{"id":28374,"date":"2008-09-28T09:24:00","date_gmt":"2008-09-28T09:24:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/09\/28\/il-passato-riappare-nel-ricordo-o-il-ricordo-ci-restituisce-leterno-presente\/"},"modified":"2008-09-28T09:24:00","modified_gmt":"2008-09-28T09:24:00","slug":"il-passato-riappare-nel-ricordo-o-il-ricordo-ci-restituisce-leterno-presente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/09\/28\/il-passato-riappare-nel-ricordo-o-il-ricordo-ci-restituisce-leterno-presente\/","title":{"rendered":"Il passato riappare nel ricordo o il ricordo ci restituisce l&#8217;eterno presente?"},"content":{"rendered":"<p>Scende lunga e buia la sera d&#8217;autunno, con le sue ombre che odorano di vendemmia, con la precoce umidit\u00e0 che annuncia il netto cambiamento di stagione.<\/p>\n<p>Nuvole turchine e violette si stagliano come scolpite all&#8217;orizzonte, sopra i monti, contro un cielo al tramonto di colore sanguigno.<\/p>\n<p>E i ricordi, improvvisi, inattesi, si affollano alla coscienza: non ampi e dettagliati, ma a sprazzi, lampeggianti come un temporale estivo; scaglie, spezzoni di ricordi: non propriamente ricordi, ma odori, luci, frammenti di ricordi, minuscole gocce come la spuma dell&#8217;onda quando si frange sugli scogli. Non un discorso, ma parole; non parole, ma singole lettere; nemmeno: suoni fugaci, sospiri, silenzi carichi di non detto, di inesprimibile.<\/p>\n<p>Quel cavalcavia, laggi\u00f9 presso la stazione; quel viale di alti bagolari; quel profumo di cachi, simili a gocce d&#8217;oro fra i rami; quell&#8217;odore di vernice fresca, delizioso; le note di quella piacevole canzone che indugiano, indefinite, nella mente; quelle luci delle insegne dei negozi, nella sera che avanza; quella busta di carta da lettere, con il disegno stilizzato di una ragazza con le trecce, intenta a scrivere; quella maniglia del cancelletto, nella casa di campagna, a forma vagamente di conchiglia; e il crepitare delle caldarroste sulla pentola, l\u00e0 sotto gli alberi, e poi il cartoccio caldo, quasi bollente fra le mani&#8230;<\/p>\n<p>Ed ecco la strada del vecchio borgo, fra le antiche case coi balconi e le scale esterne di legno, come si usa in montagna, dove il tempo sembra essersi fermato; quelle care, vecchie bottegucce povere e mal messe, ma piene di umanit\u00e0 e di calore; quella vecchietta infagottata nel suo gran scialle di lana, che ti serve ansimando, e poi conta uno ad uno i rotolini di liquirizia e il mandorlato custodito in bocce di vetro: ghiottonerie che fanno venire l&#8217;acquolina in bocca a un bambino che \u00e8 felice di cos\u00ec poco, in fondo: e pi\u00f9 dell&#8217;atmosfera, che della cosa in s\u00e9&#8230;<\/p>\n<p>E quella piccola vetrina incassata nel muro, stranamente lontana dal negozio di giocattoli, simile a una finestra spalancata sul regno incantato dell&#8217;immaginazione, dietro la quale stanno schierati in bella mostra, su dei ripiani di cristallo, indiani e cow-boys di terracotta, in sella ai loro cavallucci ben dipinti; in quella certa sera d&#8217;estate, con la luce della luna che la fascia di splendore nel suo manto regale&#8230;<\/p>\n<p>E, ancora, quel cielo al tramonto, simile a questo di oggi (ecco, forse, il legame!), che si staglia contro gli alberi e gli edifici, quasi in procinto di gridare addio, come qualcuno che parta in mare per un lungo, lungo viaggio; quel riflesso della luce sui vetri; quei giardini e quegli orti che s&#8217;intuiscono dietro i muri bassi e in fondo ai cortili acciottolati&#8230;<\/p>\n<p>Il ricordo!<\/p>\n<p>Filosofi e psicologi si sono affannati per tentare di spiegarlo; e, in genere, lo hanno interpretato come un ripresentarsi di esperienze passate, sul filo della memoria: come un frammento del passato che ritorna alla coscienza mediante una operazione della mente.