{"id":28523,"date":"2007-07-12T02:05:00","date_gmt":"2007-07-12T02:05:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/07\/12\/travaglio-interiore-e-visione-salvifica-nelle-confessioni-di-s-agostino\/"},"modified":"2023-09-15T20:24:04","modified_gmt":"2023-09-15T20:24:04","slug":"travaglio-interiore-e-visione-salvifica-nelle-confessioni-di-s-agostino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/07\/12\/travaglio-interiore-e-visione-salvifica-nelle-confessioni-di-s-agostino\/","title":{"rendered":"Travaglio interiore e visione salvifica nelle Confessioni di S. Agostino"},"content":{"rendered":"<p><em>Le \u00abConfessioni\u00bb di S. Agostino sono una delle opere di pi\u00f9 sconcertante modernit\u00e0 che l&#8217;antichit\u00e0 ci abbia lasciato.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Esse sono innanzitutto l&#8217;analisi del travaglio interiore che dopo una giovinezza dissipata \u00e8 sfociata nella conversione; il titolo stesso &#8211; \u00abConfessiones\u00bb, cio\u00e8 confessione dei peccati e lode a Dio- sottolinea il carattere ambivalente di questa autobiografia: l&#8217;autore, nel ripercorrere il suo passato, si rivolge direttamente a Dio per glorificarne la misericordia, che ha avuto ragione della sua protervia nel peccare.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Agostino stese le \u00abConfessioni\u00bbnei primi anni del suo episcopato, tra il 397 e il 398. Cio\u00e8 molto dopo la conversione, che era avvenuta nel 386. Lo spunto gli venne dalla necessit\u00e0 di rispondere a quanti lo criticavano per il suo passato manicheo, ma la complessit\u00e0 dell&#8217;opera \u00e8 tale che solo un motivo per pi\u00f9 profondo pu\u00f2 averla ispirata. Egli stava entrando nell&#8217;et\u00e0 di mezzo re da un anno era assorbito dai nuovi compiti richiesti dalla propria assunzione alla cattedra vescovile di Ippona. L&#8217;ottimismo iniziale della sua conversione era scomparso di fronte alla difficolt\u00e0 dei compiti imposti dalla milizia cristiana. L&#8217;ideale ascetico di una vita da trascorrere nella meditazione era stato accantonato e Agostino era diventato, come egli stesso dichiara, un uomo \u00abprofondamente impaurito dal peso dei propri peccati\u00bb. Le diverse prospettive che gli si affacciavano, nel quadro di questo intenso travaglio interiore, richiedevano perentoriamente un riesame di quella parte del proprio passato che era culminata nella conversione. Ecco quindi il tono di ansioso ripiegamento sui propri anni trascorsi e sulle possenti emozioni di allora, che le necessit\u00e0 del presente hanno allontanato ma non distrutto e che ancora traspaiono al di l\u00e0 dei nuovi sentimenti scaturiti dalla professione vescovile.&quot;<\/em><\/p>\n<p>B. Gentili- E. Pasoli- M. Simonetti<\/p>\n<p><em>\u00abStoria della letteratura latina\u00bb,<\/em> Bari, 1979, p. 456<\/p>\n<p>Dei tredici capitoli che formano le <em>Confessiones,<\/em> composte verso il 397-98, i primi nove costituiscono l&#8217;autobiografia vera e propria, culminante nella conversione e, qualche tempo dopo, nella morte dell&#8217;amatissima madre Monica, che venne sepolta ad Ostia. Gli ultimi quattro sono, in effetti, libri di filosofia, nei quali S. Agostino tocca alcuni dei temi pi\u00f9 ardui del pensiero umano, dal mistero della memoria, al mistero del tempo, alla creazione dal nulla, alla bont\u00e0 divina. Si tratta di un&#8217;opera fortemente strutturata ma, al tempo stesso, originalissima: si pu\u00f2 dire che Agostino abbia creato un nuovo genere letterario, che non esisteva nelle culture antiche (n\u00e9 in quella greca n\u00e9 nella latina); e in quel genere il suo libro \u00e8 rimasto insuperato, perch\u00e9 n\u00e9 il <em>Secretum<\/em> di Petrarca, n\u00e9 le <em>Confessioni<\/em> di Jean-Jacques Rousseau, n\u00e9 altre opere moderne dello stesso genere l&#8217;hanno uguagliata in potenza e vigore drammatico. Inoltre, cos\u00ec come nessun autore prima di Agostino aveva scandagliato il mistero della propria anima con una tale profondit\u00e0 e sistematicit\u00e0, con una tale assoluto sforzo di sincerit\u00e0 e di verit\u00e0, cos\u00ec nessuno \u00e8 stato capace di fondere armoniosamente il racconto autobiografico, e sia pure prevalentemente di una biografia interiore, con pagine di altissima meditazione filosofica e spirituale.<\/p>\n<p>N: B: Ci serviamo, per la citazione dei passi di S. Agostino, della traduzione di carlo Vitali nell&#8217;ormai classica edizione delle <em>Confessioni<\/em> a cura di una fra i massimi conoscitori di questo Autore e dell&#8217;et\u00e0 sua, Christine Mohrmann (Milano, Rizzoli, 1958, 1975).<\/p>\n<p><em>LIBRO PRIMO<\/em><\/p>\n<p>La prima parte del primo libro (capitoli I-V) \u00e8 una parte a s\u00e9: si apre con una lode ed invocazione a Dio, fra le pi\u00f9 solenni e commoventi che mai siano state scritte, e prosegue con una riflessione sul mistero del rapporto fra l&#8217;anima e Dio. In effetti, per Agostino Dio \u00e8 nell&#8217;anima e l&#8217;anima in Dio; ma Dio \u00e8 anche presente in tutto l&#8217;Universo, che pure non lo pu\u00f2 contenere, poich\u00e9 Egli \u00e8 infinito: sgomenta solo il fatto di parlarne, eppure, guai a quelli che non parlano di Lui! L&#8217;uomo non \u00e8 altro che un continuo anelito verso il suo Creatore: anelito che sarebbe vano, se non venisse soccorso dalla Sua infinita misericordia.<\/p>\n<p><em>&quot;Grande sei, o Signore, degno di somma lode; grande \u00e8 la tua potenza, senza limiti la tua sapienza. L&#8217;uomo vuol Cantare le tue lodi, l&#8217;uomo, particella della tua creazione, che porta seco il peso della sua natura mortale, del suo peccato, la certezza che Tu resisti ai superbi. Eppure l&#8217;uomo, particella della tua creazione, vuol cantare le tue lodi. Tu lo sproni, affinch\u00e9 gusti la gioia del lodarti, poich\u00e9 ci hai creati per Te e il nostro cuore non ha pace fino a che non riposi in Te. Dammi grazia, o Signore, di conoscere appieno se prima ti si debba invocare o lodare; se la conoscenza di Te debba precedere l&#8217;invocazione.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ma chi ti invoca se prima non ti conosce? Chi non ti conosce potrebbe invocare una cosa per un&#8217;altra. O non piuttosto ti si invoca per conoscerti? Ma \u00abCome si invocher\u00e0 colui in cui non si crede? E come si pu\u00f2 credere senza qualcuno che ti faccia conoscere?\u00bb \u00abLoderanno il Signore coloro che lo cercano\u00bb. Cercandolo, infatti, lo troveranno, e, trovatolo, lo loderanno.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Signore, io ti cercher\u00f2 invocandoti, e ti invocher\u00f2 credendo in Te, poich\u00e9 Tu ti ci sei fatto conoscere. Te chiama la fede che mi desti, la fede che mi inspirasti per il tuo Figliuolo incarnato, per il ministero del tuo banditore.&quot;(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Forse che il non amarti \u00e8 piccola calamit\u00e0? Ahim\u00e9! Per la tua misericordia, mio Signore e mio Dio, dimmi che cosa sei per me. Dillo all&#8217;anima mia: \u00abIo sono la tua salvezza\u00bb. Cos\u00ec, cos\u00ec dillo, che io intenda. L&#8217;orecchio del mio cuore \u00e8 qui, davanti a Te: aprilo e ripeti alla mia anima: \u00abIo sono la tua salvezza\u00bb. Verr\u00f2 correndo dietro tal voce e ti raggiunger\u00f2. Non nascondermela la tua faccia! Morir\u00f2 pur dio vederla, affinch\u00e9 io non muoia! Angusta casa \u00e8 l&#8217;anima mia perch\u00e9 ti possa accogliere: e Tu amplificala. Cade in rovina, e Tu riparala: lo confesso, lo so. Ma chi altri potrebbe mondarla? A chi altri se non a Te alzer\u00f2 la mia voce: \u00abPurificami, Signore, dai miei peccati occulti, e tieni lontano il tuo servo dai peccati altrui\u00bb.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Inizia il racconto della vita di s. Agostino, con uno sforzo supremo per strappare il ricordo dei primissimi mesi di vita, quando le tenebre dell&#8217;inconsapevolezza offuscano le facolt\u00e0 e la memoria retrospettiva. Ma subito, fin da questa prima pagina autobiografica, vi \u00e8 una netta prevalenza della riflessione sul mistero di Dio, creatore sapiente di ogni essere vivente. Poi una domanda inquietante: prima di nasce fui qualcosa, fui qualcuno? Domanda troppo ardua, e destinata a rimanere senza risposta. Non resta che rendere gloria a Dio, che nella sua infinita bont\u00e0 contiene ogni cosa e la conduce all&#8217;esistenza (cap. VI). Questo andamento meditativo, che intreccia e sovrappone continuamente i due piani del ricordo personale e della riflessione filosofica e teologica, sar\u00e0 caratteristico dell&#8217;intera opera.<\/p>\n<p>Fin dalla pi\u00f9 tenera infanzia, Agostino non trova nel bambino &#8211; e quindi in s\u00e9 stesso bambino &#8211; che miserie, capricci e tendenza alla prevaricazione: lacrime per ottenere qualcosa, volont\u00e0 di colpire con violenza chiunque gli si opponga. E tuttavia il tono prevalente non \u00e8 di condanna o disprezzo per le debolezze della natura umana, ma di confidente e stupita ammirazione per la generosit\u00e0 del soccorso divino, della divina sapienza che volge al bene ogni cosa. Infine Agostino rinuncia a tentare di ricostruire gli anni della primissima infanzia: che rapporto vi \u00e8 tra essi e il presente, se il ricordo di essi \u00e8 totalmente caduto dalla memoria? Uno psicanalista freudiano non sarebbe certamente d&#8217;accordo con una tale affermazione; e, poich\u00e9 la cultura contemporanea \u00e8 largamente permeata di freudismo, ecco che le <em>Confessioni<\/em> entrano subito in urto con un aspetto importante della odierna concezione della vita. Eppure avevamo parlato di assoluta modernit\u00e0 di quest&#8217;opera di S. Agostino. In realt\u00e0, non c&#8217;\u00e8 contraddizione: un&#8217;opera non \u00e8 &quot;moderna&quot; perch\u00e9 asseconda <em>tutte<\/em> le tendenze (e magari le mode) della cultura dei nostri giorni, ma perch\u00e9 rispecchia le inquietudini e il senso di sdoppiamento dell&#8217;io che caratterizzano la modernit\u00e0: quel duplice io che vuole, allo stesso tempo, cose contrastanti, e che si sente lacerato e infelice perch\u00e9 ha smarrito il senso della propria unit\u00e0 originaria.<\/p>\n<p>Alla prima infanzia segue la puerizia, caratterizzata dalla pronuncia delle prime parole (cap. VIII), dal gioco e dai primi castighi corporali, inflitti dal maestro &#8211; all&#8217;uso romano &#8211; perch\u00e9 il piccolo Agostino amava la palla pi\u00f9 dei libri (cap. IX). Qui l&#8217;Autore svolge una breve riflessione sulle incongruenze dell&#8217;educazione, incentrata sulla retorica che insegna l&#8217;arte del parlare ornato, ma somministra agli alunni vuote storielle mitologiche (cap. X). Guarito da una grave malattia, Agostino viene preparato a ricevere il battesimo che, per\u00f2, viene differito. Qui ci vengono presentati i genitori: la madre, credente e tutta rivolta all&#8217;educazione cristiana del bambino; e il padre che, pur essendo ancora pagano, lascia fare: figura secondaria, mentre a giganteggiare \u00e8, sin da ora, Monica, presentata come esempio perfetto di madre cristiana (cap. XI). Crescendo, l&#8217;amore di Agostino per lo studio non aumenta: gli adulti ve lo costringono, e fanno bene; ma il suo cuore \u00e8 ribelle (cap. XII). \u00c8 pur vero che i metodi educativi dell&#8217;epoca, e specialmente l&#8217;assiduo insegnamento dei poemi classici, allontanano da ci\u00f2 che importa nella vita, che \u00e8 essenzialmente scoprire e amare Dio: ma proprio a quelle cose il piccolo Agostino si appassiona. S&#8217;incanta e sogna davanti alle peregrinazioni di Enea nel Mediterraneo, leggendo l&#8217;<em>Eneide<\/em> di Virgilio; mentre detesta con tutte le sue forze la matematica (cap. XIII).<\/p>\n<p>Segue una acuta osservazioni pedagogica. Da piccolo, Agostino adorava la lettura di Virgilio tanto quanto aborriva quella di Omero; probabilmente, egli osserva, per i bambini sar\u00e0 la stessa cosa, quando vengono costretti a studiare il latino, come lui lo era a studiare il greco (cap. XIV).<\/p>\n<p><em>&quot;La difficolt\u00e0, proprio la difficolt\u00e0 di imparare a fondo una lingua straniera aspergeva per cos\u00ec dire di fiele la greca soavit\u00e0 di quei racconti fantastici. Non intendevo nessuna di quelle parole e mi si stava addosso senza piet\u00e0, con gravi minacce e castighi, affinch\u00e9 le imparassi. Anche del latino, da bambino, non ne conoscevo punte, eppure le appresi con la sola attenzione, senza paura delle battiture, anzi fra le carezze delle nutrici, gli scherzi del sorriso, l&#8217;allegria dei compagni di giuoco. Le imparai senza essere gravato dall&#8217;incubo di castighi, stimolato invece dal mio intimo ad esprimere i miei concetti: il che non avrei potuto fare se non avessi preso familiarit\u00e0 con alquante parole, non dai maestri, ma da tutti quelli che parlavano; e nelle loro orecchie alla mia volta io partorivo quello che era in me.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Di qui appare chiaro che ha maggiore efficacia, nell&#8217;apprendere, una curiosit\u00e0 volontaria che non una costruzione intimidatoria&#8230;&quot;<\/em><\/p>\n<p>Dopo aver rivolto un&#8217;ardente preghiera a Dio, perch\u00e9 quanto di buono ha appreso nell&#8217;infanzia sia ora volto al suo servizio (cap. XV), Agostino si scaglia di nuovo contro i metodi d&#8217;insegnamento basati sulle opere classiche: da essi il fanciullo impara a vedere nelle divinit\u00e0 (Giove, Giunone, ecc.) continui esempi di passioni sfrenate e carnali, ci\u00f2 che lo allontana irrimediabilmente da una retta comprensione del divino (cap. XVI). Egli non se la prende, si badi,, contro il contenuto di verit\u00e0 di quelle storie: gi\u00e0 Cicerone, pi\u00f9 di quattro secoli prima, le aveva messe in ridicolo, affermando che solo le vecchiette superstiziose vi prestavano ancora fede; ma contro il pernicioso influsso che quegli esempi compiaciuti di libidine e di violenza non potevano non esercitare nell&#8217;ambito, di per s\u00e9 tanto delicato (perch\u00e9 non sorretto dalla capacit\u00e0 di giudizio critico) della vita morale del fanciullo. Vano \u00e8 anche, sul piano strettamente pedagogico, un insegnamento basato quasi interamente su vane esercitazioni letterarie, dove si acquista la padronanza delle parole ma non delle cose (cap. XXVII); e inutile \u00e8 lo sfoggio della retorica che, per di pi\u00f9, allontana dalla contemplazione della verit\u00e0, ossia del divino (cap. XVIII).<\/p>\n<p>Contro la tesi di una innata innocenza infantile, poi, l&#8217;Autore evidenzia in modo addirittura impietoso le colpe e i difetti propri dell&#8217;infanzia. Rievocando la sua infanzia, difatti, egli trova che pur di vincere nei giochi, non esitava a ricorrere all&#8217;inganno; e, se veniva scoperto, passava alle mani: proprio lui che era cos\u00ec sollecito nel denunciare il comportamento scorretto degli altri. Inganno, falsit\u00e0, violenza, egoismo: ecco emergere tutti i difetti che, nel bambino, si notano di meno che nell&#8217;adulto solo perch\u00e9, pensiamo noi, si esercitano in una sfera meno &quot;seria&quot; e perch\u00e9 generalmente vengono scusati dal non raggiunto possesso della ragione (cap. XIX).