{"id":28513,"date":"2017-02-03T03:28:00","date_gmt":"2017-02-03T03:28:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/02\/03\/e-se-a-rubare-cristiana-fosse-proprio-il-papa\/"},"modified":"2017-02-03T03:28:00","modified_gmt":"2017-02-03T03:28:00","slug":"e-se-a-rubare-cristiana-fosse-proprio-il-papa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/02\/03\/e-se-a-rubare-cristiana-fosse-proprio-il-papa\/","title":{"rendered":"E se a rubare cristiana fosse proprio il papa?"},"content":{"rendered":"<p>Jorge Mario Bergoglio \u00e8 dal 13 marzo 2013 il duecento e sessantaseiesimo papa della Chiesa cattolica romana, con il nome di Francesco. A rigore, si dovrebbe dire Francesco I; ma, poich\u00e9 \u00e8 il primo papa nella storia ad aver scelto questo nome, tutti lo chiamano &quot;Francesco&quot; e basta. Viene da chiedersi come mai nessuno dei suoi predecessori abbia scelto questo nome, assumendo il pastorale come vescovo di Roma, nei quasi otto secoli che ci separano alla morte del Poverello di Assisi; e perch\u00e9 proprio lui, Bergoglio, abbia fatto questa scelta. La prima cosa che viene in mente \u00e8 che nessuno dei papi vissuti fra il XIII e il XXI secolo si \u00e8 sentito degno di imitare, anche solo da lontano, la santit\u00e0 di Francesco d&#8217;Assisi, o, comunque, di essere a lui paragonato. Si obietter\u00e0 che un papa <em>pu\u00f2<\/em> essere santo, ma che per fare bene quel che si \u00e8 stati chiamati a fare dal conclave dei cardinali, cio\u00e8 per essere un buon papa, la santit\u00e0 non \u00e8 <em>indispensabile<\/em>; il che \u00e8 vero, almeno parzialmente (parzialmente, perch\u00e9 tutti gli uomini, e tutti i cristiani, quindi figuriamoci se rimane escluso il papa, sono chiamati alla propria santificazione personale). D&#8217;altra parte, assumere un nome da pontefice equivale a dare un&#8217;indicazione di quel che si vuol fare, dell&#8217;impronta o indirizzo particolare che s&#8217;intende conferire al proprio pontificato, fermo restando che il papa non \u00e8 il padrone della Chiesa e che non \u00e8, di conseguenza, nemmeno il padrone del gregge dei fedeli, ma soltanto il vicario di Cristo, cio\u00e8 il pastore del gregge.<\/p>\n<p>Ora, assumere il none di Francesco significa lanciare un preciso messaggio: che si vuole ispirare il proprio pontificato ai valori &quot;francescani&quot;. Eppure, \u00e8 bene ricordare che non esistono, in senso stretto, valori francescani, o domenicani, o agostiniani, o tomisti, o salesiani, o gesuiti: esistono sempre e soltanto valori cristiani; i quali, naturalmente, possono essere declinati con speciale riguardo a taluni aspetti della vita cristiana e della dottrina cristiana, ma ci\u00f2 per la limitatezza e fragilit\u00e0 della natura umana e non perch\u00e9 sia cosa buona e giusta che un cristiano sviluppi certi aspetti della vita cristiana a discapito degli altri. In questo senso, adottare il nome di un grande e venerato santo \u00e8 una scelta, al tempo stesso, molto impegnativa e molto ambigua: impegnativa, perch\u00e9 equivale a suggerire un confronto, immodesto, fra quel santo e la propria persona; ambigua, perch\u00e9 significa &quot;puntare&quot; su una delle molte dimensioni della vita cristiana, forse a discapito delle altre. Potr\u00e0 sembrare paradossale, ma un papa, proprio per l&#8217;immensa responsabilit\u00e0 che incombe sulle sue spalle, ossia di tenere unita e indirizzare la Chiesa cattolica &#8212; stiamo parlando di un miliardo e oltre 250 milioni di persone, sparse in tutti e cinque i continenti &#8212; deve cercar di essere, prima di tutto, un buon papa; poi, se sar\u00e0 anche santo, meglio ancora. Ma a un santo non \u00e8 chiesto di possedere quelle doti organizzative o quel sapere teologico che sono indispensabili a un papa, per svolgere degnamente la sua missione: il santo, se si vuole, \u00e8 pi\u00f9 libero di vivere la propria chiamata individuale; il papa, invece, non deve scordarsi mai di quel miliardo e 250 milioni di anime che guardano a lui: e deve fare in modo di non essere di scandalo neppure a una di esse.