<\/p>\n<p>Il filosofo Giovanni Piana, nel suo libro <em>Elementi per una dottrina dell&#8217;esperienza<\/em> (Il Saggiatore, Milano, 1979, pp. 74-75), si \u00e8 particolarmente occupato del problema, e ha fatto su di esso alcune osservazioni penetranti.<\/p>\n<p><em>Volgiamo lo sguardo indietro, nel tempo, e il passato<\/em> riappare. <em>Riappare la figura che ci \u00e8 stata mostrata qualche giorno fa, riviviamo un episodio da tempo trascorso, le nostre esperienze passate. Ma naturalmente ci\u00f2 non significa che nel ricordo vi sia una effettiva ripetizione dell&#8217;esperienza. Questo \u00e8 ovvio. Ma allora che cosa significa qui \u00abriapparire\u00bb? In che modo possiamo parlare di una<\/em> presenza<em>, nel ricordo, riferendoci a qualcosa che \u00e8 in ogni caso assente e trascorsa? Ci\u00f2 che era ovvio, ci pu\u00f2 sembrare all&#8217;improvviso misterioso.<\/em><\/p>\n<p><em>Senza dubbio, alcune spiegazioni sono qui necessarie. Tuttavia dovremmo evitare di conferire a problemi che pongono nient&#8217;altro che compiti descrittivi, la forma di enigmi che sono, in realt\u00e0, giocati solo sulle parole.<\/em><\/p>\n<p><em>Ci\u00f2 pu\u00f2 accadere proprio a questo punto: il fatto in se stesso ovvio che la presenza del contenuto memorativo non possa essere intesa come una presenza \u00abautentica\u00bb, potrebbe essere proposto come una difficolt\u00e0 di cui \u00e8 necessario in qualche modo venire a capo. Ed ancora una volta potrebbe sembrare un&#8217;idea buona quella di trarre profitto dall&#8217;<\/em>analogia <em>con le raffigurazioni. Proprio perch\u00e9 il riapparire del passato non pu\u00f2 essere inteso come un&#8217;autentica ripetizione, ci\u00f2 che appare non pu\u00f2 essere altro che un&#8217;immagine di esso. In un senso certamente non letteralmente identico a ci\u00f2 che intendiamo propriamente con raffigurazione: ma questa nozione pu\u00f2 essere esplicitamente richiamata per fornire una sorta di illustrazione analogica del rapporto che il ricordo istituisce con il passato. Ci potremo allora avvalere sia della struttura di riferimento, sia della \u00abpovert\u00e0\u00bb essenziale della raffigurazione. Abbiamo l&#8217;impressione che \u00abil ricordo sia un tipo di esperienza in certa misura secondaria in confronto a quella della realt\u00e0 presente. Diciamo: &quot;Di questo possiamo avere solo un ricordo&quot;. Come se il ricordo fosse, in senso primario, un&#8217;immagine un po&#8217; pallida e incerta di ci\u00f2 che originariamente fu davanti a noi in piena chiarezza\u00bb. (Wittgenstein,<\/em> Osservazioni filosofiche<em>, trad. it., Einaudi, 1976, oss. 5, p. 39).<\/em><\/p>\n<p><em>Si comincia dunque con il dire: nel ricordo un evento passato si ripresenta in quanto passato. Ma se il passato \u00e8 passato come pu\u00f2 essere presente e per di pi\u00f9 come passato? Come \u00e8<\/em> possibile <em>questo? Come facciamo a<\/em> capire <em>una cosa simile? L&#8217;analogia con le raffigurazioni dovrebbe indicarci la via per uscire dal vicolo cieco.<\/em> Solo <em>un&#8217;immagine del passato \u00e8 presente,<\/em> e non il passato stesso.<\/p>\n<p><em>Abbiamo cos\u00ec risolto un enigma che non esiste. Abbiamo ottenuto chiarezza solo facendo grandi confusioni. Infatti non vi \u00e8 dubbio che ci\u00f2 che contraddistingue la percezione del ricordo non \u00e8 certamente la questione dell&#8217;immediatezza. Il riferimento alle raffigurazioni ci deve servire per sottolineare che se parliamo di immagini, non possiamo intenderle, n\u00e9 nell&#8217;uno n\u00e9 nell&#8217;altro caso, secondo il rapporto istituito dalle sintesi raffigurative.