{"id":28533,"date":"2009-04-12T09:26:00","date_gmt":"2009-04-12T09:26:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/04\/12\/un-film-al-giorno-sacco-e-vanzetti-di-giuliano-montaldo-1971\/"},"modified":"2009-04-12T09:26:00","modified_gmt":"2009-04-12T09:26:00","slug":"un-film-al-giorno-sacco-e-vanzetti-di-giuliano-montaldo-1971","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/04\/12\/un-film-al-giorno-sacco-e-vanzetti-di-giuliano-montaldo-1971\/","title":{"rendered":"Un film al giorno: \u00abSacco e Vanzetti\u00bb di Giuliano Montaldo (1971)"},"content":{"rendered":"<p>Un fantasma si aggirava per i salotti buoni della vita sociale, politica e culturale italiana all&#8217;inizio degli anni Settanta: quello del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato dalla finestra della questura di Milano nel dicembre 1969, all&#8217;indomani della strage di Piazza Fontana.<\/p>\n<p>In un cima pesantissimo, ove si respiravano e quasi si toccavano con mano le oscure trame miranti a creare un clima da guerra civile e, forse, di consenso ad un colpo di Stato sul modello greco (e, poco dopo, cileno), un regista impegnato e mosso da un alto senso della giustizia, come Giuliano Montaldo, scelse di raccontare ancora una volta il dramma di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i due anarchici italiani mandati sulla sedia elettrica negli Stati Uniti, il 23 agosto del 1927, con l&#8217;accusa di rapina e omicidio per un fatto avvenuto pi\u00f9 di sette anni prima, il 15 aprile 1920, presso un calzaturificio di South Baintree.<\/p>\n<p>Erano due poveri emigranti che si guadagnavano da vivere lavorando duramente: Sacco, sposato, come operaio in una fabbrica di scarpe; Vanzetti, celibe, come pescivendolo ambulante. Nel tempo libero, leggevano i classici dell&#8217;anarchia e svolgevano una innocua attivit\u00e0 di propaganda a favore delle loro idee: proprio quelle idee che facevano tanta paura alla borghesia americana di quegli anni, ancora sotto shock per gli eventi della Rivoluzione russa.<\/p>\n<p>A farli condannare furono il giudice Thayer e il pubblico ministero Katzmann, nonch\u00e9 la Corte Suprema che non intervenne e il governatore del Massachusetts, Fuller, il quale neg\u00f2 loro la grazia; ma anche una certa opinione pubblica nazionalista e razzista che, nel clima convulso della &quot;Red Scare&quot;, la paura del rosso, videro nei due immigrati italiani non tanto gli esecutori certi del crimine di cui erano accusati &#8211; molti, troppi elementi di dubbio erano venuti in luce durante il processo &#8211; quanto due esponenti di quel mondo sovversivo, di quell&#8217;Europa povera e rivoluzionaria, che avrebbe potuto \u00abinfettare\u00bb l&#8217;America con il virus del comunismo.<\/p>\n<p>In altre parole, se non erano colpevoli, sarebbero stati capaci di esserlo: dunque, nessuna piet\u00e0 nei loro confronti. Strana combinazione: Sacco e Vanzetti erano stati arrestati per attivit\u00e0 politica illegale proprio alla vigilia di un comizio che avrebbero dovuto tenere per denunciare la morte di un altro anarchico italiano, Andrea Salsedo, precipitato dal quattordicesimo piano della polizia (impressionante analogia con la vicenda Pinelli); e solo ad arresto avvenuto fu loro addebitata anche la rapina di South Baintree.<\/p>\n<p>A nulla valsero, nel corso del processo, gli indizi a favore degli imputati e la deposizione favorevole dello stesso console italiano; n\u00e9, in un secondo momento, la testimonianza di un detenuto portoricano, Celestino Madeiros, che li scagionava completamente. E a nulla valse neppure la mobilitazione di tutta l&#8217;opinione pubblica progressista internazionale e la domanda di grazia avanzata da numerose personalit\u00e0 del mondo intero.<\/p>\n<p>La loro morte avrebbe dovuto fungere da monito nei confronti d tutti i \u00absovversivi\u00bb che agivano sul territorio degli Stati Uniti (ma non si dimentichi che anche in altri Paesi d&#8217;oltre Oceano, ad esempio in Argentina, proprio in quegli anni era in atto una repressione politica ancor pi\u00f9 brutale, e per le stesse ragioni: cfr. il nostro articolo \u00abContro gli operai delle &quot;estancias&quot; patagoniche parte nel 1921 la spedizione militare di Varela\u00bb, consultabile anch&#8217;esso sul sito di Arianna Editrice). Non avevano nemmeno potuto difendersi adeguatamente, perch\u00e9 &#8211; specialmente Sacco &#8211; non parlavano e non capivano perfettamente la lingua inglese.