<\/p>\n<p>Bergoglio, dunque, non ha dato prova n\u00e9 di saggezza, n\u00e9 di modestia, assumendo il nome di Francesco: ha ignorato la modestia e la saggezza di decine e decine d suoi predecessori, e, oltretutto &#8211; lui gesuita, che non avrebbe dovuto nemmeno essere eletto al pontificato, dato che Ignazio di Loyola non voleva che alcun gesuita diventasse mai papa &#8211; con la scelta di quel nome ha dato a intendere di sentirsi, anche lui, &quot;francescano&quot;, quando francescano non lo \u00e8, n\u00e9 per l&#8217;ordine religioso di appartenenza, n\u00e9 per le caratteristiche del suo carattere e della sua personalit\u00e0. San Francesco era modesto, Bergoglio ostenta la modestia: e non \u00e8 certo la stessa cosa. Quel salire e scendere la scaletta dell&#8217;aereo, per esempio, con la sua brava valigetta ventiquattr&#8217;ore in mano, per far vedere che lui non ha bisogno di domestici e portaborse, sapendo di essere inquadrato dalle telecamere e di esser visto da milioni di persone in tutto il mondo: quanta ostentazione di modestia e quanta effettiva immodestia, in quell&#8217;atteggiamento! Per non parlare delle quotidiane, omelie nella chiesa di Santa Marta, piene d&#8217;improvvisazioni, e delle esternazioni estemporanee a getto continuo, delle interviste rilasciate a pi\u00f9 non posso, ma specialmente in aeroplano, sempre cercando l&#8217;applauso, sempre con la strizzatina d&#8217;occhi del furbo che pensa di aver detto qualcosa di frizzante, di sapido, o qualcosa che stupisce, che sbalordisce l&#8217;interlocutore; e sempre con quella totale mancanza di discrezione, di modestia. Certo, sorride molto, papa Francesco: ma \u00e8 un sorriso tiratissimo, innaturale. Per rendersene conto, lo si confronti con il sorriso di Albino Luciani, che \u00e8 passato alla storia, e giustamente, per quei miseri 30 giorni di pontificato, come &quot;il papa del sorriso&quot;: il suo, s\u00ec, che era un sorriso spontaneo, naturale, un sorriso buono. Bergoglio sorride con la bocca, ma gli occhi no, restano terribilmente seri: hanno una luce inquietante, diremmo quasi sinistra. E anche la bocca, si torce in una smorfia, ma non \u00e8 un vero sorriso quello che vi appare: \u00e8 il tentativo di imitare un sorriso. <em>Se uno dice una parolaccia alla mia mamma, io gli do un pugno<\/em>: e mentre dice una simile stupidaggine, sorride: ma non fa ridere, e neanche sorridere chi lo ascolta, chi lo guarda. Nel cuore entra un senso di gelo. Mai un papa aveva parlato cos\u00ec: e questo sarebbe un modello di perdono cristiano? E parla cos\u00ec propri lui, che ha sempre in bocca la misericordia di Dio, e mai ricorda la sua severit\u00e0, la sua giustizia?<\/p>\n<p>Non era quasi neanche stato eletto al pontificato, e gi\u00e0 uscivano libri e si preparavano film su di lui, sulla sua persona. Subito \u00e8 apparso in libreria un volume recante la sua firma: <em>Non fatevi rubare la speranza<\/em> (Mondadori, 2013). In effetti, contiene conferenze e discorsi da lui tenuti soprattutto nel 1989-1990, e cio\u00e8 vecchi di quasi cinque lustri: un po&#8217; datati, per farsi un&#8217;idea di quel che pensa il papa <em>adesso<\/em>. Non importa: lo abbiamo comprato, lo abbiamo letto. Ci ha lasciati estremamente perplessi; no, diciamo meglio: ci ha lasciato un&#8217;impressione penosa, sconfortante. Fin dalla copertina, la solita immodestia, la solita auto-celebrazione. In fotografia, un primissimo piano del papa che viene abbracciato con trasporto da una bambina: il volto della quale neppure si vede, in compenso di vede benissimo il sorriso intenerito di sua santit\u00e0. Neanche fossimo tornati ai film sentimentali degli anni Trenta e Quaranta, quelli con l&#8217;adultera redenta, dove il marito che perdona era interpretato dal mitico Amedeo Nazzari. Una critica malevola, dir\u00e0 qualcuno. Vediamo. Il titolo del libro \u00e8 <em>Non fatevi rubare la speranza<\/em>. \u00c8 un titolo