<\/p>\n<p><em>&quot;Codesta dunque l&#8217;innocenza infantile? No, Signore, no, mio Dio, essa non esiste. Perch\u00e9 queste frodi che si cominciano con pedagoghi e maestri, o per noci, palline e passerotti, coll&#8217;andar degli anni sono proprio le stesse che si tendono ai governatori, ai re, e che hanno per oggetto oro, poderi, schiavi: cos\u00ec come la sferza cede il posto a castighi pi\u00f9 gravi&quot;<\/em><\/p>\n<p>Da ultimo Agostino leva un rendimento di grazie a Dio, Signore e Creatore dell&#8217;universo, che attira tutti gli esseri verso la verit\u00e0 che in Lui risiede.<\/p>\n<p><em>LIBRO SECONDO<\/em><\/p>\n<p>Amaro \u00e8 il ricordo dell&#8217;adolescenza, anche se mitigato e addolcito dalla consapevolezza della infinita grazia divina (cap. I).<\/p>\n<p><em>&quot;Voglio ricordare le turpitudini del mio passato e la corruzione carnale della mia vita; non gi\u00e0 che le ami, ma per amar Te, o mio Dio. Per amor del tuo amore mi accingo a rievocare il mio cammino nelle vie del peccato, ricordo pieno di amarezza, affinch\u00e9 Tu mi colmi della tua dolcezza, dolcezza non fallace, dolcezza felice e sicura&#8230;&quot;<\/em><\/p>\n<p>La forza degli istinti ribolle nell&#8217;animo di Agostino giovinetto, la sua natura di africano sensuale ed eccitabile lo sospinge versi i piaceri materiali della vita. Egli ha ben sintetizzato l&#8217;elemento fondamentale della sua indole con la sua famosa frase: <em>\u00abUna sola cosa mi sorrideva: amare ed essere amato\u00bb.<\/em> All&#8217;et\u00e0 di sedici anni, Agostino cade nella lussuria, nell&#8217;indifferenza degli adulti, preoccupati solo di fare di lui un oratore elegante e di successo (cap. II).<\/p>\n<p>In quell&#8217;anno lascia Madaura, dove aveva iniziato gli studi e ritorna dai suoi nella natia Tagaste, per prepararsi a un soggiorno di studio a Cartagine, <em>&quot;suggerito pi\u00f9 dall&#8217;ambizione che non dalle possibilit\u00e0 economiche di mio padre, modesto cittadino di Tagaste&quot;.<\/em> Il periodo trascorso in famiglia nell&#8217;ozio temporaneo rinfocola le inquietudini e le disordinate passioni del ragazzo; il padre se ne accorge, ma invece di impensierirsene, se ne compiace, <em>&quot;quasi gi\u00e0 rallegrandosi dei nipoti futuri&quot;.<\/em> Nemmeno la madre, cristiana ancora piuttosto tiepida, mostra di preoccuparsene, ad esempio suggerendogli di avviarsi al matrimonio (cap. III). Segue il racconto del famoso furto notturno delle pere. Pu\u00f2 sembrare &#8211; e a molti \u00e8 sembrato &#8211; eccessivo il tono di esecrazione con cui Agostino rievoca quell&#8217;episodio della sua adolescenza; ma abbiamo gi\u00e0 visto che, per lui, i vizi e i difetti dei piccoli non sono che l&#8217;anticamera di quelli, ben pi\u00f9 terribili (e tuttavia idealmente analoghi) che caratterizzano il mondo degli adulti. Inoltre, Agostino indugia con particolare contrizione su quel furto di pere, in apparenza di poco conto, perch\u00e9 ne vuole sottolineare il carattere di assoluta gratuit\u00e0, in quanto non motivato nemmeno dalla tentazione della gola: si tratt\u00f2, dunque &#8211; egli conclude &#8211; di un atto malvagio per eccellenza, in quanto originato unicamente dal piacere di infrangere la legge morale (cap. IV).<\/p>\n<p><em>&quot;Dopo aver protratto il gioco, secondo la nostra pessima usanza, fino a tarda ora nelle piazze, nel cuor della notte la trista combriccola di noi ragazzacci si rec\u00f2 a scuotere quell&#8217;albero e a depredarlo: e ne portammo via un gran carico, non per mangiarne a saziet\u00e0, se pur ne assaggiammo, ma per darne in pasto persino ai maiali: nostro unico piacere fu di fare ci\u00f2 che non era lecito, perch\u00e9 ci\u00f2 ci piaceva.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Eccolo, il mio cuore, o Dio, ecco il mio cuore, ecco quel mio cuore che ti ha mosso a piet\u00e0 dal fondo dell&#8217;abisso. Ti dica ora questo mio cuore che cosa lo movesse ad essere cattivo senza alcun vantaggio, a non avere una ragione di malizia se non la malizia stessa. Torbida malizia: ed io la amai; amai la mia rovina, amai la mia caduta; non ci\u00f2 per cui cadevo, ma proprio la caduta; io, anima malvagia che mi sradicavo dal tuo fermo sostegno per la mia rovina, non correndo dietro ad alcunch\u00e9 con disonest\u00e0, ma alla disonest\u00e0 per se stessa.&quot;<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;episodio delle pere serve ad Agostino anche per sviluppare una riflessione di tipo quasi socratico, e cio\u00e8 che, nel fare il male &#8211; ossia nel peccato &#8211; l&#8217;anima cerca un bene, ma lo cerca sregolatamente e nelle cose di infimo livello, ossia quelle materiali, distogliendosi dai veri beni e in particolare da Dio, il Bene supremo (cap. V). Nel capitolo seguente Agostino sviluppa e approfondisce il concetto: le passioni degli uomini li portano verso i beni di grado inferiore, ma quegli stessi beni, elevati alla massima perfezione, sono tutti presenti in Dio: \u00e8 in Lui, e soltanto in lui, che l&#8217;anima pu\u00f2 infine trovare quello che oscuramente cerca fra le ombre dei vaneggiamenti terreni, spegnendo quella sete che intimamente lo divora, e che invano cerca di spegnere nella ricerca affannosa e degradante dei piaceri materiali (cap. VI).<\/p>\n<p><em>&quot;Le carezze dei voluttuosi vogliono amore: ma nulla \u00e8 pi\u00f9 affettuoso del tuo amore, nulla si ama pi\u00f9 salutarmente della tua verit\u00e0, bella e luminosa quant&#8217;altre mai.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La curiosit\u00e0 sprona in apparenza all&#8217;acquisto della scienza: Tu sai tutto, in sommo grado. Persino la ignoranza e la stoltezza si velano con il nome di semplicit\u00e0 e di innocenza, perch\u00e9 nulla si pu\u00f2 trovare pi\u00f9 semplice di Te, e nulla pi\u00f9 innocente di Te, come che al malvagio \u00e8 di danno il suo stesso malfare. L&#8217;ignavia vorrebbe tendere alla tranquillit\u00e0: e quale sicurezza di tranquillit\u00e0 fuor che nel Signore? Il lusso vuole esser chiamato sufficienza e abbondanza; Tu sei la pienezza e la sorgente inesauribile di soavit\u00e0 che non conoscono corruzione.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La prodigalit\u00e0 prende le apparenze della liberalit\u00e0; ma Tu possiedi tutto. La gelosia briga per eccellere: chi pi\u00f9 eccelso di Te? L&#8217;ira cerca la vendetta: e chi esercita la vendetta pi\u00f9 giustamente di Te? Il timore si inquieta per ogni avvenimento insolito e improvviso che incombe sulle cose amate, si preoccupa della sicurezza: che cosa \u00e8 insolita, improvvisa per Te? E chi pu\u00f2 dividere da Te ci\u00f2 che ami? Dove, se non in Te, una salda sicurezza? La cupidigia si rattrista e si consuma per la perdita delle cose che le davano gioia, perch\u00e9 vorrebbe che nulla potesse essere tolto a s\u00e9, come a Te.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;In tale modo va fornicando l&#8217;anima quando, allontanandosi da Te, cerca fuori di Te obietti che trova puri e limpidi solo ritornando a Te. Coloro che si allontanano da Te, che si ergono contro Te tutti ti imitano disordinatamente. Per\u00f2 anche con codesta forma di imitazione vengono a riconoscere che sei il creatore di tutta la natura e che perci\u00f2 non esiste luogo in cui l&#8217;uomo possa considerarsi in tutto separato da Te.&quot;<\/em><\/p>\n<p>La grazia divina, riversandosi nell&#8217;anima, ha tuttavia il potere di far ravvedere gli uomini, riconducendoli all&#8217;Amore che, solo, pu\u00f2 appagare ogni loro desiderio (cap. VII). Poi, tornando a riflettere sulle motivazioni di quel lontano furto di pere, Agostino rivede la sua precedente affermazioni: non l&#8217;amore del male in s\u00e9 lo spinse ad agire, ma il piacere di condividere quell&#8217;atto con i suoi compagni: da solo, infatti, non l&#8217;avrebbe commesso (cap. VIII). Esiste, dunque, una facolt\u00e0 dell&#8217;anima che si definisce come perversa solidariet\u00e0 nel male: \u00e8 l&#8217;agire in gruppo (in <em>branco,<\/em> come si usa dire oggi nel gergo giornalistico) che fa scattare la molla di molte azioni malvagie e apparentemente gratuite. Nel gruppo, infatti, viene abolito il principale freno che ci trattiene, di norma, dal commettere cattive azioni: il sentimento della vergogna (cap. IX).<\/p>\n<p>Il secondo libro delle <em>Confessioni<\/em>, il pi\u00f9 breve di tutti, si conclude quindi con una citazione dal Vangelo di Matteo (XXV, 21): <em>\u00abentra nel gaudio del tuo Signore\u00bb<\/em>, perch\u00e9 solo in Lui si trova quella gioia piena e pura che invano inseguiamo nei beni terreni.<\/p>\n<p><em>LIBRO TERZO<\/em><\/p>\n<p>Trasferitosi a Cartagine, il giovane Agostino d\u00e0 sfogo senza ritegno alla sua morbosa ricerca dell&#8217;amore, non rendendosi conto di essere affamato, in realt\u00e0, di un cibo completamente diverso, un cibo spirituale( cap. I).<\/p>\n<p><em>&quot;Perci\u00f2 l&#8217;anima mia era inferma, piagata, si gettava al di fuori, miseramente avida di sfregarsi al contatto delle creature sensibili. Ma anch0&#8217;esse non le avrei amate se non avessero avuto anima.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La dolcezza di amare e di essere amato era per me molto maggiore se andava unita al possesso del corpo dell&#8217;amante. Inquinavo cos\u00ec la vena dell&#8217;amicizia con le lordure della concupiscenza, ne offuscavo il candore con l&#8217;alito diabolico della concupiscenza, e, ci\u00f2 non ostante, sozzo e disonesto qual ero,, nella mia immensa vanit\u00e0 volevo apparire fine e di belle maniere.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ed andai a precipizio verso quell&#8217;amore di cui bramavo la catena.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Anche un&#8217;altra passione afferra il giovane provinciale inurbato, quella per gli spettacoli e specialmente per il teatro (cap. II). A Cartagine prosegue brillantemente i suoi studi di retorica, mosso dall&#8217;ambizione di diventare un grande avvocato; intanto, per\u00f2, \u00e8 attratto e anche un po&#8217; spaventato dalla sfrenata turbolenza degli altri studenti, ai quali si unisce pi\u00f9 per non sfigurare che per intima convinzione (cap. III). Si tratta di una turbolenza cos\u00ec sfrenata che qualche anno, divenuto insegnante, lo stesso Agostino decider\u00e0 di lasciare Cartagine per Roma, alla ricerca di un ambiente pi\u00f9 calmo e ordinato. Intanto legge l&#8217;<em>Ortensio,<\/em> opera di Cicerone andata disgraziatamente perduta, nella quale il grande oratore romano difendeva lo studio della filosofia contro l&#8217;avvocato suo grande avversario, Ortensio appunto. Quel libro opera uno straordinario influsso sull&#8217;animo del giovane studente di Tagaste, influsso che viene descritto con poche, ma efficaci e commosse parole (cap. IV).<\/p>\n<p><em>&quot;Ebbene, quel libro cambi\u00f2 la mia mentalit\u00e0, cambi\u00f2 anche il tono delle mie preghiere a Te, Signore, cambi\u00f2 radicalmente le mie aspirazioni e i miei desideri. Di colpo ogni sorta di vane speranze rinvil\u00ec; con incredibile ardore di cuore presi a desiderare la sapienza imperitura: e gi\u00e0 incominciavo ad alzarmi per far ritorno a Te.(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Come ardevo, mio Dio, come ardevo di spiccare il mio volo dalle cose terrene a Te! Non sapevo quale fosse la tua azione su me: poich\u00e9 \u00abin Te risiede la sapienza\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Per contro, la lettura della <em>Bibbia<\/em> non produce dapprima, nel giovane africano, un&#8217;impressione altrettanto favorevole: la durezza dello stile, a paragone dell&#8217;eleganza ciceroniana, lo allontana (cap. V). A quell&#8217;epoca, ardente di una religiosit\u00e0 ancora confusa, Agostino si avvicina alla religione dei manichei, di cui subisce profondamente l&#8217;influenza (da cui, per certi aspetti, non li liberer\u00e0 forse mai del tutto, anche se condurr\u00e0 poi una durissima polemica contro di essi). Tuttavia, per adesso, non ci d\u00e0 molti particolari di quella fase della sua vita; si diffonde invece a compiangere lo smarrimento della sua anima, paragonandola al Figliuol prodigo della parabola evangelica (cap. VI). Poi ricorda che, se per i manichei il Male \u00e8 un principio sostanziale che si contrappone al Bene, in realt\u00e0 esso non \u00e8 che una ignoranza del vero Bene, e non ha una consistenza propria: dottrina che avrebbe sviluppato compiutamente pi\u00f9 tardi e che ha dato luogo a infinite discussioni e polemiche. \u00c8 un fatto che Agostino, qui, per reazione al dualismo manicheo sembra essere pi\u00f9 vicino alla concezione neoplatonica che a quella cristiana ortodossa, secondo la quale l&#8217;esistenza di un polo negativo e demonico, anche se non originario (come volevano i manichei), \u00e8 parte integrante di una compiuta prospettiva dogmatico-teologica. Del resto, vi sono stati studiosi (come Prosper Alfaric, nella sua monografia su S. Agostino del 1918) che hanno negato che egli si sia convertito al cristianesimo nel 386 quanto piuttosto al neoplatonismo; e che solo in seguito egli sia passato definitivamente al cristianesimo, ma solo perch\u00e9 vi ritrovava gli elementi essenziali insegnati nelle <em>Enneadi<\/em> di Plotino, filosofo che continu\u00f2 ad ammirare per tutta la vita. Sia come sia, non \u00e8 questa la sede per approfondire una questione di tanto peso; ci accontentiamo di avervi accennato, rimandando il lettore desideroso di approfondire la questione agli studi specifici di Becker, di Scheel, di Thimme, di Alfaric e del celebre Alfred Loisy.<\/p>\n<p>In ogni modo, ad Agostino appare chiaro che i criteri della giustizia divina divergono da quelli della giustizia umana, e di ci\u00f2 non si pu\u00f2 evitare di tener conto quando si affronta il problema del Male da un punto di vista teologico (cap. VII). Tuttavia, se il giudizio umano &#8211; fuorviato dalle apparenze &#8211; pu\u00f2 errare nel giudicare ci\u00f2 che gli appare una cattiva azione, e magari non essere tale agli occhi di Dio, da ci\u00f2 non deriva alcun relativismo etico. Esistono comunque delle azioni che sono intrinsecamente peccaminose, quali &#8211; ad esempio &#8211; le pratiche dei sodomiti, davanti alle quali Agostino non esita ad affermare che <em>\u00abanche se tutto il genere umano le commettesse, tutto il genere umano sarebbe reo di codesto crimine\u00bb<\/em> (cap. VIII): e questo, almeno, \u00e8 un parlare chiaro.<\/p>\n<p><em>&quot;Ma quando Iddio comanda qualche cosa contraria ad usi o istituzioni di chicchessia, anche se essa in quel determinato luogo non sia mai stata fatta, si deve fare; se \u00e8 andata in disuso si deve rinnovare; se non \u00e8 mai stata stabilita si deve stabilire (&#8230;) Come infatti nella distribuzione dei poteri nella societ\u00e0 umana il potere pi\u00f9 elevato ha diritto all&#8217;obbedienza del subordinato, cos\u00ec Dio a quella di tutti.&quot;<\/em><\/p>\n<p>E questo \u00e8 un passo che sarebbe piaciuto (e quasi certamente \u00e8 piaciuto) a S\u00f6ren Kierkegaard, in particolare al Kierkegaard di <em>Timore e tremore,<\/em> tutto preso dal mistero che emana dall&#8217;ordine assurdo (umanamente parlando) che Dio rivolge ad Abramo di sacrificare il suo unico, amatissimo figlio Isacco, sul Monte Moriah.