{"id":28454,"date":"2006-05-09T04:44:00","date_gmt":"2006-05-09T04:44:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/05\/09\/spunti-per-la-decrescita-sostenibile-2-rivalutare-la-sobrieta\/"},"modified":"2006-05-09T04:44:00","modified_gmt":"2006-05-09T04:44:00","slug":"spunti-per-la-decrescita-sostenibile-2-rivalutare-la-sobrieta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/05\/09\/spunti-per-la-decrescita-sostenibile-2-rivalutare-la-sobrieta\/","title":{"rendered":"Spunti per la decrescita sostenibile: 2. Rivalutare la sobriet\u00e0"},"content":{"rendered":"<p><em>Estratto dal Capitolo IV del libro &quot;Metafisica del Terzo Mondo&quot; di F. Lamendola, Lalli editore, Poggibonsi (Siena), 1985, pp. 38-45.<\/em><\/p>\n<p><em>(N.B.: il testo \u00e8 attualmente esaurito. Chi fosse eventualmente interessato pu\u00f2 mettersi in contatto con l&#8217;Associazione Eco-Filosofica).<\/em><\/p>\n<p>Le societ\u00e0 dei paesi industrializzati sono impropriamente definite <em>societ\u00e0 del benessere.<\/em><\/p>\n<p>Che questo non sia vero, e che non sia vero nemmeno nel significato puramente materiale dell&#8217;espressione, lo dimostra a sufficienza il vasto movimento di <em>rivolta morale<\/em> che, per reazione ai mali della vita consumistica, si \u00e8 andato delineando sin dalla fine degli anni &#8217;60, e che continua a crescere di forza, giorno dopo giorno. I movimenti pacifisti ed ecologisti, gli obiettori di coscienza, le organizzazioni di volontariato internazionale, gli stessi nuovi orientamenti sociali della chiesa (le comunit\u00e0 di base, l&#8217;opzione preferenziale per il servizio dei poveri, ecc.) sono altrettanti sicuri segni che la coscienza contemporanea, e quella giovanile in particolare, stanno mettendo a punto le strategie per uscire da una <em>cultura del disagio<\/em> ormai avverita come intollerabile e priva di prospettive.<\/p>\n<p>Gli argomenti teorici con i quali il sistema capitalista tenta di sostenere un&#8217;estrema giustificazione della sua ragion d&#8217;essere sono estremamente fiacchi e screditati. Il pi\u00f9 diffuso \u00e8 ancora quello secondo il quale la libera iniziativa costituirebbe un aspetto fondamentale della personalit\u00e0 umana, e che privarla di esso significherebbe demotivarla.<\/p>\n<p>Tuttavia, gi\u00e0 alla fine del XIX secolo, in piena epoca positivistica, il poeta e pittore inglese William Morris aveva osservato che lo spirito di competizione non fornisce uno stimolo positivo, pi\u00f9 di quanto potrebbe esserlo un toro infuriato che ci corresse dietro nel giardino di casa. (1) Gli ideologi del liberismo economico ribattono di solito, a questo punto, che non \u00e8 lecito sopprimere nell&#8217;uomo il &quot;naturale&quot; desiderio di <em>migliorare<\/em> la propria posizione sociale. Implicitamente, dunque, essi riconoscono che noi viviamo in una societ\u00e0 ingiusta, ove il singolo cittadino deve tentare di &quot;arrangiarsi&quot; per non finire schiacciato e travolto da meccanismi economici molto pi\u00f9 grandi di lui.<\/p>\n<p>In una societ\u00e0 giusta, i bisogni del singolo non sono pi\u00f9 trascurati di quanto lo siano i singoli organi da parte di un determinato organismo vivente. Oppure &quot;migliorare&quot; la propria posizione vuol dire emergere, farsi largo, prevaricare? Perch\u00e9 io dovrei desiderare di possedere un&#8217;automobile da venti milioni, se non per umiliare coloro che devono accontentarsi di una da otto? Ma in tal caso, ci\u00f2 che m&#8217; importa non \u00e8 usufruire di un mezzo di trasporto comodo ed efficiente; ci\u00f2 che m&#8217; importa \u00e8 di sottolineare la mia potenza in un mondo di sperequazioni, di ineguale distribuzione dei beni. Ci\u00f2 che desidero veramente \u00e8 <em>la competizione per la competizione<\/em>, la giungla per amore della giungla. E, quand&#8217;anche fosse vero che codesto \u00e8 un sentimento connaturato alla natura umana, resta da dimostrare perch\u00e9 io, riconoscendolo come un sentimento brutale di natura inferiore, non dovrei sforzarmi di reprimerlo e di sradicarlo da me stesso! Anche l&#8217;impulso sessuale, ad esempio, \u00e8 un istinto naturale dell&#8217;uomo: ma per chi volesse soddisfarlo con la forza ogni qual volta ne sorgesse in lui il desiderio, tutti riconoscono che l&#8217;ospedale psichiatrico sarebbe la medicina migliore.