<\/em><\/p>\n<p><em>Dovremmo dire piuttosto: ci\u00f2 che caratterizza questa<\/em> presenza <em>\u00e8 proprio il fatto che l&#8217;evento \u00e8<\/em> passato<em>. E di ci\u00f2 non \u00e8 il caso di meravigliarsi. Altrimenti dovremmo meravigliarci anche del fatto che io sono<\/em> qui <em>e la sedia \u00e8<\/em> l\u00e0, eppure <em>la percepisco. Invece dobbiamo meravigliarci soltanto di questo<\/em> eppure <em>e declinare ogni responsabilit\u00e0 della meraviglia che esso esprime.<\/em><\/p>\n<p><em>Se in luogo di costruire enigmi, ponendo strani problemi di intellegibilit\u00e0, ci atteniamo allo statuto descrittivo dell&#8217;esperienza del ricordo, in essa non troviamo nessun rapporto di riferimento tra una cosa ed un&#8217;altra, nessun effetto raffigurativo, nessuna immagine. Non vi sono<\/em> idee <em>della memoria, ma solo<\/em> cose <em>che si ricordano. L&#8217;albero che ora ricordo \u00e8 proprio quell&#8217;albero che vidi l&#8217;altro giorno in giardino e che probabilmente si trova tuttora al suo posto. La melodia che ora mi torna in mente \u00e8 la melodia che ieri ho udito, e se dico \u00abora mi torna in mente\u00bb, ci\u00f2 significa solo che la ricordo e non che essa, fra ieri e oggi, \u00e8 diventata una cosa dentro la mia mente.<\/em><\/p>\n<p>Ci sia concesso di dissentire radicalmente, tuttavia, da questa impostazione della questione del ricordo.<\/p>\n<p>Se \u00e8 vero, infatti, che <em>\u00abnon vi sono<\/em> idee <em>della memoria, ma solo<\/em> cose <em>che si ricordano<\/em>\u00bb, allora ci\u00f2 che si ricorda \u00e8 la cosa stessa; dunque, il ricordo non \u00e8 la memorazione di immagini, suoni, odori, colori, sapori, ecc.; bens\u00ec la presentificazione di oggetti, di oggetti reali, che sono qui e ora: cose, appunto, e non idee, cio\u00e8 copie sbiadite delle cose.<\/p>\n<p>Ma come \u00e8 possibile che il ricordo ci fornisca delle cose, dei contenuti concreti, se quei contenuti appartengono al passato?<\/p>\n<p>Secondo il modo di vedere tradizionale, il presente \u00e8 il piano di realt\u00e0 reale, mentre il passato \u00e8 un piano di realt\u00e0 inattuale, dismesso, quindi irreale: un non essere, o, quanto meno, un non-pi\u00f9 essere (e il futuro sarebbe ugualmente un non essere, ma nel senso di non-ancora essere). Non \u00e8 molto chiaro, per\u00f2, se la intendiamo in questo modo, come l&#8217;essere diventi non essere (dal presente al passato), n\u00e9 come il non essere diventi essere (dal presente al futuro). E, di conseguenza, non \u00e8 affatto chiaro come l&#8217;isola del presente si possa reggere sull&#8217;oceano \u00abvuoto\u00bb del non essere (non pi\u00f9 essere e non ancora essere).<\/p>\n<p>Se il passato fosse realmente passato (e lasciando perdere, in questa sede, il problema del futuro, che non ci riguarda), di esso dovremmo parlare come di qualcosa che ha cessato di esistere, dunque come di qualcosa che pu\u00f2 esistere solo nel ricordo, come immagine sbiadita e attenuata di ci\u00f2 che, un tempo, era presente. Questa, lo abbiamo visto, \u00e8 la riflessione di Wittgenstein sulla natura del passato.<\/p>\n<p>Ma \u00e8 proprio cos\u00ec?<\/p>\n<p>Prendiamo il caso di una melodia udita tanti anni prima, e che ci ha colpito, per qualche ragione, tanto da imprimersi bene nella nostra coscienza. Ora noi la <em>ricordiamo.<\/em> Vogliamo con ci\u00f2 dire che ne ricordiamo l&#8217;idea? No, perch\u00e9 nell&#8217;atto stesso di ricordarla, noi non la stiamo ricordando come idea, ma come cosa: dunque, non la stiamo ricordando, ma ne stiamo facendo l&#8217;esperienza <em>al presente<\/em>. Intendiamo con ci\u00f2 dire che, adesso, quella melodia non \u00e8 soltanto &#8211; pi\u00f9 o meno sbiadita &#8211; un fatto del ricordo di qualcosa che non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9, ma una <em>esperienza<\/em> viva e attuale, <em>l&#8217;esperienza<\/em> di una cosa che esiste, qui e adesso.