{"id":28376,"date":"2016-06-18T05:38:00","date_gmt":"2016-06-18T05:38:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/06\/18\/uno-almeno-cera-ricordo-di-mario-rizzatti\/"},"modified":"2016-06-18T05:38:00","modified_gmt":"2016-06-18T05:38:00","slug":"uno-almeno-cera-ricordo-di-mario-rizzatti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/06\/18\/uno-almeno-cera-ricordo-di-mario-rizzatti\/","title":{"rendered":"Uno, almeno, c\u2019era: ricordo di Mario Rizzatti"},"content":{"rendered":"<p>Uno, almeno, c&#8217;era.<\/p>\n<p>Mentre un popolo intero si apprestava a sventolare fazzoletti e ad applaudire i &quot;liberatori&quot;, i quali, dopo aver bombardato dal cielo, senza misericordia, le nostre indifese citt\u00e0, e aver risalito la Penisola, stuprando le donne e distruggendo vetusti monumenti (come l&#8217;Abbazia di Montecassino), si godevano lo spettacolo della folla cenciosa che li acclamava, e distribuivano, gettandoli dalle torrette dei carri armati, cioccolata, caff\u00e8 e sigarette, come si fa coi mendicanti, almeno uno che volle battersi fino alla morte, ci fu: parliamo del maggiore Mario Rizzatti (o Rizzati), maestro friulano ultracinquantenne, che, non essendo nemmeno un fascista fanatico, dopo l&#8217;8 settembre del 1943 non volle condividere l&#8217;obbrobrio del voltafaccia e della resa incondizionata, e scelse di combattere per l&#8217;onore e la difesa della Patria invasa dagli Anglo-americani.<\/p>\n<p>Avrebbe potuto restarsene a casa, Mario Rizzatti, chiamato in famiglia <em>Mariut<\/em> (Marietto), classe 1892, friulano testardo e tenace, come tutti quelli della sua buona razza, nativo di Fiumicello, paese non lungi da Aquileia (oggi in provincia di Udine, ma, allora, sotto la giurisdizione austriaca di Gorizia), perch\u00e9 la guerra esigeva il reclutamento dei ventenni; ma i cinquantenni, no. E invece non volle tirarsi indietro, cos\u00ec come non aveva voluto tirarsi indietro, sesto di cinque figli, n\u00e9 dal lavoro, n\u00e9 dalla partecipazione all&#8217;altra guerra, quella del 1915-18.<\/p>\n<p>L&#8217;8 settembre lo aveva sorpreso in Sardegna, con il grado di maggiore, al comando del XII Battaglione della divisione <em>Nembo<\/em>, che avrebbe dovuto formare la base di una ricostituita <em>Folgore<\/em>, la gloriosa divisione di paracadutisti che aveva strenuamente combattuto a El Alamein ed era stata quasi distrutta dalla schiacciante superiorit\u00e0 dei carri armati del maresciallo Montgomery. Rizzatti era stato volontario nella Prima guerra mondiale, lui nato in territorio austriaco e sposato ad una ragazza austriaca, indi arruolato, nel luglio del 1914, sotto le bandiere dell&#8217;imperiale e regio esercito di Francesco Giuseppe (il che significa che, in caso di cattura, avrebbe fatto la fine di Cesare Battisti, Fabio Filzi e Damiano Chiesa); e l&#8217;aveva conclusa con il grado di capitano, non senza aver avuto un duro scontro con i suoi superiori per aver criticato la strategia di Cadorna, il generalissimo, basata sugli assalti frontali alle ben munite trincee austriache.<\/p>\n<p>Rizzatti non era stato un fascista della prima ora, anzi, a ben guardare, era sempre stato un patriota, un cittadino esemplare e un gran lavoratore, ma sostanzialmente apolitico. Al termine della Prima guerra mondiale, si era accostato al Partito polare; ne era uscito quando lo aveva visto imboccare, durante il &quot;biennio rosso&quot;, metodi analoghi a quelli dei socialisti; solo allora, essendo buon patriota, anche se non nazionalista, e detestando le ingiustizie sociali (cosa che lo vide sempre schierato dalla parte dei pi\u00f9 deboli, cio\u00e8 dei contadini, nei conflitti di lavoro con gli agrari) si era avvicinato al fascismo e aveva anche partecipato alla marcia su Roma. Ma non inseguiva cariche, n\u00e9 poltrone; era un uomo semplice e pulito, dalle abitudini quasi spartane; detestava la corruzione e l&#8217;inefficienza, amava la schiettezza e la verit\u00e0, era franco e leale fino alla ruvidezza: buon friulano anche in questo, perch\u00e9 il vero friulano sar\u00e0 anche burbero, talvolta, ma non colpisce mai alle spalle, e non \u00e8 solito fare dei giri tortuosi per arrivare al punto.