri\u00adfici rituali e di non offendere in alcun modo la religione di Cristo. Come aveva detto San Paolo: &quot;Ognuno rimanga nella condizione che il Signore gli ha assegnato come si trovava quando Dio lo ha chiamato. (2). E, di fatto, molti erano i Cristiani che militavano nelle file dell&#8217;esercito romano, fin dai tempi di Marco Aurelio ( si pensi al codiddetto &quot;miracolo della pioggia&quot;, invocato dai soldati cristiani per l&#8217;esercito assetato, e raffigurato sul marmo della Colonna Antonina a Roma ), come \u00e8 provato del resto dall&#8217;alto numero di martini militari durante la persecuzione di Diocleziano, nella quale si vuole che venisse decimata un&#8217;intera legione di Cristiani, la famosa &quot;legione tebana&quot; di S. Maurizio, commemorata dal calendario liturgico il 2 settembre. (3)<\/p>\n<p>Ora, noi possiamo immaginare che le cose siano andate cos\u00ec. Il nobile persiano Gaudenzio entra al servizio dell&#8217;esercito romano, caso allora comunissimo, essendo le legioni del secolo III largamente composte di provinciali e di &quot;&quot;barbari&quot;, Germani, Persiani, Arabi, Mauritani: tanto che un Arabo, Filippo ( 243-49 ) e due mauritani, Macrino (217-18 ) ed Emiliano ( 253 ), divennero imperatori. Inoltre, non \u00e8 necessario supporre che Gaudenzio venisse dalla Persia, stato allora ostile e in guerra pressoch\u00e9 continua coi Romani, poich\u00e9 poteva benissimo appartenere alla nobilt\u00e0 locale, della Cappadocia, o meglio ancora del Ponto, ove un tempo il persiano Mitridate aveva regnato dando molto filo da torcere ai Romani. Passato dunque al servizio dell&#8217;esercito iomano, e trasferitesi o stabilitesi definitivamente in Cappadocia, Gaudenzio sposa la cristiana Policronia, oriunda ella pure della Cappadocia ma non, probabilmente di sangue iranico, che altrimenti le nostre fonti non avrebbero avuto motivo di tacerlo. Policronia non si sgomenta davanti alle nozze con un pagano, un militare e uno straniero, per giunta: forse il matrimonio fu deciso dalla sua famiglia, forse ella vide un fondo di bont\u00e0 cristiana in quell&#8217;uomo e si ripropose di far leva su di esso. Comunque, ella si uniforma a quanto stabilito a suo tempo da San Paolo: &quot;Se un fratello ha una moglie non credente, e questa \u00e8 contenta di abitare con lui, non la ripudi; e se una donna ha un marito non credente, che \u00e8 contento di abitare con lei, non lo ripudi. Infatti, il marito non credente \u00e8 santificato della moglie, e la moglie non credente \u00e8 santificata al fratello: altrimenti i vostri figli sarebbero immondi, mentre ora sono santi&quot; (4) E infatti avviene che Gaudenzio \u00e8 conquistato dalla fede della moglie, e quando nasce Giorgio, la sua educazione cristiana \u00e8 gi\u00e0 decisa, o lo \u00e8 fin dai primi anni di vita. Ora, cos\u00ec come Gaudenzio non ha giudicato incompatibile la professione delle armi con la fede da lui abbracciata, e per desiderio personale o piuttosto per la legislazione dioclezianea, ha pensato di avviarvi anche il suo figliolo, cos\u00ec pure Giorgio si trova senza traumi nella duplice condizione di soldato di Cristo e designato soldato di Cesare.<\/p>\n<p>(1) I Petr., III, 1-2.<\/p>\n<p>(2) I Cor., VII, 17-<\/p>\n<p>(3) Secondo la tradizione, San Maurizio comandava la legione tebana, interamente composta di Cristiani dell&#8217;Alto Egitto, in numero di 10.000 ( ma il numero \u00e8 eccessivo per gli effettivi di una legione alla fi-ne del III secolo o all&#8217;inizio del I? ). Essa fa condotta dall&#8217;Italia in Gallia, attraverso le Alpi, per la guerra germanica, ma ad Agaunum ( oggi St. Maurice ) ricevette l&#8217;ordine di fermarsi e sacrificare agli d\u00e8i. Avendo rifiutato, fu sottoposta per due volte alla decimazione per ordine di Massimiano, infine venne circondata, disarmata e totalmente sterminata. La data dell&#8217;eccidio, il 286,\u00e8 certamente errata, poich\u00e9 la persecuzione di Diocleziano e Massimiano non ebbe inizio che nel 302-303; inoltre nella Gallia governava il Cesare Costanzo Cloro, che non applic\u00f2 mai le misure anticristiane con la determinazione dei suoi colleghi.<\/p>\n<p>(4) I Cor., VII, 12-14.<\/p>\n<pre><code class=\"language-{=html}\">&lt;!-- --&gt;<\/code><\/pre>\n<p>VII. LA PRIMA GIOVINEZZA<\/p>\n<p>\u00c8 molto poco quel che sappiamo della fanciullezza e della prima giovinezza di Giorgio, cosa che ci costringe a procedere ancora per via d1 ipotesi. La sua educazione dovette essere buona, dato lo stato sociale della famiglia, probabilmente superiore a quella che normalmente aveva un ufficiale di carriera in un&#8217;epoca in cui, diversamente dai primi tempi dell&#8217;Impero, l&#8217;esercito si apriva sempre pi\u00f9 Largamente, anche nei quadri superiori, a &quot;homines novi&quot;, uomini rudi, provinciali energici ma senza cultura, membri delle classi sociali meno favorite. Basti pensare che lo stesso Galerio, il futuro imperatore ( 305-311 ) viene presentato da Lattanzio quale &quot;semibarbarus&quot; (i), e Massimino Daia ( 310-313 ) \u00e8 definito &quot;armentarius&quot; (2). La cultura di Giorgio, pi\u00f9 che sui testi latini, dovette formarsi su quelli greci, come del resto sembra suggerire anche il nome greco della madre (3). Oltre alle lettere, alla retorica, forse alla filosofia, il giovane cappadoce impar\u00f2 a conoscere a fondo le Sacre Scritture e pot\u00e9 certamente leggere nella lingua originale i Vangeli (4). Lo studio del testo fondamentale della religione cristiana, insieme all&#8217;esempio vivente della madre e del padre, produssero un&#8217;influenza decisiva sull&#8217;animo forte ma sensibile e generoso del ragazzo, che, bilanciata forse, all&#8217;inizio, dal carattere a spartano dell&#8217;istruzione militare, sarebbe riemersa con prepotenza negli anni della piena virilit\u00e0.<\/p>\n<p>La morte del padre fu il fatto saliente di questi primi anni della sua vita, anche se non possiamo determinarne con maggiore esattezza l&#8217;epoca. Rimasta vedova, Policronia non ci risulta si sia risposata, costume allora peraltro frequente in entrambi i sessi, ma decise di trasferirsi definitivamente nelle terre, di propriet\u00e0 sua o del defunto marito, che la famiglia possedeva in Palestina. Cos\u00ec, madre e figlio lasciarono per sempre la nat\u00eca Cappadocia e si misero in viaggio verso sud, viaggio non breve n\u00e9 facile, allora, neppure per chi, come in questo caso, disponeva di cospicui mezzi finanziari. Non sapendo dove viveva esattamente la famiglia di Giorgio, se a Cesarea, la capitale della provincia, o in qualche borgo minore, non possiamo seguire con precisione questo viaggio. Tuttavia sappiamo che anche in questa parte i del Vicino Oriente l&#8217;eccellente sistema stradale romano si articolava in una fitta rete di arterie che dalla Cappadocia portavano a mezzogiorno, attraverso le Porte Cilice, scavalcando la formidabile catena montana del Tauro per scendere verso l&#8217;azzurro Mediterraneo (5) Forse Policronia con Giorgio e la servit\u00f9 presero la via che da Cesarea discende direttamente a Tarso, sul mare, patria di San Paolo; o forse prese la via, faticosa e difficile, che con un ampio giro fra i monti arrivava a Samosata, patria dello scrittore Luciano, sull&#8217;alto Eufrate, e di l\u00e0 scese verso la grande Antiochia. Nel primo caso, molto probabilmente da Tarso la famigliola s&#8217;imbarc\u00f2 su una nave, greca o egiziana, alla volta di Tiro, Sidone, o forse direttamente Cesarea Marittima, il porto principale della Palestina, fatto edificare da Erode il Grande. Nel secondo, o s&#8217;imbarc\u00f2 a Seleucia sulla foce dell&#8217;Oronte, il porto di Antiochia, o prosegu\u00ec per la cosiddetta &quot;via del mare&quot;, l&#8217;antica e suggestiva strada costiera che seguiva le sponde del Mediterraneo fino ad Alessandria d&#8217;Egitto.<\/p>\n<p>Dove si stabilissero Policronia e suo figlio, non salpiamo dire. Certo fu per loro un&#8217;occasione magnifica, e lungamente desiderata, quella di poter vedere con i propri occhi i luoghi che videro la predicazione di Ges\u00f9, i suoi miracoli, la sua passione e aorte. A quel tempo, per la verit\u00e0, doveva esservi ben poco di visibile a confronto di quel che pu\u00f2 ammirare il pellegrino dei nostri giorni, sia perch\u00e9 il Cristianesimo era tuttora un culto a stento tollerato e periodicamente perseguitato, sia per le terribili devastazioni che due guerre sterminatrici avevano provocato. Dopo la conquista, e la distruzione di Gerusalemme, nel 70 d.G., tanto ai Giudei che ai Cristiani era stata fatta proibizione assoluta di rimettere piede col\u00e0, e pi\u00f9 tardi l&#8217;imperatore Adriano ( II7-I38 ) vi aveva stabilito una colonia romana: Aelia Capitolina. Stroncata nel sangue l&#8217;estrema rivolta giudaica di Bar Kochba ( 132-35 d.C. ), un monumento a Giove era sorto sulle rovine del celeberrimo Tempio e un sacrario alla dea Venere era stato eretto proprio sul luogo ove la tradizione voleva fosse stato sepolto Ges\u00f9 Cristo (6). In tal modo l&#8217;ellenismo, contro cui cos\u00ec a lungo i Giudei tradizionalisti avevano combattuto in nome della fedelt\u00e0 a Jahv\u00e9 e alla legge mosaico (7) sotto le aquile di Roma aveva definitivamente vinto la partita. Dovunque, a Tiberiade, a Cafarnao, a Gerico, nell&#8217;antica citt\u00e0 santa di Gerusalemme, per non parlare di Cesarea\u00bb la nuova capitale della provincia (8), terme, ippodromi, teatri, templi dedicati alle varie divinit\u00e0 del Pantheon greco e orientale, insieme alla liturgia e alla cultura ellenistica, avevano sostituito l&#8217;antico volto del paese, mentre il popolo ebraico iniziava la sua pi\u00f9 che millenaria diaspora ai quattro angoli del mondo allora conosciuto.<\/p>\n<p>(1) Cfr. Lact. , &quot;De mort. persec.&quot;, IX, 2} XXXIII, 5; XXVII, 8.<\/p>\n<p>(2) Ibid. , cfr. XVIII, 12; XIX, 6.<\/p>\n<p>(3) Policronia \u00e8 un nome greco; &quot;Gaudentius&quot; probabilmente \u00e8 il nome latino adottato dal padre di Giorgio quando entr\u00f2 nell&#8217;esercito romano, sull&#8217;esempio di tanti altri ufficiale di origine straniera o, come allora si diceva, &quot;semibarbarica&quot; o &quot;barbarica&quot;: si pensi solo a Flavio Stilicone, il generale di Teodosio il Grande e di suo figlio On\u00f2rio che sconfisse per due volte il visigoto Alarico ( a Pollenzo nel 402 e a Verona nel 405 ) Giorgio \u00e8 anch&#8217;esso un noie di origine greca e significa &quot;agricoltore&quot;.<\/p>\n<p>(4) Sicuramente Giorgio lesse i Vangeli nella lingua greca, la lingua che doveva essere d&#8217;uso nella sua famiglia. La famosa tradizione latina delle Sacre Scritture di S. Gerolamo ( 34^\/350 ca.-420 ca.), detta Vulgata, \u00e8 posteriore di oltre un secolo alla nascita di Giorgio.<\/p>\n<p>(5) Cfr. V. Von Hagen, &quot;Le grandi strade di Roma nel mondo&quot;, tr. it. Roma, 1978, spec. pp. 93-127.<\/p>\n<p>(6) Cfr. W. Keller, .&quot;La Bibbia aveva ragione&quot;, tr. it. Milano, 1977 ( 2 voli.), II, 362-373.<\/p>\n<p>(7) Cfr. ad es. il I e il II Litro dei Maccabei.<\/p>\n<p>(8) Al tempo di Diocleziano vi era un&#8217;unica provincia di Palestina, comprendente la Giudea, la Samaria, la Galilea e una stretta striscia oltre il Giordano ( Perea, territorio dei Geraseni, eco.). Dalla &quot;Hotitia Dignitatum&quot; ( V sec. d.G.) risulta invece che le provin-ce erano diventate tre: Palestina I ( Giudea e Samaria ), Palestina II ( Galilea, Perea eco. ), Palestina Salutaris ( Idumea e Penisola del Sinai ). Cfr. A. E. 14. Jones, &quot;Il tardo Impero Romano (284-602 d.G. )&quot;, tr. it. Milano 1973 ( 2 voll. ), I, 80, 368; e G. Barbagallo, &quot;Roma antica&quot;, Torino, 1932 ( 2 voll.), II, 703, 881.<\/p>\n<p>VIII. GIORGIO UFFICIALE R O M A N O<\/p>\n<p>Sulla giovinezza di Giorgio non sappiamo altro fino al momento in cui lasci\u00f2 la madre per darsi alla professione delle armi, in ossequio alle disposizioni giuridiche vigenti o, forse, coronando il sogno di suo padre Gaudenzio. Purtroppo non salpiamo nulla dei sentimenti del giovane ufficiale in quel periodo, n\u00e9 se la lacerazione inevitabile fra l&#8217;esigenza di darsi tutto a. Dio o di servire totalmente solo l&#8217;imperatore cominciasse gi\u00e0 a manifestarsi nel suo animo. Probabilmente Giorgio, natura intelligente e sensibile, sia pure in forma non ancora ultimativa doveva avvertire gi\u00e0 un certo malessere derivante dall&#8217;inevitabilit\u00e0 di una scelta finale, tuttavia avr\u00e0 forse considerato come una forma di rispetto alla memoria del padre mantenere il suo impegno e non deludere quello che era stato il suo vivo desiderio nei confronti del figlio. Non ci \u00e8 possibile fissare con maggior precisione la data dell&#8217;ingresso di Giorgio nella milizia: approssimativamente possiamo fissarla verso il 285-290, dal momento che il giovane entr\u00f2 nell&#8217;esercito certamente prima dei vent&#8217;anni, e che la data di nascita, come abbiamo visto, dovrebbe potersi fissare intorno alla settima decina del III secolo. Proprio in quel torno di tempo l&#8217;Impero e l&#8217;esercito romano stavano attraversando una fase di radicale ristrutturazione per opera di Diocleziano e dei suoi<\/p>\n<p>colleghi. Nel 283 l&#8217;imperatore Caro si era spiato alla testa delle sue legioni vittoriose fin nel cuore della Mesopotamia, conquistando e saccheggiando la capitale persiana d&#8217;inverno, Ctesifonte, antica citt\u00e0 reale dei Parti e dei Sassoni di (i). Ma durante il viaggio di ritorno la tenda dell&#8217;imperatore era stata incenerita da un fulmine e il figlio di lui Numeriano aveva assunto il comando dell&#8217;esercito. Ammalato agli oc-chi, Numeriano viaggiava in una lettiga chiusa per proteggere la vista dal sole; e cos\u00ec solo dopo qualche giorno i suoi soldati, insospettiti, avevano scoperto di aver trasportato per tante miglia solo un cadavere (2). Allora si era fatto avanti il capo della sua guardia personale, 1&#8217;illirico Diocle (3), che, accusato del delitto il prefetto del pretorio Apro, con un colpo di spada l&#8217;aveva ucciso davanti a tutti. Restava da eliminare Carino, il fratello di Numeriano, che regnava in Occidente. Diocleziano lo affront\u00f2 in &quot;battaglia e ne venne sconfitto (4), ma Carino cadde sotto il pugnale di un traditore e Diocleziano, rimasto unico pretendente al potere, fu acclamato imperatore. Iniziava cos\u00ec il regno ventennale di questo sovrano ( 284-305 d.C.), nel cui esercito Giorgio comp\u00ec i primi passi della propria carriera, sal\u00ec in alto grado e sub\u00ec, infine, il martirio. Il nome di Diocleziano \u00e8 ricordato dai Cristiani soprattutto a motivo della sua vasta persecuzione religiosa, nella quale tanti coraggiosi fedeli trovarono la tortura e la aorte; per\u00f2 dobbiamo subito far notare che fino al 302-303 i Cristiani furono lasciati assolutamente tranquilli. Essi possedevano delle chiese, edifici pubblici ove potevano svolgere i sacri riti alla luce del sole (5), quantunque Diocleziano personalmente seguisse, come gi\u00e0 Aureliano, il culto del &quot;Sol Invictus&quot;, oltre quello di Giove, e Galerio, il suo braccio destro, a quanto pare, quello di Gitele, la Magna Mater di origine frigia (6). A Nicomedia, ove Diocleziano aveva trasportato la capitale dell&#8217;Impero (7), la basilica cristiana sorgeva in piena citt\u00e0 ed era un edificio imponente che stagliava la sua mole quasi di fronte al palazzo imperiale (8). La tolleranza religiosa del sovrano aveva del resto favorito il diffondersi della religione cristiana all&#8217;interno dello stesso &quot;palatium&quot;, tanto che perfino la moglie di lui, Prisca, e la figlia Valeria, si diceva nutrissero simpatie per il Cristianesimo, al punto da subire qualche fastidio allo scoppio della persecuzione(9)\u00ab Questo del resto non era che uno dei sintomi della crescente diffusione della nuova fede, non pi\u00f9 quasi soltanto fra gli strati sociali pi\u00f9 umili, ma anche tra molte famiglie dell&#8217;aristocrazia e specialmente fra le distinte matrone. In questa situazione, dopo tanti anni di pace religiosa ( la persecuzione di Aureliano per molti non era pi\u00f9 che un ricordo ), si pu\u00f2 bene immaginare come Giorgio non dovesse porsi fin dall&#8217;inizio in maniera drammatica il problema della incompatibilit\u00e0 fra la sua professione e la sua fede.<\/p>\n<p>Seguire il santo in questi primi anni della sua carriera militare non \u00e8 per noi certo facile. Dopo aver lasciato la madre Policronia, della quale pi\u00f9 non udremo parlare, non pare che Giorgio si sia sposato. Le fonti tacciono del tutto su questo argomento, e poich\u00e9, in tanti altri casi analoghi (10), gli agiografi raramente hanno scordato di informarci se i martiri militari erano sposati, da questo silenzio possiamo dedurre che Giorgio, molto probabilmente, non lo era. Dove esercit\u00f2 la milizia? Anzitutto, dobbiamo rilevare che l&#8217;esercito romano, con le riforme militari di Diocleziano, si trovava ad esser composto di due principali e differenti nuclei. Le frontiere dell&#8217;Impero, il Reno, il Danubio, l&#8217;Eufrate, erano guardate dai &quot;limitanei&quot;, truppe piuttosto mal pagate e sovente indisciplinate, fissate al suolo da concessioni di terre governative, e reclutate fra i provinciali del luogo o addirittura, sempre pi\u00f9 spesso, fra quelle stesse trib\u00f9 barbariche che dovevano tenere a distanza (il). All&#8217;interno delle province, a disposizione dei &quot;comes&quot; e dei &quot;dux&quot; locali, ma soprattutto a disposizione degli imperatori, erano i &quot;comitatenses&quot;, come massa d&#8217;impiego destinata a operare per la difesa in profondit\u00e0 ( e perci\u00f2 ben dotati di cavalleria leggera e pesante ). In realt\u00e0 la loro presenza tendeva a trasformarsi in molti casi in un peso insopportabile per le citt\u00e0 e le campagne dell&#8217;interno, che essi angariavano in vari modi e ove spesso si abbandonavano all&#8217;ozio. Il numero delle legioni era stato enormemente aumentato da Diocleziano (come, del resto, quello delle province ), ma pi\u00f9 che per mezzo di nuove leve , con una drastica riduzione degli antichi effettivi- Ci\u00f2 per impedire che un generale popolare fra le proprie truppe, cos\u00ec com&#8217;era accaduto tante volte nel corso del III secolo, potesse aspirare all&#8217;Impero e marciare sopra la capitale con grandi forze. Il nucleo pi\u00f9 selezionato dell&#8217;esercito, che al tempo di Costantino si chiamer\u00e0 &quot;schola palatina&quot; , ossia la guardia dell&#8217;imperatore, era una specie di nuova edizione del corpo dei pretoriani. I suoi componenti, reclutati non pi\u00f9 in Italia, sempre pi\u00f9 estranea all&#8217;antico spirito militare romano, ma fra le bellicose popolazioni della Pannonia e dell&#8217;Illirico, e, pel momento raramente, fra gli stessi Germani d&#8217;oltre Reno e d&#8217;oltre Danubio e fra i Persiani, erano un corpo scelto, molto efficiente e ben pagato. In teoria guardia di rappresentanza del sovrano, in realt\u00e0 lo seguivano nei suoi continui spostamenti attraverso l&#8217;Impero e sulle frontiere, sempre pronte a intervenire in caso di emergenza militare (12).<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 molto probabile, anzi quasi certo, che Giorgio di Cappadocia abbia militato fra le truppe del &quot;comitatus&quot;, forse nella stessa guardia palatina: infatti il bizantino Metafraste afferma che egli si acquist\u00f2 la stima dello stesso Diocleziano e sal\u00ec ai pi\u00f9 alti onori della milizia (13). Uno storico moderno, il Gregorovius, ha supposto ch&#8217;egli raggiungesse il grado di &quot;magister equitum&quot;, maestro della cavalleria, cosa peraltro che non ci sembra possibile provare. Comunque, se la notizia di Metafraste \u00e8 attendibile, il problema della localizzazione del servizio militare di Giorgio va subordinato a quello . degli spostamenti dello stesso imperatore: spostamenti che fortunatamente conosciamo con sufficiente esattezza.<\/p>\n<p>(1) Cfr. &quot;Hist. Aug.&quot;, &quot;Carus&quot;.<\/p>\n<blockquote>\n<p>(2) Cfr. &quot;Dizionario di antichit\u00e0 classiche di Oxford&quot;, ed. it. Roma, 1971 ( 2 voli. ), II, MS+-3S .<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>(3) Diocle era il nome di Diocleziano quand&#8217;era uri provato cittadino, che egli port\u00f2 sia prima di salire al potere sia dopo la sua abdicazione a Nicomedia nel 305. Cfr. Lact., &quot;De mort. pers.&quot;, XIX,5.<\/p>\n<blockquote>\n<p>(4) A Margo, in t\u00ecesia, dopo che Carino aveva eliminato l&#8217;altro usurpatore, Giuliano Sabino.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>(5) L&#8217;et\u00e0 delle catacombe, se mai esistette nella forma che il turista affrettato di Roma si immagina, era infatti finita da un pezzo. Il Cristianesimo, pur se in teoria era tuttora perseguibile in qualsiasi momento in forza dello &quot;Institutum Neronianum&quot; ( cfr. J. Lortz, &quot;Storia della Chiesa&quot;, ed. it. Alba, 1966, 2 voli., I, 51 sgg.) in effetti era normalmente lasciato tranquillo, secondo la prescrizione dell&#8217;imperatore Traiano ( Plin., &quot;Epist.&quot;, X, 9?J &quot;conquirendi non sunt: si deferantur et arguantur, puniendi sunt&quot;). Questa tolleranza verso il Cristianesimo da parte dello Stato Romano venne infranta pi\u00f9 volte da singoli imperatori, che vollero rimettere in vigore, quasi sempre per periodi limitati, le antiche disposizioni di Nerone. Tuttavia \u00e8 certo che le persecuzioni anticristiane non furono dieci, come ricorda la tradizione ecclesiastica, ma di pi\u00f9; e tuttavia non si tratt\u00f2 di fenomeni omogenei e sistematici, poich\u00e9 ebbero applicazione minore o maggiore in singole province, ad opera di singoli magistrati e governatori. Ad esempio, la persecuzione di Cerone ( 64 d. C. ) colp\u00ec la sola comunit\u00e0 cristiana di Roma; quella di Diocleziano, specialmente l&#8217;Oriente, l&#8217;Italia e l&#8217;Africa. La cosiddetta persecuzione di Marco Aurelio registr\u00f2 sporadici episodi qua e l\u00e0, specialmente in Gallia ( i martiri di Lione ). Potevi anche accadere che mentre la Chiesa di Cartagine veniva sanguinosamente perseguitata, a Colonia o ad Antiochia se ne avesse appena notizia. Ma su tutto questo problema, cfr.: J. Lortz, Op. Cit., I, 51 sgg.; e A. Momigliano, &quot;II conflitto tra paganesimo e Cristianesimo nel secolo IV&quot;, Torino, 1975\u00bb spec. pp.3-43; M. Grant, &quot;II declino dell&#8217;Impero Romano&quot;, ed. it. Milano, 1976, pp. 231 sgg.<\/p>\n<p>(6) Cfr. Lact. , &quot;De mort. pers.&quot;, X, I sgg. La Magna Mater era adorata sotto forma- di un meteorite nero che venne portato a Roma dalla Frigia durante la seconda guerra, punica, quando Annibale si trovava. ancora in Italia. Alla Magna Mater l&#8217;imperatore Giuliano ( 361-63 ), detto l&#8217;Apostata, dedic\u00f2 sul letto di morte il suo ultimo scritto, durante la guerra persiana.<\/p>\n<p>(7) Diocleziano, che deteneva il titolo di &quot;primo Augusto&quot;, aveva trasportato la capitale dell&#8217;Impero da Roma a Nicomedia in Bitinia ( Asia Minore ), nominando suo collega per l&#8217;Occidente il compagno d&#8217;armi Massimiano, che risiedette per lo pi\u00f9 a Milano. I loro due Cesari ( i futuri imperatori), Galerio e Costanze Cloro, governavano rispettivamente da Sirmium ( sul Danubio, oggi Sremska Mitrovica) e da Treviri, nella Gallia Renana.<\/p>\n<p>(8) Cfr. Lact., &quot;De mort. pers.&quot;, XIII, 2-5. Fu infatti il primo edificio ad essere abbattuto per ordine dell&#8217;imperatore all&#8217;inizio della persecuzione, nel 303.<\/p>\n<p>(9) Come in quello, ad es. , di S. Adriano e di sua moglie Natalia: cfr. Jacopo da Varazze, &quot;Legenda aurea&quot;, Firenze 1952, pp.599-604.<\/p>\n<p>(10)Tale il caso dei Franchi e dei Batavi sul Reno, contrapposti ai S\u00e0ssoni e agli Alamanni.<\/p>\n<p>(11)Cfr. C. Barabagallo, Op. Cit. , II, 702 sgg. 5 M. Holden, &quot;Le legioni di Roma&quot;, ed. it. Milano, 1973.<\/p>\n<p>(12)Cfr. G. Moroni, &quot;Dizionario di erudizione storico-ecelesiastica&quot;, Venezia, 1845, voi- XXX, p.262; D. Balboni, in &quot;Bibliotheca Sanctorum&quot;, Roma, 1962, voi. VI, col. 512 sgg.; R. T. John, &quot;La basilica di San Giorgio al Velabro&quot;, Roma, I960, p. 17.<\/p>\n<p>IX. NON FU UFFICIALE PERSIANO<\/p>\n<p>A questo punto \u00e8 bene dir subito che il pi\u00f9 antico testo della &quot;passio&quot; di S. Giorgio, il palinsesto in lingua greca del secolo V, afferma che il santo non sub\u00ec il martirio per opera di Diocleziano, &quot;bens\u00ec di Daciano imperatore dei Persiani (1). Secondo tale testo, Baciano avrebbe convocato un giorno settantadue re per decidere le misure da prendersi contro i Cristiani, e provoc\u00f2 in questo modo la sdegnata reazione di Giorgio, suo ufficiale, che si espose volontariamente al martirio. Di quest&#8217;ultimo parleremo diffusamente pi\u00f9 innanzi; per ora, basti aver riportato la tradizione secondo la quale Giorgio sub\u00ec il martirio sotto un sovrano persiano, a titolo di esattezza storica. Diremo per\u00f2 subito che questa tradizione \u00e8 francamente insostenibile, e per vari ordini di motivi. Infatti, se Giorgio sub\u00ec il martirio sotto un monarca persiano, vuoi dire che non fu ufficiale dell&#8217;esercito romano, bens\u00ec di quello persiano. Ora, questo \u00e8 impossibile, perch\u00e9, come vedremo, Giorgio sub\u00ec il martirio a Lydda (2), in Palestina, ossia in una provincia saldamente tenuta dall&#8217;Impero Romano : e non vi furono invasioni persiane in Palestina, a quel tempo (3). Questo \u00e8 il primo argomento contro la tradizione che vorrebbe sostituire il persiano Daciano al romano Diocleziano. Secondo argomento, ancor pi\u00f9 probante: non vi fu nessun monarca sassanide, ne nel secolo III n\u00e9 dopo, che rispondesse al nome di Baciano. All&#8217;epoca del martirio di Giorgio regnava a Ctesifonte Narsete (4), contro il quale i Romani guerreggiarono con successo. Terzo argomento: i monarchi sassanidi non portavano allora, e invero non avevano mai portato, il titolo di imperatori (5); &quot;imperator&quot; \u00e8 un termine latino che fu, nel mondo antico, esclusiva prerogativa dei successori di Ottaviano Augusto. Quarto argomento: Giorgio militava nell&#8217;esercito col grado) di &quot;tribunus&quot;, secondo quanto la tradizione ci ha conservato (6): e il grado di tribuno militare era esso pure caratteristico ed esclusivo dell&#8217;esercito romano. Quinto ed ultimo argomento: che in Persia, sotto i sovrani sassanidi, la diffusione del Cristianesimo rimase un fenomeno limitato, esclusivo peraltro delle satrapie occidentali, Armenia, Oshroene, Mesopotamia, Babilonia, e non assunse mai le proporzioni imponenti che g\u00e0 al cadere del secolo III stava acquistando nell&#8217;Impero Romano. Ora, \u00e8 ben vero che i monarchi sassanidi, di tanto in tanto, si accanirono contro le comunit\u00e0 cristiane viventi nel loro regno, pi\u00f9 che altro per motivi di politica estera ( dopo la vittoria di Costantino, il Cristianesimo divenne la religione ufficiale della rivale monarchia romana );ma di tali vicende poco sappiamo (?) e s\u00e9 avessero realmente coinvolto un martire della fama di S. Giorgio, la tradizione ce ne avrebbe lasciato notizie ben altrimenti copiose e documentate. Con ci\u00f2 crediamo si possa senz&#8217;altro accantonare l&#8217;ipotesi che Giorgio abbia militato nell&#8217;esercito persiano e subito il martirio sotto un sovrano persiano. Resta invece da spiegare come da Diocleziano si sia potuti passare a Daciano, chi sia stato, se mai vi fu, questo Daciano, e infine se sia assolutamente certo che il &quot;Nostro milit\u00f2 e soffr\u00ec il martirio proprio sotto Diocleziano, e non sotto qualche altro imperatore.<\/p>\n<p>Punto primo: come si sia passati da Diocleziano a Daciano. A prima vista, una corruzione ortografica da &quot;Diocletianus&quot; a &quot;Dacianus&quot; non sembra possa aver avuto luogo tanto facilmente (8). Parrebbe dunque preferibile procedere per un&#8217;altra strada, e domandarsi se non esiste nessun monarca sassanide, ne nel secolo III n\u00e9 dopo, che rispondesse al nome di Daciano. All&#8217;epoca del martirio di Giorgio regnava a Ctesifonte Sarsete (4), contro il quale i Romani guerreggiarono con successo. Terzo argomento: i monarchi sassanidi non portavano allora, e invero non avevano mai portato, il titolo di imperatori (5); &quot;imperator&quot; \u00e8 un termine latino che fu, nel mondo antico, esclusiva prerogativa dei successori di Ottaviano Augusto. Quarto argomento: Giorgio militava nell&#8217;esercito col grado) di &quot;tribunus&quot;, secondo quanto la tradizione ci ha conservato (6): e il grado di tribuno militare era esso pure caratteristico ed esclusivo dell&#8217;esercito romano. Quinto ed ultimo argomento: che in Persia, sotto i sovrani sassanidi, la diffusione del Cristianesimo rimase un fenomeno limitato, esclusivo peraltro delle satrapie occidentali, Armenia, Oshroene, Mesopotamia, Babilonia, e non assunse mai le proporzioni imponenti che g\u00e0 al cadere del secolo III stava acquistando nell&#8217;Impero Romano. Ora, \u00e8 ben vero che i monarchi sassanidi, di tanto in tanto, si accanirono contro le comunit\u00e0 cristiane viventi nel loro regno, pi\u00f9 che altro per motivi di politica estera ( dopo la vittoria di Costantino, il Cristianesimo divenne la religione ufficiale della rivale monarchia romana ); ma di tali vicende poco sappiamo (7) e se avessero realmente coinvolto un martire della fama di S. Giorgio, la tradizione ce ne avrebbe lasciato notizie ben altrimenti copiose e documentate. Con ci\u00f2 crediamo si possa senz&#8217;altro accantonare l&#8217;ipotesi che Giorgio abbia militato nell&#8217;esercito persiano e subito il martirio sotto un sovrano persiano. Resta invece da spiegare come da Diocleziano si sia potuti passare a Baciano, chi sia stato, se mai vi fu, questo Daciano, e infine se sia assolutamente certo che il &quot;Nostro milit\u00f2 e soffr\u00ec il martirio proprio sotto Diocleziano, e non sotto qualche altro imperatore.<\/p>\n<p>Punto primo: come si sia passati da Diocleziano a Baciano. A prima vista, una corruzione ortografica da &quot;Diocletianus&quot; a &quot;Dacianus&quot; non sembra possa aver avuto luogo tanto facilmente (8). Parrebbe dunque preferibile procedere per un&#8217;altra strada, e domandarsi se non esistette per caso un tal Daciano, che in qualche modo fu connesso alla persecuzione dioclezianea: saremmo cos\u00ec in grado di rispondere al tempo stesso al punto secondo. Ebbene: la storia risponde in maniera affermativa alla nostra domanda. Risulta infatti che al tempo della persecuzione di Diocleziano vi fu un governatore della Spagna, di nome appunto Daciano o Daziano, che lasci\u00f2 di s\u00e9 tristissima fama pel rigore crudele col quale si accan\u00ec contro i Cristiani (9), al punto da guadagnarsi l&#8217;epiteto sinistro di &quot;drago degli abissi&quot; (10). Anche Jacopo da Varazze riporta che il martirio di San Giorgio fu eseguito dal prefetto Daciano, sotto il regno degli imperatori Diocleziano e Massimiano (11). Come poi un feroce governatore della Spagna sia stato messo in relazione col martirio di Giorgio, avvenuto all&#8217;altra estremit\u00e0 dell&#8217;immenso Impero, in Palestina, \u00e8 una questione che affronteremo a suo tempo. Comunque, l&#8217;ipotesi sopra esposta offre una spiegazione soddisfacente sia del primo che del secondo quesito che ci eravamo posti. Daciano perseguitava i Cristiani secondo le istruzioni ricevute da Diocleziano ( anzi, da Massimiano, che governava l&#8217;Occidente, e che del resto non fece che aderire con entusiasmo agli editti anticristiani promulgati dal collega )&#8217; L&#8217;autore della &quot;passio&quot; greca del V secolo, scrivendo ormai a quasi due secoli di distanza dai fatti, e non sapendo chi mai fosse questo Daciano, che per errore era stato accomunata al martirio di San Giorgio, suppose trattarsi di un sovrano persiano, cos\u00ec come persiano era il padre del santo. Certamente non prest\u00f2 attenzione al nugolo di contraddizioni e di circostanze inspiegabili, che in tal modo veniva a porre sul proprio cammino. Altri copisti, autori di successive versioni, o per meglio dire, recensioni, di quella &quot;passio&quot;, cornea ad esempio nel manoscritto greco del X secolo conservato nella Biblioteca Vaticana (12), intuirono l&#8217;errore e corressero Daciano con Diocleziano. Insomma il passaggio da Diocleziano a Daciano non fu un errore ortografico, ma storico, e la successiva correzione da Daciano in Diocleziano fu anch&#8217;essa una correzione non gi\u00e0 ortografica, ma storica. Jacopo da Varazze ripesc\u00f2 poi il nome di Daciano, ma giustamente non lo present\u00f2 pi\u00f9 come quello di un sovrano di Persia, bens\u00ec come di un luogotenente di Dioclesiano, e questo potrebbe essere la dimostrazione che il vescovo genovese pot\u00e9 attingere a fonti molto antiche ( quelle della tradizione orale anteriore alla &quot;passio&quot; greca del V secolo ) e che noi a tutt&#8217;oggi non conosciamo.