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, se fosse vero ci\u00f2 che afferma Giovanni Piana, e cio\u00e8 che <em>\u00abil riapparire del passato non pu\u00f2 essere inteso come un&#8217;autentica ripetizione\u00bb<\/em> e che, di conseguenza, <em>\u00ab ci\u00f2 che appare non pu\u00f2 essere altro che un&#8217;immagine di esso\u00bb<\/em>, allora che differenza ci sarebbe fra il concetto di <em>idea<\/em> e quello di <em>immagine<\/em>? Infatti, abbiamo appena visto che i contenuti del fatto memorativo non sono idee, bens\u00ec cose. E a noi, francamente, questo non pare che sia un falso problema o un gioco di parole; ci sembra, invece, che sia una questione di concetti.<\/p>../../../../n_3Cp>Secondo Piana, l&#8217;albero <em>ricordato<\/em> \u00e8 divenuto una cosa dentro la mia mente; egli ammette, al tempo stesso, che si tratta proprio di quello stesso albero <em>\u00abche vidi l&#8217;altro giorno in giardino e che probabilmente si trova tuttora al suo posto\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Dunque, l&#8217;albero del ricordo non \u00e8 un&#8217;idea, ma una cosa, una cosa <em>dentro la mia mente<\/em> (il che non \u00e8 lo stesso che dire: <em>della mia mente<\/em>); ed \u00e8 una cosa perfettamente identica a quella di cui abbiamo fatta l&#8217;esperienza in precedenza, tanto da poterne fare anche oggetto di previsione per il futuro (sostenendo che, se torneremo in quello stesso luogo, probabilmente vedremo la stessa cosa sempre l\u00ec, nel posto che occupava prima).<\/p>\n<p>Bisogna chiarire, peraltro, che quando diciamo che i <em>contenuti del ricordo<\/em> sono cose, e non idee (nel senso che gli empiristi inglesi e Hume davano alla parola \u00abidee\u00bb, ossia impressioni, riflessi della realt\u00e0 immediata), non intendiamo dire che sono cose in senso materiale, o cose autosussitenti. La loro esistenza dipende dalla nostra facolt\u00e0, sia volontaria che involontaria, di memorarle, ossia di chiamarle, per cos\u00ec dire, presso di noi. Tuttavia &#8211; e questo \u00e8 il punto centrale dell&#8217;intera questione &#8211; nemmeno le cose dell&#8217;esperienza sono tali in senso materiale.<\/p>\n<p>Gli empiristi &#8211; come bene aveva visto Berkeley &#8211; non sono mai stati abbastanza coerenti, non sono mai andati sino in fondo alla loro concezione filosofica. Se lo avessero fatto, avrebbero dovuto pur convenire che n\u00e9 le cose le quali ci si rivelano nell&#8217;esperienza ordinaria, n\u00e9 quelle che ci sono date nella nostra vita mentale, sono concepibili dalla nostra mente <em>come se esistessero veramente al di fuori di essa<\/em>. Di fatto, noi le percepiamo sempre all&#8217;interno della nostra mente; e non siamo in grado di dire assolutamente nulla di ci\u00f2 che avviene al di fuori di essa.<\/p>\n<p>Eppure &#8211; si dir\u00e0 &#8211; le cose che ci si offrono nella mente &#8211; sia quando le evochiamo volontariamente, mediante il ricordo o l&#8217;immaginazione, sia quando ci si presentano spontaneamente, non chiamate in maniera cosciente e, a volte, perfino <em>contro<\/em> la nostra stessa volont\u00e0, possiedono, per cos\u00ec dire, una consistenza soggettiva; mentre quelle dell&#8217;esperienza immediata dei sensi appartengono a un piano oggettivo di realt\u00e0.<\/p>\n<p>Pu\u00f2 darsi; ma quali prove abbiamo che ci\u00f2 sia vero?