{"id":28453,"date":"2015-09-23T06:36:00","date_gmt":"2015-09-23T06:36:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/09\/23\/pregiudizio-e-tradizione-i-due-fondamenti-del-pensiero-e-della-societa\/"},"modified":"2015-09-23T06:36:00","modified_gmt":"2015-09-23T06:36:00","slug":"pregiudizio-e-tradizione-i-due-fondamenti-del-pensiero-e-della-societa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/09\/23\/pregiudizio-e-tradizione-i-due-fondamenti-del-pensiero-e-della-societa\/","title":{"rendered":"Pregiudizio e tradizione: i due fondamenti del pensiero e della societ\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>Viviamo nella societ\u00e0 permissiva ed edonista, relativista e pluralista, che ha fatto della lotta contro il pregiudizio la sua bandiera. Se si domanda a cento, a mille persone che cosa pensino del pregiudizio, a stento se ne troveranno un paio che non ripeteranno la filastrocca del politicamente corretto: che il pregiudizio \u00e8 il nemico numero uno, l&#8217;obbrobrio che deve essere abolito, l&#8217;infamia che deve essere estirpata dalle nostre menti e dai nostri cuori, e, naturalmente, dalla societ\u00e0 intera. Solo allora, solo quando lo avremo riconosciuto, isolato e distrutto, solo quando lo avremo seppellito sotto una montagna di disprezzo e ne avremo cancellato in noi stessi anche il ricordo, solo allora potremo impostare serenamente le nostre vite; solo allora la societ\u00e0 cui apparteniamo potr\u00e0 dirsi una societ\u00e0 accogliente, civile, progredita.<\/p>\n<p>Peccato che, senza il pregiudizio, qualunque pensiero diventi impossibile: \u00e8 il pregiudizio che ci fornisce le coordinate di partenza per qualunque ragionamento, per qualunque avventura del reale. Se anche non lo volessimo, lo troveremmo comunque in noi, sotto forma di patrimonio genetico e come effetto dell&#8217;educazione, dell&#8217;ambiente, della storia. Il pregiudizio ci offre la struttura mentale e conoscitiva di base: nessuno di noi \u00e8 una <em>tabula rasa<\/em>, nessuno di noi parte da zero allorch\u00e9 si pone di fronte al mondo e si trova a dover formulare giudizi, a prendere decisioni, a compiere delle scelte. Il pregiudizio non \u00e8, o non \u00e8 necessariamente, una lente deformante che altera la nostra percezione del reale e che ci impedisce di comprendere correttamente i fatti: esso \u00e8 la necessaria struttura fondamentale, ancorch\u00e9 provvisoria (in quanto soggetta a continua revisione) per l&#8217;esercizio, libero e responsabile, della nostra razionalit\u00e0.<\/p>\n<p>Inoltre, storicamente, il pregiudizio \u00e8 sempre stato combattuto dall&#8217;Illuminismo e dai movimenti intellettuali e culturali che ad esso si richiamano; in pratica, \u00e8 una invenzione del Settecento, del &quot;secolo dei Lumi&quot;, che pone la Ragione in maniera rigida e che immagina un esercizio della Ragione totalmente svincolato dalle strutture psicologiche, affettive, sociali, ambientali, che ne costituscono non l&#8217;ostacolo, ma la necessaria integrazione. Ora, l&#8217;Illuminismo non \u00e8 &#8212; come h sempre voluto dar ad intendere &#8211; <em>la<\/em> dottrina della ragione, ma <em>una<\/em> delle dottrine che, tenendo conto della ragione, come di altri aspetti della conoscenza, mirano a promuovere la crescita complessiva della dimensione umana: rifiutare i suoi presupposti pi\u00f9 estremi, significa rifiutare anche il pregiudizio nei confronti del pregiudizio, riconoscendone l&#8217;utilit\u00e0 e la necessit\u00e0 (cfr. il nostro preceente articolo \u00abElogio del pregiudizio, contro la tirannia di una Ragione arrogante e totalitaria\u00bb, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25\/01\/2014).