<\/p>\n<p>Invece, a che cosa assistiamo nella nostra pretesa <em>societ\u00e0 del benessere<\/em>? Ogni giorno siamo bombardati da messaggi radiofonici, televisivi, murali (quasi sempre d&#8217; importazione o, comunque, d&#8217; ispirazione americana) che esaltano la competizione violenta. La nostra giovent\u00f9, che passa ore ed ore davanti al piccolo schermo, si nutre di telefilm statunitensi ove la legge della giungla \u00e8 eretta alla dignit\u00e0 del solo sistema di vita concepibile, e alla quale gli stessi &quot;buoni&quot; si devono adattare. Perfino per i nostri bambini vi \u00e8 un sistematico inquinamento dei sentimenti da parte di innumerevoli cartoni animati (giapponesi, ma di concezione esasperatamente americaneggiante) infarciti di violenza, a volte sfacciata e volgare, altre volte pi\u00f9 subdola e insinuante. Il lupo travestito da agnello penetra nelle nostre case e tenta di pervertire la naturale esuberanza dei giovanissimi, insozzandola con una sanguinosa morale delle zanne e degli artigli, ove chi vince non \u00e8 colui che si trova nel giusto, ma chi \u00e8 in grado di esercitare il maggior grado di violenza.<\/p>\n<p>Qualcuno, forse, vorr\u00e0 obiettare che gli impulsi di distruzione devono pur essere in qualche modo scaricati, e che \u00e8 meglio sublimare la propria aggressivit\u00e0 nel possesso di una rombante motocicletta, piuttosto che riversarla direttamente sul nostro prossimo. Ahim\u00e8, quando si esalta una <em>cultura della violenza,<\/em> della quale i cartoni animati giapponesi oppure il mito della motocicletta non sono che singole manifestazioni, non si pu\u00f2 mai sapere dove si andr\u00e0 a finire. Chi semina vento raccogliue tempesta, dice il proverbio. E quandoi si vive in una societ\u00e0 che nei fatti, se non anche a parole, esalta i sentimenti aggressivi e antisociali, chi se non il pi\u00f9 ipocrita fariseo potr\u00e0 scandalizzarsi perch\u00e8 alcuni giovani, usciti la sera a Roma in cerca di &quot;emozioni forti&quot;, non han trovato nulla di meglio da fare che appiccare il fuoco a un povero immigrato somalo, che dormiva solo e all&#8217;addiaccio? (2) Al contrario; abbiamo il coraggio di dirlo apertamente: sarebbe strano che tanto messaggi di violenza, alla fine, non provocassero simili comportamenti!<\/p>\n<p>Le origini del delirio consumistico, esaminate da un punto di vista psicologico (e tralasciando per ora quello economico, che altri hanno gi\u00e0 ampiamente studiato), sono relativamente semplici. L&#8217;accumulo di beni materiali in quantit\u00e0 sempre maggiore, di gran lunga superiore ad ogni verosimile bisogno, trova la sua radice ultima in un nevrotico terrore dell&#8217;indigenza. Questo terrore \u00e8 ingigantito ad arte dalla politica sociale dei &quot;mass-media&quot;, la punta di diamante dell&#8217;odierno capitalismo, ma trova una base reale nell&#8217;atavica paura del bisogno, della solitudine, dell&#8217;impotenza di fronte a forze gigantesche, ostili e incontrollabili (la miseria, la malattia, e, al limite, la morte). Questa era la causa che induceva il ricco stolto della parabola evangelica ad ammassare frumento nei granai e ad esclamare: &quot;O anima, tu hai una gran riserva di beni, per molti anni; riposati, magia, bevi e divertiti!