{"id":28421,"date":"2015-09-15T04:51:00","date_gmt":"2015-09-15T04:51:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/09\/15\/esiste-un-modo-per-risarcire-la-sofferenza\/"},"modified":"2015-09-15T04:51:00","modified_gmt":"2015-09-15T04:51:00","slug":"esiste-un-modo-per-risarcire-la-sofferenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/09\/15\/esiste-un-modo-per-risarcire-la-sofferenza\/","title":{"rendered":"Esiste un modo per risarcire la sofferenza?"},"content":{"rendered":"<p>La sofferenza pu\u00f2 essere risarcita? Ossia: esiste una maniera per restituire a chi ha molto sofferto, ci\u00f2 che ha perduto? Per esempio: ad un giovane, che ancora non si \u00e8 mai rasato la barba, ed al quale la violenza brutale della guerra ha portato via gli occhi, il bene della vista, la possibilit\u00e0 di vedere mai pi\u00f9 il mondo, i colori dei fiori, il sorriso delle ragazze: ebbene, a quel giovane \u00e8 possibile offrire, donare qualcosa che lo ricompensi, per cos\u00ec dire, che lo indennizzi, che lo risarcisca di quel bene inestimabile che ha perduto, che dia conforto allo strazio della sua vita piombata in un notte che non finir\u00e0 mai, alla sua giovinezza oltraggiata negli anni pi\u00f9 belli?<\/p>\n<p>Vale la pena di leggere questo brano del famoso scrittore inglese Somerset Maugham &#8212; autore di libri assurti al rango di classici, come \u00abIl velo dipinto\u00bb, \u00abLa luna e sei soldi\u00bb e \u00abIl filo del rasoio\u00bb -, nato da una esperienza realmente vissuta e poi narrata nel romanzo \u00abAshenden l&#8217;inglese\u00bb (titolo originale: \u00abAshenden\u00bb, traduzione di Fenisia Giannini, Milano, Garzanti, 1966, pp. 8-9):<\/p>\n<p>\u00abNel 1917 andai in Russia. Ci fui mandato per impedire la rivoluzione bolscevica e per tenere la Russia in guerra. Il lettore vedr\u00e0 come i miei sforzi non furono coronati da successo. Partii da Vladivostok per Pietrogrado.<\/p>\n<p>Un giorno, attraversando la Siberia, il treno si ferm\u00f2 in una stazione e, come al solito, i passeggeri scesero, alcuni per cercare l&#8217;acqua per il t\u00e8, altri per comprare del cibo e altri ancora per sgranchirsi le gambe. Un soldato cieco sedeva su una panca. Altri soldati sedevano accanto a lui e altri gli stavano alle spalle. Erano circa venti o trenta, con le uniformi sporche e lacere. Il soldato cieco, un tipo alto e vigoroso, era giovanissimo. Sulle sue guance, l&#8217;ombra morbida e pallida di una barba che non era stata mai rasata. Oserei dire che non aveva ancora diciott&#8217;anni. Aveva un viso largo, coi lineamenti piatti, e sulla fronte, la profonda cicatrice della ferita che lo aveva privato della vista. I suoi occhi chiusi gli conferivano un aspetto stranamente assente. Cominci\u00f2 a cantare, con una voce forte e dolce, accompagnandosi con una fisarmonica. Il treno era sempre fermo ed egli continu\u00f2 a cantare, una canzone dopo l&#8217;altra. Non capivo le parole, ma nel suo canto, selvaggio e malinconico, mi pareva di udire il grido degli oppressi: sentivo le steppe desolate e le immense foreste, lo scorrere dei larghi fiumi russi e le dure fatiche delle campagne, l&#8217;aratura della terra e la mietitura del grano, il sospiro del vento tra le betulle, i lunghi mesi del buio inverno, e le danze della donne nei villaggi, e i ragazzi che si bagnano nei ruscelli nelle notti d&#8217;estate; sentii l&#8217;orrore della guerra, le notti amare nelle trincee, le lunghe marce sulle strade fangose; e il campo di battaglia, con il terrore, l&#8217;angoscia e la morte. Era orrendo e profondamente toccante.