<\/p>\n<p>Uno dei pochi pensatori contemporanei che hanno evidenziato la funzione positiva del pregiudizio \u00e8 stato Hans Georg Gadamer (Marburgo, 1900-Heidelberg, 2002), che, rifacendosi esplicitamente a Heidegger &#8211; e a Dilthey -, ha criticato il concetto di &quot;metodo&quot; e ne ha mostrato l&#8217;inadeguatezza per fondare le scienze dello spirito. Non \u00e8 sufficiente il &quot;metodo&quot;, ci vogliono delle &quot;pre-comprensioni&quot;, o &quot;pre-giudizi&quot;, in qualunque atto conoscitivo: l&#8217;ermeneutica diventa cos\u00ec non la dottrina <em>del<\/em> metodo, ma, in un certo senso, la critica <em>al<\/em> metodo e la necessit\u00e0 di costruire una rete di linee interpretative provvisorie, che consentano almeno le fasi iniziali del conoscere, quando ci si avventura in una terra inesplorata e non se ne possiedono affatto le coordinate. In fondo, \u00e8 precisamente quel che diceva Platone, allorch\u00e9 affermava che, nel conoscere, si conosce gi\u00e0 qualcosa fin dall&#8217;inizio, altrimenti non si saprebbe cosa, come o dove cercare; ma non si conosce tutto, altrimenti non vi sarebbe neppure la necessit\u00e0 della ricerca. Certo, il pre-giuizio non \u00e8 sufficiente; e, soprattutto, non pu\u00f2, n\u00e9 deve, configurarsi come il giudizio definitivo: esso \u00e8 solo lo strumento iniziale, che occorre incessantemente rivedere, sottoporre a verifica, correggere, e, se necessario, modificare anche sostanzialmente, perch\u00e9 la sua funzione non \u00e8 quella di chiudere il percorso della conoscenza, ma di aprirlo e agevolarlo.<\/p>\n<p>Riportiamo, in proposito, una pagina del classico testo di Nicola Abbagnano e Giovanni Fornero, \u00abFilosofi e filosofie nella storia\u00bb (Torino, Paravia, 1992, vol. 3, pp. 638-640):<\/p>\n<p>\u00abIl punto-chiave della dottrina della dottrina di Gadamer sostiene che l&#8217;interpretante accede all&#8217;interpretato solo tramite una serie di &quot;pre-comprensioni&quot; di &quot;pre-giudizi&quot; che, nel loro insieme, costituiscono delle preliminari ipotesi di decodificazione dell&#8217;interpretato stesso. Lungi dall&#8217;essere \u00a0una tabula rasa le mente dell&#8217;interprete \u00e8 dunque abitata da una serie di attese o di schemi di senso, ovvero da una molteplicit\u00e0 di &quot;linee interpretative provvisorie&quot;. Questa situazione circolare, per cui ci\u00f2 che si deve comprendere \u00e8 gi\u00e0 in parte compreso, costituisce il cosiddetto &quot;circolo ermeneutico&quot;, che Heidegger, secondo Gadamer, avrebbe avuto il merito di non degradare a circolo\u00a0<em>vitiosus<\/em>, considerandolo non solo come qualcosa di ineliminabile, ma anche come una condizione\u00a0<em>positiva<\/em>\u00a0del conoscere, ovvero come l&#8217;unica maniera per accedere all&#8217;<em>interpretandum<\/em>. Anzi, Heidegger ci avrebbe fatto capire come il problema non sia quello di sbarazzarsi del circolo, ma di acquistarne\u00a0<em>coscienza<\/em>, mettendo &quot;alla prova&quot; i pregiudizi che lo costituiscono e mostrandosi eventualmente disposti &#8211; di fronte all&#8217;&quot;urto&quot; con i testi &#8211; a rinnovare le proprie presupposizioni. Tanto pi\u00f9 che i primi &quot;urti&quot; del soggetto interpretante con l&#8217;oggetto interpretato rivelano di solito l&#8217;inadeguatezza delle pre-comprensioni iniziali, obbligando l&#8217;<em>interpretans\u00a0<\/em>a ritornare su di esse, a rivederle e a correggerle, tramite un reiterato confronto con l&#8217;<em>interpretamdum<\/em>. [&#8230;]<\/p>\n<p>La teoria del circolo ermeneutico si accompagna, in Gadamer, ad una delle dottrine pi\u00f9 caratteristiche del suo pensiero, ossia alla riabilitazione dei pregiudizi, dell&#8217;autorit\u00e0 e della tradizione. Innanzitutto, Gadamer chiarisce come i pregiudizi non siano qualcosa di necessariamente<em>\u00a0negativo<\/em>\u00a0(secondo uno schema <em>illuministico<\/em>\u00a0che ha influenzato tutta la cultura moderna, sotto forma di un vero e proprio &quot;pregiudizio contro il pregiudizio&quot;) poich\u00e9 accanto a pre-giudizi falsi e illegittimi esistono pregiudizi veri e legittimi: &quot;Un&#8217;analisi della storia dei concetti mostra