{"id":28490,"date":"2016-05-31T02:34:00","date_gmt":"2016-05-31T02:34:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/05\/31\/come-la-vanita-dun-vecchio-scrittore-ha-sdoganato-lo-stalinismo-fin-dal-1935\/"},"modified":"2016-05-31T02:34:00","modified_gmt":"2016-05-31T02:34:00","slug":"come-la-vanita-dun-vecchio-scrittore-ha-sdoganato-lo-stalinismo-fin-dal-1935","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/05\/31\/come-la-vanita-dun-vecchio-scrittore-ha-sdoganato-lo-stalinismo-fin-dal-1935\/","title":{"rendered":"Come la vanit\u00e0 d\u2019un vecchio scrittore ha sdoganato lo stalinismo fin dal 1935"},"content":{"rendered":"<p>Romain Rolland (1866-1944) non \u00e8 stato un grande scrittore, ma \u00e8 stato uno scrittore grande, nel senso di vistoso, appariscente, ingombrante: ha fatto molto parlare di s\u00e9, non alla maniera di un D&#8217;Annunzio o di un Oscar Wilde, cio\u00e8 attirando l&#8217;attenzione sulla sua persona e sulle sue azioni, ma, al contrario, ponendosi come l&#8217;alfiere d&#8217;una sorta di crociata umanitaria, pacifista, democratica, filantropica, anzi, addirittura rivoluzionaria. In compenso, il suo personale narcisismo non era inferiore, ma solo di segno differente da quello di un D&#8217;Annunzio o di un Oscar Wilde: e le buone, anzi, le ottime intenzioni di cui era addirittura imbottito, e delle quali ha fatto lo scopo della sua vita e della sua carriera, rendono la sua figura pi\u00f9 imbarazzante, ma non pi\u00f9 originale delle loro. Il fondo comune, in ultima analisi, era lo stesso: il decadentismo; solo che Rolland ne ha sviluppato gli aspetti progressisti, altruistici, solidaristici, non senza fumisterie e velleit\u00e0 perfino grottesche, come quando ha mescolato insieme la sua ammirazione per la nonviolenza del Mahatma Gandhi e quella per Lenin e Stalin; mentre D&#8217;Annunzio e Oscar Wilde hanno sviluppato la dimensione dell&#8217;estetismo, dell&#8217;individualismo esasperato, del gesto eccezionale, della &quot;vita inimitabile&quot;.<\/p>\n<p>Rolland non \u00e8 passato alla storia per la qualit\u00e0 delle sue opere, inversamente proporzionale alla loro quantit\u00e0 (ha scritto moltissimo, ma nulla che sia rimasto davvero nella storia letteraria), ma per le sue buone intenzioni: eterna e patetica figura d&#8217;intellettuale europeo buonista e democratico, nemico di ogni totalitarismo (ma soprattutto se di destra) e genericamente amico del &quot;popolo&quot;, vero erede dello spirito del 1789. Le sue concezioni politiche e filosofiche erano prive di sostanza e di coerenza, per\u00f2 erano confezionate con tanto <em>pathos<\/em>, con tale sfoggio di buoni sentimenti, da commuovere anche i cuori di pietra: chi non avrebbe condiviso, almeno nelle linee generali, la sua sincera e profonda aspirazione alla pace, alla giustizia, alla libert\u00e0, alla fratellanza, al progresso, per tutti gli uomini della terra? Chi non avrebbe riconosciuto che egli aveva saputo schierarsi sempre dalla parte giusta, cio\u00e8 dalla parte della ragione e del buon diritto, in tutte le grandi controversie del suo tempo, dall&#8217;affare Dreyfus, quando si era schierato risolutamente, come \u00c9mile Zola, fra gli &quot;innocentisti&quot;, allo scoppio della Prima guerra mondiale, quando si era trovato fra i pochi a non condividere l&#8217;entusiasmo per i tamburi della mobilitazione generale, e a spezzare una lancia in nome della pace? A dire la verit\u00e0, parlar male di uno come Romain Rolland significa fare la figura di chi si mettesse a sparare sulla Croce Rossa: una cosa semplicemente inconcepibile.