<\/p>\n<p>Terzo e &#8216;ultimo punto: avvenne proprio sotto Diocleziano il martirio di San Giorgio? Il Ruinart risponde in modo affermativo, anche se fissa la data al 284 (13), il che \u00e8 a nostro avviso assolutamente improbabile (14). Molto pi\u00f9 solidi sono gli argomenti di coloro che anticipano la data del martirio al periodo 249-251, e leggono di conseguenza non &quot;Dacianus&quot; bens\u00ec &quot;Decius&quot;. Decio Traiano infatti, imperatore romano dal 249 al 251 (15), fu autore di una persecuzione anti-cristiana breve, ma cos\u00ec violenta eh fu ricordata per decenni come una delle pi\u00f9 dure prove che la Chiesa ebbe a soffrire (16). Ora, \u00e8 possibile che Giorgio sia vissuto nella prima met\u00e0 del secolo III, e abbia subito il martirio durante la persecuzione di Decio? In via puramente teorica dobbiamo rispondere che s\u00ec, ci\u00f2 \u00e8 possibile. Ma aggiungiamo subito che \u00e8 anche estremamente improbabile. Infatti, tutto quanto siam venuti dicendo di Daciano, governatore spagnolo durante il regno di Diocleziano ( non di Decio! ) sta contro questa interpretazione. Inoltre, diciamolo francamente: una corruzione ortografica da &quot;Decius&quot; in &quot;Dacianus&quot; \u00e8 quasi altrettanto poco verosimile che da &quot;Diocletianus&quot; in &quot;Dacianus&quot;. L&#8217;ipotesi di Decio rimane dunque un&#8217;ipotesi, estremamente fragile, smentita oltretutto dalle numerose fonti che parlano di Diocleziano e Massimiano come i sovrani sotto i quali soffr\u00ec il martirio Giorgio di Cappadocia.<\/p>\n<p>(1) Palinsesto greco 954 della Biblioteca Nazionale di Vienna. Questa &quot;passio&quot; venne pubblicata nel 1858 da Detlefsen, che la stim\u00f2 datata agli inizi del V sec. \u00c8 molto probabile che si tratti proprio della &quot;passio&quot; che il citato &quot;Decretum Gelasianum&quot; ( della fine del V sec.) pone tra gli scritti apocrifi.<\/p>\n<p>(2) Lydda ( Diospolis era il nome ellenico ) \u00e8 l&#8217;odierna Lod, ove ha sede l&#8217;attuale aeroporto di Gerusalemme, sulla strada di Giaffa.<\/p>\n<p>(3) Shapur I, monarca sassanide, invase la Siria nel 241, dopo aver<\/p>\n<p>conquistato la Mesopotamia, ma fu affrontato e vinto in battaglia a Resaina dall&#8217;imperatore romano Gordiano III ( 243 ). Durante il regno di Valeriano ( 253-60 ), Shapur I profittando delle molteplici difficolt\u00e0 in cui versavano i Romani attacc\u00f2 e invase nuovamente la Siria, conquistando perfino la grande Antiochia e massacrando o facendo schiavi gli abitanti. Valeriano accorse con le legioni, ma dopo qualche iniziale successo cadde prigioniero di Shapur sotto le mura di Edessa, forse vittima di un tradimento. Dopo di allora l&#8217;Impero Romano, guidato dalle ferree mani degli imperatori illirici, fu in grado di difendere con successo la diocesi d&#8217;Oriente dalle mire dei Sassanidi.<\/p>\n<p>(4) Narsete ( N&#8217;arseh ), figlio e successore di Shapur I nel 272, invase l&#8217;Armenia e nel 296 inflisse una grave sconfitta a Galerio, che Diocleziano gli aveva mandato contro e che lo aveva assalito con forze di gran lunga inferiori, presso Carrhae. Nel 297 per\u00f2 Galerio riprese l&#8217;offensiva e riport\u00f2 sui Persiani una vittoria cos\u00ec strepitosa, che Narsete dovette fuggire ferito e abbandonare il suo accampamento, la sua famiglia e il tesoro reale nelle mani del nemico. Dopo di ci\u00f2 i Romani poterono assicurarsi un trattato di pace a condizioni assai favorevoli, ponendo sul trono d&#8217;Armenia il loro candidato Tiridate. Questi, convertito al Cristianesimo da S. Gregorio, fin\u00ec per elevarlo a religione di Stato ( nel 305 d.C. ).<\/p>\n<p>(5) Sotto la dinastia degli Achemenidi ( 546-330 a.C. ) i sovrani di Persia si facevano chiamare Re dei Re; sotto quella dei Sassanidi (226-651 d.C. ) sono ricordati coi titoli di &quot;Gran Re&quot;, &quot;fratello del Sole e della Luna&quot;, ecc.<\/p>\n<p>(6) Cfr. J. da Varazze, &quot;Legenda aurea&quot;, ed. cit., p. 268.<\/p>\n<p>(7) Una delle cause della rottura definitiva fra Costantino il Grande e Shapur II fu l&#8217;intimazione del primo a non molestare la Chiesa cristiana di Persia. Shapur per tutta risposta perseguit\u00f2 i Cristiani e invase l&#8217;Armenia e la Mesopotamia. Costantino mori mentre era in marcia contro di lui ( 337 d.C. ), e suo figlio Costanzo II condusse una guerra sfortunata ( 359-60 ), minuziosamente narrata da Ammiano Marcellino. La Chiesa di Persia aveva anche inviato un vescovo quale proprio rappresentante al Concilio di Nicea nel 325 d.C. N\u00e9 si dimentichi che la casta sacerdotale dei Magi aveva promosso pure una vigorosa persecuzione contro i Manichei ( lo stesso Mani fu suppliziato a Ctesifonte, sotto il re sassanide Barham, nel 273 o 277 ).<\/p>\n<p>(8) Ci si potrebbe piuttosto chiedere se &quot;dacianus&quot; non sia una forma erronea del sostantivo &quot;dacicus&quot;, abitante della Dacia. Da Lattanzio, cit., XXXIII, 5, sappiamo che Galerio ( Cesare di Diocleziano e suo principale istigatore nella persecuzione anticristiana ) era nativo della Nuova Dacia e che avrebbe perfino progettato di chiamare l&#8217;Impero non pi\u00f9 Romano, ma Dace ( &quot;dascicus&quot;, forma inusuale di &quot;dacicus&quot; ). Ma potrebbe esser stato lui il Daciano della &quot;passio Georgii&quot;? Ma questa ipotesi ha il difetto di essere troppo elaborata e priva di ogni base sicura.<\/p>../../../../n_3Cp>(9) Cfr. D. Balboni, &quot;Bibl. Sanct.&quot;, cit., vol. VI, col. 516.<\/p>\n<p>(10)La Spagna, durante la prima tetrarchia ( 293-305 d.C. ),pare sia appartenuta a Massimiano, che vi applic\u00f2, come in Italia e in Africa, gli editti anticristiani pubblicati a Nicomedia da Diocleziano e Galerio. Solo dopo l&#8217;abdicazione di Massimiano ( a Milano, nella primavera, del 305 ), la Spagna pass\u00f2 a Costanzo Cloro, che gi\u00e0 governava la Gallia e la Britarmia, e che si mostr\u00f2 mite nei confronti dei Cristiani.<\/p>\n<p>(11)Cfr. J. da Varazze, &quot;Legenda aurea&quot;, , ed. cit., p. 268 sgg.<\/p>\n<p>(12)Bibl. Vat., man. 1660, foglio 272-288. Esso \u00e8 datato 916. Il manoscritto greco \u00e8 inedito; nel 1539 fu tradotto in latino e pubblicato dal Lipomano nelle &quot;Vitae S. Patrum&quot;. Vi si dice che Diocleziano, assistito da Magnenzio, convoc\u00f2 il Senato per decidere la persecuzione. Flavio Magno Magnenzio \u00e8 un personaggio storico, ma posteriore a Diocleziano: fu un usurpatore dell&#8217;Occidente romano (350-353 ) e mor\u00ec suicida a Lione, dopo essere stato sconfitto da Costanzo II. Probabilmente &quot;Magnentius&quot; \u00e8 nella &quot;passio Geoegii&quot; una corruzione, o meglio un &quot;lapsus linguae&quot;, con &quot;Maximilianus&quot; o &quot;Mazimianus&quot;, il collega di Diocleziano.<\/p>\n<p>(13)Cfr. il &quot;Chronicum alexandrinum seu paschale&quot;, PG, XCVI, col. 680.<\/p>\n<p>(14)Nel 284 Diocleziano fa acclamato imperatore a Nicomedia dagli ufficiali dell&#8217;esercito, reduce dalla spedizione persiana di Caro, ma subito dovette sostenere una dura guerra con Carino, che lo sconfisse ma cadde assassinato in battaglia ( 285 ). \u00c8 immaginabile che in tali frangenti qualcuno abbia avuto il tempo e la volont\u00e0 di imbarcarsi in una sistematica repressione religiosa?<\/p>\n<p>(15)Nato circa il 200 in Pannonia, fu inviato da Filippo l&#8217;Arabo a reprimere una rivolta militare nella Mesia, si rivolt\u00f2 contro l&#8217;imperatore, che fu sconfitto e ucciso a Verona nel 249. Decio cadde poi combattendo contro i Goti che avevano invaso e devastato la Mesia, la Macedonia e la Tessaglia.<\/p>\n<p>(16)Nel corso di essa soffr\u00ec la t or tuta anche Origene, il padre della Chiesa greca, che mor\u00ec a Cesarea di Palestina nel 254 in seguito alle percosse ricevute.<\/p>\n<p>X.  AL SEGUITO DI DIOCLEZIANO<\/p>\n<p>Come abbiamo visto, Giorgio certamente milit\u00f2 fra le truppe comitatensi, ossia nell&#8217;&quot;\u00e9lite&quot; dell&#8217;esercito romano di quel tempo, la pi\u00f9 efficiente e la meglio pagata. La tradizione infatti vuole che il santo si mettesse rapidamente in luce per le sue brillanti doti di coraggio e di intelligenza, sino al punto da farsi notare dallo stesso imperatore e, forse, da entrare a far parte della sua guardia del corpo. Se ci\u00f2 \u00e8 vero, un caso singolare del destino volle che il Nostro giungesse ad occupare presso Diocleziano una carica molto vicina a quella che Diocleziano stesso aveva ricoperto prima di essere elevato all&#8217;Impero (1). Naturalmente noi non possiamo essere assolutamente certi della veridicit\u00e0 di questa tradizione, che ricorda da vicino quella dei santi Giovanni e Paolo e dell&#8217;imperatore Giuliano 1&#8242; Apostata (2), ma non vi sono nemmeno delle valide ragioni per giudicarla negativamente da una posizione preconcetta. Come abbiamo visto il III secolo fu, nell&#8217;ambiente militare romano, l&#8217;et\u00e0 d&#8217;oro degli uomini nuovi, degli uomini che si erano fatti da s\u00e9, oscuri soldati venuti dalla gavetta e saliti con una carriera prodigiosa fino ai vertici dell&#8217;Impero. (3) Giorgio, che veniva da una famiglia aristocratica e, per linea paterna, di antiche tradizioni militari, anche senza aver mai ottenuta la dignit\u00e0 senatoria o qualche altra carica amministrativa, che un tempo erano &quot;conditio sine qua non&quot; per la scalata agli alti gradi dell&#8217;esercito, pot\u00e9 benissimo ottenere la stima dell1 imperatore e segnalarsi tra gli ufficiali palatini durante il lungo regno di Diocleziano.<\/p>\n<p>Come si \u00e8 visto, il problema di individuare i luoghi della carriera militare del il nostro si riconnette direttamente a quello relativo agli spostamenti dell&#8217;imperatore, poich\u00e9, se Giorgio era tribuno, &quot;magister equitum&quot; o comunque alto ufficiale nei quadri del &quot;comitatus&quot;, quasi certamente dovette seguire costantemente Diocleziano nei suoi frequenti movimenti e nelle operazioni militari che condusse entro e fuori i confini dell&#8217;Impero. Non \u00e8 questa, invero la sede per ricostruire le campagne di Diocleziano nei suoi ventun anni di regno: perci\u00f2 non ci limiteremo che a pochi rapidissimi cenni sull&#8217;argomento, rimandando il lettore desideroso di un ulteriore approfondimento ad altri testi, e specialmente alla monografia dello Ensslin nella &quot;Real Encyclopadie&quot; (4). Anzitutto dobbiamo rilevare che solo raramente Diocleziano prese parte personalmente alle continue operazioni militari che si svolsero durante il suo regno lungo i confini dell&#8217;Impero e all&#8217;interno di esso. In genere preferiva servirsi dei suoi colleghi, Massimiano, da lui proclamato Augusto nel 286 (5), Galerio e Costanzo, nominati Cesari nel 293. Massimiano schiacci\u00f2 la rivolta dei Bacaudi nella Gallia settentrionale, ricacci\u00f2 i Burgundi e gli Alamanni ( 283-86 ), poi combatt\u00e9 ancora con fortuna sul Reno ( 293 ) e condusse una difficile campagna contro i &quot;Quinquegentiani&quot; in Africa ( 297 ), anche questa con esito vittorioso. Costanzo Cloro dal canto suo combatt\u00e9 dapprima contro l&#8217;usurpatore Carausio ( 287-93 ) sulle coste della Manica e contro il suo successore Allecto ( 293-97 ) in Britannia, sconfiggendoli; indi si occup\u00f2 della difesa dei confini sul Reno e in Caledonia. Galerio combatt\u00e9 invece a lungo contro i Carpi, i Sarmati e altri popoli che minacciavano il medio e basso Danubio ( 293-95 ); poi contro i Persiani in Armenia e Kesopotaraia ( 2Q6-97 ) e di nuovo sul Danubio.<\/p>\n<p>Diocleziano scese personalmente in campagna due volte: dal 291 al 295 in Egitto, contro l&#8217;usurpatore Achilleo che si era chiuso in Ales-sandria (6) e contro i Blemmii che avevano sconfinato dall&#8217;Etiopia (7) e nel 297 in Siria contro i Persiani, dopo la sconfitta iniziale subita da Galerio ad opera di Narseh (8). In entrambi i casi l&#8217;imperatore non scese mai in campo alla testa delle truppe ma lasci\u00f2 ai suoi generali il compito di condurre personalmente le operazioni. Dopo il trattato di pace firmato con la Persia, Diocleziano risiedette quasi sempre a Nicomedia, la sua capitale, di dove continuava in realt\u00e0 a dirigere gli affari di tutto l&#8217;Impero. Nel 303 si indusse a venire per la prima e ultima volta a Roma, la vecchia capitale spodestata che lo accolse con palese disapprovazione nonostante i fastosi spettacoli da lui offerti (9). Fu quella la sola visita di Diocleziano in Italia, l&#8217;antica culla dell&#8217;Impero, che per sua mano aveva disceso l&#8217;ultimo gradino della decadenza, essendo stata equiparata giuridicamente ed economicamente alle altre province. Da Roma ripart\u00ec in fretta, con evidente disagio, e per la Via Flaminia pass\u00f2 a Ravenna, viaggiando in una lettiga chiusa sotto la pioggia insistente, tormentato dagli acciacchi (10). Di qui solo al sopraggiungere della buona stagione procedette lungo il Danubio, rientrando a Nicomedia ove trascorse l&#8217;ultimo periodo del suo regno (11) e di dove, raggiunto da Galerio, condusse la sua sanguinosa persecuzione contro i Cristiani.<\/p>\n<p>Riassumendo: se Giorgio entr\u00f2 nell&#8217;esercito nei primi anni del regno di Diocleziano, e se fu al suo fianco quale ufficiale delle truppe comitatensi, certamente dovette prender parte ai fatti d&#8217;arme di Egitto e di Siria, fra il 295 e il 297. Cos\u00ec pure, molto probabilmente segu\u00ec l&#8217;imperatore in Italia nel 303-304, fu con lui a Roma, e fece ritorno alla capitale asiatica per la via del Danubio(l2). Ora, la presenza di Giorgio in Egitto potrebbe essere in relazione con la tradizione che vuole essersi svolta a Selene, citt\u00e0 della Libia (13), la famosa lotta con il drago. A prescindere dal valore che si pu\u00f2 dare al contenuto di quel celeberrimo episodio della vita del Nostro, la tradizione che pone la lotta col drago in Libia pare debba esser considerata pi\u00f9 antica dell&#8217;analoga, pretesa avanzata da Berito in Fenicia, l&#8217;attuale Beirut, capitale della Repubblica del Libano (14). Quel che intendiamo dire \u00e8 questo: che la lotta di Giorgio col dragone pu\u00f2 essere benissimo considerata del tutto leggendaria, senza che ci\u00f2 spieghi come si sia voluto associarla con la presenza del santo in Libia. Anche le leggende non nascono dal nulla, ma utilizzano, in origine, dei dati storico-geografici, che vengono poi liberamente elaborati. Ebbene, perch\u00e9 proprio la Libia avrebbe dovuto esser teatro della lotta di Giorgio col drago, quando gli unici dati geografici assolutamente certi della sua biografia erano notoriamente la nascita in Cappadocia e il martirio in Palestina o forse, secondo alcuni, a Nicomedia) ? Perch\u00e9 mai introdurre nella biografia del santo un elemento &#8216;ulteriormente sconcertante, difficilmente credibile, mediante un balzo di migliaia di chilometri dal teatro della sua esistenza documentata? Certo, si potrebbe obiettare che delle persone discoste a immaginare un drago in carne e ossa non dovrebbero crearsi tanto facilmente dei problemi per una semplice incongruenza geografica; e, in secondo luogo, se accettiamo Berito come teatro della lotta &#8211; o della leggenda della lotta &#8211; col drago, la difficolt\u00e0 cade e tutto l&#8217;episodio viene riportato molto naturalmente entro l&#8217;ambito siro-palestinese ove Giorgio visse. Ma Jacopo da Varazze sembra troppo deciso e sicuro di s\u00e9 quando pone il fatto a Selene, &quot;citt\u00e0 della Libia&quot; (15), e anche se ignoriamo le sue fonti, e se, inoltre, conosciamo la sua ingenuit\u00e0 culturale, pure sembra troppo strano che la Libia sia stata scomodata senza ragione alcuna, Nei prossimi capitoli avanzeremo dunque una personale interpretazione del rapporto che sembra legare questi fatti: la presenza di Giorgio in Egitto, al s\u00e9guito di Diocleziano, durante le campagne militari del 294-96, il sorgere della leggenda della lotta col drago; il localizzarsi di questa leggenda in Libia. A questo tentativo faremo precedere un breve riassunto della leggenda stessa, cos\u00ec come \u00e8 riportata dal vescovo Jacopo da Varazze nel suo celeberrimo libro.<\/p>\n<p>(1) Diocleziano nel 284 era comandante della guardia del corpo dell&#8217; imperatore Numeriano, morto, come si \u00e8 detto, in circostanze misteriose durante il ritorno dell&#8217;esercito dalla campagna persiana. Quando il delitto venne scoperto, qualcuno sussurr\u00f2 il nome del prefetto Apro, il quale si sarebbe gi\u00e0 sbarazzato del padre di Numeriano, Caro, e che apertamente ambiva al supremo potere. Diocleziano davanti all&#8217;esercito si eresse a vendicatore dei defunti imperatori e accus\u00f2 Apro, uccidendolo di propria mano senza dargli il tempo di discolparsi. Questo zelo eccessivo fece nascere il sospetto che i due fossero stati d&#8217;accordo in precedenza, o addirittura che lo stesso Diocleziano avesse eliminato Numeriano che viaggiava in una lettiga chiusa: niente di pi\u00f9 facile per lui, quale capo della guardia personale dell&#8217;imperatore.<\/p>\n<p>(2) B.M. Margarucci Italiani, &quot;II titolo di Pammachio, Santi Giovanni e Paolo&quot;, Venezia, 1967} e G. Ricciotti, &quot;L&#8217;imperatore Giuliano l&#8217;Apostata&quot;, Milano, 1956, pp.254-55.<\/p>\n<p>(3) II primo di essi fu l&#8217;africano Lucio Settimio Severo, di Leptis Magna, primo imperatore provinciale di lingua non latina ( parlava il punico ed era un fervente ammiratore di Annibale ), portato al potere dalle legioni di Pannonia dopo una sanguinosissima guerra civile scoppiata alla morte di G\u00f2mmodo, l&#8217;ultimo sovrano della dinastia antonina ( 192 d.C. ). Anch&#8217;egli cerc\u00f2 di fondare una dinastia, ma il dominio dei Severi venne infranto nel 236 dal &quot;semibarbarus&quot; Massimino il Trace, che alcuni vogliono addirittura di stirpe gotica ( cfr. Jord., &quot;Get.&quot;, XV ). Da allora e fino all&#8217;avvento di Diocleziano, nel 284-85\u00bb la maggioranza degli imperatori furono di origine militare: tra essi Filippo l&#8217;Arabo, Decio, Treboniano Gallo, Emiliano, Claudio II il Gotico, Aureliano, Probo, Caro.<\/p>\n<p>(4) W. Jilnssli^, &quot;Valerius Diocletianus&quot;, in &quot;Real Encyclopadie&quot; di<\/p>\n<p>Pauly-Wissowa, voi. VII A 2, col. 2420-2495.<\/p>\n<p>(5) Si suoi tradurre il termine &quot;tetrarchia&quot; come &quot;governo di quattro imperatori&quot;, ma in effetti vi erano solo due imperatori, i due Augusti Diocleziano e Massimiano, teoricamente uguali, ma con una effettiva preponderanza del primo in qualit\u00e0 di &quot;Augustus senior&quot;. Galerio e Costanzo erano solo Cesari e cio\u00e8, al tempo stesso, collaboratori degli Augusti e imperatori designati alla successione.<\/p>\n<p>(6) Achilleo si era fatto proclamare imperatore in Alessandria nel dicembre del 294 d.C. ( cfr. Oros., &quot;Hist. adv. pag.&quot;,VII,25,8). Diocleziano era subito accorso con un forte esercito, ma l&#8217;assedio si era protratto per ben sette mesi, fino al giugno del 295, quando la citt\u00e0 aveva dovuto arrendersi per sete dopo il taglio delle condutture d&#8217;acqua.<\/p>\n<p>(7) Nel 29! Diocleziano era sui confini meridionali dell&#8217;Egitto, nella Nubia, e combatteva contro i Bleminii a Busiride e a Gopto, questa ultima distrutta nel corso della guerra. Dopo la campagna, l&#8217;imperatore riport\u00f2 indietro la frontiera dell&#8217;Alto Egitto sino a File e a Massimianopoli, ove furono stabiliti i nuovi capisaldi della difesa. Cfr. A. M. Levi, &quot;L&#8217;Impero Romano&quot;, Milano, 1973 (3 voli.)\u00bb Ili, p. 955-<\/p>\n<p>(8) Cfr. Oros., &quot;Hist. adv. pag.&quot;, VII, 25, 9-11; Lact. , &quot;De mort. pers.&quot;, IX, 5-7.<\/p>\n<p>(9) Per le feste dei &quot;Vicennalia&quot;, ossia il venissimo anniversario della sua ascesa al potere, alla fine del 303 ( Diocleziano era stato proclamato Augusto dall&#8217;esercito il 17 settembre del 284 )\u2022<\/p>\n<p>(10)Diocleziano part\u00ec da Roma a met\u00e0 dicembre del \u00cc03, in condizioni di salute cattive, aggravate dall&#8217;inclemenza del clima invernale. A gennaio era a Ravenna, ove assunse il consolato per la nona volta. Cfr. Lact., &quot;De mort. pers.&quot;, XVII, 1-4.<\/p>\n<p>(11) Rientrato a Nicomedia verso il settembre del 304, volle presenziare alla dedicazione di un circo da lui fatto costruire nella capitale asiatica. Subito dopo la sua salute, gi\u00e0 gravemente compromessa dagli strapazzi del viaggio in Italia, cedette di schianto. Per alcuni mesi non si seppe pi\u00f9 nulla di lui. Il 13 dicembre correva silenziosamente la voce che fosse gi\u00e0 morto. Solo il 1\u00b0marzo riapparve in pubblico, guarito, ma quasi irriconoscibile per i segni della malattia. Cfr. Lact., op. cit., XVII, 5-9.<\/p>\n<p>(12) Ma su questo punto della biografia del Nostro, cfr. quanto diremo al cap. XVII (&quot;Il cavaliere della fede&quot;).<\/p>\n<p>(13) Cfr. J. Da Varazze, &quot;Legenda aurea&quot;, ed. cit., p. 265. Il nome ha poi subito diverse alterazioni nelle varie rielaborazioni letterarie della leggenda di S. Giorgio e il drago.<\/p>\n<p>(14) Cfr. &quot;Enciclopedia Italiana&quot;, voce &quot;San Giorgio&quot;, vol. XVII, pp. 173-74.<\/p>\n<p>(15) Al tempo di Diocleziano vi erano due province libiche: Libya Superior (Cirenaica) e Libya Inferior ( Marmarica e Oasi di Ammone).<\/p>\n<pre><code class=\"language-{=html}\">&lt;!-- --&gt;<\/code><\/pre>\n<p>XI. S A N GIORGIO E IL DRAGO.<\/p>\n<p>Di Jacopo da Varazze, autore del famoso libro &quot;Legenda aurea&quot; e fonte importante per la biografia di San Giorgio, non sappiamo molto. Nato a Varazze in Liguria nel 1228 ( donde il suo soprannome, corrotto dipoi in Voragine e Voragine), nel 1244 entr\u00f2 a soli sedici anni nell&#8217;ordine dei predicatori domenicani. Nel 1265 divenne priore del suo convento e nel 1267 padre provinciale della Lombardia. Nel 1285 si dimise volontariamente dall&#8217;incarico e nel 1288 rifiut\u00f2 una prima volta l&#8217;elezione vescovile, ma quattro anni dopo, nel 1292, dovette accettare quasi a forza l&#8217;elezione a vescovo di Genova, nonostante la sua ritrosia fosse dovuta al fatto che si sentiva inferiore al compito, nel pi\u00f9 puro &#8216; spirito della modestia cristiana (1) egli ricopr\u00ec la carica dando prova di grandi capacit\u00e0 e di alta responsabilit\u00e0 morale, contribuendo fra l&#8217;altro alla pacificazione della sua citt\u00e0 divisa dalle contese fra le casate aristocratiche. Mori il 14 luglio del 1298. La sua produzione letteraria, fa cospicua: di essa ci restano i &quot;Sermoni&quot;, i &quot;Commentari di S. Agostino&quot;, una cronaca di Genova dalla sua fondazione al 1295 e, soprattutto, la &quot;Legenda aurea&quot; (2), il libro che lo rese famoso in tutto il mondo, voluminosa raccolta di vite di santi d&#8217;ogni tempo e paese. Anche la data di composizione di quest&#8217;opera \u00e8 incerta: possiamo dire soltanto che essa fu scritta o prima del 1255 o dopo il 1266. Le sue fonti principali sono i sermoni di S. Ambrogio, i &quot;Dialoghi&quot; di S. Gregorio Magno e varie raccolte biografiche di santi e opere di edificazione religiosa. Si tratta certamente di un materiale scientificamente molto spesso inattendibile, e il &quot;buon vescovo genovese se ne serv\u00ec con scarso spirito critico, s\u00ec che l&#8217;alto valore poetico della &quot;Legenda&quot; non \u00e8 pari al suo valore dal punto di vista storico. Le incongruenze, le ingenuit\u00e0 e tutto quello che alla raffinata sensibilit\u00e0 critica dei moderni suona come astrusit\u00e0 o contraddizione, non solo \u00e8 ben presente nella &quot;Legenda&quot;, ma ne forma invero il nucleo principale. Dovremo perci\u00f2 procedere con estrema cautela nell&#8217;utilizzare quest&#8217;opera ai fini della biografia di San Giorgio.<\/p>\n<p>Narra dunque Jacopo da Varazze che Giorgio di Cappadocia, tribuno militare romano, arriv\u00f2 un giorno alla citt\u00e0 di Silene, in Libia. Presso la citt\u00e0 si estendeva uno stagno &quot;vasto come il mare&quot; dal quale usciva un drago orrendo che divorava uomini e armenti e il cui fiato micidiale uccideva perfino coloro che cercavano rifugio sulle mura. Gli abitanti, dopo aver fatto alcuni inutili tentativi per ucciderlo, si eran visti costretti a offrirgli in pasto ogni giorno due pecore; poi, venendo meno gli animali, una pecora e un uomo, estratto a sorte fra gli infelici cittadini. Un giorno le sorti caddero sull&#8217;unica figlia del re. Egli tent\u00f2 in ogni modo di salvare la fanciulla dall&#8217;orribile fine, ma gli abitanti, essendo entrato ormai il lutto in ogni famiglia, lo forzarono a rassegnarsi. Cos\u00ec la giovinetta, chiesta la benedizione del padre, usc\u00ec tutta sola dalla, citt\u00e0 incontro al suo destino, mentre il popolo si accalcava sulle mura. Fu proprio in quel momento che sopraggiunse Giorgio sul suo cavallo. Vedendola in lacrime, e notando la folla sui bastioni, le domand\u00f2 che cosa avesse. Ella per tutta risposta lo invit\u00f2 a fuggire via subito, ma cos\u00ec non fece altro che accrescere la curiosit\u00e0 di Giorgio. Mentre parlavano ancora, il mostro emerse dalle acque del lago, e subito la fanciulla esort\u00f2 il santo a fuggire finch\u00e9 era in tempo. Ma Giorgio part\u00ec lancia in resta contro il drago e lo affront\u00f2 tutto solo. Qui Jacopo fornisce due versioni della lotta. Secondo la prima, egli fer\u00ec il drago gravemente, tanto che la figlia del re fu in grado di portarlo in citt\u00e0 manuseto come un cagnolino. Il popolo ne fu atterrito, ma poi, tranquillizzato da Giorgio, ricevette in massa il battesimo cristiano; dopo di che il santo uccise il drago. Secondo l&#8217;altra versione, Giorgio, fattosi il segno della croce, part\u00ec al galoppo contro il mostro e lo uccise al primo assalto. Ci vollero quattro paia di buoi per portare via il corpo del drago caricato su un carro. Poi Giorgio ripart\u00ec, rifiutando dal re una forte somma di denaro e dicendogli di distribuirla ai poveri. Prima di andarsene, diede al re questi quattro ammaestramenti: di curare le nuove chiese, onorare il clero, ascoltare la messa e assistere gli indigenti. In quel giorno avevano ricevuto il battesimo ventimila maschi adulti e il re aveva ordinato la costruzione di una chiesa dedicata alla Madonna e al beato Giorgio, dalla quale scatur\u00ec poi una fonte miracolosa,. Qui finisce il raccolto del drago.<\/p>\n<p>-: I problemi che questo racconto solleva sono tali e tanti che \u00e8 &#8216;quasi inutile sottolinearne l&#8217;importanza. L&#8217;episodio della lotta col drago \u00e8 talmente famoso da essersi imposto nel tempo su ogni altro fatto della biografia del santo e perfino sul martirio, che costituisce il culmine dei racconti agiografici relativi a tutti questi martiri militari del III secolo. Quando sentiamo parlare di San Giorgio, la nostra niente istintivamente corre alla lotta col drago, tanto che ormai \u00e8 per noi impensabile separare la figura del santo guerriero da quella del mostro da lui vinto e ucciso. Ci\u00f2 \u00e8 dovuto a una lunghissima tradizione iconografica che giunse al suo culmine nel Rinascimento coi capolavori di artisti come Vittore Carpaccio, Paolo Uccello, Andrea Mantegna ed altri, ma che in ogni citt\u00e0 d&#8217;Europa e d&#8217;Italia, si pu\u00f2 dire, con una chiesa dedicata a San Giorgio e con i dipinti e le sculture a lui riferentisi, ci ha abituati a questa immediata associazione d&#8217;idee. Ma come \u00e8 nata, la leggenda di San Giorgio e il drago? Jacopo da Varazze non la invent\u00f2 di certo; come vedremo, a partire dal 1200, col ritorno dei Crociati dalla Terra Santa, vi fu un prodigioso rifiorire del culto di San Giorgio nell&#8217;Europa occidentale; ma n\u00e9 Jacopo, n\u00e9 i suoi contemporanei, inventarono la leggenda del drago. Disgraziatamente, per quanto riguarda la &quot;biografia di San Giorgio contenuta nella &quot;Legenda aurea&quot;, il problema delle fonti &#8211; che sarebbe per noi di estremo interesse &#8211; non \u00e8 stato ancora risolto in maniera soddisfacente. Quel che \u00e8 certo, n\u00e9 Vincenzo Bellovacense, n\u00e9 San Ambrogio, n\u00e9 San Gregorio, le sue fonti principali, possono offrirci il bandolo della matassa (3). L&#8217;unico dato sicuro \u00e8 che la leggenda della lotta col drago non fu inventata da Jacopo da Varazze ( egli non invent\u00f2 mai nulla ), poich\u00e9 esisteva anteriormente e, anzi, pare che fosse a quel tempo gi\u00e0 vecchia di parecchi secoli. Torneremo pi\u00f9 avanti sull&#8217;argomento: qui baster\u00e0 dire che essa \u00e8 gi\u00e0 presente in un manoscritto greco della Biblioteca Ambrosiana (4) e che gli studiosi che si sono occupati del problema sono certi dell&#8217;antichit\u00e0 di essa. Come dice un noto studioso italiano di folklore, il Toschi, Jacopo da Varazze non fece altro che accreditare un racconto che circolava da molti secoli nella tradizione orale, e gi\u00e0 per questo contribu\u00ec ad accreditarlo (5). Egli afferma anche che la leggenda del drago era &quot;ab antiquo&quot; localizzata in Palestina, col che, come si \u00e8 detto, non siamo d&#8217;accordo, anche per il fatto che non si vedrebbe come e perch\u00e9 l&#8217;acritico, ma scrupoloso, vescovo di Genova, avrebbe sentito il bisogno di spostarla in Libia. Sul problema della localizzazione geografica della lotta col drago torneremo fra breve. Ora il problema che ci poniamo \u00e8: se Jacopo non trasse dal nulla l&#8217;episodio del drago, di dove attinse nel suo racconto? Si trattava, come abbiamo detto, di una semplice tradizione orale: ma dove essa ebbe origine, e quando, e come; e inoltre, giunse fino a Jacopo inalterata attraverso i secoli, o sub\u00ec delle modificazioni? E se s\u00ec, quali?<\/p>\n<p>La grande maggioranza degli studiosi , nel considerare i problemi posti dalla leggenda di San Giorgio e il drago, sono partiti mettendo in evidenza le analogie esistenti fra essa e il mito greco di P\u00e8rseo e Andromeda. Veramente, sono pi\u00f9 d&#8217;uno i miti ellenici che presentano analogie pi\u00f9 o meno .marcate con la leggenda di Giorgio e il drago: a cominciare da quello di T\u00e8seo che uccide il Minotauro, liberando la citt\u00e0 di Atene dall&#8217;incubo dell&#8217;olocausto annuale dei suoi giovanotti, fino a quello di Ercole che uccide l&#8217;idra di Lerna, il cui fiato spopolava i campi dell&#8217;Argolide, e a quello di Gi\u00e0sone che con l&#8217;aiuto di Medea uccide il drago posto a guardia del vello d&#8217;oro del re della C\u00f2lchide (6). Del resto, lo stesso mito di P\u00e8rseo presenta almeno due episodi che possono esser messi in relazione con quello di Giorgio e il di1 ago: quello dell&#8217;uccisione della G\u00f2rgone e quello della liberazione di Androraeda e dell&#8217;uccisione del mostro marino che stava per divorarla. Ricorderemo perci\u00f2 brevemente questo famoso mito, noto al grande pubblico forse pi\u00f9 per le costellazioni ad esso legate, affinch\u00e9 il lettore possa porre da s\u00e9 i raffronti e cogliere le possibili derivazioni nella leggenda di San Giorgio.<\/p>\n<p>(1) Cfr. &quot;Del sacerdozio&quot; di Giovanni Crisostomo.<\/p>\n<p>(2) Il titolo latino dell&#8217;opera \u00e8 &quot;Legenda aurea&quot;, alla lettera &quot;cose auree (sante ) che devono esser lette&quot;. Non &quot;leggenda&quot;. dunque, come qualche incauto traduttore ha creduto! Jacopo da Varazze, ancorch\u00e9 non abbia, certamente scritto un libro di storia, credeva : con sincero candore alla verit\u00e0 del proprio racconto; mai e poi mai lo avrebbe definito una &quot;leggenda&quot;, ossia una raccolta di fatti riconosciuti come pi\u00f9 o meno fantasiosi.<\/p>\n<p>(3) Per i rapporti tra S. Ambrogio e Jacopo da Varazze, cfr. A. Kil-mart, &quot;Sant Ambroise et la legende dor\u00e9e&quot;, Roma, 1936.<\/p>\n<p>(4) Manoscritto n. 158 Bibl. Ambros. Med.<\/p>\n<p>(5) P. Toschi, &quot;La leggenda di San Giorgio nei canti popolari italiani&quot;, Firenze, 1964, pp. 22-23.<\/p>\n<p>(6) Cfr. &quot;Dizionario di mitologia&quot;, Bologna, 1975: &quot;T\u00e8seo&quot;, pp.176-775; &quot;Eracle&quot;, pp.79-82;&quot;Gi\u00e0sone, pp.99-100.<\/p>\n<p>XII. ORIGINI DELLA LEGGENDA:<\/p>\n<p>O R I E N T E E G RE C I A<\/p>\n<p>P\u00e8rseo \u00e8 un nome spreco ( &quot;P\u00e9rseus&quot; ) che significa &quot;il distruttore&quot;. Secondo il mito egli era un eroe, figlio di Zeus ( Giove ) e di Danae, fecondata dal* dio sotto forma di pioggia d&#8217;oro mentre si trovava prigioniera, per volont\u00e0 del padre Acisto, re di Argo, in una torre di bronzo. Quando nacque P\u00e9rseo, il disumano re chiuse madre e figlio in una cassa di legno che poi fece gettare in mare. Essi per\u00f2 scamparono alla morte e le onde li sospinsero sulla spiaggia dell&#8217;isola di S\u00e8rifo, governata dal re Polidette. Questi accolse i naufraghi e fin\u00ec per innamorarsi della bella Danae, ma le sue attenzioni vennero respinte. &#8216;Deluso e infuriato, trattenne la madre come schiava e per liberarsi del figlio di lei lo mand\u00f2 in Libia con l&#8217;impossibile compito di uccidere Medusa, una delle tre sorelle G\u00f2rgoni, dalla chioma di serpi e dallo sguardo capace di pietrificare chiunque lo incontrasse. P\u00e9rseo non si perdette d&#8217;animo e part\u00ec (1), aiutato da Athena ( Minerva ) e da Ermes ( Mercurio ). Dalle Graie ( o P\u00f2rcidi ) venne a conoscenza della dimora di Medusa e riusc\u00ec a ucciderla, troncandole il capo, senza guardarla in viso ma servendosi di tono scudo riflettente. In groppo al suo cavallo alato P\u00e8gaso l&#8217;eroe sfugg\u00ec quindi all&#8217;inseguimento delle altre due G\u00f2rgoni, portando seco la testa mozza di Medusa, e con essa pietrific\u00f2 il gigante Atlante che gli aveva rifiutato ospitalit\u00e0. Qui finisce la prima parte del mito.