{"id":28494,"date":"2011-06-07T06:58:00","date_gmt":"2011-06-07T06:58:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2011\/06\/07\/la-riflessione-sul-potere-nel-pensiero-di-romano-guardini\/"},"modified":"2011-06-07T06:58:00","modified_gmt":"2011-06-07T06:58:00","slug":"la-riflessione-sul-potere-nel-pensiero-di-romano-guardini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2011\/06\/07\/la-riflessione-sul-potere-nel-pensiero-di-romano-guardini\/","title":{"rendered":"La riflessione sul potere nel pensiero di Romano Guardini"},"content":{"rendered":"<p>SOMMARIO<\/p>\n<ol>\n<li>\n<p>INTRODUZIONE.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>LA NATURA DEL POTERE.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>IL CONCETTO TEOLOGICO DEL POTERE.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>LO SVILUPPO DEL POTERE.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>IL NUOVO VOLTO DELL&#8217;UOMO E DEL MONDO.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>POSSIBILIT\u00c0 DELL&#8217;AZIONE.<\/p>\n<\/li>\n<\/ol>\n<pre><code class=\"language-{=html}\">&lt;!-- --&gt;<\/code><\/pre>\n<ol>\n<li><em>INTRODUZIONE.<\/em><\/li>\n<\/ol>\n<p>Della vasta opera filosofica e teologica di Romano Guardini (Verona, 1885- Monaco di Baviera, 1968) vogliamo fermare la nostra attenzione, in questa sede, su di un suo saggio di non grande mole ma anche, come sempre, di altissimo contenuto speculativo e morale, apparso a W\u00fcrzburg nel 1951: <em>Die Macht. Versucht einer Wegweisung.<\/em> L&#8217;opera \u00e8 stata tradotta in italiano da Marisetta Paoletto Valier e pubblicata dall&#8217;Editrice Morcelliana di Brescia, nel 1954, con il titolo <em>Il potere. Tentativo di un orientamento.<\/em> Scritta a pochi anni di distanza dalla tragedia della seconda guerra mondiale e dalle immense distruzioni, morali e materiali, da essa provocata in Germania, oltre che nel resto d&#8217;Europa, essa risente fortemente di quel particolare momento storico, che strappava a storici e filosofi come Friedrich Meinecke un angosciato grido di dolore sul destino della civilt\u00e0 e della patria tedesca. D&#8217;altra parte, come tutte le opere di Guardini, il suo valore va molto al di l\u00e0 delle contingenze storiche e si delinea come una riflessione potente e meta-storica di portata universale, che ci interroga su uno dei grandi problemi del pensiero politico. Che cos&#8217;\u00e8 il potere, nell&#8217;et\u00e0 moderna? Infatti, n\u00e9 l&#8217;antichit\u00e0 n\u00e9 il mondo antico avevano mostrato una curiosit\u00e0 scientifica e una volont\u00e0 di dominio sulla natura paragonabili a quanto \u00e8 accaduto nell&#8217;et\u00e0 moderna. Con l&#8217;indagine, la programmazione, l&#8217;efficienza tecnica, in un processo accanito e &#8211; si direbbe &#8211; quasi frenetico, l&#8217;uomo moderno sembra essersi impadronito a tal punto delle cose, da poter esercitare nei loro confronti un potere quasi illimitato e perci\u00f2, almeno potenzialmente, tirannico.<\/p>\n<p>Tuttavia, prima di iniziare la nostra esposizione dell&#8217;opera di Romano Guardini sul potere e di svolgere alcune brevi riflessioni su di essa, ci sembra utile ricordare per sommi capi la figura e l&#8217;opera di questo notevole pensatore tedesco di origine italiana, cui forse non ha giovato &#8211; nel conformismo della cultura oggi dominante &#8211; l&#8217;essere stato un sacerdote e il non essersi allineato alle mode pi\u00f9 largamente diffuse nella cultura europea del secondo dopoguerra, conservando sempre un saldo punto di riferimento, nei problemi e nei turbamenti dell&#8217;uomo contemporaneo, verso la trascendenza.<\/p>\n<p>Osserva lo scrittore tedesco R\u00fcdiger Safranski nel suo celebre saggio <em>Heidegger e il suo tempo. Una biografia filosofica<\/em> (tr. it. Milano, Longanesi &amp; C., 1996, pp. 433-434):<\/p>\n<p><em>&quot;Nella Germania dei primi anni del dopoguerra gli argomenti dell&#8217;umanismo cristiano di un Reinhold Schneider o di un Romano Guardini sono analoghi a quelli di Gabriel Marcel.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Come Reinhold Schneider, anche Romano Guardini voleva scorgere la luce nel tramonto. Guardini, che nel 1946 fu considerato per un certo periodo come possibile successore alla cattedra di Heidegger, pubblic\u00f2 nel 1950 un libro molto letto a quel tempo<\/em>, La fine della modernit\u00e0<em>, che si basava sulle sue lezioni tenute a Tubinga nell&#8217;inverno 1947-48.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il mondo moderno, sostiene Guardini, prende le mosse da una concezione della natura come potenza protettrice, dalla soggettivit\u00e0 umana come personalit\u00e0 autonoma e dalla cultura come un ambito intermedio dotato di leggi proprie. Ogni cosa ha ricevuto il proprio senso dalla natura, dalla cultura e dalla soggettivit\u00e0. Con la fine del mondo moderno, di cui siamo testimoni, queste idee affondano. La natura perde la sua forza protettrice e diviene estranea e pericolosa. La persona viene scalzata dall&#8217;uomo massificato, e nel malessere culturale muore la vecchia devozione per la cultura. I sistemi totalitari sono insieme espressione e risposta a questa crisi; la quale dischiude per\u00f2 a sua volta l&#8217;opportunit\u00e0 di un nuovo inizio. Evidentemente l&#8217;uomo deve prima aver perduto le ricchezze naturali e culturali perch\u00e9 accada che in questa &#8216;povert\u00e0&#8217; torni a scoprire se stesso come persona &#8216;nuda&#8217; davanti a Dio. Forse le &#8216;nebbie della secolarizzazione&#8217; si diradano, e incomincia un giorno nuovo della storia.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Pi\u00f9 in generale, la filosofia di Romano Guardini \u00e8 essenzialmente una &quot;antropologia polare&quot;, ossia una antropologia basata sulla dialettica fra le polarit\u00e0 opposte e complementari dell&#8217;immanenza e della trascendenza, in cui il fenomeno &quot;vita&quot; cerca faticosamente una mediazione e il raggiungimento di un proprio equilibrio. Una sintesi efficace del pensiero del filosofo italo-tedesco \u00e8 stato tracciato da M. Borghesi nella recentissima <em>Enciclopedia Filosofica Bompiani<\/em> (Milano, Bompiani, 2006, vol, 2, pp. 5.049-5.502), completato da una essenziale ma accurata nota bibliografica:<\/p>\n<p><em>&quot;La riflessione filosofica di Guardini ha il suo centro nella teoria dell&#8217;<\/em>opposizione polare <em>che egli tematizza nell&#8217;opera di antropologia filosofica<\/em> Der Gegensatz. <em>Qui il &#8216;concreto vivente&#8217;, che \u00e8 l&#8217;uomo, risulta modulato da una dialettica &#8216;polare&#8217;, da un movimento di opposti polarmente orientati, la cui tensione, non risolubile, \u00e8 il segreto della vita. Nel loro insieme essi risultano divisi in opposti<\/em> categoriali <em>e<\/em> trascendentali<em>, i quali descrivono la<\/em> forma <em>dell&#8217;opposizione prescindendo dai contenuti. Gli opposti<\/em> categoriali <em>sono distinti in<\/em> intraempirici, <em>nella misura in cui sono oggetto di esperienza, e<\/em> transempirici, <em>se posti in connessione con un centro interiore che si sottrae a tale verifica. Ne emerge un &#8216;sistema&#8217; degli opposti dato dalle coppie intraempiriche<\/em> Akt-Bau, F\u00fclle-Form, Einzelheit-Ganzheit, <em>transempiriche<\/em> Produktion-Disposition, Urspr\u00fcnglichkeit-Regel<em>,<\/em> Immanenz-Transzendenz, <em>trascendentali<\/em> Verwandschaft-Besonderung, Einheit-Vielheit. <em>La &#8216;vita&#8217;, come risulta dal quadro, \u00e8 contrassegnata da una tensione tra atto e struttura, singolarit\u00e0 e totalit\u00e0, immanenza e trascendenza. Entrambi i poli sono e devono essere presenti. \u00abOgnuno ei due modi dell&#8217;autoesperienza \u00e8 dominato da una propria interna logica che spinge verso la pura espansione di s\u00e9, ma lungo questa stessa strada conduce verso l&#8217;assurdo, verso l&#8217;eliminazione della vita\u00bb (tr. it.