<\/p>\n<p><em>&quot;Ci\u00f2 vale anche per le colpe il cui movente \u00e8 la deliberata volont\u00e0 di fare il male agli altri o con ingiustizia, o con violazione di diritti. E l&#8217;uno e l&#8217;altro pu\u00f2 aver luogo sia per motivi di vendetta, come fa l&#8217;avversario all&#8217;avversario, sia per cupidigia di un bene indebito, come il brigante con il viaggiatore; sia per evitare un male, come si fa ad uno che ci \u00e8 causa di timore; sia per invidia &#8211; il misero verso il pi\u00f9 fortunato o il bene arrivato verso colui che non vuole veder suo pari, oche si contrista di veder tale, sia per il solo compiacimento del male altrui, come gli spettatori delle lotte dei gladiatori, i motteggiatori, i mistificatori degli altri.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Vi sono poi dei peccati che sono tali solo in apparenza: Agostino ribadisce il concetto che il giudizio umano \u00e8 spesso inadeguato, ed erra sia quando condanna, sia quando loda, perch\u00e9 altro pu\u00f2 essere il giudizio di Dio, che sa vedere nel mistero dell&#8217;anima (cap. IX). Segue una ulteriore puntata contro i manichei che, per la verit\u00e0, ha pi\u00f9 l&#8217;aria di un colpo basso: giocando un po&#8217; sul concetto manicheo di &quot;cibo spirituale&quot; destinato a liberare la sostanza spirituale contenuta negli alimenti, Agostino poco generosamente mette in caricatura questo aspetto delle loro credenze, deridendo ci\u00f2 in cui aveva creduto (cap. X).<\/p>\n<p>Il terzo libro \u00e8 chiuso da due episodi che creano un&#8217;atmosfera carica di attesa. Il primo \u00e8 un sogno della madre Monica che sembra chiaramente alludere a un cambiamento di vita da parte di suo figlio, se non a una vera e propria conversione (cap. XI).<\/p>\n<p><em>&quot;Sogn\u00f2 infatti che se ne stava ritta in piedi su di un&#8217;assicella e che uno splendido giovane le veniva incontro lieto e sorridente, mentre essa si consumava nella tristezza della desolazione. Egli le chiese la cagione di quella sua mestizia e di quel suo piangere continuo; non che avesse bisogno di sentirselo dire, ma come succede, per aver modo di dirle quanto voleva. Avendo ella risposto che piangeva la mia rovina, egli volle che si riconfortasse, esortandola a ben notare ed a vedere che l\u00e0 dove era ella mi trovavo anch&#8217;io. Ed ella riguard\u00f2 e vide che io le stavo accanto sulla stessa assicella.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Il secondo episodio riguarda la profezia di un vescovo, al quale Monica si era rivolta per convincerlo ad avere un colloquio con Agostino nel quale confutare i suoi errori e allontanarlo, cos\u00ec, dall&#8217;influenza dei manichei. Al che il sant&#8217;uomo rispose<em>:\u00abLascia che se stia cos\u00ec; solo, prega il Signore per lui; studiando, trover\u00e0 da s\u00e9 la natura e l&#8217;empiet\u00e0 di quegli errori\u00bb.<\/em> E aveva concluso dicendole: <em>\u00abVattene pure; cos\u00ec tu possa vivere a lungo, come \u00e8 certo che il figlio di codeste lagrime non pu\u00f2 andar perduto\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>LIBRO QUARTO<\/em><\/p>\n<p>Il quarto libro si apre con l&#8217;inizio dell&#8217;insegnamento a Tagaste, ove Agostino \u00e8 rientrato da Cartagine. Continua a frequentare i manichei, anzi \u00e8 divenuto &quot;uditore&quot;: ora, quel periodo della sua vita gli appare come una dolorosa serie di errori (cap. I).<\/p>\n<p><em>&quot;Per tutto il corso di quei nuove anni &#8211; dal diciannovesimo al ventottesimo &#8211; fui insieme sedotto e seduttore, ingannato e ingannatore in ogni genere di passioni; pubblicamente con l&#8217;insegnamento delle cos\u00ec dette scienze liberali, occultamente con la pratica di una falsa religione ;l\u00e0 superbo, qui superstizioso, vano in entrambi i casi; da una parte correvo dietro al miraggio della gloria popolare, fino agli applausi da palcoscenico;, fino alle gare poetiche, alle dispute per corone di fieno ,alle insulsaggini di spettacoli, ad ogni sregolatezza di passioni; dall&#8217;altra, anelando di purificarmi da quelle bassezze, ero tutto zelo nel portare ai cos\u00ec detti &quot;Santi&quot; ed &quot;eletti&quot; i cibi dai quali nell&#8217;officina del loro stomaco potessero fabbricarci angeli e d\u00e8i, mezzi della nostra liberazione. E ci credevo, e compivo tali pratiche: io e gli amici con me o da me ingrulliti.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Inoltre, in quel periodo Agostino si lega con una donna, non maritalmente, tuttavia con costante fedelt\u00e0 e affetto, dalla quale avr\u00e0 un figlio, Adeodato. Ricorda anche uno strano episodio, allorch\u00e9 uno stregone gli offr\u00ec la vittoria in una gara di poesia da tenersi in una teatro, se avesse acconsentito a praticare un rito di magia nera, nel quale sarebbero stati sacrificati degli esseri viventi. Egli aveva rifiutato con orrore (cap. II); il fatto, ad ogni modo, ci dice quanto fossero diffuse le arti magiche nel tardo Impero Romano, e quanto l&#8217;ambizione divorante di Agostino dove essere ben nota ai suoi concittadini; altrimenti, quel personaggio non avrebbe osato rivolgersi a lui per offrirgli i suoi sinistri servigi. Non rifiuta, invece, di affidarsi ai responsi degli astrologi, cui anzi ricorre volentieri; solo pi\u00f9 tardi l&#8217;autore delle <em>Confessioni<\/em> giunger\u00e0 alla conclusione che il sapere dell&#8217;astrologia \u00e8 vano e fallace, poich\u00e9 in contrasto con la libert\u00e0 di scelta dell&#8217;uomo (cap. III). Notiamo di sfuggita che in altro modo giudicher\u00e0 l&#8217;astrologia il seguente millennio, durante il quale i massimi esponenti della cultura, Dante compreso, crederanno fermamente all&#8217;influsso operato dagli astri sul cosiddetto mondo sub-lunare; e tale sar\u00e0 la convinzione prevalente fino a tutto il Rinascimento, non sentita in contrasto con i dogmi del cristianesimo, ed insegnata presso diverse universit\u00e0 europee.<\/p>\n<p>Poi Agostino racconta il dolore provato per la perdita di un giovane, del quale ignoriamo anche il nome, ma al quale si era legato di profonda (cap. IV); mentre per la morte del padre suo, Patrizio, che alfine si era convertito alla religione della moglie, non dice una parola. Dopo aver riflettuto sulla dolcezza che il pianto offre nei grandi dolori, ai quali offre un sollievo (cap. V), ricostruisce quell&#8217;epoca della sua vita, osservando come lo avesse invaso un profondo smarrimento, mescolato a un senso di estrema precariet\u00e0 di ogni cosa umana, davanti alla cieca violenza della morte, nonch\u00e9 a uno strano piacere nell&#8217;abbandonarsi alla disperazione.<\/p>\n<p><em>&quot;Ero infelice, ed infelice \u00e8 sempre l&#8217;anima avviluppata dall&#8217;amore delle cose mortali; lacerata quando le perde, sente la miseria da cui \u00e8 affetta anche prima di perderle.. Tale ero io in quel periodo di tempo; piangevo amarissimamente e nell&#8217;amarezza mi riconfortavo. Infelice, s\u00ec; eppure quella misera mia vita mi era ancor pi\u00f9 cara dell&#8217;amico; cambiarla, certo, avrei voluto, ma non perdere lei piuttosto dell&#8217;amico, e non so se avrei acconsentito, anche per lui, a quello che si racconta di Oreste e di Pilade, se pure \u00e8 vero, che volevano morire l&#8217;uno per l&#8217;altro, insieme, perch\u00e9 non vivere insieme per essi era peggio che morire. Ma non so quale sentimento in opposizione di quello, era nato in me; un profondissimo tedio della vita e la paura della morte. Quanto pi\u00f9 lo amavo, tanto pi\u00f9 lo odiavo e temevo come il pi\u00f9 crudele nemico la morte che me lo aveva rapito ,e mi pareva che essa dovesse portarsi via di colpo tutta l&#8217;umanit\u00e0, posto che aveva potuto portarsi via lui. Tale era il mio stato d&#8217;animo: e ben l&#8217;ho presente.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Per confortarsi di quella perdita, Agostino cerca l&#8217;amicizia di altri compagni (cap. VIII); indi scrive una delle pi\u00f9 alte pagine sul significato della vera amicizia, che consiste nell&#8217;amare l&#8217;altro non per se stesso, ma in Dio (cap. IX). Ogni bene terreno, infatti, \u00e8 caduco ed effimero: cercando le cose per se stesse, anche le pi\u00f9 belle, non si fa altro che inseguire il dolore; mentre \u00e8 in Dio, creatore di ogni bellezza terrena, che l&#8217;animo nostro pu\u00f2 trovare ci\u00f2 di cui veramente \u00e8 assetato (cap. X). Dopo aver rivolto una esortazione alla propria anima, perch\u00e9 rivolga tutta se stessa a Dio, sede della vera pace e della perfetta letizia (cap. XI), Agostino afferma che l&#8217;amore dei bei corpi pu\u00f2 rivolgerci dalla bellezza materiale a quella spirituale e di l\u00ec, infine, alla Bellezza divina: un ragionamento di pretta impronta platonica, e che certo sarebbe piaciuto &#8211; e forse piacque, se lo lesse &#8211; al S. Francesco del <em>Cantico delle creature.<\/em> Con questa differenza, per\u00f2, rispetto a Platone: che la bellezza materiale non rimanda a un&#8217;Idea perfetta e totalmente separata dal mondo, ma che proprio nella bellezza delle cose terrene noi possiamo percepire la presenza del divino, che non si ritrae da esse, ma vi permane in tutto il suo fulgore. Il mondo, pertanto, non viene retrocesso a pallido e illusorio riflesso di una realt\u00e0 trascendente, ma promosso al rango di luogo per eccellenza della ierofania, ossia della rivelazione del sacro.<\/p>\n<p><em>&quot;Se ti piacciono i copri, trai motivo da essi per lodare Iddio, e riporta l&#8217;amore sul loro autore, perch\u00e9 tu non gli dispiaccia negli esseri che piacciono a te. Se ti piacciono le anime, amale nel Signore, perch\u00e9 anch&#8217;esse sono mutabili e solo fissandosi in lui acquistano stabilit\u00e0; diversamente sene andrebbero in rovina. Siano dunque amate in Lui, trascinane a Lui teco quante vuoi, e di&#8217; loro: \u00abLui, lui amiamo: Egli ha fatto codeste creature, n\u00e9 \u00e8 lontano perch\u00e9, dopo averle fatte, non si \u00e8 ritirato da esse, ma, fatte da Lui, sono in Lui. Ecco dove egli sta: , ecco dove la verit\u00e0 si insapora. \u00c8 nel profondo del nostro cuore ma il cuore si \u00e8 sbandato, lontano da lui. Ritornate al cuore, prevaricatori; stringetevi a Lui che vi ha creati,. Tenetevi a Lui e avrete stabilit\u00e0; riposate in Lui e avrete riposo. Dove andate, dove andate per luoghi scoscesi? Il bene che voi amate viene da Lui, e quanto si rapporta a Lui \u00e8 buono, \u00e8 dolce, ma pu\u00f2 giustamente diventare amaro, se si abbandona Lui e si ama disordinatamente quello che procede da Lui. Dove tende questo vostro ostinato camminare per strade difficili e faticose? Non \u00e8 l\u00e0 dove lo cercate il riposo. Cercate pure quello che cercate; ma esso non \u00e8 l\u00e0 dove lo cercate. Cercate la felicit\u00e0 della vita nelle regioni della morte: non \u00e8 l\u00e0. Come potrebbe esservi vita felice dove non si trova nemmeno la vita?\u00bb.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Segue un passo stupendo sul mistero dell&#8217;Incarnazione, visto come l&#8217;evento salvifico che ha riportato la vita nel regno della morte, ribadendo il carattere di trionfo della vita sulla morte che sta al cuore del messaggio cristiano. Sono parole ispirate, che ricordano le pagine pi\u00f9 potenti di san paolo; e, infatti, culmina con una citazione dalla <em>Prima lettera a Timoteo<\/em> (I, 15).<\/p>\n<p><em>&quot;Egli, la vita nostra, \u00e8 disceso quaggi\u00f9; si \u00e8 preso la nostra morte, la uccise nella sovrabbondanza della vita, e con voce di tuono ci grid\u00f2 di ritornare di qui a Lui, in quel misterioso recesso da cui prese le mosse per venire a noi nel grembo di una vergine, per la prima volta, dove si dispos\u00f2 con Lui, la creatura umana, carne mortale ,destinata all&#8217;immortalit\u00e0: e di l\u00e0, \u00abcome sposo che esca dal talamo, avanz\u00f2 qual campione lieto di percorrere la sua via\u00bb.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Poi Agostino ci informa che, all&#8217;et\u00e0 di ventisei o ventisette anni, aveva composto un&#8217;operetta, intitolata <em>De puchro ed apto,<\/em> che purtroppo \u00e8 andata perduta (cap. XIII); e d&#8217;averla dedicata a un celebre oratore di origine siriana da lui non personalmente conosciuto, tale Jerio, che dopo aver primeggiato nell&#8217;eloquenza greca, aveva riportato altrettanti trionfi nell&#8217;uso di quella latina (cap. XIV). Quanto al contenuto, l&#8217;autore delle <em>Confessioni<\/em> compie una piena autocritica, poich\u00e9 in quel libretto non era ancor giunto a distaccarsi da una concezione immanentistica dell&#8217;estetica (cap. XV). Pi\u00f9 in generale, Agostino lamenta che, a quell&#8217;epoca, egli stava facendo un cattivo uso della sua intelligenza. A soli vent&#8217;anni aveva gi\u00e0 letto e studiato le <em>Categorie<\/em> di Aristotele; e inoltre sai era formato, senza difficolt\u00e0, una vasta cultura che spaziava dalla retorica, alla dialettica, alla geometria, alla musica e alla matematica (circa quest&#8217;ultima, evidentemente, aveva superato l&#8217;antipatia della fanciullezza); ma vagava ancora lontano dalla verit\u00e0 pi\u00f9 importante, quella delle cose divine (cap. XVI).<\/p>\n<p><em>LIBRO QUINTO<\/em><\/p>\n<p>Il quinto libro si apre con un inno di lode a Dio (cap. I) e prosegue con la riflessione che Egli \u00e8 sempre vicino a noi, anche quando noi crediamo di allontanarcene (cap. II). Quindi Agostino si lancia in un duro atto di accusa contro la superbia e la cecit\u00e0 di quelli che allora si chiamavano filosofi naturali e che noi, oggi, chiamiamo scienziati. Non \u00e8 la loro scienza che viene condannata, anzi, il Nostro ha parole di ammirazione per i risultati raggiunti dal loro sapere; ma \u00e8 condannata la loro pretesa di fondare una scienza autosufficienze, chiusa in s\u00e9 stessa e resa superba dalle sue conquiste, senza riconoscere il legame necessario esistente fra Dio e il mondo. Si tratta di un passo di notevole attualit\u00e0, che il lettore moderno dovrebbe meditare alla luce degli effetti che il predominio dell&#8217;apparato tecno-scientifico esercita sulle nostre vite e sui nostri modi di pensare; un passo (come quello dell&#8217;Ulisse dantesco lanciato nel suo &quot;folle volo&quot; verso l&#8217;ignoto) che non si deve leggere in un&#8217;ottica oscurantistica ma, al contrario, nella sua straordinaria forza profetica, come un monito e un necessario grido di avvertimento.