<\/p>\n<p>Nella seconda parte si narra come P\u00e9rseo, durante il viaggio di ritorno, passando a volo sulle coste dell&#8217;Etiopia (2), vide una &quot;bellissima fanciulla incatenata in riva al mare. Si trattava di Andromeda, figlia del re Cefeo e della regina Cassiopea, e che era destinata a divenir pasto di un mostro marino sterminatore. Infatti la superba Cassiopea aveva offeso le Nereidi e Poseidone ( Nettuno ), loro padre, per vendicarsi, aveva mandato il drago a menare strage degli abitanti. P\u00e9rseo si commosse alla sorte dell&#8217;infelice fanciulla e se ne innamor\u00f2, affront\u00f2 il drago e lo uccise. Liberata quindi Andromeda, la chiese in sposa, ma essendosi i genitori di lei macchiatisi di spergiuro, li pietrific\u00f2 servendosi del capo di Medusa e ripart\u00ec conducendo seco la giovane sposa. Il mito si conclude col ritorno a S\u00e8rifo dell&#8217;eroe, che libera la madre Danae pietrificando anche il suo carceriere Polidette. Tutti i protagonisti di questo mito furono dipoi trasformati in costellazioni celesti.<\/p>\n<p>Il mito di P\u00e9rseo \u00e8 certamente, per tipologia, ambientazione e altri aspetti, uno dei meno schiettamente ellenici della mitologia greca (3). Infatti molti elementi di esso si ritrovano gi\u00e0 in antichissimi miti egizi e babilonesi e, in generale, si pu\u00f2 dire che in tutta la storia di P\u00e9rseo si respira un&#8217;atmosfera chiaramente influenzata dalle tradizioni mitologiche dell&#8217;Oriente. Gli studiosi hanno stabilito come data approssimativa di origine di questo mito il 1.400 a. C., ossia un&#8217;et\u00e0 di vari secoli anteriore alla nascita del ciclo omerico; d&#8217;altronde la storia di P\u00e9rseo, notevolmente lunga ed elaborata, appare chiaramente il frutto di una serie di stratificazioni successive, avvenute in epoche diverse e in disparati ambienti culturali, aperta ad arricchimenti provenienti da tradizioni eterogenee. Arriviamo cos\u00ec alla conclusione che, se in una certa misura la leggenda di San Giorgio si rif\u00e0 al mito di P\u00e9rseo, dobbiamo necessariamente risalire ancora pi\u00f9 indietro nel tempo e nello spazio per raggiungere le sorgenti ultime. Naturalmente si potr\u00e0 obiettare che quel che importa, in definitiva, \u00e8 sapere se il mito di P\u00e9rseo entr\u00f2 o meno nella elaborazione della lotta di San Giorgio col drago, indipendentemente dalle sue origini. Un primo raffronto tra i due miti mostra a prima vista delle affinit\u00e0 indubbiamente notevoli. Sennonch\u00e9, ci permettiamo la domanda: in che modo una leggenda greco-asiatica antica di quasi duemila anni entr\u00f2 un bel giorno a far parte della biografia di un martire cristiano? Dove? Quando?<\/p>\n<p>Coloro che studiano l&#8217;origine dei miti a tavolino, e a grandissima distanza di tempo dalle tradizioni in questione, non trovano di solito molte difficolt\u00e0 nell&#8217;istituire dei rapporti di derivazione fra cicli leggendari disparati; ma tutto questo pu\u00f2 andar bene, appunto, a tavolino, e a decine di secoli dalla nascita di tali leggende. Ora, il nostro caso \u00e8 questo. Un soldato romano, un ufficiale di religione cristiana, affronta coraggiosamente il martirio durante la persecuzione di Diocleziano, all&#8217;inizio del secolo IV. Pochi decenni dopo la sua morte, e dopo la vittoria del Cristianesimo sotto Costantino il Grande, il suo culto \u00e8 gi\u00e0 saldamente affermato in Palestina e si diffonde in tutto il Vicino Oriente, fino alle province dell&#8217;Impero di lingua latina. Le &quot;passiones&quot; che a lui si riferiscono ( la pi\u00f9 antica \u00e8 di quasi due secoli posteriore alla sua morte ) non parlano dell&#8217;episodio del drago: esso sorge, non sappiamo esattamente quando, in epoca alquanto posteriore, prima comunque delle Crociate e non &#8211; come molti affermano &#8211; dopo il ritorno dei Crociati dalla Palestina. La tradizione del drago circol\u00f2 lungamente in forma soltanto orale; solo dopo un certo tempo, nel citato manoscritto greco e nella &quot;Legenda aurea&quot; di Jacopo da Varazze, essa viene fissata per iscritto; e il lasso di i; tempo \u00e8 stato cos\u00ec lungo che quella di Jacopo, nel secolo XIII, presenta tutte le caratteristiche di una vera riscoperta. Insomma la tradizione orale della lotta col drago dovette nascere, in ambiente orientale ( palestinese ) o africano ( egiziano ? ), dopo il Y secolo, data della &quot;passio&quot; citata dal &quot;Decretum Gemasianum&quot;, e non oltre il IX o il X, con ogni verosimiglianza. (4) Ora, il problema che solleviamo \u00e8 questo: come pot\u00e9, un giorno, una qualche comunit\u00e0 cristiana del Vicino Oriente, devota al culto del martire militare, innestare bellamente, senza un batter di ciglia, la leggenda di P\u00e9rseo nella biografia di San Giorgio? E, ancor pi\u00f9, come pot\u00e9 essere accettata, e, per quanto caduta poi quasi in oblio, rilanciata con tanto successo dal vescovo di Genova nel 1200 per tutto 1&#8242; Occidente?<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 sospettare clje la Chiesa bizantina, che costitu\u00ec un decisivo fattore di continuit\u00e0 tra Occidente e Oriente per quasi tutto il Medio Evo, e nella quale il Nostro \u00e8 venerato senz&#8217;altro come &quot;il grande martire&quot;, abbia fatto da tramite e quasi da ponte per il balzo prodigioso della leggenda ( e del culto ) di Giorgio dall&#8217;Asia in Europa. Ma il problema rimane: pu\u00f2 mai essere che la Chiesa del Medio Evo abbia fatto proprio, senza alcuna esitazione, un mito connesso col Pantheon pagano dell&#8217;antica civilt\u00e0 ellenica? Noi non vogliamo certo negare che il mito greco &#8211; e in parte, come abbiamo visto, pre-ellenico, di P\u00e9rseo, e specialmente l&#8217;episodio della liberazione di Andromeda, sia entrato a far parte delle fonti lontane della leggenda di San Giorgio che uccide il drago. Quel che mettiamo in Subbio \u00e8 che il mito greco sia stata la sola o la principale fonte della tradizione cristiana. Di conseguenza, per cercare una risposta ai nostri interrogativi, ci sposteremo dal terreno della mitologia greca a quello della mitologia biblica, alla ricerca di qualche traccia pi\u00f9 idonea a spiegare il nascere della tradizione della lotta di Giorgio con il drago.<\/p>\n<p>(1) A questo punto, naturalmente, bisogna supporre una incongruenza cronologica, oppure un lasso di tempo di una ventina d&#8217;anni almeno fra l&#8217;arrivo di Danae VIII, 27,col neonato a S\u00e8rifo e la partenza di P\u00e9rseo alla ricerca di Medusa.<\/p>\n<p>(2) Si tenga presente che per gli antichi Greci e Romani col nome di &quot;Aethiopia&quot; non si designava l&#8217;acrocoro che oggi porta quel nome, bens\u00ec la regione immediatamente a mezzogiorno della Nubia (l&#8217;odierno Sudan settentrionale), con le citt\u00e0 di Napata e Meroe, capitale &#8211; quest&#8217;ultima &#8211; del regno pi\u00f9 importante. Poich\u00e9 i Romani avevano guerreggiato con una regina di Napata (forse una reggente) con un occhio solo, si era diffusa la falsa tradizione che quel regno fosse retto da donne. Cfr. La regina &quot;Candace&quot; (in realt\u00e0, un nome comune) ricordata in <em>Atti,<\/em> VIII, 27, come sovrana dell&#8217;Etiopia.<\/p>\n<p>(3) Cfr. &quot;Dizionario di mitologia&quot;, cit., pp. 150-151.<\/p>\n<p>(4) Abbiamo infatti visto come Jacopo da Varazze attingesse a fonti orali che, ai suoi tempi, erano gi\u00e0 antiche di parecchi secoli.<\/p>\n<p>XIII. LE ORIGINI DELLA LEGGENDA:<\/p>\n<p>LE SACRE SCRITTURE<\/p>\n<p>Una lontana prefigurazione tra le forze del bene e quelle del male, rispettivamente sotto la forma della Donna e del serpente, si trova nel libro della &quot;Genesi&quot;, il primo del Pentateuco e della Bibbia, tradizionalmente attribuito a Mos\u00e9 o da lui ispirato ( sec. XIV a. C. circa). Dopo aver narrato la tentazione di Adamo ed Eva e il peccato originale, vi si legge che &quot;il Signore disse al serpente: Poich\u00e9 tu hai fatto questo, sii maledetto fra tutti gli animali e tutte le bestie della campagna; striscerai sul tuo ventre e mangerai la polvere per tutti i giorni della tua vita! Io porr\u00f2 inimicizia fra te e la donna, fra la tua discendenza e la sua; essa ti schiaccer\u00e0 il capo e tu la insidierai al calcagno&quot; (1). Profezia che si apre col primo libro della Bibbia e si chiude, in forma escatologica, con l&#8217;ultimo, che al passo citato della &quot;Genesi&quot; sembra rifarsi direttamente. Come \u00e8 noto, la questione dell&#8217;autore del libro dell&#8217;&quot;Apocalisse&quot; \u00e8 di quelle che tengono ancora divisi gli studiosi della Sacra Scrittura, n\u00e9 del resto ci importa qui approfondirla (2), ferma restando la data di composizione verso la fine del secolo I d. C. Il capitolo XII dell &#8216;&quot;Apocalisse&quot; si apre con questa visione: &quot;Poi un gran segno apparve nel cielo: una donna rivestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie del parto e le angosce nel dare alla luce. Intanto apparve un altro segno nel cielo: un gran dragone, dal colore del fuoco, con sette teste e dieci corna e sette diademi sulle teste. La sua coda trascinava la terza parte delle stelle del cielo e le precipit\u00f2 sulla terra. Poi il dragone si pose davanti alla donna che stava per dare alla luce, per divorare il figlio appena fosse nato. Ella diede alla luce un figlio maschio, destinato a pascere tutte le nazioni con una verga di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e il suo trono&#8230;&quot;. (3) A questo punto si scatena una battaglia tra l&#8217;arcangelo Michele alla testa delle legioni celesti e il dragone coi suoi angeli, che vengono precipitati dal cielo: resta loro campo libero sulla terra e sul mare, ma solo per poco tempo, allora il dragone si rivolge contro la Donna, ma ella fugge nel deserto volando con ali d&#8217;aquila; esso le vomita contro un fiume d&#8217;acqua per travolgerla, ma la terra si apre ad inghiottirlo.<\/p>\n<p>Impotente a farle del male, si rivolge contro la sua progenie, i credenti del Vangelo di Ges\u00f9, e infine si apposta sulla riva del mare in attesa del cimento supremo (4).<\/p>\n<p>La lettura allegorica di questo brano non presenta soverchie difficolt\u00e0: la Donna indica la Chiesa e al tempo stesso la Madre di Mo; le dodici stelle sono gli apostoli; le stelle trascinate dalla coda del dragone sono gli angeli ribelli; il figlio della Donna \u00e8 Ges\u00f9, il Redentore dell&#8217;umanit\u00e0; il fiume vomitato dalla gola del mostro sono le persecuzioni. Quanto al dragone, che si tratti proprio del serpente ricordato nel libro della &quot;Genesi&quot;, \u00e8 detto in forma esplicita dall&#8217;autore dell&quot;&#8217;Apocalisse&quot;: &quot;E il gran dragone fu precipitato, l&#8217;antico serpente, che si chiamava diavolo e Satana, il seduttore del mondo intero&#8230;&quot;. (5) Infatti &quot;diavolo&quot; in greco significa &quot; calunniatore&quot; e Satana e 1&#8217;&quot;avversario&quot;. Ora, il drago era in tutto l&#8217;Oriente, cristiano e pagano, figurazione trasparente del demonio: e vincere il peccato, vincere la tentazione, vincere la prova della persecuzione era, nella Chiesa primitiva, una vittoria sul demonio stesso. In questo stesso passo il libro dell&#8217;&quot;Apocalisse&quot;, dopo aver narrato la sconfitta e la caduta del dragone, esulta: &quot;Ecco venuta finalmente la salvezza, la potenza, il regno del nostro Dio e la sovranit\u00e0 del suo Cristo; perch\u00e9 \u00e8 stato precipitato l&#8217;accusatore dei nostri fratelli, colui che giorno e notte li accusava davanti al nostro Dio. Ora, essi l&#8217;hanno vinto in virt\u00f9 del sangue dell&#8217;Agnello e con la parola della loro testimonianza, ed hanno disprezzato la loro vita fino al punto di accettare la morte&#8230;&quot;. (6) In questa prospettiva, i martiri che disprezzando la propria vita si espongono ai tormenti e alla morte e &quot;rendono testimonianza&quot; a Ges\u00f9 Cristo sono i vincitori di Satana, il dragone. Perci\u00f2 anche Giorgio, come martire della parola, combatt\u00e9 e vinse il dragone, &quot;l&#8217;antico serpente&quot;, proprio come 1&#8242;.arcangelo Michele lo aveva vinto e precipitato materialmente in una battaglia vera e propria. Michele era infatti l&#8217;arcangelo guerriero per eccellenza, cos\u00ec come Gabriele era l&#8217;annunciatore; e come il guerriero Michele aveva affrontato il diavolo nella lotta celeste, cos\u00ec il soldato Giorgio di Cappadocia affront\u00f2 e vinse, col martirio, il diavolo nella sua personale lotta terrestre per la salvezza eterna. Questo pu\u00f2 spiegare un accostamento fra Michele e San Giorgio, che altrimenti non si spiegherebbe come e perch\u00e9 solo Giorgio, fra tanti martiri cristiani, fu scelto a simbolo della lotta vittoriosa col dragone.<\/p>\n<p>Per\u00f2 siamo ancora lontani dalla soluzione del nostro problema. L&#8217;identificazione del drago con il diavolo \u00e8 certa, cos\u00ec come \u00e8 chiara l&#8217;identificazione del martire Giorgio, ufficiale romano, col soldato di Dio per eccellenza. Per\u00f2 istituire una connessione diretta fra questi elementi generici della tradizione biblica e della simbologia paleocristiana, e i dati della biografia storica del santo, ci parrebbe quanto mai azzardato. Come nel caso del mito greco di P\u00e9rseo, infatti, non si capisce come e perch\u00e9, a un certo momento, i dati della simbologia dualistica luce-tenebra sarebbero stati puramente e semplicemente calati nella vicenda personale di uno dei tanti martiri pre-costantiniani, senza che nessuno si accorgesse dell&#8217;errore di trasposizione e lo denunciasse.<\/p>\n<p>(1) Gen., I, 14-15.<\/p>\n<p>(2) Per una introduzione al problema, ved. M. E. Boismard- E. Cothenet, &quot;La tradizione giovannea&quot;, tr. it. Roma, 1978, p. 44 sgg.<\/p>\n<p>(3) Apoc., XII, 1-5.<\/p>\n<p>(4) Cfr. Apoc., XII, 6-18.<\/p>\n<p>(5) Apoc., XII, 9.<\/p>\n<p>(6) Apoc., XII, 10-11.<\/p>\n<p>(7) Cfr. Apoc., XII, 7 sgg.; Dan., X, 13; Giuda, 9.<\/p>\n<p>XIV: ORIGINI DELLA LEGGENDA:<\/p>\n<p>CONCLUSIONI<\/p>\n<p>Abbiamo a suo tempo ricordato come un governatore della Spagna (1), di nome Daciano, si macchiasse di una feroce persecuzione anticristiana ai tempi di Diocleziano, tanto da esser chiamato dalle sue vittime &quot;il drago degli abissi&quot;, l\u00e0 dive &quot;drago&quot; sta, come si \u00e8 visto, per &quot;demonio&quot;, e gli &quot;abissi&quot; sono, evidentemente, i regni infernali. Una erronea tradizione volle che fosse proprio questo Daciano l&#8217;esecutore materiale del martirio di Giorgio; ma poi si fin\u00ec per non comprendere chi fosse questo Daciano, lo si suppose &#8211; erroneamente &#8211; un imperatore persiano (prima redazione della &quot;passio&quot;, il palinsesto greco della fine del V secolo) e, pi\u00f9 tardi, ancora, lo si corresse con Diocleziano, l&#8217;imperatore romano.<\/p>\n<p>Ora, noi dobbiamo immaginare per un momento che le cose siano andate cos\u00ec. La tradizione orale pi\u00f9 antica ricordava come il santo Giorgio di Cappadocia avesse subito il martirio ad opera del &quot;drago degli abissi&quot;, ossia, come allora si usava dire per i martiri che fino all&#8217;ultimo avevano testimoniato per la loro fede<\/p>\n<p>(2), Giorgio aveva &quot;vinto il drago&quot;. Poi questo racconto giunse alle orecchie di qualcuno che non aveva conosciuto direttamente n\u00e9 Giorgio, ne la sua vicenda: diciamo pure una comunit\u00e0 cristiana fuori dell&#8217;ambito geografico e culturale entro cui la tradizione della &quot;passio&quot; del santo era nota. Ci occuperemo in s\u00e9guito del problema di localizzare geograficamente queste tappe intermedie della tradizione agiografica; per ora proseguiamo nella nostra ipotesi. Questo qualcuno, che senti parlare di una lotta vittoriosa di Giorgio col drago, non essendo a conoscenza dei particolari storici ne fraintese il significato e pens\u00f2 trattarsi di una lotta non gi\u00e0 figurata, bens\u00ec materiale, contro un drago in carne e ossa. Dal momento che Giorgio era un soldato, riusciva tanto pi\u00f9 facile accreditare un racconto di per s\u00e9 molto fantastico: la sua qualit\u00e0 di ufficiale romano, infatti, veniva a integrarsi benissimo, con l&#8217;idea di forza e coraggio inseparabili da tale professione, con la figura allegorica dell&#8217;intrepido soldato di Cristo che vince e uccide il demonio molto pi\u00f9 con l&#8217;aiuto della fede e del segno della croce, che col vigore del braccio e la destrezza nell&#8217;uso della lancia.<\/p>\n<p>Ma non basta. Un grande erudito bizantino, l&#8217;arcivescovo Andrea di Creta ( nato a Damasco verso il 660 d.C., morto nell&#8217;isola di Mitilene nel 740 ), l&#8217;eroico difensore del colto delle immagini contro l&#8217;imperatore iconoclasta Leone III l&#8217;Isaurico, poeta e musicista oltre che uomo di Chiesa, contribu\u00ec potentemente ad accreditare la leggenda del drago. In un panegirico dedicato a San Giorgio, egli tra l&#8217;altro scrisse: &quot;Benedictus Dominus qui non dedit nos in praedam dentibus eorum&quot;<\/p>\n<p>(3). Ora, alla mentalit\u00e0 critica dei moderni potrebbe sembrare incredibile che sulla scorta di una frase dal significato un po&#8217; ambiguo, possa crescere e svilupparsi una leggenda cos\u00ec tenace e diffusa. Ma tutto questo \u00e8, appunto, il frutto della nostra mentalit\u00e0 critica di uomini del XXI secolo. Casi come quello ora descritto, infatti, non solo si verificarono, ma furono anche frequenti nella tradizione agiografica medioevale. (4) Si tenga inoltre presente che S. Andrea da Creta, molto probabilmente, non fece che ripetere quanto gi\u00e0 aveva udito da altra fonte: pensiamo al manoscritto greco dell&#8217;Ambrosiana di Milano; ma pensiamo soprattutto alla tradizione orale relativa al governatore spagnolo Baciano. Jacopo da Varazze non fece altro che interpretare questo testo alla luce della tradizione orale, mescolando i concetti di &quot;persecutore&quot; e di &quot;martirio&quot; con i termini di &quot;drago&quot; e di &quot;vittoria&quot;, alla luce anche, forse, di reminiscenze mitologiche greco-orientali, veterotestamentarie e giovannee: e il gioco \u00e8 fatto.<\/p>\n<p>Questa ipotesi ci sembra avere il vantaggio di non incontrare grosse difficolt\u00e0 e di non pretendere uno svolgimento troppo complicato o fantasioso. Ma ci sono ancora degli altri fatti, che meritano qui di essere ricordati. Nell&#8217;antichissima religione egizia il sole primaverile era simboleggiato dal dio Hor o Horus, figlio di Iside e Osiride. Horus era venerato in Egitto anche come purificatore del Nilo, il fiume da cui l&#8217;intero paese traeva la vita. Ebbene: gli archeologi europei (5) rimasero vivamente impressionati quando scopersero, in Egitto appunto, una raffigurazione del dio Horus dalla testa di falco, a cavallo, che trafigge con un colpo di lancia un coccodrillo del Nilo (6). Subito qualcuno pens\u00f2 a un accostamento col mito di San Giorgio e il drago, tanto pi\u00f9 che un particolare della scena era davvero sconcertante: infatti il dio egizio era raffigurato in uniforme romana! Nulla di strano, beninteso, dal punto di vista storico: evidentemente il potere politico, tutto inteso a celebrare il benessere materiale (7) portato nel paese dal governo romano, aveva commissionato questo tipo di opere, diciamo cos\u00ec, a carattere mitologico-propagandistico. Ma cosa di pi\u00f9 naturale che pensare a una associazione di idee fra il soldato romano Giorgio, che, si badi, milit\u00f2 e combatt\u00e9 in terra d&#8217;Egitto, giusta la nostra ipotesi, \u00e8 il dio Horus che uccide il dragone vestito da ufficiale romano? Non vinse forse anche il martire Giorgio la sua lotta col &quot;drago degli abissi&quot;? Bisogna considerare inoltre che il culto del santo, in Egitto, aveva, assunto proporzioni notevolissime fra il et\u00e0 di Costantino e l&#8217;invasione musulmana ( IV&#8212;VII secolo d.G.), con la dedicazione di un gran numero d\u00ec chiese e monasteri.<\/p>\n<p>E non \u00e8 ancora finita. Nel 1204 i Crociati conquistano e saccheggiano la grande, ricchissima e fastosa Costantinopoli. I rozzi cavalieri francesi, tedeschi e italiani si trovano fra l&#8217;altro davanti a una immagine singolare: un soldato romano che trafigge con la lancia un dragone, steso ai suoi piedi. Quando la notizia arriva in Europa, subito qualcuno pensa a istituire un rapporto fra questa immagine enigmatica e la leggenda di San Giorgio, ancor viva nell&#8217;Oriente bizantino ed ex bizantino ( Creta, Siria, Palestina, Egitto ). Si trattava invece di una immagine dell&#8217;imperatore Costantino il Grande ( 306-37 d.C. ), il fondatore della citt\u00e0 di Costantinopoli e il primo imperatore romano di religione cristiana. Ne abbiamo l&#8217;assoluta certezza perch\u00e9 ci \u00e8 pervenuta la testimonianza autorevole del massimo storico della Chiesa antica, il vescovo Eusebio di Cesarea ( 265 ca.-340 ca. ). Nella sua biografia dell&#8217;imperatore Costantino, infatti, egli fra l&#8217;altro scrive (6): &quot;salutare signum capiti suo superpositum imperator draconem ( inimicum generis humani ) telis per medium ventris confixum sub suis pedibus&#8230; depingi voluit&quot;. Ma i Crociati non lo sapevano: e col culto di San Giorgio, reduci da Costantinopoli, dall&#8217;Editto e dalla Palestina, essi importarono anche la leggenda della lotta col drago, di cui avevano trovato qua e l\u00e0 cos\u00ec abbondanti tracce, dalle rive del Nilo fino alla capitale bizantina. .<\/p>\n<p>(1) A quel tempo divisa in quattro province: Tarraconensis, Gallaecia( Galizia ), Lusitania ( l&#8217;odierno Portogallo ) e Baetica ( Andalus\u00eca).<\/p>\n<p>(2) Quelli invece che cedevano alle torture e rinnegavano Cristo eran detti &quot;lapsi&quot; o &quot;traditores&quot;. Dal rifiuto di riaccoglierli nella Chiesa, passata la persecuzione, da parte dei Cristiani pi\u00f9 intransigenti, prese origine in Africa il grave conflitto religioso dei donatisti (IV-V sec.), che Costantino fin\u00ec per combattere a mano armata.<\/p>\n<p>(3) Ps. 123, 6; cit.in &quot;Bibl. Sanct&quot;, cit., col. 515.<\/p>\n<p>(4) Un solo esempio, riferito da Jacopo da Varazze. Di San Giorgio, Ambrogio da Milano aveva scritto: &quot;O felice e illustre soldato di Dio! Non solamente disprezz\u00f2 l&#8217;offerta del potere terreno ma ingann\u00f2 il suo persecutore facendo inabissare il tempio con tutti i suoi idoli&quot;. Tanto basta a Jacopo per scrivere a sua volta che San Giorgio finse di voler abiurare il Cristianesimo e poi, fattosi condurre nel tempio, chiese e ottenne che Dio lo incenerisse con tutti gli idoli e i sacerdoti: cfr. la &quot;Legenda aurea&quot;, cit., pp. 269-70.<\/p>\n<p>(5) Il primo a fare un accostamento fra Horus e San Giorgio fu, nel 1876,l&#8217;archeologo Clermont-Ganneau.<\/p>\n<p>(6) Un esemplare di questa scena \u00e8 oggi conservato a Parigi, nel Museo del Louvre.<\/p>\n<p>(7) Eus., &quot;Vita Constantini&quot;, III, 3.<\/p>\n<p>XV. L&#8217;AMBIENTAZIONE GEOGRAFICA<\/p>\n<p>DELLA L E G G E N D A<\/p>\n<p>Prima di concludere, vogliamo dedicare ancora un po&#8217; di attenzione a una questione che non \u00e8 senza importanza per l&#8217;origine della leggenda di San Giorgio e il drago: 1&#8217;ambientazione geografica di essa. Gi\u00e0 si \u00e8 visto come la citt\u00e0 di Berito ( Beirut ) fin dal Medio Evo avanzi la pretesa di essere stata teatro della lotta: ma le molte chiese dedicate al santo che vi sorgono (1) sono posteriori all&#8217;inizio delle Crociate, e dunque le origini del culto a Beirut sono perlomeno sospette: non vi giunse infatti dopo la &quot;riscoperta&quot; di San Giorgio in Occidente? Del resto, se \u00e8 vero che una cappella trasformata in moschea sorge tuttora sul luogo del preteso combattimento, \u00e8 pur vero che molti altri &quot;teatri&quot; della lotta di Giorgio col drago si mostrano ancor oggi, in luoghi che evidentemente nulla hanno a che fare con l&#8217;esistenza storica del santo. Bella sola isola di Sardegna se ne mostrano addirittura due: a S. Andre a Frius ( provincia di Cagliari ), detto &quot;u planu e sanguini&quot; ( la pianura del sangue ), l&#8217;altro alla fonte di Suelli ( anche questo in provincia di Cagliari ), ove Giorgio si sarebbe lavato le mani dopo l&#8217;uccisione del drago. Anche in Sicilia il santo avrebbe fatto la sua comparsa, in urna palude presso Sciacca ( Palermo ) : luoghi tutti certamente fuori dell&#8217;ambito geografico in cui visse Giorgio di Cappadocia (2), il quale, come si disse, pot\u00e9 venire in Italia con Diocleziano, ma non certo oltre Roma e tanto meno spingersi fin nelle isole.<\/p>\n<p>Abbiamo invece visto come l&#8217;identificazione di Horus con San Giorgio, in Egitto, si sia verificata in presenza di condizioni quanto mai favorevoli, anali una vasta diffusione del culto del santo sulle rive del Nilo e una sua tenace sopravvivenza, grazie all&#8217;azione della Chiesa &quot;bizantina, almeno fino alle grandi invasioni dei Persiani e degli Arabi, nel secolo VII. Questo ci riporta alle campagne militari di Diocleziano in Egitto, alle quali probabilmente prese parte anche il nostro. 0ra, Jacopo da Varazze colloca l&#8217;episodio del drago in Libia, presso la citt\u00e0 di Silene. Certamente egli non se lo invent\u00f2, ma attinse a una fonte pi\u00f9 antica, forse scritta, forse semplicemente orale. Anzitutto dobbiamo chiederci: che cosa intendevano gli antichi con il termine geografico &quot;Libia&quot;? Non gi\u00e0 la regione che solo un tempi moderni, dopo la conquista coloniale italiana ( Tripolitania e Cirenaica ),per la ; quale l&#8217;antica denominazione venne riesumata ad indicare il vasto paese desertico posto fra il Mediterraneo, la Tunisia e l&#8217;Egitto. Per gli antichi la &quot;Libya&quot; era,in senso lato, tutta l&#8217;Africa settentrionale ( ossia tutta l&#8217;Africa allora conosciuta ), dalla Mauretania al Nilo, intesa come la terza grande parte del mondo dopo l&#8217;Asia e l&#8217;Europa. In senso stretto, invece, nell&#8217;et\u00e0 dioclezianea quel termine indicava due province desertiche e vuote d&#8217;abitanti, la Libya Superior e la Libya Inferior, poste fra la Cirenaica, e l&#8217;Egitto e amministrativamente unite alla diocesi di Oriente ( Egitto e regioni medio-orientali fra il Tauro, l&#8217;Eufrate e il Mar Rosso ). Ora, il caso vuole che anche il mito di P\u00e9rseo che uccide Medusa sia localizzato in Libia ( in senso lato ), cos\u00ec come alla stessa area geografica appartiene il mito di P\u00e9r-seo che uccide il drago e libera Andromeda: le coste dell&#8217;Etiopia, cio\u00e8, come abbiamo visto, del Sudan, tra la Seconda cateratta ( Wadi Halfa ) e la confluenza del Nilo Bianco col Nilo Azzurro ( Khartoum ). Seguiamo il racconto del mito di Perseo e Medusa come lo narra il poeta Marco Anne o Lucano nel suo &quot;Bellum Civile&quot; o &quot;Pharsalia&quot;: dopo aver narrato come l&#8217;eroe uccise la G\u00f2rgone, cos\u00ec prosegue:<\/p>\n<p>&quot;Aliger in caelum sic rapta Gorgone fugit.<\/p>\n<p>ille quidem pensabat iter propiusque secabat<\/p>\n<p>aera, si media Europae scinderet urbes:<\/p>\n<p>Pallas frugiferas iussit non laedere terras<\/p>\n<p>et parci populis&#8230;<\/p>\n<p>&#8230; Zephyro convertitur ales<\/p>\n<p>itque super Libyen&#8230;&quot; (3).<\/p>\n<p>Cos\u00ec, il volo di Perseo sul suo cavallo alato \u00e8 deviato sulla parte pi\u00f9 interna della Libia: anzich\u00e9 far ritorno al Mare Egeo sorvolando direttamente il Mediterraneo con le sue citt\u00e0 industriose, egli compie un ampio giro dapprima verso mezzogiorno, indi verso il levar del sole; e sar\u00e0 l\u00e0, sulle coste dell&#8217;Etiopia, che scorger\u00e0 la bellissima Andromeda incatenata e piangente sulla riva del mare. Ma intanto, mentre passava a volo sulle terre desertiche pi\u00f9 interne della Libia, il sangue stillante dall&#8217;orrido capo di &#8216;Medusa era caduto a terra e aveva dato vita ai velenosissimi serpenti dei quali Lucano far\u00e0 la sua impressionante e famosissima descrizione. Ma non solo serpenti genera il sangue della G\u00f2rgone cadute sulle sabbie:<\/p>\n<p>&quot;Vos quoque, cui cunctis innoxia nomina terris<\/p>\n<p>serpitis, aurato nitidi fulgore dracones,<\/p>\n<p>letifero ardens facit Africa; ducitis altum<\/p>\n<p>aera cum pinnis armentaque tota secuti<\/p>\n<p>rumpitis ingentes amplexi verbere tauros;<\/p>\n<p>nec tutus spatio est elephans: datis omnia leto&#8230;&quot; (4)<\/p>\n<p>Raggiungiamo cos\u00ec la conclusione che gi\u00e0 nella mitologia greco-romana la Libia era considerata, in quanto terra misteriosa e desertica, rifugio di draghi divoratori di armenti e perfino di elefanti. Non potremmo certo escludere che reminiscenza di questa leggenda siano entrate a far parte degli svariati materiali da cui nacque o di cui si arricch\u00ec la tradizione di San Giorgio in lotta col drago, dopo che il governatore Baciano, il &quot;drago degli abissi&quot; ( &quot;draco abyssorum&quot; ), fu scambiato per un drago in senso letterale.<\/p>\n<p>Ma nell&#8217;ambientazione geografica della lotta fra San Giorgio e il drago non fu certo solo la mitologia pagana ad aver parte. Ricordiamo infatti che il drago, nella simbologia cristiana, era figura del demonio: e un libro deuterocanonico dell&#8217;Antico Testamento, il &quot;Libro di Tobia&quot; ( III sec. a.C.), ci riporta alla regione nord-africana per la localizzazione di un demonio, Asmodeo &quot;il devastatore&quot;. Il racconto, che negli elementi mistici, angiolologici e demonologici presenta tracce evidentissime dell&#8217;influsso culturale iranico ( si pensi agli Aesma Daeva, i demoni della religione zoroastriana, capeggiati da Ahriman nella lotta contro Ahura Mazda, principe della luce), ci riporta al tempo stesso all&#8217;ambiente religioso mithraico (5), ove Giorgio, persiano di Cappadocia, aveva avuto i natali. Ecco il passo del &quot;Libro di Tobia&quot; che in questa sede ci interessa: &quot;L&#8217;odore del pesce allontan\u00f2 il demonio che fugg\u00ec nell&#8217;Alto Egitto, dove Rafael, inseguitelo, l&#8217;incaten\u00f2 e subito ritorn\u00f2&quot; (6). Rafael \u00e8 l&#8217;angelo che ha, accompagnato il giovane protagonista, Tobia figlio di Tobit, nel suo viaggio sui monti della Media da Ninive a Ecbatana e che lo assiste nel mettere in fuga Asmodeo, il demone che uccideva fin dalla prima notte tutti i mariti di Sara. Anche qui, dunque, una lotta a tu per tu fra un angelo, simbolo della luce, e un demonio, simbolo delle tenebre del peccato, ha per teatro le regioni nord-africane, e anche qui, come nel caso di P\u00e9rseo, come anche in quello di San Giorgio, con esito vittorioso per il campione del bene. Qui per\u00f2 non si parla, genericamente, della Libia ( come per P\u00e9rseo e poi per San Giorgio ), bens\u00ec dell&#8217;Alto Egitto la Tebaide del monachesimo medioevale, da Costantino in poi ). Ora, i commentatori del &quot;Libro di Tobia&quot; spiegano che col\u00e0 Asmodeo fu vinto e incatenato perch\u00e9 l&#8217;Alto Egitto \u00e8 sinonimo di regione lontana ( un &quot;volo&quot;, quello da Ecbatana, di migliaia di chilometri ), desertica e poco conosciuta, quasi al limite del mondo allora noto: e infatti, risalendo il Nilo oltre le cateratte, si entrava nella misteriosa Etiopia (7), ove si favoleggiava di regioni caldissime, abitate da un popolo di pigmei. Ma allora perch\u00e9 specificare &quot;Alto Egitto&quot;, e non dire semplicemente &quot;Libia&quot;, se veramente si voleva adoperare una espressione geografica vaga e indefinita? Che 1&#8217;epressione &quot;Alto Egitto&quot; non sia puramente fittizia, ma vada intesa in senso letterale, di questo erano convinti due moderni esploratori appassionati di demonologia, che penetrarono nel deserto per evocarvi il demone Asmodeo: dei quali uno scomparve per sempre, senza lasciare di s\u00e9 .alcuna traccia, l&#8217;altro fu ritrovato quando ornai aveva perduto la ragione. Quanto a San Giorgio, se fu con Diocleziano in Egitto negli anni dal 291 al 296, \u00e8 anche possibile, forse addirittura probabile, che abbia preso parte alla breve ma decisiva campagna contro i Blemmii che avevano invaso e devastato, come dicemmo, le citt\u00e0 e le terre dell&#8217;Alto Egitto. Che non sia avvenuta col\u00e0, in epoca assai posteriore alla sua morte, una&#8217; doppia confusione fra San Giorgio ufficiale romano e il dio Horus vestito da soldato romano, e fra il &quot;drago&quot; Baciano da lui &quot;vinto&quot; affrontando il martirio, e il demone Asmodeo incatenato da Rafael, secondo la leggenda, proprio in quella regione?