<\/em> L&#8217;opposizione polare. Saggio per una teoria del concreto vivente, <em>in<\/em> Scttitti filosofici, <em>ed. a cura di G. Sommavilla, Milano, 1964, 2 voll., vol. 1, p. 158). Nella loro assolutizzazione ambedue i momenti opposti pervengono a una crisi: \u00abquello dinamico alla crisi di un disordinato dinamismo o relativismo; quello statico alla crisi del duro e raggelante conservatorismo. Tali crisi vengono superate solo in quanto all&#8217;interno dei singoli sensi direttivi viene fatto affiorare, liberare ed espandere il senso polarmente opposto: il fluire nella durata; il perdurare nel mutamento; lo stato nell&#8217;atto; l&#8217;agire nella fermezza\u00bb (ibid.). Per Guardini nella realt\u00e0 vivente dell&#8217;uomo \u00abstruttura e atto, durata e flusso, stato e mutamento stanno in tal modo l&#8217;uno all&#8217;altro che ognuno secondo il significato suo primo si stacca dall&#8217;altro, esclude l&#8217;altro, e urta tuttavia nell&#8217;assurdo se non riconosce in se stesso l&#8217;esistenza di quell&#8217;altro e non lo fa emergere; la realt\u00e0 di questa vicendevole esclusione e inclusione \u00e8 l&#8217;opposizione polare\u00bb (ibid.). Si tratta di un<\/em> Ur-ph\u00e4nomen, <em>di un rapporto originario per cui i due poli, diversamente dalla dialettica romantica, tendenzialmente monistica, non possono essere derivati l&#8217;uno dall&#8217;altro. \u00abLe due parti &#8216;opposte&#8217; sono essenzialmente autoconsistenti (<\/em>eigenst\u00e4ndig<em>), ed esiste ra loro un reale confine qualitativo. Tuttavia entrambe le parti sono date simultaneamente\u00bb (ibi, p. 159). Questa simultaneit\u00e0 rende avvertiti del rischio contenuto nei &#8216;valori limite&#8217;. Questi valori incarnano dei<\/em> tipi <em>ideali nella cui assolutezza brilla il naufragio della vita. Guardini ne indica tre. \u00abAnzitutto i due valori limite &#8216;esterni&#8217; ddella realizzazione &#8216;pura&#8217; dell&#8217;opposto: la zona di naufragio del tipo puro. Poi il valore limite &#8216;interno&#8217; dell&#8217;equilibrio fra gli opposti: la zona di naufragio dell&#8217;armonia perfetta\u00bb (ibi, p. 205).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;la vita umana non pu\u00f2 attuarsi, a partire da se medesima, in una forma perfetta: \u00abNel compimento perfetto c&#8217;\u00e8 la distruzione\u00bb (ibid.) Una vita compiuta \u00e8 una vita divina ma ci\u00f2 non \u00e8 consentito all&#8217;uomo vivente. La vita \u00absarebbe autosufficiente; serrata in se stessa; non avrebbe pi\u00f9 nessun rapporto d&#8217;opposizione verso l&#8217;esterno. Ma una situazione simile sarebbe impossibile. Una simile autosufficienza presuppone un assoluto essere. Quando la vita finita entrasse in una struttura, dove si presuppone un&#8217;intima autosufficienza, dovrebbe morire\u00bb (ibi, p. 216). Per Guardini \u00abla vita finita non \u00e8 mai pari: sempre vi prepondera una delle serie opposte. Ma questo per il nostro problema significa. Proprio per questo la vita finita guarda fuori verso l&#8217;aperto, tesa in un&#8217;aspettativa continua\u00bb (ibi, pp. 216-217). Il &#8216;sistema&#8217; del concreto vivente non \u00e8 un sistema chiuso. La persona umana, che si muove nello spazio esistenziale &#8216;Dentro-Sopra&#8217;, immanenza-trascendenza, \u00e8 continuamente<\/em> in s\u00e9[,*<em> <\/em>protesa verso una sintesi viva che la sospinge all&#8217;incontro con il mondo, gli altri uomini, Dio. Da qui l&#8217;unica, ma fondamentale indicazione etica contenuta in<em> Der Gegensaz. <\/em>Poich\u00e9 l&#8217;esistenza umana non pu\u00f2 acquietarsi in una situazione di equilibrio, non pu\u00f2 privilegiare una struttura come forma stabile del suo essere, ne consegue che il suo<em> ethos <\/em>\u00abpi\u00f9 profondo sta nel mantenersi oscillante\u00bb (ibi, p. 271). Non le \u00e8 consentita la rarefazione idealistica n\u00e9 un legame con la terra che rinneghi lo sguardo verso l&#8217;alto. \u00abEssa non pu\u00f2 diventare troppo leggera, deve avere sempre peso, altrimenti dilegua nell&#8217;indefinito. Non pu\u00f2 diventare pesante, deve restare leggera, altrimenti cade nel profondo, si frantuma nei particolari. Non pu\u00f2 aggredire l&#8217;immenso, ma deve autocontrollarsi, contenersi. Non pu\u00f2 accontentarsi, fermarsi, ma deve incessantemente passar via. Tutto ci\u00f2 significa: essa deve potr oscillare. Non per questo si rinnega il mirare sempre avanti (<em>Streben<\/em>). Anzi proprio nell&#8217;oscillazione si fonda la insaziata ricerca umana\u00bb(ibid.). Guardini presumeva, in tal modo, di aver elaborato un&#8217;antropologia filosofica, premessa di un sistema delle tipologie e delle<em> Weltanschauungen<\/em>, la cui dialettica di fondo, diversamente da quella hegeliana, rifiutava ogni possibile sintesi. Non per questo essa accadeva agli esiti tragicistici propri di taluni filoni della cultura europea della prima met\u00e0 del Novecento. Al contrario la &#8216;polarit\u00e0&#8217; \u00e8 dall&#8217;autore intesa come esigenza di &#8216;integralit\u00e0&#8217;, di accordo tra le istanze che la cultura e la prassi tendono ad assolutizzare e a dividere: affezione e coscienza, libert\u00e0 e ordine, individuo e comunit\u00e0. Un&#8217;esigenza mai pienamente soddisfatta che, conformemente alla filosofia della religione di Scheler, tenuta ben presente, e alla lezione agostiniana, rimanda a un &#8216;oltre&#8217; di natura religiosa, cristiana in particolare, su cui Guardini ha offerto riflessioni di grande interesse, da<em> Welt un Person <\/em>a<em> Die Sinne und die religi\u00f6se Erkenntnis <\/em>a<em> Religion und Offenbarung.<\/em>&quot;*<\/p>\n<p>L&#8217;opera <em>Die Macht<\/em> \u00e8 articolata in cinque capitoli: <em>La natura del potere, Il concetto teologico del potere, Lo sviluppo del potere, il nuovo volto dell&#8217;uomo e del mondo; Possibilit\u00e0 dell&#8217;azione.<\/em> Ora li prenderemo in esame uno per uno.<\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li><em>LA NATURA DEL POTERE.<\/em><\/li>\n<\/ol>\n<p>Innanzitutto, Guardini cerca di dare una definizione del concetto di &#8216;potere&#8217;. Una tempesta, un&#8217;epidemia, un leone possono colpire con violenza perch\u00e9 dotati di &#8216;energia&#8217;, ma non hanno &#8216;potere&#8217;, perch\u00e9 con questa parola noi intendiamo qualcosa dotato di iniziativa. <em>\u00abL&#8217;energia<\/em> &#8211; egli osserva (p. 11) &#8211; <em>diviene potere quando una coscienza la riconosce, quando un essere capace di decisione ne dispone, indirizzandola a determinate m\u00e8te&quot;.<\/em> Quando le energie della natura sono intese come &#8216;potenze&#8217;, allora si parla di divinit\u00e0, e si pu\u00f2 dire che esse esercitano un potere sull&#8217;uomo (cfr. i poemi omerici), ma ci\u00f2 appartiene a una rappresentazione mitica, che non trova pi\u00f9 riscontro nella societ\u00e0 moderna. Anche la &#8216;potenza del cuore&#8217; o la &#8216;potenza del sentimento&#8217; sono espressioni figurate che traggono origine da questo sub-strato mitico che, per noi uomini d&#8217;oggi, ha ormai solo valore di espressione figurata.<\/p>\n<p>Anche l&#8217;espressione &#8216;potere di un&#8217;idea&#8217; o &#8216;potere di una norma morale&#8217; \u00e8 impropria, bench\u00e9 di uso comune. <em>\u00abUn&#8217;idea, una norma, in quanto tale non ha potere, ma validit\u00e0, poich\u00e9 riposa in una tranquilla oggettivit\u00e0 (&#8230;). Il potere \u00e8 la capacit\u00e0 di mettere in moto il reale. L&#8217;idea, per forza propria, non pu\u00f2 farlo, lo pu\u00f2, e diviene allora potere, quando l&#8217;uomo l&#8217;assume nella concretezza della sua vita, quando la congiunge al suo istinto e al suo sentimento, alle tendenze del suo sviluppo, alle tensioni della sua situazione interiore, ai compiti delle sue azioni, agli orientamenti elle sue creazioni.&quot; (pp. 12-13).<\/em><\/p>\n<p>Dunque, per Guardini il concetto di potere presuppone la compresenza di due elementi, entrambi necessari: una energia capace di modificare la realt\u00e0 delle cose e una coscienza che ne sia consapevole, accompagnata da una volont\u00e0 che stabilisca delle mete e organizzi la forza necessaria a conseguirle. <em>\u00abTutto ci\u00f2 presuppone lo spirito, quella realt\u00e0 che \u00e8 nell&#8217;uomo ed \u00e8 capace di sottrarsi alla immediata complessit\u00e0 della natura e di disporre liberamente di essa\u00bb<\/em> (p. 13). Quindi, il potere \u00e8 un fenomeno specificamente umano.