<\/p>\n<p>Bisogner\u00e0 aspettare fino al 1977 (sei ani dopo il film di Montaldo, dunque) perch\u00e9 il governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, riconoscesse che il processo a carico di Sacco e Vanzetti si era svolto in un clima di grave pregiudizio contro gli imputati, e perch\u00e9 la memoria dei due anarchici italiani venisse pienamente riabilitata: esattamente mezzo secolo dopo che essi erano stati giustiziati mediante la sedia elettrica.<\/p>\n<p>Siamo partiti dal caso Pinelli per rendere l&#8217;atmosfera di quegli anni, di quei mesi plumbei &#8211; tragico preludio alla stagione del terrorismo e delle stragi tuttora impunite -, perch\u00e9 il film \u00abSacco e Vanzetti\u00bb \u00e8 il classico film di protesta, di denuncia, di impegno civile, che, per essere compreso a fondo, va inquadrato in quel particolare, delicatissimo momento storico che il nostro Paese stava attraversando.<\/p>\n<p>Genovese, classe 1930 (e dunque, all&#8217;epoca, non pi\u00f9 che quarantenne), Giuliano Montaldo si era fatto le ossa lavorando accanto a registi come Elio Petri e Gillo Pontecorvo; e si era gi\u00e0 cimentato &#8211; muovendosi ugualmente a suo agio &#8211; tanto nel cinema politicamente impegnato (\u00abTiro Al piccione\u00bb, del 1961, ritratto dall&#8217;interno della Repubblica di Sal\u00f2; e \u00abGott mit Uns &#8211; Dio \u00e8 con noi\u00bb, del 1969, storia vera di un processo, conclusosi con la condanna a morte, di due disertori tedeschi a seconda guerra mondiale ormai finita, da parte dei loro stessi camerati, in un campo di prigionia alleato), quanto nel genere dell&#8217;intrigo avventuroso (\u00abAd ogni costo\u00bb, del 1967, e \u00abGli intoccabili\u00bb, del 1969).<\/p>\n<p>Bisogna dire che, dopo un esordio e un primo decennio cos\u00ec vigoroso, la produzione successiva di questo regista ha deluso un poco i suoi estimatori, perch\u00e9, pur tornando a girare dei film di alto livello come \u00abGiordano Bruno\u00bb (1973) e \u00abL&#8217;Agnese va a morire\u00bb (1976, dal romanzo di Roberta Vigan\u00f2), Montaldo sembra aver perduto il mordente iniziale, specialmente nella trasposizione di alcuni romanzi italiani moderni, come \u00abGli occhiali d&#8217;oro\u00bb (1987, da Giorgio Bassani) e \u00abTempo di uccidere\u00bb (1989, da Ennio Flaiano); mentre il televisivo \u00abMarco Polo\u00bb non \u00e8 andato oltre i canini di una produzione di mestiere dignitosa e registicamente corretta.<\/p>\n<p>Ma questa, \u00e8 storia successiva.<\/p>\n<p>Quando apparve sugli schermi \u00abSacco e Vanzetti\u00bb, la critica accolse la pellicola &#8211; in genere &#8211; con atteggiamento ambivalente, lodandone alcuni aspetti formali e soprattutto l&#8217;interpretazione (Cucciolla fu premiato al Festival di Cannes), ma lamentando anche un certo schematismo ideologico, tendente a mettere tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall&#8217;altra, senza incertezze n\u00e9 sfumature.<\/p>\n<p>Il Morandini, ad esempio, parla di \u00ab[&#8230;] un film pieno di buone intenzioni, politicamente un po&#8217; schematico, piuttosto oratorio e non privo di convenzionalismi\u00bb.<\/p>\n<p>Il Mereghetti, da parte sua, giudica che Montaldo, avendo sposato la tesi del delitto di Stato, abbia girato \u00ab[&#8230;] un melodramma edificante e pieno di indignazione; nobile nelle intenzioni, meno incisivo dal punto di vista del linguaggio filmico\u00bb.<\/p>\n<p>Ma il giudizio pi\u00f9 articolato e interessante ci sembra essere stato quello di Grazzini, che, dalle pagine del maggior quotidiano nazionale, svolgeva in quegli anni un egregio lavoro di presentazione dei maggiori film italiani e stranieri.