{"id":28448,"date":"2018-11-01T11:50:00","date_gmt":"2018-11-01T11:50:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/11\/01\/ritrovare-la-visione-unitaria-e-spirituale-del-mondo\/"},"modified":"2018-11-01T11:50:00","modified_gmt":"2018-11-01T11:50:00","slug":"ritrovare-la-visione-unitaria-e-spirituale-del-mondo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/11\/01\/ritrovare-la-visione-unitaria-e-spirituale-del-mondo\/","title":{"rendered":"Ritrovare la visione unitaria e spirituale del mondo"},"content":{"rendered":"<p>La nostra impotenza nasce dall&#8217;oblio della visone unitaria e spirituale del mondo. Gli uomini sono capaci di grandezza quando ce l&#8217;hanno; diventano piccoli come nani quando la smarriscono. E se la smarrisco gli uomini, la smarriscono le civilt\u00e0; se la smarriscono le civilt\u00e0, la smarriscono anche i singoli uomini. Finch\u00e9 la visione del reale \u00e8 di tipo materialista e riduzionista; finch\u00e9 le cose sono percepite una alla vola, in sequenza, isolatamente, separatamente le une dalle altre; finch\u00e9 non si sa vedere il legame che le unisce tutte, dalla prima all&#8217;ultima, e non si comprende che tale legame \u00e8 di tipo spirituale e non materiale, si resta nelle secche dei pesci d&#8217;acqua dolce, ben lontano dalle profondit\u00e0 abissali dove si avventurano le creature oceaniche. Un delfino non pu\u00f2 vivere in una vasca da bagno e un albatro non pu\u00f2 sopravvivere in una voliera di pochi metri. L&#8217;uomo \u00e8 fatto per le grandi altezze e le grandi profondit\u00e0 &#8212; questa \u00e8 la sua vocazione e questo il suo destino, la sua grandezza e la sua croce, la sua luce e la sua nostalgia. Se smarrisce questa consapevolezza, si rattrappisce, s&#8217;immiserisce, diviene l&#8217;ombra di se stesso, una creature deforme e mutilata, dalla coscienza infelice, che languisce in attesa di morire. Ma l&#8217;uomo non \u00e8 fatto per la morte, come non \u00e8 fatto per gli spazi minuscoli; no: \u00e8 fatto per la vita, come \u00e8 fatto per le immensit\u00e0 che sanno di vento e di salsedine.<\/p>\n<p>Vale la pena di rileggersi quel che scriveva un grande italiano quasi dimenticato, Ardengo Soffici &#8211; scrittore e poeta di valore, cui ha nuociuto l&#8217;adesione al fascismo e, peggio, alla Repubblica Sociale, nella cultura italiana del secondo dopoguerra, egemonizzata in maniera quasi totalitaria dalle forze di sinistra &#8211; in un saggio intitolato <em>Considerazioni inattuali<\/em>, alla vigilia della Seconda guerra mondiale (su <em>Il Frontespizio<\/em>, agosto 1939; ripubblicato in: A. Soffici, <em>Estetica e politica. Scritti critici 1920-1940<\/em>, a cura di Simonetta Bartolini, Milano, Solfanelli Editore, 1994, pp. 344-347):<\/p>\n<p><em>Una visione del mondo,; un complesso di quel che si dice &quot;idee generali&quot;; un latente tormento dell&#8217;anima sitibonda d&#8217;assoluto; un problema dell&#8217;essere fortemente sentito: mi pare che questo siano sempre stati e siamo ancora gli elementi costitutivi della reale grandezza e spirituale superiorit\u00e0 dell&#8217;uomo; particolarmente dell&#8217;uomo artista e poeta. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Gli artisti e gli scrittori antichi, che vivevano in una societ\u00e0 ordinata secondo i principi di una religione indiscussa o poco e segretamente discussa, che respiravano, per cos\u00ec dire, la verit\u00e0 ambiente ed ammessa dall&#8217;universale, la loro visione del mondo si potrebbe definire ortodossa. Essa era quella che i dominatori spirituali ed intellettuali dell&#8217;epoca avevano presentato all&#8217;umanit\u00e0 civile; e ci\u00f2 che differenziava le loro opere era piuttosto l&#8217;accento caratteristico del particolare temperamento di ognuno, il timbro della sensibilit\u00e0 visiva, plastica, musicale e affettiva di ogni singolo autore. Con lo sconquasso portato nel&#8217;ordine antico religioso dalle eresie, dalla scienza, dal sofisma filosofico e critico, da tutto quello che con termine generico si dice modernit\u00e0, il concetto la visione comune del mondo furono sovvertiti come tutto il resto: la necessit\u00e0 di possederli non fu per\u00f2 abolita. \u00c8 anzi questa la ragione maggiore per cui, dopo tanto cataclisma, ogni artista e poeta moderno deve avere il suo e la sua; poich\u00e9 solo dal riflesso di quelli nella costui opera si potr\u00e0 riconoscere il suo non esser nullo o volgare.