<\/p>\n<p>C&#8217;era un berretto per terra, ai suoi piedi, e i passeggeri lo riempirono di monete. Erano stati colti tutti dalla stessa emozione di infinita compassione e di vago orrore, giacch\u00e9 c&#8217;era qualcosa di terrificante in quel viso sfigurato e cieco; sentivate che si trattava di una creatura diversa, lontana dalle gioie di questo mondo incantevole. Non sembrava pi\u00f9 umano. Gli altri soldati se ne stavano immobili, silenziosi e ostili. Il loro atteggiamento pareva pretendere come un diritto l&#8217;elemosina della folla di viaggiatori. C&#8217;era una rabbia sdegnosa da parte loro e un&#8217;incommensurabile piet\u00e0 da parte nostra, ma non un barlume di speranza che ci fosse un modo per risarcire le sofferenze di quell&#8217;uomo inerme.\u00bb<\/p>\n<p>Il passo che pi\u00f9 colpisce, in questo resoconto dai risvolti umani profondamente toccanti, \u00e8 il seguente: \u00ab&#8230;sentivate che si trattava di una creatura diversa, lontana dalle gioie di questo mondo incantevole. Non sembrava pi\u00f9 umano\u00bb; questo, infatti, \u00e8 l&#8217;effetto pi\u00f9 appariscente della sofferenza, per colui che la osserva dal di fuori e senza connettersi con il suo intimo significato: il senso di assoluta estraneit\u00e0, di lontananza siderale, addirittura di disumanit\u00e0 che essa par conferire a chi ne \u00e8 stato colpito. Infatti, quel povero soldato russo, divenuto cieco per una scheggia di proiettile e dotato di una voce meravigliosa, di una sensibilit\u00e0 canora semplice e spontanea, ma struggente, appare al raffinato intellettuale britannico come una creatura di un altro mondo: non pi\u00f9 una creatura umana, ma piovuta da chiss\u00e0 dove.<\/p>\n<p>Questa, peraltro, \u00e8 l&#8217;impressione che riceve l&#8217;osservatore esterno: che vale quello che vale, cio\u00e8 nulla, dal momento che a nessuno \u00e8 data la chiave per entrare nelle stanze pi\u00f9 segrete dell&#8217;anima altrui; figuriamoci se ci\u00f2 pu\u00f2 accadere allorch\u00e9 quell&#8217;anima \u00e8 stata visitata da una presenza inaudita, sconvolgente, trasfigurante, come lo \u00e8 la sofferenza. Se l&#8217;anima dell&#8217;altro \u00e8 sempre un mistero per ciascuno di noi, a maggior ragione lo \u00e8 l&#8217;anima che soffre: nessuno pu\u00f2 capire veramente, nessuno pu\u00f2 sapere, neppure nella maniera pi\u00f9 vaga e imprecisa, quel che accade in essa: quali cose essa veda, quali voci essa oda, quali cose percepisca, intuisca, avverta. Tutto avviene per mezzo del senso interno: nulla \u00e8 suscettibile di descrizione oggettiva, nulla pu\u00f2 essere comunicato da quell&#8217;anima stessa, anche se lo volesse, se non in termini metaforici e inappropriati. La sofferenza \u00e8 una rivelazione, e le rivelazioni non sono comunicabili.<\/p>\n<p>Ma essa \u00e8 risarcibile? Questa era la domanda che ci eravamo fatta, e vogliamo tentare di rispondere, sia pur consci della difficolt\u00e0 di un simile interrogativo. Per prima cosa, per\u00f2, dobbiamo precisare che la domanda stessa \u00e8 posta in termini ambigui e fuorvianti: si desidera risarcire qualcuno che ha subito una perdita materiale, ad esempio chi si \u00e8 visto distrutta la propria casa da una scossa di terremoto. Gi\u00e0 risarcire chi ha perso una persona cara \u00e8, evidentemente, impossibile: si pu\u00f2 tentare di consolarlo, ma <em>risarcirlo<\/em> \u00e8 semplicemente impossibile; niente e nessuno potranno mai restituirgli la presenza fisica di quella persona, che la morte ha condotto via con s\u00e9. Questo, da un punto di vista puramente umano. Ed \u00e8 qui che si vede tutta l&#8217;insufficienza, tutta la penosa inadeguatezza di un approccio puramente umano, di un orizzonte che sia e rimanga puramente immanente, al grande e solenne mistero della sofferenza.