<\/p>\n<p>Il pubblico, in verit\u00e0, aveva accolto con favore la pellicola di Montaldo, nonostante le riserve dei critici: anche perch\u00e9 &#8211; crediamo &#8211; il vento, in quegli anni, tirava da sinistra, ed esisteva una diffusa sensibilit\u00e0 progressista verso i temi sociali e politici; e, forse, anche per merito della calda, commovente interpretazione di Joan Baez, carismatica \u00abpasionaria\u00bb delle cause democratiche, nel memorabile tema del film, \u00abNicola and Bart\u00bb.<\/p>\n<p>Si era alla vigilia del riflusso, ma questo fenomeno non era ancora palese; di fatto, la generazione del &#8217;68 credeva di vivere ancora l&#8217;onda lunga di quella stagione di sogni e di promesse e non immaginava che, di l\u00ec a pochissimo, i gusti del pubblico, a cominciare dai giovani, sarebbero rifluiti verso le delizie, vere o supposte, del privato.<\/p>\n<p>Il segnale del cambio di marcia, a livello nazionale, si stava manifestando con lo spettacolare successo delle canzonette, melense e falsamente emancipate, della furba accoppiata Battisti-Mogol; mentre i capolavori di Tenco, De Andr\u00e9 e Paoli erano rimasti appannaggio di un pubblico sostanzialmente elitario; cfr. i nostri articoli \u00abDalla sofferta poesia di Tenco ai lazzi furbeschi di Battisti-Mogol\u00bb, sul sito di Arianna Editrice; e \u00abLucio Battisti, le viscere e la ragione\u00bb, reperibile sul sito di Esonet).<\/p>\n<p>A livello internazionale, invece, il segnale visibile del riflusso sarebbe venuto, nel 1977, da un film hollywoodiano, \u00abLa febbre del sabato sera\u00bb, lanciato da un giovane attore italo-americano dal nome travolgente quanto le sue evoluzioni sulla pista da ballo: John Travolta. E buona notte a tutti quanti avevano teorizzato che \u00abla bellezza \u00e8 nella strada\u00bb e che la fantasia sarebbe andata al potere, segnando l&#8217;avvento della liberazione universale.<\/p>\n<p>Ma torniamo a \u00abSacco e Vanzetti\u00bb e a quel 1971, che potremmo anche definire come l&#8217;anno \u00abcerniera\u00bb tra flusso e riflusso.<\/p>\n<p>Ha scritto il critico Giovanni Grazzini (sul \u00abCorriere della Sera\u00bb del 2 aprile 1971; recensione ripubblicata poi nel volume: C. Grazzini, \u00abGli anni Settanta in cento film\u00bb, Bari, Editori Laterza, 1976, pp. 100-03):<\/p>\n<p>\u00ab [&#8230;] Errore giudiziario o delitto di Stato? Tutto il caso Sacco e Vanzetti, che da allora continu\u00f2 a far scorrere fiumi d&#8217;inchiostro, passa attraverso questo dilemma. L&#8217;opinione pubblica pi\u00f9 avanzata \u00e8 convinta che la condanna, provocata dall&#8217;ostilit\u00e0 preconcetta d&#8217;un ambiente nazionalista e antisocialista venato di razzismo, per il quale il movimento anarchico \u00e8 la culla del delitto, abbia aiutato la societ\u00e0 americana ad assumere una pi\u00f9 chiara coscienza della propria doppia natura e della necessit\u00e0 di un rinnovamento radicale. A suo avviso Sacco e Vanzetti sono due martiri dell&#8217;intolleranza, e alla loro memoria deve volgersi continuamente il pensiero degli uomini liberi. Su questa linea si muove anche il film che a Sacco e Vanzetti (dopo &quot;Sotto i ponti di New York&quot; diretto nel &#8217;36 da Alfred Santell e il dramma di Roli e Vincenzoni portato sulle scene nel &#8217;60) hanno ora dedicato Fabrizio Onofri e Giuliano Montaldo, e che quest&#8217;ultimo ha diretto secondo chiari schemi politici. Montaldo non ha dubbi: fu un delitto di Stato, e ricordarlo a mezzo secolo di distanza, quando la protesta anarchica pu\u00f2 favorire le tentazioni autoritarie, \u00e8 un dovere civile, un appello alla vigilanza, una scossa alla coscienza di tutti. Sia chi tiene in mano le leve del potere,. E pu\u00f2 essere indotto dalla paura di perdere i propri privilegi a calpestare la maest\u00e0 della giustizia, sia chi, interpretando la anarchia come un invito al terrorismo, favorisce la spirale della violenza.