{"id":28537,"date":"2017-05-03T07:44:00","date_gmt":"2017-05-03T07:44:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/05\/03\/ricordare-il-sacrificio-dellincrociatore-trento\/"},"modified":"2017-05-03T07:44:00","modified_gmt":"2017-05-03T07:44:00","slug":"ricordare-il-sacrificio-dellincrociatore-trento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/05\/03\/ricordare-il-sacrificio-dellincrociatore-trento\/","title":{"rendered":"Ricordare il sacrificio dell&#8217;incrociatore Trento"},"content":{"rendered":"<p>Che cosa sanno i giovani, oggi, della guerra che hanno combattuto i nostri genitori, cio\u00e8 i loro nonni, intendiamo dire la Seconda guerra mondiale? Si dir\u00e0 che ne sanno poco anche della Prima, per non parlare delle guerre del Risorgimento; ed \u00e8 vero: ma questa, essendo stata l&#8217;ultima, \u00e8 anche quella che ha improntato di s\u00e9, per il modo in cui fu combattuta, e, ancor pi\u00f9, per il modo in cui l&#8217;abbiamo persa, il nostro destino, come popolo, come nazione e come Stato. I ragazzi dovrebbero sapere almeno qualcosa di essa, per poter capire un poco di pi\u00f9 il nostro tempo: ignorare il passato recente equivale a vagare come <em>zombie<\/em> nel presente. Peraltro, non intendiamo dire che i giovani dovrebbero avere, tutti, perfettamente chiaro quale fosse la posta in gioco, in quella che si potrebbe ben chiamare la nostra Quinta guerra d&#8217;indipendenza: certo, ci\u00f2 sarebbe quanto mai auspicabile, ma riguarda gi\u00e0 la sfera del giudizio politico, ed \u00e8 giusto che chi ama la verit\u00e0, cerchi da solo, nel corso del tempo, con pazienza, con tenacia, le giuste risposte. No: qui ci limitiamo ad un ambito assai pi\u00f9 circoscritto: la memoria del passato, pura e semplice, per poterne cogliere il valore spirituale e l&#8217;eventuale insegnamento morale rivolto a noi, cittadini del terzo millennio. La domanda che poniamo sul tappeto, dunque, \u00e8 la seguente: <em>\u00e8 giusto che i nostri giovani sappiano e che ricordino il sacrificio di quei loro coetanei che, dal 1940 al 1943, affrontarono i pi\u00f9 duri sacrifici, e sfidarono la morte con estremo coraggio, per amore della loro e della nostra Patria?<\/em><\/p>\n<p>Non \u00e8 chi non veda che si tratta di una domanda politicamente scorretta. La vulgata resistenziale e la retorica della Repubblica di Pulcinella, quella nata il 2 giugno 1946, all&#8217;ombra della sconfitta, del disonore e del tradimento, ci hanno sempre insegnato che, se ci sono dei giovani da ricordare, dei giovani il cui sacrificio merita la nostra memoria e il nostro rispetto, anzi, la nostra ammirazione, quelli sono i partigiani, cio\u00e8 coloro i quali, talvolta per ragioni ideali, altre volte per ragioni spregevoli, si macchiarono le mani di sangue fraterno dal 1943 al 1945, e che, in parte, seguitarono a uccidere, stuprare e rapinare fino al 1949, in una scia di violenze e di delitti rimasti per la maggior parte impuniti, ma fatti passare, in un numero stragrande di casi, per nobili azioni patriottiche, compiute per amore della libert\u00e0 e per la difesa, appunto, della Patria, dal &quot;tedesco invasore&quot; (silenzio totale sugli anglo-americani invasori, e su quei 100.000 italiani inermi, quasi tutti vecchi, donne e bambini, inceneriti nelle loro case sotto le bombe dei generosi &quot;liberatori&quot;!). Questo \u00e8 il primo ostacolo: se si nega che i ragazzi in grigioverde, dal 1940 al 1943 (lasciamo stare, in questa sede, la coda dolorosissima della guerra civile), abbiano combattuto una guerra legittima, e moralmente giustificata; se si nega che abbiano combattuto una guerra che, pur essendo stata formalmente offensiva, almeno all&#8217;inizio, fu, a livello strategico, sostanzialmente difensiva; se si nega che, sacrificandosi nei deserti africani e sulle montagne greco-albanesi, nelle steppe russe e sui mari di mezzo mondo, quei giovani soldati, marinai e aviatori abbiano ben meritato la nostra riconoscenza e il nostro commosso ricordo, allora \u00e8 giusto che i giovani di oggi continuino ad ignorarli, come finora \u00e8 avvenuto, o a ricordarli malvolentieri, come hanno fatto i vari Giorgio Napolitano, e solo per deprecare che siamo caduti per un&#8217;idea sbagliata e immorale. A ci\u00f2 ha contribuito anche una storiografia subdolamente tendenziosa, che \u00e8 giunta a inventare neologismi inconsistenti, pur di avvalorare la mitologia democratica e resistenziale: per esempio, l&#8217;espressione <em>nazi-fascismo<\/em>, che, mettendo in unico calderone il nazismo e il fascismo, ossia due cose profondamente diverse, ha permesso di riversare sul secondo, cio\u00e8 sul regime politico dell&#8217;Italia di allora, lo stesso disprezzo e la stessa condanna morale dovuti al primo. Ma si \u00e8 trattato di un trucco da quattro soldi: basta pensare a quanto sarebbe stato legittimo, e storicamente giustificato, qualora a vincere la guerra fosse stato il Tripartito, ideare la categoria del <em>capital-comunismo<\/em>, per designare, e accomunare in un solo giudizio, le potenze capitaliste occidentali e l&#8217;Unione Sovietica di Stalin, alleati per caso di una innaturale, mostruosa alleanza il cui solo scopo era la conquista e la spartizione dell&#8217;Europa; come infatti \u00e8 puntualmente avvenuto, dal 1945 al 1990.<\/p>\n<p>Ebbene: quel che vorremmo fare ora \u00e8 sganciare, se possibile, il giudizio strettamente storico da quello morale, e vedere se non sia giunto il tempo di restituire dignit\u00e0, e quindi anzitutto visibilit\u00e0, ai giovani che caddero a El Alamein o nelle acque di Capo Matapan, o che si sacrificarono, con i loro scarsi e antiquati apparecchi, per proteggere, entro i limiti delle loro magre possibilit\u00e0, le citt\u00e0 italiane dalla selvaggia offensiva aerea dei bombardieri alleati, ben decisi a &quot;liberare&quot; il nostro Paese a suon di bombe sui centri abitati e sui quartieri popolari. Vorremmo sapere se sia arrivato il tempo di pensare a quei giovani con riconoscenza, e a vedere nel loro sacrificio non qualcosa d&#8217;inutile, ma di prezioso, per noi, qui, adesso; per noi che non arriviamo neppure a immaginare l&#8217;entit\u00e0 di quei sacrifici e l&#8217;immensa sproporzione delle forze in campo. E vorremmo sapere, infine, se \u00e8 giunto il tempo in cui le parole onore, disciplina, sacrificio, coraggio, eroismo, possono essere impiegate in senso pienamente morale e liberate da quell&#8217;alone vischioso d&#8217;irrisione, di sberleffo, di cinica denigrazione, cui la cultura della Repubblica di Pulcinella, dal 1946, e, poi, la contro-cultura degli studenti sessantottini, figli di pap\u00e0 che giocavano alla rivoluzione (studenti che oggi sono magistrati, politici, banchieri, imprenditori e giornalisti di prim&#8217;ordine, si fa per dire, e che decidono i destini del nostro Paese) ci ha talmente abituati, che provare a pensare in modo diverso ci fa uno strano effetto, come un uomo rinchiuso da anni in un sepolcro, che esca all&#8217;improvviso e respiri l&#8217;aria fresca a pieni polmoni, e ne resti letteralmente ubriacato.<\/p>\n<p>Per spiegarci con un esempio pratico, uno fra i cento e cento che avremmo potuto scegliere, prendiamo il caso dei ragazzi dell&#8217;incrociatore <em>Trento,<\/em> che venne affondato dai britannici nel corso della Battaglia di Mezzo giugno 1942, prima colpendolo con un aerosiluro, poi finendolo con il siluro di un sommergibile, quando gi\u00e0 la nave era agonizzante e gli equipaggi della squadra italiana si stavano prodigando per portare in salvo almeno i feriti pi\u00f9 gravi. Destino sfortunato, quello del <em>Trento<\/em>, e sia pure nel contesto di un evento per noi propizio: la battaglia di Mezzo giugno fu un grande successo delle nostre armi, affiancate dal X Corpo Aereo tedesco: una di quelle vittorie di cui un altro popolo serberebbe memoria e andrebbe fiero, se non fosse intervenuta la rimozione e la colpevolizzazione voluta dalla vulgata resistenziale e democratica, ben decisa a farci credere che la &quot;guerra di Mussolini&quot; fu tutta una serie di sconfitte umilianti (cfr. il nostro articolo: <em>Rimuovere la battaglia di Mezzo Giugno per meglio deprimere lo spirito nazionale<\/em>, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 17\/06\/2014, e ripubblicato su <em>Il Corriere delle Regioni<\/em> il 27\/08\/2014).