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 la sofferenza non \u00e8 un problema: posta come problema, \u00e8 assolutamente irrisolvibile; \u00e8 molto pi\u00f9 e molto peggio che uno scacco: \u00e8 una beffa, una suprema ironia. Posta come mistero, e accettata come tale, ecco che essa pu\u00f2 dischiudere una pesantissima porta bronzea, che, altrimenti, ci rimane ineluttabilmente chiusa: la porta della rivelazione. Di conseguenza, non sempre e non tutta la sofferenza ha il valore di una rivelazione; lo ha soltanto quando, e nella misura in cui, essa viene in primo luogo accettata, in secondo luogo accettata come una grazia. Che cos&#8217;\u00e8, infatti, la grazia, se non la vita soprannaturale dell&#8217;anima? Ebbene: la grazia \u00e8 quell&#8217;elemento che attiva quella vita soprannaturale, la quale esiste in ogni anima, ma, di per se stessa, permane allo stato latente. Per passare dalla potenza all&#8217;atto, la vita soprannaturale dell&#8217;anima ha bisogno che qualcosa la metta in movimento; e non pu\u00f2 farlo da sola, perch\u00e9, se lo potesse, allora vorrebbe dire che l&#8217;uomo \u00e8 capace di auto-redenzione: ma non lo \u00e8. L&#8217;uomo non pu\u00f2 redimersi da solo; da solo non pu\u00f2 n\u00e9 perdonare, n\u00e9 perdonarsi. Solamente con l&#8217;aiuto di Dio lo pu\u00f2 fare: e questo \u00e8, appunto, l&#8217;intervento provvidenziale della grazia.<\/p>\n<p>Ora, la natura umana \u00e8 tale che, senza il pungiglione della sofferenza, difficilmente l&#8217;anima si ridesta; difficilmente la coscienza si mette in discussione; difficilmente il nostro cuore di pietra si trasforma in un cuore di carne, che sente, che partecipa, che si commuove, che ama. Per amare, dobbiamo aver vissuto l&#8217;esperienza del soffrire: o, almeno, per poter amare da persone adulte; cio\u00e8 per poter amare davvero, da persone coscienti e risvegliate, e non da persone infanti, da sonnambuli che si credono svegli, ma non lo sono. Se la sofferenza non avesse altro valore, altro significato che questo, gi\u00e0 sarebbe molto, moltissimo; e gi\u00e0 questo basterebbe a rispondere alla domanda sul perch\u00e9 la sofferenza esista. Essa \u00e8 una esperienza puramente negativa solo per i duri di cuore, che a nessun patto si vogliono risvegliare; \u00e8 una esperienza puramente negativa solo per quanti sono ammalati di ipertrofia dell&#8217;ego, i quali nulla vedono e nulla sentono, se non ci\u00f2 che gratifica e carezza i loro istinti pi\u00f9 rudimentali. Per l&#8217;uomo e la donna spiritualmente evoluti, o, quanto meno, desiderosi di evoluzione e di progresso &#8212; il progresso vero, non quello che continuamente viene spacciato con questa parola, che \u00e8 solo e unicamente un accrescimento materiale e grossolano dell&#8217;ego &#8212; la sofferenza \u00e8 una benedizione. Non che la si debba cercare; ma, se arriva, non la si dovrebbe accogliere come un castigo, bens\u00ec come un privilegio.<\/p>\n<p>Non \u00e8 vero che Dio ama coloro che fa morire giovani: questa era la concezione pagana del divino, impastata di basso materialismo e di edonismo illimitato; una concezione miope e asfittica, perch\u00e9 puramente quantitativa. Al contrario: Dio ama coloro che tocca con il dito della sofferenza: perch\u00e9 disvela loro ci\u00f2 che agli altri rimane irrimediabilmente precluso; rivela ad essi il vero senso della vita e della morte. Ossia la cosa pi\u00f9 importante che \u00e8 necessario sapere per vivere bene e per morire bene, da esseri umani e non da bruti. A volte accade che un&#8217;anima giovane abbia gi\u00e0 sofferto quanto basta per risvegliarsi; ma, in generale, \u00e8 vero il contrario: occorre una vita abbastanza lunga per imparare a offrire. Per imparare a soffrire nel modo giusto. I giovani, il pi\u00f9 delle volte, sono troppo impazienti: sono bens\u00ec capaci di dedizione e di sacrificio, ma vorrebbero vedere i risultati del loro sforzo nel pi\u00f9 breve tempo possibile.