&quot;. (3) E per questa maniera insensata di ricercare la felicit\u00e0, quanto ha sofferto l&#8217;uomo, e quanto ha fatto soffrire! Fin dai suoi albori la storia umana non \u00e8 che un ripetersi di sopraffazioni, iniquit\u00e0 e violenze camuffate, di volta in volta, da <em>ragion di Stato<\/em> o da <em>volont\u00e0 di Dio.<\/em><\/p>\n<p>Attualmente, la societ\u00e0 dei consumi ci ha condotto in questo vicolo cieco. Ci vien detto che dobbiamo consumare, affinch\u00e8 la produzione non cada; e che dobbiamo produrre, affinch\u00e9 il consumo sia soddisfatto. (4) Insensatezza del serpente che si morde la coda! E i nostri uomini politici, i nostri dotti economisti, senza arrossire, ci spiegano che la <em>ripresa,<\/em> questa famosa <em>ripresa economica<\/em> \u00e8 l\u00ec, ma proprio l\u00ec a portata di mano: ancora uno sforzo nella produzione, e l&#8217;avremo afferrata! Pare quasi che questa tanto agognata ripresa abbia assunto una misteriosa valenza metafisica, anzi quasi soteriologica; presto, presto, non possiamo lasciarcela scappare, non possiamo perdere una simile occasione. Il dollaro \u00e8 in rialzo; l&#8217;economia degli Stati Uniti si rafforza; chiss\u00e0 che non riusciamo anche noi ad agganciarci al treno vincente, a prendere al volo l&#8217;autobus buono!<\/p>\n<p>Ma perch\u00e9 nessun uomo politico, nessun dotto economista ha il coraggio di dire che questa fantomatica ripresa, quand&#8217;anche vi fosse, non sarebbe che l&#8217;anticamera di una nuova e pi\u00f9 grave crisi? Che il sistema capitalistico \u00e8 cosiffatto che non pu\u00f2 continuare ad esistere senza alimentarsi di una insaziabile spirale di produzione e di consumo, di consumo e di produzione? E che la sua ancella favorita, la tecnologia (ammesso che sia davvero un&#8217; ancella, e non la padrona) non pu\u00f2 non sostituire sempre pi\u00f9 la macchina all&#8217;uomo, creando disoccupazione e relegando l&#8217;uomo stesso in una posizione marginale rispetto al processo produttivo? Perch\u00e9 continuano a ingannarci dicendo che la ripresa \u00e8 l\u00ec, a portata di mano, e che, una volta afferratala, potremo dar battaglia anche al problema della disoccupazione?<\/p>\n<p>L&#8217;accumulazione del capitale procede secondo leggi proprie e, una volta avviata, non devia dal proprio cammino n\u00e9 a destra n\u00e9 a sinustra, perfino indipendentemente dalla volont\u00e0 individuale di coloro che se ne avvantaggiano. Il capitalismo \u00e8 un mostro che si alimenta di consumo e, di conseguenza, sua costante preoccupazione \u00e8 quella di creare la psicosi del bisogno. Un tempo doveva persuadere l&#8217;uomo della strada che andare a.piedi era una umiliazione e un disagio intollerabile, e che quindi doveva per forza acquistare l&#8217;automobile. Ora lo deve persuadere che ne deve avere una per ciascun membro della famiglia. Ieri lo allettava col miraggio della &quot;Cinquecento&quot;, oggi con quello della &quot;Mercedes&quot;. E domani?<\/p>\n<p>Una cosa \u00e8 certa: il meccanismo non si pu\u00f2 fermare, il consumo non pu\u00f2 cadere, pena il collasso dell&#8217; intero sistema. Non arriver\u00e0 mai il momento in cui i &quot;mass-media&quot; ci lasceranno in pace e ci diranno finalmente: &quot;Caro amico, adesso, dopo tantoi affanni, hai veramente tutto quel che ti serve. Mangia, bevi e sta&#8217; tranquillo.&quot; Se avremo 1.000, saremo persuasi a non darci pace finch\u00e8 avremo ottenuto 10.000. E quando avremo ottenuto 10.000, nemmeno allora sar\u00e0 abbastanza: dovremo raggiungere 100.000. E poi&#8230;<\/p>\n<p>Per quanto doloroso possa sembrare a noi, che ormai siamo assuefatti a un tal modo di pensare e di vivere, occorre <em>spezzare il cerchio<\/em>, infrangere la cieca spirale del consumo e della produzione. Poich\u00e8 il consumismo \u00e8 come l&#8217;Idra di Lerna &#8211; e, tagliata una testa con la soddisfazione di un <em>bisogno,<\/em> dal troncone subito ne spuntano altre &#8211; bisogna allora troncare il male alla radice e sopprimere la psicosi del bisogno, accontentandosi del necessario per vivere. Il superfluo genera il superfluo, la soddisfazione di un bisogno artificiale ne genera altri dieci.