{"id":28372,"date":"2009-11-20T10:18:00","date_gmt":"2009-11-20T10:18:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/11\/20\/fino-a-che-punto-i-ricordi-conservano-limpronta-viva-del-passato\/"},"modified":"2009-11-20T10:18:00","modified_gmt":"2009-11-20T10:18:00","slug":"fino-a-che-punto-i-ricordi-conservano-limpronta-viva-del-passato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/11\/20\/fino-a-che-punto-i-ricordi-conservano-limpronta-viva-del-passato\/","title":{"rendered":"Fino a che punto i ricordi conservano l&#8217;impronta viva del passato?"},"content":{"rendered":"<p>Per svolgere una riflessione sul rapporto con il nostro passato, abbiamo scelto di partire da un brano del filosofo A. N. Whitehead (in: \u00abScienza e filosofia\u00bb, traduzione italiana di I. Bona, Milano, Il Saggiatore, 1966; cit. in C. Sini, \u00abI filosofi e le opere\u00bb, Milano, Principato, 1986, vol. 3, pp. 383-34; 387-88):<\/p>\n<p>\u00abUn modo di vivere \u00e8 qualcosa di pi\u00f9 del variare delle relazioni in frammenti di materia nello spazio e nel tempo. \u00c8 vero che la vita dipende da simili fatti esterni e che la sensazione pi\u00f9 importante dipende da essi e ne \u00e8 condizionata, ma, se si prescinde da quella particolare atmosfera che \u00e8 data dal sentimento, tutti i comportamenti si equivalgono e sono tutti altrettanto privi di interesse. La principale validit\u00e0 dei ricordi d&#8217;infanzia e della propria fanciullezza sta nel conservare, con naturalezza e senza rendersene conto, l&#8217;atmosfera della societ\u00e0 in cui sono stati vissuti. Le due generazioni che hanno preceduto l&#8217;epoca attuale sono insieme vicinissime e lontanissime. Sentiamo quasi ancora il fruscio dei loro abiti, man mano che svaniscono nell&#8217;ombra, e indugia ancora tra noi il suono delle loro voci e il loro modo di muoversi. E ciononostante la generazione di coloro che non hanno ancora cinquant&#8217;anni le conosce cos\u00ec poco: la letteratura attuale, coi suoi clamori e la sua enfasi, ha fatto di tutto per snaturarle. Ma i ricordi illuminano di una luce rasserenante quei modi di sentire che dalla letteratura sono stati distorti per esigenze di narrativa o di confronto. [&#8230;]<\/p>\n<p>\u00c8 curioso come rimangano in mente alcuni particolari. Ricordo esattamente il vecchio fascinaio che portava la legna nella casa dei miei genitori, tra il 1870 e il 1875. Era un vecchietto strano, ignorantissimo, che si guadagnava a stento da vivere. Indossava un abito di velluto a coste, talmente vecchio che era impossibile calcolarne esattamente la data di fattura. Tagliava gli arbusti dai cespugli nella foresta vicino a Canterbury, a circa 17 miglia da casa nostra. Poi faceva a pezzi la legna nella lunghezza voluta e legava i rami in fascine, ciascuna delle quali rappresentava pi\u00f9 o meno la quantit\u00e0 di legna necessaria per accendere il fuoco una volta. Ogni quindici giorni o tre settimane arrivava al villaggio, con un gran carro pieno di fascine accatastate. Passando gridava: &quot;Fascine! Fascine!&quot; con una voce strana, rauca e ritmata, che mi \u00e8 rimasta impressa nella mente anche se sono passati pi\u00f9 di cinquant&#8217;anni. Il cavallo era ancor pi\u00f9 decrepito dell&#8217;uomo &#8211; un vecchio cavallo da tiro, completamente sfiancato. Facevano circa un miglio e tre quarti all&#8217;ora: l&#8217;uomo camminava a fianco del cavallo ed insieme si trascinavano avanti, senza fermarsi e senza stancarsi, vicinissimi alla fine dei loro giorni e nello stesso tempo apparentemente eterni e fuori del tempo. Quell&#8217;uomo, il suo cavallo, la regina Vittoria, e i suoi ministri, sono tutti una parte essenziale della storia inglese. E ad essa appartiene anche mio padre, il vicario del distretto, profondamente radicato nella vita di campagna, cos\u00ec come mi viene in mente ora, a distanza di mezzo secolo, con le sue conversazioni col vecchio fascinaio. Quei due erano molto amici, ed \u00e8 un peccato che io ricordi solo un pezzetto della loro conversazione. Era il vecchio fascinaio che diceva: &quot;C&#8217;\u00e8 