<\/p>\n<p>Noi siamo nella condizione di chi non pu\u00f2 sperimentare la realt\u00e0 in maniera diretta e immediata, ma solo in maniera mediata e indiretta (si ricordi il mito platonico della caverna). Di conseguenza, nulla possiamo dire di quello che c&#8217;\u00e8 fuori della nostra mente, ossia della <em>cosa in s\u00e9.<\/em><\/p>\n<p>Non vogliamo, con questo, negare che la cosa in s\u00e9 esista: la possiamo dedurre quale principio logico e necessario dell&#8217;esistente, non foss&#8217;altro di quella particolare forma di esistente che \u00e8 la nostra coscienza, ossia della consapevolezza che la nostra mente ha di s\u00e9 medesima. Dunque, la cosa in s\u00e9 non \u00e8 altro che l&#8217;Essere: l&#8217;Essere, grazie al quale esistono le cose che esistono, e senza del quale nulla esisterebbe, perch\u00e9 nessun esistente \u00e8 in grado di darsi l&#8217;esistenza da se stesso.<\/p>\n<p>Se le cose si danno la pena di esistere; se, in luogo del nulla, c&#8217;\u00e8 qualche cosa (per quanto noi fatichiamo molto a definire meglio la specificit\u00e0 di questo <em>qualcosa<\/em>), allora vuol dire che la realt\u00e0 \u00e8 stata tratta dal non-essere all&#8217;essere per mezzo di un principio assoluto: la Cosa in S\u00e9, l&#8217;Essere necessario e, quindi, definibile con la E maiuscola.<\/p>\n<p>Ci avviamo a concludere.<\/p>\n<p>Tanto le cose della realt\u00e0 \u00abesterna\u00bb (gli enti cosiddetti materiali), quanto le cose della realt\u00e0 \u00abinterna\u00bb (presenti come realt\u00e0 nella mente: sogni, ricordi, fantasie, idee) non ci sono date direttamente, e noi possiamo farne solamente una esperienza indiretta. I contenuti del ricordo, sotto questo punto di vista, non differiscono sostanzialmente dai contenuti immediati della vista, dell&#8217;udito, del tatto, ecc. L&#8217;albero del ricordo non \u00e8 meno reale dell&#8217;albero del giardino; e, del resto, il fatto che ci si possa presentare alla memoria anche da se stesso, non chiamato volontariamente, suggerisce che esso non \u00e8 meno <em>sostanziale<\/em> dell&#8217;altro.<\/p>\n<p>Ma, in effetti, entrambi sono cose esistenti nella nostra mente: dunque, se non \u00e8 una cosa concreta e materiale l&#8217;albero del ricordo, non lo \u00e8, propriamente parlando, neppure quello del giardino. La differenza che passa tra l&#8217;albero del ricordo (o anche del sogno) e quello del giardino, non \u00e8 di natura qualitativa, ma quantitativa: \u00e8 una differenza di spessore percettivo, non di spessore ontologico. Entrambi hanno (forse) il proprio <em>noumeno<\/em> fuori di noi; ma entrambi possono essere da noi esperiti solo e unicamente all&#8217;interno della nostra mente.<\/p>\n<p>Ecco, dunque, che ci si disvela l&#8217;effettiva condizione del nostro essere chiamati nel mondo: che non \u00e8 finalizzata n\u00e9 al pensiero assoluto (sopravvalutato dai razionalisti, da Cartesio a Hegel e oltre), n\u00e9 all&#8217;azione assoluta (sopravvalutata dagli empiristi (da Locke a Marx a Russell), ma piuttosto alla <em>contemplazione<\/em>, grata e amorevole, dell&#8217;esistente: unica via a noi dischiusa per il reintegro nell&#8217;Essere, dal quale procediamo e al quale aspiriamo ardentemente a ritornare.<\/p>\n<p>\u00c8 ben per questa convinzione che abbiamo a suo tempo sostenuto, nell&#8217;articolo <em>L&#8217;amore \u00e8 un dono irrevocabile che, una volta offerto, non potr\u00e0 mai pi\u00f9 essere ripreso<\/em> (consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice), che nessuna forza al mondo sar\u00e0 mai in grado di \u00abtogliere\u00bb, e tanto meno di cancellare, il sentimento dell&#8217;amore che sia stato nutrito per qualcuno o per qualcosa. Esso, infatti, continuer\u00e0 a vivere nella parte pi\u00f9 profonda dell&#8217;amante, a dispetto del fatto che la persona (o la cosa) amata non sia pi\u00f9 tale; e, quanto al passare del tempo, esso non conta affatto, perch\u00e9 l&#8217;amore conosce un solo e unico tempo: il presente.