<\/p>\n<p>Poi c&#8217;era stato l&#8217;Ottobre: quel che parve il secondo tentativo del popolo lavoratore (il primo, era stato quello della Comune di Parigi, soffocato nel sangue) di prendere il potere e sostituire alla barbarie della guerra fra le nazioni, un nuovo ordine sociale, fondato sulla giustizia e sull&#8217;uguaglianza. Rolland ci aveva creduto, ma con crescenti riserve: le notizie che giungevano dalla Russia, per quanto vaghe e confuse, non deponevano a favore della democraticit\u00e0 del nuovo regime. Ancora nella seconda met\u00e0 degli anni venti, Rolland dichiarava pubblicamente di disapprovare i metodi bolscevichi, pur ammettendo che &quot;il fine era buono&quot;. Le autiorit\u00e0 sovietiche, per\u00f2, si stavano impegnando in un&#8217;abile e spregiudicata &quot;campagna acquisti&quot; nel Gotha dell&#8217;intellettualit\u00e0 progressista europea, il cui scopo era rompere l&#8217;isolamento internazionale della &quot;patria del socialismo&quot;, specialmente dopo l&#8217;avvento al potere di Hitler in Germania e il profilarsi di uno scontro decisivo tra fascismo e comunismo. In questa prospettiva, con la svolta della Terza internazionale e la politica dei Fronti popolari, diventava di cruciale importanza, per l&#8217;Unione Sovietica, ancor alle prese con i postumi traumatici della collettivizzazione forzata delle campagne, e in vista delle &quot;grandi purghe&quot; staliniane, che almeno una parte degli intellettuali democratici e di sinistra, ma non comunisti, dell&#8217;Europa occidentale, prendessero posizione a favore di essa, accordassero almeno un supplemento di fiducia e diffondessero nei rispettivi Paesi l&#8217;idea che, senza l&#8217;Unione Sovietica, qualunque resistenza contro il fascismo dilagante sarebbe risultata vana e inefficace. Fra la barbarie nazista e l&#8217;utopia comunista, bisognava che un certo numero di prestigiosi intellettuali democratici si esprimesse a favore della seconda, aiutando cos\u00ec l&#8217;autocrazia staliniana a uscire dal totale isolamento internazionale in cui si trovava, e contribuendo a dissuade i governi democratici da qualsiasi ipotesi di collaborazione, o anche solo di &quot;coesistenza pacifica&quot;, con il fascismo e il nazismo: perch\u00e9, se tale eventualit\u00e0 si fosse verificata, Hitler sarebbe stato libero di sferrare il colpo a Oriente, senza doversi preoccupare di guardarsi alle spalle, e l&#8217;Unione Sovietica sarebbe venuta a trovarsi n una situazione disperata.<\/p>\n<p>C&#8217;era poi il &quot;fattore Trotzkij&quot;, che, per il solo fatto di esistere, costituiva una sfida allo stalinismo e una perenne denuncia della involuzione burocratica e repressiva in atto nell&#8217;Unione Sovietica, gettando discredito sugli sforzi della Terza internazionale per auto-legittimarsi e per legittimare quel Paese alla direzione del movimento comunista mondiale. Peraltro, il &quot;fattore Trotzkj&quot; svolgeva anche, suo malgrado, una funzione utile per la propaganda di Stalin: finch\u00e9 l&#8217;immondo &quot;traditore&quot; viveva e schizzava veleno contro la grande patria dei lavoratori, era possibile addebitargli tutti i fallimenti economici, politici e sociali della politica staliniana, accusandolo di complottare con il fascismo e di sabotare i Piani quinquennali, ordendo una fitta rete di spionaggio e di terrorismo per colpire alle spalle i lavoratori e l&#8217;eroico popolo sovietico. Comunque, Trotzkij o non Trotzkij, Stalin, con il fiuto quasi inesplicabile che lo guidava, si rendeva conto di aver bisogno che scrittori come Andr\u00e9 Gide, Andr\u00e9 Malraux e Romain Rolland visitassero l&#8217;Unione Sovietica e riportassero in Francia e in Europa un giudizio, se non del tutto favorevole, almeno amichevole e possibilista circa la bont\u00e0 dei risultati che la costruzione del socialismo stava incontrando in quel Paese.