<\/p>\n<p>Un ultimo punto ci resta ancora da chiarire. Jacopo da Varazze scrive che il drago ucciso da Giorgio infestava i paraggi di Silene, citt\u00e0 della Libia, anche qui, una specificazione precisa; ma, come ben si comprende, tale da sollevare pi\u00f9 interrogativi di quanti ne risolva. La leggenda di San Giorgio si riferisce forse a una localit\u00e0, a una citt\u00e0 ben precisa? Il primo impulso del ricercatore, quello di cercare la citt\u00e0 di Silene su una carta geografica dell&#8217;antica Africa romana, \u00e8 naturalmente una ingenuit\u00e0 che si rivela ben tosto come tale. Non esistette mai una citt\u00e0 di tal nome, n\u00e9 nelle due province che di &quot;Libya&quot; portavano il nome, n\u00e9 nelle vaste distese sabbiose all&#8217;interno dell&#8217;Africa settentrionale, nemmeno l&#8217;etimologia offre molto: Selene dea greca della Luna, Sileno, dio greco figlio di Ermes e una Ninfa, i Sileni, geni delle fonti e delle acque, di origine frigia: tutti questi non hanno evidentemente niente a che fare col nostro caso. Cerchiamo dunque di aiutarci con gli ulteriori particolari della leggenda. Primo: presso la citt\u00e0 vi era uno stagno, &quot;grande come il mare&quot;, che era appunto la tana del mostro. Si potrebbe pensare alle Sciott-el-Gei-id ( Tritonis lacus ), o anche alle Sirti, che Luciano definisce &quot;incerte tra la terra e il mare&quot; (8). Secondo: la citt\u00e0 era governata da un re indigeno, pagano come tutta la popolazione, che fu da Giorgio convertito al Cristianesimo e battezzato. Doveva dunque trattarsi di un regno dell&#8217;interno, vassallo dei Romani o anche del tutto indipendente, come ve n&#8217;era pi\u00f9 d&#8217;uno, specialmente sulle montagne dell&#8217;Atlante (9), nel III e IV sec. d.C., quando il dominio romano in Africa si era ridotto a una fascia costiera (10), talvolta estremamente sottile. Sotto il regno di Valentiniano I ( 364-375 ) le stesse citt\u00e0 della costa tripolina furono attaccate dai barbari del deserto; e durante il regno di Diocleziano, come si disse, Massimiano dovette condurre una dura campagna contro i Quinquegentiani della Mauretania (1l). Se queste supposizioni sono valide, \u00e8 escluso che la leggenda di San Giorgio e il drago designi la &quot;Libia&quot; in senso stretto, ossia la regione costiera fra la Grande Sirte e l&#8217;Egitto. Di conseguenza, cade anche l&#8217;ipotesi che &quot;Silene&quot; sia una corruzione di &quot;Cyrene&quot; , citt\u00e0 principale della Libya Superior.<\/p>\n<p>A questo punto, per\u00f2, dobbiamo fermarci per fare il punto della situazione. Se la lotta di Giorgio col drago fu soltanto leggenda, nata dall&#8217;equivoco col &quot;drago&quot; Daciano, \u00e8 una vana fatica quella di volerla localizzare geograficamente sulla scorta dei vaghi dati della tradizione. Certo, per l&#8217;erudito non \u00e8 del tutto senza interesse approfondire dove la fantasia degli uomini di quel tempo, e sia pure fantasia in buona fede, volle localizzare la leggenda. Ma per una biografia storica del santo, tutto questo non \u00e8 certo essenziale. A noi basta aver gettato un po&#8217; di luce su quegli aspetti svariati della tradizione mitologica pagana e di quella biblica, che possono aver contribuito a ubicare l&#8217;episodio della lotta col in Libia. Essi hanno tutti, pur nella loro diversit\u00e0, un elemento reale in comune: quello di riferirsi alle regioni desertiche nord-africane, che con molta probabilit\u00e0 videro la persona di San Giorgio al tempo in cui guerreggiava in Egitto come ufficiale dell&#8217;armata di Diocleziano.<\/p>\n<p>(1) Cfr. C. Astruc, &quot;Saint Georges a Beyrouth&quot;, in &quot;Ann. Boll.&quot;, LXXVII, 1959) pp. 54-62.<\/p>\n<p>(2) Cfr. P. Toschi, &quot;La leggenda di San Giorgio, ecc.&quot;, cit.<\/p>\n<p>(3) Lue., &quot;Phars.&quot;, IX, vv. 684-690.<\/p>\n<p>(4) Lue., &quot;Phars.&quot;, IX, vv. 727-732.<\/p>\n<p>(5) Mithra era figlio di Ahura Mazda e fu inviato agli uomini per aiutarli nella lotta contro il principio delle tenebre. Perci\u00f2 il mithraismo fu un diretto discendente dell&#8217;antica religione zoroastriana.<\/p>\n<p>(6) Tob., VIII, 3.<\/p>\n<p>(7) Abbian visto che &quot;Etiopia&quot; designava per gli antichi il paese a sud della Seconda cateratta nilotica. Ma cos\u00ec come &quot;Libia&quot; in senso stretto era il paese tra Cirenaica e Marmarica e in senso lato tutta l&#8217;Africa sahariana, cos\u00ec &quot;Etiopia&quot; adoperata in senso lato designava le sconosciute regioni a sud della Libia, ossia, a un dipresso, il Sudan ( non lo Stato ) dalla vegetazione steppica. &quot;Etiopi&quot; eran quindi detti, per antonomasia, gli abitanti pi\u00f9 meridionali dell&#8217;ecumene ( cos\u00ec come &quot;Cimmerii&quot; erano i pi\u00f9 nordici ); ma di essi si sapeva quasi solo che avevano la pelle molto scura.<\/p>\n<p>(8) &quot;Syrtes vel primam mundo natura figuram\/ cum daret,in dubio pelagi terraeque reliquit&quot;: cfr. Lue., &quot;Phars&quot;, IX, w. 303-304.<\/p>\n<p>(9) Cfr. Aramiano Marcellino, lib. XXVIII e XXIX.<\/p>\n<p>(10)Fino all&#8217;et\u00e0 degli Antonini, guarnigioni militari romane erano state dislocate in permanenza molto all&#8217;interno del Sahara, nel cuore del paese dei Garamanti e dei Getuli. Cfr. Th. Mommsen, &quot;L&#8217;Impero di Roma&quot;, ed. it. Milano, 1973 (3 voll.), III, pp. 219-21. Ma, a partire dalla grande risi del sec. III, esse vennero ritirate e mai pi\u00f9 rimandate.<\/p>\n<p>(11)Non si \u00e8 mai capito esattamente chi intendessero designare con tale nome i distratti storici del Basso Impero. E. Gibbon, in &quot;Storia della decadenza e caduta dell&#8217;Impero Romano&quot;, ed. it. Roma, 1973 ( 6 voll. ), I, pp. 368-69, si limit\u00f2 a confutare l&#8217;ipotesi che potesse trattarsi delle cinque citt\u00e0 greche della Cirenaica ( Pentapoli ) e ad affermare che doveva invece trattarsi di cinque trib\u00f9 barbare dell&#8217;interno. Mommsen ( op. cit., III, pp. 230-31 ) espresse analoga opinione e li colloc\u00f2 al di l\u00e0 degli stagni ( &quot;transtagnenses&quot; ), ossia al di l\u00e0 della zona del Tritonis lacus, ai confini meridionali della Numidia e della Mauretania.<\/p>\n<p>XVI. PERCH\u00c9 PROPRIO L&#8217;EGITTO?<\/p>\n<p>Dopo aver scartato Berito e, in genere, l&#8217;ambito siro-palestinese per la localizzazione della leggenda di San Giorgio e il drago, abbiamo circoscritto il campo d&#8217;indagine all&#8217;Africa settentrionale, e pi\u00f9 precisamente a una zona dai limiti incerti posta fra le Sirti, l&#8217;Alto Egitto e la costa del mar Rosso. Abbiamo anche accennato ad alcuni degli elementi che ci fanno ritenere l&#8217;Egitto in genere, e l&#8217;Alto Egitto in particolare, come la culla di origine di questa famosa leggenda, la cui vasta cornice Jacopo da Varazze tracci\u00f2 pi\u00f9 genericamente col termine &quot;Libia&quot; e specific\u00f2 &#8211; o credette di specificare &#8211; con il nome di una citt\u00e0, Selene o Silene, che oggi \u00e8 assolutamente impossibile localizzare, posta che sia mai esistita. Vogliamo adesso tentar di approfondire ulteriormente la nostra indagine, e impegnarci nel tentativo di spiegare perch\u00e9 mai proprio l&#8217;Egitto debba considerarsi come la patria di gran lunga pi\u00f9 probabile della leggenda di San Giorgio e il drago.<\/p>\n<p>Gli elementi da noi portati sinora a sostegno di questa ipotesi sono stati i seguenti: primo, la presenza di Giorgio in Egitto\u00bb al seguito di Diocleziano, nelle campagne di guerra contro la ribelle Alessandria e poi contro i barbari Blemmii (l); secondo, l&#8217;esistenza di una tradizione iconografica, raffigurante il dio Horus vestito da soldato romano, a cavallo, che trafigge un coccodrillo del Nilo; terzo, la tradizione biblica relativa al demonio Asmodeo, che, secondo il &quot;Libro di Tobia&quot;, 1&#8217;angele Rafael avrebbe incatenato nell&#8217;Alto Egitto dopo la sua fuga da Ecbatana, nella Media. Ad essi si potrebbe aggiungere una possibile reminiscenza del mito di P\u00e9rseo che libera Andromeda, mito che venne localizzato gi\u00e0 &quot;ab antiquo&quot; sulle coste dell&#8217;Etiopia, oasi a un dipresso, del Mar Rosso all&#8217;altezza, della Nubia. E, ancora, la tradizione mitologica pagana, assai nota e ripresa da Lucano nella &quot;Pharsalia* \u00bb che identifica il deserte nord-africano in genere come patria di mostri, draghi, serpenti mai visti; ossia, secondo la trasparente simbologia del tempo, dei demoni,<\/p>\n<p>Ma ci sono ancora degli alti fatti, piuttosto circostanziati. che ci aiutano a comprendere perch\u00e9 proprio l&#8217;Egitto sia divenuto la pretesa cornice storica della lotta di San Giorgio col drago. Fin dai tempi dell&#8217;antichit\u00e0 classica, infatti, era diffusa la credenza che l&#8217;Egitto venisse periodicamente minacciato da paurose invasioni di serpenti alati dei quali, in verit\u00e0, poco o nulla si sapeva tranne il nome. Fu Erodoto, il padre degli storici greci (V secolo a.C.), che, con la sua caratteristica avidit\u00e0 di sapere, e anche con la sua altrettanto caratteristica ingenuit\u00e0, raccolse in proposito le notizie pi\u00f9 dettagliate di cui disponiamo. Egli, che visit\u00f2 personalmente l&#8217;Egitto, ci parla in due luoghi delle sue &quot;storie&quot; di questi misteriosi animali. Nel primo (2) afferma di essersi recato di persona a Buto, citt\u00e0 dell&#8217;Arabia vicina all&#8217;Egitto, per raccogliere informazioni sui serpenti alati; dice di averne veduti cumuli di ossa, e descrive la natura dell&#8217;uomo; sostiene inoltre che la salvezza dell&#8217;Egitto \u00e8 merito degli Ibis, i quali si levano in volo e fanno strage dei serpenti alati, prima che questi ultimi possano irrompere nella valle del Nilo, per la qual cosa l&#8217;Ibis vi \u00e8 venerato come animale sacro. Infine descrive l&#8217;aspetto dei serpenti alati: li di ce simili all&#8217;idra e forniti di ali prive di piume, simili a quelle del pipistrello &#8211; ossia, a quanto se ne deduce, membranose. Nel secondo passo (3) dice che i serpenti alati vivono appollaiati negli alberi d&#8217;incenso, donde gli uomini li allontanano col fumo; cerca di descriverli ulteriormente dicendoli &quot;piccoli di corpo e di vari colori&quot;; li colloca, infine, tra gli animali nocivi come le vipere e sostiene che, essendo esclusivi dell&#8217;Arabia, sono per questo giudicati assai pi\u00f9 numerosi di quanto non siano in realt\u00e0.<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 piuttosto notevole il fatto che un cenno a queste strane creature si trovi anche nell&#8217;Antico Testamento e, precisamente nel &quot;Libro di Isaia&quot;, scritto o dettato dal pi\u00f9 grande dei profeti ebrei prima dell&#8217;esilio babilonese. Il passo che a noi interessa si trova nella prima parte del libro (4), che gli studiosi &#8211; a differenza della seconda e della terza- tendono ad attribuire realmente al profeta Isaia, nato verso il 768 a. C. e vissuto a Gerusalemme, ove sarebbe morto martire sotto il re Manasse ( 693-639), al principio del VII secolo. Egli era contrario all&#8217;alleanza politica del regno di Giuda col faraone in funzione anti-assira, e deprecava l&#8217;invio di ambasciatori e di doni in Egitto, adoperando &#8211; tra l&#8217;altro &#8211; queste parole: &quot;Oracolo sulle bestie del Negeb: attraverso una terra di tribolazione e d&#8217;angoscia, dimora del leone e della leonessa, della vipera e dei serpenti volanti, essi portano le loro ricchezze sopra i dorsi degli asini, i loro tesori sopra la gobba dei cammelli ad un popolo, che non servir\u00e0 a nulla&#8230;&quot;. (5).<\/p>\n<p>Ora, abbiamo visto che, secondo Erodoto, i serpenti alati minacciavano periodicamente di invadere l&#8217;Egitto partendo dall&#8217;Arabia; qui Isaia &#8211; che visse pi\u00f9 di duecento anni prima dello storico greco &#8211; afferma che la patria di tali animali era il Negeb ( o Negev ), ossia la parte meridionale dell&#8217;attuale Stato di Israele ( a quei tempi, l&#8217;Idumea. Patria di Erode il Grande ), unica via terrestre fra l&#8217;Arabia e l&#8217;Egitto. Non vi \u00e8 quindi contraddizione fra quanto sostengono i due scrittori ma, al contrario, una perfetta integrazione reciproca.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda l&#8217;identificazione degli strani animali da essi chiamati &quot;serpenti alati&quot;,o &quot;serpenti volanti&quot;, il problema non appare di semplice soluzione. Werner Keller, un noto studioso e divulgatore di antichit\u00e0classiche, ha supposto trattarsi di cavallette, antico flagello della valle del Nilo, sulla scorta di una radizoone molto diffusa. (6) Questa spiegazione a noi sembra, invece, del tutto inaccettabile, se non altro per la testimonianza di Erodoto che vide con i propri occhi i cimiteri di tali animali e li descrive come ingombri d&#8217;ossa di vario aspetto. Dobbiamo quindi francamente confessare che la questione si presenta, coi dati oggi a nostra disposizione, pressoch\u00e9 insolubile. Quel che, del resto, importa rilevare \u00e8 che gi\u00e0 ai tempi di San Giorgio ( ossia circa settecentocinquanta anni dopo Erodoto e quasi mille dopo Isaia ) dei serpenti alati, ormai, non doveva essere sopravvissuta che la leggenda. Si ignorava quale tipo di creature, esattamente, avessero popolato quelle regioni; si sapeva soltanto che, in tempi antichi, avevano minacciato pi\u00f9 volte l&#8217;Egitto, cos\u00ec come si collocava nell&#8217;Arabia meridionale (7) e nel mare Arabico (8) la patria della non meno misteriosa fenice, l&#8217;uccello prodigioso che aveva la capacit\u00e0 di risorgere dalle proprie ceneri. (9)<\/p>\n<p>Raggiungiamo, pertanto, la conclusione che sin dai tempi antichi l&#8217;Egitto,in quanto circondato da deserti inesplorati, era considerato il come il paese dei draghi, dei serpenti volanti, dei demoni; su quelle regioni correvano, infatti, le leggende pi\u00f9 incredibili, che nessun viaggiatore era, a quanto pareva, in grado di confutare. (10) Al tempo stesso, come si \u00e8 visto, l&#8217;Egitto ai tempi di San Giorgio &#8211; e anche in seguito, fino alla grande invasione musulmana &#8211; era una delle pi\u00f9 salde roccaforti del Cristianesimo (11); era, inoltre, la terra ideale del monachesimo (12); e la patria d&#8217;infinite schiere di martiri, molti dei quali militari. (13) Cosa di pi\u00f9 naturale che associare tutti questi ricordi, tutte queste tradizioni &#8211; pi\u00f9 o meno confuse &#8211; tutti questi dati storici, con la reale presenza del Nostro in terra egiziana, durante le campagne di guerra di Diocleziano? Il passo fra la leggenda e la realt\u00e0 era breve, e venne compiuto quasi d&#8217;un solo balzo. (14)<\/p>\n<p>(1) I Blemmi vanno identificati con i Beja o Begia, popolazione attualmente stanziata tra il Nilo, il Mar Rosso, l&#8217;Egitto meridionale e l&#8217;Eritrea settentrionale. Si suddividono in cinque gruppi principali: gli Ababdeh dell&#8217;Egitto; gli Amarar, gli Hadendca e i Bisciarin del Sudan; i Beni Amer dell&#8217;Etiopia. Parlano una lingua camitica e praticano la pastorizia nomade di ovini e cammelli.<\/p>\n<p>(2) Erodoto, II, 75-76.<\/p>\n<p>(3) Erodoto, III, 107-109.<\/p>\n<p>(4) La prima parte, attribuita a Isaia, va dal capitolo 1 al 39; la seconda, di un autore anonimo vissuto a Babilonia verso la fine dell&#8217;esilio, dal 40 al 55; la terza, scritta in Palestina dopo il ritorno dall&#8217;esilio, da 56 a 66.<\/p>\n<p>(5) Isaia, 30, 6.<\/p>\n<p>(6) W. Keller, &quot;Le meraviglie di Erodoto&quot;, ed.it. Milano, 1977, pp. 16-17. Ma il Keller scrive che i serpenti volanti menzionati da Isaia vivevano in Egitto, mentre il profeta menziona in forma esplicita il Negeb, ossia la regione immediatamente a sud della Palestina.<\/p>\n<p>(7) Secondo la terminologia degli antichi, Arabia Felix ( odierno Yemen ), per distinguerla dall&#8217;Arabia Deserta ( costa occidentale sino all&#8217;attuale Golfo di Aqaba e al paese dei Nabatei, nell&#8217;odierna Giordania ).<\/p>\n<p>(8) Allora detto mare Erythraeum ( fra le Penisole Araba e Indiana ).<\/p>\n<p>(9) Gi\u00e0 Erodoto ne parla in II, 73, senza per\u00f2 menzionare la miracolosa rinascita dell&#8217;uccello dalle proprie ceneri. Quest&#8217;ultima tradizione \u00e8 infatti posteriore e raggiunse la massima diffusione, in Occidente, durante il Medio Evo. Forse ci\u00f2 avvenne non senza qualche commistione con la leggenda araba del mostruoso uccello Rokk, grande come una montagna, di cui si parla anche nelle &quot;Mille e una notte&quot;, composte proprio in Egitto dopo il 1000, e che videro la stesura definitiva non dopo il 1400.<\/p>\n<p>(10) Famosa \u00e8 la mirabolante descrizione dell&#8217;Oasi di Ammone contenuta in un frammento delle perdute &quot;Storie&quot; di Olimpiodoro di Tebe, storico egiziano di lingua greca del sec. V d. C. Il deserto, del resto, terra dei miraggi e delle illusioni ottiche, da sempre era ritenuto sede degli spiriti. Ancora secondo Marco Polo ( 1254-1324 ), nel Deserto di Gobi &quot;&#8230; si truova tale maraviglia: egli \u00e8 vero che, quando l&#8217;uomo cavalca di notte per lo diserto, egli avviene questo: che se alcuno rimane adietro degli compagni per dormire o per altro, quando vuole poi andare per giugnere gli compagni, ode parlare spiriti in \u00e0iere, che somigliano gli suoi compagni, e pi\u00f9 volte \u00e8 chiamato per lo suo nome proprio, e \u00e8 fatto disviare talvolta in tal modo che mai non si truova; e molti ne sono gi\u00e0 perduti. E molte volte ode l&#8217;uomo molti istromenti in aria,e propriamente tamburi&#8230;&quot; (&quot;Il Milione&quot;, cap. XLV). E Isaia, come si \u00e8 visto, chiama il deserto &quot;terra di tribolazione e d&#8217;angoscia&quot;.<\/p>\n<p>(11) Possiamo farci indirettamente un&#8217;idea della forza del Cristianesimo egiziano considerando che solo col\u00e0, dopo secoli e secoli di dominazione musulmana, sopravvive tuttora una compatta minoranza cristiana: quella dei Copti, oggid\u00ec circa il 7% dell&#8217;intera popolazione dell&#8217;Egitto.<\/p>\n<p>(12) I cenobii dell&#8217;Alto Egitto, e specialmente della regione di Tebe, gi\u00e0 verso il V sec. erano cos\u00ec numerosi che, nel Medio Evo, &quot;Tebaide&quot; divenne il termine che indicava, per antonomasia, una regione abitata dai monaci. Ancora oggi, alle pendici del Monte Santa Caterina (Penisola del Sinai) \u00e8 attivo un famoso monastero cristiano.<\/p>\n<p>(13) La legione tebana di San Maurizio era stata reclutata, secondo la leggenda, interamente fra i Cristiani dell&#8217;Alto Egitto: altra prova indiretta della grande diffusione del Cristianesimo in tale regione. Ancor oggi, del resto, i Copti sono in maggioranza ad Assiut, Akhm\u00eem e in altri centri dell&#8217;Alto Egitto.<\/p>\n<p>(14) Noi non ci siamo soffermati, come il lettore avr\u00e0 notato, sopra la possibilit\u00e0 di una interpretazione non allegorica della lotta di san Giorgio col drago. Ci\u00f2 non si deve tanto a una posizione razionalistica preconcetta, quanto alla impossibilit\u00e0 di giungere a conclusioni positive o, comunque, a verifiche &#8211; sia pur vaghe &#8211; della questione. Tuttavia, se qualcuno si sentisse in grado di battere anche questo difficile sentiero, ci sembra di poterlo mettere sulla strada ricapitolando i seguenti fatti, sintesi di una nostra ricerca pi\u00f9 vasta riguardante la criptozoologia. Primo: la leggenda avrebbe potuto trarre origine da un fatto reale e del tutto naturale, per es. dalla lotta del Nostro con un feroce coccodrillo del Nilo (cfr.quanto detto sul dio Horus vestito da soldato romano che trafigge con la lancia, appunto, un coccodrillo). Secondo: gli antichi Romani avevano una conoscenza alquanto approssimativa della fauna esotica, nonostante le &quot;venationes&quot; (cacce alle fiere nell&#8217;anfiteatro) e lesfilate trionfali di generali e imperatori, nelle quali si potevano ammirare anche campioni di animali catturate in lontane regioni: grande scalpore fecero le giraffe (&quot;camelopardales&quot;) nel trionfo di Aureliano del 272 d. C. (&quot;Historia Augusta&quot;, &quot;Div. Aurel.&quot;, 33-34). Nel Medio Evo non c&#8217;erano pi\u00f9 n\u00e9 gli spettacoli n\u00e9 i trionfi; quasi tutto quel che si sapeva della fauna dell&#8217;Africa, dopo che l&#8217;invasione araba ebbe tagliato i contatti fra le due sponde del Mediterraneo, era basato sui confusi ricordi dell&#8217;antichit\u00e0. Non pu\u00f2 essere allora, il coccodrillo ucciso da Giorgio, divenuto un &quot;mostro&quot; devastatore? Quando l&#8217;unica fonte di un fatto naturale \u00e8costituita da una incerta tradizione orale, ogni confusione appare possibile. Si pensi alla celeberrima descrizione del coccodrillo fatta nel &quot;Libro di Giobbe&quot; (cap. 41): &quot; Il suo dorso \u00e8 di lamine di scudi, saldate con forte sigillo, sono strette l&#8217;una con l&#8217;altra e non passa aria fra loro&#8230; Dalla sua bocca escono faci, scintille di fuoco schizzano fuori. Dalle sue nari vien fuori fumo, come da caldaia che bolle sul fuoco; il suo respiro accenderebbe carboni e una fiamma gli esce dalla bocca&#8230;La spada che lo tocca non si fissa, n\u00e9 la lancia, il dardo o il giavellotto&quot;. Sembra qui anticipata la classica iconografia del drago medioevale, compreso il particolare delle fiamme che erompono dalle fauci. Chi, leggendo questo brano, se non avesse mai visto la fotografia di un coccodrillo, non penserebbe, ancor oggi, a un mostro terrificante dall&#8217;aspetto di un drago? Lo stesso vale per l&#8217;ippopotamo, di cui il &quot;Libro di Giobbe&quot; (cap. 40) fa un&#8217;altra famosa e impressionante descrizione, che nell&#8217;antichit\u00e0 viveva numeroso (come dice il suo nome greco) nella valle del Nilo, e che rende ancor oggi insicura la navigazione delle piroghe indigene sui fiumi e sui laghi africani. Terzo punto: esistevano fin dall&#8217;antichit\u00e0, ed esistono ancor oggi, segnalazioni di animali simili a rettili giganteschi che vivrebbero nelle paludi e presso gli specchi d&#8217;acqua di varie zone del continente africano. Il lettore moderno e disincantato pu\u00f2 rimanere scettico di fronte a tali segnalazioni, tuttavia noi abbiamo il dovere di riportarle. Ed \u00e8 quanto faremo nel prossimo capitolo.<\/p>\n<p>XVII. DRAGHI DI IERI E DI OGGI<\/p>\n<p>Per dovere di completezza dobbiamo adesso ricordare le sporadiche segnalazioni, da parte di viaggiatori ed esploratori europei, nel XIX e all&#8217;inizio del XX secolo, di animali mostruosi che vivrebbero nelle paludi e nei laghi dell&#8217;Africa centrale. (1) Gli avvistamenti avrebbero avuto luogo nel Camerun, nel lago Vittoria, nel Lago Bangweolo (Zambia), dunque attraverso una vastissima fascia di territorio dall&#8217;Oceano Atlantico fino in prossimit\u00e0 dell&#8217;Indiano (2); fra i testimoni oculari citiamo esploratori pi\u00f9 o meno noti, come l&#8217;inglese Sir Clement Hill, il tedesco Alfred Aloysius Horn, mentre altri ne raccolsero notizie indirette (tracce nella foresta, racconti degli indigeni). Secondo tali descrizioni, specialmente quelle dello Hill, che disse di aver visto l&#8217;animale da vicino, nel Lago Vittoria, esso aveva approssimativamente l&#8217;aspetto e le dimensioni di un dinosauro erbivoro. (3) Ora, fra i laghi e le foreste dell&#8217;Africa centrale e le regioni vicine al Mediterraneo si estende l&#8217;immenso Deserto del Sahara, che costituirebbe una barriera invalicabile a un eventuale rettile di grandi dimensioni; ma, in tempi antichi, esso era ricoperta da foreste o, quanto meno, da praterie; il processo d&#8217;essiccamento non era ancora del tutto concluso nei primi secoli dell&#8217;era cristiana. La fauna dell&#8217;odierno Sahara era quella della foresta o della steppa, come \u00e8 testimoniato in maniera diretta dai graffiti del Tibesti e di altre zone riproducenti bufali, giraffe, elefanti (4); e in maniera indiretta dalle fiere che i Romani catturavano per gli spettacoli del circo. Il leone oggi \u00e8 scomparso a nord del Sahara (5), come lo \u00e8 pure l&#8217;ippopotamo dall&#8217;Egitto. Tornando alla leggenda di San Giorgio, la tradizione afferma che ildrago da lui ucciso era un mostro acquatico, che viveva in un vasto lago. Una coincidenza invero notevole coi racconti di Hill, Gratz, Schonburgk, Glober. Una ricerca in questa direzione sarebbe interessante, perch\u00e9 consentirebbe di affacciare l&#8217;ipotesi di una interpretazione non allegorica, ma naturalistica del racconto della lotta fra San Giorgio e il drago, anche se, per ovvie ragioni, ben difficilmente potrebbe uscire dal campo delle mere ipotesi. E tuttavia, per scrupolo di completezza, vogliamo suggerire anche questa possibilit\u00e0.<\/p>\n<p>N\u00e9 si creda che solo dall&#8217;Africa centrale giungano notizie di avvistamenti di animali mostruosi simili a dinosauri: in effetti, esse provengono da tutto il mondo. Nel lago Labynkyr, In Siberia, un rettile gigantesco fu avvistato fin dal 1953, e il protagonista dello strano incontro fu proprio uno scienziato: ilgeologo V. Tjerdokherbov. (6) Si pu\u00f2 dire anzi che ogni continente vanti il suo &quot;mostro acquatico&quot;, o anche pi\u00f9 di uno: il Nord America il mostro del lago Champlain, al confine tra Canada e Stati Uniti (7), quello del Manipogo (Canada e quelli di Slimey Slim (in due diverse localit\u00e0 degli Stati Uniti occidentali); il Sud America, il mostro del Lago Bianco,in Cile; l&#8217;Oceania, il mostro di Waitoreke, nell&#8217;Isola del Sud della Nuova Zelanda. L&#8217;Europa ne vanta almeno cinque: il famosissimo &quot;Nessie&quot; del Lago di Loch Ness (Scozia), il serpente del Lago Storsj\u00f6 (Svezia), quello del Hvler (Norvegia) e addirittura due la piccola Irlanda: quello di Pooka e quello di Piast. (8) Ma i &quot;mostri&quot; europei potrebbero salire a sei (e anche di pi\u00f9) tenendo conto, ad esempio, del serpente mostruoso che fu visto in Friuli, presso Sarone, nel 1963 e di cui si occup\u00f2 anche la stampa, nell&#8217;estate del 1963. (9) In realt\u00e0, l&#8217;elenco completo degli avvistamenti sarebbe lunghissimo e potrebbe continuare per pagine e pagine.<\/p>\n<p>Ancora nel XVII secolo un illustre scrittore italiano, il padre gesuita Daniello Bartoli (1608-1685), ferrarese, aveva raccolto la tradizione relativa a un drago che, in passato, infestava le contrade dell&#8217;isola di Rodi, uccidendo uomini e bestie, finch\u00e9 un cavaliere gerosolimitano non l&#8217;aveva affrontato e ucciso, dopo essersi lungamente preparato al cimento.<\/p>\n<p>&quot;(&#8230;) Incontrollo a tutta corsa del cavallo con un ben assestato colpo di lancia; ma, come l&#8217;avesse corsa in uno scoglio, non fe&#8217; piaga, e si fe&#8217; ella scheggia. Dunque smontato a pie&#8217; gli fu mestieri di prender la zuffa con lo scudo imbracciato e la spada in pugno a faccia a faccia col drago: il quale, tutto dirittosi sopra i due ultimi piedi, tal gli men\u00f2 d&#8217;una branca un colpo sopra lo scudo con cui il cavaliere si ripar\u00f2 che ne vinse il braccio e disarmoglielo; ma come volle Iddio, l&#8217;assannare che un di que&#8217; valorosi cani fe&#8217; il drago in parte dove orribilmente gli dolse, e al medesimo tempo, entrargli il cavaliere con due penetranti stoccate dentro alla gola, gliel batt\u00e9 a&#8217; piedi vinto: anzi il vinto e il vincitore, quello addosso a questo e presso a schiacciarlo col peso, caddero amendue sul campo; ma riscosso a gran pena di sotto l&#8217;orribil fiera,il valoroso tornossene con la vittoria re col merito di quel degno titolo d&#8217;<em>Extintor draconis,<\/em> che di poi ebbe ad eterna sua lode incisogli nel sepolcro fra&#8217; gran Maestri di Rodi.&quot; (10)<\/p>\n<p>Certo, si pu\u00f2 immaginare che, per il Bartoli, tutto l&#8217;episodio non sia altro che un&#8217;allegoria dell&#8217;uomo giunto in punto di morte (il cavaliere) che deve affrontare le ambasce della morte corporea (il drago), allenandosi adeguatamente dal punto di vista spirituale; ma \u00e8 altrettanto possibile, per non dire probabile, che egli abbia raccolto una tradizione esistente sulle sponde del Mediterraneo orientale, forse di origine bizantina o magari ancora pi\u00f9 antica, e che su di essa abbia poi costruito la sua parabola morale. Il che ci riporterebbe, ancora una volta, nell&#8217;ambito geografico dell&#8217;Asia Minore e in quello della Cristianit\u00e0 d&#8217;Oriente, donde appunto la leggenda di San Giorgio e il drago aveva preso le mosse.<\/p>\n<p>Se poi vogliamo risalire ancora pi\u00f9 indietro, scopriremo &#8211; non senza una certa sorpresa &#8211; che l&#8217;esercito romano di Attilio Regolo, sbarcato in Africa (odierna Tunisia) durante la prima guerra punica, aveva avuto a che fare con un immenso serpente che molestava l&#8217;accampamento delle legioni presso le sponde del fiume Bagradha; al punto che, per averne ragione, non bastando lance e spade fu necessario far entrare in azione addirittura le balliste.<\/p>\n<p>L&#8217;episodio di cui ci occupiamo si colloca nel 256 o 255 a. C., quando, nella fase iniziale della Prima guerra punica, i consoli M. Attilio Regolo e L. Manlio Vulsone, sconfitta una flotta cartaginese al Capo Ecnomo, erano sbarcati in Africa con un esercito e avevano marciato audacemente contro la capitale nemica. Richiamato Vulsone in Sicilia per ordine del Senato, Regolo con 40 navi e 15.000 uomini aveva proseguito da solo le operazioni, battendo i Cartaginesi e inducendoli a chiedere la pace. (11) Questa non venne conclusa perch\u00e9 il comandante romano, imbaldanzito dai successi, volle porre condizioni eccessivamente dure: le vicende belliche subirono poi un capovolgimento e l&#8217;esercito romano and\u00f2 incontro a un tragico destino. Ma questo esula dal nostro orizzonte: noi faremo un passo indietro e torneremo all&#8217;inverno 256-55, quando i legionari, sbarcati a Clypea (o Clupea), a est di Cartagine, erano impegnati nelle operazioni d&#8217;assedio della capitale punica. Racconta dunque Valerio Massimo che &quot;in Africa, apud Bagrada flumen, tantae magnitudinis anguem fuisse tradunt, ut Atilii Reguli exercitum usu prohib\u00e8ret&quot;. Il passo completo \u00e8 tratto da un libro perduto di Tito Livio (12) e recita cos\u00ec: &quot;In Africa, sulle rive del fiume Bagrada, v&#8217;era un serpente d&#8217;una tale mole che impediva all&#8217;esercito di Attilio Regolo dei servirsi di quell&#8217;acqua; molti soldati erano stati presi dalle sue enormi fauci e in maggior numero strozzati dalle spire della sua coda. Le frecce che gli lanciavano non riuscivano a ferirlo. Alla fine con le balestre lo si fin\u00ec facendo piovere sul suo corpo da ogni parte gran quantit\u00e0 di pesanti pietre: A tutte le coorti e le legioni era apparso oggetto di terrore assai pi\u00f9 della stessa Cartagine e quando il suo sangue si mescol\u00f2 all&#8217;acqua del fiume e le esalazioni pestifere del suo cadavere infestarono tutta la regione, l&#8217;esercito fu costretto a spostare il campo. Aggiunge, inoltre, Tito Livio che la pelle del serpente, che misurava centoventi piedi, fu mandata a Roma.&quot; (13)<\/p>\n<p>Questo incontro fra gli esseri umani e una creatura animale mostruosa \u00e8 uno dei meglio documentati dell&#8217;antichit\u00e0, per cui ci soffermeremo un po&#8217; su di esso. Ne parlano, infatti, moltissimi autori latini. Aulo Gellio, l&#8217;autore delle celeberrime <em>Notti attiche<\/em>, da parte sua, nel riferirlo dice di averlo trovato nelle <em>Storie<\/em> di Quinto Elio Tuberone: &quot;Tuberone lasci\u00f2 scritto (&#8230;) che avendo il console Attilio Regolo, durante la prima guerra punica, posto i propri accampamenti sulle rive del fiume Bagrada, dovette ingaggiare un combattimento lungo e aspro contro un serpente di inusitata grandezza, il quale aveva la propria dimora in quei luoghi; dopo una lunga lotta di tutto l&#8217;esercito per mezzo di balestre e catapulte, avendolo ucciso, ne mand\u00f2 a Roma la pelle lunga 120 piedi.&quot;(14) Ora, poich\u00e9 noi sappiamo che un piede romano era una misura di lunghezza equivalente a circa 30 cm:, se ne ricava che la pelle del &quot;serpente&quot; ucciso dai legionari di Regolo doveva misurare 120 x 30= 3.600 cm., ossia 36 metri!<\/p>\n<p>Prima di domandarci a che razza di creatura dovesse appartenere una pelle di tali dimesioni, diamo la parola a quello, fra gli autori antichi, che si diffonde con la maggiore abbondanza di particolari su questo episodio, cio\u00e8 lo spagnolo Paolo Orosio (inizi del V sec. d..), amico e collaboratore di Sant&#8217;Agostino. Nelle sue <em>Storie contro i pgagani (Orosii historiarum adversus paganos libri septem)<\/em>, egli scrive: &quot;Il console Manlio lasci\u00f2 l&#8217;Africa con la flotta vittoriosa e fece ritorno a Roma con ventisettemila prigionieri e grandi prede. Regolo, al quale era stato conferito l&#8217;incarico di continuare la guerra, marci\u00f2 con l&#8217;esercito e pose il campo non lontano dal fiume Bagrada. Qui molti soldati, che erano scesi al fiume per rifornirsi d&#8217;acqua, furono divorati da un serpente di eccezionale grandezza: perci\u00f2 Regolo decise di andare con l&#8217;esercito a combattere la bestia. Ma a nulla servirono i giavellotti e ogni sorta di proiettili che gli scagliavano addosso, giacch\u00e9, come se avessero colpito una &quot;testuggine&quot; formata dagli scudi inclinati, i giavellotti scivolavano sulla mostruosa compagine delle squame, respinti in modo sorprendente dal corpo della bestia, che non riuscivano minimamente ad offendere. Perci\u00f2 Regolo, vedendo che un gran numero dei suoi soldati era dilaniato dai morsi del serpente o atterrato dai suoi attacchi furibondi o anche tramortito dall&#8217;alito pestilenziale, fece entrare in azione le balliste, le quali, colpendo con sassi grossi come macine la spina dorsale della bestia, spezzarono tutta l&#8217;articolazione del suo corpo. Questa infatti \u00e8 la natura del serpente, che mentre sembra privo di piedi, \u00e8 per\u00f2 provvisto di squame e di costole, che sono disposte uniformemente dalla sommit\u00e0 del collo fino in fondo al ventre e che, quando si muove, gli servono le prime quasi da unghie e le seconde da zampe. (&#8230;) Questa conformazione fa s\u00ec che in qualunque parte del corpo, dal ventre fino alla testa, il serpente sia colpito, rimane paralizzato e non \u00e8 pi\u00f9 capace di muoversi, giacch\u00e9, dovunque il colpo arrivi, esso gli spezza la spina dorsale, che imprime il movimento alle costole e a tutto il corpo. Perci\u00f2 anche questo serpente, che per tanto tempo nessun giavellotto aveva potuto scalfire, fu immobilizzato dal colpo di un sasso, di modo che i romani poterono attorniarlo e ucciderlo facilmente con le armi. La sua pelle &#8212; a quanto si dice, misurava centoventi piedi &#8212; fu portata a Roma e per qualche tempo suscit\u00f2 la meraviglia di tutti.