{"id":28536,"date":"2018-07-25T12:24:00","date_gmt":"2018-07-25T12:24:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/07\/25\/sacrifici-umani-dei-maya-ma-e-il-buon-selvaggio\/"},"modified":"2018-07-25T12:24:00","modified_gmt":"2018-07-25T12:24:00","slug":"sacrifici-umani-dei-maya-ma-e-il-buon-selvaggio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/07\/25\/sacrifici-umani-dei-maya-ma-e-il-buon-selvaggio\/","title":{"rendered":"Sacrifici umani dei maya: ma, e il buon selvaggio?"},"content":{"rendered":"<p>Immaginiamo la scena. Un bambino \u00e8 collocato su un altare di pietra, nudo; dei sacerdoti gli tengono ferme le braccia e le gambe; uno di essi gli apre il cuore con un tagliente coltello di ossidiana e ne estrae rapidamente il cuore. Scena due: adesso nel terrazzo in cima al tempio c&#8217;\u00e8 un adulto, il corpo dipinto di azzurro; per\u00f2 non lo uccidono subito, lo preciptano pi\u00f9 per i ripidi gradini, affinch\u00e9 si sfracelli sopra un cumulo di pietre aguzze; poi lo vanno a recuperare e gli estraggono il cuore. Ma non \u00e8 ancora finita: un sacerdote gli strappa via la pelle, con un coltello, e poi la indossa, ancora sgocciolante di sangue, come un orrendo vestito, per proseguire la cerimonia. Scena terza. C&#8217;\u00e8 una fanciulla, una vergine, legata a un palo; un gruppo di sacerdoti la trafigge con delle piccole frecce, le quali recano un piccolo fuoco acceso sulla punta: pi\u00f9 che per le ferite, la morte sopraggiunge per le ustioni, al termine di sofferenze strazianti, disumane; intanto, per tutto il tempo del rito, danzatori si muovono davanti alla vittima, ballando e salmodiando. Scena quattro: il sacrificio \u00e8 compiuto, ma per essere perfetto manca ancora una cosa: che i partecipanti si nutrano delle carni della vittima; e il festino cannibalesco ha inizio: ai sacerdoti pi\u00f9 anziani, toccano le parti migliori, a cominciare dalla testa, cos\u00ec come, da noi, al buongustaio si riservano le parti migliori del maiale, o del vitello, o del pollo, o del coniglio.<\/p>\n<p>Che dire di simili scene? Sono state partorite dalla fantasia sadica e malata di un regista come Dario Argento, o dalle criminali intenzioni di una setta satanica? Oppure sono state immaginate, nelle sue sinistre fantasie, da un poeta drammatico come Dante Alighieri, per descrivere le scene che hanno luogo nei gironi infernali, con i diavoli e le anime dannate quali protagonisti? E infatti chi, se non un demone, potrebbe compiere azioni tanto mostruose: uccidere un uomo, estrargli il cuore, scuoiarlo come se fosse un cervo, e indossare la sua pelle come un vestito, poi divorare le sue carni? Si pu\u00f2 immaginare qualcosa di pi\u00f9 orrendo, di pi\u00f9 maligno? No, probabilmente no: qui abbiamo toccato il fondo delle umane possibilit\u00e0 di abiezione. Quasi impossibile scendere ancora pi\u00f9 in basso; si pu\u00f2 solo risalire, anche se di poco. La fantasia umana, per quanto si sprofondi negli abissi della malvagit\u00e0 pi\u00f9 folle, pi\u00f9 aberrante, non riesce ad andare oltre, a immaginare qualche cosa di ancor peggiore: \u00e8 giunta ad una estrema frontiera. Eppure, queste sono le scene reali che hanno avuto luogo, decine di migliaia di volte, presso i popoli dell&#8217;America centrale, specialmente gli aztechi, ma anche i maya; popoli, per altri aspetti, relativamente civilizzati, e sulla distruzione dei cui stati ed imperi le anime belle occidentali hanno versato fiumi di lacrime, come se i bianchi avessero distrutto un secondo Eden, una sorta di meraviglioso Paradiso terrestre. N\u00e9 ancora oggi, a distanza di cinque secoli, gli studiosi e il pubblico occidentali sono riusciti a liberarsi del tutto da un pesantissimo senso di colpa per ci\u00f2 che i loro antenati, i famigerati <em>conquistadores<\/em>, hanno fatto ai danni di quei popoli tutti bont\u00e0, sanit\u00e0 e innocenza.