<\/p>\n<p><em>&quot;I superbi non Ti trovano, anche se la loro perspicace curiosit\u00e0 \u00e8 riuscita a contare le stelle e l&#8217;arena, a misurare le plaghe del cielo, a seguire la via degli astri. Con la forza dell&#8217;intelligenza e dell&#8217;intuizione che Tu donasti loro essi compiono tali ricerche; e fecero scoperte, e annunziarono molti anni prima le eclissi del sole e della luna, indicandone il giorno, l&#8217;ora, se totali o parziali: i loro calcoli non li hanno tratti in errore: avvenne proprio come avevano preannunciato. Misero in iscritto le leggi trovate che si studiano anche oggi, e da esse si pu\u00f2 fare il calcolo in quale anno, in quale mese dell&#8217;anno, in quale giorno del mese, in quale ora del giorno e in quale misura avverranno le eclissi della luna o del sole: e tutto si verificher\u00e0 a puntino. Quelli che non hanno simili cognizioni rimangono meravigliati, quasi instupiditi; i dotti ne gioiscono, si gonfiano d&#8217;orgoglio; la stolta superbia li allontana ed eclissa loro la Tua gran luce: vedono in anticipo l&#8217;oscuramento del sole e non vedono il loro ,proprio e presente, perch\u00e9 non si domandano piamente donde venga l&#8217;intelligenza che li guida in codeste scoperte; e anche se arrivano a capire che Tu sei il creatore, non si affidano a Te per la conservazione del tuo operato; non vogliono sacrificare a Te il loro &#8216;io&#8217;, n\u00e9 annientare i loro infatuamenti svolazzanti a guisa d&#8217;uccelli, le loro investigazioni che a guisa di pesci scendono nelle vie segrete degli abissi, n\u00e9 la loro lussuria che li fa simili alle bestie irragionevoli: affinch\u00e9 Tu, fuoco divoratore, riduca in cenere le loro passioni di morte per ricrearli ad una vita eterna.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Agostino trae la conclusione che la scienza umana \u00e8 vana, se non \u00e8 accompagnata da un giusto rapporto fra l&#8217;uomo e Dio; insensato \u00e8 colui che <em>\u00absa misurare i cieli e contare le stelle e pesare gli elementi, ma poi trascura Te che a tutto hai prestabilito misura, numero e peso\u00bb<\/em> (cap. IV)<em>.<\/em><\/p>\n<p>Dopo aver deplorato gli errori della dottrina di Mani nella scienza astronomica (cap. V), il Nostro rievoca il suo incontro con il vescovo manicheo Fausto, che descrive come uomo garbato e ottimo parlatore, ma non pi\u00f9 profondo n\u00e9 pi\u00f9 veridico quanto alla sostanza del suo insegnamento (cap. VI). Agostino, peraltro, gli riconosce volentieri alcune buone qualit\u00e0, prima fra tutte l&#8217;umilt\u00e0: infatti, quando gli sottopone i suoi calcoli matematici che contrastavano con la dottrina manichea, Fausto non vuole addentrarsi in tale materia, ammettendo la sua inadeguatezza a livello scientifico: non era come quegli altri &quot;venditori di fumo&quot;, ma un uomo retto, purtroppo invischiato nell&#8217;errore della sua religione (cap. VII).<\/p>\n<p>\u00c8 a questo punto che Agostino, retore promettente e seguace gi\u00e0 in crisi del manicheismo, decide di partire da Cartagine per recarsi a Roma, spinto a un tale passo non dalla speranza di maggiori guadagni o di una fama pi\u00f9 vasta, ma dal desiderio di sottrarsi alla turbolenza degli studenti della metropoli africana, per lavorare in un ambiente pi\u00f9 calmo e sereno (cap. VIII). Siamo nel 383 e la partenza avviene di nascosto dalla madre Monica; su di essa, crediamo, influisce anche la delusione profonda riportata dall&#8217;incontro con Fausto, dal quale sperava di veder sciolti i suoi dubbi crescenti. \u00c8 come se, tagliandosi i ponti alle spalle e gettandosi a capofitto in una nuova vita, egli stia cercando inconsciamente una nuova certezza cui aggrapparsi, qualche cosa in cui credere fermamente dopo aver fatto il vuoto delle sue precedenti sicurezze.<\/p>\n<p>Il viaggio non sembra compiersi sotto una buona stella: appena giunto a Roma, Agostino \u00e8 colpito da una grave malattia che lo spinge sull&#8217;orlo della morte; n\u00e9 si preoccupa, come invece aveva fatto, in analoghe circostanze da bambino, di ricevere il battesimo. Ma Dio non vuole che giunga la sua ora prima che lui sia riuscito a trovarLo, n\u00e9 che la povera Monica riceva una cos\u00ec dolorosa ferita, prima di aver avuto la gioia di vedere il figlio tornare alla vera religione (cap. IX). Durante la malattia, il Nostro si \u00e8 consolato pensando, d&#8217;accordo con la dottrina manichea, che non l&#8217;uomo pecca con la sua libera volont\u00e0, ma un qualche cosa d&#8217;oscuro che si trova dentro di lui, e in qualche modo da lui distinto; sicch\u00e9, se morisse, la sua anima potrebbe affrontare il gran passo libera da ogni peccato. Eppure la dottrina manichea, ormai, non era pi\u00f9 in grado di soddisfarlo, e proprio per il dualismo in essa esplicitamente affermato (cap. X).<\/p>\n<p><em>&quot;Mi pareva sconveniente in modo assoluto credere che Tu avessi l&#8217;aspetto di un corpo umano, limitato e definito da contorni materiali come le nostre membra. E siccome quando volevo pensare alla divinit\u00e0 non riuscivo che a fissarmi su masse corporee &#8211; a mio modo di vedere non esisteva altro che non fosse tale -, ero tratto all&#8217;inevitabile errore da questa principalissima e quasi unica ragione.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Di qui la mia idea fissa che anche il male fosse una sostanza di quello stesso tipo, e avesse una sua massa oscura e informe, in parte densa, ed era la terra, in parte tenue e sottile, come un corpo aereo: a detta loro, uno spirito maligno che va strisciando su quella terra. E poich\u00e9 il mio sentimento religioso, di qualsiasi natura fosse, mi costringeva ad ammettere che un Dio buono non poteva aver creato una natura cattiva, mettevo le due masse in opposizione tra loro, infinite entrambe ma la cattiva in forma pi\u00f9 angusta, la buona pi\u00f9 ampia; pestilenziale premessa da cui derivavano blasfeme conseguenze.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Certo, ricordando che una delle ragioni che spingono Agostino a scrivere le <em>Confessioni<\/em> sono proprio le critiche malevole di quanti non sono disposti a perdonargli facilmente il suo passato di manicheo militante, si pu\u00f2 comprendere ora la sua insistenza nel prendere radicalmente le distanze dalla loro dottrina; salvo poi, quando sar\u00e0 nel pieno fervore della polemica contro l&#8217;ottimismo antropologico propugnato dal pelagianesimo, ricadere in una visione assai cupa dell&#8217;umanit\u00e0, &quot;massa dannata&quot; che nulla potrebbe, con le sue sole forze, per innalzarsi verso la luce della grazia. Comunque, egli descrive con sincerit\u00e0 questa fase di trapasso della sua vita, quando ondeggiava fra le dottrine manichee, che sempre meno soddisfacevano le esigenze della sua anima, e quelle cattoliche, verso le quali lo trattenevano ancora numerosi dubbi e pregiudizi (cap. XI).<\/p>\n<p>La situazione del giovane insegnante, appena giunto nella vecchia capitale dell&#8217;Impero, non \u00e8 delle migliori; oltretutto, vive nel timore di essere truffato dai suoi discepoli, secondo le sregolate consuetudini del tempo (cap. XII). Cos\u00ec, quando un anno dopo &#8211; nel384 &#8211; viene messo a concorso un posto di docente di retorica a Milano, egli ricorre ai buoni uffici del <em>praefectus Urbi<\/em>, Simmaco &#8211; un pagano convinto -, e lo ottiene; il viaggio nella nuova capitale, peraltro (Milano era la capitale dell&#8217;Occidente dai tempi della tetrarchia dioclezianea), gli offre l&#8217;opportunit\u00e0 di avvicinare per la prima volta la figura carismatica del vescovo cattolico di quella citt\u00e0, S. Ambrogio, energico oppositore delle tendenze filo-ariane della corte occidentale. Agostino, peraltro, in un primo momento \u00e8 attratto dalla sua eloquenza, pi\u00f9 che dai contenuti della sua predicazione; ma almeno \u00e8 inizio di avvicinamento al cristianesimo (cap. XIII). In quel momento, per una esigenza di onest\u00e0 intellettuale, egli decide di staccarsi dai manichei; non \u00e8 ancora l&#8217;inizio della conversione, quanto un temporaneo rifugio nello scetticismo allora prevalente nella scuola accademica, ove raccogliersi in s\u00e9 stesso, in attesa di ulteriori decisioni. (cap. XIV).<\/p>\n<p><em>LIBRO SESTO<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 ormai l&#8217;anno 385: Monica, rimasta vedova, raggiunge il figlio a Milano per stargli vicino e per sostenerlo nel cammino verso la fede. (cap. I). La religiosit\u00e0 della madre \u00e8 cos\u00ec pura e docile alla guida spirituale di Ambrogio, che egli sene compiace pi\u00f9 volte col figlio (cap. II). Agostino, nonostante i cordiali rapporti instauratisi col vescovo di Milano, vorrebbe rivolgersi a lui per avere chiarimenti dottrinali, ma ne \u00e8 impedito dal pochissimo tempo che quegli ha a disposizione, preso com&#8217;\u00e8 dai mille impegni pratici relativi alla gestione della sua diocesi (cap. III). Lo trattiene anche una sporta di orgoglio, poich\u00e9 gli pesa dover ammettere di aver seguito per tanti anni le dottrine dei manichei, che ora giudica quantomeno incerte (cap. IV). In compenso si dedica con rinnovata energia allo studio delle Sacre Scritture; e, se essa gli avevano fatto un tempo una cattiva impressione per la loro oscurit\u00e0, ora la lettura gli riesce molto pi\u00f9 facile e persuasiva, tanto che cadono in lui una serie di radicati pregiudizi (cap. V). Intanto continua a riflettere sulla patetica ricerca della felicit\u00e0, che gli uomini conducono inseguendo beni fallaci e, in particolare, il successo, cui li spingono l&#8217;ambizione e il desiderio di onori. Infatti, poco dopo aver pronunciato il panegirico in onore dell&#8217;imperatore Valentiniano II (allora quattordicenne, e per questo, probabilmente, &quot;pieno di falsit\u00e0&quot;, come lo definisce ora, nelle <em>Confessioni,<\/em> il suo autore), Agostino osserva un mendicante ubriaco che pare aver raggiunto quella pace dell&#8217;animo cui vanamente le persone sapienti aspirano in tutto il corso della propria vita; episodio del tutto secondario, ma che lo lascia a lungo pensieroso (cap. VI).<\/p>\n<p>A Milano egli ha presso di s\u00e9 due buoni amici, Nebridio e il giovane Alipio, un suo ex studente dei tempi di Cartagine; e sappiamo quanto valore abbia per Agostino il sentimento dell&#8217;amicizia; vorremmo dire che, nell&#8217;antichit\u00e0 latina, solo in Cicerone ne troviamo un senso altrettanto forte, come di un nutrimento vitale dell&#8217;anima. Alipio rimane cos\u00ec impressionato da un discorso del suo vecchio insegnante, che decide di rinunciare per sempre ad assistere agli spettacoli del circo, dei quali era un grande appassionato (cap. VII): vivido esempio di quella riforma dei costumi, operata dalla nuova morale d&#8217;ispirazione cristiana, che culminer\u00e0, ai primi del V secolo, con l&#8217;abolizione definitiva dei ludi gladiatori per opera di un editto dell&#8217;imperatore Onorio. Uno scrittore contemporaneo, l&#8217;americano Lewis Mumford, nel suo libro <em>La condizione dell&#8217;uomo<\/em>, ha scritto pagine esemplari circa lo sfrenato sadismo, la morbosa eccitazione sessuale e la forte carica anti-educativa cui gli spettacoli del circo avevano assuefatto le masse romane. Non \u00e8 quindi cosa di poco conto la dissuasione dal parteciparvi che la visione del mondo propria del cristianesimo ha operato sulle plebi urbane della tarda romanit\u00e0, raggiungendo quell&#8217;obiettivo che solo poche menti illuminate, come Seneca, avevano vagheggiato a suo tempo: bonificare la palude delle passioni pi\u00f9 basse e violente, a favore di una concezione della persona umana basata sulla sua intrinseca dignit\u00e0 e sul suo fine trascendente.<\/p>\n<p>Famosa, e degna di un grande scrittore, \u00e8 la pagina in cui Agostino descrive il meccanismo psicologico mediante il quale una persona mite e di indole profondamente buona, come il giovane Alipio, era stata presa e inconsapevolmente trascinata a una vera e propria forma di dipendenza dai sanguinosi spettacoli dell&#8217;anfiteatro (cap. VIII).<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) Alipio mi aveva preceduto a Roma per studiare il Diritto; ed ivi fu travolto contro ogni credenza e in una misura incredibile dalla passione per gli spettacoli dei gladiatori. Ne aveva avuto dapprima disgusto e odio; ma alcuni amici e compagni di studio un giorno tornando dal pranzo imbattutisi in lui, per quanto opponesse forte resistenza, con amichevole prepotenza, lo trascinarono nell&#8217;anfiteatro: era un giorno di quegli spettacoli crudeli e malvagi. Egli badava a dire: \u00abForse che trascinando e costringendo il mio corpo a rimanere in quel luogo credete di poter costringere anche il mio animo ed i miei occhi a quello spettacolo? Vi sar\u00f2, ma come un assente, ed avr\u00f2 vittoria di voi e di esso\u00bb. Ma non ostante questa affermazione, gli amici lo trascinarono seco, forse anche punti dal desiderio di fare la prova della sua forza d&#8217;animo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Quando vi arrivarono e trovarono modo di mettersi a sedere, tutto gi\u00e0 respirava inumana volutt\u00e0. Alipio, chiuse le porte degli occhi, inib\u00ec al suo animo di prender parte a quegli orrori. E almeno avesse chiuso anche le orecchie! Ad un certo istante del combattimento un immenso urlio del popolo lo fece sussultare: vinto dalla curiosit\u00e0 e come pronto, di qualunque cosa si trattasse, a disprezzare ed a vincere anche la vista, aperse gli occhi e l&#8217;anima sua fu colpita da una ferita pi\u00f9 grave di quella ricevuta nel corpo dal gladiatore che per un istante aveva voluto guardare: e cadde ben pi\u00f9 miseramente di quelli la cui caduta aveva provocato tale clamore: entr\u00f2 nelle sue orecchie gli fece sbarrare gli occhi, sicch\u00e9 si formasse una breccia attraverso la quale fosse ferito e abbattuto quell&#8217;animo pi\u00f9 temerario che forte, tanto pi\u00f9 debole in quanto cercava in s\u00e9 stesso la forza che avrebbe dovuto cercare in Te. Vedere quel sangue e imbeversi di crudelt\u00e0 fu tutt&#8217;uno: non ne distolse gli occhi, anzi ve li fiss\u00f2; respirava furore senza accorgersene, prendeva gusto a quella lotta criminale, ebbro di sanguinario piacere. Non era pi\u00f9 quello che era venuto, ma uno della plebaglia tra cui era venuto e degno compare di quelli che ve lo avevano condotto. che pi\u00f9! Guardo, grid\u00f2, si entusiasm\u00f2; se ne venne via portando seco una febbre che lo spinse a tornarvi non solo con quelli che ve lo avevano trascinato, ma primo di essi, trascinatore di altri.<\/em><\/p>\n<p>Poi Agostino si diffonde nei particolari di una accusa di furto, dalla quale Alipio esce scagionato quasi per miracolo, episodio che serve a mostrare tutto il candore e l&#8217;ingenuit\u00e0 di questo suo amico (cap. IX). Pi\u00f9 significativo l&#8217;episodio in cui Alipio, prima di trasferirsi da Roma a Milano, sfida le ire di un potente senatore che vorrebbe il <em>placet<\/em> ad una azione illegale del <em>comes sacrarum largitionum,<\/em> del quale Alipio \u00e8 appunto il segretario. Ci viene presentato anche l&#8217;altro amico carissimo di Agostino nel periodo milanese della sua vita, Nebridio, col quale divide i travagli spirituali di una ricerca sempre pi\u00f9 intensa e angosciosa della verit\u00e0 (cap. IX). Il passo seguente, nel quale Agostino descrive i travagli della sua anima lacerata fra le vecchie certezze manichee, ormai quasi del tutto crollate, e l&#8217;aspirazione a una pi\u00f9 intima e profonda verit\u00e0, \u00e8 anch&#8217;esso giustamente famoso come esempio delle capacit\u00e0 d&#8217;introspezione psicologica dell&#8217;Autore (cap. X); sicuramente \u00e8 una delle pagine che pi\u00f9 avranno ispirato Francesco Petrarca nella composizione del <em>Secretum,<\/em> non solo per lo stile ma anche per l&#8217;andamento dialogico tutto interiorizzato, fra Agostino e l&#8217;anima sua insistentemente interrogata (cap. XI).