<\/p>\n<p>Occorre riscoprire il valore della <em>semplicit\u00e0<\/em> e della <em>sobriet\u00e0,<\/em> e farne uno stile di vita. La povert\u00e0 stessa non \u00e8 poi quell&#8217;incubo che noi occidentali, ormai da secoli, siamo portati a immaginare. La povert\u00e0 non \u00e8 la miseria. Come ha fatto osservare Albert T\u00e8vo\u00e9djr\u00e8, la miseria significa abiezione, mentre la povert\u00e0 non \u00e8 che l&#8217;adozione di una norma di vita che abolisce il superfluo mentre assicura il necessario. (5) Pu\u00f2 darsi che una simile proposta appaia utopistica nel contesto di una societ\u00e0 che si \u00e8 talmente abituata al superfluo, da considerarlo necessario e da essere disposta a pagare qualunque prezzo per conservarlo. Ma ci\u00f2 cui non vogliamo rinunciare oggi con le buone, dovremo cederlo domani con le cattive. Inoltre, quand&#8217;anche l&#8217;imminente sovrappopolamento della Terra non ci ponesse di fronte a una simile necessit\u00e0, \u00e8 semplicemente cosa saggia fare un&#8217;autocritica al nostro stile di vita, e domandarci come mai, pur avendo sacrificato la nostra coscienza e gli altrui diritti alla conquista della felicit\u00e0, abbiamo clamorosamente fallito il nostro scopo.<\/p>\n<p>Vi \u00e8 dunque un altro modo di essere felici? Vi \u00e8 un&#8217;altra strada che conduce alla felicit\u00e0, senza passare per il cammino da forzati del consumo illimitato e della produzione fine a s\u00e9 stessa?<\/p>\n<p>Certo, occorre del coraggio per ammettere di aver sbagliato tutto, e per tornare indietro dopo aver speso tante energie, e sia pure in una direzione sbagliata. La politica sociale che abbiamo perseguito, all&#8217;insegna dell&#8217;avere, \u00e8 stata incontinente e immorale. Essa ci ha assuefatto alle debolezze, ai ripieghi, agli opportunismi; e non \u00e8 facile pretendere che da un tale clima morale sorga quel tanto di coraggio necessario per confessare un totale fallimento. Tuttavia, non esistono alternative. Proseguire come abbiamo fatto sinora sarebbe un suicidio, e lo sappiamo; per questo fino a ieri era forse soltanto debolezza, oggi sarebbe colpa.<\/p>\n<p>I valori morali, senza i quali non \u00e8 possibile alcun futuro, si rivelano nella semplicit\u00e0 e nella sobriet\u00e0. Chi abbia avuto l&#8217;onore di trovarsi in mezzo ai giovani volontari, accorsi da ogni parte d&#8217;Italia per soccorrere i paesi terremotati del Friuli nel 1976, lo sa. E lo sa anche chi abbia veduto i missionari al lavoro nell&#8217;immenso Brasile sofferente, abituati a un regime di vita che da noi sarebbe considerato intollerabilmente povero. Ma \u00e8 proprio la perdita o lo smarrimento dei valori morali che ha condotto la nostra societ\u00e0 sull&#8217;orlo dell&#8217;abisso.<\/p>\n<p>Da questo punto di vista, i paesi industrializzati hanno molto da imparare dal terzo Mondo (e, in minor misura, anche dal Secondo). Nella loro immensa presunzione, essi pensano di non poter avere altri rapporti con il Terzo Mondo che non siano quelli dell&#8217;assistenzialismo, dell&#8217;elemosima, della &quot;civilizzazione&quot;. La maggior parte dei membri delle societ\u00e0 industrializzate non \u00e8 neanche sfiorata dall&#8217;idea che dal Terzo Mondo si possa <em>imparare<\/em> veramente qualcosa, che al Terzo Mondo non si debba solamente insegnare. \u00c8 la solita, vecchia presunzione del professore che, a scuola, ha finito per confondere le idee con i libri, e che nemmeno immagina di quanto la vita reale, gi\u00f9 in strada, lo abbia di fatto lasciato indietro, insieme alle sue chimere e alla sua polverosa erudizione (non diciamo cultura, perch\u00e9 la cultura \u00e8 una cosa viva).