<\/p>\n<p>Dunque, l&#8217;8 settembre, in Sardegna: i paracadutisti restano sconcertati all&#8217;annuncio dell&#8217;armistizio, quando, fino al giorno prima, il Comando supremo li aveva esortati a respingere con fermezza qualsiasi tentativo di sbarco alleato sull&#8217;isola. La <em>Nembo<\/em> si spacca in due tronconi: una parte dei paracadutisti decide di obbedire a Badoglio, un&#8217;altra, invece, di restare fedele all&#8217;alleanza con i Tedeschi. Sdegnati dall&#8217;ordine di consegnarsi a quello che, per tre anni, avevano combattuto come il mortale nemico della Patria, i &quot;repubblicani&quot; (ma la Repubblica di Sal\u00f2 deve ancora nascere; ci\u00f2 accadr\u00e0 solo il 23 settembre) decidono di restare uniti, di cooperare con i Tedeschi e di rientrare in Italia, via Corsica e sbarcando poi in Toscana: il passaggio delle Bocche di Bonifacio e la marcia attraverso le due grandi isole mediterranee, con tutto il materiale da trasportare sul continente, \u00e8 un piccolo capolavoro tattico e logistico, che, se fosse stato eseguito da truppe fedeli al Re e a Badoglio, sarebbe stato celebrato come una pagina brillante e pi\u00f9 che mai gloriosa della nascente &quot;Resistenza&quot;. Invece fu compiuto da soldati i quali, per mere ragioni di onore, scelsero di schierarsi dalla parte &quot;sbagliata&quot;, per cui \u00e8 caduto interamente nell&#8217;oblio. Nessun Romano Battaglia, nessun Giorgio Bocca lo hanno ricordato e lo hanno consegnato alla memoria ammirata del popolo italiano, quale fulgida testimonianza della rinascita morale del popolo italiano in vista della &quot;guerra di liberazione&quot; (cio\u00e8 della guerra civile, agli ordini degli ex nemici e futuri padroni di un&#8217;Italia vinta, umiliata e senza pi\u00f9 dignit\u00e0, n\u00e9 prestigio nel consesso dei popoli).<\/p>\n<p>Ecco come il saggista Antonio Frescaroli, storico e letterato privo di particolari simpatie per la destra e, quindi, insospettabile di nostalgie fasciste e di revisionismo interessato, ha ricordato, in anni non sospetti, la figura e l&#8217;opera di Mario Rizzatti (da: A. Frescaroli, <em>Sull&#8217;altra barricata: per chi combatterono?&#8230;<\/em>; in: <em>I grandi enigmi degli anni terribili<\/em>, a cura di Franco Massara, Ginevra, Editions de Cr\u00e9mille, 1970, vol. 2, pp. 160-164):<\/p>\n<p><em>Lo scoppio della guerra aveva sorpreso il signor Rizzati accanto alle sue galline. La notizia lo invest\u00ec con la violenza di una scarica. Tutte le energie che gli sonnecchiavano dentro balzarono fuori, e reclamarono la loro parte. Il 10 giugno 1940 Mario Rizzati non era gi\u00e0 pi\u00f9 giovanotto. Bench\u00e9 avesse diritto all&#8217;esonero, data l&#8217;et\u00e0, Rizzati si arruol\u00f2 nel corpo paracadutisti col radio di capitano di complemento. Era stato assegnato alla divisione Nembo. Sardegna, Corsica, Garigliano, Anzio-Nettuno. Eccolo l\u00ec, ora, il 10 marzo 1944, nell&#8217;ufficio della segreteria particolare di Mussolini, a Gargnano. \u00c8 stato convocato personalmente dal duce. Per toglierlo dal fronte, si era dovuto telefonare al maresciallo Kesselring, da cui dipendeva il battaglione &quot;Nembo&quot;. Se ne era incaricato il colonnello Jandl, ufficiale di collegamento tedesco. Rizzati aveva lasciato i suoi uomini nel fango, ed aveva intrapreso il viaggio &#8212; un viaggio piuttosto avventuroso. Lo accompagnavano due suoi ufficiali, i capitani Sala e Alvino. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Rivive nei passi di Rizzati, di questo ufficiale paracadutista, lo stile degli antichi condottieri di ventura. In pi\u00f9, a nobilitarlo, \u00e8 la fede, una specie di religione chiusa e fanatica della patria: essa fa di lui un soldato perduto. Ma che cosa vuole Mussolini da questo soldato perduto? Era stata intercettata una sua lettera, scritta dal fronte di Nettuno e indirizzata a una sua amica nel Friuli. Quest&#8217;uomo, che in vita sua non aveva mai fato politica, aveva avuto la malaugurata idea di farla in quella lettera. Rizzati non vi faceva misteri della sua poca simpatia verso il fascismo. Esprimeva anzi giudizi feroci nei confronti del partito, affermava di continuare a combattere &quot;per l&#8217;onore della bandiera&quot;, e non certo per &quot;i carrieristi di Sal\u00f2 e per quella maddalena pentita di Mussolini&quot;. La &quot;Maddalena pentita&quot; si sente offesa. Chi era colui che osava? La lettera, diligentemente censurata, era finita sul tavolo di Mussolini, che l&#8217;aveva letta tra il sorpreso e l&#8217;irato. Lo aveva fatto chiamare. Il penoso compito di contestare al suo autore il foglio incriminato \u00e8 affidato al segretario del gabinetto particolare del duce. Gliela mostra. &quot;\u00c8 vostra?&quot; Rizzati prende la lettera, la rilegge attentamente, con calma, senza scomporsi minimamente. Poi, come se nulla fosse, e con la massima tranquillit\u00e0: &quot;S\u00ec &#8212; dice &#8212; \u00e8 mia. La riconosco scritta di mio pugno. Non ho nulla n\u00e9 da togliere n\u00e9 da aggiungere&quot;. &quot;Se ho compiuto un reato &#8212; aggiunge subito &#8212; per aver manifestato ci\u00f2 che penso, ebbene sono qui per scontarlo.&quot;. parole chiare: ma il segretario di Mussolini vuol sapere qualcosa di pi\u00f9. Che c&#8217;era da sapere? Come la pensassero suoi uomini? Se era questo che premeva, fosse ben chiaro che il suo &quot;stato d&#8217;animo&quot; non era affatto non era affatto diverso da quello degli ufficiali e dei soldati della &quot;Nembo&quot;. E quasi per chiarire bene il pensiero: &quot;Il mio battaglione .- dice candendo bene le parole &#8212; combatte da anni: i morti ormai sono assai pi\u00f9 numerosi dei vivi, e i vivi continuano a morire: siamo nella sabbia e nel fango, privi di tutto; ci allacciamo le scarpe con lo spago, le giberne con il filo di ferro, e spariamo perch\u00e9 non vogliamo che nessuno abbia il diritto di dire che gli italiani sono tutti vigliacchi!&#8230; Conosciamo soltanto l&#8217;Italia, e credo che questo dovrebbe bastare!&quot;. Non bastava. O meglio, s\u00ec bastava. Insomma, non si sa che cosa fare di quest&#8217;uomo. Dolfin riferisce a Mussolini, edulcorato e disciolto in perifrasi, il nudo, rude pensiero di questo ufficiale insofferente all&#8217;ideologia. Prega il duce di riceverlo. Mussolini sembra propenso, ma esige prima una lettera di scusa. \u00c8 una parola. Ci vuole un&#8217;intera notte per convincere l&#8217;ufficiale ribelle a scrivere qualche riga di ritrattazione: &quot;Sapete, una formalit\u00e0&quot;. La riunione dura fino alle due del mattino. Rizzati scrive e straccia almeno una decina di lettere. &quot;Non voleva chiarire nulla &#8212; scrive Dolfin &#8212; perch\u00e9 a lui tutto sembrava assai chiaro&quot;. Finalmente, con l&#8217;aiuto anche del colonnello Jandl, si riesce a mettere in piedi bene o male una lettera: non ritrattava niente, anzi, il tomo non era n\u00e9 affettuoso n\u00e9 cordiale, ma niente critiche a Mussolini. Al mattino la lettera viene portata al duce. &quot;Questo Rizzati \u00e8 un cocciuto, un testardo&#8230; ma \u00e8 un italiano, uno di quegli italiani che sanno ancora scrivere la storia&quot;. Mussolini \u00e8 sempre lui: sa sempre trovare le parole giuste al momento giusto. Ma con altrettanta