<\/em><\/p>\n<p><em>Sembra che i giovani artisti e scrittori miei visitatori, di cui dicevo in principio, non siano di questo parere. Pi\u00f9 francamente parlando, dir\u00f2 che la maggior parte di essi ha l&#8217;aria di non avere neanche la minima idea che il problema di cui si tratta possa esistere per qualcuno dei loro colleghi; mentre l&#8217;altra parte non ignora il problema, ma s\u00ec lo rigetta, lo considera come un inutile gravame, una pastoia spirituale, e si fa vanto di questo suo radicale rinnegamento e disprezzo.<\/em><\/p>\n<p><em>Gli uni, candidi ignoranti, opachi intelletti tutti impegolati nel quotidiano e nella provvisoriet\u00e0 del fenomeno, credono che il fatto dell&#8217;arte partecipi della pratica e del mestiere, che vedere ci\u00f2 che gli altri fanno e parlarne come si farebbe di un esercizio ginnastico o di una gara atletica significhi apprendere ed esercitare la critica; che il successo o l&#8217;insuccesso &#8212; magari finanziario &#8212; sia il fine ultimo dell&#8217;artista, e che una volta risolta la questione tecnica ed economica non si tratti altro che di produrre, secondo certi personali procedimenti, un certo genere di pittura, di scultura, di prosa o di poesia per prender posto tra i colleghi pi\u00f9 fortunati, e passare in massa alla storia. \u00c8 evidente che, quali che siano i loro doni naturali, vivendo costoro nella bassa sfera del contingente, senza possibilit\u00e0 di ampi sguardi sul mistero e il divino delle cose, senza alcuno di quei profondi sentimenti di felicit\u00e0, o di dolore, o di malinconia, o di angoscia cosmica che nell&#8217;opera si traducono in soavit\u00e0, forza, grandiosit\u00e0 o terribilit\u00e0 di stile, il loro inevitabile destino \u00e8 la mediocrit\u00e0. Una mediocrit\u00e0, se si vuole, onesta e dignitosa, anche onorevole; ma non per questo meno reale.<\/em><\/p>\n<p><em>Gli altri, pi\u00f9 presuntuosi, il loro caso \u00e8 men semplice, se pur non meno deplorabile. Essi non ignorano, abbiamo visto, che un problema dell&#8217;essere esiste, che i grandi di tutti i tempi ne sono stati travagliati nell&#8217;anima, ed hanno avuto ciascuno la loro visione del mondo, il loro concetto della vita rispetto alla morte, all&#8217;eterno, all&#8217;aldil\u00e0, e dell&#8217;uomo rispetto all&#8217;altro uomo ed alla societ\u00e0. Essi non ignorano tutto ci\u00f2 n\u00e9 il resto che ne consegue: ma negano che tutto ci\u00f2 sia necessario all&#8217;artista moderno; ed anzi sostengono che non solo non \u00e8 necessario; ma \u00e8 dannoso e d&#8217;impedimento alle facolt\u00e0 creative tanto artistiche quanto letterarie. Una concezione del mondo &#8212; essi argomentano &#8212; mentre inchioda l&#8217;artista ad un certo ordinamento delle idee, ad una certa coerenza e ad un certo rigore di forme, gl&#8217;inibisce quella totale libert\u00e0 immaginativa che pu\u00f2 condurlo a prodigiose scoperte, a combinazioni nuove di pensieri e d&#8217;immagini emancipate dalla logica vitale, ad espressioni liriche senza precedenti e che possono avere del magico. Press&#8217;a poco come l&#8217;uomo che il sonno libera dalla nozione della realt\u00e0 circostante realizza nel sogno un mondo al tutto nuovo, indipendente e pieno di meraviglie inaudite. Questa figura d&#8217;artista &quot;moderno&quot;, svincolato da tutto che non sia il &quot;puro&quot;, &quot;disinteressato&quot;, &quot;magico&quot; esercizio della propria arte non \u00e8 nuova: sono vari decenni che la conosciamo. La conosciamo anche troppo<\/em>.