<\/p>\n<p>Guardini, con molta acutezza, osserva che il potere ha non solo un proprio, specifico significato (che manca nell&#8217;energia delle forze naturali) e una propria specifica finalit\u00e0, ma che l&#8217;iniziativa, la quale esercita il potere, d\u00e0 significato a quel potere stesso. Cio\u00e8 il potere non \u00e8 solo un atto di energia che si fa autocosciente, ma \u00e8 anche un atto intenzionale della coscienza che lo riveste del suo proprio significato.<\/p>\n<p>Il potere \u00e8 pura disponibilit\u00e0. Le forze della natura sono a disposizione dell&#8217;uomo, che pu\u00f2 utilizzarle per le sue m\u00e8te &#8211; buone o cattive; solo l&#8217;essere umano \u00e8 libero di agire, dunque lui solo pu\u00f2 disporre di un autentico potere. <em>\u00abNon esiste dunque potere alcuno che abbia a priori senso e valore. Esso riceve il suo senso attraverso l&#8217;uomo che ne prende coscienza, che ne decide, che lo trasforma in azione, che ne assume cio\u00e8 la responsabilit\u00e0 Non esiste potere senza correlativa responsabilit\u00e0 Esistono le energie irresponsabili della natura (&#8230;). Ma non esiste un irresponsabile potere dell&#8217;uomo.&quot;<\/em> (pp. 14-15). Guardini ha appena definito l&#8217;oggetto della sua riflessioni, e gi\u00e0 le implicazioni morali della sua definizione sono immense: nessun potere \u00e8 neutro, nessun potere \u00e8 privo di responsabilit\u00e0. Proprio perch\u00e9 fatto specificamente umano, cio\u00e8 inerente la sfera della libera volont\u00e0, il potere non pu\u00f2 sussistere che a condizione di porre una precisa responsabilit\u00e0 da parte di colui o di coloro che lo esercitano. E si pu\u00f2 ben immaginare, nella Germania del 1951, quale significato assumesse una enunciazione del genere, l\u00e0 dove potenti forze economiche e sociali concorrevano ad una rapida rimozione della tragedia, tra le macerie del 1945, aveva caratterizzato l&#8217;idea (tipica della cultura e della mentalit\u00e0 tedesca) che il potere costituito \u00e8 norma e valore a s\u00e9 stesso, e che va obbedito e servito indipendentemente dai suoi fini, dalla sua natura, dai mezzi di cui decide di servirsi.<\/p>\n<p>Dietro ogni potere vi \u00e8 sempre una responsabilit\u00e0 e vi sono sempre degli esseri umani, concretamente e singolarmente responsabili. Ci\u00f2 \u00e8 vero, egli dice, anche laddove il disordine (o il falso ordine costituito) sembrano cancellare l&#8217;idea di una responsabilit\u00e0 individuale. &quot;Chi ha fatto questo?&quot;, \u00e8 la domanda che sorge spontanea davanti ad ogni esercizio di potere. Talvolta la societ\u00e0 cerca di eludere tale interrogativo, diluendo la responsabilit\u00e0 dell&#8217;io in Un &quot;noi&quot; collettivo che avrebbe lo scopo di equiparare l&#8217;esercizio del potere a una forza della natura; ma non \u00e8 cos\u00ec. Qui il filosofo polemizza apertamente sia con le concezioni totalitarie dello Stato, sia con la concezione materialistica della storia (marxismo) secondo la quale la storia altro non \u00e8 che un processo necessario: tentativi di accreditare una concezione anonima del potere, di naturalizzare i fatti sociali eliminando lo scomodo pungiglione della responsabilit\u00e0 individuale. Lo sforzo di scindere il potere dalla persona innesca, inevitabilmente, una tendenza degenerativa nel tessuto morale e sociale, che culmina nel fenomeno storico delle dittature ove il dittatore non agisce in condizioni di autentica responsabilit\u00e0, bens\u00ec come esecutore di una volont\u00e0 collettiva (e il riferimento a Hitler o a Stalin \u00e8 chiarissimo). Come dire troppo comodo scaricare ogni colpa su singoli individui potenti; la loro potenza ha tratto sostanza e alimento da una volont\u00e0 di abdicazione delle masse, da quella che Erich Fromm chiama efficacemente &quot;fuga dalla libert\u00e0&quot;. Quando si cerca di presentare il potere come una forza anonima e deresponsabilizzata, <em>&quot;il carattere essenziale del potere come energia di cui una persona \u00e8 responsabile, non viene soppresso, ma solo corrotto. Ne nasce una condizione di colpa che si attua poi in forme di distruzione. In s\u00e9 il potere non \u00e8 n\u00e9 buono n\u00e9 cattivo, ma riceve il proprio senso solo dalla decisione di colui che lo esercita.(&#8230;) Il potere rappresenta perci\u00f2 indifferentemente la possibilit\u00e0 di ci\u00f2 che \u00e8 buono e positivo ed il pericolo di ci\u00f2 che \u00e8 cattivo e distruttore. Tale pericolo cresce in diretto rapporto con la misura del potere ed \u00e8 ci\u00f2 di cui noi oggi, a volte con subitaneit\u00e0 terrificante, siamo divenuti consapevoli.&quot;<\/em> (pp. 16-17). Guardini stava pensando forse alle bombe di Hiroshima e Nagasaki, quando scriveva queste righe? Oppure aveva in mente anche quella dimensione del potere, che per il fatto di disporre di mezzi tecnici al tempo stesso sofisticati e fruibili da un vastissimo pubblico, e inoltre per essere apparentemente lontana dalla politica \u00e8 in grado di esercitare una enorme influenza sui modi di pensare e di sentire dell&#8217;intera umanit\u00e0? Oppure ancora pensava alla forma pi\u00f9 immediata e individuale del potere: il potere della bellezza fisica, per esempio: che, per il fatto di essere velato da un&#8217;apparenza di discrezione e di mitezza, tende a non venire riconosciuto come tale, cio\u00e8 come una forma di potere pi\u00f9 sottile ma non meno potenzialmente tirannica di quella della pura forza fisica, del denaro o dell&#8217;esercizio prevaricante di una data superiorit\u00e0 culturale (il <em>latinorum<\/em> di don Abbondio per confondere e rendere inoffensive le obiezioni di Renzo).<\/p>\n<p>Guardini osserva che il fatto che il potere tenda, effettivamente, a presentarsi sempre pi\u00f9 come anonimo nella societ\u00e0 di massa (si pensi alle grandi banche che, nel romanzo <em>Furore<\/em> di John Steinbeck, espropriano spietatamente i piccoli coltivatori, i quali non sanno con chi esattamente protestare e tentare di far valere le proprie ragioni) costituisce un grave pericolo. Esso, infatti, contribuisce ad attutire il senso della persona, della sua dignit\u00e0 e responsabilit\u00e0 e dei valori personali quali la libert\u00e0, l&#8217;onore; in una parola, contribuisce ad attenuare l&#8217;originalit\u00e0 dell&#8217;agire e dell&#8217;esistere. E qui il filosofo introduce un concetto che pot\u00e9 sembrare, nel clima di generale materialismo ed ateismo in cui si avviava la &quot;ricostruzione&quot; dell&#8217;Europa dopo la catastrofe bellica, come retrogrado e oscurantista, mentre &#8211; a nostro avviso &#8211; costituisce uno dei segni della sua grandezza, proprio nel non curarsi delle mode culturali e nel tirare dritto per la propria linea speculativa:<\/p>\n<p><em>&quot;Il vuoto che si forma non dove la persona scompare, poich\u00e9 essa non pu\u00f2 essere n\u00e9 rigettata dall&#8217;uomo n\u00e9 tolta all&#8217;uomo, ma l\u00e0 dove essa viene ignorata, negata, violentata non si limita a rimanere tale: ci\u00f2 significherebbe che in un certo modo l&#8217;uomo diventa un essere naturale e la sua potenza una energia della natura. Il che non \u00e8 possibile. In verit\u00e0 quel vuoto rappresenta una infedelt\u00e0 divenuta atteggiamento permanente e l\u00e0 dove manca il padrone, si avanza un&#8217;altra iniziativa, quella demoniaca. Nella sicurezza della sua fede nel progresso, il secolo diciannovesimo ha deriso la figura del demonio, diciamo pi\u00f9 onestamente e pi\u00f9 esattamente, di satana; ma chi \u00e8 capace di vedere non ride. Sa che egli esiste ed \u00e8 al lavoro. Certo anche il nostro tempo non si pone di fronte alla sua realt\u00e0 effettiva. Quando parla di &#8216;demoniaco&#8217;, come tanto spesso avviene, non c&#8217;\u00e8 seriet\u00e0 nelle sue parole. Per lo pi\u00f9 sono vane chiacchiere; e dove sene parla sul serio si esprime una paura indistinta o si intende qualche stato psicologico, ovvero qualcosa di simbolico. Quando la scienza delle religioni, e la psicologia del profondo, il dramma, il film, il romanzo d&#8217;appendice parlano di demoniaco, esprimono semplicemente il sentimento che ci sia nella esistenza un elemento di disarmonia, di contraddizione, di malizia, qualche cosa di estremamente incomprensibile e di sinistro che emerge con particolare evidenza in date situazioni individuali e storiche ed al quale corrisponde una particolare angoscia. In realt\u00e0 si tratta non del &#8216;demoniaco&#8217;, ma di Satana. E chi sia Satana lo dice in modo completo solo la Rivelazione.