<\/p>\n<p>Il\u00a0<em>Trento<\/em>\u00a0era una delle navi migliori della Regia marina: era un incrociatore pesante da 13.000 tonnellate, varato nel 1927 ed entrato in servizio nel 1929, velocit\u00e0 massima 35 nodi, armato con 8 cannoni da 203 mm. e un equipaggio teorico di 723 uomini, che quel giorno erano ben 1.152, di cui 657 sarebbero periti insieme alla loro unit\u00e0.<\/p>\n<p>Cos\u00ec ha rievocato quel drammatico episodio lo storico e giornalista Massimo Infante nel libro\u00a0<em>Le belle navi che non tornarono\u00a0<\/em>(La Spezia, Fratelli Melita Editori, 1988, pp. 301, 311-312):<\/p>\n<p><em>Verso le quattro del mattino del 15 [giugno 1942: battaglia di Mezzo giugno], quattro aerei &quot;Wellington&quot; e nove &quot;Beaufort&quot; si trovano nuovamente sopra la squadra italiana che ha ripreso a solcare a forte velocit\u00e0 il mare lievemente in tempesta. il coraggio di questi piloti venne in seguito lodato e ammirato dagli stessi nemici: &quot;essi si sono battuti&quot;, si scrisse in un quotidiano italiano, &quot;con un impegno e una dedizione alla loro causa che ha del mitico, quasi del soprannaturale&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>i loro sforzi vengono infatti premiati. alle 5,15 I &quot;Beaufort&quot; riescono a silurare l&#8217;incrociatore &quot;Trento&quot;, uno dei vanti della marina italiana, rinnovando i loro attacchi anche contro la &quot;Littorio&quot; e la &quot;Vittorio Veneto&quot;, senza riuscire tuttavia a danneggiarle. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Si compiva intanto la tragedia del &quot;Trento&quot;. Dopo il primo siluro incassato da un &quot;Beaufort&quot; (il bimotore aerosilurante inglese che in questa fase del conflitto oper\u00f2 incessantemente nel Mediterraneo contro i convogli italiani diretti in Africa), l&#8217;incrociatore era rimasto immobilizzato con un gravissimo squarcio nella fiancata sinistra.\u00a0<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;ordigno, messo a segno dal velivolo, era dei pi\u00f9 micidiali: oltre sette tonnellate di esplosivo avevano praticamene messo in ginocchio la superba nave da guerra italiana. I morti e i feriti a bordo erano numerosissimi. Almeno una quarantina di marinai erano stati sbalzati in mare dalla deflagrazione, ma solo pochi di questi si dibattevano fra le onde. Gli altri, gravemente feriti e orrendamente ustionati, venivano inghiottiti dalle acque prima ancora che da bordo potessero essere calate delle zattere o lanciati dei salvagente.<\/em><\/p>\n<p><em>Il comportamento dell&#8217;equipaggio superstite fu dei pi\u00f9 esemplari ed eroici. Nonostante fossero consci della fine imminente della nave, che ormai piegata su un fianco imbarcava tonnellate d&#8217;acqua dall&#8217;enorme falla aperta dal siluro, i marinai del Trento&quot; si comportarono come se il destino dello scafo non fosse ormai segnato, si prodigarono senza pensare a se stessi, alla morte che ormai li guardava in faccia, e soccorsero i compagni feriti.<\/em><\/p>\n<p><em>E quando i tre cacciatorpediniere, staccatisi da grosso della formazione per ordine di Jachino si avvicinarono all&#8217;incrociatore agonizzante, inizi\u00f2 subito la delicata operazione d trasbordo degli uomini pi\u00f9 gravemente colpiti. Mentre era febbrilmente n corso questa pietosa opera, l&#8217;insidia mortale di un sottomarino inglese [si trattava dell&#8217;HMS &quot;Umbra&quot;, in codice P35] spezz\u00f2 con un altro siluro ogni possibilit\u00e0 \u00a0di sopravvivenza per lo scafo e per i suoi valorosi marinai.