<\/p>\n<p>Montaldo assolve il compito prefissosi con molta chiarezza. Una volta accertato che il &quot;pamphlet&quot; nega l&#8217;eventualit\u00e0 dell&#8217;errore giudiziario, il film si situa d&#8217;autorit\u00e0 in quel filone del cinema di ricostruzione documentaria, tenuto sull&#8217;orlo del melodramma edificante dall&#8217;obbligo programmatico, che trae forza di persuasione e validit\u00e0 spettacolare dalla solidit\u00e0 del racconto, dalla coerenza dello stile, dal giusto equilibrio fra gli elementi razionali e i ricatti emotivi. Basandosi sugli atti ufficiali e testimonianze dirette, e incrociando con abilit\u00e0 la tradizione oratoria del cinema giudiziario di stampo americano e francese con i recenti esempi del cinema politico di Costa-Gavras, Montaldo rievoca le varie fasi del processo e il cima circostante con un piglio popolare che non \u00e8 allentato da qualche ridondanza, e insieme tratteggia con modi vibranti le figure dei due imputati. Anche chi non voglia uscire del tutto convinto della tesi sostenuta a spada tratta dal film, sar\u00e0 conquistato alla sua causa dalla pittura umanissima, ora fiera ora scorata, compiuta dal regista romanzando il comportamento dei due protagonisti: un Sacco, pugliese, che attraversa momenti di profonda depressione ma infine rifiuta di firmare la domanda di grazia e volge i suoi ultimi pensieri alla famiglia (sublime \u00e8 l&#8217;estrema lettera al figlio: &quot;La felicit\u00e0 dei giochi non tenerla tutta per te&#8230;&quot;, e un Vanzetti, piemontese, sino alla fine sorretto da una fede virile nell&#8217;anarchia.<\/p>\n<p>Ambedue sono dipinti dal film come miti e pacifici: e questo mette in guardia dal raccogliere certi frettolosi suggerimenti a tradurre l&#8217;opera in un&#8217;allegoria del presente. Se infatti \u00e8 balorda l&#8217;accusa, mossa al film dalla destra italiana, di costituire un attentato alle istituzioni dello Stato (al contrario, questi sono i banchi di prova della democrazia), altrettanto \u00e8 sciocco fingere d&#8217;ignorare che l&#8217;anarchia , come l&#8217;America, ha due anime. &quot;E va bene, siamo due nazioni&quot;, disse Dos Passos dopo il caso Sacco-Vanzetti; e va bene, dir\u00e0 il giusto, gi anarchici sono due famiglie, l&#8217;una armata di bombe l&#8217;atra di ulivo. Il fatto che Sacco e Vanzetti siano state vittima della violenza politica non assolve i profeti della controviolenza.<\/p>\n<p>Un&#8217;eccellente interpretazione concorre al successo del film. Rispettivamente Sacco e Vanzetti, Riccardo Cucciolla e Gian Maria Volont\u00e9 danno ai loro personaggi un calore umano, una verit\u00e0 fisica, un&#8217;esattezza di contorni psicologici (il pi\u00f9 denso \u00e8 Cucciolla, Volont\u00e9 il pi\u00f9 incisivo) difficilmente superabili. Ma non dimenticheremo Cyril Cusack (Katzmann), Milo O&#8217;Shea (il difensore californiano) e William Prince (l&#8217;avvocato liberale che abbandona la professione dopo la sconfitta dell&#8217;America democratica). Insieme a una folta schiera di attori italiani e stranieri, fra i quali appare per la prima volta, un po&#8217; troppo elegante ma gi\u00e0 sicura di s\u00e9, la cantante Rosanna Fratello, essi danno salda tenuta a un film che anche per i costumi di Enrico Sabatini, per la musica di Morricone e pere la ballata di Joan Baez, per la fotografia di Silvano Ippoliti, merita di esser compreso fra e pi\u00f9 pungenti resurrezioni degli anni venti, dei loro sbagli, e dei loro sdegni. &quot;Il pi\u00f9 atroce delitto commesso in questo secolo dalla giustizia umana&quot;, disse Roosevelt del caso Sacco-Vanzetti, e questo si ripete per la memoria ci chi, analogamente a quanto fecero i fascisti ospitando nel 1937 il film di Santell alla mostra di Venezia, voglia trarne un atto d&#8217;accusa contro tutta l&#8217;America, il paese che pochi ani pi\u00f9 tardi scese in lotta contro il nazismo.\u00bb<\/p>\n<p>Ecco, Grazzini- con notevole senso della misura e della obiettivit\u00e0 storica &#8211; mette il dito sulla piaga: certo, uomini come Thayer e Katzmann agirono in maniera discutibile e iniqua; certo, negli anni Venti esisteva un&#8217;America bigotta e razzista, ansiosa di vedere due innocenti sulla sedia elettrica, pur di dare una lezione ai detestati \u00abrossi\u00bb; ma da ci\u00f2 non deriva che tutti gli anarchici fossero tenere pecorelle o che tutte le ragioni stessero dalla loro parte della barricata.<\/p>\n<p>Occorre ricordare episodi come l&#8217;eccidio del teatro \u00abDiana\u00bb, a Milano (il 23 marzo 1921: con un bilancio di ventun morti e cinquanta feriti) per rammentare che esistevano anche due anime dell&#8217;anarchia &#8211; una mite e disarmata, un&#8217;altra rabbiosa e fanatica &#8211; cos\u00ec come esistevano due Americhe e, in fondo, due modi diversissimi e pressoch\u00e9 opposti di concepire e mettere in pratica l&#8217;idea democratico-borghese?