<\/p>\n<p>\u00c8 vero che i <em>conquistadores<\/em> avevano riferito di aver visto coi loro occhi quei riti e anzi, in alcuni casi, di aver visto morire in quel nodo i loro compagni, caduti nelle mani dei guerrieri nemici; ma come credere a simili canaglie? Come prestar fede a simili avanzi di galera, anche se si trattava di persone colte e distinte, come nel caso del conquistatore del Messico, Hern\u00e1n Cortes? Pi\u00f9 tardi sono arrivati gli storici e gli etnologi della fase acuta dell&#8217;auto-disprezzo occidentale, specie nel XX secolo: e non hanno affatto negato che avvenissero i sacrifici umani, nelle forme che abbiamo descritto, senza nulla aggiungere di fantastico, per\u00f2 hanno sostenuto che si trattava di aspetti marginali di quelle civilt\u00e0, e che, in ogni caso, nefandezze non certo minori, semmai peggiori, erano proprie della civilt\u00e0 europea, e dunque gli spagnoli avevano poco da scandalizzarsi e inorridire: pensassero invece a fare <em>mea culpa<\/em> per tutte le barbarie e le atrocit\u00e0 commesse nel loro impero coloniale. \u00c8 evidente, infatti, dicevano quegli studiosi, e lo hanno ripetuto tre o quattro generazioni di insegnati, i quali lo hanno trasmesso ai loro studenti, che gli spagnoli descrivevano a tinte forti i sacrifici umani di quei popoli per fornire a se stessi una giustificazione morale per le loro conquiste: sommando, cos\u00ec alle loro altre colpe, anche quella di una sfacciata ipocrisia. E pazienza se \u00e8 poi risultato che, presso gli aztechi, i sacrifici umani non erano niente affatto marginali, ma erano anzi l&#8217;asse portante di quella civilt\u00e0 e della sua religione; e che gli aztechi erano perennemente in guerra contro i popoli vicini al preciso scopo di procurarsi sempre nuove vittime da sacrificare alla divinit\u00e0 solare, bisognosa di ricevere l&#8217;offerta di sangue umano per alimentare continuamente la luce e il calore da diffondere agli abitanti della terra. Ed \u00e8 poi risultato che anche i &quot;miti&quot; maya, quei maya che erano sempre stati rappresentati come assai pi\u00f9 tranquilli e pacifici dei bellicosi aztechi, avevano lo stesso costume e che, per essi, era quasi altrettanto importante: anche perch\u00e9, essendo distribuiti in citt\u00e0 stato e non sudditi di un potente impero, invece di procurarsi vittime umane da scarificare per mezzo della guerra, se le procuravano semplicemente rapendo, vendendo e comprando i malcapitati, e facendo fiorire anche un lucroso commercio di bambini e di fanciulle, i quali erano particolarmente graditi per la loro purezza ed innocenza, che li rendevano vittime particolarmente gradite agli dei.