che solo nell&#8217;illuminismo il concetto di pregiudizio acquista l&#8217;accentuazione negativa che gli \u00e8 abitualmente connessa. Di per s\u00e9, pregiudizio significa solo un giudizio che viene pronunciato prima di un esame completo e definitivo di tutti gli elementi, obiettivamente rilevanti&quot;. [&#8230;] In secondo luogo, Gadamer mette in luce come i pregiudizi facciano parte <em>integrante<\/em>\u00a0della nostra realt\u00e0 di esseri\u00a0<em>sociali<\/em>\u00a0e\u00a0<em>storici<\/em>\u00a0(in quanto &quot;molto prima di arrivare ad una autocomprensione \u00a0attraverso la riflessione esplicita noi ci comprendiamo secondo schemi irriflessi nella famiglia, nella societ\u00e0 e nello Stato&quot;) al punto che una loro ipotetica eliminazione coinciderebbe, di fatto, con l&#8217;annullamento del nostro io concreto.<\/p>\n<p>Parallelamente a questa rivisitazione dei pregiudizi, Gadamer puntualizza come il rispetto per l&#8217;autorit\u00e0 non implichi necessariamente, secondo un&#8217;altra credenza di tipo illuministico, credenza cieca e abbandono della ragione, in quanto nel suo aspetto positivo e\u00a0<em>razionale<\/em>, cio\u00e8 autenticamente umano, essa risiede &quot;nell&#8217;atto in cui si riconosce che l&#8217;altro ci \u00e8 superiore in giudizio e in intelligenza&quot; Tant&#8217;\u00e8 vero che &quot;l&#8217;essenza dell&#8217;autorit\u00e0 che rivendica l&#8217;educatore, il superiore, lo specialista, consiste proprio in questo&quot;.<\/p>\n<p>Analogamente, per quanto concerne la tradizione, Gadamer chiarisce come &quot;sia la critica illuministica alla tradizione, sia la sua riabilitazione romantica non colgono la verit\u00e0 della sua essenza storica&quot;. Infatti, di fronte alla ingenua pretesa illuministica di sbarazzarsi della tradizione si erge la pretesa romantica di stabilire delle &#8216;tradizioni radicate&#8217; davanti alle quali la ragione dovrebbe solo tacere&quot;, dimenticando che la tradizione, per essere umanamente tale, ha bisogno di essere <em>razionalmente<\/em>\u00a0e\u00a0liberamente\u00a0<em>accettata<\/em>: &quot;Anche la pi\u00f9 autentica e solida delle tradizioni non si sviluppa naturalmente in virt\u00f9 della forza di persistenza di ci\u00f2 che una volta si \u00e8 verificato, ma ha bisogno di essere accettata, di essere adottata e coltivata&#8230;&quot;. In ogni caso, l&#8217;uomo non pu\u00f2 collocarsi <em>fuori<\/em> della tradizione, poich\u00e9 quest&#8217;ultima fa parte della sostanza storica del suo essere.\u00bb<\/p>\n<p>Anche su questo punto, la tradizione, il pensiero di Gadamer \u00e8 salutarmente originale: di una originalit\u00e0, cio\u00e8, che non consiste nel demolire le certezze per instaurare il deserto e la confusione, il relativismo e la rassegnazione, ma nell&#8217;aprire nuove prospettive e nel suggerire nuove strade per affrontare i problemi umani. I progressisti odiano la tradizione perch\u00e9 in essa vedono il peso morto del passato: si pensi con quanto furore certi urbanisti e certi architetti demoliscono vecchi edifici e interi quartieri urbani, per ripartire da zero, innalzando quelli nuovi in maniera totalmente svincolata da qualunque condizionamento storico, estetico, paesaggistico. Ma la tradizione che essi odiano, in realt\u00e0, non esiste: non esiste una tradizione che sia fatta solo del passato quale peso inerte; la vera tradizione \u00e8 ben altro: \u00e8 la viva continuit\u00e0 fra l&#8217;ieri e l&#8217;oggi, fra le generazioni che ci hanno preceduto e le attuali. Pertanto, ignorare, disprezzare o combattere la tradizione \u00e8 l&#8217;equivalente di una auto-amputazione, di una auto-castrazione, e, in ultima analisi, di una auto-distruzione morale.