&quot;<\/em> (pp. 19-20).<\/p>\n<p>L&#8217;ultimo aspetto del potere che Guardini individua per darne una completa definizione \u00e8 quello della sua universalit\u00e0. Ovunque l&#8217;essere umano eserciti una qualche forma di potere, ne ricava una singolare soddisfazione. E ci\u00f2 vale anche per il &#8216;potere della conoscenza&#8217;, che genera un orgoglio tanto pi\u00f9 rande, quanto pi\u00f9 l&#8217;oggetto conosciuto appare ontano dall&#8217;esperienza concreta. Accade, di conseguenza, che il filosofo o lo scienziato montino in superbia e che la loro passione per la verit\u00e0 si trasformi in un cieco istinto di dominarla, riducendola alla loro misura. I miti e le favole, osserva acutamente Guardini, conservano questo aspetto psicologico, cos\u00ec come esso sta alla base di ci\u00f2 che gli uomini chiamano magia.<\/p>\n<p><em>&quot;Chi conosce il nome di una cosa o di un uomo, ha potere su di esso; basti pensare agli incantesimi, agli scongiuri, alle maledizioni. In senso pi\u00f9 profondo la potenza del sapere significa conoscenza della natura del mondo, del mistero del destino, del corso delle cose umane e divine. \u00c8 quel sapere per cui gli dei che si trovano al governo del mondo, sono padroni del mondo e che, nel racconto della tentazione del genesi, Satana interpola alle parole di Dio, per confondere l&#8217;autentico senso della conoscenza del bene e del male. Nelle favole una determinata parola vince il drago, scopre il tesoro sepolto, libera l&#8217;uomo prigioniero dell&#8217;incantesimo.&quot;<\/em>(pp. 21-22).<\/p>\n<p>Tale era anche la mentalit\u00e0 degli antichi, per i quali il destino in guerra di una citt\u00e0 &#8211; Roma compresa &#8211; dipendeva dal fatto che il nemico non venisse mai a conoscerne il nome segreto; tale la mentalit\u00e0 dei popoli a livello etnologico, ove le pratiche della stregoneria trovano un varco, attraverso le difese magiche dell&#8217;individuo, appunto nella conoscenza del suo nome segreto; tale, infine, la credenza della magia cerimoniale, ove l&#8217;evocazione degli spiriti \u00e8 resa possibile dal fatto di conoscere e pronunciare, nel corso di un apposito cerimoniale, il suo nome. Notiamo, per inciso (e con la massima seriet\u00e0) che in alcuni riti e in alcune credenze del cattolicesimo sopravvive un riflesso di tale convinzione: il primo ordine che l&#8217;esorcista rivolge al demonio che possiede un essere umano \u00e8 quello di rivelargli il suo nome; cui segue, inesorabile, l&#8217;ordine di uscire e di andarsene per sempre.<\/p>\n<p><em>3. IL CONCETTO TEOLOGICO DEL POTERE.<\/em><\/p>\n<p>Nel secondo capitolo del libro, Guardini rievoca il racconto biblico della creazione e, in particolare, il fatto che Dio ha creato l&#8217;uomo &quot;a sua immagine&quot;, dunque diverso dagli altri esseri viventi e capace di divenire padrone non solo della natura, ma anche di s\u00e9 stesso. L&#8217;uomo, dunque, ha ricevuto da Dio un potere tanto sulla natura, quanto sulla propria vita, ed \u00e8 stato autorizzato ad esercitare un tale duplice potere. Particolarmente acuta la riflessione che Guardini svolge a proposito della forma di potere sociale che \u00e8 caratteristica della modernit\u00e0, il potere della borghesia, e la critica che egli svolge a tutte le filosofie liberiste basate sull&#8217;idea (ipocrita) che dal massimo dispiego di egoismo individuale possa e debba scaturire, chiss\u00e0 come e perch\u00e9, il massimo di benessere, ordine e utilit\u00e0 per l&#8217;intero corpo sociale (basti pensare alla famosa <em>Favola delle api<\/em> dell&#8217;inglese Mandeville, autentico manifesto dell&#8217;utilitarismo borghese ammantato di speciose giustificazioni pseudo-filosofiche).<\/p>\n<p><em>&quot;In questo dono di potere, nella capacit\u00e0 di farne uso e nell&#8217;imperio che ne consegue, consiste la naturale somiglianza a Dio dell&#8217;uomo. (&#8230;) L&#8217;uomo non pu\u00f2 essere uomo ed oltre a ci\u00f2 esercitare o meno un potere, esercitare quel potere \u00e8 essenziale per lui. A ci\u00f2 lo ha destinato l&#8217;Autore della sua esistenza. E noi facciamo bene a ricordare che nel protagonista del progresso moderno, anche nel protagonista di quello sviluppo di potere umano che in esso si compie, e precisamente nel borghese, agisce una fatale inclinazione: esercitare il potere in modo sempre pi\u00f9 fondamentale, scientificamente e tecnicamente perfetto, e al tempo stesso non prenderne apertamente le difese, cercando invece di ammantarlo dei pretesti dell&#8217;utilit\u00e0, del benessere, del progresso e cos\u00ec via. L&#8217;uomo ha perci\u00f2 esercitato una potenza senza sviluppare un&#8217;etica corrispondente. Ne \u00e8 nato un uso della forza, che non \u00e8 essenzialmente governato dall&#8217;etica e che trova la sua espressione pi\u00f9 genuina nella societ\u00e0 anonima.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Dal momento che il potere non viene all&#8217;uomo come un diritto autonomo, ma come una grazia divina, egli deve esercitarlo facendosene responsabile davanti a Colui che glie lo ha conferito; in tal modo il potere, per Guardini, si fa obbedienza e servizio. Esercitare il potere, quindi, non significa imporre la propria volont\u00e0 alla natura, ma partecipare a un progetto universale che parte da Dio e a Dio ritorna. <em>&quot;La umana potenza non deve dunque costituire un proprio mondo autonomo, ma deve, secondo la volont\u00e0 di Dio, portare a compimento il mondo di Dio facendone un umano mondo di libert\u00e0.&quot;<\/em> (p. 29).<\/p>\n<p>Guardini prende quindi in esame il racconto biblico della tentazione e, respingendole interpretazioni naturalistiche, individua il peccato originale appunto nel rifiuto di esercitare il potere sulle cose come una forma di fedelt\u00e0 e di servizio al progetto divino. <em>&quot;(&#8230;) l&#8217;uomo &#8211;<\/em> egli afferma &#8211; <em>deve giungere al dominio nel senso pi\u00f9 ampio, ma rimanendo in un rapporto di obbedienza a Dio a attuando quel dominio come servizio. Egli deve divenire signore, ma restando fedele all&#8217;immagine di Dio che \u00e8 in lui, e senza pretendere di essere lui l&#8217;archetipo.&quot;<\/em>(p. 31). Oggi, a circa quarant&#8217;anni dalla morte di Guardini e a quasi sessanta dal momento in cui venne pubblicato il suo libro sul potere, la gravit\u00e0 delle devastazioni operate dall&#8217;uomo sulla natura (con i disastrosi effetti del relativo mutamento climatico in atto), la fiducia nel destino e nella missione dell&#8217;uomo pu\u00f2 destare qualche perplessit\u00e0; essa, in ultima istanza, ci appare come viziata da un atteggiamento ingiustificatamente antropocentrico, al quale dovremmo sostituire una visione cosmocentrica. Tuttavia \u00e8 il caso di notare che la fiducia di Guardini nella missione dell&#8217;uomo di governare la natura non \u00e8 affatto incondizionata: egli \u00e8 perfettamente consapevole che solo a patto di rimanere fedele al progetto di Dio, il dominio dell&#8217;uomo sul mondo non finir\u00e0 per degenerare. Nel suo pensiero, quindi, non vi \u00e8 affatto una esaltazione della volont\u00e0 di dominio dell&#8217;uomo sulla natura <em>fine a se stessa,<\/em> per il semplice fatto che egli non concepisce l&#8217;essere umano come un soggetto indipendente della storia, bens\u00ec come uno strumento del piano divino; uno strumento dotato di volont\u00e0 e quindi suscettibile di divenire infedele e nocivo.