<\/p>\n<p>Agostino, all&#8217;epoca, progetta di contrarre matrimonio; non con la madre di Adeodato, che \u00e8 stata allontanata, ma con un&#8217;altra fanciulla; \u00e8 convinto di non poter vivere lontano dall&#8217;amplesso femminile, perch\u00e9 ignora che la forza della castit\u00e0 non viene dalla volont\u00e0 umana, ma dal rivolgersi dell&#8217;anima a Dio (cap. XII). \u00c8 specialmente Monica che si d\u00e0 da fare per concludere il fidanzamento, convinta che sia per il bene del figlio, e la scelta cade su una giovinetta cui mancano ancora due anni per raggiungere l&#8217;et\u00e0 del matrimonio (cap. XIII). Intorno ad Agostino si \u00e8 formato un gruppo di amici, una decina di persone unite da comunanza di ideali e stile di vita che, per un momento, accarezzano l&#8217;idea di mettere le finanze in comune e ritirarsi dal mondo, dandosi a vita comunitaria; ma il progetto sfuma per la difficolt\u00e0 di conciliarlo con lo stato matrimoniale di alcuni di essi, prima ancora di essere tradotto in pratica (cap. XIV).<\/p>\n<p>Quanto ad Agostino, i due ani di attesa prima delle nozze gli sono troppo gravosi ed egli si prende un&#8217;amante, vinto dalla debolezza della carne: di tutti questi particolari ci parla con estrema franchezza, in un modo che non ha esempi nella letteratura classica, neanche nel genere epistolare (cap. XV).<\/p>\n<p><em>&quot;E intanto i miei peccati andavano moltiplicandosi; strappata dal mio fianco come un ostacolo al matrimonio, la donna che mi era stata compagna di vita, il mio cuore, che le era molto legato, rimase straziato come da una ferita e dava sangue. Ella era ritornata in Africa facendo voto a Te di rinunziare per sempre all&#8217;uomo, e mi aveva lasciato il figliolo naturale che io avevo avuto da lei.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ed io, miserabile, che non riuscivo ad imitare una donna, insofferente dell&#8217;attesa, poich\u00e9 solo fra due anni avrei avuto quella che avevo richiesto, ed ero non tanto attaccato all&#8217;idea del matrimonio quanto schiavo dei miei sensi, me ne procurai un&#8217;altra, non gi\u00e0 come moglie, per alimentare, quasi, l&#8217;infermit\u00e0 della mia anima, per trascinarmela ininterrotta o aggravata dalla custodia di una ostinata abitudine fino alla conquista della sposa. Ma la ferita inflitta dallo strappo precedente non si rimarginava, anzi, dopo bruciori e dolori acutissimi incancreniva; poi il dolore divenne quasi pi\u00f9 cupo ma pi\u00f9 disperato.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Il libro si chiude con un inno di lode al Dio della misericordia e con la commossa rievocazione delle fervorose discussioni con Alipio e Nebridio circa l&#8217;immortalit\u00e0 dell&#8217;anima e il destino ultimo dell&#8217;essere umano (cap. XVI).<\/p>\n<p><em>CAPITOLO SETTIMO<\/em><\/p>\n<p>Il libro settimo si apre con il ricordo di come Agostino immaginava la divinit\u00e0: immaginazione ancora mista di elementi vagamente panteistici, come se Dio fosse contenuto nelle varie parti dell&#8217;Universo (cap. I). Dopo aver nuovamente deprecato l&#8217;assurdit\u00e0 della concezione manichea della divinit\u00e0 (cap. II), egli ricorda che la sua mente, allora, si travagliava soprattutto intorno alle cause del male, dato che Dio \u00e8 il Sommo Bene e che non esiste un principio delle tenebre a Lui contrapposto, che giaccia sul suo stesso piano ontologico (cap. III).<\/p>\n<p><em>&quot;E mi studiavo di veder chiaro quello che mi si ripeteva: essere nel libero arbitrio la causa del male che facciamo, , nella rettitudine del tuo giudizio la causa del male che dobbiamo sopportare: ma quel veder chiaro non mi riusciva facile: e se tentavo di spingere la mia mente fuori dell&#8217;abisso, mi vi sprofondavo di nuovo: e a tentoni rinnovati seguivano rinnovate cadute.<\/em> <em>Mi teneva per\u00f2 sollevato verso la tua luce la certezza di avere una volont\u00e0, forte come quella della mia esistenza.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Cos\u00ec dunque sapevo con sicurezza che, quando volevo o non volevo qualche cosa, ero proprio io che volevo o non volevo: e gi\u00e0 affiorava in me l&#8217;idea che qui stava la causa del mio peccato: e sentivo anche che il fare qualche cosa a mio malgrado era piuttosto patire che agire: questo non lo chiamavo una colpa, bens\u00ec un castigo, ed ero tratto a confessare senz&#8217;altro che ero colpito giustamente, sapendo Te giusto.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ma di nuovo mi domandavo: \u00abChi mi ha fatto? Non fu il mio Dio, che non solo \u00e8 buono, ma \u00e8 la Bont\u00e0 stessa? Donde, allora, in me il volere il male, il non volere in me il bene? Forse perch\u00e9 ci fosse materia a un giusto castigo? Chi ha posto in me, chi ha fatto di me un semenzaio di amarezza, se io tutto quanto sono l&#8217;opera del mio dolcissimo Signore? Se il diavolo ne \u00e8 il responsabile, donde viene il diavolo stesso? Che se anche lui il traviamento della volont\u00e0 ha trasformato da buon Angelo in demonio, donde venne anche in lui quel malvolere per cui divent\u00f2 diavolo, se l&#8217;angelica natura tutta quanta fu creata da un creatore ottimo?&quot;<\/em><\/p>\n<p>Pur tormentato da tali dubbi, Agostino ha raggiunto almeno un punto fermo: l&#8217;incorruttibilit\u00e0 di Dio, che, essendo il Bene supremo, sfugge a ogni forma di corruzione (cap. IV). Ma il problema del male continua a riempirlo di dubbi ed incertezze.<\/p>\n<p><em>&quot;Ma io mi domandavo: \u00abEccolo, il Signore: eco tutto quello che Iddio ha creato: e Iddio \u00e8 buono, immensamente pi\u00f9 grande di tutte queste cose; ed essendo buono, le ha create buone, ed ecco, vedi come le abbraccia, come le riempie. E allora dove sta il male, donde e per dove si \u00e8 strisciato fin qui? Quale la sua radice, quale i il suo seme? O forse non esiste nemmeno? Ma allora perch\u00e9 dovremmo temere quello che non esiste o guardarcene?&quot;<\/em><\/p>\n<p>Poi Agostino ci narra di come abbia abbandonato definitivamente la credenza nell&#8217;astrologia, dopo che un amico di nome Firmino, venuto da lui per farsi fare l&#8217;oroscopo (cosa che il Nostro esegue, pur avvertendolo essere quelle pratiche vano: segno, comunque, che all&#8217;astrologia doveva aver creduto quanto basta per saperla praticare), gli narra il caso della sua nascita. Nello stesso momento in cui egli \u00e8 nato, \u00e8 nato anche il figlio di una schiava dell&#8217;amico di suo padre: dunque, dovrebbero avere lo stesso destino; invece l&#8217;uno \u00e8 cresciuto da gran signore, l&#8217;altro \u00e8 rimasto schiavo e figlio di schiavi. E lo stesso avviene per i gemelli: sono questi i fatti e i ragionamenti che hanno distolto per sempre Agostino dalla credenza nell&#8217;astrologia (cap. VI).<\/p>\n<p>L&#8217;apparente insolubilit\u00e0 del problema del male, comunque, procura ad Agostino momenti di estrema difficolt\u00e0 intellettuale e spirituale, tanto da spingerlo a citare il <em>Salmo<\/em>XXXVII, 9 sgg._3A _3Cem>\u00abi ruggiti del mio cuore dolorante arrivavano tutti al tuo orecchio, il mio desiderio ti era chiaro, ma la luce dei miei occhi non era meco\u00bb<\/em> (cap. VII). Dio, per\u00f2, non \u00e8 lontano dall&#8217;anima angosciata di Agostino, e gi\u00e0 si prepara a soccorrerlo (cap. VIII):<\/p>\n<p>Segue una curiosa confutazione della dottrina neoplatonica quasi per mezzo delle stesse parole con cui inizia il <em>Vangelo<\/em> di Giovanni, relative al mistero dell&#8217;Incarnazione: <em>\u00abAl principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio&#8230;\u00bb<\/em> (cap. IX). Probabilmente Agostino sceglie questa strana linea di attacco per meglio stigmatizzare la superbia della filosofia pagana, che vede nel mistero dell&#8217;Incarnazione una intollerabile umiliazione del Figlio di Dio, giungendo cos\u00ec a eliminare <em>per absurdum<\/em> la dottrina della Redenzione; forse anche ad essi va riferita la pagina precedente (libro quinto, capitolo terzo) in cui si era scagliato contro i filosofi &quot;gonfi di superbia&quot;.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, pur venendo da una formazione culturale sostanzialmente pagana e imbevuta di neoplatonismo, grazie alla lettura della <em>Bibbia<\/em> e specialmente delle <em>Epistole<\/em> di S. Paolo, finalmente Agostino giunge ad acquisire la prima intuizione dell&#8217;essenza spirituale di Dio, primo significativo passo avanti nella sua febbrile ricerca religiosa (cap. X). Da l\u00ec, egli perviene a comprendere la natura del rapporto che lega le cose terrene al loro Creatore(cap. XI).<\/p>\n<p><em>&quot;Volsi allora il mio pensiero a tutte le cose che sono sotto di Te e vidi che esse hanno l&#8217;esistenza, ma non in senso assoluto; non hanno l&#8217;esistenza, pure non in senso assoluto. L&#8217;hanno, in quanto sono opera tua; non l&#8217;hanno, in quanto non sono quello che sei tu. Esiste nel vero senso della parola solo ci\u00f2 che immutabilmente permane.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ed ecco che anche la natura del male comincia a chiarirsi alla mente del Nostro: proprio quel problema che pi\u00f9 di ogni altro lo ha affaticato e messo in seria difficolt\u00e0.<\/p>\n<p><em>&quot;Ormai mi risultava anche evidente che le cose soggette a corruzione hanno un certo grado di bont\u00e0; esse infatti non si corromperebbero se fossero il sommo bene, ma anche non potrebbero corrompersi se non avessero qualche bont\u00e0: insomma se fossero il bene perfetto sarebbero incorruttibili, se non fissero in parte buone, non ci sarebbe l&#8217;elemento della corruzione.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La corruzione porta seco un danno, e, se non c&#8217;\u00e8 perdita di bene, non c&#8217;\u00e8 danno. Dunque, o la corruzione non nuoce, il che \u00e8 una contraddizione, o \u00e8 certissimo che tutto ci\u00f2 che si corrompe subisce diminuzione di bene. Se poi le cose ne saranno private del tutto,, non esisteranno nemmeno: perch\u00e9, se esistono e non possono subire oltre privazione di bene, saranno migliori di prima, sfuggite ormai alla corruzione. Ora, quale peggiore assurdo di dire che con la perdita di tutto il bene sono diventate migliori?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La totale privazione del bene dunque significa inesistenza, e, viceversa, l&#8217;esistenza suppone il bene.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ma allora tutto ci\u00f2 che esiste \u00e8 buono, e il male, quel male di cui cercavo l&#8217;origine, non \u00e8 sostanza, perch\u00e9 se fosse sostanza sarebbe un ben: o sostanza incorruttibile, e sarebbe un grande bene; o corruttibile, e quindi buona in quanto pu\u00f2 perdere bont\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Cos\u00ec mi apparve con chiarezza che Tu hai fatto tutte le cose buone e che inoltre non esistono sostanze che non siano state fatte da Te. Ma non le facesti tutte uguali, perci\u00f2 in quanto esistono sono tutte buone, e, nel loro complesso, ottime perch\u00e9 il nostro Dio \u00abha creato tutto in perfezione\u00bb.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Tutto il creato, allora, canta le lodi di Dio (cap. XIII), e <em>\u00abnon hanno la mente sana coloro ai quali non piace qualche parte della tua creazione\u00bb<\/em>: com&#8217;\u00e8 appunto il caso dei manichei, che nel mondo vedono il principio del Male (cap. XIV). Bellissimo, e di grande profondit\u00e0 teologica, \u00e8 il brano in cui Agostino descrive le cose come esistenti nello spazio e nel tempo, quasi raccolte nella mano di Dio (cap. XV).<\/p>\n<p><em>&quot;Mi rivolsi poi a considerare le altre cose e vidi che da Te hanno il loro essere e in Te la loro limitazione, non come in un luogo, ma molto diversamente, poich\u00e9 Tu le racchiudi tutte nella verit\u00e0, come in una mano, e, in quanto esistono, sono tutte vere, n\u00e9 si ha falsit\u00e0 se non quando si crede che esista ci\u00f2 che non esiste.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;E vidi pure che le cose non solo si accordano ciascuna con il proprio luogo, ma anche con il proprio tempo, e che Tu, il solo Eterno, non hai incominciato ad operare dopo incalcolabili periodi di tempo, perch\u00e9 i periodi di tutti i tempi, i passati e i futuri, non andrebbero e non verrebbero, se Tu non operassi, eternamente stabile.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Tutte le cose, dunque, sono tanto pi\u00f9 in armonia, quanto pi\u00f9 si avvicinano al loro Creatore; e tanto pi\u00f9 in contrasto, quanto pi\u00f9 se ne allontanano. Il Male non ha una vera consistenza ontologica, \u00e8 solo il frutto di un allontanamento della volont\u00e0 da Dio; e Agostino lo chiarisce con una immagine plastica dalla notevole forza drammatica (cap. XVI).<\/p>\n<p><em>&quot;Mi domandai che cosa fosse la malvagit\u00e0: e trovai non una sostanza, ma il traviamento della volont\u00e0 dalla somma sostanza, da Te, o Dio, volont\u00e0 ripiegantesi su ci\u00f2 che vi \u00e8 di pi\u00f9 basso, gonfiata al di fuori sotto la spinta delle sue interiora.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Questa tendenza delle cose a trovare in Dio la loro perfezione e a derivare la loro imperfezione dall&#8217;allontanamento da Lui determina l&#8217;eterno conflitto tra la carne e lo spirito (cap. XVII). Si noti peraltro che tutta questa parte, teologicamente molto bella ed efficace, \u00e8 di pretto stampo neoplatonico, tanto che potrebbe essere stata scritta benissimo da un Ammonio Sacca, da un Plotino o da un Giamblico.<\/p>\n<p>Quel che ancora tiene Agostino lontano dalla rivelazione piena della verit\u00e0, \u00e8 ancora l&#8217;orgoglio intellettuale che gl&#8217;impedisce di essere umile: e solo con l&#8217;umilt\u00e0 \u00e8 possibile trovare Dio (cap. XVIII). Anche un altro punto gli impedisce di riconoscere la verit\u00e0: le incertezze e gli errori che continua a nutrire nei confronti del dogma dell&#8217;Incarnazione. Se il Figlio di Dio si \u00e8 fatto uomo, in quanto uomo \u00e8 stato soggetto ad una natura mutevole, il che non si concilia in alcun modo con la perfetta stabilit\u00e0 della natura divina: questo \u00e8 il nodo che ancora non riesce a sciogliere, accettando l&#8217;idea di Cristo che \u00e8 al tempo stesso vero Dio e vero uomo (cap. XIX). D&#8217;altra parete, l&#8217;assidua lettura dei testi neoplatonici lo ha ormai familiarizzato con l&#8217;idea di una verit\u00e0 incorporea, che si pu\u00f2 conoscere per mezzo delle cose create (cap. XX). Perci\u00f2, quando da esse procede ad immergersi nella lettura di san paolo, la rivelazione gli appare ormai vicinissima; nelle lettere dell&#8217;Apostolo egli ritrova tutte le verit\u00e0 che la filosofia greca ha insegnato, e in pi\u00f9 l&#8217;esaltazione commossa della grazia divina (cap. XXI).<\/p>\n<p><em>LIBRO OTTAVO<\/em><\/p>\n<p>Anche l&#8217;ottavo libro si apre con una preghiera a Dio, e, subito dopo, con il rammarico per il fatto che le lusinghe della carne ha ritardato cos\u00ec a lungo il momento, per Agostino, di spiccare il volo verso il porto felice della fede (cap. I).