&quot;(15)<\/p>\n<p>Prima di Orosio e prima di Aulo Gellio, ma un po&#8217; dopo Valerio Massimo (che dedica la sua opera all&#8217;imperatore Tiberio), il filosofo Lucio Anneo Seneca aveva anch&#8217;egli ricordato il mostro del fiume Bagrada. &quot;Quel feroce serpente dell&#8217;Africa &#8212; scrive &#8212; che le legioni romane temevano pi\u00f9 della stessa guerra, fu preso invano di mira con frecce e con frombole. Non l&#8217;avrebbe ferito neppure l&#8217;arco di Apollo. La durezza del suo corpo mostruoso non era scalfita n\u00e9 dal ferro n\u00e9 da qualunque proiettile scagliato da mano d&#8217;uomo. Alla fine fu schiacciato sotto pesanti macigni&quot;. (16)<\/p>\n<p>(1) Cfr. Leo Talamonti, &quot;Questi &#8216;mostri&#8217; non conformisti&quot;, in &quot;Scienza e Vita&quot;, Roma, novembre 1961, pp. 40-47.<\/p>\n<p>(2) Cfr. Peter Kolosimo, &quot;Il pianeta sconosciuto&quot;, Milano, 1970, pp. 210-15.<\/p>\n<p>(3) Cfr. Michael Bright, &quot;Dinosauro sopravvissuto cercasi&quot;, in &quot;Airone&quot;, Milano, maggio 1985, pp. 122-27.<\/p>\n<p>(4) Cfr. Attilio Guadio, &quot;La via del Sahara&quot;, in &quot;L&#8217;Universo&quot;, Firenze, gennaio-febbraio 1968, pp. 29-65.<\/p>\n<p>(5) &quot;Tra il 1873 e il 1883, 202 leoni furono ufficialmente abbattuti in Algeria; l&#8217;ultimo leone vu fu ucciso nel 1891 a Souk-Ahras. Il maestoso re degli animali sopravvisse, invece, pi\u00f9 a lungo nel Marocco, in particolare nelle zone boscose del Medio Atlante rimaste quasi inesplorate fino ai nostri giorni. L\u00ec trovarono rifugio, almeno fino al 1922, gli ultimi leoni dell&#8217;Africa settentrionale, la cui regressione segue dunque, con perfetto parallelismo, la progressiva avanzata della civilizzazione&quot;: cos\u00ec Jean Dorst, &quot;Prima che la natura muoia&quot;, ed. it. Milano, 1969, p. 92.<\/p>\n<p>(6) Peter Kolosimo, op. cit., pp. 220-222.<\/p>\n<p>(7) Jean-Jacques Barloy, &quot;Animali misteriosi, fra cronaca e leggenda&quot;, Roma, 1985, pp. 90-92.<\/p>\n<p>(8) Cfr. C. Angeletti Meirano-M. Fugiglando Cumino, &quot;Dear Penfriend&quot;, Torino, 1988,p. 63.<\/p>\n<p>(9) Precisamente, il quotidiano &quot;Il Giorno&quot;: riportato in Peter Kolosimo, op. cit., pp. 215-16.<\/p>\n<p>(10) Daniello Bartoli, &quot;L&#8217;uomo al punto&quot;, in: Luigi Russo, &quot;I classici italiani&quot;, vol. 2, Firenze, 1947, pp.317-18.<\/p>\n<p>(11) Cfr. Antonio Brancati- Girolamo Olivati, <em>Il Mondo Antico<\/em>, vol. II, <em>Roma<\/em>, Firenze, 1957, p. 153.<\/p>\n<p>(12) Livio doveva parlarne nel libro XIX (che \u00e8 tra quelli perduti), ma non risulta dall&#8217;<em>Epitome.<\/em><\/p>\n<p>(13) VALERIO MASSIMO, <em>Factorum et dictorum memorabilium libri IX<\/em>, I, 8, 19. Trad. di Luigi Rusca , 2 voll., Milano, 1972.<\/p>\n<p>(14) AULO GELLIO, <em>Noctes Atticae<\/em>, VII, 3. Trad. di L. RUSCA, 2 voll., Milano, 1968. Il passo di Tuberone sta in Fragm. 8, Peter.<\/p>\n<p>(15) PAOLO OROSIO, <em>Historiarum Adversus Paganos<\/em>, IV, ( Trad. di Aldo Bartalucci, in Adolf Lippold, 2 voll., 1976.<\/p>\n<p><strong>(16) LUCIO ANNEO SENECA, <em>Ad Lucilium Epistularum Moralium Libri XX,<\/em> X, 82. Trad. di Giuseppe Monti, Milano, 1966.<\/strong><\/p>\n<p>XVIII. IL CAVALIERE DELLA FEDE<\/p>\n<p>Ad ogni modo, che San Giorgio abbia affrontato <em>materialmente<\/em> una lotta mortale col dragone resta un&#8217;ipotesi di lavoro molto problematica e, oltretutto, ancor tutta da esplorare. Molto pi\u00f9 probabile, allo stato attuale delle nostre conoscenze, supporre che la tradizione sia nata da una interpretazione allegorica della lotta della santit\u00e0 contro le forze oscure del male. A questo punto potrebbe sorgere spontaneo un senso di delusione, quasi fossimo stati defraudati di qualche cosa di caro, cui eravamo inconsapevolmente legati fin dagli anni della fanciullezza. Come! La lotta di San Giorgio col drago non \u00e8 che una leggenda! Noi non possiamo pensare a San Giorgio senza pensare anche, per ci\u00f2 stesso, al drago da lui ardimentosamente affrontato e ucciso: ma se non vi fu alcun drago&#8230;! Ed ecco che l&#8217;immagine del giovane guerriero che parte lancia in resta, sul suo cavallo &quot;bianco, contro il mostro ripugnante, viene sostituita quasi inavvertitamente da quella di un altro cavaliere, che part\u00ec lancia in resta non contro un drago, ma contro dei giganti terribili, senza sapere che erano in realt\u00e0 solo dei mulini a vento.<\/p>\n<p>Ebbene, nulla di pi\u00f9 lontano dalla concreta realt\u00e0 storica del mostro eroe. Giorgio di Cappadocia non fu un Don Chisciotte in cerva di avventure mirabolanti; e se altri gliele attribu\u00ec, non gli rese un buon servizio. San Giorgio fu un uomo reale, un uomo completo, con le sue passioni e le sue debolezze, con il suo coraggio e la sua paura; un soldato, certamente; ma un santo. Perch\u00e9 fu un santo? Perch\u00e9 affront\u00f2 il martirio, a cui avrebbe potuto facilmente sottrarsi, preferendo i tormenti e la morte al rinnegamento del nome di Cristo? Ma il martirio &#8211; \u00e8 bene ricordarlo &#8211; non \u00e8 un momento isolato e irripetibile nella vita di un uomo, non \u00e8 un salto improvviso che chiunque pu\u00f2 essere in grado di compiere, sol che sia messo nelle circostanze propizie al supremo sacrificio. Giorgio di Cappadocia non era un sacerdote; non era nemmeno un tranquillo borghese che conducesse un&#8217;agiata esistenza, fatta di quietismo e di facili compromessi. Era un soldato, ufficiale di un esercito profondamente e intrinsecamente impregnato di paganesimo; un uomo abituato alle marce, alle battaglie, ai pericoli; e quando, con simili precedenti, si arriva alla santit\u00e0 che genera il martirio, vuoi dire che si \u00e8 fatta davvero una 1unga strada per arrivarci. L&#8217;ambiente militare, allora e sempre, ma allora forse pi\u00f9 di oggi, non era certo tale, di per s\u00e9 stesso, da favorire l&#8217;esplicazione delle doti morali e spirituali di una persona; coi suoi interessi costantemente proiettati entro la sfera pratica, materiale della vita, coi suoi affanni e le sue &#8216;preoccupazioni tutti di carattere immediato, era per sua natura quanto di pi\u00f9 lontano si possa immaginare dalle preoccupazioni dello spirito. L&#8217;esercito romano di allora, poi, che era lo strumento principale di un potere dispotico strettamente connesso con la religione di Stato &#8211; sotto Diocleziano, principalmente il culto del &quot;Sol dominus Invictus&quot; &#8211; era tale da mettere a dura prova, incessantemente, quotidianamente, i sentimenti religiosi di un animo cristiano. Da una simile scuola non si esce santi per caso. L\u00e0 dove l&#8217;insegnamento di Ges\u00f9 \u00e8 smentito e contraddetto infinite volte al giorno, non si rimane fedeli alla Sua parola se essa non ha messo radici ben salde fin nell&#8217;intimo pi\u00f9 riposto dello spirito. E tale fu appunto il caso di Giorgio. Egli fu simile a quella casa edificata sulla roccia, di cui aveva parlato una volta il Maestro in una sua parabola: &quot;Cadde la pioggia, vennero le inondazioni, soffiarono i venti e imperversarono contro quella casa, ma essa non rovin\u00f2, perch\u00e9 era fondata sulla roccia.&quot;(1)<\/p>\n<p>S qui sorge spontanea una domanda, spontaneo un raffronto tra quelle condizioni difficili e le comodit\u00e0 in cui viriamo noi oggi: sapremmo noi, con la nostra fede cos\u00ec spesso vuota e superficiale, di comodo, avvicinarci anche solo di lontano a quella del santo di Cappadocia, che seppe conquistarsela, giorno dopo giorno, fra mezzo a mille occasioni di scandalo? Questo \u00e8 il nocciolo dell&#8217;insegnamento che il martire di Cappadocia ha lasciato in eredit\u00e0 indistruttibile ai Cristiani di ogni generazione: una fede vissuta nei fatti, concretamente, e non solo a parole. Dopo le campagne in Egitto, molto probabilmente egli prese parte alle operazioni in Oriente, dove i Persiani avevano ancora una volta rotta la pace invadendo l&#8217;Armenia con forze imponenti. La campagna romana si divide in due fasi. La prima vide la temeraria controffensiva lanciata da Galerio con un piccolo esercito contro il re sassanide Narseh, che si concluse, nel 296, con la disfatta di Galerio e la distruzione della sua armata. Tornato ad Antiochia dopo il disastro di Carrhae, egli fu duramente rimproverato da Diocleziano e dovette subire l&#8217;umiliazione di camminare a piedi davanti al cocchio imperiale, davanti a tutto l&#8217;esercito. Ma, subito dopo, Diocleziano porse al suo Cesare e genero (2) l&#8217;occasione di riabilitarsi, rimandandolo in Oriente con un esercito di cui egli stesso, Diocleziano, assunse il comando. E&#8217; molto probabile che il Mostro abbia preso parte a questa seconda fase della campagna in Siria, che vide scendere personalmente in campo lo stesso imperatore. Mentre Diocleziano alla testa di grandi forze superava il Tigri e invadeva la Mesopotamia, Galerio con un altro esercito andava cercando, per la via montuosa dell&#8217;Armenia, il riscatto o la morte. La fortuna delle armi questa volta fu dalla sua: con un irresistibile assalto notturno i legionari penetrarono fin nel campo dei Persiani, fecero strage dei nemici in preda al panico e catturarono, nella tenda del Gran Re, perfino l&#8217;harem di Narseh ( anno 297 ). Questi riusc\u00ec a stento a salvarsi colla fuga e subito volle avviare trattative di pace: Diocleziano le accolse e, quantunque fosse stato in suo potere di aggiungere una nuova provincia, la Mesopotamia, ai suoi domini (3), pure si accontent\u00f2 della cessione da parte dei Persiani di cinque regioni oltre 1&#8217;Eufrate e del protettorato sull&#8217;Armenia e sulla Media (4).Nello stesso torno di tempo Massimiano vinceva i Quinquegentiani in Mauretania e Costanzo Cloro sconfiggeva 1&#8217;usurpature Alleato e riconquistava la Britannia, entrando da trionfatore in Londinium ( Londra ).<\/p>\n<p>Questi successi strepitosi delle armi romane, riportati ai quattro angoli dell&#8217;Impero e dopo che per tanto tempo, nel corso del III secolo, gli eserciti di Roma non avevano pi\u00f9 conosciuto la vittoria, indussero Diocleziano sulla fine del 303 a venire a Roma onde solennizzare, in occasione dei &quot;Vicennalia&quot;, il trionfo su tanti nemici, come nei tempi passati. Che Giorgio sia venuto con lui in Italia, come si \u00e8 detto, \u00e8 possibile, anche se non certo e tanto meno dimostrabile. Certo \u00e8 per noi suggestivo immaginare che egli sia stato nella citt\u00e0 ove qualche secolo dopo sorse la pi\u00f9 &quot;bella e raccolta delle innumerevoli chiese e &quot;basiliche dedicate al suo nome, quella del Velabro, presso l&#8217;Arco degli Argentari dedicato a Settimio Severo e a sua moglie.<\/p>\n<p>Sarebbe di estremo interesse per noi conoscere gli sviluppi del sentimento religioso del Nostro durante questi anni, ma purtroppo non ne sappiamo nulla. Probabilmente, la persecuzione anticristiana scatenata dall&#8217;imperatore non fece che precipitare in lui una situazione rii tensione spirituale da tempo esistente. &quot;Nessuno pu\u00f2 servire a due padroni &#8211; aveva detto il Maestro &#8211; perch\u00e9, o disprezzer\u00e0 l&#8217;uno e amer\u00e0 l&#8217;altro, o sar\u00e0 affezionato ad uno e trascurer\u00e0 l&#8217;altro&quot; (5). Questo probabilmente pensava Giorgio, reduce da tante avventure, mentre vedeva il suo sovrano imboccare ogni giorno pi\u00f9 decisamente la via dell&#8217;assolutismo e dell&#8217;intolleranza religiosa. Finora i Cristiani non erano mai stati molestati: ma adesso le cose stavano per cambiare. &quot;Perch\u00e9 mi chiamate: Signore, Signore!, e poi non fate quello che dico?&quot; (6), aveva rimproverato Ges\u00f9. Ora una scelta radicale stava maturando nell&#8217;animo di Giorgio, un rifiuto totale di ogni ulteriore compromesso, un &quot;aut-aut&quot; senza indugi. &quot;Perch\u00e9 &#8211; ricordava certo le parole del Maestro &#8211; l\u00e0 dov&#8217;\u00e8 il tuo tesoro, ci sar\u00e0 pure il tuo cuore&quot; (7). E Giorgio, nel suo intimo, aveva gi\u00e0 deciso per quale genere di tesoro optare, a<\/p>\n<p>quale padrone appartenere, non mancava che l&#8217;occasione per fare il passo esteriore, poich\u00e9 nell&#8217;intimo egli si era spogliato gi\u00e0 delle insegne di Cesare (8). E l&#8217;occasione non tard\u00f2 a venire, sotto forma della persecuzione scatenata da Diocleziano: la tempesta pi\u00f9 violenta che si abbatt\u00e9 sulla Chiesa dai lontani tempi di San Pietro e di Nerone.<\/p>\n<p>(1) Mt., VII, 25.<\/p>\n<p>(2) Galerio, al momento di esser nominato Cesare nel 293, aveva sposato la figlia di Diocleziano, Valeria, mentre Costanzo Cloro allontanava la concubina Elena ( madre di Costantino il Grande ) per sposare Teodora, figlia di Massimiano.<\/p>\n<p>(3) Cfr. T. Mommsen, Op. Cit., II, pp.250-52. La pace fu firmata nel 298, quando gi\u00e0 Galerio, per la Media e l&#8217;Adiabene, stava marciando sulla capitale Ctesifonte.<\/p>\n<p>(4) Cfr. Petr. Patr., in F.H.G., IV, 189? Amm. Mare., XXV, 7, 9.<\/p>\n<p>(5) Mt., VI, 24.<\/p>\n<p>(6) Le., VI, 46.<\/p>\n<p>(7) Mt., VI, 21.<\/p>\n<p>(8)Questa, naturalmente, \u00e8 soltanto una nostra ipotesi. Essa si basa sul fatto, attestato dalla tradizione, della prontezza con cui Giorgio si offr\u00ec al martirio al primo infierire della persecuzione. Una reazione cos\u00ec pronta e immediata lascia supporre una decisione ormai da tempo maturata nell&#8217;animo del Nostro.<\/p>\n<p>XIX. LA PERSECUZIONE.<\/p>\n<p>D Da vari decenni, come si \u00e8 visto, la Chiesa cristiana viveva in pace, tollerata dagli imperatori alla pari di molti altri culti, per lo pi\u00f9 di origine egizia od asiatica, che si erano diffusi nel vasto [&#8216; territorio dell&#8217;Impero. I Cristiani avevano le loro chiese, i loro cimiteri, le loro propriet\u00e0 fondiarie legalmente riconosciute; svolgevano pubblicamente opera di assistenza presso le vedove, gli orfani, i bisognosi; visitavano i condannati e li assistevano fino al1&#8217;ora suprema. Il Cristianesimo non era pi\u00f9 la religione del popolino indigente ed incolto. A Roma non era pi\u00f9 confinata, come ai tempi di Pietro e Paolo, a Trastevere, al Velabro e, in parte, all&#8217;Aventino (1), ma aveva iniziato la scalata alle antiche roccaforti del paganesimo, il Campidoglio, il Palatino; e diverse famiglie dell&#8217;aristocrazia senatoria si stavano aprendo al nuovo culto. A Nicomedia, la nuova capitale di Diocleziano, i Cristiani erano penetrati nelle varie branche dell&#8217;amministrazione. Alcuni svolgevano pubblicamente la professione di insegnanti, come Lattanzio, professore di retorica che non nascondeva la sua professione di fede cristiana. Quando venne l&#8217;editto<\/p>\n<p>Diocleziano che imponeva agli insegnanti di sacrificare agli dei o di dare le dimissioni, parecchi senza esitazione abbandonarono la professione (2). Nell&#8217;Asia Minore centrale e occidentale il Cristianesimo era professato da una larga percentuale della popolazione ed era di gran lunga la religione pi\u00f9 diffusa. Anche in Siria, in Egitto e in Africa (3) la Chiesa cristiana era ormai saldamente organizzata. Alla corte di Diocleziano diversi alti funzionari ufficiali dell&#8217;esercito e perfino membri della famiglia imperiale avevano aderito alla parola di Cristo.<\/p>\n<p>Questa lunga pace religiosa venne &quot;bruscamente troncata dallo scoppio della persecuzione di Diocleziano. Essa \u00e8 gi\u00e0 stata accuratamente studiata da altri autori e non \u00e8 qui il caso di narrarne ancora una volta i minuti sviluppi: perci\u00f2 non ci limiteremo che a pochi cenni essenziali. Diocleziano con le sue imponenti riforme amministrative, economi che e militari si era sforzato di ridare forza e coesione ali1 Impero gi\u00e0 quasi disgregato. Ma poich\u00e9, fin dai tempi pi\u00f9 antichi della sua storia, lo Stato &#8216;Romano era stato considerato tutt&#8217;uno colla religione dei suoi padri, l&#8217;imperatore illirico fin\u00ec per convincersi che nessuna riforma sarebbe stata efficace se non sulla base di una rinnovata monarchia assolutista di stampo teocratico, proprio come nella Persia dei Sassanidi. A fondamento della riforma religiosa egli pose, come gi\u00e0 Aureliano, il culto solare, molto popolare nell&#8217;esercito e fra una parte della popolazione, e cerc\u00f2 di divinizzare la propria persona (4) e la figura stessa del sovrano, indipendentemente dai meriti e dalle capacit\u00e0 personali, giungendo per tale via ad un completo ribaltamento di quella che era stata la felice politica degli imperatori Antonini. Davanti a lui non vi erano pi\u00f9 cittadini, ma sudditi, pronti a cadere in ginocchio come degli schiavi; il sovrano si nascondeva dal popolo fra i recessi irraggiungibili del &quot;palatium&quot;; davanti alla sua divina persona nessuno poteva rimanere seduto (5); egli indossava un mantello di porpora e cingeva il campo con una corona tempestata di gemme e diademi. In questo modo il &quot;romano&quot; Diocleziano, vincitore della Persia sul campo di battaglia, ne era per\u00f2 a sua volta vinto e soggiogato nella sfera culturale e morale (6). La decisione di agire con decisione contro il Cristianesimo venne come naturale conseguenza di questo indirizzo, in quanto era intesa ad eliminare il maggiore ostacolo alla restaurazione del culto pagano e alla divinizzazione dell&#8217;Imperatore. (7)<\/p>\n<p>Lungamente Diocleziano esit\u00f2, prima di gettarsi nella sanguinosa impresa; da uomo pr\u00f9dente ed acuto, quale egli era, non gli sfuggivano le difficolt\u00e0 ed i rischi dell&#8217;impresa, derivanti essenzialmente dalla vastissima diffusione che la fede cristiana aveva ormai raggiunto. Pare che la spinta decisiva gliel&#8217;abbia fornita il suo genero, Galerio, che odiava personalmente i Cristiani e che di Diocleziano possedeva l&#8217;energia e la spietatezza, non per\u00f2 l&#8217;intelligenza politica e l&#8217;avvedutezza (8). Dopo che un incendio, probabilmente di origine dolosa, per due volte ebbe messo in pericolo lo stesso palazzo dell&#8217;imperatore (9), Diocleziano, convinto a quanto pare della colpevolezza dei Cristiani (10), decise di agire. Il 23 febbraio 303, all&#8217;alba, una squadra di soldati armati di attrezzi e picconi irruppe nella basilica di Nicomedia, distrusse i libri sacri, indi demol\u00ec interamente quel grande e pregevole edificio. Diocleziano e Galerio, dal tetto del palazzo imperiale che era situato proprio di fronte, osservavano personalmente la scena.<\/p>\n<p>L&#8217;indomani venne affisso ai muri della citt\u00e0 il primo editto contro i Cristiani, cui ne fecero s\u00e9guito diversi altri, sempre pi\u00f9 gravi. Dall&#8217;allontanamento dalla professione per chi non partecipava ai sacrifici, alla confisca dei beni, all&#8217;esilio, si arrivava alla pena capitale. Subito fin dal primo giorno un coraggioso cristiano di Nicomedia strapp\u00f2 con le proprie mani l&#8217;editto imperiale, gridando in tono ironico che esso annunciava le brillanti vittorie militari sui Goti d&#8217;oltre Danubio (11). Venne immediatamente arrestato, imprigionato, condannato al supplizio: fu il primo glorioso martire della persecuzione di Diocleziano, il primo rintocco funebre della campana per il morente paganesimo che ingaggiava la sua ultima disperata bat-<\/p>\n<p>taglia per la sopravvivenza. Qualcuno ha voluto vedere in questo cittadino di Nicomedia lo stesso San Giorgio, forse basandosi sull&#8217;analogia della prontezza con cui egli, ai primi annunci della persecuzione, disprezz\u00f2 il pericolo e corse per le strade confessando la sua fede in Cristo (12). Con tutta probabilit\u00e0, invece, non poteva trattarsi del Nostro, e ci\u00f2 per vari motivi. In primo luogo, lo sconosciuto martire di Nicomedia non era un militare: ci viene detto solo che era un cittadino ragguardevole (13), ma se fosse stato un ufficiale dell&#8217;esercito, n\u00e9 Eusebio di Cesarea n\u00e9 Lattanzio si sarebbero scordati menzionarlo. In secondo luogo, quel Cristiano sub\u00ec immediatamente il martirio nella capitale asiatica, mentre la maggioranza delle fonti, checch\u00e9 ne dica il Moroni (14), indicano Lydda in Palestina quale luogo del martirio. Poco dopo la sua morte, il culto di Giorgio era gi\u00e0 diffuso nella citt\u00e0 palestinese, non a Nicomedia: e se una tradizionetarda pu\u00f2 essere erronea, non pu\u00f2 certo esserlo una tradizione non pi\u00f9 vecchia di una generazione. .<\/p>\n<p>Questo fu l&#8217;inizio della sanguinosa persecuzione di Diocleziano, i cui ultimi bagliori si spensero, in Oriente e in Egitto, dov&#8217;essa dur\u00f2 pi\u00f9 a lungo, solo nel 313, quando l&#8217;ultimo persecutore, l&#8217;imperatore Massimino Daia (15), mor\u00ec suicida dopo essere stato sconfitto dal collega Licinio. Non \u00e8 possibile fare alcuna statistica delle vittime, anche se la tradizione ecclesiastica ha certamente esagerato il numero dei martiri. In Italia e in Africa lo spietato Massimiano applic\u00f2 alla lettera gli editti di Diocleziano, come del resto fece Galerio nell&#8217;Illirico. Il solo Costanzo Cloro, in Gallia e in Britanni a ( regioni ove peri atro il Cristianesimo era poco diffuso) non volle lordarsi le mani di sangue innocente e si limit\u00f2 a far abbattere le chiese e sciogliere le associazioni. \u00c8 anche certo che molti Cristiani si lasciarono cogliere alla sprovvista dall&#8217;inattesa persecuzione, dopo una pace cos\u00ec prolungata, e finirono per cedere ai tormenti e sacrificare agli dei e ai sovrani. Essi erano congedati dalle autorit\u00e0 con uno speciale attestato, comprovante l&#8217;avvenuto sacrificio: non si trattava in genere che di &quot;bruciare qualche grano di incenso davanti alle immagini delle divinit\u00e0. Alcuni cristiani facoltosi, atterriti alla sola idea di essere sottoposti alla tortura, corruppero i funzionari imperiali e si fecero rilasciare l&#8217;attestato senza esser stati costretti a compiere il sacrificio. Gli uni e gli altri furono poi trattati molto severamente dalla Chiesa vittoriosa, quantunque i secondi fossero giudicati con maggiore indulgenza. Con tutto ci\u00f2, \u00e8 altrettanto indubbio che le vittime della persecuzione non furono poche. In alcune regioni profondamente cristianizzate, come l&#8217;Asia Minore e l&#8217;Egitto, i martiri dovettero essere sicuramente centinaia, forse migliaia (l6). Il fatto che molti cedessero e sacrificassero agli dei non fa che rendere pi\u00f9 umana, in prospettiva storica, la situazione dei Cristiani, spogliandola della vuota retorica e riconducendola alla sua realt\u00e0 essenziale, che era fatta di vero e immediato pericolo, di coraggio e di paura. Del resto, se, all&#8217;inizio, colpiti da quel fulmine a ciel sereno, i Cristiani esitarono intimoriti, la loro resistenza crebbe col trascorrer del tempo e l&#8217;accanirsi medesimo della persecuzione. Anche i discepoli di Cristo fuggirono, sul Monte degli Olivi, quando le guardie del tempio vennero ad arrestare Ges\u00f9 (17), anche Pietro per paura rinneg\u00f2 tre volte il Maestro, che aveva giurato poc&#8217;anzi di difendere sino alla morte (18). Ma l&#8217;esempio di Ges\u00f9 fu per loro come una sferzata sul viso, ed essi in s\u00e9guito non conobbero pi\u00f9 la paura: cos\u00ec il sacrificio delle prime vittime di Diocleziano, in mezzo allo sbandamento generale degli animi, serv\u00ec a ridare coraggio ai paurosi, a infondere fiducia negli esitanti: perch\u00e9, come disse una volta Tertulliano, &quot;il sangue dei martiri \u00e8 semente di nuove conversioni&quot; (19).<\/p>\n<p>Una reminiscenza di questo dato di fatto storico si trova nella pur leggendaria &quot;passio&quot; di S. Giorgio, l\u00e0 dove si ricorda che perfino un alto ufficiale coi suoi soldati e la moglie dell&#8217;imperatore furono convertiti dall&#8217;esempio di Giorgio e subirono alla lor volta il martirio. (20) In. tempi moderni non sono mancati gli storici, per lo pi\u00f9 di indirizzo grettamente razionalista, che si sono assunti il compito di prender le difese dell&#8217;operato di Diocleziano, sforzandosi di dimostrare che la &quot;barbarie cristiana&quot; (21) stava minando alle fondamenta la sopravvivenza stessa dello Stato Romano. Il Poehlmann, ad esempio (22), \u00e8 arrivato fino ad applaudire la persecuzione anticristiana, a compiacersi dell&#8217;accortezza colla quale a suo tempo Tacito (23) aveva intuito il pericolo costituito dai Cristiani &quot;nemici del genere umano&quot;, a elogiare la pazienza degli imperatori che cos\u00ec a lungo avevano tollerato l&#8217;arroganza e il fanatismo di tali sudditi sleali, nel tentativo, invero ben tristo, di giustificare le atrocit\u00e0 della persecuzione di Diocleziano, egli non trova di meglio che osservare come essa fa in fondo poca cosa a confronto degli orrori dell &#8216;Inquisizione spagnola, di un Torquermada o di un duca d&#8217;Alba (24), e per dimostrare che i Cristiani erano sudditi turbolenti e ribelli, osa citare la presunta violenza di cui Ges\u00f9 stesso si sarebbe macchiato, cacciando colla forza i profanatori dal tempio (25). Tali metodi storici, ci sembra, non avrebbero neppur bisogno di commenti: si qualificano da soli. L&#8217;attualit\u00e0 e il valore eterno della Croce di Cristo si vedono, in fondo, anche da questo; dalla Sua capacita di destare scandalo ancor oggi, a duemila anni da quel venerd\u00ec di tenebra in cui un popolaccio abbrutito dal fanatismo e dall&#8217;ignoranza gridava allo stupefatto Ponzio Pilato: &quot;Crucifige!&quot; (26). E ancora oggi, come allora e sempre, noi siamo singolarmente chiamati, davanti alla nostra coscienza e davanti agli uomini, a fare la nostra scelta.<\/p>\n<p>(1) Cfr. A. Piccolini, &quot;La basilica di San Crisogono in Roma&quot;, Roma, 1953, PP. 27 sgg.<\/p>\n<p>(2) Cfr. G. Ricciotti, &quot;L&#8217;era dei martiri&quot;, Milano, 1956.<\/p>\n<p>(3) &quot;Africa&quot; nel significato ristretto di &quot;provincia d&#8217;Africa&quot; ( Africa Proconsolare o Cartaginense, l&#8217;odierna Tunisia settentrionale, e anche la provincia &quot;Byzacena&quot;, Tunisia meridionale ), secondo la terminologia corrente al tempo dei Romani.<\/p>\n<p>(4) Per questo motivo egli aveva aggiunto al titolo di &quot;Augusto&quot; il soprannome di &quot;Giovio&quot;, mentre Massimiano aveva preso quello di &quot;Erculio&quot;. Giove era, nella mitologia greco-romana, il re di tutti gli dei, Ercole era l&#8217;eroe mandato a lottare contro i mali che affliggevano l&#8217;umanit\u00e0.<\/p>\n<p>(5) Tale fu appunto l&#8217;origine del &quot;sacrum conisistorium&quot; : sacro perch\u00e9 si teneva alla presenza del &quot;divino&quot; imperatore, concistoro perch\u00e9 tutti dovevano rimanere in piedi.<\/p>\n<p>(6) Ma su tutto questo cfr. T. Frank, &quot;Storia di Roma&quot; ( 2 voll. ), ed. it., Firenze, 1974, II, pp.305 sgg.; 3. Kovaliov, &quot;Storia di Roma&quot;<\/p>\n<p>(2 voll.), ed. it. Roma, 1977, II, pp.2II sgg; M. Rostovzev, &quot;Sto-ria economica e sociale dell&#8217;Impero Romano&quot;, ed. it. Firenze,1976, PP. 585 sgg.; M. A. Levi, &quot;L&#8217;Impero di Roma&quot; ( 3 voll.), Milano, 1967, III, p.943 sgg.; C. Barbagallo, &quot;Roma antica&quot; ( 2 voll.), Torino, 1932, II, pp. 692 sgg.<\/p>\n<p>(7) Sulla impossibilit\u00e0, per un Cristiano, di adorare l&#8217;imperatore come un essere divino, cfr. Tertulliano, &quot;Apol.&quot;, XXXIII, XXXIV, XXXV.<\/p>\n<p>(8) La parte decisiva avuta da Galerio nello spingere alla persecuzione il titubante Diocleziano \u00e8 sottolineata, e forse esagerata, da Lact., &quot;De mort. pers.&quot;, XIV, 1-8.<\/p>\n<p>(9) Cfr. Lact., &quot;De mort. pers.&quot;, XIV, 2. Ma J. Burckhardt nella sua celebre opera &quot;L&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande&quot;, ed. it. Roma, 1970, ha giustamente osservato che Diocleziano non era il tipo d&#8217;uomo da lasciarsi tranquillamente appiccare il fuoco sulla testa, nemmeno da Galerio, come vorrebbe far credere Lattanzio.<\/p>\n<p>(10) Non si dimentichi che i Cristiani avevano fama d&#8217;incendiari, fra la plebe ignorante, fin dal tempo dell&#8217;incendio di Roma nel 64 d. C. sotto Nerone ( ci&#8217;r. Tac., &quot;Ann.&quot;, XV, 44 ).<\/p>\n<blockquote>\n<p>(11) Su questo episodio, cifr. Lact. , &quot;De mort pers.&quot;, XIII, 2-3; Eus., &quot;Hist. eccl.&quot;, VIII, 5. .<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>(12) Cfr. J. Da Varazze, &quot;Legenda aurea&quot;, ed. cit., p.268.<\/p>\n<p>(13) Cfr. Sus., &quot;Hist. eccl.&quot;, VIII, 5. .<\/p>\n<p>(14) Cfr. G. Moroni, op. e loc. cit.<\/p>\n<p>(15) Nominato Cesare di Galerio nell&#8217;aprile del 305, quando questi subentr\u00f2 a Diocleziano in qualit\u00e0 di Augusto a Nicomedia. Perseguit\u00f2 con ferocia i Cristiani, spec. in Editto, fino alla morte, nonostante l&#8217;editto di tolleranza pubblicato da Galerio nel 311.<\/p>\n<p>(16) Gi\u00e0 E. Gibbon, &quot;Storia della decadenza e caduta dell&#8217;Impero Romano&quot;, ed.cit.,11, pp. 7 sgg., si era affannato a minimizzare l&#8217;esiguo numero degli autentici martiri cristiani ( e su ci\u00f2 cfr. G. De Ruggiero, &quot;La filosofia dell&#8217;illuminismo&quot; , 2 voll., Bari,1974, I, p. 1153 sgg.). Cos\u00ec, dalle esagerazioni puerili per eccesso del Medio Evo, si pass\u00f2 alle esagerazioni, dotte ma altrettanto puerili, per difetto, del Settecento.<\/p>\n<p>(17) Cfr. Mt., XXVI, 56; Mc., XIV, 50.<\/p>\n<p>(18) Cfr. Mt., XXVI, 69-75; Mc., XIV,66-72; Lc., XXII,54-62; Gv., XVIII, 17-27.<\/p>\n<p>(19) Tert., &quot;Apol.&quot;, L, XIII.<\/p>\n<p>(20 II &quot;magister militum&quot; Anatolio e l&#8217;imperatrice Alessandra. Cfr. J. daVarazze, &quot;Legenda aurea&quot;, cit.; P. Toschi, &quot;La leggenda di S. Giorgio, ecc.&quot;, cit.<\/p>\n<p>(21) E. Gibbon ( Op. Git. ) cos\u00ec concludeva la sua monumentale opera: &quot;Ho descritto il trionfo della barbarie e della religione&quot; (vol. VI, p.657 ), volendo significare che le invasioni barbariche e la diffusione del Cristianesimo, secondo lui, furono le cause decisive del tracollo dello Stato Romano. Da parte sua, sulla &quot;barbarie cristiana&quot; si \u00e8 compiaciuto di soffermarsi a lungo R. von Pohelmann ( in &quot;Storia Universale&quot;, Milano, s. d., 6 voll.),I, p. 655.<\/p>\n<p>(22) Cfr. R. von Pohelmann, in &quot;Storia Universale&quot; di J.Pflugk-Harttung, vol. I, &quot;La monarchia assoluta e la dissoluzione dell&#8217;Impero&quot;, p. 641 sgg.<\/p>\n<p>(23) Cfr. Tac., &quot;Ann.&quot;, XV, 44.<\/p>\n<p>(24) Cfr. R. von Pohelmann, op.cit., vol. I, pp. 642-43. Altrettanto bene, pensiamo, i capi nazisti che in anni recenti consumarono il genocidio degli Ebrei avrebbero potuto osservare, col Libro della storia alla mano, come anche gli Ebrei, tremila anni prima, avessero scacciato dalla Plaestina e tentato di distruggere Filistei, Cananei, Ammoniti e Amaleciti.<\/p>\n<p>(25) Cfr. R. von Poehlmann, op. cit., vol. I, p. 640.<\/p>\n<p>(26) Cfr. Gv., XIX, 6, 15; Lc., XXIII, 21; Mc., XV, 13; Mt., XXVII, 22-23.<\/p>\n<p>XX. IL MARTIRIO SECONDO LA LEGGENDA<\/p>\n<p>La pi\u00f9 antica versione della &quot;passio&quot; di San Giorgio, il palinsesto greco della Biblioteca viennese, come abbiamo visto colloca il martirio del santo sotto l&#8217;imperatore persiano Baciano. Egli convoc\u00f2 un giorno settantadue re (1) per decidere le misure da prendersi contro i Cristiani. Giorgio di Cappadocia, ufficiale dell&#8217;esercito, non appena ne venne a conoscenza distribu\u00ec i suoi beni ai poveri e attest\u00f2 davanti alla corte la sua professione di Cristiane sino. Baciano gli rivolse un invito a desistere dalla sua ostinazione e a compiere il sacrificio agli dei, che San Giorgio respinse affrontando con fermezza la tortura. Dopo essere stato sottoposto ad atroci supplizi, egli venne riaccompagnato in carcere dove ebbe la visione consolatrice del Signore che gli predisse sette anni di tormenti, tre morti e altrettante resurrezioni. 