facilit\u00e0 non sa trovare il gesto giusto per la persona giusta. L&#8217;orgoglio ferito gli imped\u00ec di ritrovare nell&#8217;umilt\u00e0 un lembo di autentica grandezza. &quot;Ma s\u00ec, lasciatelo andare&quot;. Vuole per\u00f2 che si faccia sapere a quel &quot;testardo&quot; che il suo battaglione avr\u00e0 d&#8217;ora innanzi tutto ci\u00f2 di cui necessita: &quot;E ditegli anche che considero lui e i suoi uomini come i primi italiani&quot;. Rizzati ascolta. Non pare affatto sorpreso che l&#8217;incidente finisca cos\u00ec. Ma, prima di andarsene, ha un istante di perplessit\u00e0. &quot;Ringraziate Mussolini per i miei soldati e ditegli che noi continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, e cio\u00e8 il nostro dovere&quot;. Quindi, mentre sta per infilare la porta: &quot;Chi sa perch\u00e9 &#8212; si chiede con voce velata da una strana tristezza &#8212; chi sa perch\u00e9, ora che sono qui e dopo un viaggio cos\u00ec lungo, Mussolini non ha voluto ricevermi! Avrei avuto piacere di vederlo. Non lo conosco&quot;. L&#8217;indomani Mussolini chiede a Dolfin se Rizzati \u00e8 partito. &quot;Gli risposi di s\u00ec e mi parve contrariato&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Forse la notte aveva placato l&#8217;orgoglio del dittatore. E forse avrebbe voluto conoscere, guardar negli occhi quest&#8217;uomo, questo &quot;cocciuto d&#8217;italiano&quot;, che lo aveva offeso, che non si era voluto piegare davanti ala sua presunzione, ma che intanto restava uno dei pochi che andavano a combattere per lui. E a morire per lui. Dopo la puntata a Sal\u00f2, Rizzati torna al suo battaglione (lo chiamano &quot;battaglione Rizzati&quot;), impantanato a Nettuno, e prosegue la lotta. Dopo lo sfondamento del fronte il battaglione contrasta duramente l&#8217;avanzata delle colonne americane su Roma. Quasi tutti muoiono tra il mare e le porte della Citt\u00e0 Eterna. Il reparto, tagliato fuori, era rimasto insaccati tra Castel Porziano, Castel di Decima e l&#8217;Ostiense, nel tentativo di coprire la ritirata dei tedeschi. Questi si erano gi\u00e0 portati al di l\u00e0 del Tevere. Il gruppo Rizzati \u00e8 raggiunto da una colonna di autoblindo inglesi. Cercano di snidarlo. Invano. Allora gli rovesciano sopra tutto il fuoco dei carri e della artiglierie a disposizione. Quindi avanzano. La prima ondata \u00e8 respinta. Durante il secondo attacco, Rizzati, che dirige allo scoperto l&#8217;azione, viene a trovarsi improvvisamente a ridosso di un&#8217;autoblindo inglese, proprio davanti al cannoncino. \u00c8 abbattuto in mezzo alla strada, cade con il petto squarciato.<\/em><\/p>\n<p>Fino all&#8217;ultimo, Mario Rizzatti si era battuto da eroe, alla testa dei suoi soldati, che lo adoravano e grazie al cui esempio avevano dimenticato, per settimane, le fatiche e i pericoli, cos\u00ec come non si erano fatti prendere dallo scoraggiamento per l&#8217;assoluta mancanza di tutto ci\u00f2 che rende la guerra una cosa sopportabile, mentre gli Angloamericani, nelle loro trincee ben protette grazie all&#8217;artiglieria pesante, oltre che al dominio assoluto dell&#8217;aria, non mancavano di nulla: n\u00e9 di armi efficienti, carri armati, artiglieria, munizioni, camion, benzina, pezzi di ricambio; n\u00e9 di buone uniformi, scarponi, coperte, ospedali da campo con medici, infermiere, strumenti chirurgici, cloroformio, bende, disinfettanti e medicinali; n\u00e9, infine, pasti caldi, tende e sacchi a pelo per ripararsi dalla pioggia e dall&#8217;umidit\u00e0, sigarette, caff\u00e8, birra, liquori, cioccolata e dolciumi. E da eroe, Mario Rizzatti aveva affrontato la morte; anzi, le era andato incontro, lucido e determinato, vedendo che il suo intervento in primissima linea era il solo gesto che avrebbe potuto trasmettere ai suoi uomini l&#8217;ardore necessario per affrontare l&#8217;ennesima, impari battaglia.