<\/p>\n<p>Recatosi a trovare Simpliciano, padre spirituale del vescovo Ambrogio, Agostino gli narra il suo travaglio interiore e gli dice di aver letto alcuni testi platonici, tradotti dal greco in latino da Vittorino. Simpliciano se ne compiace, poich\u00e9 li reputa quelli che pi\u00f9 di tutti suggeriscono un&#8217;idea esatta di Dio e del Verbo; poi, avendo conosciuto personalmente Vittorino, ne narra la conversione al cristianesimo, avvenuta in tarda et\u00e0; racconto che colpisce fortemente Agostino, che vi vede un&#8217;analogia con la propria situazione, e che sar\u00e0 &#8211; insieme ai colloqui con Nebridio e alla lettura di S. Paolo, uno dei fattori decisivi della sua stessa conversione (cap. II).<\/p>\n<p><em>&quot;Come raccont\u00f2 Simpliciano, egli leggeva la santa Scrittura, faceva studi accuratissimi e approfonditi sulle opere degli autori cristiani, e diceva a Simpliciano, non in pubblico ma segreto e amichevolmente: \u00abSappi che io sono ormai cristiano\u00bb. E l&#8217;altro rispondeva: \u00abNon potr\u00f2 crederlo, n\u00e9 ti conter\u00f2 tra i cristiani, se non quando ti avr\u00f2 veduto nella chiesa del Cristo\u00bb. E quello, motteggiando, diceva: \u00abSon dunque i muri che fanno cristiani?\u00bb, e ripeteva spesso di essere gi\u00e0 cristiano, e Simpliciano replicava allo stesso modo, ma Vittorino ritornava sulla facezia dei muri. In realt\u00e0 egli aveva timore di inimicarsi quei suoi amici superbi adoratori di demoni, e si aspettava che dalle vette della loro boria babilonica, come da cedri del Libano non ancora schiantati dal Signore, sarebbero ruinate su di lui gravi inimicizie. Ma quando dalla assidua lettura aspir\u00f2 come da fauci aperte la fermezza, e temette di essere rinnegato da Cristo davanti ai santi angeli se temeva di confessarlo davanti agli uomini, si riconobbe grandemente colpevole di arrossire dei misteri d&#8217;umilt\u00e0 del tuo Verbo e di non arrossire dei riti sacrileghi dei superbi demoni da lui, superbo imitatore, accolti; cess\u00f2 di vergognarsi di fronte alla vanit\u00e0, arross\u00ec di fronte alla verit\u00e0, e improvvisamente, senza che si potesse pensarlo, disse a Simpliciano, come questi narrava: \u00abAndiamo alla chiesa; voglio farmi cristiano\u00bb. E quegli, che non capiva pi\u00f9 in s\u00e9 per la gioia, ve lo accompagn\u00f2. Non appena istruito nelle prime verit\u00e0 di fede, Vittorino fece tosto richiesta di essere rigenerato nel battesimo. Roma ne fu meravigliata, la chiesa esultante. I superbi fremevano vedendolo, digrignavano i denti e se ne struggevano; ma il servo tuo aveva posta la speranza nel Signore Iddio, e non si rivolgeva a guardare vanit\u00e0 e pazze menzogne.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Quando poi giunse il momento della professione di fede &#8211; che a Roma gli aspiranti alla tua grazia sogliono fare a un luogo eminente, davanti a tutto il popolo dei fedeli, con una formula fissa imparata a memoria &#8211; i sacerdoti, diceva Simpliciano, avevano fatto la proposta a Vittorino di recitarla in privato, come si usa per quelli che si prevedono esitanti per timidezza; egli per\u00f2 scelse di confessare quello che faceva la sua salvezza alla presenza ella santa folla: quella salvezza 8disse) non si trova nella retorica insegnata da lui, eppure ne aveva fatto professione davanti a tutti; tanto meno doveva vergognarsi di pronunziare le parole tue al cospetto del tuo gregge mansueto, egli non temeva le turbe insensate nelle parole sue? Quando dunque sal\u00ec per fare la professione tutti quelli che lo conoscevano &#8211; e chi non lo conosceva? -, gli uni e gli altri si passarono il suo nome, con non represse voci di compiacimento. E risuon\u00f2 in tutte le bocche esultanti un mormorio: \u00abVittorino, Vittorino&#8230;\u00bb. Improvvise furono le voci di gioia al vederlo, ed improvviso il silenzio per ascoltarlo. Egli fece la sua professione di fede sincera con mirabile franchezza, e tutti avrebbero voluto rapirselo nel loro cuore. Se lo rapivano infatti nell&#8217;amore e nella gioia: tali erano le mani di quei rapitori.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Certo, in questo brano famoso vi \u00e8 un elemento che urta inevitabilmente la nostra sensibilit\u00e0 moderna: l&#8217;equiparazione degli dei del paganesimo ai demoni, la demonizzazione della religione della religione pagana morente. Tuttavia bisogna pensare che, se le varie religioni antiche avevano potuto convivere pacificamente nell&#8217;Impero Romano, salvo poche eccezioni (come il culto druidico, messo fuori legge dal Senato), il cristianesimo rappresentava un po&#8217; l&#8217;eccezione alla regola. Perseguitato a pi\u00f9 riprese dal potere statale nell&#8217;arco di due secoli e mezzo, ora che era stato legalizzato e si era conquistato una posizione preminente presso le due corti, quella milanese di Valentiniano II e quella costantinopolitana di Teodosio il Grande, era pressoch\u00e9 inevitabile che ripagasse di pari intolleranza i suoi ex persecutori, mettendosi sulla via che avrebbe visto, nel 390, la messa fuori legge di tutti i culti pagani, oltre che delle numerose eresie cristiane (prima fra tutte, l&#8217;arianesimo).<\/p>\n<p>Poi Agostino prosegue affermando che pi\u00f9 grande \u00e8 lo stato di peccato dell&#8217;anima, tanto maggiore sar\u00e0 la gioia per la sua conversione (concetto che verr\u00e0 sviluppato da Alessandro Manzoni ne <em>Il cinque maggio<\/em>); infatti la conversione di un personaggio famoso funge da esempio per molti, come fu nel caso dello stesso S. Paolo (cap. IV). La narrazione della conversione di Vittorino rafforza in lui il desiderio di imitare quel grande filosofo, ma l&#8217;abitudine al piacere dei sensi lo scoraggia e lo mantiene esitante (cap. V).Un altro stimolo potente alla conversione, comunque, viene da un altro amico africano, Ponticiano, personaggio insigne perch\u00e9 funzionario di corte ed anche cristiano fervente. Durante una visita in casa di Agostino, scorge le <em>Epistole<\/em> di S. Paolo, se ne congratula col padrone di casa e narra un commovente esempio di conversione verificatosi in sua presenza quand&#8217;era presso Treviri, in Germania. Due suoi amici, per l&#8217;esempio di alcuni santi monaci, di punto in bianco avevano deciso di darsi completamente a Dio; e le loro rispettive fidanzate, saputolo, avevano voluto fare altrettanto. Anche il racconto delle vicende del santo monaco Antonio, ritiratosi in eremitaggio nel deserto, gi\u00e0 famoso nella sua terra ma ignoto ad Agostino, colpisce quest&#8217;ultimo profondamente (cap. VI).<\/p>\n<p>Tutti questi stimoli e questi esempi provocano in Agostino uno stato di forte turbamento e insoddisfazione di s\u00e9, inducendolo a un impietoso bilancio della sua vita spirituale (cap. VII); la sua contraddizione interiore \u00e8 cos\u00ec forte da indurlo, nel corso di un tempestoso colloquio con Alipio, a mostrare fortissimi segni esteriori di agitazione (cap. VIII). Sente la propria volont\u00e0 come paralizzata: vorrebbe gettarsi nel grande passo, ma una forza potente lo trattiene: da ci\u00f2 un&#8217;angustia, uno scoraggiamento, una tensione sempre pi\u00f9 acuta. Agostino, in questo brano, \u00e8 stato probabilmente lo scrittore che meglio di tutti, prima di Petrarca, ha messo in luce la scissione dell&#8217;anima davanti all&#8217;angoscia della scelta; oseremmo dire che la sua modernit\u00e0 risiede in un clima di tipo &quot;esistenzialista&quot; <em>ante litteram<\/em>, nel senso &#8211; a noi familiare dopo Kierkegaard &#8211; che ben descrive lo stato di angoscia dovuto alla <em>possibilit\u00e0<\/em> della scelta e al dilemma lacerante posto dalla libert\u00e0 (cap. IX).<\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;anima comanda al corpo ed \u00e8 immediatamente obbedita: l&#8217;anima comanda a se stessa e trova resistenza. L&#8217;anima comanda alla mano di muoversi, e tanta \u00e8 la docilit\u00e0 che ordine ed esecuzione sono quasi simultanei: eppure l&#8217;anima \u00e8 anima e la mano \u00e8 corpo. L&#8217;anima comanda che l&#8217;anima voglia. Non si tratta di due cose diverse: e non ubbidisce. Donde codesta stranezza, e perch\u00e9? Comanda, ripeto, che voglia quella facolt\u00e0 che, se non volesse, non comanderebbe: e il suo comando non \u00e8 eseguito.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il fatto \u00e8 che non vuole in modo assoluto; quindi non comanda in modo assoluto. Comanda per quel tanto che vuole, e non \u00e8 obbedita per quel tanto che non vuole; poich\u00e9 la volont\u00e0 comanda un atto volitivo, ma non uno qualunque, bens\u00ec quello corrispondente ad essa stessa; cio\u00e8, non comanda, in tutta la sua pienezza, perci\u00f2 l&#8217;esecuzione manca. Se comandasse in pieno, non darebbe in realt\u00e0 un ordine, perch\u00e9 gi\u00e0 sarebbe in atto. Non c&#8217;\u00e8 dunque stranezza in questo volere o non volere parzialmente; ma \u00e8 debolezza dell&#8217;anima che non sa sollevarsi del tutto, spinta in alto dalla verit\u00e0, gravata in basso dall&#8217;abitudine. Due sono perci\u00f2 le volont\u00e0, entrambe incomplete: l&#8217;una ha ci\u00f2 che manca all&#8217;altra.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Si tratta, per\u00f2 &#8211; ribadisce con forza Agostino &#8211; di due volont\u00e0, non di due anime, come vorrebbero i manichei; l&#8217;anima, infatti, \u00e8 una sola, e liberamente sceglie il male o il bene (cap. X). Segue un altro capitolo di profondo e &quot;modernissimo&quot; scavo psicologico, nel quale l&#8217;Autore rievoca lo stato perennemente conflittuale in cui si trovava in quell&#8217;epoca della sua vita (cap. XI), merita di riportarne almeno un passo.<\/p>\n<p><em>&quot;Cos\u00ec, sempre ammalato e tormentato, accusavo me stesso pi\u00f9 acerbamente del solito, ravvoltolandomi ancora nella mia fune, finch\u00e9 non si spezzasse completamente: era ormai ben assottigliata, ma pure mi teneva legato. E tu, o Signore, segretamente mi facevi pressione nella tua severit\u00e0 e misericordia, e mi battevi con doppia sferza, la paura e il timore, affinch\u00e9 non mi si lasciasse andare di nuovo e perch\u00e9 quel legame che ancora mi avvinceva, , ormai sottile e liso, invece di spezzarsi del tutto, non riprendesse consistenza per avvilupparmi pi\u00f9 strettamente.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Mi ripetevo nel mio interno: \u00abSubito, subito; bisogna farlo subito\u00bb; e gi\u00e0 le parole mi avviavano alla decisione, quasi ci arrivavo; e non ci arrivavo; non ripiombavo nelle condizioni precedenti, ma dopo un piccolo sforzo mi fermavo come per riprendere respiro. Nuovi tentativi; la meta si faceva sempre meno, sempre meno distante; gi\u00e0 la toccavo, la tenevo in pugno: e non vi ero giunto, e non l&#8217;avevo toccata, non la tenevo ancora, irresoluto a morire alla morte, a risorgere alla vita. E pi\u00f9 poteva il peggio diventato abitudine del meglio a cui non ero avvezzo; e quell&#8217;istante decisivo che avrebbe fatto di me un altro uomo mi incuteva un senso di spavento tanto pi\u00f9 profondo quanto pi\u00f9 si avvicinava. Per\u00f2, almeno, non mi respingeva indietro, , non mi faceva deviare; ero come in bilico.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ed ecco, finalmente &#8211; siamo nel386 &#8211; la crisi interiore giunge al culmine e all&#8217;inevitabile scioglimento: \u00e8 la famosa scena del <em>tolle et lege<\/em>, che migliaia di studenti hanno letto e meditato, e che conserva ancor oggi, a millesettecento anni di distanza, un suo fascino particolare e assolutamente inconfondibile (cap. XII).<\/p>\n<p><em>&quot;Quando infine dalle misteriose profondit\u00e0 del cuore una severa meditazione ebbe spurgata ed ammucchiata davanti alla mia visione interiore tutta quanta la mia miseria, scoppi\u00f2 una fiera procella apportatrice di un profluvio di pianto. E, per dare libero sfogo ad esso e ai singhiozzi che lo accompagnavano, mi alzai e, poich\u00e9 la perfetta solitudine mi pareva pi\u00f9 adatta al bisogno di piangere, mi allontanai da Alipio quel tanto che mi rendesse non grave la sua presenza.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Cos\u00ec ero. Ed egli ne ebbe l&#8217;intuizione: credo anche di aver detto qualche cosa che tradiva nel suono della voce il nodo del pianto; e cos\u00ec mi ero alzato. Egli rimase l\u00e0 dove eravamo stati seduti, profondamente stupito. Io mi gettai a terra, non so come, sotto un albero di fico, lasciai libero corso al pianto, che proruppe a guisa di torrente dagli occhi, accetto tuo sacrificio. E parlai, parlai a lungo, non proprio con queste parole, ma certo con questi sentimenti: \u00abE Tu,, Signore, fino a quando? Quando, o Signore, avr\u00e0 fine la tua collera? Oh, dimentica i miei peccati antichi!\u00bb. Sentivo di essere ancora legato. Mandavo gemiti imploranti piet\u00e0: \u00abFino a quando, fino a quando: domani, domani? Perch\u00e9 non subito? Perch\u00e9 in questo stesso istante non finirla con la mia vergogna?\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Parlavo e piangevo, gonfio il cuore di amarissima contrizione. Ed ecco dalla casa vicina mi giunge canterellata una voce &#8211; di bambino o di bambina, non so &#8211; che ripeteva a guisa di ritornello: \u00abPrendi, leggi; prendi, leggi\u00bb. Di colpo, il volto si muta; e il mio pensiero va ricercando attentamente se quella sia una delle cantilene che i fanciulli sogliono ripetere in qualche loro giuoco; ma non rammento affatto di averla gi\u00e0 udita. Frenai il corso delle lagrime, mi alzai, sicuro che quella voce non era altro che un ordine del cielo di aprire il libro e di leggere il primo capitolo che mi capitasse sotto gli occhi. Avevo poco prima sentito raccontare di Antonio che da una lettura del vangelo a cui per caso assisteva, come se fosse stata indirizzata a lui personalmente, aveva ricevuto l&#8217;invito: \u00abVa&#8217;, vendi tutto quello che hai, distribuisci ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi\u00bb, che era stato istantaneamente convertito a Te da quella parola divina.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Pertanto, tutto eccitato, ritornai l\u00e0 dove Alipio stava seduto, e dove avevo posto il volume dell&#8217;Apostolo nell&#8217;atto di alzarmi. Lo afferrai, lo apersi, e, in silenzio, lessi il primo versetto che mi cadde sotto gli occhi: \u00abNon nella crapula e nell&#8217;ubriachezza, non nelle impudicizie del letto, non nella discordia e nell&#8217;invidia. Rivestitevi invece del Signore Ges\u00f9 Cristo, e non prendetevi cura della carne nelle concupiscenze\u00bb (Rom., XIII, 13-14). Non volli leggere altro, n\u00e9 altro occorreva. Subito, appena finito il versetto, come per una luce rassicurante infusa nel mio spirito, tutte le tenebre dell&#8217;incertezza scomparvero. Chiusi allora il libro, tenendovi il dito o non so quale altra cosa come segno, e con volto ritornato sereno ormai del tutto, misi al corrente Alipio. Questi alla sua volta mise me al corrente di quello che si stava svolgendo in lui, del che io non mi ero accorto, in questo modo: volle vedere il brano che avevo letto, ed io glielo mostrai: ma egli pose mente anche pi\u00f9 in l\u00e0 di quello che io avevo letto e che ancora ignoravo. Seguivano queste parole. \u00abSe poi qualcuno \u00e8 debole nella fede, porgetegli la mano\u00bb. Queste egli applic\u00f2 a se stesso, e me lo disse. Ma un tale ammonimento serv\u00ec a confermarlo in quella santa risoluzione che, del resto, era pienamente conforme ai suoi costumi nei quali era tanto e da tanto tempo migliore di me: mi si un\u00ec, cos\u00ec, senza alcuna esitazione e senza lotte interne.