1 persecutori intanto, disperando di piegarlo con la forza, fecero ricorso al mago Atanasio (2) che mise in opera, senza successo, 1 e sue oscure arti per vincere la resistenza di Giorgio e indurlo all&#8217;abiura. Non solo: ma lo stesso Atanasio, vinto dal fui fa do esempio del santo e dalla sua soprannaturale capacit\u00e0 di resistenza, chiese e ottenne il perdono di Giorgio e si convert\u00ec al Cristianesimo. Subito dopo venne condotto a sua volta al martirio (3). Il santo di Cappadocia venne allora segato in due col supplizio della ruota, ma resuscit\u00f2 e questa volta riusc\u00ec a convertire non solo un alto ufficiale dell&#8217;esercito, il &quot;magister militum&quot; (4) Anatolio, ma anche tutti i soldati di quest&#8217;ultimo. Tanto Anatolio che i suoi soldati vennero perci\u00f2 passati per le armi. (5) A. questo punto il re Tranquillino, per metterlo alla prova, gli domand\u00f2 un prodigio (6) e San Giorgio lo accontent\u00f2 facendo tornare in vita diciassette persone che erano morte da quattrocentosessanta anni, le battezz\u00f2 e poi le fece scomparire. (7) Entrato dipoi in un tempio pagano, col solo alito fece crollare le statue degli dei. Davanti a tante manifestazioni della protezione divina, la stessa imperatrice Alessandra si convert\u00ec al Cristianesimo e sub\u00ec il martirio per ordine dello spietato marito (8). Finalmente San Giorgio venne condotto alla decapitazione, il supplizio &quot;risolutore&quot; in questo tipo di racconti agiografici dove i santi martini hanno la meglio sul fuoco, sulla ruota e sulla caldaia di piombo fuso (9). Il santo allora chiese al Signore che l&#8217;imperatore Daciano e tutti i settantadue re del suo seguito venissero inceneriti, cosa subito avvenne; dopo di che egli porse il collo serenamente alla spada del carnefice. Prima di subire il martirio, per\u00f2, egli aveva promesso la sua protezione a chi avesse onorato i propri resti mortali. La versione del &#8216;martirio** nella &quot;Legenda aurea&quot; di Jacopo da Varazze varia in taluni particolari, ma nel complesso rispetta le grandi linee di questo racconto. Per non annoiare il lettore con inutili ripetizioni, ci limiteremo dunque a rilevare gli episodi che differiscono alquanto dalla tradizione pi\u00f9 antica. Il primo \u00e8 che il martirio di Giorgio non viene localizzato alla corte dell&#8217;imperatore di Persia, ma nell&#8217;Impero Romano, durante il regno di Diocleziano e Massimi ano (10), sotto i quali, scrive il buon Jacopo, in un solo mese vennero uccisi settantasettemila Cristiani (11) , mentre altri cedettero sotto i tormenti e finirono per sacrificare . Allora Giorgio, dopo aver donato ai poveri tutti i suoi beni, si spogli\u00f2 dell&#8217;abito militare, si vest\u00ec col mantello dei Cristiani (12) e &quot;si slanci\u00f2 nelle piazze gridando: I vostri dei sono demoni, ma il nostro Dio ha creato i cieli!&quot; (13). L&#8217;arresto, 1&#8217;inteerogatorio e le torture, nella versione del vescovo ligure, sono eseguiti materialmente non da Diocleziano e Massimiano (14), ma dal prefetto Daciano. All&#8217;inizio dell&#8217;interrogatorio, lo stesso Giorgio fornisce alcuni particolari preziosi per la ricostruzione della sua biografia: &quot;Mi chiamo Giorgio, discendo da una nobile famiglia della Cappadocia e con l&#8217;aiuto di Dio ho combattuto in Palestina; ma tutto ho lasciato per poter meglio servire Iddio che \u00e8 nei cieli&quot;. (15) II racconto dell&#8217;apparizione divina nel carcere e quello della conversione del mago sono pressoch\u00e9 uguali a quelli della &quot;passio&quot; greca, ma giunti al supplizio della ruota non vi \u00e8 la morte del santo seguita dalla sua spettacolare risurrezione: semplicemente, la ruota si rompe al momento opportuno (l6). Daciano fece allora immergere il santo in una caldaia di piombo fuso, che ebbe per lui l&#8217;effetto di una tiepida acqua (17). A questo punto Giorgio fede finta di voler sacrificare agli dei allo scopo di essere condotto in un tempio: ma qui chiese a Dio la sua distruzione e subito un fuoco disceso dal cielo incener\u00ec tanto gli idoli che i sacerdoti (18). Poi la .terra spalancatasi inghiott\u00ec perfino le rovine. Anche qui, dunque, il racconto \u00e8 diverso. Cos\u00ec pure, in Jacopo da Varazze non \u00e8 la moglie dell&#8217;imperatore, bens\u00ec la moglie del prefetto, sempre di nome Alessandra, che si convert\u00ec, rimprover\u00f2 al marito le sue crudelt\u00e0 (19) e affront\u00f2 serenamente la tortura. Sospesa per i capelli e battuta con le verghe, ella chiese al santo cosa sarebbe stato di lei, non essendo ancor battezzata: al che Giorgio la rassicur\u00f2 dicendole che il sangue del martirio sarebbe stato per lei come 1&#8217;acqua battesimale. Alessandra allora, messasi a pregare, mor\u00ec in pace. Infine il racconto della decapitazione \u00e8 anch&#8217;esso abbastanza dissimile. Giorgio, condotto al supplizio, preg\u00f2 Dio che chiunque invocasse il suo aiuto fosse esaudito; e una voce dal cielo lo rassicur\u00f2 in tal senso. Quindi egli venne decapitato. Baciano per\u00f2, mentre tornava a casa dal luogo ove era avvenuta 1&#8217;esecuzione,ven-ne incenerito insieme ai suoi ministri da un fuoco celeste (20).<\/p>\n<p>Non c&#8217;\u00e8 naturalmente bisogno di dire che tanto l&#8217;antica &quot;passio&quot; greca quanto quella contenuta nel racconto della &quot;Legenda aurea&quot; sono basate su situazioni puramente fantastiche e storicamente inaccettabili. Coloro i quali credono di ravvivare il culto dei santi presentando ogni tradizione indiscriminatamente come verit\u00e0 indiscutibile, rendono un cattivo servizio tanto a quei santi che alla religione cristiana. Come nel caso della leggenda del drago, non c&#8217;\u00e8 alcun motivo per cui la gloria imperitura del Mostro debba uscire in qualche modo menomata dal riconoscimento che le sue &quot;passiones&quot; greche e latine sono puramente leggendarie. Questo lo aveva gi\u00e0 compreso la Chiesa romana al tempo del pontificato di Gelasio, alla fine del V secolo, quando il re Teodorico gettava le basi della potenza gotica nella nostra Penisola. Non \u00e8 davvero il caso che alle soglie del duemila, in tempi tento pi\u00f9 favoriti dalla diffusione del sapere, qualche intempestivo apologista pigli ad imboccare la via opposta.<\/p>\n<p>Vedremo infatti che la storia, anche in questo caso, nulla ha da invidiare alla nirabo1ante leggenda.<\/p>\n<p>(1) Probabile reminiscenza del titolo di &quot;Re dei Re&quot; portato dagli antichi monarchi persiani e della posizione regale semi-indipendente dei satrapi posti al governo delle diverse province o &quot;satrapie&quot; ( cfr. Erodoto, III, 89 sgg. ).<\/p>\n<p>(2) Questo personaggio rimane innominato nella versione della &quot;Legenda aurea&quot;. Richiama alla mente il vescovo alessandrino Atanasio ( 295-375 ), grande avversario dell&#8217;eresia ariana e pi\u00f9 volte perseguitato dall&#8217;imperatore Costanzo II, figlio di Costantino il Grande ( 337-361); ma si tratta certamente di una, coincidenza.<\/p>\n<p>(3) Che sia azzardato vedere in questo malvagio pentito che affronta la morte un ricordo del buon ladrone crocifisso a lato di Ges\u00f9 ( cfr. Lc.,XXIII, 40-43 )? Del resto, anche la vicenda di Paolo di Tarso (cfr. &quot;Atti&quot;, IX, I&#8212;19 ) ,dapprima persecutore implacabile dei Cristiani e poi apostolo infaticabile della loro dottrina, \u00e8 molto simile.<\/p>\n<p>(4) Nel Basso Impero il &quot;magisterpeditum&quot; era il comandante dell&#8217;unit\u00e0 di fanteria e il &quot; magister equitum&quot; di quella di cavalleria : infatti da Gallieno in poi il rapporto tra fanteria e cavalleria in seno alla legione si era andato gradatamente spostando a favore della seconda. dell&#8217;et\u00e0 di Diocleziano e di Costantino la metamorfosi \u00e8 ormai avvenuta e il nerbo dell&#8217;esercito romano non \u00e8 pi\u00f9 la scadente fanteria ( annientata nel .378 dai Goti nella famosa battaglia di Adrianopoli ), ma la cavalleria, specialmente pesante ( catafratta ), che gi\u00e0 preannuncia quella medioevale. San Giorgio, solitamente raffigurato a cavallo, armato di scudo e di una lunga lancia, \u00e8 il capostipite dell&#8217;ideale cavalleresco medioevale. Nell&#8217;ultima et\u00e0 dell&#8217;Impero di Occidente, poi, le due cariche di &quot;magister peditum&quot; e di &quot;magister equitum&quot; si fusero in quella di. &quot;magister utriusque militiae praesentalis&quot; o semplicemente &quot;magi ster militum&quot;.<\/p>\n<p>(5) Vi \u00e8 forse qui un ricordo della Legione Tebana di S. Maurizio, massacrata in Gallia, come gi\u00e0 si \u00e8 detto, per ordine di Massimiano Erculio, e della leggendaria armata dei diecimila di Acacio, sterminata in Armenia per ordine di Adriano ( il Martirologio romano li ricorda il 22 giugno ).<\/p>\n<p>(6) anche Erode Antipa, il tetrarca della Galilea e della Perea che ricevette Ges\u00f9 da Filato, &quot;sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui&quot; ( Lc., XXIII, 8 ). Il Maestro, per\u00f2, si era comportato ben diversamente da quanto la leggenda attribuisce a San Giorgio: infatti, non che esaudire la sua empia sete di prodigi, &quot;non gli rispose nulla&quot; ( id. , XXIII, 9 ).<\/p>\n<p>(7) \u00c8 appena il caso di richiamare l&#8217;attenzione sulla puerilit\u00e0 e anzi la vera e propria mancanza di seriet\u00e0 morale di questi pretesi &quot;miracoli&quot;, come pure sulla voluta astrusit\u00e0 dei numeri, certo un prestito grossolano dallo stile letterario dell&quot;Apocalisse&quot; giovannea.<\/p>\n<p>(8) Nell&#8217;imperatrice Alessandra \u00e8 riflessa probabilmente la moglie<\/p>\n<p>dell&#8217;imperatore Diocleziano, Prisca, nonch\u00e9 la sua figlia Valeria, che era gi\u00e0 andata in sposa al Cesare Galerio per motivi d\u00ec politica dinastica. Dice infatti Lattanzio, &quot;De mort. pers.&quot;, XV,I : &quot;Infieriva allora l&#8217;imperatore non soltanto contro quelli di casa, ina contro tutti: e per prime fra tutti costrinse la figlia Valeria e la moglie Prisca a contaminarsi con un sacrificio agli dei.&quot; Che le due donne fossero di sentimenti inclini al Cristianesimo, per\u00f2, non risulta da nessuna altra fonte. Esse andarono incontro, alcuni anni dopo, a un tragico destino: fatte arrestare da Licinio a Tessalonica ( circa l&#8217;anno 314 ), furono decapitate e i loro corpi gettati in mare.<\/p>\n<p>(9) Cfr. J. da Varazze, &quot;Legenda aurea&quot;, ed. cit., p. 268.<\/p>\n<p>(10)Il numero, chiaramente iperbolico, \u00e8 un multiplo di sette, numero che in Oriente significava una quantit\u00e0 grande, quasi infinita ( cfr. Mt., XVIII, 21-22 ). \u00c8 molto probabile che Jacopo da Varazze abbia attinto questo numero da una tradizione pi\u00f9 antica e abbia presentato come dato storico ci\u00f2 che aveva un valore puramente simbolico.<\/p>\n<p>(11)Come dobbiamo intendere questa espressione? Porse che vi fu realmente una &quot;divisa&quot; cristiana, rappresentata da un mantello par-ticolare, tale da distinguere di primo acchito chi lo indossava, pi\u00f9 o meno come la corta barba era il distintivo dei filosofi ( cfr. il ritratto dell&#8217;imperatore Giuliano, 361-63, di Ammiano Marcellino )? Certamente no. Qui si vuoi solo intendere che i Cristiani, in accordo con la, loro morale che teneva in spregio i beni del mondo ( cfr. Mt.,71,19-21j 25-26 ), erano soliti vestire modestamente e senza alcuno sfarzo.<\/p>\n<p>(12) Evidente reminiscenza di Lact. , &quot;De mort. pers.&quot;, XIII, 2-3.<\/p>\n<p>(13) Durante la grande persecuzione dioclezianea ( 303-305 ) Diocleziano rimase a M come di a,, eccezion fatta nper il viaggio a, Roma del quale si \u00e8 gi\u00e0 detto, e Massimiano risiedette a Milano.<\/p>\n<p>(14) \u00c8 confermata l&#8217;origine cappadoce del santo, quantunque altri abbia voluto che Giorgio nascesse bens\u00ec in una famiglia nobile della Cappadocia, ma non nella sua terra d&#8217;origine, bens\u00ec in Palestina, a Lydda ( Lod ). &quot;A Lydda, infatti, era venerato il suo sepolcro&quot; ( A.Giannettini-G. Venanzi, &quot;San Giorgio al Velabro&quot;, Roma, I9&amp;7, P\u00ab ^4 )\u2022 Quest&#8217;ultima notizia \u00e8, come vedremo, esatta: ma non ne consegue affatto che il luogo del martirio sia stato pure quello della nascita. Il passo citato di Jacopo da Varazze contiene poi una difficolt\u00e0: &quot;con l&#8217;aiuto di Dio ho combattuto in Palestina&quot;. Di quale combattimento si tratta? Che sia quello col drago, potrebbe farlo pensare l&#8217;espressione &quot;con l&#8217;aiuto di Dio&quot;: ma, come abbiamo visto, la leggenda del drago va collocata in ambiente africano, non palestinese ( e, del resto, anche Berito di Fenicia \u00e8 ben fuori della Palestina ). Lo stesso vescovo di Genova l&#8217;ha collocata poc&#8217;anzi presso &quot;Silene, citt\u00e0 della Libia&quot;. Si accenna dunque, nella deposizione del santo durante 1&#8217;interrogatorio, a un fatto d&#8217;armi guerresco? Nel 296 il re persiano Narseh aveva invaso non solo l&#8217;Armenia fin quasi al tratto cappadoce dell&#8217;Eufrate, ma anche la Siria; e nell&#8217;inverno-primavera seguenti Diocleziano aveva stabilito in Antiochia il proprio quatier generale per la grande controffensiva romana. Nel Basso Impero, poi, era divenuta d&#8217;uso corrente 1&#8242; espressione &quot;Siria Palestina&quot; per designare la seconda regione ( cfr. Tert., &quot;Apol.&quot;, 7, 2 ). Ma naturalmente la soluzione pi\u00f9 piano \u00e8 quella che corregge &quot;combattuto&quot; con &quot;militato&quot;: Giorgio depose cio\u00e8 di aver prestato servizio in Palestina.<\/p>\n<p>(15) Questo particolare ricorre anche in altre &quot;passiones&quot; a carattere pi\u00f9 o meno fortemente leggendario: per esempio, in quella, di S. Augusta da Serravalle (Vittorio Veneto ): cfr. G. Cescon, &quot;S. Augusta&quot;, Torino, 1954.<\/p>\n<p>(l6) Analogo supplizio, secondo la tradizione, sarebbe stato inflitto a San Giovanni evangelista per ordine di Diocleziano. Ma il santo ne usc\u00ec illeso e fu allora relegato nell&#8217;isola di Patmos. Giova qui ricordare che l&#8217;atrocit\u00e0 dei supplizi escogitati dai carnefici, quantunque inserita in una cornice fantastica, non ha purtroppo nulla di inverosimile. Cfr. Eusebio di Cesarea, &quot;Hist. Eccl.&quot;, lib. VIII.<\/p>\n<p>(17) II fuoco celeste sterminatore degli empi non \u00e8 un&#8217;idea originale della mitologia cristiana, essa era comunissima nel paganesimo greco-romano. La folgoro era appunto un attributo di Zeus e diffusissima era l&#8217;idea che un uomo colpito dal fulmine fosse<\/p>\n<p>stato esplicitamente colpito dall&#8217;ira divina. Cfr. il bassorilievo conservato al Museo archeologico di Aquileia, raffigurante un &quot;cacator&quot; ( lordatore di luoghi sacri ) colpito dalla folgore dell&#8217;irato Zeus.<\/p>\n<p>(18) Era da tempo invalsa nella letteratura cristiana l&#8217;abitudine di attribuire sentimenti favorevoli ai Cristiani alle mogli dei persecutori. Cfr. il capostipite d\u00ec questa tradizione nella moglie del procuratore Ponzio Pilato, in Mt. , .XXVII, 19.<\/p>\n<p>(19) Cfr. quanto detto alla nota 17, supra. L&#8217;immagine di Giove armato di folgore (l&#8217;arma utilizzata per colpire i peccatori pi\u00f9 empi) partecip\u00f2 l&#8217;ultima volta a un fatto d&#8217;armi nella battaglia del Frigidus, il 6-7 settembre del 394 d. C. In essa l&#8217;esercito del cristiano Teodosio annient\u00f2 quello del pagano Arbogaste, rovesci\u00f2 le immagini pagane e pose fine per sempre al culto pubblico delle antiche divinit\u00e0.<\/p>\n<p>XXI. IL MARTIRIO NELLA REALTA&#8217; STORICA<\/p>\n<p>Dobbiamo dire subito, per primissima cosa, che non possediamo alcun dato storico attendibile sulle circostanze del martirio di San Giorgio. Tutto quel che potremo fare quindi sar\u00e0 procedere per ipotesi, aiutan-doci con quanto la storia ci ha tramandato in al tiri casi pi\u00f9 fortunati.<\/p>\n<p>Diremo subito che la morte per decapitazione, attestata dalla leggendaria &quot;passio&quot; e ripetuta dalla tradizione successiva sino a Jacopo da Varazze,\u00e8 la pi\u00f9 attendibile fra tutte le altre possibili. Selle &quot;passiones&quot; a carattere leggendario, come quella di S. Giorgio o come quella, citata, di Santa Augusta da Serravalle, la morte per decapitazione \u00e8 la soluzione stereotipa cui ricorrono i persecutori dopo che n\u00e9 il fuoco, n\u00e9 la ruota n\u00e9 l&#8217;olio bollente hanno potuto far niente contro la virt\u00f9 dei santi martiri. Per\u00f2 nel caso di San Giorgio, che era un ufficiale dell&#8217;esercito romano, e un ufficiale, per di pi\u00f9, di grado abbastanza elevato, \u00e8 pi\u00f9 che verosimile che la decapitazione sia stata la pena reale cui venne senz&#8217;altro condannato. Al tempo dei primi martiri, quasi tutti di condizione civile, la distinzione della pena si &quot;basava sulla cittadinanza. Coloro che godevano della cittadinanza romana usufruivano di speciali privilegi: non potevano essere flagellati o sottoposti a tortura nella fase istruttoria (1), avevano il diritto di ricusare i tribunali provinciali per appellarsi direttamente alla giustizia dell&#8217;imperatore (2), infine la loro esecuzione | capitale non poteva aver luogo pubblicamente. Essa consisteva di norma nella decapitazione: tale fu infatti la morte di San Paolo, avvenuta in localit\u00e0 &quot;ad aquas Salvias&quot; presso la Via Ostiense, lungi dagli sguardi del popolino. Coloro che non avevano la cittadinanza romana, invece, i sudditi provinciali, venivano sottoposti a tortura o : a flagellazione durante l&#8217;interrogatorio (3). L&#8217;esecuzione capitale aveva sempre carattere pubblico, non di rado festivo, in concomitanza cio\u00e8 con cerimonie religiose e giuochi circensi; poteva aver luogo nel foro, nel teatro, nel circo, o in uno spazio aperto fuori citt\u00e0, come nel caso di Ges\u00f9. Agli assassini, ai briganti di strada e agli schiavi fuggitivi erano riservate le pene pi\u00f9 strazianti: il fuoco, la croce, le belve. San Pietro, che cittadino romano non S era, sub\u00ec la crocifissione nel Circo di Nerone in Vaticano. Apprendiamo da Tacito (4) che la crudele fantasia dei persecutori si spingeva ad inventare nuove ed ingegnose forme di supplizio: condannati ricoperti con pelli ferine fatti sbranare dai cani, torce umane accese a rischiarare la notte. I Cristiani subivano un diverso trattamento a seconda del momento, del luogo, dell&#8217;indole del giudice, poich\u00e9 una precisa legislazione in materia, come si \u00e8 detto, non esisteva. Alcuni studiosi (5) hanno perfino negato che esistesse un vero e proprio &quot;Institutum Neronianum&quot; contro i Cristiani e hanno quindi supposto che essi venissero condannati sulla base del diritto comune, cio\u00e8 non specificamente in quanto Cristiani ma bens\u00ec per delitto di lesa maest\u00e0 (rifiuto di sacrificare agli imperatori ), o sotto imputazione di incendio doloso ( come nel caso della persecuzione neroniana ), o di rifiuto a sottostare agli obblighi militari. Comunque, col passare del tempo anche persone di nobile condizione subirono il martirio nelle forme anticamente riservate ai membri delle classi inferiori. Il 7 marzo del 203 d.C., a Cartagine, una giovane matrona di nome Perpetua subiva il martirio nell&#8217;anfiteatro: secondo una versione fu calpestata da una vacca infuriata e finita con la spada, secondo un&#8217;altra venne data in pasto ai leoni (6). Nel 212 d.C. poi veniva promulgata la famosa &quot;Constitutio Antoniniana&quot; dall&#8217;imperatore Caracalla, figlio di Settimio Severo, che equiparava giuridicamente tutti gli abitanti dell&#8217;Impero ed aboliva la secolare distinzione tra cittadini e provinciali, salvo eccezioni. Il padre della. Chiesa, Origene, travolto dalla persecuzione di Decio ( 249-51 ), venne crudelmente torturato, tanto che ne mori pochi anni dopo, pur non essendo certo di umile condizione.<\/p>\n<p>E veniamo alla persecuzione di Diocleziano. A quel tempo il delitto di lesa maest\u00e0 veniva punito con la decapitazione per i membri delle classi superiori col rogo o con le belve per quelli delle classi inferiori. Per\u00f2 l&#8217;editto di persecuzione del 303 specificava che ogni Cristiano venisse degradato e perci\u00f2 era in ogni caso passibile delle pene riservate agli &quot;humiliores&quot;. Cos\u00ec si spiega la sorte di quel cristiano di Nicomedia che stracci\u00f2 l&#8217;editto imperiale: bench\u00e9 fosse di condizione aristocratica fu sottoposto a tortura, ustionato e infine arso vivo (7). Di molti altri supplizi dolorosi ed estremamente efferati siano a conoscenza, tra l&#8217;altro, dalle pagine della &quot;Storia Ecclesiastica&quot; di Eusebio di Cesarea: essi arrivavano fino al punto di versare aceto o sale nelle maghe dei torturati, l\u00e0 dove gi\u00e0 si intravedevano biancheggiare le ossa.<\/p>\n<p>Il caso dei membri dell&#8217;esercito per\u00f2, e particolarmente degli ufficiali, era diverso. Non sembrava decoroso che chi aveva sino al giorno innanzi indossato la lorica fosse suppliziato in pubblico e in maniera infamante. Per essi la pena consueta rimaneva la spada: Massimili ano fu cos\u00ec martirizzato, in Africa, l&#8217;anno 295- La formula a abituale della sentenza era: &quot;gladio animadverti placuit&quot;, si decret\u00f2 punire con la spada (8). Identica sentenza fu pronunziata contro l&#8217;ufficiale Marcello, in Spagna, nel 298 (9). Solo di San Sebastiano ci vien detto che venne condannato alla frecce, ma, anche la sua &quot;passio&quot; ci \u00e8 pervenuta, in una redazione totalmente leggendaria (10). A Milano, verso il 304, l&#8217;imperatore Massimiano fece condannare pure alla decapitazione due ufficiali del suo esercito, Felice e Nabor, di origine orientale o forse nord-africana: la Chiesa ricorda insieme il loro martirio il 12 giugno (il). Per tutte queste ragioni, propendiamo a credere che anche San Giorgio sia stato martirizzato mediante la decapitazione: se cos\u00ec non fu, dovette trattarsi di una rara eccezione, alla quale del resto sembra venir meno qualunque spiegazione soddisfacente.<\/p>\n<p>Quanto al luogo del martirio, checch\u00e9 ne dica il Moroni (12),esso ebbe luogo a Lydda in Palestina, fra Joppe e Gerusalemme (l3); che, come si \u00e8 visto, pi\u00f9 non esisteva. Non si pu\u00f2 spiegare diversamente il fatto che solo pochi decenni, forse pochi anni, dopo la sua morte, il suo culto abbia preso stabilmente dimora in quella localit\u00e0. Come nel caso di Pietro, di Paolo e di tanti altri martiri cristiani, il colto faceva sempre perno sulla tomba, non sul luogo della nascita o della residenza. Verosimilmente, l&#8217;idea del martirio di San Giorgio a Nicomedia nacque da un duplice ordine di fattori: l&#8217;identificazione, gi\u00e0 accennata, col martire che strapp\u00f2 l&#8217;editto di Diocleziano, e la tradizione che voleva Giorgio non soltanto alto ufficiale di Diocleziano, ma personalmente conosciuto e stimato, prima della persecuzione, dallo stesso imperatore: la cui residenza era, fin dall&#8217;inizio del suo lungo regno, appunto Nicomedia.<\/p>\n<p>(1) Cfr. At., XXII, 24-29.<\/p>\n<p>(2) Cfr. At., XXV, 10-12.<\/p>\n<p>(3) Cfr. Gv., XIX, 1. &#8216;<\/p>\n<p>(4) Cfr. Tac., &quot;Ann.&quot;, XV, 44.<\/p>\n<p>(5) Tra i quali T. Mommsen. Del cosiddetto &quot;Institutum Neronianum&quot; parla il solo Tertulliano ( 160 ca.-245 ca. ), due volte: in &quot;Apologeticun&quot;, V, 3; e in &quot;Ad nationes&quot;, 1,6.<\/p>\n<p>(6) La prima versione si trova nella &quot;passio&quot; delle sante Perpetua e Felicita, la seconda negli &quot;Acta&quot; ( processo verbale dell&#8217;interrogatorio) delle medesime.<\/p>\n<p>(7) Cfr. Lact., &quot;De mort. pers.&quot;, XIII, 2-3.<\/p>\n<p>(8) Cfr. &quot;Passio S. Maximiliani&quot;, III. Una edizione con traduzione e commento si trova in &quot;La non-violenza del Cristianesimo dei primi secoli&quot;, a cura di E. Butturini, Torino, 1977,pp. 21-35.<\/p>\n<p>(9) Secondo la &quot;Passio sancti Sebastiani&quot; ( prima met\u00e0 del V sec.) Sebastiano, guardi pretoriana di Diocleziano, sopravvisse miracolosamente al supplizio delle frecce e, dopo essere stato Giurato dalla matrona I re ne , si ripresent\u00f2 all&#8217;imperatore , che lo fece uccidere a bastonate. Il suo corpo venne sepolto sulla via Appia, ove pi\u00f9 tardi fu edificata una basilica a lui dedicata, tuttora esistente.<\/p>\n<p>(10) Nabor e Felice vennero in Italia da Utica ( probabilmente la moderna Tunisi ). I loro nomi, corrotti in S. F\u00e9lix e San Ambrosio, sono rimasti a due isolette del Pacifico, al largo delle coste del Cile. Cfr. &quot;Patrologia&quot; di J.P. Migne, Parigi,1845, torno XV, p.1.453; G. Moroni, op. cit. ,vol . XLVII ,p. 154; G. Gorney, &quot;The Isles of San F\u00e9lix and San Nabor&quot;, in &quot;The Georaphical Journal&quot;, sett.1920, pp.196-200.<\/p>\n<p>(11) Cfr. G. Moroni, op. cit. , voi. XXX, p. 262.<\/p>\n<p>(12) (!2)Cfr. R.&#8217;P. John, &quot;San Giorgio al Velabro&quot;, cit. ,p. 17; D. Balboni, in &quot;Bibl. Sanct.&quot;, cit., VI, col. 512.<\/p>\n<p>XXII. IL MARTIRIO COME REALTA1 U M A N A.<\/p>\n<p>Nello scrivere la &quot;biografia del santo, e specialmente nel narrare le vicende del suo martirio, il pericolo di cadere nel panegirico e di sostituire a una concreta, difficile e sofferta realt\u00e0 umana un&#8217;apologia vuota e squillante \u00e8 sempre presente (1). Ci\u00f2 \u00e8 accaduto molte volte in passato e non vi \u00e8 travisamento che qui noi vorremmo pi\u00f9 sinceramente evitare. I santi non piovono dal cielo, vivono la nostra medesima realt\u00e0 quotidiana, sono con noi nella nostra affaccendata vita di ogni giorno, ci &#8216;passano accanto e sembrano quasi confondersi nella folla anonima in cui si muovono. Per un errore di comprensiva storica, rafforzato dalla tradizione iconografica dei grandi pittori e dalla rumorosa retorica di certa letteratura agiografica, noi siamo portati inconsapevolmente a non poterci immaginare un santo se non nel tempo passato e a non riconoscerlo come tale se non dopo l&#8217;autorevole giudizio della maggioranza. Invece il santo \u00e8 un uomo fra gli uomini che vive, pensa e lavora nella societ\u00e0 e che apparentemente, a ano sguardo superficiale, noia sembra distinguersi in nulla dagli altri uomini. Perch\u00e9 riconoscere come santo una Caterina da Siena o un Francesco d&#8217;Assisi, questo oggi \u00e8 facile e son tutti capaci di farlo: ma riconoscere un santo nell&#8217;uomo della porta accanto, nel vicino di casa, nel collega di lavoro! Questo si \u00e8 veramente difficile: perch\u00e9 siamo soliti immaginarci la santit\u00e0 ammantata di panni affatto straordinari , e ci sembra di primo acchito incredibile ammettere che essa <em>pu\u00f2<\/em> anche rivestirsi, o camuffarsi, sotto i panni di coloro che vediamo tutti i giorni e che paiono cos\u00ec simili a noi. Questo appunto \u00e8 il paradosso del cavaliere della fede, gi\u00e0 sottolineato dal filosofo S\u00f6ren Kierkegaard (2), e in ci\u00f2 del resto consistette la principale ragione di scandalo dei Giudei riguardo a Ges\u00f9. Si crede che il santo piova dal cielo: &quot;Ma costui sappiamo di dov&#8217;\u00e8; il Cristo, invece, quando verr\u00e0, nessuno sapr\u00e0 di dove sia&quot; (3). &quot;Fon \u00e8 egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?&quot; (4); l&#8217;evangelista Matteo aggiunge: &quot;E si scandalizzarono per causa sua&quot;. (5)<\/p>\n<p>Tale fu anche, verosimilmente, il destino di Giorgio di Cappadocia. Un uomo come gli altri, un soldato come gli altri, un ufficiale come tanti altri. Al primo annuncio della persecuzione, per\u00f2, ecco che quest&#8217;uomo &quot;come tanti altri&quot; reagisce in &#8216;laniera diversa, forse inaspettata agli occhi dei suoi stessi commilitoni. Si spoglia dei suoi numerosi &quot;beni, ne fa dono ai poveri, e professa senza timore la sua fede in Cristo, ricusando di compiere il sacrificio alle altre divinit\u00e0. Sorpresa, stupore, imbarazzo. Poi, l&#8217;interrogatorio. Giorgio lo sostiene con semplicit\u00e0 e con fiducia, ben ricordando le parole del Maestro: &quot;Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato Me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ci\u00f2 che \u00e8 suo; poich\u00e9 invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia&quot; (6). Eppure, sarebbe bastato solo un piccolo sacrificio agli dei, secondo gli ordini dell&#8217;imperatore, poco pi\u00f9 di una semplice formalit\u00e0. Giorgio era un buon soldato, e le autorit\u00e0 non si privavano volentieri di un uomo simile, a quel tempo. Il procuratore avr\u00e0 provato dapprima con la persuasione, con i modi corretti e perfino rispettosi dovuti a un valoroso ufficiale. Giorgio era un uomo ancor giovane: gli avr\u00e0 detto, come gi\u00e0 al soldato Massimiliano: &quot;Attende iuventutem tuam ne miser pereas&quot; (7). La risposta di Giorgio fu ferma e serena. Non aveva Ges\u00f9 stesso rassicurato i Suoi con le parole: &quot;e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai padani. E quando vi consegneranno nelle loro ma non preoccupatevi di come o di che cosa dovete dire, perch\u00e9 vi sar\u00e0 suggerito in quel momento ci\u00f2 che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma \u00e8 lo Spirito del Padre vostro che parla in voi&quot;. (8) Probabilmente, l&#8217;inquisitore chiese anche a Giorgio, come era stato chiesto pochi anni prima a un altro ufficiale cristiano martire, Marcello: &quot;Quid tibi visum est contra disciplinam militarem te discingeres et balteum et spatam et vitam proiceres?&quot;, cio\u00e8 &quot;Che cosa ti \u00e8 saltato in niente di scioglierti dalla disciplina militare e gettare via la cintura e la spada e il bastone di comando?&quot; (5). Sappiamo infatti che Giorgio, prima di professarsi cristiano, si era spogliato delle armi e dell&#8217;abito militare, risolvendo la sua personale scelta fra i due &quot;padroni&quot;, Dio e Cesare, che da tempo lo tenevano incerto e diviso in se stesso, N\u00e9 saranno mancati i commilitoni cristiani che, cercando una scusa alla propria debolezza, avranno sussurrato: &quot;Che bisogno c&#8217;era di andare cos\u00ec incontro alla morte, costringere le autorit\u00e0 ad emettere una sentenza capitale, spingendole con le spalle al muro? Era proprio necessario?&quot;. La stessa cosa era gi\u00e0 capitata allo<\/p>\n<p>sconosciuto martire militare elogiato da Tertulliano nel suo celebre scritto &quot;De corona&quot;. (10) Infatti 1&#8217;integrit\u00e0 morale degli altri ci irrita, quando costituisce un richiamo indiretto alla nostra vilt\u00e0 e al nostro amore del quieto vivere.<\/p>\n<p>L&#8217;inquisitore dal canto suo avr\u00e0 insistito per ottenere il sacrificio ricorrendo a questo argomento: &quot;In sacro comitatu dominorum nostrorurn Diocletiani et Maximiani, Constantii et Maximi milites Christiani sunt et militant&quot;, ossia: &quot;Nella guardia al s\u00e9guito dei nostri signori Diocleziano e Massimiano, Costanzo ( Cloro ) e Massimo ( Galerio ), vi sono soldati cristiani e tuttavia prestano servizio&quot; (11). San Giorgio, come a suo tempo il martire Massimilano, dignitosamente avr\u00e0 risposto: &quot;Ipsi sciunt quod ipsis expediat&quot;, &quot;essi sanno cosa gli giovi&quot;, &quot;lo sapranno loro cosa gli giovi&quot;. &quot;Ego tamen Christianus sum et non possum mala facere, &quot;Tuttavia io sono Cristiano e non posso fare il male&quot; (l2).<\/p>\n<p>Infine, la sentenza e il martirio. In martirio coraggioso, senza retorica, confortato dalle parole del Maestro: &quot;E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere 1&#8242; anima&#8230; Chi dunque Mi riconoscer\u00e0 davanti agli uomini, anch&#8217;io lo riconoscer\u00f2 davanti al Padre mio che \u00e8 nei cieli; chi invece Mi rinnegher\u00e0 davanti agli uomini, anch&#8217;io lo rinnegher\u00f2 davanti al Padre mio che \u00e8 nei cieli.&quot; (13) Un ultimo pensiero, quando gi\u00e0 il carnefice sta snudando la spada: &quot;Signore Ges\u00f9, accogli il mio spirito&quot;.<\/p>\n<p>Abbiamo cercato in questo capitolo di ricostruire nella sua realt\u00e0 umana concreta il martirio del Nostro. Le libert\u00e0 che ci siamo permessi, in mancanza di una &quot;passio&quot; autentica, spero ci saranno perdonate, poich\u00e9 ci siamo basati interamente su documenti storici attendibili, quantunque relativi ad altri martiri militari della stessa persecuzione. Si fa presto a dire &quot;santo&quot;; si fa presto a dire &quot;martire&quot;. Con questi esorcismi noi scarichiamo la nostra coscienza: infatti, posto un abisso incolmabile fra la loro altezza e noi, non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 motivo di rimproverarci troppo le nostre debolezze, di essere troppo esigenti con noi stessi. Abbiamo voluto dimostrare che tale abisso non esiste come dato di partenza, ma solo come punto di arrivo. Perci\u00f2 non vi sono scusanti al nostro amore del quieto vivere. Ogni giorno della, nostra vita \u00e8 una scelta morale: e di ciascuno di essi saremo chiamati a rispondere.<\/p>\n<p>(1) Cfr. G. Petrilli, &quot;San Tommaso Moro&quot;, Milano, 1972, pp. 1-10.<\/p>\n<p>(2) S. Kierkegaard, &quot;Timore e tremore&quot;, ed. it. Roma,1976, pp. 68 sgg.<\/p>\n<p>(3) Gv., VII, 21.<\/p>\n<p>(4) Mt., XIII, 55-56.<\/p>\n<p>(5) Mt., XIII, 57.<\/p>\n<p>(6) Gv., XV, 18-19. &#8216;<\/p>\n<p>(7) &quot;Passio 3. Maximiliani&quot; , ed. cit. , p.30.<\/p>\n<p>(8) Mt., X, 18-20.<\/p>\n<p>(9) &quot;Passio S. Marcelli&quot;, ed. cit., pp. 40-41.<\/p>\n<p>(10) Tert., &quot;De Cor.&quot;, I. .<\/p>\n<p>(11) &quot;Passio S. Maximiliani &quot;, ed. cit., pp. 30-31.