<\/p>\n<p>Fu cos\u00ec che nel 1935, dopo aver ricevuto ripetuti inviti, specialmente per il tramite del suo amico Maksim Gorkij &#8212; il quale, a sua volta, si era fatto convincere da Bucharin a rientrare in patria, dopo anni di esilio &#8212; Rolland, a quasi settant&#8217;anni di et\u00e0, prese il treno per Mosca e visit\u00f2 a lungo l&#8217;Unione Sovietica, fatto oggetto di attenzioni e manifestazioni di considerazione che andarono ben oltre il limite dell&#8217;adulazione. Per un intellettuale di quell&#8217;et\u00e0, vedersi ricevuto, con tutti gi onori, in udienza privata dallo stesso Stalin, e sentirsi apostrofare come &quot;il pi\u00f9 grande scrittore del mondo&quot;, non deve essere stata un&#8217;esperienza di poco conto. L&#8217;uomo non era insensibile al richiamo della vanit\u00e0; e sarebbe bastato assai meno per far perdere la bussola anche ad uno scrittore pi\u00f9 giovane e inesperto. Rolland, per\u00f2, che non era giovane, n\u00e9 inesperto, avrebbe dovuto fiutare il marcio; e, per dire il vero, si pu\u00f2 dire che lo fiut\u00f2, stando a ci\u00f2 che avrebbe poi riferito nel libro <em>Viaggio a Mosca<\/em>. Eppure, ad onta di questo, anche Rolland sub\u00ec il fascino del grande dittatore e, soprattutto, anche lui si lasci\u00f2 incastrare nel classico ricatto morale ordito dai comunisti negli anni Trenta del &#8216;900: vale a dire che parlar male dell&#8217;Unione Sovietica, criticare lo stalinismo, denunciarne le violenze gratuite e gli errori, sarebbe stato la stessa cosa che favorire il fascismo e il nazismo, rafforzando Mussolini e Hitler e aggravando la gi\u00e0 cupa prospettiva di un&#8217;Europa, e, forse, di un mondo, fascistizzati entro un breve volgere d&#8217;anni.<\/p>\n<p>Rolland, per la verit\u00e0, quel ricatto lo aveva subito fin da prima di recarsi in Unione Sovietica. Alla fine degli anni Venti, aveva cercato di convincere lo scrittore greco-romeno Pana\u00eft Istrati, reduce da un secondo, deludente viaggio in Unione Sovietica, a non pubblicare il suo grosso libro-denuncia in tre tomi, intitolato <em>Vers l&#8217;autre flamme, confession pour vaincus<\/em>. Il libro usc\u00ec ugualmente e valse a scatenare una fortissima campagna denigratoria contro il suo autore da parte dei cani da guardia dell&#8217;ortodossia staliniana, a cominciare da Henri Barbusse, che, in Francia, si era conquistato un posto da scrittore in prima fila dopo aver pubblicato il libro <em>Il Fuoco<\/em> (1916), una violenta requisitoria antimilitarista e contro i massacri della Prima guerra mondiale. Fu un episodio sordido, con un Istrati depresso, povero, tubercolotico, lasciato solo come un lebbroso alla merc\u00e9 dei mastini marxisti; e Rolland, che aveva &quot;scoperto&quot; lo scrittore romeno, lo aveva incoraggiato e lo aveva aiutato a pubblicare i suoi libri, decidendo di consigliare il &quot;silenzio&quot; proprio a lui, in nome della causa antifascista internazionale, aveva gi\u00e0 mostrato, sin da allora, di essere l&#8217;uomo giusto per il tipo di propaganda, o almeno di benevola neutralit\u00e0, che Stalin si riprometteva di ottenere tra le file dell&#8217;<em>intellighenzia<\/em> progressista europea.<\/p>\n<p>Cos\u00ec lo storico Fran\u00e7ois Furet ha rievocato il viaggio di Rolland in Unione Sovietica, con le sue notevoli conseguenze culturali, psicologiche e diplomatiche, nel suo celebre saggio\u00a0<em>Il passato di un&#8217;illusione.\u00a0L&#8217;idea comunista nel XX secolo\u00a0<\/em>(titolo originale:\u00a0<em>Le pass\u00e9 d&#8217;une illusion<\/em>, Paris, Editions Robert Laffont, 1995; traduzione dal francese a cura di Marina Valensise, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1995, pp. 313-317):<\/p>\n<p><em>&#8230; Nel 1935, \u00e8 il turno di Romain Rolland.