<\/p>\n<p>Gli uomini cadono nell&#8217;inganno di Satana, come vi caddero Adamo ed Eva, e avanzano la pretesa di un dominio sul mondo <em>per forza propria,<\/em> senza pi\u00f9 senso di servizio e senza senso di responsabilit\u00e0 di fronte al vero Signore. Ora, <em>\u00abil pericolo del potere conserva comunque un suo particolare carattere di urgenza. L&#8217;usare del potere in modo errato \u00e8 non solo possibile<\/em>, <em>ma verosimile, a meno che non si dica che \u00e8 inevitabile. \u00c8 l&#8217;inevitabilit\u00e0 che si esprime nei miti della<\/em> hybris<em>: Prometeo, Sisifo. Quei miti non sono i miti dell&#8217;uomo in senso assoluto(cos\u00ec come la caduta dell&#8217;uomo non appartiene in senso assoluto all&#8217;uomo), ma esprimono la condizione della sua caduta.\u00bb<\/em> (p.35). D&#8217;altra parte, <em>\u00abla Redenzione non \u00e8 un semplice miglioramento della condizione dell&#8217;Essere, ma si pone al livello della creazione. Non procede dalle strutture del mondo, sia pure quelle pi\u00f9 spirituali, ma dalla pura libert\u00e0 di Dio. Pone un nuovo inizio: crea un nuovo luogo dell&#8217;esistere,, un nuovo criterio del bene, una nuova forza di realizzazione. E ci\u00f2 non significa una magia esercitata sul mondo, e neppure l&#8217;esser rapiti in uno spazio libero da vincoli: la Redenzione si compie entro la realt\u00e0 dell&#8217;uomo e delle cose. Ne deriva una situazione assai complessa, che forse si esprime nella forma pi\u00f9 chiara nella dottrina dell&#8217;Apostolo San paolo circa il rapporto fra l&#8217;uomo vecchio e l&#8217;uomo nuovo\u00bb.<\/em> (pp.36-37).<\/p>\n<p>In tutte le culture superiori, osserva Guardini, gli uomini saggi hanno intuito il pericolo insito nel potere e hanno mirato al suo superamento. <em>\u00abLa loro ultima parola si chiamava moderazione e giustizia. Il potere trascina alla superbia e al disprezzo del diritto, all&#8217;uomo violento si contrappone l&#8217;uomo ragionevole, che onora gli dei e gli uomini e custodisce la giustizia. Ma tutto questo non \u00e8 ancora redenzione: \u00e8 il tentativo di trovare un punto di appoggio nell&#8217;esistenza sconvolta, di stabilire un ordine; l&#8217;esistenza non \u00e8 concepita come un tutto come far\u00e0 invece la Redenzione. In che consiste, al punto di vista dei problemi che qui ci preoccupano, il carattere decisivo del messaggio della Redenzione? Esso si esprime in una parola che nel corso dell&#8217;epoca moderna ha perduto il suo significato: l&#8217;umilt\u00e0.\u00bb<\/em> (pp. 37-38).<\/p>\n<p>Ora, Guardini osserva che l&#8217;umilt\u00e0, nel senso cristiano, \u00e8 una virt\u00f9 di forza e non di debolezza: essa significa accogliere liberamente la volont\u00e0 del Padre, una forma di obbedienza che implica forza, meglio ancora, <em>kyri\u00f2tes,<\/em> sovranit\u00e0 che si abbassa volontariamente alla forma del &quot;servo del Signore&quot;.<\/p>\n<p>Ancora: <em>&quot;Redenzione non significa che il mondo nel suo complesso \u00e8 stato modificato una volta per tutte, ma che Dio ha posto un nuovo inizio dell&#8217;esistenza. (&#8230;) Questo inizio esiste e nulla por\u00e0 pi\u00f9 cancellarlo. La misura in cui si realizza \u00e8 cosa propria di ogni individuo e di ogni tempo. La storia ricomincia nuovamente con ogni uomo, e ricomincia ad ogni ora, in ogni vita di uomo. Ed ha perci\u00f2 in qualsiasi momento la possibilit\u00e0 di cominciare di nuovo, da quell&#8217;inizio che qui \u00e8 stato posto.&quot;<\/em> (pp. 44-45).<\/p>\n<p><em>4. LO SVILUPPO DEL POTERE.<\/em><\/p>\n<p>Nel terzo capitolo, Guardini delinea brevemente una psicologia storica dello sviluppo del potere, a partire dall&#8217;uomo primitivo che si trovava alle prese con potenze misteriose, dalle quali si sentiva dominato. Tuttavia, mano a mano che l&#8217;umanit\u00e0 \u00e8 riuscita ad affrancarsi dai bisogni pi\u00f9 immediati (la fame, il freddo, la sicurezza fisica, ecc.), nuovi bisogni, sempre pi\u00f9 sottili, si sono sostituiti ai precedenti, creando una spirale di bisogni e di potere che tende ad autoalimentarsi, senza fine e senza respiro. L&#8217;atteggiamento dell&#8217;uomo antico e quello dell&#8217;uomo medioevale conserva, nei confronti del suo stesso dominio sulle forze della natura, una misura che si potrebbe definire &quot;organica&quot;: in altre parole, crea opere e funzioni che non eccedono la sua misura. Forse rielaborando concetti che gi\u00e0 erano stati espressi da Rudolf Eucken (maestro di max Scheler che, a sua volta, \u00e8 stato tra i filosofi che pi\u00f9 hanno influito su di lui), ad esempio nell&#8217;opera <em>Significato e valore della vita,<\/em> sia da Oswald Spengler ne <em>Il tramonto dell&#8217;Occidente,<\/em> Guardini sottolinea la continuit\u00e0 dell&#8217;atteggiamento dell&#8217;uomo pre-moderno nei confronti del mondo e, per contro, il carattere di rottura costituita dalla modernit\u00e0 medesima. <em>\u00abNel modo in cui l&#8217;uomo comprende la natura, si comporta davanti ad essa, la utilizza, le imprime una forma, si stabilisce una specie di equilibrio fra la ragione, l&#8217;istinto e l&#8217;immaginazione. L&#8217;uomo si impadronisce di ci\u00f2 che gli \u00e8 offerto, lo condensa, ne aumenta l&#8217;efficacia, ma considerate le cose nel loro complesso essenziale, non spezza le loro strutture\u00bb<\/em> (p.53).<\/p>\n<p>Ma \u00e8 con l&#8217;avvento della scienza moderna, cio\u00e8 con la modernit\u00e0, che tale equilibrio fra uomo e mondo s&#8217;incrina e si rompe irreparabilmente. La scienza, infatti, applicandosi alla tecnica conferisce all&#8217;uomo un grado di potere quale non aveva mai avuto in passato sulle cose. \u00c8 a questo punto che egli comincia a cadere nella tentazione della <em>hybris<\/em>, a perdere il senso della misura e a dimenticare il suo rapporto di servizio e di umilt\u00e0 nei confronti del divino<em>.\u00abLa scienza come concezione razionale della realt\u00e0 e la tecnica come complesso del nuovo ordinamento dell&#8217;azione, reso possibile dalla scienza, imprimono un nuovo carattere all&#8217;esistenza: il carattere del potere, ovvero ella potenza in un senso che diremo acuto\u00bb.<\/em> (p.54)<\/p>\n<p>La macchina, questo strumento che si distacca dai precedenti sistemi escogitati dall&#8217;uomo per potenziare la sua capacit\u00e0 d&#8217;azione sulla natura, si distacca sempre pi\u00f9 dall&#8217;insieme delle attivit\u00e0 del corpo umano vivente. Le macchine, inoltre, essendo sempre pi\u00f9 collegate le une alle altre, creano una rete che appare come un sistema unitario, dal quale l&#8217;essere umano risulta via via pi\u00f9 dipendente. Cos\u00ec l&#8217;uomo finisce per trovarsi inserito in un sistema tecno-scientifico che, pur essendo opera delle sue mani, tende a condizionarlo in misura crescente, sospingendolo dal ruolo di soggetto a quello di oggetto dello sviluppo. Queste considerazioni possono anche apparire ovvie nel terzo millennio, ma non lo erano alla met\u00e0 del Novecento quando, al contrario, la grande maggiorana degli intellettuali esaltavano in maniera acritica gli sviluppi della tecno-scienza e profetizzavano un futuro di benessere per l&#8217;umanit\u00e0, affrancata dalla fatica del lavoro e dalla paura delle malattie e di una morte precoce. <em>\u00abTrae origine di qui &#8211;<\/em> egli scrive &#8211; <em>un ordine di strutture, che sono pensate e prodotte dall&#8217;uomo, ma che, nella loro costruzione ed azione, si allontanano sempre pi\u00f9 da un&#8217;organizzazione direttamente umana. Esse obbediscono alla volont\u00e0 dell&#8217;uomo e raggiungono le m\u00e8te da lui segnate, ma al tempo stesso acquistano una vera e propria autonomia nella propria funzione e nello sviluppo ulteriore\u00bb.<\/em> (p. 55).<\/p>\n<p>Scompare l&#8217;artigianato, che aveva caratterizzato tutte le epoche della pre-modernit\u00e0; e l&#8217;uomo, da un certo punto di vista, diventa pi\u00f9 bisognoso in quanto pere la ricchezza inestimabile della sua personale creativit\u00e0: nasce la figura dell&#8217;operaio &quot;servo della sua stessa macchina&quot;. Per definire le caratteristiche antropologiche di tale mutamento, Guardini parla addirittura di &quot;uomo non umano&quot;, cio\u00e8 che non sa pi\u00f9 ritrovare la relativa, passata armonia fra il campo della conoscenza e dell&#8217;azione da un lato, e quello dell&#8217;esperienza dall&#8217;altro.