<\/p>\n<p>(12) &quot;Passio S. Maximiliani&quot;, ed. cit., p.31. Osserviamo per\u00f2 che nel caso di Massimiliano la motivazione della sentenza, era, il puro e semplice rifiuto di prestare servizio militare, in quello di Giorgio la professione di fede cristiana in quanto tale. Tale differenza \u00e8 &quot;bene evidenziata da questa domanda e risposta fra l&#8217;inquisitore e Massimiliano: &quot;Qui militant, quae mala faciunt?&quot; ; e il giovane: &quot;Tu enim scis quae faciunt&quot; , &quot;tu &quot;ben sai cosa fanno!&quot;.<\/p>\n<p>(13) Mt., X, 28; id., 32-33.<\/p>\n<p>(14) Mt., VII, 59: sono le parole del primo martire cristiano, S. Stefano, al momento della lapidazione.<\/p>\n<p>XXIII. LA DATA DEL MARTIRIO<\/p>\n<p>La maggior parte delle fonti e cos\u00ec pure degli autori moderni propende a fissare l&#8217;anno 303 come quello in cui avvenne il martirio del santo. La Chiesa celebra la sua festa il 23 aprile seguendo una tradizione assai antica e questa data non \u00e8 mai stata messa in discussione. Ora, se teniamo presente che la distruzione della cattedrale di Nicomedia ebbe luogo il 23 febbraio del 303, e il primo editto di persecuzione fu pubblicato nella capitale d&#8217;Oriente il giorno successivo, 24 febbraio, la data tradizionale del martirio di San Giorgio appare a prima vista convincente. Sia le antiche e pur fantasiose &quot;passiones&quot; greche e latine, sia la &quot;Legenda aurea&quot; di Jacopo da Varazze e cos\u00ec pure le vite dei santi di Simeone Metafraste, lasciano intendere che fra la pubblicazione dell&#8217;editto di persecuzione e la reazione di Giorgio, che si spogli\u00f2 dell&#8217;abito militare e fece pubblica professione di fede cristiana, dovette trascorrere un lasso di tempo piuttosto breve, anzi forse brevissimo. Poich\u00e9 l&#8217;editto apparve a Nicomedia il 24 febbraio e nelle province forse qualche giorno dopo (1), e considerato che l&#8217;arresto, il processo istruttorie, l&#8217;emissione della sentenza e infine l&#8217;esecuzione della condanna dovettero richiedere qualche giorno almeno, pure svolgendosi nella massima rapidit\u00e0, come il grado dell&#8217;imputato richiedeva, i due mesi che corrono da quella data al 23 aprile appaiono un tempo pi\u00f9 che ragionevole e naturale.<\/p>\n<p>Ora, poniamo per accettato che la data del martirio fu il 23 aprile. Quanto all&#8217;anno, ci permetteremo di verificare se il 303 sia quello che offre maggiori garanzie d\u00ec verosimiglianza. Per prima cosa procederemo per esclusione. Come dati di base possediamo quello del 24 febbraio, inizio della persecuzione, e il 1\u00b0 maggio del 305, data della pubblica e solenne abdicazione di Diocleziano e Massimiano (2). E1 infatti ben vero che la persecuzione anticristiana infier\u00ec ancora, nella &quot;pars Orientis&quot;, fino al 311, data dell&#8217;editto di tolleranza di Galerio (3), e in Siria e in Egitto fino al 313, data della morte di Massimino Daia, l&#8217;ultimo persecutore, a Zirallo, durante la guerra contro Licinio (4), ma la tradizione \u00e8 concorde ne11&#8217;affermare che il martirio di San Giorgio avvenne sotto Diocleziano e Massimiano, dunque entro i primi quattro mesi del 305. Ora, se il Nostro avesse subito il martirio il 23 aprile del 305, sarebbe stato appena pochi giorni prima dell&#8217;abdicazione dei due Augusti, e dunque una delle loro ultime vittime: il che non si accorda coi particolari dello, narrazione. Per una ragione simile non sembra molto probabile neppure il 23 aprile del 304, data alla quale, dei resto, Diocleziano si trovava in Italia, a Ravenna (5).<\/p>\n<p>A questo pianto rimane un&#8217;ultima possibilit\u00e0: che la data del martirio vada anticipata al 23 aprile del 302. Infatti la maggioranza degli studiosi ha sempre considerato il 303 come il termine &quot;ante quem&quot; del martirio di Giorgio, per il fatto che appunto nel febbraio di quell&#8217;anno venne pubblicato il primo editto di persecuzione. Vedremo ora che<\/p>\n<p>la questione non \u00e8 affatto cos\u00ec semplice ed evidente. Abbiamo gi\u00e0 ricordato Massimiliano, martirizzato in Africa nel 295, e Marcello, martirizzato in Spagna nel 298. Ora, \u00e8 ben vero che l&#8217;uno e l&#8217;altro non furono condannati a morte sotto la specifica imputazione di professione cristiana, ma il primo perch\u00e9 rifiat\u00f2 di lasciarsi arruolare, il secondo perch\u00e9 gett\u00f2 in terra la spada e la vite del comando. Prima del 302 diversi soldati romani di religione cristiana affrontarono il martirio, in diverse parti dell&#8217;Impero, non in virt\u00f9 di una specifica legislazione anticristiana, ma per essersi rifiutati di sottostare, in una forma o nell&#8217;altra, agli obblighi della disciplina militare. Questi episodi avevano gi\u00e0 cominciato ad indisporre l&#8217;animo di Diocleziano nei confronti dei Cristiani, e ancor pi\u00f9 lo inaspr\u00ec un incidente avvenuto a corte mentre l&#8217;imperatore si trovava in Oriente, ad Antiochia, per la guerra persiana.(6) Fu nel corso del 302 che Diocleziano, tornato a Nicomedia, convoc\u00f2 una conferenza, cui presero parte il suo Cesare Galerio e il filosofo pagano Jerocle (7), nemico irriducibile dei Cristiani, nel corso di essa venne prese la decisione di prescrivere un sacrificio religioso per tutti i soldati e gli ufficiali del1&#8217;esercito, decisione che venne immediatamente messa in atto. Tutti i militari di religione cristiana che rifiutarono di prendere parte al sacrificio vennero allontanati immediatamente dall&#8217;esercito: alcuni subirono il martirio (8). Cos\u00ec, bench\u00e9 il primo editto di persecuzione generale, quello del febbraio 303, non fosse stato ancora pubblicato, di fatto in seno all&#8217;esercito romano era gi\u00e0 in corso una persecuzione anticristiana in piena regola.<\/p>\n<p>Che altro dire? Giorgio di Cappadocia, ufficiale di rango elevato, non pot\u00e9 certo evitare di essere messo fin dal 302 davanti all&#8217;alternativa del sacrificio o della pena. La tradizione \u00e8 del resto concorde nel presentarcelo come un uomo dall&#8217;animo generoso e impulsivo, che non attende nemmeno l&#8217;ora del sacrificio ma spontaneamente, al primo annuncio delle misure prese contro la religione cristiana, si affretta a fare la sua pubblica professione di fede cristiana. Non \u00e8 pensabile che egli abbia potato evitare questa prima prova e che sia stato martirizzato solo nel corso della persecuzione generale, iniziata nel 303. Altrimenti si cadrebbe nel paradosso di ammettere che egli, essendo ancora nell&#8217;esercito alla data del febbraio 303, si era piegato l&#8217;anno prima a compiere il richiesto sacrificio alle divinit\u00e0 pagane: il che, francamente, appare del tatto impensabile.<\/p>\n<p>Naturalmente dobbiamo concludere che, se queste supposizioni sono esatte e se la data del martirio del Nostro deve essere anticipata al 23 aprile del 302, viene a cadere la possibilit\u00e0 che San Giorgio abbia preso parte al viario di Diocleziano in Italia. Questa possibilit\u00e0, per le ragioni che siaa venuti esponendo, pu\u00f2 infatti sussistere solo nel caso che Giorgio abbia subito il martirio nel 304 o nel 305, ipotesi che gi\u00e0 vedemmo debolmente sostenibile.<\/p>\n<p>(1) Diciamo forse, perch\u00e9 Diocleziano e Galerio avevano concertato la persecuzione fin dai mesi invernali, a Nicomedia, e avevano prescelto di scatenarla il 23 febbraio perch\u00e9, essendo la festa del dio Termine e la chiusura dell&#8217;anno civile, intendevano simbolicamente<\/p>\n<blockquote>\n<p>&quot;quasi por termine a quella religione&quot;, cio\u00e8 dei Cristiani: Lact. , &quot;De mort. pers.&quot;, XII, 1. Se tutto questo \u00e8 esatto, ne consegue che anche i governatori provinciali dovettero essere informati anticipatamente dei progetti dell&#8217;imperatore.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>(2) Zosimo, &quot;Storia Nuova&quot;, II, 7,2; Lact., &quot;De mort. pers.&quot;, XVIII, XIX; Oros., &quot;Hist. adv. Pag.&quot;, VII, 25, 14.<\/p>\n<p>(3) Lact., &quot;De mort. pers.&quot;, XXXIV, ne riporta il testo integralmente e ne ricorda la data precisa: il 30 aprile del 311. Galerio, caduto orribilmente malato a Nicomedia, nell&#8217;editto pregava tra l&#8217;altro i Cristiani &quot;a predare il loro Dio per la salute nostra, dell&#8217;Impero e propria&quot;. Lattanzio riscontra un precedente nel re seleucide Antioco Epifane, il persecutore della religione giudaica ( II Macc., IX ) caduto anch&#8217;egli preda di un morbo terribile e autore, sul letto di morte, di un editto di tolleranza religiosa. Galerio mor\u00ec poco dopo e la notizia fu resa pubblica a met\u00e0 maggio del 3H.<\/p>\n<p>(4) Zos., &quot;Storia Nuova&quot;, II, I7, 3; Oros., &quot;Hist. adv. Pag.&quot;, VII, 28, 17; Lact., &quot;De mort. pers.&quot;, XLIX, 1-7.<\/p>\n<p>(5) Cfr. cap. X, &quot;Al s\u00e9guito di Diocleziano&quot;, p.42 sgg.<\/p>\n<p>(6) Secondo Lact., &quot;De mort. pers.&quot;, X, una cerimonia sacrificale cui presenziava lo stesso Diocleziano fu turbata dalla presenza di alcuni servitori cristiani che, facendosi il segno della croce, misero in fuga i demoni e impedirono agli aruspici di trarre i consueti presagi. L&#8217;imperatore allora ordin\u00f2 di compiere i sacrifici a tutti coloro che si trovavano a palazzo, sotto pena di subire le verghe: &quot;e con ordini scritti ai comandanti militari prescrisse che anche i soldati fossero costretti a compiere quei nefandi sacrifici, e coloro che non obbedivano fossero allontanati dall&#8217;esercito&quot;. Noi potremmo anche supporre che dapprima Giorgio, in conseguenza di questa circolare imperiale, abbia lasciato l&#8217;esercito, e solo in s\u00e9guito abbia sofferto il martirio, nel corso della persecuzione generale. Ma non \u00e8 che un&#8217;ipotesi priva di qualsiasi elemento sicuro.<\/p>\n<p>(7) Jerocle era seguace delle dottrine anticristiane di Celso e Porfirio e pubblic\u00f2 uno scritto dal titolo &quot;Discorso amico della, verit\u00e0 ai Cristiani&quot;. Chateaubriand fece di questo personaggio il pi\u00f9 accanito persecutore dei Cristiani nel suo poema epico in prosa &quot;I martiri&quot; ( 1809 ).<\/p>\n<p>(8) Cfr. anche Raimondo Bacchisio Motzo, &quot;Diocleziano&quot;, in &quot;Enciclopedia Italiana&quot;, voi. XII, p. 922.<\/p>\n<p>XXIV. UNA FINE E UN PRINCIPIO<\/p>\n<p>Anche nel caso di San Giorgio, come in quello di tanti e tanti altri martiri cristiani, la vittoria del potere assolutistico impersonato dal dispotismo orientalizzante di Diocleziano fa solo apparente. Non si pu\u00f2 spegnere nel sangue un&#8217;idea, se essa ha profonde radici nel cuore degli uomini: e questo era il caso della fede per la quale anche Giorgio diede la propria vita. L&#8217;imperatore abbandon\u00f2 il trono, stanco egli stesso di tanto sangue, pochi anni dopo (1); Massimiano, l&#8217;altro feroce persecutore del nome cristiano, per tre volte depose la porpora e per tre tent\u00f2 di riprenderla, seminando di cadaveri la propria tragica strada: finir\u00e0 impiccato per ordine di suo genero, Costantino il Grande. (2) Galerio, l&#8217;altro implacabile persecutore, mor\u00ec dopo un regno sanguinoso e travagliato fra gli spasimi di una atroce malattia (3): ma egli stesso, prima di soccombere al male, riconobbe implicitamente la propria sconfitta emanando un editto di tolleranza religiosa con cui si ordinava di cessare ogni azione contro i Cristiani e si permetteva la ricostruzione delle chiese e dei luoghi del culto. Due anni dopo segu\u00ec l&#8217;editto di Milano, promulgato da Costantino e Licinio, che liber\u00f2 definitivamente i Cristiani dalI1incubo di ogni futura persecuzione.<\/p>\n<p>Il culto di San Giorgio sorse spontaneamente solo pochi anni dopo la sua morte e questo \u00e8 uno degli elementi secondo noi decisivi a conferma dell&#8217;esistenza storica del martire, da alcuni, come si disse a suo tempo, messa in dubbio o addirittura negata. (4) Il culto di Giorgio si localizz\u00f2 a Lydda, luogo del martirio, ove sono ancor oggi visibili i resti di una chiesa del IV secolo a lui dedicata, che \u00e8 databile forse all&#8217;et\u00e0 di Costantino (5) e comunque entro la met\u00e0 del secolo. Infatti un&#8217;epigrafe in lingua greca (6) datata dall&#8217;insigne studioso Delehaye al 368 parla di una &quot;casa dei santi e trionfanti martiri Giorgio e compagni&quot;. (7) Se si tiene presente che in quegli anni dovevano essere ancora in vita diversi testimoni e anche protagonisti della persecuzione dioclezianea, appare addirittura incredibile che una chiesa, venerata per i suoi martiri, frequentata da pellegrini di ogni contrada, sia stata innalzata alla memoria di un martire mai esistito. Possediamo poi due altre testimonianze, per\u00f2 pi\u00f9 tarde, entrambe del VI secolo. La prima \u00e8 di Teodosio Perigeta, un diacono che comp\u00ec verso il 530 un pellegrinaggio in Palestina e che fra l&#8217;altro scrisse: &quot;In Diosopolis ( Lydda ), ubi sanctus Georgius martyrizatus est, ibi et corpus eius est et multa mirabilia fiunt&quot; (8). L&#8217;altra \u00e8 di Antonino da Piacenza e risale al 570 circa (9).<\/p>\n<p>Intanto il culto del santo si allargava, sia all&#8217;interno dell&#8217;ambito triestine se che fuori. A Gerusalemme esistevano fin dal VI secolo un monastero e una chiesa a lui dedicata (10). A Gerico nello stesso secolo gli venne dedicato un monastero. (11) A Zorava nella Traconitide ( parte dell&#8217;antica tetrarchia di Filippo, oggi in Siria ) si ricordava uri &#8216; apparizione di San Giorgio a un tal Giovanni, come \u00e8 attestato da un&#8217;iscrizione del 515 (12). A nord dell&#8217;Armenia il paese della Colchide, entrato nell&#8217;orbita politica, economica e culturale di Bisanzio, assumeva in onore del santo il nome di Georgia (l3).La fantastica cavalcata del culto di San Giorgio nelle regioni dell&#8217;Europa occidentale non ebbe inizio, come erroneamente taluno ha raffermato, al tempo delle Crociate, poich\u00e9 esso \u00e8 documentabile fin dai secoli pi\u00f9 oscuri dell&#8217;alto Medio Evo e delle grandi invasioni germaniche. In Italia esso fu introdotto, o forse reintrodotto, al s\u00e9guito delle campagne di riconquista dell&#8217;imperatore Giustiniano. Infatti, durante la guerra greco-gotica ( 535-552 ), il generale bizantino Belisario fu assediato in Roma dargli Ostrogoti e in quella occasione affid\u00f2 una delle porte cittadine, quella di S. Sebastiano, alla custodia di San Giorgio. (14) E il santo, a quanto pare, fece buona guardia dall&#8217;alto delle mura Aureliane quasi sguarnite di difensori. Poco pi\u00f9 di un secolo dopo, sotto il pontificato di Leone II (682-83) venne costruita nella Citt\u00e0 Eterna la meravigliosa basilica di S. Giorgio al Velabro, sulla base di una diaconia preesistente (15), questo nobile monumento dell&#8217;architettura altomedioevale \u00e8 stato immortalato dalla penna impareggiabile di un grande studioso del passato di Roma, Ferdinand Gregorovius (16). E naturalmente una chiesa dedicata a 3an Giorgio esisteva, fin dal secolo VI, bella pi\u00f9 &quot;bizantina&quot; delle citt\u00e0 italiane del tempo, Ravenna, capitale dell&#8217;Impero Romano d&#8217;Occidente fin dal recano di Onorio ( 402 circa ) e poi sede dell&#8217;Esarca bizantino. (17) Naturalmente il culto del santo orientale ebbe grande successo anche a Venezia, l&#8217;altra grande citt\u00e0 &quot;bizantina&quot; del nostro alto Medio Evo, ove esistono a tutt&#8217;oggi due chiese a lui dedicate (18). Cos\u00ec pure, a Napoli il vescovo Severo fin dai primi anni del secolo V ( dunque circa cento anni dopo il martirio ) aveva fondato la basilica di S. Giorgio Maggiore. (19)<\/p>\n<p>Ma il culto del martire orientale non si limit\u00f2 alle province soggette, direttamente o indirettamente, alla potenza bizantina; esso penetr\u00f2 fin nel cuore dell&#8217;Italia longobarda. Il re Cuniberto ( 678-88 ) dedic\u00f2 a San Giorgio una chiesa nel borgo di Cornate, vicino a Milano (20). Di l\u00ec, il culto di Giorgio valic\u00f2 le Alpi e pass\u00f2 in Gallia. Lo troviamo anzi col\u00e0 fin dal tempo di S. Gregorio di Tours ( 538-594 ) in relazione al trasporto delle reliquie a Limoges e a Le Mans (2l), trasporto del quale anche Jacopo da Varazze ebbe conoscenza (22). Infatti nel 614 i Persiani avevano invaso la Palestina (23); ricacciati e disfatti dall&#8217;imperatore Eraclio, nel 637 gli Arabi guidati dal califfo Omar avevano conquistato definitivamente Gerusalemme (24) e le reliquie di San Giorgio erano state trasportate, insieme a molti altri oggetti sacri della religione cristiana, in Occidente. Il cranio del martire venne collocato nella Chiesa di San Giorgio al Velabro in Roma e venerato fin dai primi anni del secolo VIII (25). Altre reliquie andarono a Ferrara e a Venezia (26). Per tornare alla Gallia, il re dei Franchi Clodoveo ( 482-511) agli inizi del VI secolo aveva dedicato a San Giorgio un monastero, il cui culto venne diffuso dipoi da San Germano di Parigi.<\/p>\n<p>Mentre nel mondo orientale, dall&#8217;Egitto il culto del santo raggiungeva l&#8217;Etiopia (27) e vi si stabiliva saldamente, in Occidente esso raggiungeva la Britannia e, dopo l&#8217;invasione normanna, acquistava tale ampiezza da divenire il santo nazionale inglese (28). In Germania, poi, fin dal 550 circa, esisteva una basilica a lui dedicata a Magonza, celebrata anche da Venanzio Fortunato (29).<\/p>\n<p>Ma la nostra rassegna si ferma qui. La diffusione del culto del martire San Giorgio nel mondo \u00e8 un argomento cos\u00ec vasto e molteplice che richiederebbe uno studio a parte: e sa di esso molto \u00e8 gi\u00e0 stato scritto (30). Baster\u00e0 appena ricordare che durante il Medio Evo questo santo divenne protettore di citt\u00e0 ( Genova, Venezia, Barcellona), Stati ( Lituania) Georgia, Inghilterra, Catalogna, Aragona, Portogallo), organizzazioni (commercianti, Cavalieri di Aragona, Cavalieri della Giarrettiera ). In breve, per usare l&#8217;espressione del rev. E. T. John, Rettore della chiesa di San Giorgio al Velabro, bisogna, riconoscere che, se una parte della nostra vita eterna consiste nel ricordo che lasciamo ai posteri, allora San Giorgio, a dispetto dell&#8217;avarizia dei dati storici che di lui possediamo, \u00e8 pi\u00f9 vivo che mai (31). N\u00e9 Diocleziano} che a malapena, pot\u00e9 aver notizia della sua morte, n\u00e9 il procuratore romano che materialmente lo condann\u00f2 alla pena capitale, a Lydda, in Palestina, diciassette secoli fa, poterono certo immaginare che quel colpo di spada con cui fu troncata la testa di Giorgio lo avrebbe consegniate alla memoria imperitura dei secoli a, venire.<\/p>\n<p>(1) Diocleziano abdic\u00f2 a Ili come di a il 1\u00b0 maggio del 305 e subito dopo si ritir\u00f2 a vita privata nella sua casa-fortezza di Salona ( Spalato ), sulla costa della Dalmazia. Presiedette la conferenza di Carnuntum nel 308, in cui tent\u00f2 vanamente di appianare i gravi contrasti scoppiati in seno alla tetrarchia, e declin\u00f2 ogni invito a riassumere il potere. Chiese invano la restituzione di sua moglie e sua figlia, trattenute in ostaggio da Massimino Daia, e si spense misteriosamente a Salona verso il 313. Secondo una versione, si sarebbe egli stesso lasciato morire di fame.<\/p>\n<p>(2) Le circostanze, peraltro assai dubbie, della morte di Massimiano, sono narrate da Lact., &quot;De mort. pers.&quot;, XXX, 1-6, il quale ci informa anche ( id., XLII, 1 ) che subito dopo Costantino fece abbattere le sue statue e togliere le sue immagini dovunque si trovassero.<\/p>\n<p>(3) Sul letto di morte aveva raccomandato la moglie Valerla e la suocera Prisca a Licinio, da lui beneficato: il quale lo ricompens\u00f2 facendo assassinare entrambe pochi anni dopo ( Lact., op. cit.,<\/p>\n<p>XXXV, 2; LI, 1-2.<\/p>\n<p>(4) Cfr. A. Giannettini-C. Venanzi, &quot;La chiesa di San Giorgio al Velabro&quot;, cit., p. 14. Si tratta di una tesi piuttosto superficiale, quantomeno frettolosa, nel contesto di una monografia peraltro di indubbio valore. Gli Autori sostengono che Giorgio di Cappadocia fu una specie di ipostatizzazione degli ideali cavallereschi del Medio Evo. Ci si potrebbe per\u00f2 chiedere quanto di tale mentalit\u00e0 cavalleresca fu parto reale dell&#8217;et\u00e0 medioevale e quanto non sia da attribuire alla rappresentazione moderna, filtrata dal Romanticismo, degli ideali del Medio Evo. E oltre a questo, gli Autori sono impotenti a spiegare, ovviamente, come un bel giorno l&#8217;ideale sia stato calato, per frode o ingenuit\u00e0, in una figura storica e al tempo stesso del tutto irreale.<\/p>\n<p>(5) Cfr. D. Baldi, &quot;Guida di Terra Santa&quot;, Gerusalemme, 1953, pp.332-333.<\/p>\n<p>(6) L&#8217;epigrafe venne ritrovata a Eaccae di Batanaea. Questa regione, insieme alla vicina Gaulanitis o Gaulanitide ( capitale Cesarea di Filippo ) faceva parte nei tempi evangelici del principato di Erode Filippo, terzo figlio di Erode il Grande, cit. anche in Le. ,111, I, mentre nell&#8217;et\u00e0 di Diocleziano ( e quindi di San Giorgio ) venne inglobata nella provincia palestinese.<\/p>\n<p>(7) Questa iscrizione dimostrerebbe inoltre che il martirio di Giorgio in Palestina non rimase un fatto isolato, ma dev&#8217;essere inquadrato&#8217; in un fenomeno pi\u00f9 ampio riguardante l&#8217;ambiente militare durante la persecuzione anticristiana in quella provincia.<\/p>\n<p>(8) Teodosio Perigeta, &quot;De Situ terrae sanctae&quot;, in GSEL, XXXIX, Vienna 1898, p. 139. . ,<\/p>\n<p>(9) Antonino da Piacenza, &quot;Itinerarium&quot;, ibidem, p. 176. Una terza testimonianza in proposito, di Adamanno, \u00e8 dell&#8217;anno 670 circa: &quot;De locis sanctis&quot;, 111,4, ibidem, pp.288-294. E&#8217; cosi confermato che negli anni pi\u00f9 oscuri dell&#8217;alto Medio Evo, quando i Longobardi imperversavano in Italia e distruggevano per sempre citt\u00e0 come Altino e Oderzo, il culto di Giorgio passava direttamente, senza intermediari, dai luoghi d&#8217;origine al mondo occidentale: e ci\u00f2 molti secoli prima delle Crociate. ::<\/p>\n<p>(10) Ci\u00f2 \u00e8 documentato da una epigrafe, anch&#8217;essa del VI sec., cit. in J. Perrot, &quot;Syria&quot;, XXVII, 1950, pp. 194-196.<\/p>\n<p>(11) Cfr. P. Abel, in &quot;Revue Biblique&quot;, VIII, 1,911, pp. 286-289.<\/p>\n<p>(12) Cfr. Delehaye, &quot;Origines&quot;, p. 86.<\/p>\n<p>(13) La Colchide, teatro del mito greco di Gi\u00e0sone alla conquista del vello d&#8217;oro, si apr\u00ec al Cristianesimo sotto il principe Miriani verso il 265 d.C., dunque oltre mezzo secolo prima dell&#8217;Impero Romano, grazie all&#8217;influenza della vicina Armenia. Alla fine del IV secolo essa poteva dirsi interamente cristianizzata. Il culto di San Giorgio vi fu introdotto da Costantinopoli ove, \u00e8 bene ricordarlo, il martire era venerato nell&#8217;orfanotrofio cittadino.<\/p>\n<p>(14) L&#8217;episodio \u00e8 stato erroneamente collocato ria alcuni autori moderni nell&#8217;anno 527 circa: cfr. D. Balboni, in &quot;Bibl. Sanct.&quot;, cit., VI, col.518; &quot;Enciclopedia Italiana&quot;, vol. XVII, p.173. Ma Belisario sbarc\u00f2 in Sicilia, dando inizio alla ventennale guerra greco-gotica, solo nel 535; vi \u00e8 quindi un palese errore di cronologia riguardo all&#8217;assedio di Roma. Gfr. Procopio di Cesarea, &quot;De Bello Gothico&quot;, ed. it. Roma, 1974. .<\/p>\n<p>(15) Cfr. A.Co3t-.intini-C. Venanzi, cit. 5 R.T. John, cit.; M. Apollo-nj-Ghetti, cit. .<\/p>\n<p>(16) Cfr. P. Gregorovius, &quot;Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medio Evo&quot; (1859-73 ), ed. it. Roma, 1972 ( 6 voll. ), I, pp. 378-379.<\/p>\n<p>(17) Questa chiesa ravennate \u00e8 attestata dalla biografia del celebre<\/p>\n<p>vescovo Agnello: cfr. &quot;Codex Pontificalis Ecclesiae Ravennatis&quot;, in BIS, II, 2, 3j p.2I7. Essa sorgeva nel campo &quot;Coriandro&quot;, vicino al Mausoleo del re goto Teodorico il Grande e dunque non lungi dalla odierna stazione ferroviaria. Una seconda chiesa dedicata al santo di Cappadocia, &quot;Sancti Georgii de Porticibus&quot;, sorgeva nel quartiere del palazzo imperiale.<\/p>\n<p>(18) S. Giorgio dei Greci ( 1539-1561 ), il cui interno \u00e8 ricco di opere d&#8217;arte bizantine trafugate da Costabtinopoli; San Giorgio Maggiore ( fondata nel secolo X e ricostruita nel 1565-1610 ), che contiene, fra 1&#8242;.altro, il celebre dipinto di Vittore Carpaccio raffigurante la lotta fra San Giorgio e il drago.<\/p>\n<p>(19) Non lungi dal Duomo, fu ricostruita nel 1600 da C. Fanzago e conserva ancor oggi, all&#8217;ingresso, l&#8217;abside primitivo del IV-T secolo.<\/p>\n<p>(20) Cfr. C. Marcer\u00e0, &quot;II messale di Civate&quot;, Civate, 1958, p. 38.<\/p>\n<p>(21) Cfr. Gregorio di Tours, &quot;Miracolorum liber&quot;, I, CI, ediz. T. Ruinart, PL, LXXI, col. 792-793. .<\/p>\n<p>(22) Infatti Jacopo da Varazze cita esplicitamente Gregorio di Tours riguardo a questo episodio: cfr. la &quot;Legenda aurea&quot;, ed. cit. , p. 271.<\/p>\n<p>(23) Fin dal 611 il re persiano Cosroe II &quot;Parviz&quot; ( &quot;il Vittorioso&quot;) aveva sferrato una violenta offensiva contro i Bizantini, occupando la Siria e la citt\u00e0 di Damasco. Nel 614 i Persiani presero Gerusalemme, distrussero la chiesa del Santo Sepolcro e trafugarono a Ctesifonte la reliquia della Santa Croce.<\/p>\n<p>(24) Nel 635 gli Arabi avevano conquistato Damasco; nel 636 vinsero la decisiva battaglia sulle rive del fiume Yarmuk e nel 637, dopo due anni di assedio, entravano in Gerusalemme.<\/p>\n<p>(25) Una parte di esso fu trasferita nel 1600 a Ferrara.<\/p>\n<p>(26) Nel 1110 Roberto di Fiandra port\u00f2 un braccio di San Giorgio a Ferrara, facendone dono alla contessa Matilde, che a sua volta lo don\u00f2 alla cattedrale ( dedicata al santo di Cappadocia nel 1135 ). Cfr. G. Bertoni, &quot;La fondazione della cattedrale di Ferrara e l&#8217;iscrizione del 1135&quot;, in &quot;La cattedrale di Ferrara&quot;, Verona, 1937. UJn altro braccio del santo fu portato a Venezia nel 1462: cfr. G. Damerini, L&#8217;isola e il cenobio di San Giorgio Maggiore&quot;, Venezia, 1956, pp. 95 sgg. \u00c8 questa una pagina sgradevole, ma tutt&#8217;altro che infrequente, della religiosit\u00e0 medioevale, legata a forme di culto esteriori e spettacolose.<\/p>\n<p>(27) Cfr. D. Balboni, in &quot;Bibl. Sanct.&quot;, cit., VI, col. 517. L&#8217;arte copta dell&#8217;Etiopia siimpadron\u00ecanch0&#8217;essa del fortunato motivo iconografico della lotta di San Giorgio col drago, specialmente con miniature e dipinti.<\/p>\n<p>(28) Edoardo III fond\u00f2 nel 1348 l&#8217;Ordine di San Giorgio o &quot;della Giarrettiera&quot;.<\/p>\n<p>(29) Venantius Fortunatus, &quot;Carmina&quot;, II, 16, in PL, LXXXVIII, col. 107. Un&#8217;altra chiesa dedicata a San Giorgio fu eretta da Enrico II (1014-1024) a Bamberga.<\/p>\n<p>(30) Cfr. la ricca bibliografia sull&#8217;argomento contenuta in P. Toschi, &quot;la leggenda di San Giorgio nei canti popolari italiani&quot;, cit..<\/p>\n<p>(31) Cfr. R. T. John, &quot;San Giorgio al Velabro&quot;, cit., p. 17.<\/p>\n<p>APPENDICE I<\/p>\n<p>IL DRAGO., IL DIAVOLO, LA SIMBOLOGIA<\/p>\n<p>La leggenda del combattiineNto fra San Giorgio e il drago pu\u00f2 essere considerata partendo da due diversi punti di vista: quello di Giorgio Ev quello del drago. Nell&#8217;ambito della nostra indagine &#8211; che vuole essere essenzialmente una biografia storica &#8211; o, quanto meno, un tentativo di biografia storica &#8212; del santo di Cappadocia, noi abbiamo naturalmente privilegiato il primo punto di vista. Invero, a qua-to ci risulta questo \u00e8 stato pure l&#8217;approccio abitualmente seguito da tutti coloro i quali si sono occupati della leggenda. D&#8217;altra parte, i risultati conseguiti nel tentativo di lumeggiare le origini e lo sviluppo di essa hanno discretamente ripagato il nostro sforzo di comprensione. Tuttavia, a conclusione della nostra indagine, sentiamo il bisogno di completare il quadro della leggenda\u00bb tentando di gettare un po&#8217; di luce su un aspetto rimasto sino ad ora in ombra, e cio\u00e8 la simbologia del drago considerato in s\u00e9 stesso, prima ancora che in rapporto con San Giorgio e con la lotta mortale che avrebbe ingaggiato contro di lui.<\/p>\n<p>Infatti, aprendo a caso una enciclopedia, alla voce &quot;San Giorgio&quot; (1) leggiamo: &quot;&#8230;secondo la leggenda, soldato della Cappadocia che avrebbe ucciso in Libia un drago feroce (il demonio) e che sarebbe morto verso il 303, sotto Diocleziano&#8230;&quot;. Ora, questa immediata identificazione del drago ucciso da Giorgio, con il demonio, ci si presenta alla mente per effetto di una secolare tradizione allegorica, divenuta cos\u00ec salda da generare l&#8217;illusione di un&#8217;idea istintiva e non gi\u00e0 mediata da secoli di condizionamento culturale. Ma la domanda che bisognerebbe porsi \u00e8 piuttosto: Come, quando e perch\u00e9 ebbe inizio tale identificazione tra il drago e il demonio? Infatti, non \u00e8 essa dovuta &#8211; in una certa misura almeno &#8211; precisamente alla leggenda di San Giorgio? E se questo \u00e8 vero, in quale contesto andava letto l&#8217;episodio della lotta fra San Giorgio e il drago, quando tale leggenda era ancora agli esordi e non aveva acquistato la forza di una vera e propria tradizione allegorica e iconografica? In altre parole: che significato aveva il drago, e quindi che significato poteva avere uccidere il drago, prima che si affermasse con tutto il suo peso la leggenda del Nostro e la sua interpretazione convenzionale?<\/p>\n<p>Noi abbiamo gi\u00e0 risposto, almeno in parte, a tali interrogativi, occupandoci dello origini della leggenda e specialmente delle sue possibili fonti d&#8217;ispirazione, tanto pagane quanto giudaiche ( veterotestamentario ). Ma poich\u00e9, allora, la nostra attenzione era concentrata prevalentemente sulla figura storica di San Giorgio, mentre il drago non la interessava che in via aggiuntiva e, diciamo cos\u00ec, esteriore, vogliamo adesso, per amore di completezza, imboccare la via opposta e considerare la figura allegorica del drago in quanto tale. Solo in un secondo momento la set te remo a confronto con quella di San Giorgio; e, se i risultati cos\u00ec ottenuti combaceranno con quelli tradizionali, da noi gi\u00e0 considerati, potremo dirci interamente soddisfatti della soluzione a suo tempo proposta per l&#8217;insieme della leggenda\u00bb<\/p>\n<p>La prima constatazione che dobbiamo fare \u00e8 questa: non sempre la figura del drago riveste una connotazione malefica, tanto meno suggerisce sempre e istintivamente una relazione con le forze diaboliche. Che cosa \u00e8, infitti, un drago? \u00c8 un mostro favoloso, il cui aspetto \u00e8 derivato quasi sempre dai rettili, pur nella variet\u00e0 delle connotazioni particolari: sul corpo di serpente, o comunque di rettile, si innestano ali di pipistrello, testa e zampe di leone (o di cane, o di gatto) ,me atre le fauci , talvolta fornite di numerose lingue, emettono fumo e fiamme. Ora, fin dalla pi\u00f9 remota antichit\u00e0, il suo aspetto terrificante, ma al tempo stesso suscettibile di interessanti sviluppi figurativi, ne ha suggerito una massiccia utilizzazione in campo decorativo, sia pittorico che plastico. Ma non in tutte le tradizioni iconografiche le sembianze mostruose del drago hanno ispirato la convinzione di una sua natura diabolica o comunque malvagia. In Estremo Oriente, ad esempio, ove la figura del drago \u00e8 talmente familiare da costituire uno dei motivi ornamentali pi\u00f9 diffusi (2), essa \u00e8 concepiti, come figura positiva e addirittura &quot;benefica. In Giappone del resto \u00e8 credenza mitologica che il drago possa mutare aspetto e perfino rendersi invisibile. Nell&#8217;antica Cina era venerato come un celeste apportatore di pioggia dalle popolazioni contadine; il taoismo lo annover\u00f2 tra le forze deificate della natura; e la famiglia imperiale lo assunse come proprio simbolo distintivo (3). Alla fondamentale differenza di significato allegorico, rispetto alle civilt\u00e0 occidentali, l&#8217;Estremo Oriente ne aggiunge anche una di natura iconografica, che rappresenta una costante: tanto in Cina che in Giappone, pur essendo considerati potenze dell&#8217;aria, i draghi vengono raffigurati privi di ali (4).<\/p>\n<p>\u00c8 degno di nota il fatto che anche nell&#8217;antica Grecia, originariamente, il drago non possedeva affatto delle connotazioni di natura diabolica. Per i Greci, anzi, la muta annuale della pelle era un simbolo di autorinnovamento della natura, e di conseguenza il drago, la cui storia figurativa &#8211; come si \u00e8 visto &#8211; \u00e8 nata dal serpente, era considerato senza alcun sottinteso di carattere negativo. Se il serpente era un animale sacro (5), il drago non poteva certamente rappresentare una essenza diabolica: tale almeno sembra la conclusione suggerita dal mito del giardino delle Esperidi (6) e probabilmente anche da altri. (7) E&#8217; solo in un secondo tempo che appare Echidna, divinit\u00e0 femminile alata, met\u00e0 donna e met\u00e0 serpente, dalle abitudini antropofaghe, che unendosi al mostruoso gigante Tifone genera una numerosa progenie di draghi e di mostri: Cerbero (8), il leone di Nemea, la Chimera (9), l&#8217;idra di Lerna, la Sfinge (10). In questa fase di sviluppo della mitologia ellenica, il drago imperson\u00f2 le forze misteriose e incontrollabili della natura &#8211; una concezione probabilmente importata dall&#8217;Asia &#8211; e naturalmente venne affrontato in diverse occasioni dal maggiore degli eroi civilizzatori, Eracle (11).