<\/p>\n<p>Ma questo era, per l&#8217;appunto, ci\u00f2 che, tra la fine degli anni Sessanta e la prima met\u00e0 degli anni Settanta, era cos\u00ec difficile dire; perch\u00e9, allora, tutti i mali dell&#8217;umanit\u00e0 sembravano venire da una parte sola; e se qualcuno, per esempio, avanzava dei dubbi sul fatto che gli Stati africani fossero pronti per l&#8217;autogoverno, subito veniva tacciato di simpatie reazionarie, se non addirittura di razzismo (cfr., ad es., il nostro articolo: \u00abUn film al giorno: &quot;Africa Addio&quot;, di Jacopetti e Prosperi (1966)\u00bb, sempre sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Che altro dire?<\/p>\n<p>Come film a tesi, \u00abSacco e Vanzetti\u00bb \u00e8 un film ben fatto e ben riuscito: e lo spettatore il quale, al termine della sua visione, non esce dalla sala profondamente convinto dell&#8217;assoluta innocenza dei due anarchici, e ribollente di indignazione contro la malvagit\u00e0 del sistema giudiziario americano, vuol dire che non ha sangue nelle vene, ma acqua.<\/p>\n<p>\u00c8 un film militante, nel senso che si schiera apertamente per una parte politica, contro un&#8217;altra parte politica: e l&#8217;arringa finale di Vanzetti (che fu realmente efficace e commovente), conclusa dal grido: \u00abViva l&#8217;anarchia!\u00bb che, successivamente, \u00e8 stato tagliato dal produttore per favorire la vendita alla Rai, possiede la forza oratoria di una delle \u00abFilippiche\u00bb di Cicerone.<\/p>\n<p>A questo punto, poco importa che, in sede storica, i giudizi possano marcare una certa presa di distanza (negli stessi ambienti anarchici correva la voce &#8211; appena bisbigliata &#8211; che il solo Vanzetti fosse realmente innocente, ma non Sacco); perch\u00e9 il film non si colloca pi\u00f9, dichiaratamente, sul piano della verit\u00e0 storica, ma su quello dell&#8217;apologetica; e l&#8217;apologetica non si discute: si accetta o si rifiuta in blocco.<\/p>\n<p>In quel preciso momento storico, il 1971 &#8211; lo ripetiamo -, era ben difficile mantenersi distaccati e obiettivi; e forse non era nemmeno giusto. In quel momento, chi aveva sangue e non acqua nelle vene, si sentiva chiamato a prendere una posizione, ad assumersi una responsabilit\u00e0 politica di fronte alla storia.<\/p>\n<p>Sia reso onore a Giuliano Montaldo, dunque, che svolse egregiamente la sua funzione di regista impegnato.<\/p>\n<p>Anche se i suoi anarchici &#8211; come i patrioti descritti dal suo maestro Pontecorvo ne \u00abLa battaglia di Algeri\u00bb &#8211; sono talmente idealizzati, da apparire sempre giusti e puri, anche quando mettono le bombe in un locale pubblico frequentato da persone assolutamente ignare e innocenti.<\/p>\n<p>Ma il film di Montaldo (un po&#8217; come lo sar\u00e0 \u00abIl delitto Matteotti\u00bb di Florestano Vancini, del 1973) non si colloca sul versante della verit\u00e0 storica e, pertanto, non sarebbe giusto giudicarlo in base a ci\u00f2 che non \u00e8, e che &#8211; forse &#8211; nemmeno vuole essere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un fantasma si aggirava per i salotti buoni della vita sociale, politica e culturale italiana all&#8217;inizio degli anni Settanta: quello del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30143,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[14,26],"tags":[256],"class_list":["post-28533","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-un-film-al-giorno","category-cinema","tag-stati-uniti-damerica"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-cinema.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28533","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28533"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28533\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30143"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28533"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28533"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28533"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}