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;autore di\u00a0&quot;Au dessus de la mel\u00e9e&quot; non \u00e8, come Barbusse, un amico incondizionato dell&#8217;URSS, sebbene sia stato uno dei primi scrittori a salutare la Rivoluzione d&#8217;ottobre. Dopo la guerra, nei primi anni del regime sovietico, \u00e8 rimasto uno dei grandi nomi della sinistra intellettuale europea, pacifista, internazionalista, impegnata in grandi cause, ma proclive pi\u00f9 alla non violenza tipo Gandhi che al leninismo. Del regime sovietico apprezza il progetto, ma ne detesta i mezzi. Nel giugno 1927 scrive per esempio a uno dei suoi lettori: &quot;Sul bolscevismo, non ho cambiato affatto. Portatore di idee elevate (o piuttosto, visto che il pensiero non \u00e8 mai stato il suo forte, rappresentante d&#8217;una grande causa) il bolscevismo ha distrutto questa e quelle per il suo gretto settarismo, un&#8217;inetta intransigenza e il culto della violenza. ha generato il fascismo, che \u00e8 un bolscevismo alla rovescia&quot;. Eppure, lo stesso anno, su sollecitazione di Barbusse, Rolland accetta di firmare un appello contro &quot;l&#8217;ondata di barbarie del fascismo&quot;, mettendo da parte le primitiva sua esigenza d&#8217;unire a esso la condanna d&#8217;ogni tipo di Terrore. L&#8217;anno seguente, stringe di nuovo i rapporti con l&#8217;amico Gor&#8217;kij, proprio nel momento in cui questi s&#8217;\u00e8 lasciato convincere di tornare in patria da Bucharin e Stalin, il quale ultimo lo utilizzer\u00e0 senza piet\u00e0. S&#8217;informa, legge, l&#8217;URSS rientra nel suo orizzonte. Nel 1929, sconsiglia a Pana\u00eft Istrati di pubblicare il suo libro, per non fornire armi alla reazione: \u00e8 il sintomo d&#8217;un passo decisivo compiuto in direzione del bolscevismo.<\/em><\/p>\n<p><em>Ormai \u00e8 un compagno di strada, protetto dal partito, pubblicato in maniera massiccia nell&#8217;URSS, il pi\u00f9 illustre &#8211; con Barbusse, poi Gide, infine Malraux &#8211; della pleiade d&#8217;intellettuali che a partire dal 1932-1933 dar\u00e0 lustro al&#8217;Associazione degli scrittori e degli artisti rivoluzionari, la rivista &quot;Commune&quot;, l&#8217;antifascismo del gruppo Amsterdam-Pleyel, e l&#8217;insieme delle vetrine allestite da Munzenberg. Ne \u00e8 anche abbastanza rappresentativo, nonostante l&#8217;et\u00e0. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Il viaggio di Romain Rolland a Mosca, a lungo rinviato per ragioni di salute, avviene finalmente nel luglio del 1935. \u00a0Periodo fasto per i rapporti franco-sovietici, in quanto \u00e8 appena stato firmato il patto Laval-Stalin, ma terribile per i cittadini dell&#8217;URSS, poich\u00e9 \u00e8 iniziata l&#8217;impresa di liquidazione di decine di migliaia di vecchi quadri bolscevichi. Per lo scrittore, sar\u00e0 un soggiorno regale: Rolland verr\u00e0 coperto d&#8217;attenzioni, assalito da una delegazione di adulatori, sommerso di elogi prefabbricati, che pure toccano la sua vanit\u00e0. Il punto culminante della visita sar\u00e0 l&#8217;incontro che per due ore avr\u00e0 da solo con Stalin, il quale non si risparmia l&#8217;enfasi, accogliendo il visitatore con queste parole: &quot;Sono felice di parlare con il pi\u00f9 grande scrittore del mondo&quot;. La conversazione comunque \u00e8 interessante proprio per quello che rappresenta, in quanto riunisce due stereotipi del pantheon antifascista, l&#8217;intellettuale umanista e il dittatore secondo ragione.<\/em><\/p>\n<p><em>Ognuno recita la sua parte. Romain Rolland l&#8217;assume con naturalezza, poich\u00e9 \u00e8 il ruolo che ha nella vita. Ha lottato per Dreyfus, contro la guerra del 1914, e quel giorno ha fatto un passo supplementare: \u00e8 il testimone del comunismo al tribunale della Storia, l&#8217;uomo universale attraverso il quale la Rivoluzione di ottobre ottiene, una generazione dopo, un rinnovo del contratto. Barbusse era stato da sempre troppo amico del regime sovietico, per essere utile in questo senso. Gide non era ancora famoso per il suo amore delle grandi cause. Stalin ha scelto la persona giusta. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Romain Rolland ha preso cura di dare smalto al dialogo con i casi critici destinati a dar pi\u00f9 peso al suo personaggio, manifestandone l&#8217;indipendenza: il caso Victor Serge (che a Parigi fa scalpore), poi la pena di morte per i bambini minori di dodici anni, di recente instaurata dopo l&#8217;assassinio di Kirov, o l&#8217;alleanza dell&#8217;URSS con la Francia borghese. Sono tanti interrogativi sui mezzi, che distinguono il compagno di strada dal militante. Stalin li soddisfa con molto buon senso, in nome della lotta di classe esacerbata dal fascismo. Si prende anche il lusso di darsi un ruolo da moderato, di fronte all&#8217;opinione sovietica che gli chiede la testa di Zinov&#8217;ev e Kamenev, responsabili, a sentir lui, della morte di Kirov. I due si congedano con una professione di fede umanistica. Lo scrittore ha riconosciuto la nuova via.<\/em><\/p>\n<p><em>Malgrado tutto, il &quot;Voyage \u00e0 Moscou&quot; di Romain Rolland resta una delle opere migliori di questo genere un po&#8217; monotono, in quanto \u00e8 stranamente percorso da lampi di lucidit\u00e0. Il vecchio signore leggermente vanesio che respira l&#8217;incenso sovietico si rende conto di essere sbarcato in un microcosmo attraversato da una crisi politica profonda, in preda alla paura e sotto sorveglianza poliziesca. Non capisce il film che gli si svolge davanti agli occhi, ma sospetta che ce ne sia uno. Ha trascorso met\u00e0 del soggiorno nella dacia di Gor&#8217;kij e osserva che il suo grande amico sovietico, &quot;riconquistato&quot; dal potere nel 1928, non gode d&#8217;alcuna autonomia: sta invecchiando tristemente in una prigione dorata; il segretario ne controlla tutte le comunicazioni con il mondo esterno. Con troppa facilit\u00e0 il viaggiatore salvaguarda la propria fede da queste pericolose osservazioni, perch\u00e9 \u00e8 gi\u00e0 entrato in un inizio di culto di Stalin, nuovo tratto dell&#8217;epoca nella storia del comunismo. Nessun dubbio lo sfiora sugli errori di Trockij, sui crimini di Zinov&#8217;ev o sui misfatti dei fascisti, n\u00e9 sulla saggezza del Capo. Non un Capo di tipo carismatico, che trascina le folle con l&#8217;incantesimo delle emozioni collettive, come \u00e8 il caso per i fascisti, ma un &quot;primus inter pares&quot;, saggio e solido, padrone delle proprie passioni, insomma una figura della ragione. Romain Rolland aureola Stalin d&#8217;un potere razionale: tradizionale figura del pensiero europeo, ambigua per definizione, poich\u00e9 pu\u00f2 nascondere l&#8217;amore della ragione, ma anche il fascino del potere. In ogni caso, da allora in poi quella figura \u00e8 sempre stata parte del bagaglio degli amanti dell&#8217;URSS. Lo stesso Romain Rolland, qualche anno pi\u00f9 tardi, dopo che sar\u00e0 intimamente guarito dall&#8217;illusione e il suo amico Bucharin sar\u00e0 stato processato e condannato, non oser\u00e0 affrontare in pubbliche dichiarazioni la forza pura del regime staliniano.<\/em><\/p>\n<p><em>Il viaggio del 1935 d\u00e0 quindi, per tramite suo, la benedizione dell&#8217;universalismo democratico all&#8217;Unione Sovietica. Attraverso di lui, la patria del comunismo cessa di essere un paese eccentrico e violento in cui gli intellettuali rivoluzionari in segreto continuano a darsi furiosamente battaglia per il potere. \u00e8 un grande paese in cui, sotto la direzione d&#8217;una guida illuminata, un regime politico ha ripreso la fiaccola della Rivoluzione francese, col progetto di rigenerare l&#8217;uomo. \u00e8 un ordine postrivoluzionario rimasto fedele al progetto rivoluzionario, un sistema provvidenziale di cui i francesi della fine del XVIII secolo non avevano trovato la ricetta, e che permette di sommare i fedeli riunendo le tradizioni della sinistra europea intorno a un comune denominatore: la democrazia senza il capitalismo.