\u00a0<\/em><\/p>\n<p><em>Il &quot;Trento&quot;, avvolto da un&#8217;immensa fiammata che si alz\u00f2 nel cielo tingendolo di un colore rosso violaceo, affond\u00f2 in pochi istanti. Met\u00e0 del suo valoroso equipaggio col\u00f2 a picco con la nave e con essa il comandante, capitano di vascello Esposito, e il tenente del Genio navale Bignami, che furono poi ricordati con una medaglia d&#8217;oro.<\/em><\/p>\n<p>Ecco: vorremmo sapere, e vorremmo saperlo dai signori intellettuali che, da settant&#8217;anni, fanno il bello e il cattivo tempo nell&#8217;ambito della nostra cultura, tutti rigorosamente progressisti e di sinistra, tutti rigorosamente libertari e antifascisti (e poco importa se i partigiani comunisti, di cui gli odierni partiti di sinistra hanno raccolto l&#8217;eredit\u00e0 politica e morale, tutto volevano, per l&#8217;Italia, tranne che la libert\u00e0 in senso democratico, semmai instaurare una spietata dittatura sul modello di quella staliniana, al cui confronto la dittatura fascista sarebbe apparsa come uno scherzo di dilettanti), vorremmo sapere se \u00e8 giusto che i nostri giovani, oggi, sappiano come morirono i marinai e gli ufficiali del <em>Trento<\/em>: cio\u00e8 nella massima compostezza, con la massima dignit\u00e0, con il pi\u00f9 grande spirito di abnegazione; preoccupandosi pi\u00f9 di soccorrere i compagni feriti, che di proteggere la propria vita (altro che il comandante Schettino, quello della <em>Costa Concordia<\/em>!), con la bandiera italiana che garriva al vento mentre la bella nave, costata tanto denaro e tanti sacrifici &#8211; e il popolo italiano di allora era un popolo povero, il <em>boom<\/em> era di l\u00e0 da venire &#8211; gi\u00e0 si stava inabissando nelle acque insanguinate del Mediterraneo. Vorremmo sapere se sia giusto ricordarli, specialmente oggi, quando le nostre navi militari sono impiegate, in quello stesso braccio di mare, per andare a soccorrere dei falsi profughi provenienti dalle profondit\u00e0 dell&#8217;Africa, il cui scopo \u00e8 l&#8217;invasione dell&#8217;Italia e la sostituzione della sua popolazione con una popolazione estranea ed eterogenea, che nulla sa e nulla si cura della civilt\u00e0 italiana, che anzi la disprezza, perch\u00e9 la considera (e giustamente, forse) come una civilt\u00e0 corrotta e decadente, mentre essi si sentono i portatori di una civilt\u00e0 completamente diversa, ma forte e vitale, come testimonia il loro alto tasso di crescita demografica.<\/p>\n<p>Ma no: quei signori intellettuali non daranno mai una risposta a una tale domanda, una risposta onesta: il loro mestiere \u00e8 la menzogna istituzionalizzata.<\/p>\n<p>E allora non la rivolgeremo a loro, quella domanda, ma alle persone comuni, a tutti gli uomini e le donne di buona volont\u00e0: \u00e8 giusto ricordare i ragazzi dell&#8217;incrociatore <em>Trento<\/em>, e tutti quegli altri che, non solo sul mare, ma anche sulla terra e nei cieli, diedero la vita per servire la Patria? \u00c8 giusto che i loro figli e i loro nipoti &#8212; se fecero in tempo ad averne &#8211; siano consolati dalla gratitudine e dal ricordo affettuoso del popolo italiano per il sacrificio dei loro cari? Oppure quei ragazzi sono morti proprio per nulla? Lasciamo stare le medaglie, lasciamo perdere le pensioni: il tempo \u00e8 passato, e, ormai, quel che si \u00e8 fatto, o che non si \u00e8 fatto, \u00e8 gi\u00e0 stato. Ma parliamo della dimensione morale, che non passa, perch\u00e9 non vive nel tempo, ma nell&#8217;eternit\u00e0: meritano, quei 657 valorosi, il nostro ricordo e la nostra riconoscenza, s\u00ec o no; oppure devono essere considerati alla stregua dei figli di nessuno, ed \u00e8 giusto che nessuno si curi di considerarli come degli uomini ai quali siamo debitori di qualcosa? Quanto a noi, una risposta l&#8217;abbiamo, e ci sale commossa dal profondo del cuore&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Che cosa sanno i giovani, oggi, della guerra che hanno combattuto i nostri genitori, cio\u00e8 i loro nonni, intendiamo dire la Seconda guerra mondiale? 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