gente che per lavorare si affanna dalla mattina alla sera. Ma vede, caro signore, la sera del sabato arriva alla stessa ora per me e per loro&quot;. Questo \u00e8 un autentico frammento di conversazione paesana di circa sessant&#8217;anni fa, e gli interlocutori sono tutti morti, e con loro il loro mondo di consuetudini. [&#8230;]<\/p>\n<p>Il vecchio fascinaio, quando col suo carro e col suo cavallo percorreva lentamente i boschi vicini a Canterbury fino al North Foreland al margine estremo del Kent, attraversava senza rendersene conto e senza saperlo i luoghi in cui era passata la storia inglese. Vi sono ancora in Inghilterra singoli individui al suo livello mentale, ma come genere non esistono pi\u00f9. Per quanto riguarda l&#8217;istruzione la frattura fra le classi sociali \u00e8 stata ampiamente colmata. Per quell&#8217;uomo la storia secolare di Cambridge, con le sue reliquie di martiri, eroi, artisti e re, non aveva nessun significato. Avanzava attraverso prati paludosi, contornati da fortificazioni romane; attraversava il villaggio di Minster, con la sua magnifica chiesa normanna e i ruderi di un monastero che un tempo aveva governato il territorio circostante; vedeva il punto in cui Agostino aveva tenuto il suo primo sermone; vedeva la spiaggia su cui erano sbarcati i sassoni; oltrepassava Osengal &#8211; cio\u00e8 il sito delle ossa &#8211; che probabilmente \u00e8 il pi\u00f9 antico cimitero inglese. Ma per lui tutto ci\u00f2 non significava niente: non poteva capire n\u00e9 il passato da cui egli stesso derivava, n\u00e9 le forze del presente che avrebbero ben presto eliminato i tipi come lui.\u00bb<\/p>\n<p>In questo notevole brano di prosa, due sono le questioni che emergono relativamente al significato dei nostri ricordi, ed entrambe hanno a che fare con il rapporto fra la nostra interiorit\u00e0 e il dato esterno che comunemente viene designato con il termine di \u00aboggettivit\u00e0\u00bb (ammesso che una cosa del genere esista e che sia accessibile alla nostra sfera conoscitiva; dubbio, per inciso, che tende a capovolgere la prospettiva cui ci ha abituati Kant a proposito della conoscibilit\u00e0 del fenomeno e della inconoscibilit\u00e0 del noumeno).<\/p>\n<p>La prima questione riguarda la storicit\u00e0 dei nostri ricordi, e, pi\u00f9 precisamente, della cornice storico-ambientale in cui essi si collocano.<\/p>\n<p>La seconda questione, invece, investe il problema del grado di consapevolezza dei singoli individui rispetto alla cornice storico-ambientale non gi\u00e0 del passato, ma del proprio presente.<\/p>\n<p>Le due questioni sono strettamente correlate perch\u00e9, se si giungesse alla conclusione che, per molti individui, scarso o quasi nullo \u00e8 il grado di consapevolezza del proprio contesto storico-ambientale, allora sarebbe necessario ammettere che, per essi, vale lo stesso principio di indeterminatezza che esiste, per tutti, fra il presente ed il proprio remoto passato: vale a dire che molti di noi sono estranei alla piena consapevolezza del proprio presente, cos\u00ec come si suppone che lo siano tutti i bambini e, dunque, cos\u00ec come si pensa che siano labili i rapporti fra il nostro presente di adulti pi\u00f9 o meno consapevoli, e il nostro passato di bambini inconsapevoli.<\/p>\n<p>In tal caso, dovremmo riconoscere che due sono le cause che tendono a sfumare il nostro rapporto con il mondo: una \u00e8 data dal trascorrere del tempo, che, mano a mano, erode la nitidezza dei ricordi; l&#8217;altra, dalla nostra imperfetta attitudine a vivere consapevolmente il presente, la quale fa s\u00ec che noi ci muoviamo come in una sorta di nebbia.<\/p>\n<p>Esisterebbero, pertanto, due generi di nebbia, che fanno da schermo tra noi e il mondo: una relativa al nostro passato, ed \u00e8 quella propria dell&#8217;infanzia, che non coglie i nessi temporali n\u00e9, in generale, i fattori oggettivi delle situazioni; ed un&#8217;altra relativa al nostro presente, che &#8211; spesso &#8211; viene vissuto inconsapevolmente, per ragioni solo in apparenza diverse da quelle dell&#8217;infanzia, mentre, in effetti, si tratta di qualcosa di simile, ovvero la scarsa consapevolezza del soggetto.