<\/p>\n<p>Abbiamo anche sostenuto che non si pu\u00f2 parlare dell&#8217;amore al passato o al futuro; l&#8217;amore <em>\u00e8<\/em>, semplicemente; e, se \u00e8, allora \u00e8 sottratto allo scorrere del tempo, e accompagner\u00e0 fedelmente l&#8217;amante fino all&#8217;ultimo istante della sua vita &#8211; e oltre.<\/p>\n<p>Ebbene: la stessa cosa vale per qualunque <em>contenuto<\/em> dei ricordi (non per i ricordi in s\u00e9, i quali costituiscono solo il mezzo, il veicolo per richiamare determinati contenuti). In un certo senso, chi ricorda qualche cosa compie una operazione molto simile alla magia: <em>evoca<\/em> cose (apparentemente) lontane, le costringere a obbedire ad un richiamo irresistibile.<\/p>\n<p>Ma, in effetti, quelle cose sono sempre state qui, accanto a noi; solo che non ce ne eravamo accorti. Se, infatti, la contemplazione \u00e8 la forma necessaria del nostro esserci nel mondo, allora per essa vale esattamente quanto detto a proposito dell&#8217;amore: che non conosce altro tempo verbale all&#8217;infuori del presente, un eterno e necessario presente.<\/p>\n<p>Tutto <em>\u00e8<\/em> (come voleva Parmenide); il passato e il futuro non sono altro che illusioni della nostra prospettiva. Ricordare, quindi, non vuol dire richiamare ci\u00f2 che non \u00e8 pi\u00f9, ma rendere visibile ci\u00f2 che \u00e8 sempre stato presente.<\/p>\n<p>E, a quanti obiettassero che ci\u00f2 significherebbe istituire un legame indissolubile anche con le cose che odiamo e che vorremmo cancellare per sempre dalla nostra memoria, dobbiamo rispondere che, agli occhi di colui che ha raggiunto la perfetta trasparenza della contemplazione, non esistono cose odiose o che si desidera dimenticare, perch\u00e9 l&#8217;essenza dell&#8217;autentica contemplazione \u00e8 l&#8217;<em>equanimit\u00e0<\/em> verso le cose. Le quali sono <em>tutte<\/em> preziose e necessarie per la crescita della nostra consapevolezza; e proprio il volerne conservare alcune ed estirparne altre \u00e8 il segno visibile della nostra inadeguatezza, della nostra immaturit\u00e0 e della nostra sterile sofferenza. I nostri sforzi disperati per liberarci dai ricordi sgradevoli, infatti, somigliano molto a quelli di colui il quale volesse strappare via da s\u00e9 la propria stessa anima.<\/p>\n<p>Solo quando saremo riusciti ad accettarci integralmente, a perdonarci integralmente e ad amarci integralmente, il nostro sguardo ritorner\u00e0 abbastanza trasparente da consentirci di accogliere tutto lo splendore ineffabile dell&#8217;Essere, che ci parla attraverso le cose del mondo, ma che non \u00e8 di questo mondo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Scende lunga e buia la sera d&#8217;autunno, con le sue ombre che odorano di vendemmia, con la precoce umidit\u00e0 che annuncia il netto cambiamento di stagione.<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30150,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[35],"tags":[92],"class_list":["post-28374","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-epistemologia","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-epistemologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28374","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28374"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28374\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30150"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28374"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28374"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28374"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}