<\/p>\n<p>Ha scritto J. Eric S. Thompson (1898-1975), uno dei maggiori archeologi ed etnologi delle civilt\u00e0 mesoamericane precolombiane, nel suo classico studio <em>La civilt\u00e0 maya<\/em> (titolo originale: <em>The Rise and Fall of Mayan Civilization<\/em> The University of Oklahoma Press, 1954, 1966; traduzione di Ugo Tolomei, Torino, Einaudi, 1970, pp. 263-66):<\/p>\n<p><em>La credenza che gli dei che mandavano le piogge volessero dei sacrifici di fanciulli era molto diffusa: simili sacrifici erano consueti nel Messico e in diverse parti dell&#8217;America meridionale. (&#8230;) I bambini che venivano sacrificati per lo pi\u00f9 erano orfani, parenti lontani adottati da un capofamiglia, o erano stati rapiti o comperati in un&#8217;altra citt\u00e0(&#8230;). La preferenza per i bambini come vittime agli dei era dovuta all&#8217;idea che la vittima doveva essere &#8216;zuhuy&#8217; &#8212; come dicono i Maya d&#8217;oggi &#8212; cio\u00e8 incontaminata, vergine; e cos\u00ec del resto tutto ci\u00f2 che interveniva nel rito sacrificale: anche l&#8217;acqua, anche la foresta. L&#8217;acqua era zuhuy quando usciva da depressioni della roccia o veniva estratta da una pianta: nei due casi non &#8216;aveva contaminata il contatto col suolo. D&#8217;altra pare il sole e certi altri dei avevano bisogno di vittime adulte, la carne dei bambini non avrebbe dato loro un&#8217;energia sufficiente.<\/em><\/p>\n<p><em>La tecnica normale in un sacrificio era quella di estrarre il cuore dal petto della vittima, ma in certe cerimonie la persona da sacrificare veniva legata ad un palo o ad un&#8217;intelaiatura di legno e crivellata di frecce dai membri della congregazione, che le danzavano intorno. All&#8217;inizio della cerimonia ballava anche la vittima; poi mentre gli altri continuavano a ballare lui veniva legato al palo, e gli applicavano un tondino bianco sul cuore per indicare il bersaglio. Un&#8217;attiva partecipazione della vittima ai riti preparatori del suo supplizio era normale nel Messico; e sembra che la forma di sacrificio mediante le frecce fosse originaria del Messico dove era specialmente connessa col culto di Toci, la dea madre della fecondit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>In determinate occasioni il corpo della vittima veniva fatto rotolar gi\u00f9 per la gradinata della piramide fino al fondo, dove veniva scorticato. Poi il gran prete si vestiva della pelle per compiere una danza rituale. Anche questa usanza era corrente nel Messico dove era connessa col culto del dio Xipe Totec, e precisamente con certe cerimonie promosse dagli ordini militari dei Giaguari e delle Aquile, e nelle feste di certe del suolo e delle messi tra le quali una che abbiamo appena nominata, Toci.<\/em><\/p>\n<p><em>In certe altre occasioni la vittima veniva lanciata dall&#8217;alto su una pila di sassi, poi le veniva tolto il cuore. Anche questa era una forma di sacrificio connessa al culto di Toci; ma nello Yucatan venne adottata in cerimonie in onore di Itzamna.<\/em><\/p>\n<p><em>Di sacrifici in cui la vittima veniva legata ad un palo, dopo di che le veniva estratto il cuore, abbiamo notizia dallo Yucatan, dal Pet\u00e9n e dalla valle del&#8217;Usumacinta. Morirono cos\u00ec due martiri cristiani, i domenicani Cristob\u00e1l de Prada e Jacinto de Vargas caduti in mano agli Itz\u00e1 di Tayasal nel marzo 1696. Li legarono mani e piedi a due &quot;croci di sant&#8217;Andrea&quot;, e tolsero loro il cuore. La testa di un francescano anche lui ucciso dagli Utz\u00e1 venne esposta su un palo. L&#8217;inchiesta su un caso di ricaduta nelle pratiche pagane port\u00f2 in luce un sacrificio particolarmente crudele: una fanciulla legata al palo e poi battuta a morte con un ramo spinoso. Si trattava di un ramo di ceiba, albero particolarmente sacro per i Maya; sappiamo che gli alberi situati ai quattro angoli dell&#8217;universo erano delle ceibas.