<\/em><\/p>\n<p>Lo ripetiamo: la vanit\u00e0 di un signore settantenne, che si \u00e8 visto oggetto di adulazioni sperticate nel corso della sua visita in Unione Sovietica, ha fatto, certamente, la sua parte, ma &#8211; come nota lo stesso Furet &#8212; non spiega interamente il fenomeno. Dopotutto, stiamo parlando di un intellettuale personalmente onesto e, soprattutto, pieno di sentimenti filantropici e umanitari; la vanit\u00e0 non sarebbe stata sufficiente ad addomesticare il suo giudizio sul comunismo. Egli, infatti, fiut\u00f2 il marcio: ma prefer\u00ec non insistere. Prefer\u00ec credere a quanto gli veniva detto da Stalin, da Bucharin (un altro morto vivente, in attesa di fare la fine di tutti gli altri oppositori, sia interni, come Zinov&#8217;ev e Kamenev, che esterni, come Trotzkij e gli anarchici di Barcellona) e da tutti gli altri funzionari di partito, che lo portavano attorno perch\u00e9 ammirasse i portentosi risultati del regime sovietico. E il motivo \u00e8 pi\u00f9 semplice, per lui e per tanti altri, di quel che si potrebbe immaginare, anche se la vanit\u00e0 e la debolezza morale di certi intellettuali ha reso le cose ancora pi\u00f9 facili. In buona sostanza, si tratta di questo: per un intellettuale progressista &#8212; sia egli liberale, o socialista, o comunista, o radicale, o genericamente democratico &#8211; il Progresso \u00e8, per definizione e per atto di fede, il metro di giudizio fondamentale, nonch\u00e9 la meta suprema, il cui perseguimento giustifica tutto, o quasi. Ora, i totalitarismi &quot;rossi&quot; e &quot;neri&quot; degli anni Venti e Trenta, pur presentando alcune notevoli analogie esteriori, nascevano da una radice totalmente differente: il comunismo era un figlio del socialismo, che era il figlio legittimo del liberalismo, e, dunque, dell&#8217;idea di Progresso e della mistica rivoluzionaria nata nel 1789; il fascismo, e, in misura diversa, il nazismo, erano una reazione contro il liberalismo, la democrazia, il socialismo e il comunismo. Pertanto, l&#8217;uno si presentava come la tipica ideologia del Progresso; gli altri, come le tipiche ideologie nemiche del Progresso e nostalgiche del passato (ruralismo contro urbanesimo; tradizione contro modernit\u00e0; spiritualismo contro materialismo; nazionalismo contro internazionalismo; famiglia tradizionale contro femminismo e disordine sessuale). Dunque, per un intellettuale convintamente progressista, era logico, e pressoch\u00e9 inevitabile, giungere a una scelta di campo come quella che fece Rolland, o, quanto meno, subire un ricatto come quello che consisteva nel tacere sui crimini di Stalin e del comunismo sovietico, per non favorire la marcia di Hitler verso il potere mondiale.<\/p>\n<p>\u00c8 un copione che si \u00e8 ripetuto dopo la Seconda guerra mondiale, e poi ancora, pi\u00f9 e pi\u00f9 volte, monotono, praticamente sempre uguale, fin quasi ai nostri giorni, ogni volta che la coscienza degli intellettuali progressisti ha dovuto scegliere fra la denuncia dei crimini del comunismo (&quot;rivoluzione culturale&quot; cinese; politiche di genocidio dei Khmer rossi in Cambogia; repressioni liberticide nella Cuba di Castro) e il timore, vero o supposto, di favorire, cos\u00ec facendo, &quot;il fascismo&quot;, &quot;la reazione&quot;, &quot;i colonnelli&quot;, il &quot;clericalismo&quot;, e via sproloquiando. Ed \u00e8 un copione che ha falsato fino ai