<\/p>\n<p>Veramente acute sono le osservazioni che il filosofo sviluppa circa le caratteristiche interiori e comportamentali di questo &quot;uomo non umano&quot; (non <em>inumano,<\/em> si badi, una figura che gi\u00e0 aveva fatto la sua comparsa sporadica nella storia, ma sempre a livello individuale).<\/p>\n<p><em>\u00abLa sua conoscenza si svolge entro possibilit\u00e0 di conoscenza e di azione che hanno superato in modo decisivo l&#8217;antica misura. A ci\u00f2 si ricollega, come causa insieme ed effetto, uno dei sintomi pi\u00f9 inquietanti di quella trasposizione di cui facciamo quotidiana esperienza, cio\u00e8 il carattere &#8216;oggettivo&#8217; del nuovo uomo. Esso significa da un lato volont\u00e0 e capacit\u00e0 di dedicarsi, senza riguardo per i sentimenti soggettivi, ai singoli compiti che divengono sempre pi\u00f9 grandi e pericolosi, e anche pudore di mostrare sentimenti pi\u00f9 profondi, anzi del solo lasciarli sviluppare, in una vita che si svolge in forme sempre pi\u00f9 pubbliche. Ma esso significa anche una crescente incapacit\u00e0 di sentimento; una progressiva freddezza del cuore; una indifferenza nei rapporti con gli uomini e con le cose della vita. caratteristico \u00e8 anche quel surrogato che viene sostituito in larga misura all&#8217;autentico sentimento: la sensazione, eccitazione violenta, ma superficiale, che afferra sull&#8217;istante e rapidamente svanisce e non ha n\u00e9 fecondit\u00e0 n\u00e9 durata\u00bb.<\/em> (pp. 58-59).<\/p>\n<p>Qui Romano Guardini apre una breve pausa nel ragionamento per domandarsi se a tale decadimento delle facolt\u00e0 umane corrisponda un decadimento dell&#8217;uomo <em>tout-court<\/em>; e risponde con decisione in modo negativo. L&#8217;attuale decadimento riguarda un particolare momento storico, sia pure abbastanza lungo: non coincide con la storia dell&#8217;umanit\u00e0. Del resto, anche nelle epoche in cui l&#8217;umanit\u00e0 era pi\u00f9 vicina alla Rivelazione &#8211; nei primi secoli del Cristianesimo, ad esempio &#8211; tali pericoli erano ben presenti, anche se meno evidenti. La modernit\u00e0 non ha fatto che rivelare delle possibilit\u00e0 di ingiustizia e distruzione che erano presenti fin dall&#8217;inizio nella vicenda storica dell&#8217;umanit\u00e0. Il Medio Evo, per il suo carattere organico ed armonico, aveva fatto velo a tali possibilit\u00e0; ma esse, latenti, erano vive e operanti anche allora. Certo, con l&#8217;avvento della modernit\u00e0 \u00e8 subentrata una crisi: ma <em>crisi<\/em> (come insegna la sua etimologia greca) \u00e8 sempre decisione fra possibilit\u00e0 positive e negative. Insomma, l&#8217;uomo &#8211; in quanto luogo della possibilit\u00e0 &#8211; reca in se stesso le possibilit\u00e0 di autodistruzione o di redenzione che decideranno del suo destino; ma quest&#8217;ultimo non \u00e8 segnato irreversibilmente dai caratteri storici propri della modernit\u00e0. La sua libert\u00e0 di scelta, anche se minacciata, rimane integra: se sceglier\u00e0 di distruggere s\u00e9 stesso (e la creazione con lui), ci\u00f2 dipender\u00e0 non dallo strapotere tecnico proprio della modernit\u00e0, ma dell&#8217;esercizio della sua facolt\u00e0 di adeguarsi o meno al progetto divino.<\/p>\n<p><em>&quot;Quel pericolo &#8211;<\/em> scrive, infatti &#8211; <em>sta nell&#8217;uomo, in senso assoluto, e non \u00e8 esclusivamente connesso al tempo che sopraggiunge; la giusta posizione pu\u00f2 essere solo quella di accettare la situazione che ci \u00e8 data e di dominarla dall&#8217;interno, appoggiandosi alle forze pi\u00f9 pure dello spirito e della grazia. Se falliamo non significa che la nostra epoca, come tale, sia decadenza e rovina, ma diviene evidente che in ogni tempo l&#8217;uomo \u00e8 soggetto a decadenza e rovina ed ha bisogno della Redenzione; ci\u00f2 che in determinati tempi e in determinate circostanze, pu\u00f2 essere meno evidente che in altre\u00bb<\/em>(p. 62).<\/p>\n<p>Tali considerazioni non attenuano la gravit\u00e0 del momento, che Guardini valuta con lucido realismo, senza affatto sminuire l&#8217;entit\u00e0 del pericolo. <em>\u00abUno sguardo di insieme<\/em>&#8211; afferma &#8211; <em>ci d\u00e0 l&#8217;impressione che sia la natura, sia l&#8217;uomo stesso siano sempre pi\u00f9 alla merc\u00e9 dell&#8217;imperiosa pretesa del potere, economico, tecnico, organizzativo, statale. Sempre pi\u00f9 si delinea una situazione in cui l&#8217;uomo tiene in suo potere la natura, ma insieme l&#8217;uomo tiene in suo potere l&#8217;uomo, e lo Stato tiene in suo potere il popolo e il circolo vizioso del sistema tecnico-economico, tiene in suo potere la vita\u00bb.<\/em> (p. 65)<\/p>\n<p>Viviamo, dunque, nel regno dell&#8217;organizzazione; ma l&#8217;organizzazione, da s\u00e9 sola, non \u00e8 in grado di creare alcuna morale. Nel Medio Evo, ad esempio, era considerato sacrilego sezionare un cadavere (e non per spirito retrogrado, come affermano i cantori della modernit\u00e0, ma per una forma di rispetto verso il mistero della morte); ora, invece, qualunque pratica sembra lecita e accettabile, purch\u00e9 essa venga presentata come un aspetto ordinato e necessario dell&#8217;organizzazione.<\/p>\n<p><em>\u00abChe cosa c&#8217;\u00e8 ancora nell&#8217;uomo &#8211;<\/em> si chiede il filosofo &#8211; <em>che la sensibilit\u00e0 media concepisca come intangibile? Non si sono fatti degli esperimenti sull&#8217;uomo vivente? Che cosa altro era la prassi di taluni istituti &#8216;medici&#8217; dei campi di concentramento se non vivisezione? Che cosa significa quel complesso che va dal controllo del concepimento alla interruzione della gravidanza, dalla fecondazione artificiale alla eutanasia, alla selezione delle razze, alla distruzione della vita degli indesiderabili? Che cosa non si pu\u00f2 fare all&#8217;uomo quando non si consideri quell&#8217;opinione comune che si rivela nei discorsi quotidiani, nei giornali, nel cinema, nella radio, nella letteratura e non per ultimo nella condotta di coloro che detengono il potere, degli uomini di Stato, dei legislatori, dei militari, dei responsabili della vita economica?\u00bb.<\/em> (pp. 66-67).<\/p>\n<p>Non si era mai visto prima, nel corso della storia, un tale abbassamento dell&#8217;essere umano; eppure sarebbe semplicistico e fuorviante attribuirne tutta la responsabilit\u00e0 a forze esterne pi\u00f9 o meno impersonali. Troppo spesso si \u00e8 visto come l&#8217;arroganza del potere cresca con la passivit\u00e0 e, in certo qual senso, con l&#8217;esplicita volont\u00e0 di essere dominati da parte dei cittadini-sudditi, pi\u00f9 che mai desiderosi di sfuggire al pesante fardello della libert\u00e0 e della responsabilit\u00e0. <em>\u00abNel complesso<\/em> &#8211; osserva Guardini, non senza una sfumatura di pensosa tristezza &#8211; <em>a colui che viene dominato, avviene ci\u00f2 che egli stesso vuole. Se il potere deve esercitare la sua violenza su di lui, \u00e8 nel suo intimo che devono cadere anzitutto le barriere del rispetto e della difesa di s\u00e9\u00bb.<\/em> (p. 67).<\/p>\n<p>A ci\u00f2 si aggiungano gli effetti di una progressiva contrazione dello spirito religioso e l&#8217;incapacit\u00e0 del nuovo idolo, lo Stato, di assumere efficacemente il ruolo che era stato di Dio. Da tale stato di confusione e di &quot;vacanza&quot; dei poteri tradizionali, emerge una nuova caratteristica della modernit\u00e0: la pianificazione universale. Ogni cosa \u00e8 ormai affidata al meccanismo delle statistiche (e, oggi, di una cosa che ai tempi di Guardini non esisteva: i <em>sondaggi d&#8217;opinione<\/em>) e della tecnica che, a sua volta, tende a porsi come fine allo sviluppo, tanto da dettare i metodi per raggiungere gli obiettivi prefissati.<\/p>\n<ol start=\"5\">\n<li><em>IL NUOVO VOLTO DELL&#8217;UOMO E DEL MONDO.