demagogico, populista, da teologia della liberazione: un titolo che fa leva sui diritti da rivendicare e sul rancore contro i &quot;ladri&quot;, i ladri di speranza; ma la Speranza cristiana, con la lettera maiuscola, non pu\u00f2 essere n\u00e9 rubata, n\u00e9 comprata, perch\u00e9 non \u00e8 un sentimento umano, ma un dono dello Spirito Santo: \u00e8 una delle tre virt\u00f9 teologali. Nessuno la pu\u00f2 rubare, \u00e8 il cristiano che la deve chiedere a Dio, e una volta che l&#8217;abbia avuta, la deve custodire e la deve coltivare: tutto qui. Non c&#8217;\u00e8 un nemico da combattere, se non il Nemico: il vero e unico ladro della Speranza cristiana \u00e8 lui, l&#8217;Avversario: ma \u00e8 questo che intendeva il titolo? Sfogliando le pagine del libro, non si direbbe proprio.<\/p>\n<p>Il sottotitolo recita: <em>La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza<\/em> (e sempre &quot;speranza&quot; con la minuscola, dunque come sentimento puramente umano). Ma di filosofia, ce n&#8217;\u00e9 ben poca in questo libro: pazienza, a un papa non si chiede di essere un filosofo (semmai un teologo), e di certo Bergoglio non lo \u00e8. Il peccato, invece: questo s\u00ec, che interessa il cristiano. Nelle Messe di santa Marta, in mezzo al quotidiano diluvio di parole, non \u00e8 che il tema del peccato, e quindi della grazia, assolutamente centrali nella dottrina cattolica, ricorrano molto spesso. Perci\u00f2, ci affrettiamo a scorrere le pagine del libro per vedere cosa dice Bergoglio del peccato. Ci imbattiamo, s\u00ec, in un capitolo che s&#8217;intitola: <em>Corruzione e peccato<\/em>; ma del peccato vi si parla pochissimo. Viene nominato due o tre volte, quasi per accidente, con espressioni generiche. In realt\u00e0, si parla tutto il tempo della &quot;corruzione&quot;: concetto teologico un po&#8217; insolito; concetto molto, troppo umano. Il peccato \u00e8 un&#8217;offesa dell&#8217;uomo fatta a Dio: crede a questo, il papa? E perch\u00e9 non parla del Peccato originale? Invece, la corruzione di qua, la corruzione di l\u00e0; l&#8217;uomo corrotto, il cuore corrotto; e poi, via con la filippica contro i farisei, contro le <em>\u00e9lites<\/em> cristiane che tengono gli uomini lontani da Dio, e favoriscono la corruzione, essendo gi\u00e0 corrotti loro. No: non \u00e8 la sana, buona, vecchia teologia cattolica, questa: \u00e8 qualcos&#8217;altro. Non \u00e8 qualcosa che la contraddica frontalmente, e tuttavia \u00e8 qualcosa di nuovo e di diverso: i concetti diventano ambigui, sembrano e poi non sembrano pi\u00f9 quelli che il Magistero ha sempre insegnato: sfuggono sotto gli occhi del lettore, cambiano di significato, si trasformano; si crede d&#8217;averli afferrati, e cambiano ancora, come Proteo. Insomma, il peccato \u00e8 o non \u00e8 una ribellione dell&#8217;anima a Dio? Non si sa.<\/p>\n<p>E tutto il libro \u00e8 cos\u00ec: ambiguo, sfuggente, gesuitico. Dice e non dice. La cosa che pi\u00f9 dispiace \u00e8 quella costane atmosfera d&#8217;immanentismo, di dubbio, quasi di relativismo. Quasi, perch\u00e9 l&#8217;Autore \u00e8 molto abile nel giocare con le parole. Il concetto pi\u00f9 vicino all&#8217;eresia che abbiamo trovato \u00e8 quello del &quot;fallimento&quot; di Ges\u00f9. Dal punto di vista umano, Ges\u00f9 ha &quot;fallito&quot;: concetto che Bergoglio dice e ribadisce, e al quale dedica intere pagine; anzi, \u00e8 &quot;il grande fallimento&quot;, perfino sul piano umano. Questo perch\u00e9 i discepoli, umanamente, hanno deluso il Maestro, non l&#8217;hanno capito: e Bergoglio ne deduce che Ges\u00f9, umanamente parlando, ha fallito. \u00c8 un concetto sbagliato e prossimo all&#8217;eresia perch\u00e9 parte del presupposto che, in Ges\u00f9 Cristo, si possano separare la natura umana e la nata divina. Il Ges\u00f9 uomo, secondo Bergoglio, &quot;ha fallito&quot;: non ha saputo nemmeno scegliersi bene i suoi discepoli; non ha saputo nemmeno prevedere che Giuda lo avrebbe tradito. Ma ci\u00f2 \u00e8 totalmente falso. Ges\u00f9 