<\/p>\n<p>Ora, quel che Soffici dice degli artisti e dei poeti, vale anche per i filosofi e, in genere, per tutti gli uomini di pensiero e di cultura; no: per tutti gli uomini senz&#8217;altro. Perch\u00e9 anche i nostri nonni, persone semplici e laboriose, magari con la quinta o la sesta elementare, persone poco istruite secondo gli <em>standard<\/em> intellettuali, e tuttavia persone positive, solide, capaci d&#8217;imprimere alla loro vita la direzione giusta, pur in mezzo a difficolt\u00e0 e sacrifici, <em>una visione del mondo l&#8217;avevano<\/em>. Ed era una visione unitaria e spirituale. Forse non avrebbero saputo esprimerla a parole; o non avrebbero saputo farlo con le parole giuste, con le parole forbite del gergo accademico. Ma tutta la loro vita, come padri e madri, come mariti e mogli, come lavoratori, come imprenditori, come artigiani, come insegnanti, come sacerdoti o religiose, stava l\u00ec a testimoniare che essi avevano una visione del mondo, e che quella visione illuminava i loro passi, guidava le loro scelte, consigliava i loro pensieri e le loro decisioni. Non si crogiolavano nello sterile dubbio, come l&#8217;Amleto di <em>essere o non essere<\/em>; non cincischiavano le loro fisime, le loro paranoie, come gli inetti di Svevo, n\u00e9 stavano a chiedersi se ciascuno di noi \u00e8 <em>uno, nessuno o centomila<\/em>; e non perdevano tempo a rammaricarsi d&#8217;esser nati, come Leopardi o Montale, n\u00e9 a deprecare la misera e infelice condizione dell&#8217;uomo, serrando i pugni contro Dio. Sapevano, come Dante, come i costruttori delle cattedrali, come Caterina da Siena, che la vita ci \u00e8 data per fare il bene; che veniamo da Dio e torniamo a Dio; e che la verit\u00e0 suprema, garante di tutte le altre, \u00e8 nella Rivelazione che Lui ha fatto a noi, specialmente incarnandosi e vivendo la nostra stessa vita, per rinsegnarci la via del Cielo. Tutto il resto veniva di conseguenza. Il lavoro, la famiglia, la patria, l&#8217;onest\u00e0, la sobriet\u00e0, la lealt\u00e0, la fedelt\u00e0, l&#8217;assunzione di responsabilit\u00e0, la capacit\u00e0 di affrontare sacrifici senza lamentarsi, senza far le vittime, senza pretendere pi\u00f9 del ragionevole, ma anche senza arrendersi facilmente davanti agli ostacoli: tutto questo veniva da l\u00ec, da quella visione del mondo, unitaria e spirituale. Non pensavano che si viene al mondo per caso, n\u00e9 che si sprofonda nel nulla eterno con la morte; non credevano che la vita sia un gioco, o uno scherzo. La prendevano sul serio, cos\u00ec come essa merita.<\/p>\n<p>Ma la cosa pi\u00f9 importante, nella loro filosofia di vita, era la mancanza di <em>attaccamento<\/em>, nel senso egoico del termine. Non erano attaccati alle cose pi\u00f9 di quanto non convenga; sapevamo che le cose, tutte le cose, anche le pi\u00f9 belle, sono transitorie, sono mezzi per giungere al fine, non hanno realmente valore in se stesse. Nessuna cosa di questo mondo ha valore in se stessa, fino al punto da divenire un assoluto: tutte hanno valore se sono una scala verso il Cielo, ma sono un inganno o una droga se fanno dimenticare quella meta. La meta degli uomini \u00e8 il Cielo; \u00e8 la vita e non la morte. L&#8217;<em>essere per la morte<\/em> di Heidegger \u00e8 il lugubre ritratto di una umanit\u00e0 che ha smarrito la visione unitaria e spirituale del mondo; e cos\u00ec <em>lo straniero<\/em> di Camus, che non sa perch\u00e9 vive, perch\u00e9 uccide e perch\u00e9 muore; e l&#8217;uomo di Sartre, votato al Nulla, solo e disperato, che odia gli altri e maledice la propria libert\u00e0, perch\u00e9 la vive come la propria dannazione in terra, come un dono insopportabile che non desiderava, come una croce e una beffa insensata. Tutte le visioni del mondo prodotte dalla modernit\u00e0, quale per una strada, quale per un&#8217;altra, conducono allo stesso vicolo cieco: il dubbio radicale e il nulla; perch\u00e9 tutte condividono lo stesso atteggiamento di fondo: l&#8217;attaccamento nei confronti delle cose, la brama di possederle, di manipolarle, di sottometterle. La tecnologia e il culto del progresso non fanno eccezione, anzi, sono l&#8217;espressione eclatante di tale atteggiamento