nostri giorni la percezione dei crimini di Stalin rispetto a quelli di Hitler (come se lo sterminio di milioni di persone potesse nascere da &quot;buone&quot; o da &quot;cattive&quot; intenzioni, a seconda del simbolo ideologico da apporre sulle rispettive bandierine, e quindi essere soggetto a opposte valutazioni di carattere etico); dei crimini perpetrati nel 1943-45, e anche a guerra finita, dai partigiani comunisti rispetto ai repubblichini e alle truppe tedesche; e perfino del terrorismo delle Brigate Rosse e di altre organizzazioni di estrema sinistra, rispetto al terrorismo dei Nuclei Armati Rivoluzionari e delle altre organizzazioni d&#8217;estrema destra. Due pesi e due misure, sempre, immancabilmente; e con perfetta &quot;buona&quot; coscienza. Gli intellettuali progressisti e democratici, si sa, sono fatti cos\u00ec; e rivendicano per s\u00e9 soli il diritto di essere giudici e parte lesa nello stesso tempo, cosa che negano risolutamente ai loro avversari, cio\u00e8 ai &quot;fascisti&quot;, ai &quot;populisti&quot;, ai &quot;razzisti&quot;, eccetera. Comodissima posizione: essi giudicano tutti e assolvono se stessi e i loro amici; me nessuno pu\u00f2 permettersi di giudicare n\u00e9 loro, n\u00e9 i loro amici e &quot;compagni&quot;. Per pi\u00f9 di mezzo secolo hanno goduto di questa posizione privilegiata, con l&#8217;aggiunta di una auto-conferita laurea di superiorit\u00e0 morale. Gli altri sbagliano sempre, perch\u00e9 sono mossi da sordidi motivazioni di egoismo e d&#8217;interesse; loro non sbagliano mai, tuttavia, se per caso sbagliassero, bisogna capire (non diciamo perdonare: essi non chiedono mai perdono, perch\u00e9 ignorano il significato del verbo &quot;scusarsi&quot;): le loro intenzioni erano rette ed oneste.<\/p>\n<p>Ai nostri giorni, poi, la loro auto-referenzialit\u00e0 e la loro arroganza si sono fatte ancora pi\u00f9 rocciose, ancora pi\u00f9 categoriche. \u00c8 successo che hanno trasbordato definitivamente dalla nave che stava affondando, il marxismo, su quella che galleggia ancora benissimo, almeno in apparenza, il cattolicesimo; ne hanno preso, di fatto, il controllo; la dirigono dove vogliono loro, facendosi forti di una investitura morale ancora pi\u00f9 forte, ancora pi\u00f9 assoluta di quella ricevuta a suo tempo dalle vecchie divinit\u00e0 (che hanno fallito), Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, Castro, eccetera: cio\u00e8 quella di Domineddio. Hanno &quot;scoperto&quot; che Ges\u00f9 era venuto a predicare il comunismo, e ne hanno dedotto che Dio \u00e8 l&#8217;equivalente del loro caro, vecchio, mai scordato Marx. Ne hanno dedotto che il Vangelo conferma le loro dottrine; che l&#8217;investitura divina rende ancor pi\u00f9 sacrosanta l&#8217;idea di liberazione che essi rappresentano. \u00c8 vero che non si tratta pi\u00f9 di una liberazione sociale, tant&#8217;\u00e8 che si son persi per strada la classe operaia: ma che importa?; in compenso hanno raccolto massoni, banchieri, tecnocrati, capitani d&#8217;industria, monsignori, azionisti delle multinazionali. Ed \u00e8 anche vero che non parlano pi\u00f9 di abolire la propriet\u00e0 privata, n\u00e9 dello sfruttamento dell&#8217;uomo sull&#8217;uomo, e neppure dei poveri (i quali, anzi, fan loro comodo: ah, se non ci fossero le cameriere filippine, o le donne indonesiane che portano avanti la gravidanza surrogata per conto delle loro mogli!); in compenso, si battono come leoni per la &quot;civilt\u00e0&quot;: ossia l&#8217;aborto, la droga libera, le unioni civili, le adozioni omosessuali, la fecondazione eterologa, l&#8217;utero in affitto. Attualmente hanno anche la benedizione del papa, del presidente della Repubblica e di quello del Consiglio. 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