<\/p>\n<p>L&#8217;uomo bianco, in particolare, non \u00e8 mai andato in Africa senza paternalismo. Non si \u00e8 mai accostato alle culture etnologiche (le cosiddette culture &quot;primitive&quot;) senza una malcelata sufficienza. Non ha mai preso in esame la loro filosofia senza il pregiudizio di una sua inferiorit\u00e0 &quot;naturale&quot;. L&#8217;idea di dover ora andare a scuola di saggezza da questi popoli disprezzati potr\u00e0 apparirgli umiliante, come lo sarebbe per il vecchio professore l&#8217;idea di dover imparare qualcosa dalla folla illetterata di lavoratori che si agita tumultuosamente nella via, fuori dall&#8217;ombra e dal silenzio rassicurante dei libri. E certamente sar\u00e0 un&#8217;esperienza umiliante, specialmente per i nostri intellettuali. Essi hanno smarrito il sentimento della semplici\u00e0 e della concretezza: i loro libri appaiono come altrettante fortezze inespugnabili; le lezioni che si odono nelle nostre universit\u00e0 intimidiscono e disorientano con lo sfavill\u00eco rutilante di parole astruse, di discorsi criptici.<\/p>\n<p>E adesso, dover ammettere che la verit\u00e0 \u00e8 qualche cosa di infinitamente semplice; dover ammettere che la complessit\u00e0 dei ragionamenti e del linguaggio \u00e8, quasi sempre, il travestimento di una reale povert\u00e0 della mente e del cuore: dover confessare tutto questo, a molti potr\u00e0 apparire, ed effettivamente sar\u00e0, estremamente penoso.<\/p>\n<p>Eppure \u00e8 necessario.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo del Terzo Mondo, lo ripetiamo, ha molte cose da insegnarci anche in questo campo. Legato alla terra, egli ha saputo preservare (insieme al senso del sacro, cio\u00e8 al senso del limite e a quello del mistero) quei valori di sobriet\u00e0, di apertura verso l&#8217;esperienza, di concretezza che da noi la civilt\u00e0 contadina, ormai agonizzante, non \u00e8 quasi pi\u00f9 in grado di difendere. (6)<\/p>\n<p>E a nostra volta, anche noi, figli delle civilt\u00e0 industrializzate, abbiamo qualcosa da offrire ai popoli del Sud della Terra, per costruire insieme un progetto di salvezza. Lo vedremo nelle prossime pagine. Ma per quel che riguarda lo spirito di sobriet\u00e0, dobbiamo umilmente chinare il capo ed ascoltare. Noi che abbiamo smarrito il senso delle cose semplici, dobbiamo lasciare che siano proprio quei popoli a reinsegnarcelo. Non foss&#8217;altro che per questo, noi oggi abbiamo un immenso bisogno di conoscre meglio il Terzo Mondo, e di comprenderlo.<\/p>\n<p><strong>NOTE.<\/strong><\/p>\n<p>1)  WILLIAM MORRIS, <em>Come potremmo vivere,<\/em> Roma, Editori Riuniti, 1979, pp. 151-52.<\/p>\n<p>2)  \u00c8 accaduto, or non \u00e8 molto, nella civilissima Italia, a Roma. La notizia \u00e8 stata ampiamente riportata dai media.<\/p>\n<p>3)  LUCA, XXII, 19.<\/p>\n<p>4)  Cfr. HANS K\u00dcNG, <em>Essere cristiani,<\/em> Milano, Mondadori, 1980, p. 680.<\/p>\n<p>5)  ALBERT T\u00c9VO\u00c9DJR\u00c8, <em>La povert\u00e0, ricchezza dei popoli,<\/em> Bologna, Editrice Missionaria Italiana, 1979.<\/p>\n<p>6)  &quot;La fine della civilt\u00e0 contadina \u00e8 uno di quegli eventi di cui la stampa non parla, perch\u00e8 avviene lentissimamente, ci mette decenni a compiersi, ma giustamente un poeta francese, Charles P\u00e9guy, l&#8217;ha definita il pi\u00f9 grande avvenimento della storia dopo la nascita del Cristo.&quot; Cos\u00ec FERDINANDO CAMON, nella Introduzione al suo libro <em>Un altare per la madre<\/em>, Milano, Garzanti, 1978.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Estratto dal Capitolo IV del libro &quot;Metafisica del Terzo Mondo&quot; di F. Lamendola, Lalli editore, Poggibonsi (Siena), 1985, pp. 38-45. 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