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Rientriamo in casa, alla madre: gliene do l&#8217;annuncio; ella ne gioisce. Al racconto particolareggiato, esulta come di un trionfo ed innalza benedizioni a Te, \u00abche nel tuo operato vai tanto oltre le nostre richieste e la nostra visuale\u00bb; vedeva bene che Tu le avevi concesso nei miei riguardi assai pi\u00f9 di quanto soleva chiederti tra gemiti e pianto. Mi avevi infatti cos\u00ec convertito a Te, che io non pensavo pi\u00f9 a cercarmi una moglie, n\u00e9 ad altre speranze mondane, saldo in quella regola di fede in cui le ero stato mostrato da Te tanti anni prima. Tramutasti il suo dolore in una gioia ben pi\u00f9 intensa di quella che aveva desiderato ,pi\u00f9 dolce e pi\u00f9 casta di quella che si sarebbe potuta aspettare da nipoti nati dalla mia carne.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>LIBRO NONO<\/em><\/p>\n<p>Il libro nono si apre con un ringraziamento a Dio che ha atteso pazientemente Agostino fino a che questi \u00e8 stato in grado di scorgerne la luce; tutta l&#8217;opera, del resto, \u00e8 pervasa da questo profondo sentimento della vicinanza di Dio e della sua provvidenza infinitamente misericordiosa, che si rivolge personalmente a ciascun essere umano e che, pur rispettandone la libert\u00e0 morale, lo indirizza in ogni maniera possibile verso la pace del ritorno a Lui (cap. I).<\/p>\n<p>La conversione definitiva segna un radicale mutamento nella vita del Nostro. Tutti i suoi precedenti progetti gli appaiono ormai superati dalla nuova, gioiosa realt\u00e0 della fede, cui vuole dedicarsi interamente, con quello slancio e con quell&#8217;ansia di assoluto che sempre aveva caratterizzato ilsuo temperamento. Per prima cosa, decide perci\u00f2 di rinunciare all&#8217;insegnamento: vuota gli appare la retorica di cui si \u00e8 finora nutrito, che chiama sdegnosamente &quot;mercato di chiacchiere&quot; e non confacente alle sue nuove scelte di vita la professione d&#8217;insegnante (cap. II). In un certo senso, a guidarlo non \u00e8 solo la volont\u00e0 di rompere con le cose profane per dedicarsi anima e corpo all&#8217;ideale di vita cristiano, ma anche la decisione di rompere senza alcun margine di ambiguit\u00e0 con tutta la cultura tradizionale di cui \u00e8 imbevuto, e che riflette non solo la matrice pagana delle sue concezioni (dalla mitologia alla letteratura, dall&#8217;arte alla scienza), ma anche l&#8217;esteriorit\u00e0 e la vanit\u00e0 di un progetto di vita tutto incentrato sul successo mondano, sul <em>cursus honorum<\/em>, sull&#8217;ammirazione altrui. Si tratta di far morire l&#8217;uomo vecchio e di far nascere l&#8217;uomo nuovo, per usare un linguaggio paolino; e, per rendere ci\u00f2 possibile, nessun compromesso con il precedente stile di vita pu\u00f2 essere tollerato. In un certo senso, quello che Agostino ha scoperto e deciso di vivere in prima persona \u00e8 il radicalismo evangelico: cio\u00e8 l&#8217;ideale cristiano visto non gi\u00e0 come una concezione che si aggiunge alle altre, sia pure per sostituirle, ma come una globalit\u00e0 di indirizzi e di scelte, che rifiutano la mediazione con il quietismo di una fede puramente esteriore, per incidere nella carne viva di un rigoroso esercizio di coerenza.<\/p>\n<p>Insieme alla madre e agli amici pi\u00f9 cari Agostino si ritira in una villa appartenente a Verecondo nell&#8217;agro di Cassiciaco (forse presso Varese, forse in Brianza), per trascorrervi un periodo isolato dal mondo, in raccoglimento e in preghiera (cap. III). Si tratta di un ritiro estremamente fecondo dal punto di vista dei progressi spirituali, durante il quale il Nostro si dedica intensamente alla lettura delle <em>Scritture<\/em>, alla meditazione, al colloquio costante con Dio: l&#8217;anima tutta rapita nella nuova, inebriante felicit\u00e0, come l&#8217;innamorato che finalmente si \u00e8 ricongiunto alla sua amata. \u00c8 uno dei capitoli pi\u00f9 lunghi di tutte le <em>Confessioni<\/em>, e l&#8217;autore, come sempre, dimostra una magistrale capacit\u00e0 di descrivere la mescolanza dei sentimenti e degli stati d&#8217;animo, come un cielo tempestoso subito dopo la pioggia, quando si squarcia per lasciar filtrare la luce del sole (cap. IV).<\/p>\n<p>Dopo aver rassegnato formalmente le dimissioni dalla scuola milanese in cui esercitava la professione di docente (cap. V), Agostino abbandona il ritiro campestre e rientra in citt\u00e0, accompagnato dall&#8217;inseparabile Alipio e dal figlio Adeodato, orami ragazzo quindicenne. Insieme al figlio, riceve il battesimo dalle mani di S. Ambrogio, nella notte di pasqua (fra il24 e il25 aprile) del 387 (cap. VI). A Milano, \u00e8 un momento difficile per i cattolici, poich\u00e9 l&#8217;imperatrice Giustina, madre di Valentiniano II e protettrice degli ariani, ha ingaggiato un duello serrato con il vescovo Ambrogio. Tuttavia la massa dei milanesi rimane fedele all&#8217;ortodossia, e la sua fede \u00e8 rinvigorita dalla scoperta, compiuto da Ambrogio, delle reliquie dei due famosi santi martiri Gervasio e Protasio (cap. VII).<\/p>\n<p>Agostino ha deciso di ritornare in Africa, per ritirarsi a vita monastica; parte da Milano e orna a Roma: ma ad Ostia, in attesa dell&#8217;imbarco, muore la madre Monica. Pagine affettuosissime sono dedicate alla rievocazione dell&#8217;infanzia di lei, preludio a una delle parti pi\u00f9 belle delle <em>Confessioni.<\/em> (cap. VIII). Il figlio, infatti, tesse per lei uno dei pi\u00f9 alti elogi che siano mai stati fatti alle virt\u00f9 della propria madre, a cominciare da quelle di sposa fedele, paziente, capace di portare alla conversione anche il focoso e forse rozzo marito (cap. IX). Poco prima ella morte di lei, madre e figlio hanno conosciuto, insieme, un momento di vera e propria estasi religiosa, rievocato con mano sicura in un celebre passo dell&#8217;opera.<\/p>\n<p><em>&quot;Quando gi\u00e0 era vicino il giorno della sua dipartita &#8211; Tu lo conoscevi quel giorno, a noi rimaneva ignoto -, avvenne, credo per occulta disposizione delle tue vie, che ci trovassimo soli, ella ed io, affacciati ad una finestra aperta sul giardino interno della casa dove abitavamo presso Ostia, alle foci del Tevere, e dove, lontani dal chiasso, dopo le fatiche del lungo viaggio, ci si rimetteva in forze per la navigazione. Parlavamo tra noi soavissimamente, e, dimentichi del passato e volti all&#8217;avvenire, ci domandavamo, sempre al cospetto della Verit\u00e0, ossia di Te, quale sar\u00e0 mai quella vita eterna dei Beati, che \u00abnessun occhio vide, nessun orecchio ud\u00ec, che rimane inaccessibile alla mente umana\u00bb. La bocca del nostro cuore si apriva avida al fluire celeste della tua fonte, della fonte di vita che \u00e8 in Te, per esserne un poco, quanto era possibile alla nostra intelligenza, irrorati, s\u00ec da riuscire a formarci un&#8217;idea di tanta sublimit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Giunti a una prima conclusione che qualsiasi piacere dei sensi del corpo, anche nel maggior splendore fisico, non solo non deve essere paragonato alla felicit\u00e0 di quella vita, ma nemmeno nominato, ci rivolgemmo con maggiore intensit\u00e0 d&#8217;affetto verso l&#8217;Ente in s\u00e9, ripercorrendo a poco a poco tutte le creature materiali, fin su al cielo da cui il sole, la luna e le stelle piovono la loro luce sulla terra. E la nostra vista interiore si spinse pi\u00f9 in alto, nella contemplazione, nella enumerazione, nell&#8217;ammirazione delle tue opere; e giungemmo al pensiero umano, e passammo oltre, per raggiungere gli spazi della inesauribile ubert\u00e0 ove Tu pasci eternamente Israele con il cibo della verit\u00e0, dove vita \u00e8 la sapienza che d\u00e0 l&#8217;essere a tutte le cose, alle passate e alle future ed essa non ha successione, ma \u00e8 come fu, come sar\u00e0, sempre. Anzi, meglio, non esiste in lei un \u00abfu\u00bb, un \u00absar\u00e0\u00bb, ma solo l&#8217;\u00ab\u00e8\u00bb, perch\u00e9 \u00e8 eterna: il fu e il sar\u00e0 non appartengono all&#8217;eternit\u00e0. Parliamo, aneliamo ad essa, ed ecco, la sfiorammo un poco in uno slancio del cuore; e con un sospiro vi lasciammo avvinte le \u00abprimizie dello spirito\u00bb (Rom., VIII, 23) per ridiscendere al suono delle nostre voci, dove la parola ha inizio e dove si esaurisce. Quale possibilit\u00e0 di confronto tra essa e il tuo Verbo, che permane in se stesso, e non invecchia e rinnova tutto? (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Questo dicevamo, anche se non in tal modo e non con tali parole; ma Tu, o Signore, sai pure che in quel giorno, dopo quei discorsi, quando gi\u00e0 questo mondo con tutti i suoi allettamenti era diventato spregevole, ella disse: \u00abFiglio, per conto mio nulla pi\u00f9 mi attrae in questa vita. Che cosa io mi faccia qui, perch\u00e9 ancora vi rimanga, non lo so : ogni mia speranza in questo mondo \u00e8 compiuta. Una cosa sola mi faceva desiderare si vivere ancora un poco: vederti cristiano cattolico prima di morire. Iddio mi ha dato anche pi\u00f9 del mio desiderio, perch\u00e9 ti vedo diventato suo servitore, nel disprezzo della felicit\u00e0 terrena. Che faccio, qui?\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Scrive Augusto Serafini (nella sua <em>Storia della letteratura latina<\/em>, Torino, S.E.I., 1966, p. 445): <em>\u00ab\u00c8 una pagina sublime, tra le pi\u00f9 alte che occorrano nell&#8217;universa letteratura. Forse solo Dante nel Paradiso \u00e8 riuscito ad esprimere in modo cos\u00ec alto questo interiore innalzamento della creatura verso il Creatore: questo riverbero della patria celeste\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Subito dopo, Monica si mette a letto con la febbre e, nel corso della malattia, chiede di essere seppellita l\u00ec ad Ostia, e dopo otto giorni chiude gli occhi per sempre, assistita da Agostino e dall&#8217;altro suo figlio, Navigio (cap. XI). Una immensa angoscia piomba sul cuore del Nostro, resa pi\u00f9 acuta dalla consapevolezza della commovente dedizione con cui sua madre lo aveva seguito, anche se in parte mitigata dalla consolazione di saperla rasserenata dalla conversione di lui (cap. XII).<\/p>\n<p>Nell&#8217;ultimo capitolo Agostino innalza per sua madre una bellissima preghiera, che \u00e8, anch&#8217;essa, una delle pagine pi\u00f9 notevoli della letteratura religiosa di tutti i tempi, della quale vogliamo riportare almeno una parte (cap. XIII).<\/p>\n<p><em>&quot;So che ella su sempre misericordiosa, rimettendo di tutto cuore i debiti ai suoi debitori: anche Tu rimetti a lei i suoi, se ne contrasse qualcuno in tanti anni dopo l&#8217;acqua salutare. Condona, Signore, condona, Te ne supplico: non venire a giudizio con lei: la misericordia prevalga sulla giustizia, perch\u00e9 la Tua parola non inganna e Tu hai promesso misericordia ai misericordiosi. Fu dono tuo se lo furono, e Tu usi piet\u00e0 con chi ti piacque aver piet\u00e0, e misericordia con chi ti piacque esser misericordioso.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Io credo che Tu abbia gi\u00e0 esaudito la mia preghiera: accetta ad ogni modo l&#8217;omaggio volontario delle mie labbra, o Signore.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Riposi dunque in pace con il marito: n\u00e9 prima n\u00e9 dopo di lui ebbe altro sposo, e a lui fu sottomessa con pazienza, offrendone a Te il frutto per guadagnare a Te lui pure e Tu o mio Signore e mio Dio, inspira ai tuoi servi, miei fratelli, ai tuoi figli, miei padroni a cui io servo con il cuore, con la voce, con gli scritti, a tutti quelli che leggeranno queste pagine, inspira di ricordarsi davanti al tuo altare della tua serva Monica e di Patrizio che fu suo sposo, per la carne dei quali Tu mi facesti entrare in questa vita, come, non lo so. Ricordino con pio affetto coloro che furono miei genitori in questa vita transeunte, che sono ora miei fratelli per la tua paternit\u00e0 comune nella madre cattolica, e saranno concittadini miei nella Gerusalemme eterna a cui sospira il tuo popolo pellegrinante dal momento della partenza a quello del ritorno; cos\u00ec che quanto ella per ultima cosa richiese da me, le sia offerto con maggiore abbondanza, attraverso queste Confessioni, dalle preghiere di molti che non dalle mie sole.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>LIBRO DECIMO<\/em><\/p>\n<p>Gli ultimi quattro libri delle <em>Confessioni<\/em> sono, praticamente, in parte di filosofia pura (il decimo e l&#8217;undicesimo), in parte di esegesi biblica (il dodicesimo e il tredicesimo); il racconto autobiografico \u00e8 praticamente terminato. Sono anche molto pi\u00f9 lunghi dei precedenti (il decimo, ad esempio, comprende quarantatr\u00e9 capitoli), pertanto da qui in poi abbandoneremo il metodo seguito finora, di analizzare ogni singolo capitolo, per trattare di questi quattro libri in generale.<\/p>\n<p>Nel decimo libro, Agostino espone il cammino dell&#8217;anima per giungere fino a Dio; quindi analizza le facolt\u00e0 umane a partire dalla memoria, su cui scrive delle pagine memorabili; infine tratta delle concupiscenze della carne (volutt\u00e0, intemperanza, odorato, udito, vista) e dello spirito (vana curiosit\u00e0, superbia, compiacimento della lode, orgoglio) e conclude sostenendo che \u00e8 indispensabile un mediatore tra l&#8217;infinit\u00e0 di Dio e la piccolezza umana, e che tale, unico mediatore \u00e8 Ges\u00f9 Cristo, ossia il Verbo incarnato. Di particolare interesse, dal punto di vista psicologico e autobiografico, sono i capitoli III e IV, nei quali Agostino spiega quali ragioni lo abbiano spinto a confessarsi agli uomini: fornire un esempio di speranza nella infinita misericordia di Dio e mostrarsi con radicale sincerit\u00e0 quale egli \u00e8 veramente, senza nulla omettere, per soddisfare alla curiosit\u00e0 dei buoni e confortarli con la testimonianza della bont\u00e0 divina. Nel capitolo V egli si mostra consapevole dell&#8217;estrema difficolt\u00e0 dell&#8217;impresa, per il fatto che \u00e8 cosa assai difficile perfino conoscere s\u00e9 stessi; concetto esposto con molta acutezza nel cap. V.<\/p>\n<p><em>&quot;Tu, invece, o Signore, porti giudizio su di me; se \u00abnessun uomo sa ci\u00f2 che riguarda l&#8217;uomo tranne lo spirito che \u00e8 dentro lui\u00bb, e tuttavia vi \u00e8 qualcosa dell&#8217;uomo che rimane ignorato anche dallo spirito che \u00e8 dentro lui, Tu, o Signore, suo fattore, ne conosci ogni particolare. Io, poi, pur disprezzandomi davanti a Te e considerandomi terra e cenere, conosco per\u00f2 qualcosa di Te che ignoro di me. Certo, la nostra visione di Te, ora, \u00e8 \u00abcome in uno specchio e per enigmi, non ancora a faccia a faccia\u00bb (Cor., XIII, 12); perci\u00f2 fino a che me ne vo pellegrinando lontano da Te sono presente pi\u00f9 a me che a Te: so per\u00f2 che niente ti pu\u00f2 contaminare, mentre non so proprio a quali tentazioni io sia in grado di resistere e a quali no. Ma Tu sei di parola, e quindi nutro speranza che non permetterai tentazioni che siano al di sopra delle nostre forze, ma ci manderai con la tentazione la via d&#8217;uscirne, s\u00ec che ci sia possibile sostenerla.