<\/em><\/p>\n<p><em>Gli adulti destinati al sacrificio venivano custoditi in gabbie di legno. Presso i Lacand\u00f3n si usava tenere il prigioniero in gabbia la notte; le guardie dormivano sulla gabbia della botola per misura di cautela. Di giorno invece la futura vittima poteva passeggiare per la citt\u00e0, ma sempre sotto sorveglianza.<\/em><\/p>\n<p><em>I cadaveri delle vittime erano divisi tra i personaggi importanti che avevano partecipato al rito; testa, mani e piedi erano per il gran sacerdote e gli altri alti prelati. Almeno secondo i Messicani, la vittima rappresentava il dio a cui era stata sacrificata. Perci\u00f2 mangiandone la carne si assimilavano alcune qualit\u00e0 proprie del dio.<\/em><\/p>\n<p><em>La somiglianza notevole che corre fra queste forme meno diffuse di sacrificio umano descritte da osservatori spagnoli nel secolo XVI e le pratiche correnti nel Messico centrale, d\u00e0 da credere che almeno gran parte di tali usi presso i Maya fossero un portato dell&#8217;influenza messicana. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Il sacrificio umano \u00e8 una cosa orrenda, ma ci\u00f2 non toglie che sia logico una volta accettata la premessa che gli dei hanno bisogno di sangue umano per riceverne la forza necessaria allo svolgimento dei loro compiti &#8212; col corollario che i fedeli hanno il dovere di provvedervi. E almeno in qualche caso la ferocia del rito sacrificale \u00e8 un po&#8217; mitigata dal fatto che alla vittima viene somministrata una bevanda stupefacente prima del sacrificio: misura forse intesa a risparmiarle delle sofferenze &#8212; ma non \u00e8 improbabile che lo scopo fosse di evitare una resistenza inopportuna per il decoro del rito. Questo per\u00f2 va detto in difesa dei Maya: tutti, a cominciare dalla vittima, credevano che questa venisse immolata per il vantaggio di tutti. \u00c8 improbabile che vi fosse una simile unanimit\u00e0 quando nei nostri paesi venivano bruciate delle streghe &#8212; vittime dell&#8217;isterismo collettivo, non di una creduta necessit\u00e0 comune.<\/em><\/p>\n<p>Quando \u00e8 uscito, nel 2006, il film di Mel Gibson, <em>Apocalypto<\/em>, ambientato nella societ\u00e0 maya e nel quale si descrive anche la pratica dei sacrifici umani, un fremito di orrore e indignazione \u00e8 corso lungo la schiena di tutti gli intellettuali <em>politically correct<\/em>, debitamente progressisti, anticolonialisti, antifascisti, antirazzisti, eccetera, eccetera: come si permetteva, il regista americano, di entrare coi piedi nel servizio di porcellana del buonismo indigenista, insozzando la gemma pi\u00f9 preziosa della loro ideologia: il sacro mito del &quot;buon selvaggio&quot;? Su quel mito, generazioni di occidentali hanno coltivato, con pari zelo e tenacia, il senso della colpa e dell&#8217;auto-disprezzo e l&#8217;ammirazione sconfinata, acritica e idealistica di tutto ci\u00f2 che \u00e8 non-occidentale, e preferibilmente di tutto ci\u00f2 che \u00e8 esotico, primitivo, &quot;indigeno&quot;, appunto. \u00c8 una sindrome tipica della decadente civilt\u00e0 occidentale: conta nomi illustri, fra i quali Robert Louis Stevenson, Paul Gauguin e parecchi altri. Prima di loro, a restare folgorati dalla bont\u00e0, innocenza e spontanea felicit\u00e0 degli indigeni erano stati i preti cattolici, e specialmente i gesuiti: non per nulla un vescovo cattolico, Bartolom\u00e9 de las Casas, ancora nel XVI secolo aveva gettato le basi del mito