<\/p>\n<p>La sofferenza, invece, \u00e8 una maestra lenta e paziente, che ha i suoi tempi, i quali sono ben diversi dai nostri; che non ci molla, se non quando \u00e8 ben sicura che abbiamo appreso la lezione &#8212; oppure quando \u00e8 ben sicura che non l&#8217;apprenderemo mai. Perch\u00e9 essa \u00e8 paziente, s\u00ec, ma non all&#8217;infinito: giunge anche per essa il momento di tirare le somme, di arrivare alla conclusione del discorso. Non pu\u00f2 aspettare all&#8217;infinito. Il pi\u00f9 delle volte, non le occorre troppo tempo per capire di che stoffa siamo fatti, e che cosa essa pu\u00f2 tirar fuori di buono da ciascuno di noi. Se insiste, \u00e8 perch\u00e9 vuole forgiarci ben bene; ma solo dopo essersi resa conto che la stoffa c&#8217;\u00e8, e che si tratta solo di rafforzarla e di migliorarla. Le basta poco per valutare se siamo suscettibili di evoluzione; se siamo disponibili a metterci in discussione, ad aprirci alla verit\u00e0.<\/p>\n<p>La verit\u00e0 \u00e8 una; ma, per noi che siamo come rane gracidanti, sprofondate nello stagno fangoso, non si presenta tutta e subito: se cos\u00ec fosse, resteremmo accecati e non vedremmo pi\u00f9 nulla, confonderemmo ogni cosa. La verit\u00e0, per noi, si presenta come un palazzo a pi\u00f9 piani, o come una torre protesa verso il cielo: essa ci invita ad entrare, a salire, e, ad ogni nuova rampa di scale che abbiamo salito, ad ogni nuovo livello che abbiamo raggiunto, essa ci si mostra un po&#8217; di pi\u00f9, e in una luce pi\u00f9 chiara ed esatta. Una vita intera non ci sarebbe sufficiente per arrivare fino alla cima, ammesso che noi la dedicassimo seriamente e interamente a questo fine; intanto, per\u00f2, ci \u00e8 dato cogliere le differenze che esistono tra una visione parziale e limitata, quale \u00e8 quella che ci si offre dai piani pi\u00f9 bassi della torre, ed una visione ampia e aperta, quale \u00e8 quella che possiamo cogliere pi\u00f9 in alto, mano a mano che ci portiamo verso i livelli superiori. Ecco perch\u00e9 la verit\u00e0, per noi, \u00e8 sempre relativa, pur essendo, in se stessa, assoluta: ma, in quanto verit\u00e0 assoluta, non avremmo neppure gli strumenti per vederla, per riconoscerla e per comprenderla. Resteremmo sconvolti: e ci\u00f2 accadrebbe perfino a quelli di noi che sono cos\u00ec forti e audaci da spingersi pi\u00f9 in alto di tutti. Ma, per quanto in alto possano spingersi gli esseri umani, non sar\u00e0 altro che un niente, uno zero, in rapporto alla verit\u00e0 tutta intera. La differenza fra la verit\u00e0 conoscibile dall&#8217;uomo e la verit\u00e0 in se stessa, infatti, non \u00e8 una differenza di ordine quantitativo, ma qualitativo: vi \u00e8 un abisso incolmabile, fra noi ed essa, che in alcun modo potremmo eludere, aggirare, colmare. Per colmarlo, abbiamo bisogno di un aiuto che scende dall&#8217;alto: abbiamo bisogno della grazia.<\/p>\n<p>Ebbene: la sofferenza appartiene a questo ordine di verit\u00e0, a questa dimensione abissale. Mai e poi mai potremo capirlo con le nostre sole forze, con la nostra sola ragione. \u00c8 inutile chiedersi, razionalmente, perch\u00e9 si soffre: perch\u00e9 soffrano un innocente, un bambino, una creatura indifesa. Ci\u00f2 non significa che non vi sia una risposta: la risposta c&#8217;\u00e8; ma non c&#8217;\u00e8 una ragione razionalmente accessibile alla mente umana. Risposta e ragione non sono sinonimi: una cosa pu\u00f2 non avere una ragione apparente, ma pu\u00f2 dare una risposta a colui che la interroga: e la sofferenza appartiene a questo ordine di cose, a questo genere di verit\u00e0. Bisogna essersi spinti almeno un poco in alto, almeno un poco oltre i piani pi\u00f9 bassi della torre, per cominciare a intuire questo fatto, per cominciare a intravedere un lembo della Verit\u00e0. E il lembo ci dice questo: che si soffre per meglio comprendere, e che si comprende per meglio amare. Chi non ha veramente sofferto, non sa che cosa significhi veramente amare. \u00c8 e resta come un bambino: ignaro del vero significato della vita. Un bambino che non crescer\u00e0 mai, per quanti libri abbia letto e per quante cose creda di aver fatto&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La sofferenza pu\u00f2 essere risarcita? Ossia: esiste una maniera per restituire a chi ha molto sofferto, ci\u00f2 che ha perduto? 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