<\/em><\/li>\n<\/ol>\n<p>Nessuno, dice Guardini, potrebbe negare i successi e i vantaggi portati dallo sviluppo tecno-scientifico nella vita del singolo individuo. Tuttavia, \u00e8 legittimo domandarsi se sia tutto oro quello che luce, se il livello qualitativo della vita umana sia davvero migliorato. <em>\u00ab(&#8230;) se il traffico si svolge in modo pi\u00f9 celere e completo, si guadagna realmente tempo? Ci\u00f2 sarebbe vero se l&#8217;uomo trovasse pi\u00f9 agio e divenisse pi\u00f9 tranquillo. E invece egli appare sempre pi\u00f9 incalzato, e il risparmio di tempo attraverso l&#8217;accelerarsi del traffico ha in realt\u00e0 l&#8217;effetto che egli si imprigiona sempre pi\u00f9 nel tempo. E quando davvero l&#8217;uomo guadagna tempo, come se ne serve? Si libera forse dalla folla, o non si butta invece nella ressa di chi si diverte o si dedica a sport assurdi, legge, ascolta, vede roba inutile? La fretta ansiosa che lo svuota non prosegue in altra forma e la teoria della vita pi\u00f9 ricca non getta la maschera rivelandosi illusione? Potremmo fissare la nostra attenzione sugli aspetti pi\u00f9 diversi e sempre giungeremmo al risultato che la vera giustificazione del progresso culturale non pu\u00f2 consistere in una utilit\u00e0 comunque concepita, perch\u00e9 tutto questo conoscere, lavorare, creare porta con s\u00e9 anche un pericolo che si aggrava sempre pi\u00f9. Vivere secondo la cultura significa in definitiva vivere secondo la decisione dello spirito; ma ci\u00f2 significa che quanto pi\u00f9 grande diventa il dominio del mondo, tanto pi\u00f9 \u00e8 rischioso il vivervi\u00bb.<\/em> (pp. 75-76)<\/p>\n<p>Se, dunque, la volont\u00e0 del dominio caratterizza l&#8217;intera storia umana, ora ci accorgiamo di essere giunti a una svolta epocale: l&#8217;aumento straordinario delle possibilit\u00e0 tecniche che, a sua volta, \u00e8 in funzione inversamente proporzionale alla consapevole responsabilit\u00e0 dell&#8217;uomo.<\/p>\n<p>Ora, il fatto di cui bisogna prendere atto \u00e8 che gli uomini nel loro complesso, e le classi dirigenti in modo particolare, non sembrano affatto consapevoli di tale situazione e nulla stanno facendo per adeguare il livello del senso di responsabilit\u00e0, specialmente fra le giovani generazioni. <em>\u00abEsiste &#8211;<\/em> si chiede allarmato &#8211; <em>un&#8217;etica del potere costruita su di un reale contatto con il fenomeno? Il giovane e, proporzionatamente alle sue esperienze precedenti, l&#8217;uomo adulto viene educato al retto uso del potere? Questa educazione forma un elemento stabile della nostra formazione umana, sia individuale che sociale?\u00bb<\/em> (p. 79).<\/p>\n<p>Guardini si interroga soprattutto a proposito di due pericoli mondiali: quello di una nuova,, devastante guerra dalle conseguenze incalcolabili, che provocherebbe anche la rovina di ogni residuo ordine morale, e quello pi\u00f9 sottile, ma non meno minaccioso, di un potere sempre pi\u00f9 grande dell&#8217;uomo su se stesso: nel corpo, nell&#8217;anima, nello spirito. In quale direzione egli eserciter\u00e0 tali possibilit\u00e0 di influire sulla vita dei propri simili? Guardini, non senza una nota di sconsolato pessimismo, osserva che sono finite per sempre le illusioni idealistiche secondo le quali la vita dello spirito \u00e8 portatrice di valori evidenti, che la pura forza fisica non sar\u00e0 mai in gradi di distruggere. Il nazismo (non lo nomina, ma il riferimento \u00e8 chiaro) \u00e8 stato al potere per dodici anni ed \u00e8 crollato per cause esterne, non interne; il comunismo sovietico si regge da oltre trent&#8217;anni, e non mostra segni di indebolimento.<\/p>\n<p>Un terzo pericolo \u00e8 quello che il potere, come tale, esercita sull&#8217;esistenza. Quanto pi\u00f9 grande \u00e8 il potere, tanto pi\u00f9 forte la tentazione di scegliere la via pi\u00f9 facile, quella della violenza e della eliminazione fisica di qualunque cosa ad esso si opponga o faccia resistenza. Un quarto pericolo relativo al potere \u00e8 quello che esso costituisce per coloro che lo usano. <em>\u00abPoich\u00e9 &#8211;<\/em> osserva Guardini &#8211; <em>non c&#8217;\u00e8 azione che si esaurisca nel suo oggetto, sia esso una cosa o una persona; ogni azione afferra anche colui che la compie. \u00c8 una terribile illusione pensare che l&#8217;azione rimanga &#8216;al di fuori&#8217; di chi agisce, poich\u00e9 in verit\u00e0 quell&#8217;azione penetra anche in lui, anzi in lui stesso prima che nell&#8217;oggetto del suo agire. In verit\u00e0 egli &#8216;diviene&#8217; continuamente ci\u00f2 che egli &#8216;fa&#8217;&#8230;\u00bb.<\/em> (p. 86)<\/p>\n<p>Nonostante il fosco quadro che si \u00e8 venuto delineando, quello di una perversione sempre pi\u00f9 grande del potere che produce una perversione sempre pi\u00f9 rande della stessa natura umana, Guardini non rinuncia ad affermare un principio di speranza: per lui, una soluzione positiva del problema \u00e8 ancora possibile.<\/p>\n<p><em>\u00abLa moderna immagine del mondo &#8211;<\/em> egli sostiene, intendendo per moderna (a noi pare) quella che va sino al Rinascimento compreso, ma non oltre &#8211; <em>conteneva l&#8217;idea di una natura che significava al tempo stesso norma e sicurezza. E questa natura era considerata come un complesso di leggi e di rapporti che un lato costringevano l&#8217;uomo, ma dall&#8217;altro lo proteggevano e lo garantivano. Conoscenza e tecnica spezzano ora le strutture della natura. Gli elementi sono a disposizione di chi voglia impadronirsene. Da ordine sovrano ed insieme accogliente, la natura diviene un complesso di energie e di materie di cui l&#8217;uomo dispone. Da tutto intangibile che si doveva contemplare in gioiosa ammirazione, diviene sconfinata possibilit\u00e0, fonte di energie, cantiere di lavoro. E mentre nell&#8217;epoca moderna l&#8217;uomo aveva considerato se stesso come membro di questa natura, si fa ora strada il sentimento che egli pu\u00f2 impadronirsi di essa in libert\u00e0 incondizionata, e farne ci\u00f2 che vuole, farla fiorire e farla rovinare. (&#8230;) \u00e8 caratteristico osservare come la novit\u00e0 viene generalmente considerata come un valore in s\u00e9 e per s\u00e9. L&#8217;impulso a trasformare tutto sembra qualcosa in pi\u00f9 che non il sintomo di un procreare o la convinzione dell&#8217;importanza della cosa scoperta. Certo esso ha forme negative: mancanza di rispetto e di responsabilit\u00e0, vistosit\u00e0 ed altro ancora. Ma sembra che vi sia anche qualche osa di positivo: il sentimento che il mondo \u00e8 alla nostra disposizione in un modo che non ha precedenti e che il disporne giustamente non \u00e8 garantito n\u00e9 dalla natura stessa n\u00e9 dalla tradizione, ma dipende dal giudizio e dalla volont\u00e0 dell&#8217;uomo.(&#8230;) Il pericolo \u00e8 essenziale alla futura immagine del modo e, se inteso rettamente, le d\u00e0 nuova seriet\u00e0\u00bb.<\/em> (pp. 94-95).<\/p>\n<p>L&#8217;uomo, dice Guardini, sembra attuarsi nella tensione fra due poli: quello materiale e quello spirituale; la libert\u00e0 autentica \u00e8 garantita solo nel porsi di fronte a Dio sovrano e personale. Una natura che voglia risolvere tutto in se stessa (pericolo contro cui gi\u00e0 metteva in guardia Rudolf Eucken ai primi del Novecento) sopprime sia il concetto di libert\u00e0 sia quello di responsabilit\u00e0. Ci si pu\u00f2 chiedere, allora, da dove venga a Guardini quella carica di speranza che lo fa retrocedere dall&#8217;abisso di angoscia in cui la riflessione sulla natura del potere nel mondo contemporaneo sembrava destinata ad avviarlo. Ma basta riandare a quanto da lui detto sul senso della Redenzione, per comprendere come essa scaturisca, fresca e viva, da una fonte nn umana e, come tale, destinata a non esaurirsi nonostante l&#8217;inadeguatezza e le colpe degli uomini. <em>\u00abLa storia ricomincia nuovamente ad ogni istante, in quanto viene continuamente decisa nella libert\u00e0 di ogni uomo\u00bb<\/em> (p. 106), egli scrive, e ancora: esiste <em>\u00abla speranza che sia in divenire un uomo che non soggiaccia alle forze scatenate, ma sia capace di ricondurle nell&#8217;ordine. Che sia capace non soltanto di esercitare un potere sulla natura, ma anche un potere sul proprio potere, ordinandolo al senso della vita e dell&#8217;opera dell&#8217;uomo; che apprenda ad essere &#8216;reggitore&#8217;, impedendo che ogni cosa crolli nella violenza e nel caos&quot;<\/em> (p. 107).