stesso, idealizzando i costumi dei popoli nativi dell&#8217;America precolombiana, tanto quanto aveva demonizzato il comportamento degli europei, ossia dei <em>conquistadores<\/em> suoi compatrioti, ma anche dei colonizzatori venuti dopo di essi. In pratica, accanto alla &quot;leggenda bianca&quot; del buon selvaggio si face strada, per un processo necessario e speculare, la &quot;leggenda nera&quot; del cattivo europeo, cattivo anche perch\u00e9 cristiano e quindi fanatico e intollerante, e possibilmente cattolico (perch\u00e9 una variante della leggenda nera attribuisce ogni nefandezza ai colonizzatori cattolici e nello stesso tempo assolve, quanto meno per mancanza di prove, quelli di fede protestante). I gesuiti, incubata la sindrome del buon selvaggio, l&#8217;hanno conservata in quiescenza per circa tre secoli, e adesso si sono abbandonati alle sue funeste conseguenze: tutto ci\u00f2 che viene dai non cristiani \u00e8 buono, tutto ci\u00f2 che viene dai cristiani \u00e8 cattivo; gli abitanti del Sud del mondo sono tutti buoni, giusti, puri, indegnamente maltrattati e perci\u00f2 meritevoli di riscatto, ossia di accoglienza, ospitalit\u00e0, agevolazioni, affinch\u00e9 possano lasciare i loro Paesi poveri e trasferirsi nel Nord della Terra, specialmente in Europa, dove c&#8217;\u00e8 il benessere; se siamo dei veri cristiani, anche per riscattare le colpe e le brutture del passato, non possiamo sottrarci al dovere di accogliere questa umanit\u00e0 che, sotto il profilo morale, \u00e8 tanto migliore di noi.<\/p>\n<p>Ma torniamo ai sacrifici umani dei maya. Si sar\u00e0 notato con quanto disagio e imbarazzo, a denti stretti, l&#8217;Autore riconosce che si trattava di pratiche assolutamente comuni e che riguardavano anche la compravendita di schiavi bambini, destinati a essere uccisi. Per\u00f2, si affretta ad aprire un fuoco di sbarramento per minimizzare il pi\u00f9 possibile la cosa; disgraziatamente, tutte le sue granate sono a salve, e non producono affatto l&#8217;effetto che lui sperava. Prima granata: <em>La credenza che gli dei che mandavano le piogge volessero dei sacrifici di fanciulli era molto diffusa<\/em>, dal Messico all&#8217;America Meridionale: dunque, non era una specificit\u00e0 dei maya. Come dire: mal comune, mezzo gaudio. Seconda: <em>La preferenza per i bambini come vittime agli dei era dovuta all&#8217;idea che la vittima doveva essere (&#8230;) incontaminata, vergine<\/em>; come l&#8217;acqua di risorgiva o quella prelevata direttamene dalle piante. Insomma, lo scopo \u00e8 la purezza; e la domanda sottintesa \u00e8 che chi cerca la purezza, in fondo, non \u00e8 forse un puro? Terza, riguardo al cannibalismo: <em>la vittima rappresentava il dio a cui era stata sacrificata. Perci\u00f2 mangiandone la carne si assimilavano alcune qualit\u00e0 proprie del dio.<\/em> Questa \u00e8 una spiegazione &quot;classica&quot;, valida per quasi tutti i sacrifici umani di cui l&#8217;etnologia sia venuta a conoscenza. Quarta: <em>La somiglianza notevole (&#8230;) d\u00e0 da credere che almeno gran parte di tali usi presso i Maya fossero un portato dell&#8217;influenza messicana.