<\/p>\n<p>Figurativamente simile al drago era poi il dio nmessicano Quetzalcoatl, ossia il serpente piumato della civilt\u00e0 tolteca di Teotihuac\u00e0n (12), entrato dipoi nel Pantheon azteco; ma esso non aveva carattere malvagio, anzi era una divinit\u00e0 benefica e presentava inoltre evidenti caratteristiche di eroe civilizzatore! a. lui si doveva l&#8217;istituzione delle; cerimonie religione; lui aveva introdotto nel Messico antico la coltivazione del mais. (13) Un&#8217;altra divinit\u00e0 azteca, la maggiore, Huitzilopoctli, signore del Sole e della guerra, secondo la mitologia messicana era nato armato sin da principio del &quot;serpente di fuoco&quot; ( ossia, i raggi solari ); era questi per\u00f2 un dio terribile, che esigeva costantemente sacrifici umani (14) poich\u00e9 si nutriva del sangue dei mortali. (15)<\/p>\n<p>Il drago era largamente diffuso anche nella mitologia Mesopotamia e ancor pi\u00f9 largamente utilizzato come elemento iconografico di carattere decorativo. Nella scultura assira ( e, pi\u00f9 tardi, in quella persiana ), prevaleva il toro alato con testa regale (16), ma Babilonia il drago era ben differenziato, dal punto di vista figurativo, sia dal toro che dal leone e dagli altri animali mostruosi. Sulla porta di Ishtar, decorata con 575 figure di tori e draghi, questi ultimi rappresentavano il dio Marduk, ossia la divinit\u00e0 principale dei Caldei (17). Nella mitologia sumerica il drago impersonava il principio negativo del cosmo e fu probabilmente al tempo dell&#8217;esilio &quot;babilonese che gli Ebrei identificarono il serpente del &quot;Genesi&quot; con il demonio, cos\u00ec come presero dimestichezza con l&#8217;angelologia e la demonologia in genere (18). Infatti tali concetti sono pressoch\u00e9 assenti dalle parti pi\u00f9 remote dell&#8217;Antico Testamento, nonostante che vi compaiano maghi e streghe. (19) \u00c8 possibile ad esempio seguire la progressiva demonizzaziono del Leviathan, che nei Salmi designa genericamente un cetaceo ed \u00e8 detto &quot;creato da Dio&quot; (20), mentre in Giobbe, se da un lato indica semplicemente il coccodrillo (21), dall&#8217;altro \u00e8 il mostro capace di inghiottire il Sole per opera degli stregoni (22) e che, in Isaia, simboleggia esplicitamente le forze diaboliche, che Dio stroncherai nel si giorno del giudizio (23).<\/p>\n<p>Con la demonizzazione del Leviathan presso gli Ebrei e di Echidna presso i Greci, frutto entrambe dell&#8217;impatto della mitologia mesopotamica sulle civilt\u00e0 dell&#8217;Occidente, sono gettati i presupposti per la raffigurazione medioevale del demonio in sembianza di drago. Il passo \u00e8 definitivamente compiuto nella &quot;Apocalisse&quot; giovannea, ove con un trasparente riferimento al racconto del &quot;Genesi&quot; il dragone \u00e8 detto &quot;serpente antico&quot; e viene precipitato da Michele dopo una terribile lotta celeste. (24) In questa fase della cultura ebraica aveva gi\u00e0 fatto irruzione ama concezione dualista che, appena accennata nell&#8217;Antico Testamento, fu rafforzata senza paragoni dagli influssi dello gnosticismo prima, e del manicheismo poi.<\/p>\n<p>La concezione cristiana del demonio risaliva in massima parta a quella giudaica e naturalmente, attraverso di questa, anch&#8217;essa risent\u00ec moltissimo dell&#8217;influsso orientale, iranico in particolare. Nel Nuovo Testamento, d&#8217;altra parte, s\u00ec parla del demonio assai pi\u00f9 frequentemente che nel Vecchio, tuttavia senza ricorrere all&#8217;immagine del drago. Il diavolo, nel Nuovo Testamento, \u00e8 essenzialmente antropomorfo; solo nella prima lettera li Pietro (25) \u00e8 paragonato a un leone ruggente, che si aggira in cerca di anime da divorare. Ma nell&#8217;ambiente sincretistico dell&#8217;Asia Anteriore, ove tra la fine del I secolo e l&#8217;inizio del III il Cristianesimo acquist\u00f2 forza decisiva, le idee relative al principe del mondo (26) furono influenzate, assai pi\u00f9 che dalla sobria predicazione evangelica, dallo fascinose mitologie orientali, che, essendo per lo pi\u00f9 d&#8217;ispirazione nettamente dualistica, facevano ampio spazio alle potenze de numi acne. In questa fase della religiosit\u00e0 tardo antica, che il Burckhardt ha chiamato, non senza buone ragioni, &quot;demonizzazione del paganesimo&quot; (27); la misteriosofia si arricchisce di riti cruenti e raccapriccianti, il sangue umano ne diviene una parte essenziale del culto; compaiono perfino gli adoratori del demonio, quali, secondo S, Ireneo, erano gli ofit. (28) Grazie al vigore morale e dottrinario dei dottori della Chiesa, il Cristianesimo riusc\u00ec a superare le pericolose seduzioni del dualismo, sia mandeo che manicheo (29), ma il suo patrimonio iconografico cominci\u00f2 inevitabilinente ad arricchirsi di draghi, di nostri, di creature d&#8217;incubo, che raggiunsero il diapason nella scultura romanica e gotica di parecchi secoli dopo,.<\/p>\n<p>Il drago della leggenda di San Giorgio ci \u00e8 descritto come una creatura anfibia; vive in un immenso stagno, ma spinge le sue micidiali incursioni fin sotto le mura della citt\u00e0, tanto da bruciare col suo fiato infuocato gli abitanti che s\u00ec trovano nei paraggi (30). Iconograficamente, sono palesi le analogie con i due draghi virgiliani che, usciti dalle acque davanti a Troia, uccisero il sacerdote Laocoonte o i suoi due figlioletti. (31) Ma nell&#8217;&quot;Eneide&quot; i due nostri acquatici non appaiono che i ciechi esecutori di una volont\u00e0 divina; non possiedono alcuna consistenza propria, come il drago ucciso da Giorgio. Per comprendere, dunque, il processo di &quot;personalizzazione&quot;, e pi\u00f9 precisamente di demonizzazione, del drago di Silene, dobbiamo rifarci a tutt&#8217;altra fonte, e cio\u00e8 alla tradizione allegorica della iconografia cristiana. Un esempio celebre: in molti dipinti medioevali e rinascimentali a fianco di San Gerolano \u00e8 raffigurato un leone (32), il quale non aveva alcun riferimento con la biografia storica del santo, ma simboleggiava puramente e semplicemente le passioni faticosamente domate (33). Ora, cosi come San Gerolamo dom\u00f2 il leone ruggente delle proprie passioni (il demonio della prima lettera di Pietro!), San Giorgio vinse il drago della persecuzione, ispirata a Diocleziano dal diavolo, affrontando serenamente il martirio e ottenne, come gli antichi atleti delle gare pagane, la palma della vittoria (34). Reminiscenze svariate, dunque, in parte giudaiche, in parte orientali, in parte greco-romane, favorirono gli sviluppi della leggenda che nasceva da un fatto storico reale: l&#8217;eremitaggio di Gerolamo a Betlemme nel primo caso, il martirio subito da San Giorgio nel secondo. Tutti questi elementi mitologici, che nella iconografia medioevale presero decisamente il sopravvento sulla parte propriamente storica della biografia di Giorgio di Cappadocia, si accordavano benissimo con i dati storici, ahim\u00e8 scarsi e confusi, che della sua vicenda si possedevano, e venivano a colmare la naturale curiosit\u00e0 dei fedeli e, fino ad un certo punto, la loro sete di meraviglioso.<\/p>\n<p>Senza volere intentare un anacronistico processo alla mentalit\u00e0 dei tempi, debbiano riconoscere che \u00e8 giunta l&#8217;ora di enucleare la concreta realt\u00e0 umana del Nostro dal contesto leggendario in cui l&#8217;avvolsero i secoli. Potremo cosi restituirle anche, nella loro piena importanza, quei valori concreti, morali e religiosi, che fanno della santit\u00e0 un faro luminoso e un costante punto di riferimento nella caliginosa incertezza della nostre scelte.<\/p>\n<p>(1) Enciclopedia Tumminelli, 2&#8242; ed., Roma, 1949, vol. 1, p. 874.<\/p>\n<p>(2) Di solito l&#8217;occidentale, ignaro di mitologia cinese, ignora il fatto che l&#8217;amplissima diffusione iconografica del drago in Estremo Oriente deriva essenzialmente dalla sua funzione apotropaica. Nella religione popolare cinese, infatti, il drago impersona le forze benefiche della natura e, di conseguenza, ha la funzione di allontanare e di scongiurare quelle malefiche; solo molto pi\u00f9 raramente il drago simboleggia esso stesso le forze ostili.<\/p>\n<p>(3) Si pensi, del resto, all&#8217;ampio sfruttamento del motivo iconografico del drago, proprio per le sue possibilit\u00e0 decorative, nel campo dell&#8217;araldica europea. .<\/p>\n<p>(4) Sarebbe impossibile fornire anche solo un rapido quadro descrittivo dell&#8217;impiego dal drago nell&#8217;iconografia estremo-orientale. Per la sua funzione apotropaica esso \u00e8 presente anche nell&#8217;architettura profana, in tutti i vecchi quartieri delle citt\u00e0 cinesi. Ricordiamo soltanto le statue ed i bassori lievi di draghi nel Palazzo d&#8217;Inverno a Pechino; nel tempio dei Lama, sempre a Pechino; o i famosi guardiani del Phrakeo (cappella reale) del Grande Palazzo di Baagkok. . .<\/p>\n<p>(5) Basti pensare al serpente sacro di E oc al api o, dio della medicina, o al Pitone di Delfi, che custodiva l&#8217;oracolo di Temi s che fu ucciso da Apollo, il quale si impossessi dell&#8217;oracolo e istitu\u00ec, i giochi pitici.<\/p>\n<p>(6) II giardino delle Esperidi (figlie della Notte o di Atlante) era perduto a Occidente e vi si trovavano i favolosi pomi d&#8217;oro, regalo di nozze di Gea ad Era, custoditi dal drago Ladon. Eracle, aiutato da Nereo, scopri il giardino, uccise il drago e rub\u00f2 i frutti. R. Th\u00e9v\u00e9nin ( &quot;I Paesi leggendari&quot;, tr. it. Milano, 1960, pp.7-14) sostiene che i pomi d&#8217;oro erano certamente arance, all&#8217;epoca rare o sconosciute in Grecia, ma rinuncia a identificare il drago.<\/p>\n<p>(7) Nella Colchide, ad esempio,il drago del re Beta custodiva il vello d&#8217;oro consacrato da Frisso ed Elle a Zeus (probabilmente, una pelle di montone che alcuni popoli primitivi utilizzavano per separare l&#8217;oro dalle sabbie fluviali). L&#8217;impresa di Giasone che, aiutato da i Medea, uccise il drago e rub\u00f2 il vello, era dunque, indubbiamente, sacrilega.<\/p>\n<p>(8) Gr. Kerberos, cane tricefalo custode degl&#8217;Inferi (Verg\u00bb, &quot;Aen.&quot;, VI, 417-18),che Dante, pur conservandogli fattezze canine, tende a umanizzare, fornendolo di &quot;barba&quot; o &quot;mani&quot; (&quot;Inf.&quot; , VI, 13-53 ).<\/p>\n<p>(9) Gr. Chirmaira, animale mostruoso con corpo di capra, testa d\u00ec leone e coda di drago. Infestava la Licia (il mito \u00e8, dunque, probabilmente di origine asiatica), finch\u00e9 venne ucciso da Bellerofonte (Omero,&quot;Iliade&quot;, VI, 179). La Chimera era ben nota anche agli Etruschi (celeberrima la Chimera d&#8217;Arezzo, bronzo del V sec. a. C.), attraverso la Grecia: ma essa, a sua volta, era estranea al mondo ellenico. La chimera vi arriv\u00f2, insieme ad altri animali mostruosi, dall&#8217;Oriente: cfr. O.W. Von Vacano, &quot;Gli Etruschi nel mondo antico&quot;, tr. it. Bologna,1977,pp.83-84.<\/p>\n<p>(10)Gr. Phix, mostro con corpo di leone, ali di uccello, testa e busto di donna, che divorava i viandanti sulla strada ili Tebe, finch\u00e9 fu vinta da Edipo. Da non confondersi con la Sfinge egiziana, con corpo di leone e testa regale.<\/p>\n<p>(11)Eracle strangol\u00f2 il leone di Nemea nella sua prima fatica; uccise l&#8217;idra di Lerna nella seconda; cattur\u00f2 Cerbero nella dodicesima e ultima. .<\/p>\n<p>(12)In lingua nahua &quot;Quetzalcoatl&quot; significa appunto &quot;serpente piumato&quot;. Per 1&#8217;iconografia, si cfr. le grandi sculture del tempio di Teotihuac\u00e0n.<\/p>\n<p>(13)Nella concezione dualistica azteca, Quetzalcoatl lottava col dio distruttore Tezactlipoca, dal quale infine venne espulso da Tula; ma andandosene a oriente, aveva promesso un giorno di tornare. Su tale leggenda gioc\u00f2 Cort\u00e9s dopo il suo sbarco nel regno di Montezuma, nel 1519-1520.<\/p>\n<p>(14)Infatti per gli Aztechi l&#8217;obiettivo principale della guerra era la cattura di vittime sacrificali:cfr.W.M. Prescott, &quot;La conquista del Messico&quot;, tr. it. Roma,1977, pp.33-46,<\/p>\n<p>(15)Quando a Tenochtitl\u00e0n (Messico) venne eretto, nel 1486,il grande tempio piramidale dedicato a Huitzilopoctli, il re azteco Ahuitzotl condusse una campagna bellica per due anni e sacrific\u00f2 al dio 20 mila prigionieri di guerra. Cfr. V. von Hagen, &quot;Civilt\u00e0 e splendore degli Aztechi&quot;, tr. it. Roma, 1977,pp.167-170.<\/p>\n<p>(16) Per l&#8217;iconografia assira, cfr. spec. i tori dal palazzo di Khorsabad; per quella persiana, 1 &#8216; Apadana (sala ipostila) di Persepoli.<\/p>\n<p>(17)Il dragone di Marduk ha corpo di quadrupede, dorso squamoso, zampe, coda e testa di rettile,e un lungo corno sulla fronte. Cfr. l&#8217;ottimo libro di A.Parrot, &quot;Babilonia e l&#8217;Antico Testamento&quot;, tr. it. Roma, 1973, pp. 19-21. .<\/p>\n<p>(18) Influssi evidentissmni della concezione iranica (mazdea) relativa agli angeli e ai demoni si trovano, come gi\u00e0 dicemmo, nel &quot;Libro di Tobia&quot; ,interamente ambientato nella Media, ove Rafael e Asmodeo si misurano faccia a faccia. Ora, Rafael \u00e8 uno dei sette spiriti planetari, benigni (&quot;Amesha Spenta&quot;) mazdei: in caldeo, Raphael, signore del Sole (cos\u00ec come Gabriel lo \u00e8 della Luna e Michael di Mercurio). Asmodeo, che taluno ricollega al verbo ebraico &quot;samad&quot;, &quot;distuggere&quot; (e dunque &quot;il distruttore&quot;), probabilmente deriva dal persiano Aeshma, uno dei sette caapi demoni opposti agli Amesha Spenta, e da &quot;daeva&quot; (=demone).<\/p>\n<p>(19) Baster\u00e0 ricordare i maghi del faraone, capaci di trasformare le verghe in serpenti ( &quot;Esodo&quot;, VII, 12 ), e, in ambiente giudaico palestinese, la negromante di En-Dor consultata da Saul la vigilia della battaglia decisiva contro i Filistei (&quot;I Samuele&quot;, XXVIII, 7-25).<\/p>\n<p>(20) Salmo CIV (CIII della &quot;Vulgata&quot;) ,vv.25-26:&quot;Eeco il mare grande e spazioso \/ in esso guizzano senza numero \/animali piccoli e grandi : \/lo solcano le navi \/e il Leviathan, da te creato, vi si diverte&quot;,<\/p>\n<p>(21) Giobbe&quot;, XL, 25 sgg.<\/p>\n<p>(22) Giobbe&quot;, III, 6-8: &quot;Quel giorno lo possegga il buio, non si aggiunga ai giorni dell&#8217;anno, non si computi nel numero dei mesi. Quella notte sia sterile, non conosca grida di gioia; la maledicano quei che maledicono il giorno, quelli che son pronti ad eccitare Leviathan&quot;.<\/p>\n<p>(23) Isaia&quot;, XXVII, 1: &quot;In quel giorno il Signore visiter\u00e0 con la sua spada dura, grande, forte il Leviathan, l&#8217;agile serpente, il Leviathan, il serpente tortuoso, e uccider\u00e0 il mostro che \u00e8 nel mare.&quot;<\/p>\n<p>(24) &quot;Apocalisse&quot;, XII, 7-9. Anche Michele, come si \u00e8 visto, deriva dagli Amesha Spenta persiani.<\/p>\n<p>(25) &quot;I Pietro&quot;, V, 8: &quot;Siate sobri e state in guardia? Il diavolo, vostro avversario, si aggira, come leone ruggente, in cerca di chi divorare&quot;. Anche nell&#8221;&quot;Apocalisse&quot;, naturalmente, iconografia del diavolo si discosta enormemente da quella dei Vangeli,<\/p>\n<p>(26) &quot;Principe del mondo&quot; \u00e8 chiamato il diavolo da Ges\u00f9 durante l&#8217;ultima cena in Giovanni, XIV, 30; &quot;mundus&quot;, naturalmente, nel significato che ha apparito la parola nel Vangelo giovanneo,<\/p>\n<p>(27)A questo argomento, per allora nuovo alla storiografia tardo-antica, J. Burckhardt dedic\u00f2 un intero capitolo della sua &quot;Die Seit Konstantins der Grossen&quot; (1853, tr. it. nella Biblioteca Italiana di Storia Patria, 1970).<\/p>\n<p>(28) Cos\u00ec detti perch\u00e9 adoravano il serpente (in greco &quot;\u00f2phis&quot;) Essi, infiammati dal pensiero di Marcione, identificavano il Dio dell&#8217;Antico Testamento, Yaweh, come il principio del male, mentre pensavano che il serpente dell&#8217;Eden fosse un salvatore e un portatore di verit\u00e0. Cfr. L.Kolakowoki, voce &quot;Diavolo&quot; della Enciclopedia Einaudi, vol. 4, P.709.<\/p>\n<p>(29) Il manicheismo specialmente giunse a mettere in forse l&#8217;affermazione del Cristiane cimo, attirando molti ingegni del tempo; lo stesso Agostino ne fu sedotto, in Africa, per qualche tempo. cfr. &quot;Confessiones&quot;, V, 6.<\/p>\n<p>(30) Cfr. J. Da Varazze, &quot;Legenda aurea&quot;, ed. cit., p.265.<\/p>\n<p>(3l) Vers., &quot;Aen.&quot;, II, 203-227.<\/p>\n<p>(32) Citiamo fra i tanti i dipinti di Colantonio (Napoli, Galleria Nazionale di Capodimonte) e Antonello da Messina (Londra, National Gallery).<\/p>\n<p>(33) Probabilmente la leggenda del leone nacque da una lettura affrettata di un passo dello stesso Santo: cfr. L. Mumford, &quot;La condizione dell&#8217;uomo&quot;, tr. it, Milano, 1977 (2 voll.), I, p 108.<\/p>\n<p>(34) Si pensi soltanto ai martiri del mosaico parietale di Sant&#8217;Apollinare Nuovo a Ravenna; alla Vittoria Eucaristica nel mosaico pavimentale della Basilica di Poppo ad Aquileia, ove compaiono sempre gli antichi simboli di vittoria delle gare sportive (la palma e la corona d&#8217;alloro); o &#8211; per quanto riguarda la tradizione letteraria &#8211; alla &quot;Passio&quot; di Perpetua e Felicita (&quot;Racconto di Perpetua&quot;, X).<\/p>\n<p>APPENDICE II<\/p>\n<p>TAVOLA CRONOLOGICA<\/p>\n<p>DEI SOVRANI SASSANIDI<\/p>\n<p>Come il lettore certamente ricorder\u00e0, abbiano dedicato un capitolo della nostra ricerca a confutare l&#8217;ipotesi che San Giorgio possa essere stato ufficiale nell&#8217;esercito persiano e avere subito il Martirio sotto il re persiano Daciano. Tra le altre argomentazioni da noi addotte a sostegno di questa smentita, ricordammo il fatto che nessun sovrano di Persia, al tempo in coi Giorgio visse &#8211; e, invero, neppure prima n\u00e9 dopo &#8211; port\u00f2 i1 none di Daciano o simile.<\/p>\n<p>Riportiamo qui una tavola cronologica dei monarchi saasanidi, dall&#8217;avvento della dinastia che succedette agli Arsacidi fino alla conquista musulmana, per provare tale affermazione. Poich\u00e9 non vi \u00e8 completo accordo fra gli storiai moderai sulla cronologia e sul numero esatto dei re sassanidi, a causa dei vari contestatori e pretendenti che qua e l\u00e0 complicano il quadro, abbiano dovuto di necessit\u00e0 fare una scelta, adottando la cronologia di A..L. Oppenheim (&quot;L&#8217;antica Mesopotamia, ritratto di una civilt\u00e0&quot;, ed. it. Roma, 1977, pp. 298-299), uno dei maggiori studiosi contemporanei delle civilt\u00e0 dell&#8217;antico Medio Oriente.<\/p>\n<p>1. Ardashir I 224-241<\/p>\n<p>2. Shapur I 241-272<\/p>\n<p>3. Hormizd I 272-273<\/p>\n<p>4. Bahram I 273-276<\/p>\n<p>5. Bahram II 276-293<\/p>\n<p>6. Bahram III 293<\/p>\n<p>7. Narses 293-302<\/p>\n<p>8. Hormizd II 302-309<\/p>\n<p>9. Shapur II 309-379<\/p>\n<p>10. Ardashir II 379-383<\/p>\n<p>11. Shapur III 383-388<\/p>\n<p>12. Bahram IV 388-399<\/p>\n<p>13. Yazdegerd I 399-420<\/p>\n<p>14. Bahram V 420-438<\/p>\n<p>15. Yazdegerd II 438-457<\/p>\n<p>16. Hormizd III 457-459<\/p>\n<p>17. Firun 457-484<\/p>\n<p>18. Balash 484-488<\/p>\n<p>19. Kavadh I 488-496<\/p>\n<p>20. Jamasb 496-499<\/p>\n<p>21. Kavad II 499-531<\/p>\n<p>22. Chosroes I 531-579<\/p>\n<p>23. Hormizd IV 579-590<\/p>\n<p>24. Chosroes II 590-628<\/p>\n<p>23. Bahram VI 590-591<\/p>\n<p>26. Bistam 591-596<\/p>\n<p>27. Kavad III 627-628<\/p>\n<p>28. Ardashir III 628-630<\/p>\n<p>29. Purandokht 629-631<\/p>\n<p>30. Shahrbaraz 630<\/p>\n<p>31. Hormizd V 631-632<\/p>\n<p>32. Chosroes III 632-633<\/p>\n<p>33. Yazdegerd III 633-651<\/p>\n<p>APPENDICE III<\/p>\n<p>L&#8217;OPINIONE DI ALCUNI STUDIOSI<\/p>\n<p>Per concludere, riportiamo la voce &quot;san Giorgio martire&quot; della &quot;Enciclopedia Cattolica&quot; (Firenze, 1951, vol. VI, 441-445), da alcuni studiosi di indiscusso valore, che espongono oggettivamente i dati scientifici della questione e avanzano alcune ipotesi circa l&#8217;origine della leggenda, utilizzando anche i preziosi studi del Deleahaye. Agostino Amore, gi\u00e0 professore di Storia Ecclesiastica nel Pontificio Ateneo Antoniano di Roma, esamina la biografia del santo e la tradizione relativa alla sua &quot;passio&quot;. Vitold Wehr, esaminando alcune opere nel numero sterminato di quelle dedicate a san Giorgio e specialmente alla lotta con il drago, si occupa della tradizione iconografica relativa al santo. Paolo Toschi, docente di Letteratura delle tradizioni popolari all&#8217;Universit\u00e0 di Roma alla met\u00e0 del secolo scorso, privilegia la lettura simbolica e &quot;folkloristica&quot; della figura di San Giorgio rispetto a quella storica, partendo dal fatto &#8211; incontestabile &#8211; che il culto di San Giorgio \u00e8 un grandioso edificio delle cui fondamenta &#8211; la concreta biografia del santo &#8211; ben poco sappiamo; che esiste, cio\u00e8, una vistosa asimmetria fra l&#8217;aspetto del culto popolare e la figura storicamente documentata del Nostro. Non \u00e8 l&#8217;unico caso nella storia del Cristianesimo (basti pensare al culto di S. Gennaro, limitato per\u00f2 a un preciso ambito locale: Napoli e dintorni), n\u00e9 deve destare scandalo. Anche se commistioni con elementi puramente leggendari e perfino con aspetti dei culti pre-cristiani sono pi\u00f9 che probabili, ci\u00f2 non significa automaticamente che <em>tutta<\/em> la vicenda storica di San Giorgio sia da relegarsi nel Limbo della leggenda. \u00c8 gi\u00e0 accaduto numerose volte e forse accadr\u00e0 ancora (non solo in ambito cristiano n\u00e9 solo in ambito religioso) che la devozione popolare ricami sopra uno zoccolo storico ben definito una serie di aggiunte, abbellimenti, deformazioni, che non autorizzano per\u00f2 a liquidare il <em>fatto<\/em> storico che ne \u00e8 alla base come puramente leggendario. Le leggende, infatti &#8211; come ci siamo sforzati di mostrare nelle pagine precedenti &#8211; non nascono mai dal nulla; e i semplici desideri e le semplici aspirazioni delle masse possono aggiungere qualcosa a un dato storico originario, ben difficilmente inventarlo di sana pianta; tanto pi\u00f9 se secoli e secoli di storia si succedono con fervore sempre fresco e inalterato nella venerazione di quei personaggi.<\/p>\n<p><em>&quot;Venerassimo fin dall&#8217;antichit\u00e0 sia in Oriente come in Occidente. Il santuario costruito sulla sua tomba a Lydda (Diospolis) in Palestina, meta di frequenti pellegrinaggi fin dal sec. IV (CSEL, 39, p.139, 176; v. p. 266 sgg.) esisteva ancora nel sec. IX. Purtroppo a tanta venerazione non corrispondono notizie certe sulla vita e sul martirio del santo. La sua personalit\u00e0 \u00e8 ugnota tanto che si \u00e8 tentato di identificarlo con qualcuno dei martiri attestati da fonti autentiche: con il giovane anonimo che strapp\u00f2 l&#8217;editto di persecuzione di Diocleziano a Nicomedia (Eusebio, Whist. Ecce., VIII, 5); con Elpidio, martire della Mesopotamia venerato lo stesso giorno di Giorgio; e persino con l&#8217;omonimo vescovo ariano di Alessandria perito in un tumulto popolare sotto Guliano (Socrate, Hist. Eccl., III, 3).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il &#8216;dies natalis&#8217;, segnato nel &#8216;Martirologio gerosolimitano&#8217; il 23 aprile proviene dall&#8217;indicazione della &#8216;Passio&#8217;. Questa \u00e8 assai antica e certamente esisteva nel sec. V poich\u00e9 \u00e8 ricordata e proscritta nel famoso decreto pseudo-gelasiano &#8216;De libris recipiendis&#8217;; ma \u00e8 assolutamente favolosa e fantastica. Attraverso i secoli se ne fecero varie recensioni che la trasformarono gradualmente spogliandola dei brani chiaramente sospetti ed arricchendola di elementi storici arbitrariamente scelti; molte sono poi le versioni dall&#8217;originale greco, in latino, copto, armeno, ecc.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Secondo la pi\u00f9 antica redazione Giorgio era oriundo dalla Cappadocia, ma viveva in Palestina dove era tribuno militare. Scoppiata la persecuzione di Diocleziano distribu\u00ec i suoi beni ai poveri e si profess\u00f2 apertamente cristiano. Condotto davanti all&#8217;imperatore fu invitato a sacrificare; si rifiut\u00f2 energicamente e fu perci\u00f2, dopo essere stato tormentato, rinchiuso in carcere, costretto a passare la notte con una grossa pietra sul ventre. Quivi ebbe una visione da parte di Dio che gli annunci\u00f2 una lunga serie di tormenti che sarebbero durati per ben 7 anni, durante i quali sarebbe morto e risuscitato tre volte. La predizione si avver\u00f2 a puntino e Giorgio soffr\u00ec terribili martiri uscendone sempre illeso finch\u00e9 finalmente fu decapitato. L&#8217;insulsa narrazione sarebbe stata scritta da un certo Pasicrate testimone oculare. Al tempo delle Crociate il culto di Giorgio ebbe un grande incremento essendo stato scelto come patrono della cavalleria, ed in suo onore si eressero numerose chiese e monasteri. Dallo stesso tempo fu divulgato in Occidente il famoso episodio della fanciulla esposta ad un dragone e liberata dall&#8217;intervento di Giorgio. Esso nacque probabilmente dalla falsa interpretazione di un&#8217;immagine di Costantino esistente a Costantinopoli (&#8216;Vita&#8217;, III, 3:PG 20, 1058). Collegata ad un passo del panegirico che s. Andrea di Creta recit\u00f2 in onore di Giorgio (ibid., 87, 1189). &quot;<\/em><\/p>\n<p><em>AGOSTINO AMORE<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nelle raffigurazioni del Santo, sin dal X sec. nell&#8217;Oriente cristiano, esso appare giovane, sbarbato e senza alcun attributo speciale, accompagnato generalmente da s. Demetrio. Con l&#8217;andar del tempo, diventa pi\u00f9 frequente la raffigurazione del san Giorgio in corazza e con marcata caratterizzazione eroica, e spesso collocato in mezzo ad altri santi guerrieri. Dal modello iconografico bizantino dipendono le raffigurazioni musive siciliane del XII sec. (Cefal\u00f9, Monreale, cappella Palatina di Palermo).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Appaiono nell&#8217;Occidente europeo, sin dal XII sec., raffigurazioni del santo a cavallo, nell&#8217;atto di uccidere un dragone. Tale modello venne seguito soprattutto dall&#8217;arte tardo gotica francese e tedesca e del Rinascimento italiano. Possono citarsi, quali prototipi: oltre alcune sculture del museo di Lubecca, i due pannelli di Paolo Uccello, uno nella raccolta Lanckoronski a Vienna, l&#8217;altro nella collezione Jacquemart Andr\u00e9 di Parigi; la tavola del Francia della Galleria Corsini a Roma e la piccola tavola del Louvre, opera giovanile di Raffaello.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;arte del Rinascimento tuttavia lo raffigura talvolta in piedi, armato e in corazza, come nella statua di Donatello per il tabernacolo di Orsanmichele, ora al Museo del Bargello in Firenze, o facendolo campeggiare dietro il mostro abbattuto, come nella tavoletta dell&#8217;Accademia di Venezia, di mano del Mantegna. In tale modo lo raffigur\u00f2 anche l&#8217;incisione del D\u00fcrer del 1514.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;intera leggenda di san Giorgio venne affrescata nel 1377 da Jacopo degli Avanzi nella basilica del Santo a Padova, e nel 1505 da Vittore Carpaccio in S. Giorgio degli Schiavoni a Venezia. Dello stesso pittore resta anche una predella della pala d&#8217;altare di S. Giorgio Maggiore a Venezia, con &#8216;Storie del Santo&#8217;.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>VITOLD WEHR<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abFra i santi dell&#8217;antichit\u00e0 nessuno ha eclissato la gloria di san Giorgio. La sua fama si \u00e8 sparsa in tutte le parti del mondo cristiano: l&#8217;Oriente e l&#8217;Occidente l&#8217;hanno celebrato con entusiasmo in prosa e in versi, in tutti gli idiomi\u00bb (Delehaye). Straordinariamente ricco \u00e8 quindi il materiale che offre il folklore, sia per la leggenda che per il culto popolare.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Per quel che riguarda lo sviluppo della leggenda, lo stesso Delehaye riconosce che essa \u00abrenferme un grand nombre d&#8217;\u00e9l\u00e9ments emprunt\u00e9s au folklore\u00bb: si deve per\u00f2 notare che la tradizione popolare ignora, di regola, tutta la prima parte della vita del Santo e concentra la narrazione nel solo episodio del drago, che, com&#8217;\u00e8 noto, compare assai tardi nei testi agiografici. Tale episodio ha ispirato numerosi canti popolari nei vari paesi dell&#8217;Europa e specialmente del mondo slavo. In Italia una &#8216;orazione&#8217; in endecasillabi epici di notevole forza e bellezza \u00e8 diffusa dalla Romagna alla calabria in numerose lezioni: essa rivela sicuri rapporti con un poemetto Veneto, tuttora inedito, conservato alla nazionale di Parigi (mss. it. 1069 fol. 100-111). Un poemetto toscano in ottave, del Quattrocento, \u00e8 conservato in antiche stampe e fu pi\u00f9 volte riprodotto; esso svolge l&#8217;intera leggenda del Santo quale d\u00e0 Jacopo da Varazze. Alla stessa fonte s&#8217;ispirano varie laude lirico-narrative, una conservata in un laudario toscano dei primi del Trecento (Cod. magliabechiano 11-1-22), un&#8217;altra composta da Feo Belcari e un&#8217;altra ancora da Francesco di Albizzo. Nel teatro fiorentino del Rinascimento si ebbe pi\u00f9 di una sacra rappresentazione ispirata a San Giorgio anche perch\u00e9 un quartiere della citt\u00e0 era a lui dedicato e la Compagnia di San Giorgio aveva l&#8217;incarico di ricordarne ogni anno le gesta miracolose: talora la rievocazione era fatta per mezzo di un carro processionale \u00abcon il drago che buttava fuoco dalla bocca, dalla coda e da altre parti e dietro seguiva la figliuola del re di Libia sopra una chinea bianca\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il culto popolare di san Giorgio \u00e8 antichissimo: sorto intorno alla tomba del martire guerriero trasformata in santuario, a Lidda, sulla via di Gerusalemme, gi\u00e0 nel sec. VI era diffuso in Sicilia, in Italia e persino nelle Galle: a Roma, Belisario lo invocava difensore della porta S. Sebastiano. Il culto ha dunque origini orientali, e in Occidente si ravviv\u00f2 con le Crociate. Per alcun tempo i Dardanelli furono chiamati stretto di san Giorgio. Varie nazioni, regioni e citt\u00e0 lo hanno patrono; come ,ad esempio, l&#8217;Inghilterra (dal 1222, Sinodo di Oxford), il Portogallo, la catalogna e l&#8217;Aragona, la Georgia, la Lituania.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Genova, che pure lo venera come protettore, a lui ha intitolato il suo Banco: Venezia gli ha dedicato tre chiese, insigni per opere d&#8217;arte: in Italia sono 118 i comuni che portano il nome del Santo, sparsi dovunque: famosa \u00e8 l&#8217;iscrizione in volgare (1135) del duomo di Ferrara a lui dedicata. Innumerevoli le chiese e cappelle intitolate al Santo: molte di esse sono meta di pellegrinaggi e oggetto di particolari forme di culto popolare.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La data della festa, che ricorre il 23 aprile, segna per volghi di molti paesi d&#8217;Europa l&#8217;inizio della primavera, con tutte le relative usanze e manifestazioni di carattere agreste e propiziatorio, simili a quelle che si hanno per il Calendimaggio. Tra gli Slavi della Carinzia i giovani ornano di fiori un albero e lo portano in processione fra canti di gioia e musiche; principale personaggio della processione \u00e8 il &#8216;verde Giorgio&#8217;, un ragazzo rivestito di fronde, che alla fine, viene gettato in acqua, con l&#8217;intenzione di assicurare la pioggia per i fieni e le biade; spesso il ragazzo all&#8217;ultimo momento viene sostituito con un fantoccio. Usanze analoghe si trovano in alcuni distretti della Russia, come presso gli zingari della Transilvania e della Romania, i quali attribuiscono all&#8217;albero infiorato virt\u00f9 efficaci contro le malattie o propizie al parto. Anche in molti altri Paesi, san Giorgio \u00e8 invocato come guaritore; in Francia e in Germania le acque delle fontane a lui intitolate sono ritenute miracolose. Protettore dei cavalieri, lo \u00e8 anche dei cavalli, e, in genere, del bestiame. In Germania e nei paesi slavi \u00e8 invocato come potente nemico delle streghe. Come uccisore del drago protegge anche contro i rettili. Si crede che in alcuni paesi ilsuo culto abia sostituito quello di precedenti divinit\u00e0 primaverili pagane: in Lituania il dio Pergrubius, in Georgia (dove la festa si celewbra il 14 agosto) il dio Lano. Accostamenti, ma arbitrari, sono stati fatti anche con il dio egizio Horus e con l&#8217;indiano \u015aiva.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;In Italia questi aspetti primaverili e agresti del culto popolare di s. Giorgio sono quasi del tutto scomparsi, anzi in molte regioni la sua festa passa inosservata: ma notevoli tracce si conservano in Sardegna e nell&#8217;Italia settentrionale, dal Piemonte all&#8217;Istria.<\/em><\/p>\n<p><em>PAOLO TOSCHI&quot;<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>INDICE PRESENTAZIONE I. IL PROBLEMA. II. SAN GIORGIO ESISTETTE III. LE FONTI DELLA SUA BIOGRAFIA IV. LA NASCITA V. L&#8217;AMBIENTE RELIGIOSO VI. I GENITORI VII. 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