sapeva benissimo quel che faceva, scegliendosi proprio quelle persone; e sapeva che Giuda lo avrebbe tradito: i Vangeli lo dicono con estrema chiarezza. Semplicemente, Ges\u00f9 voleva realizzare la sua opera con la collaborazione dell&#8217;uomo; e gli uomini sono cos\u00ec: i dodici apostoli sono un perfetto campionario dell&#8217;umanit\u00e0. Con tutti i loro limiti e i loro difetti; e con la possibilit\u00e0 di usare male, malissimo, la loro libert\u00e0. Ges\u00f9 non voleva dei superuomii, ma degli uomini: voleva far vedere che qualsiasi uomo, per quanto rozzo e ignorante, pu\u00f2 diventare collaboratore del piano della divina Redenzione. Sulla croce, secondo Bergoglio, si consuma l&#8217;umano fallimento di Ges\u00f9; anche se aggiunge, bont\u00e0 sua, che Egli seppe trovare la forza per &quot;superare&quot; questo umano fallimento e &quot;spostarlo&quot;, con la forza della fede, su un piano pi\u00f9 alto, trasformandolo in vittoria (ma che \u00e8 risorto, ci crede?). Questo \u00e8 un concetto molto vicino all&#8217;eresia, perch\u00e9 sminuisce la divinit\u00e0 di Ges\u00f9 Cristo: sottolinea la sua natura umana, ma mette fra parentesi quella divina. Bergoglio parla di Ges\u00f9 come si parla di un uomo, di un uomo eccezionale, di un uomo eroicamente fedele a Dio; ma Ges\u00f9 non \u00e8 stato affatto questo: Ges\u00f9 \u00e8 il Figlio di Dio, e Dio Lui stesso, che si \u00e8 incarnato per amore dell&#8217;umanit\u00e0, e che ha preso un corpo mortale per realizzare il mistero della Redenzione. Se si toglie questo, se lo si mette fra parentesi, se lo si sminuisce, si toglie il cristianesimo.<\/p>\n<p>Il grande assente, nel libro <em>Non fatevi rubare la speranza<\/em>, \u00e8 la dimensione del soprannaturale, del divino; \u00e8 la Redenzione, come mistero e come realt\u00e0 che si attua nella storia, nonostante le insufficienze degli uomini, mediante l&#8217;Amore di Dio. Invano si cercano i semplici, ma essenziali concetti della sana teologia di sempre: invano il lettore cerca qualche cosa che lo aiuti a superare i dubbi della fede, le angosce della vita. Si rimane immersi in un&#8217;atmosfera d&#8217;immanenza, di perplessit\u00e0, di dubbio. Di essere pieno di dubbi, del resto, il papa l&#8217;ha detto davanti a tutti, pi\u00f9 di una volta: dubbi di fede, che, se pure ci sono, dovrebbe tenere per s\u00e9, come il comandante di una nave, se pure avesse dei dubbi circa la possibilit\u00e0 di salvare il bastimento in mezzo alla burrasca, dovrebbe guardarsi bene dal lasciar trasparire le sue preoccupazioni: tutti guardano a lui, e lui deve mostrarsi assolutamente sicuro. Altrimenti, non doveva accettare il ruolo di comandante. Pessima pedagogia, quella del comandane dubbioso; tanto pi\u00f9 se si accompagna ad un eccesso di sicurezza l\u00e0 dove non ce ne sarebbe bisogno. Bergoglio \u00e8 fin troppo sicuro di s\u00e9 quando demolisce le certezze altrui, quando ignora le perplessit\u00e0 di alcuni pastori, quando tira dritto con la sua &quot;riforma&quot; senza minimamente ascoltare le voci di dissenso; per\u00f2, sulla questione centrale della fede, ama dichiararsi un uomo dubbioso, e non si preoccupa minimamente dello scandalo che ci\u00f2 pu\u00f2 provocare. Per il semplice credente, che, magari, vive un momento di difficolt\u00e0, le parole e gli atteggiamento di papa Francesco non sono affatto di aiuto; al contrario. Sono, sovente, parole che insinuano dubbi gravissimi in materia di fede, o che possono accentuare dubbi gi\u00e0 esistenti. Se ne rende conto, il papa &quot;francescano&quot; e misericordioso, il papa campione di umilt\u00e0 e di modestia, oppure no? Questo \u00e8 il grande interrogativo al quale dovranno cercare di rispondere i futuri storici del suo pontificato&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Jorge Mario Bergoglio \u00e8 dal 13 marzo 2013 il duecento e sessantaseiesimo papa della Chiesa cattolica romana, con il nome di Francesco. 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