<\/p>\n<p>Prima di iniziare la nostra indagine, \u00e8 bene che ci mettiamo d&#8217;accordo su ci\u00f2 che intendiamo adoperando il concetto di consapevolezza.<\/p>\n<p>Diciamo consapevole l&#8217;atteggiamento di chi non si limita a vivere a livello immediato e istintivo, fondendosi, in qualche modo, con le cose che lo circondano e con gli eventi che lo coinvolgono, ma possiede la capacit\u00e0 di collocare se stesso e le cose in una prospettiva storica, vale a dire cogliendo la natura continuamente mutevole delle cose, ivi compreso il proprio s\u00e9.<\/p>\n<p>In altre parole, la consapevolezza esprime il grado di capacit\u00e0 di oggettivare l&#8217;esperienza, tanto quella del s\u00e9, quanto quella di quel mondo che, per convenzione, diciamo esterno (ma Berkeley ha mostrato che si tratta di una mera illusione).<\/p>\n<p>Il bambino non possiede affatto questa facolt\u00e0; l&#8217;uomo adulto, e specialmente colui che sia fortemente portato all&#8217;introspezione e alla razionalizzazione, la possiede in grado massimo; la maggior parte degli esseri umani adulti oscillano fra questi due estremi, con la notevole eccezione degli schizofrenici e di altri individui mentalmente disturbati, i quali vivono, per cos\u00ec dire, in un mondo tutto loro, ove non esiste storicizzazione, perch\u00e9 la realt\u00e0 non \u00e8 percepita in divenire, ma secondo schemi fissi e immutabili.<\/p>\n<p>Ora possiamo procedere ad esaminare le due questioni che avevamo evidenziato all&#8217;inizio: quella relativa alla storicit\u00e0 dei nostri ricordi e della cornice storico-ambientale in cui si collocano, all&#8217;interno della memoria, e quella relativa al grado di consapevolezza dei singoli individui rispetto alla cornice storico-ambientale non del passato, ma del presente.<\/p>\n<p>Il bambino, che non storicizza affatto, vive la propria vita e il rapporto con il mondo in maniera immediata e unidimensionale. Se la sua famiglia fa una gita in riva al fiume, lui non si chiede affatto di che fiume si tratti, da dove venga e dove vada a sfociare: quello \u00e8 il fiume, ed \u00e8 proprio cos\u00ec che deve essere. Lo accetta nella sua interezza, senza alcun interesse a generalizzarne le caratteristiche o ad inserirle in un contesto pi\u00f9 ampio.<\/p>\n<p>Questo non significa affatto che quel fiume non desti in lui alcuna curiosit\u00e0: ma non \u00e8 una curiosit\u00e0 di tipo intellettuale, bens\u00ec di tipo fantastico. Egli fantastica intorno a quelle rive, a quell&#8217;acqua, a quegli alberi; o, per meglio dire, per lui le rive, l&#8217;acqua e gli alberi sono lo scenario di uno spettacolo ove tutto \u00e8 possibile: anche l&#8217;improvvisa comparsa delle fate o delle sirene; anche l&#8217;irruzione repentina dell&#8217;inatteso e del fantastico.<\/p>\n<p>Allo stesso modo, se suo padre lo conduce con s\u00e9 a visitare un museo storico, poniamo della prima guerra mondiale, al bambino non sorge affatto la curiosit\u00e0 di sapere di che guerra si tratti, e chi combattesse contro chi, e tanto meno perch\u00e9. Quelle che vede dietro le vetrine sono le armi, gli elmetti, le uniformi: quella che vede \u00e8 la guerra, la guerra in quanto guerra: che cos&#8217;altro c&#8217;\u00e8 da sapere? Con quelle armi combattevano, con quelle uniformi i soldati si vestivano: non \u00e8 tutto terribilmente chiaro?<\/p>\n<p>Dal momento che vede le cose per la prima volta, di norma non istituisce confronti tra il prima e il poi e non \u00e8 in grado di cogliere trasformazioni di lunga durata: se lo fosse, non sarebbe pi\u00f9 un bambino, perch\u00e9 nei suoi pochi anni di vita le cose non possono che apparirgli come se fossero cos\u00ec da sempre, \u00abab initio\u00bb.<\/p>\n<p>L&#8217;adulto che rammemora la propria infanzia, d&#8217;altra parte, possiede il senso della profondit\u00e0 prospettica costituita dallo scorrere del tempo, e tuttavia ritorna con i ricordi ad un tempo che gli appare come un&#8217;oasi felice, proprio perch\u00e9 sottratta allo scorrere del tempo.