<\/p>\n<p>L&#8217;uomo dei tempi moderni deve elaborare un nuovo <em>ethos<\/em> che gli consenta di usare la tecnica e il dominio stesso non con cattiva coscienza, come \u00e8 stato finora, ma con il senso dell&#8217;adempimento di un dovere, di un compito ricevuto da Dio. Dopo Hiroshima, egli dice, l&#8217;uomo sa di vivere sull&#8217;orlo di un abisso; ma proprio la coscienza della gravit\u00e0 del pericolo pu\u00f2 conferirgli un nuovo senso di grandezza; e qui sembra che riecheggi qualcosa delle teoria di Ernst J\u00fcnger sull&#8217;&quot;operaio&quot; inteso come nuovo tipo umano, forgiato dalla tecnica e pronto a qualunque lotta, se non addirittura del &quot;vivere pericolosamente&quot; di nietzschiana memoria. \u00c8 questa, ci sia consentito, la parte dell&#8217;opera maggiormente suscita in noi qualche perplessit\u00e0, specialmente l\u00e0 dove Guardini insiste sul &quot;destino di dominio&quot; dell&#8217;uomo rispetto alla natura; e, ancor pi\u00f9, l\u00e0 dove suggerisce che proprio lo strapotere della dimensione tecnica possa creare nella psicologia umana quella &#8216;impassibilit\u00e0&#8217; (altrove da lui giustamente deprecata) per compiere quel salto di qualit\u00e0 che gli consenta di mettere l&#8217;utilit\u00e0, la sicurezza e il benessere al secondo posto rispetto al suo personale contributo alla struttura del mondo.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo dei tempi futuri deve essere capace di obbedire e di comandare, deve sapere cos&#8217;\u00e8 la disciplina; deve ristabilire un principio di autorit\u00e0 che rispetti la dignit\u00e0 della persona umana. Questo tipo umano non pu\u00f2 prescindere dal riconoscimento di una sovranit\u00e0 assoluta, di valori assoluti, di Dio come norma vivente e punto di riferimento dell&#8217;esistenza. Soprattutto, deve essere sempre consapevole che non esiste dominio che non sia ance, prima di tutto, dominio su di s\u00e9; e che ogni crescita essenziale non dipende solo dal lavoro, ma anche dal sacrificio liberamente offerto. Deve riconoscere che la sua propria finitezza coincide con la sua condizione creaturale e, attraverso il carattere di rivelazione contenuto in ogni essere, giunge alla Rivelazione biblica, senza enfasi e senza eccessivi sentimentalismi.<\/p>\n<ol start=\"6\">\n<li><em>POSSIBILIT\u00c0 DELL&#8217;AZIONE.<\/em><\/li>\n<\/ol>\n<p>L&#8217;idealismo afferma che lo svolgimento della storia, nonostante cadute ed errori, \u00e8 &quot;naturale2e si svolge come una progressione necessaria e ordinata (per Hegel, come per Croce, <em>&quot;tutto ci\u00f2 che \u00e8 reale \u00e8 razionale, tutto ci\u00f2 che \u00e8 razionale \u00e8 reale&quot;<\/em>). Invece l&#8217;uomo non appartiene totalmente al regno ella natura, bens\u00ec sta al suo limite estremo: <em>\u00abperci\u00f2 la storia non si svolge da s\u00e9, ma viene fatta. E pu\u00f2 dunque prendere una direzione sbagliata, non solo in singole decisioni, i singoli momenti e settori, ma anche in tutta la sua direzione e attraverso intere epoche. E noi lo sappiamo, o almeno lo intuiamo, pure in mezzo a tutta la sicurezza della nostra esattezza sperimentale e teoretica; ci\u00f2 costituisce la particolarit\u00e0 della nostra situazione\u00bb.<\/em>(pp. 118-119).<\/p>\n<p>Il fatto che l&#8217;uomo, al presente, abbia sempre pi\u00f9 smarrito il legame che lo vincola alle norme che discendono dalla verit\u00e0 dell&#8217;essere, alle esigenze di ci\u00f2 che \u00e8 buono e santo, ha creato una generale situazione di precariet\u00e0 e d&#8217;incertezza anche nei fondamentali rapporti umani. Ci si chiede se l&#8217;essere umano si sente accolto, rispettato, se in esso si tenga sempre presente la sua libert\u00e0 e ci\u00f2 che in lui vi \u00e8 di vivo e di creatore. <em>\u00abCerto &#8211;<\/em> ammette Guardini &#8211; <em>anche nel passato la verit\u00e0, il diritto, la dignit\u00e0 personale, il rapporto con la intima originalit\u00e0 dell&#8217;altro uomo non erano sempre, forse mai, rispettati secondo la regola, ma erano almeno fondamentalmente riconosciuti. Si era inclini a tenerne conto ed il singolo, se i suoi sentimenti erano giusti, poteva ad ogni momento disporsi a tradurli in pratica. Tale stato di cose si \u00e8 mutato e forma appunto l&#8217;oggetto del crescente &#8216;disagio della cultura&#8217;, il sentimento che si sia infranta un&#8217;armonia. Perci\u00f2 si deve riconoscere che non si tratta solo di questioni di morale privata, ma di questioni che investono il reale corso della storia, la politica concreta, il successo o la rovina della nostra vita civile e culturale\u00bb.<\/em> (p. 123)<\/p>\n<p>Nelle ultime pagine del libro, Guardini suggerisce qualche riflessione di tipo pratico per affrontare con la giusta disposizione di spirito il necessario salto di livello della consapevolezza umana. \u00c8 necessario, tra l&#8217;altro, che l&#8217;uomo impari a maneggiare le cose in modo pi\u00f9 responsabile, non badando solo al risparmio di tempo ma imparando a vederle come dei fini e non solo dei mezzi. Infatti <em>\u00able cose hanno una propria natura e quando essa si corrompe o subisce violenza si irrigidisce e contro di lei non valgono pi\u00f9 n\u00e9 l&#8217;inganno n\u00e9 la forza. La realt\u00e0 si rinchiude e si sottrae alla mano dell&#8217;uomo. (&#8230;) Delle cose non si pu\u00f2 fare quello che si vuole, o almeno non lo si pu\u00f2 fare in tutto il loro insieme e per un lungo periodo, si possono trattare le cose solo in modo corrispondente al loro essere, altrimenti si preparano delle catastrofi. Chi \u00e8 capace di vedere vede come dappertutto si prepari la catastrofe di una realt\u00e0 falsamente maneggiata\u00bb<\/em> (p. 126). Ancora, parole profetiche: cinquant&#8217;anni dopo che esse furono scritte, l&#8217;uso selvaggio delle acque dell&#8217;Amu Darja e del Syr Darja per l&#8217;irrigazione dei campi di cotone, la pesca selvaggia e l&#8217;uso di micidiali sostanze chimiche hanno prosciugato e avvelenato quello che era un grande bacino interno dell&#8217;Asia centrale, il lago d&#8217;Aral. Lo stesso destino \u00e8 toccato al Lago Ciad in Africa, unica riserva d&#8217;acqua in una vastissima zona del Sudan, divenuto una pozza fangosa che non \u00e8 in grado di mantenere la numerosa popolazione assiepata sulle sue rive. Sono solo due esempi dei disastri annunciati di cui parlava Guardini nel 1951, e con quale lucidit\u00e0 e lungimiranza!<\/p>\n<p>Tuttavia, ammonisce il filosofo, la cosa pi\u00f9 importante \u00e8 ricordarci sempre che il dominio sul mondo presuppone la capacit\u00e0 di dominare noi stessi, ossia di praticare l&#8217;ascesi. <em>\u00abAscesi significa che l&#8217;uomo tiene se stesso nelle proprie mani. Perci\u00f2 deve riconoscere nel suo intimo il male ed affrontarlo in modo efficace. (&#8230;) Dappertutto l&#8217;uomo capitola di fronte alle forze ella barbarie: l&#8217;ascesi significa che egli non deve capitolare, ma combattere e al posto decisivo, cio\u00e8 conro se stesso. Che egli deve crescere dall&#8217;interno, disciplinando e superando se stesso, e vivere cos\u00ec nell&#8217;onore, portando frutti proporzionati al senso della sua vita. Inoltre, dobbiamo nuovamente porci l&#8217;interrogativo circa l&#8217;estremo punto di riferimento della nostra esistenza: Dio. L&#8217;uomo non \u00e8 cos\u00ec congegnato, da essere finito in se stesso e da potere, oltre a ci\u00f2, entrare o meno in rapporto con Dio, a seconda della sua opinione e del suo piacimento; la sua essenza consiste in modo decisivo nel rapporto con Dio. (&#8230;) Dio \u00e8 la realt\u00e0 che fonda ogni altra realt\u00e0, anche l&#8217;umana. Se non Gli si rende il suo diritto l&#8217;esistenza si ammala\u00bb.<\/em> (pp. 128-130).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>SOMMARIO INTRODUZIONE. LA NATURA DEL POTERE. IL CONCETTO TEOLOGICO DEL POTERE. LO SVILUPPO DEL POTERE. IL NUOVO VOLTO DELL&#8217;UOMO E DEL MONDO. 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