<\/em> Dunque, la &quot;colpa&quot; \u00e8 degli aztechi; i maya si son limitati a subire il loro influsso culturale e a imitare le loro credenze e le loro cerimonie. Quinta (e qui ci si sposta gradualmente dal piano antropologico a quello morale): <em>Il sacrificio umano \u00e8 una cosa orrenda, ma ci\u00f2 non toglie che sia logico una volta accettata la premessa che gli dei hanno bisogno di sangue umano<\/em>. Come dire: la colpa \u00e8 delle premesse; dopo di che, i maya non hanno fatto altro che passare alle logiche conseguenze. Sesta: la ricerca delle attenuanti generiche: <em>E almeno in qualche caso la ferocia del rito sacrificale \u00e8 un po&#8217; mitigata dal fatto che alla vittima viene somministrata una bevanda stupefacente prima del sacrificio<\/em>, anche se poi lo stesso Thompson ammette che, tutto sommato, tali bevande erano somministrate alle vittime assai pi\u00f9 per preservare il decoro del rito, evitando sgradevoli scenate, che al desiderio di attenuare le loro sofferenze. Settima (ormai siamo in piena aula di tribunale, e l&#8217;Autore ha indossato, in tutto e per tutto, il mantello dell&#8217;avvocato difensore): <em>Questo per\u00f2 va detto in difesa dei Maya: tutti, a cominciare dalla vittima, credevano che questa venisse immolata per il vantaggio di tutti.<\/em> Pare che si tratti di una considerazione decisiva: non gli viene in mente che la stessa cosa si potrebbe dire di quasi tutti i peggiori crimini dell&#8217;umanit\u00e0, sempre, o quasi sempre, perpetrati con la motivazione che ci\u00f2 era necessario per il bene o per la salvezza collettivi. Ma no: ecco che, subito dopo, il dubbio lo sfiora; ed ecco che si affretta a precisare, con l&#8217;ottava ed ultima granata, ma anch&#8217;essa a salve, ahim\u00e8, come le precedenti: <em>\u00c8 improbabile che vi fosse una simile unanimit\u00e0 quando nei nostri paesi venivano bruciate delle streghe &#8212; vittime dell&#8217;isterismo collettivo, non di una creduta necessit\u00e0 comune<\/em>. Ma chi lo dice che \u00e8 improbabile? Coloro che bruciavano le streghe pensavano realmente di difendere la societ\u00e0 da un grave pericolo. Semmai, il fatto che non vi fosse unanimit\u00e0 rispetto alla severit\u00e0 della pena, dimostra solo una cosa, che \u00e8 esattamente l&#8217;opposto di quel che Thompson cerca di sostenere: e cio\u00e8 che in Europa esistevano sentimenti di piet\u00e0, di compassione e di umana benevolenza, alimentati proprio dalla religione (ossia il cristianesimo), che rendevano impopolari, almeno presso una parte della popolazione, i roghi delle streghe; mentre il fatto che, presso i popoli americani, non vi fosse, a quel che ci \u00e8 dato sapere, alcun dissenso, e neppure alcun disgusto (come quello che il pagano Seneca provava per i feroci spettacoli del circo), riguardo ai sacrifici umani, compresi quelli di fanciulle e di bambini, mostra che presso quelle popolazioni, e proprio a cause delle loro credenze religiose, ogni sentimento di umanit\u00e0 e di compassione era stato spento, in una forma cos\u00ec totale, da non trovare riscontro in nessun altro caso a noi noto, passato e presente, della storia umana. Dove vogliamo andare a parare con simili discorsi? Forse a giustificare le atrocit\u00e0 commesse dai <em>conquistadores<\/em> o a demonizzare le civilt\u00e0 dell&#8217;America precolombiana nel loro insieme, suggerendo che la civilt\u00e0 europea, essendo moralmente superiore, aveva il diritto di schiacciare le civilt\u00e0 indigene? Niente affatto. Ci basata aver affacciato alla mente del lettore questo semplice dubbio: ma quanti disastri ha fatto, e seguita a fare tuttora, il mito del &quot;buon selvaggio&quot;&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Immaginiamo la scena. 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