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Confesser\u00f2 dunque quello che so di me: confesser\u00f2 anche quello che non so: poich\u00e9 quello che so di me lo so dalla tua luce, quello di me che non conosco debbo ignorarlo sino a che le mie tenebre, nella visione del Tuo volto, diventeranno \u00abcome luce di mezzogiorno\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Una sintetica ma chiara ed efficace valutazione complessiva del libro decimo \u00e8 contenuta nel <em>Dizionario delle opere filosofiche<\/em> (a cura di Franco Volpi, Milano, Bruno Mondadori Editore, 2000, pp. 7-9), e si deve alla penna di C. Mohrmann:<\/p>\n<p><em>&quot;Di particolare interesse \u00e8 il libro X, in cui \u00e8 analizzata la memoria, che viene concepita come un ricettacolo in cui si trovano celati \u00abi tesori delle innumerevoli immagini portate dalla percezione\u00bb. Per la precisione, la memoria contiene sia le immagini delle cose impresse nello spirito (ovvero le immagini degli oggetti percepiti dai sensi, ma anche il ricordo di s\u00e9 e i risultati delle operazioni di composizione e di scomposizione delle immagini medesime), sia le cose stesse, irriducibili alle immagini. La coscienza di s\u00e9 si realizza nell&#8217;uomo in virt\u00f9 della memoria, che unisce il passato al presente e consente altres\u00ec, partendo dal presente, di progettare le azioni future: dunque, la memoria colloca nella dimensione del presente tanto l&#8217;esperienza del passato quanto l&#8217;attesa dell&#8217;avvenire. \u00c8 la sua permanenza a rappresentare la condizione di ogni azione umana. Il suo compito peculiare consiste, in ogni caso, nell&#8217;acquisizione del sapere intellettuale, nel quale Agostino distingue l&#8217;elemento sensibile (per esempio un suono di cui la memoria conserva l&#8217;immagine) e l&#8217;oggetto stesso del sapere, che non si apprende mediante i sensi e che, di conseguenza, non pu\u00f2 venire dall&#8217;esterno. I contenuti conoscitivi sono originariamente presenti nel cuore e nella parte pi\u00f9 oscura e remota della memoria: qui, si trovano in una condizione di dispersione e di disordine. Attraverso la riflessione, la memoria li scopre, li ordina e li mette a propria disposizione: \u00e8 precisamente questo il sapere. L&#8217;analisi agostiniana della memoria si colloca in una prospettiva teocentrica, in quanto costituisce una tappa della ricerca di Dio, che \u00e8 anche ricerca della vita felice. Il santo di Tagaste si domanda, infatti, se \u00abse la vita felice si trovi nella memoria, e risponde affermativamente, in quanto la vita felice per l&#8217;uomo consiste nel godimento di Dio, e Dio si trova nella memoria.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Vi \u00e8 dunque una progressione, nel movimento che l&#8217;anima compie per avvicinarsi a Dio, che parte dalla percezione delle cose sensibili, le oltrepassa per giungere alla memoria e alle idee astratte (compresi gli enti della matematica, ad esempio i numeri) e poi deve procedere ancora oltre: la memoria, infatti &#8211; avverte Agostino &#8211; non \u00e8 sufficiente per giungere alla contemplazione di Dio. Pagine illuminanti ha scritto il Nostro a proposito di questo senso del limite delle facolt\u00e0 intellettuali nella ricerca del divino, e sulla necessit\u00e0 di ricordare quello che coi sensi abbiamo smarrito, ma conservato nel ricordo; pagine nelle quali \u00e8 evidente anche l&#8217;influsso del pensiero neoplatonico (capp. XVII e XVIII). Ma la facolt\u00e0 della memoria si collega direttamente con l&#8217;umana aspirazione alla felicit\u00e0; ma solo Dio \u00e8 felicit\u00e0, ed \u00e8 anche verit\u00e0; dunque, la felicit\u00e0 coincide col raggiungimento della verit\u00e0 (capp. XX-XXIII). Iddio \u00e8 nella memoria, ed \u00e8 l\u00ec che lo possiamo ritrovare in ogni momento, dopo averne avuto la rivelazione (cap. XXIV).<\/p>\n<p><em>&quot;Ecco quanto sono andato spaziando nella mia memoria, per cercarti, o Signore; e fuori di essa non ti ho trovato, ch\u00e9 anzi non vi ho trovato nulla di Te che io non ricordassi dal momento in cui imparai a riconoscerti. Da quel momento in cui cominciai a conoscerti, non ti ho mai dimenticato. Dove ho trovato la verit\u00e0, ho trovato anche il mio Dio, la verit\u00e0 stessa, e da quando la conobbi non la dimenticai. Perci\u00f2 Tu sei fisso nella mia memoria dal momento in cui ti ho conosciuto: ivi ti trovo, quando mi ricordo di Te, quando cerco la mia gioia in Te.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Queste sono le mie sante delizie, e tu me le hai donate quando, nella tua misericordia, riguardasti la mia povert\u00e0.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>LIBRO UNDICESIMO<\/em><\/p>\n<p>Gli ultimi tre libri delle <em>Confessioni,<\/em> dall&#8217;undicesimo al tredicesimo, svolgono una meditazione sul primo libro del <em>Genesi<\/em>.<\/p>\n<p>Nel libro undicesimo, dopo aver rivolto una preghiera a Dio perch\u00e9 ci conceda l&#8217;intelligenza delle Sacre Scritture, svolge una riflessione approfondita sul primo versetto del <em>Genesi<\/em>, sulla parola creatrice (cap. V) e sulla parola creata (cap. VI). La parola creatrice \u00e8 il Verbo, e il Verbo \u00e8 maestro di verit\u00e0 e parla agli uomini (capp. VII-IX). Poi Agostino si chiede se la reazione implichi mutamento, e risponde alla domanda in modo negativo, poich\u00e9 essa si colloca al di fuori del tempo (capp. X-XI). E alla domanda che cosa facesse Dio prima della creazione, con una buona dose di coraggio intellettuale Agostino risponde che non faceva nulla: infatti, <em>\u00abse avesse fatto qualche cosa, che cosa poteva essere se non una creatura?\u00bb<\/em> (cap. XII). Viene quindi sviluppata la riflessione filosofica sulla natura del tempo, che \u00e8 una dimensione propria delle cose create (capp. XIII-XIV): non si pu\u00f2 dire, pertanto, che vi sia stato un tempo in cui Dio <em>era<\/em> inoperoso (prima della creazione), perch\u00e9 Dio \u00e8 fuori del tempo.<\/p>\n<p><em>&quot;Che cosa \u00e8, allora, il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so; eppure posso affermare con sicurezza di sapere che se nulla passasse, non esisterebbe un passato; se nulla sopraggiungesse, non vi sarebbe un futuro; se nulla esistesse, non vi sarebbe un presente.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Passato e futuro: ma codesti due tempi in che senso esistono, dal momento che il passato non esiste pi\u00f9, che il futuro non esiste ancora? E il presente, alla sua volta, se rimanesse sempre presente e non tramontasse nel passato, non sarebbe tempo, ma eternit\u00e0. Se dunque il presente, perch\u00e9 sia tempo, deve tramontare nel passato, in che senso si pu\u00f2 dire che esiste, se sua condizione all&#8217;esistenza \u00e8 quella di cessare dall&#8217;esistere, se cio\u00e8 non possiamo dire che in tanto il tempo esiste in quanto tende a non esistere?&quot;<\/em><\/p>\n<p>Passato e futuro esistono (cap. XVII), ma si pu\u00f2 misurare solo il presente (capp. XVI e XXI), bench\u00e9 esso non abbia alcuna estensione, come del resto il punto geometrico<\/p>\n<p><em>&quot;Come si pu\u00f2 per\u00f2 misurare il tempo presente che non ha estensione? Lo misuriamo appunto quando passa: quando poi \u00e8 passato, non si misura pi\u00f9, non essendovi una entit\u00e0 da misurare. Ma quando lo misuriamo, donde viene, per dove passa, donde va? Donde? Ma dal futuro; per dove? Ma nel presente; dove? Nel passato! Ossia: da ci\u00f2 che non \u00e8 ancora, attraverso ci\u00f2 che non ha spazio, in ci\u00f2 che non esiste pi\u00f9.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ricorriamo ancora all&#8217;aiuto di C. Mohrmann per delineare i tratti essenziali di questo undicesimo libro delle <em>Confessioni,<\/em> nel quale Agostino ha svolto alcune delle pi\u00f9 originali riflessioni che siano mai state fatte sulla natura del tempo, unendo alla profondit\u00e0 e alla originalit\u00e0 una straordinaria chiarezza espositiva e, non ultimo pregio, un profondo senso di umilt\u00e0 di fronte al mistero della realt\u00e0 in cui siamo immersi, mistero di fronte al quale dobbiamo riconoscerci profondamente ignoranti e ricorrere all&#8217;aiuto di Dio perch\u00e9 illumini la nostra intelligenza delle cose.<\/p>\n<p><em>&quot;nel libro XI, Agostino svolge una fondamentale analisi del tempo. Egli dimostra la necessit\u00e0 di far ritorno dal tempo &#8216;esterno&#8217;, che costituisce l&#8217;orizzonte delle realt\u00e0 sensibili, all&#8217;esperienza temporale &#8216;interna&#8217;. Il tempo si riduce, in sostanza, all&#8217;istante, che \u00e8 insieme reale e irreale. Il singolo istante pu\u00f2 essere fissato e collegato con tutti gli altri soltanto se la coscienza, come ricordo del , contemplazione del presente e attesa del futuro, si distende e contemporaneamente si raccoglie in unit\u00e0 Il tempo \u00e8 dunque fondamentalmente tempo interno, vale a dire &#8216;distensione dell&#8217;animo&#8217; (\u00abdistensio animi\u00bb). Ora, il dispiegarsi nella molteplicit\u00e0 (\u00abdistensio\u00bb) presuppone la raccolta nell&#8217;unit\u00e0 (\u00abintentio\u00bb), e quest&#8217;ultima \u00e8 possibile soltanto attraverso la relazione con l&#8217;eternit\u00e0 (\u00abaeternitas\u00bb), mediata dalle idee.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>LIBRO DODICESIMO<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il tema del rapporto tra tempo ed eternit\u00e0 &#8211;<\/em> prosegue C. Mohrmann &#8211; <em>\u00e8 il ponte per affrontare quello della creazione, che viene trattato in forma esegetica nei due libri conclusivi, il XII e il XIII. In particolare, Agostino cerca di chiarire i presupposti ontologici della creazione dal nulla (\u00abcreatio ex nihilo\u00bb). Soltanto a Dio, nonch\u00e9 alla Sua parola, spetta il carattere dell&#8217;essere (\u00abesse\u00bb). A esso si contrappone il nulla (\u00abnihil\u00bb). Come va concepita, allora, la creazione? A giudizio di Agostino, la si deve immaginare secondo una certa scansione: innanzitutto Dio ha creato le forme ideali (\u00abformae\u00bb) e in pari tempo la materia ,che \u00e8 invece assenza di forma (\u00abinformitas\u00bb). Le idee vanno considerate come qualcosa di vero e dunque di esistente, mentre la materia,in quanto pura potenza, \u00e8 un &#8216;quasi niente&#8217; (\u00abpaene nihil\u00bb). L&#8217;incorporarsi delle idee nella materia genera quella realt\u00e0 empirica , strutturalmente caratterizzata dalla contingenza e dalla mutevolezza, che possiede uno statuto ontologico ambiguo. Tale realt\u00e0, infatti, pu\u00f2 essere caratterizzata come un \u00abqualcosa-nulla\u00bb,o come ci\u00f2 che \u00ab\u00e8-non \u00e8\u00bb &quot;.<\/em><\/p>\n<p>Ad ogni modo, per poter interpretare correttamente la Sacra Scrittura \u00e8 necessario, secondo Agostino, armarsi dello spirito di carit\u00e0: <em>\u00abcarit\u00e0 che nasce da un cuore puro, da una coscienza retta, da sincerit\u00e0 di fede\u00bb<\/em>(cap. XVIII). Non con orgoglio umano e con spirito di malizia, per cogliere eventuali contraddizioni in chi cerca d&#8217;interpretarla, ma con umilt\u00e0 e fiducia in Dio occorre accostarsi alle Scritture: che, essendo il libro della Verit\u00e0, parlano all&#8217;uomo a dispetto della inadeguatezza del suo intelletto. In definitiva, la <em>Bibbia<\/em> parla solo a coloro che la leggono con purezza di cuore e con giusta disposi&lt;zione di spirito; altrimenti il significato profondo delle sue parole rimane inaccessibile alla presunzione degli uomini.<\/p>\n<p><em>LIBRO TREDICESIMO<\/em><\/p>\n<p>Nell&#8217;ultimo libro delle <em>Confessioni<\/em> l&#8217;Autore commenta le varie fasi della creazione, sempre seguendo il racconto del <em>Genesi<\/em> (attribuito a Mos\u00e9): la creazione della luce, lo Spirito sulle acque, il firmamento, la separazione delle acque e della terra asciutta, gli astri del cielo, i frutti viventi della erra e delle acque, l&#8217;anima vivente, l&#8217;uomo e l&#8217;ordine ricevuto da Dio di moltiplicarsi .Infine svolge una riflessione sulla bont\u00e0 che ha presieduto al mistero della creazione e sul riposo di Dio, a creazione terminata.<\/p>\n<p>In particolare, Agostino sottolinea il fatto che l&#8217;uomo \u00e8 stato creato a immagine e somiglianza di Dio, dunque come uomo spirituale (cap. (cap. XXII); che ogni cosa creata \u00e8 intimamente buona, perch\u00e9 pervasa dallo spirito di Dio (cap. XXXI); che l&#8217;intero Universo \u00e8 retto da una profonda, meravigliosa armonia (cap. XXXII).<\/p>\n<p>L&#8217;ultimo capitolo, il XXXVIII, chiude le <em>Confessioni<\/em> con una toccante riflessione sul grande mistero della vita eterna.<\/p>\n<p><em>&quot;Noi per ora vediamo le cose che Tu hai atte perch\u00e9 esistono; ma esse esistono perch\u00e9 Tu le vedi; noi vediamo con i sensi che esistono, con la riflessione che sono buone. Tu invece le vedesti atte l\u00e0 dove vedesti che erano da fare.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ed io in un tempo posteriore fui spinto al en fare, quando il mio core concep\u00ec dal tuo Spirito; ma in un tempo precedente fui portato al male e ad abbandonar Te. Tu, per\u00f2 ,o Dio tutta bont\u00e0, non cessasti mai di bene operare. Anch&#8217;io ho compiuto alcune opere buone, per dono della tua grazia, ma non sono eterne: dopo, io spero di trovare riposo nella tua grande virt\u00f9 santificante. Tu, invece, Bene a cui non occorre altro bene, sei in perenne quiete, perch\u00e9 Tu stesso sei la tua quiete. &quot;Qual uomo far\u00e0 intendere ci\u00f2 ad un altro uomo? Quale angelo ad un angelo? Quale angelo ad un uomo? A Te si chieda, in Te si cerchi, si batta alla tua porta: cos\u00ec, cos\u00ec ci sar\u00e0 dato, cos\u00ec troveremo, cos\u00ec ci verr\u00e0 aperto.&quot;<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le \u00abConfessioni\u00bb di S. Agostino sono una delle opere di pi\u00f9 sconcertante modernit\u00e0 che l&#8217;antichit\u00e0 ci abbia lasciato.&quot; &quot;Esse sono innanzitutto l&#8217;analisi del travaglio interiore che<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30170,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[69],"tags":[96,117,244],"class_list":["post-28523","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-morale-e-spiritualita","tag-anima","tag-dio","tag-santagostino"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-morale-e-spiritualita.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28523","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28523"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28523\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30170"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28523"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28523"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28523"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}