<\/p>\n<p>Rivalutare sia il pregiudizio, sia la tradizione, pertanto, non significa assumere posizioni paradossali e reazionarie, se per &quot;reazionario&quot; si intende qualcosa che sia ciecamente, ottusamente chiuso a qualsiasi novit\u00e0; al contrario: significa compiere un atto di giustizia verso due elementi indispensabili del pensiero e del vivere civile, senza i quali noi tutti, sia come singoli individui, sia come corpo sociale, precipiteremmo in un kafkiano annaspare nel nulla, in un pirandelliano gioco delle parti, nel quale finiremmo per smarrire, insieme a noi stessi, la ragione medesima, nonch\u00e9 il significato della civile convivenza. Senza di essi, infatti, \u00e8 come se gli uomini e le societ\u00e0 dovessero iniziare ogni cosa dal nulla: il che equivale alla barbarie. &quot;Barbaro&quot; \u00e8 colui che ignora tutto e che non ha rispetto di nulla; colui che basa ogni sua azione sulla pura forza materiale e che non riconosce legami di affetto, di patria, di religione; colui che sa solo distruggere e che prova gusto nella distruzione, ma non sa costruire, perch\u00e9 ignora l&#8217;arte della pazienza, della durata, della responsabilit\u00e0: \u00e8 l&#8217;individuo che vive nell&#8217;effimero e se ne compiace.<\/p>\n<p>Aver denigrato ingiustamente il pregiudizio e aver disprezzato e calpestato la tradizione sono stati non gi\u00e0 degli atti di liberazione, ma dei crimini nei confronti dell&#8217;umano: perch\u00e9 l&#8217;uomo, spogliato delle strutture fondamentali del pensiero non solo razionale, ma ragionevole, e del solido e accogliente fondamento della tradizione, viene privato della sua stessa umanit\u00e0 e ridotto ad animale anonimo, vagante, sradicato e alienato: un marziano senza pace, che non appartiene ad alcun luogo e che di questo estraniamento si vanta, chiamandolo cosmopolitismo; un barbaro che crede di ragionare meglio di chiunque altro, solo perch\u00e9 si adagia nel conformismo dell&#8217;anticonformismo e nel relativismo assoluto; un corpo estraneo, refrattario a qualsiasi senso di comunit\u00e0 e identit\u00e0: infine, un atomo errante, che non appartiene ad alcun luogo, ad alcuna societ\u00e0, ad alcuna civilt\u00e0, perch\u00e9 la sua sola patria \u00e8 il proprio io e il solo legame che lo interessi \u00e8 quello che nasce dall&#8217;opportunismo, dall&#8217;interesse temporaneo, dalla convenienza interessata.<\/p>\n<p>Un individuo siffatto si sente a casa ovunque, non perch\u00e9 sia capace di amore e gratitudine verso un luogo o una comunit\u00e0, ma, al contrario, perch\u00e9 \u00e8 totalmente disancorato, totalmente impermeabile a qualunque vincolo ideale: va dove trova un tetto e un pasto caldo, e parte quando trova qualcosa di meglio; si unisce a un compagno o a una compagna, mette al mondo dei figli oppure se ne disinteressa e li trascura, o li abbandona, a seconda di ci\u00f2 che gli pare conveniente in un dato momento, senza alcun impegno nei confronti del futuro e senza accettare alcun limite all&#8217;esercizio della propria &quot;libert\u00e0&quot;, intesa in senso puramente negativo ed egoistico. \u00c8 un individuo che fa paura: un piccolo, meschino superuomo di massa, fabbricato con lo stampino in milioni di esemplari e perfettamente equivalente a innumerevoli altri piccoli, irresponsabili, meschini egoisti come lui, mercenari come lui, vagabondi come lui; e, nondimeno, in cima ai suoi pensieri e alle sue azioni vi \u00e8 sempre la smania, e l&#8217;illusione, di essere diverso da tutti gli altri, di essere unico e speciale, di essere straordinariamente autentico e originale.<\/p>\n<p>Un mondo popolato da individui cos\u00ec, \u00e8 un mondo alla deriva, che ha le ore contate: perch\u00e9 \u00e8 un mondo nel quale non esiste proporzione ragionevole fra il prendere e il dare, ma tutti vogliono solo prendere e nessuno vuol dare, o cerca di dare il minimo. \u00c8 questo, allora, il futuro che desideriamo?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Viviamo nella societ\u00e0 permissiva ed edonista, relativista e pluralista, che ha fatto della lotta contro il pregiudizio la sua bandiera. 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