sbagliato, che produce una serie di distorsioni mentali e una serie di comportamenti inadeguati nei confronti della vita. Gli uomini moderni non sanno vivere la vita perch\u00e9 hanno dimenticato che viverla \u00e8 un&#8217;arte; e hanno dimenticato, o forse non hanno mai saputo, che ogni arte richiede un apprendistato, e che il vero apprendistato alla vita \u00e8 fatto di umilt\u00e0, di ascolto e di buoni esempi. Ma gli uomini moderni, gonfi di superbia per le loro cosiddette conquiste, non sanno proprio dove stiano di casa l&#8217;umilt\u00e0 e l&#8217;ascolto, e di conseguenza non si pongono mai nelle condizioni di poter imparare: di imparare la cosa essenziale, beninteso, perch\u00e9 di sciocchezze e di frivolezze ne imparano fin troppe, tutti i giorni e fin da bambini. Quanto ai buoni esempi, non che ne abbiano ricevuti molti, perch\u00e9 la generazione degli adulti \u00e8 stata la prima a cedere, a tradire, a buttare la tradizione nel cestino della carta straccia e a correr dietro a tutte le mode della modernit\u00e0, anche le pi\u00f9 stupide, le pi\u00f9 pericolose, le pi\u00f9 distruttive, a cominciare dalla pi\u00f9 diabolica di tutte: quella del consumismo, che porta via l&#8217;anima di quanti se ne fanno schiavi.<\/p>\n<p>Escludere Dio dalla propria vita, cio\u00e8 ignorare la sua legge morale, e sottomettere la natura, cio\u00e8 piegarla ai propri desideri pi\u00f9 sfrenati: ecco il programma dell&#8217;uomo moderno; che culmina nell&#8217;auto-glorificazione di s\u00e9, e che provoca naturalmente il suo inevitabile contraccolpo: l&#8217;angoscia mortale, la disperazione e il desiderio di auto-annientamento. L&#8217;uomo moderno si detesta, in fondo, perch\u00e9 si ama troppo: ma sa di amarsi nella maniera sbagliata, sa di aver perso la ragione perch\u00e9 accecato dal proprio folle narcisismo; ed \u00e8 troppo superbo, troppo orgoglioso per ammettere di aver sbagliato strada e per cercare quella giusta, dalla quale si \u00e8 discostato. Sarebbe come riconoscere il proprio fallimento: perci\u00f2, come un adolescente immaturo, \u00e8 disposto a pagare qualsiasi prezzo, anche la rovina totale del mondo che lui stesso ha costruito, piuttosto di ammettere con umilt\u00e0 e semplicit\u00e0 d&#8217;essersi completamente sbagliato. C&#8217;\u00e8, in questa cieca ostinazione nell&#8217;errore, in questa tenace perseveranza nel male, qualcosa di realmente spaventoso: \u00e8 il segno di un indurimento del cuore e di un offuscamento della mente. L&#8217;uomo moderno \u00e8, alla lettera, un ossessionato, forse un posseduto: smania per esercitare la propria signoria su tutte le cose, ma ha perso il controllo della cosa pi\u00f9 importante, se stesso. Non \u00e8 pi\u00f9 il padrone della sua stessa volont\u00e0: si \u00e8 fatto schiavo di qualcos&#8217;altro, o piuttosto di qualcun altro, di un signore potente e terribile, dai cui artigli nessuno \u00e8 mai uscito vivo, a meno che si sia gettato in ginocchio e abbia implorato l&#8217;aiuto di Dio. Ma dove trovare una simile umilt\u00e0, una simile franchezza, dopo aver coltivato con tanta pervicacia la mala pianta dell&#8217;orgoglio? La riflessione di Soffici mostra una strada per allontanarsi dal pericolo della perdita di senso e ritrovare una visione del mondo; ma non basta. La sua visione \u00e8 ancora troppo materiale, immanente. Parla, s\u00ec, del divino, ma ne parla in maniera veramente troppo umana: \u00e8 un divino umanizzato, sa di auto-divinizzazione dell&#8217;uomo: il che significherebbe ricadere nel baratro dal quale si vorrebbe emergere. No: per uscire dal vicolo cieco della modernit\u00e0, c&#8217;\u00e8 una sola strada percorribile: quella del Vangelo. \u00c8 l\u00ec che si trova ci\u00f2 di cui l&#8217;uomo ha bisogno, da sempre e per sempre: una visone unitaria e spirituale del mondo. Quella di Ges\u00f9: Dio che si fa uomo per amore&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La nostra impotenza nasce dall&#8217;oblio della visone unitaria e spirituale del mondo. 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