<\/p>\n<p>Quando i giganteschi carri armati <em>Sherman<\/em> avevano agganciato il suo reparto, schierato a copertura dell&#8217;Urbe e privo di artiglieria controcarro, senza esitare un attimo si era fatto incontro al nemico, impugnando il mitra e le bombe a mano e colpendo il primo mezzo della colonna nemica: ma il secondo lo aveva ucciso sul posto. Subito dopo, trascinati dal suo esempio, i sessanta uomini della riserva tattica, guidati dal capitano Sala, avevano colpito e inchiodato sia il carro di testa che il carro di coda, bloccando l&#8217;intera colonna e inquadrandola sotto il fuoco. Fu un ultimo, magnifico episodio di valore: uno di quegli episodi di eroismo nascosto, quasi anonimi, che, se si fossero verificati sul Monte Grappa o sul fiume Piave nel 1918, sarebbero poi passati sulle pagine dei libri di storia, per celebrare l&#8217;ardimento e lo sprezzo della morte da parte di un&#8217;intera generazione d&#8217;Italiani. Ma i soldati della <em>Nembo<\/em>, come quelli della <em>Folgore,<\/em> non ebbero mai un tale riconoscimento, n\u00e9 avrebbero potuto riceverlo, perch\u00e9, secondo la storiografia &quot;ufficiale&quot;, quella <em>politically correct<\/em>, essi avevano combattuto, s\u00ec, con valore innegabile e anche con una indubbia carica d&#8217;idealismo, ma avevano combattuto, irreparabilmente, dalla part &quot;sbagliata&quot; della barricata. Il loro sacrificio, dunque &#8211; sempre a detta degli storici politicamente corretti, quelli che parlano solo di Resistenza e di Liberazione, mai per\u00f2 di guerra civile -, non era servito assolutamente a nulla, nemmeno a far aprire loro gli occhi&#8230;<\/p>\n<p>Sul luogo ove era caduto, in tenuta Vaselli, macchiando il terreno col suo sangue, il 4 giugno 1944, mani grate e pietose vollero porre una lapide con la seguente dedica: <em>Pro itala gente contra hostes bellique desultores militum ductor bellum strenuissimo ad Urbem defendendam Mario Rizzatti<\/em> (al comandante Mario Rizzatti, caduto dopo uno strenuo combattimento in difesa di Roma, nel nome della gente italica contro i nemici e i traditori). Pi\u00f9 tardi, il corpo, seppellito in fretta, verr\u00e0 riesumato, parzialmente cremato e, da ultimo, seppellito nel cimitero romano del Verano, ma in una fossa comune.<\/p>\n<p>Poche manciate di minuti dopo la sua morte, le prime colonne dei &quot;liberatori&quot; entravano rombando, festose, per le vie di Roma. Alla loro testa, quelle truppe &quot;francesi&quot; del generale Alphonse Junin, formate in realt\u00e0 soprattutto da coloniali marocchini, le quali, dopo la battaglia di Montecassino, avevano festeggiato la loro vittoria stuprando migliaia di donne italiane, e anche un certo numero di uomini, lungo la valle del fiume Liri.<\/p>\n<p>Rizzatti e i suoi, insieme a pochi altri Italiani e alle forze tedesche, avevano fatto scudo per nove mesi, trattenendo un esercito nemico immensamente superiore sotto ogni punto di vista, tranne, probabilmente, quello morale. Se cos\u00ec non fosse stato, riuscirebbe militarmente inspiegabile che quell&#8217;esercito d&#8217;invasione, il pi\u00f9 potente che fino ad allora si fosse visto, fosse rimasto inchiodato per un tempo cos\u00ec lungo, pur potendo far affluire sempre nuovi uomini e mezzi, in sostituzione di quelli che la guerra, Moloch immane ed ingordo, ingoiava continuamente.<\/p>\n<p>Ne avessimo ancora, d&#8217;Italiani tutti d&#8217;un pezzo, come quel cocciuto friulano di cinquant&#8217;anni suonati, che prefer\u00ec farsi ammazzare, con le armi in pugno, piuttosto che assistere al disonore della Patria, senza muovere un dito per difenderla&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Uno, almeno, c&#8217;era. 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