<\/p>\n<p>La morte, in particolare, gli ha tolto il velo delle illusioni, introducendo la nozione della irreversibilit\u00e0 del tempo. Il bambino non crede veramente alla morte, neppure quando ne \u00e8 colpito direttamente (per esempio, nella persona di un genitore), perch\u00e9 pensa che il defunto possa, a determinate condizioni, ritornare: \u00e8 appunto questa inconsapevolezza della irreversibilit\u00e0 della morte, che costituisce la grande differenza tra la percezione del mondo propria del bambino, e quella dell&#8217;adulto.<\/p>\n<p>In questo senso, si potrebbe anche dire, senza timore di esagerare, che colui il quale non abbia ancora fatto l&#8217;esperienza, personale e diretta, della irreversibilit\u00e0 della morte, non \u00e8 entrato veramente nell&#8217;et\u00e0 adulta, ma si trova ancora in una regione della vita che vive di riflesso l&#8217;inconsapevolezza dell&#8217;infanzia.<\/p>\n<p>Esiste, pertanto, una doppia difficolt\u00e0 di storicizzare il proprio passato: una dovuta alla inconsapevolezza di quando lo si stava vivendo, ed una dovuta al fatto che il ricordo che l&#8217;adulto ha del proprio passato, \u00e8 filtrato attraverso la propria esperienza personale dell&#8217;infanzia: che \u00e8, per sua stessa natura, immediata e perci\u00f2 inconsapevole.<\/p>\n<p>In altre parole, quando noi ricordiamo com&#8217;era il mondo al tempo della nostra infanzia, non abbiamo alcuna garanzia (a differenza di quello che pensa Whitehead) che il ricordo ci restituisca una immagine fedele di quel tempo; al contrario, \u00e8 quasi certo che i fattori sopra citati esercitino un forte influsso di tipo soggettivo.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda la consapevolezza del presente, poi, \u00e8 necessario fare, anche qui, una distinzione preliminare.<\/p>\n<p>Whitehead sembra persuaso che l&#8217;ignoranza della storia e della storia dell&#8217;arte precluda alle persone adulte la capacit\u00e0 di vivere consapevolmente il presente; ma questo, a nostro avviso, non \u00e8 che un tipico pregiudizio da borghese \u00abistruito\u00bb. Egli afferma che il vecchio fascinaio era terribilmente ignorante e non sapeva nulla dei luoghi che attraversava abitualmente per ragioni di lavoro; ma chi lo ha detto?<\/p>\n<p>\u00c8 quasi certo che quell&#8217;uomo, per il tipo di lavoro che svolgeva, doveva conoscere assai bene il mondo della natura: distingueva le varie specie di alberi e di arbusti, sapeva quale fosse il momento adatto per tagliarli; forse riconosceva gli uccelli dal loro canto, e chiss\u00e0 quanti animali avr\u00e0 visto sgattaiolare fra i tronchi della foresta. Inoltre, conosceva perfettamente i segni del tempo atmosferico, se si avvicinava il brutto tempo o se, dopo la pioggia, sarebbe venuto il sole; e, sulla neve o sul fango umido, non avr\u00e0 avuto difficolt\u00e0 a riconoscere le impronte di una volpe, di un tasso, di uno scoiattolo o di un cerbiatto.<\/p>\n<p>Ebbene, non crediamo di essere molto lontani dal vero supponendo che il giovane Whitehehad fosse spaventosamente ignorante di tutto ci\u00f2, e che a stento avrebbe saputo distinguere una quercia da un frassino. In compenso, certo, sapeva riconoscere il luogo ove Sant&#8217;Agostino aveva tenuto il suo primo sermone dopo essere sbarcato sul suolo inglese; ed era in grado di godere le meraviglie dell&#8217;arte, davanti allo spettacolo di una vetusta cattedrale medievale.<\/p>\n<p>A ciascuno le sue conoscenze, a ciascuno la sua ignoranza. Perch\u00e9 mai l&#8217;ignoranza della storia e dell&#8217;arte dovrebbe essere pi\u00f9 grave di quella del mondo naturale? Perch\u00e9 mai la prima dovrebbe avere per effetto quello di rendere un essere umano inconsapevole del luogo in cui vive, mentre la seconda, no?<\/p>\n<p>Ma ora lasciamo perdere il caso specifico del brano di Whitehead e torniamo alla questione di carattere generale, ovvero la consapevolezza del presente da parte degli adulti. Ricordando la definizione che abbiamo dato della consapevolezza, come la capacit\u00e0 di collocare se stessi e le cose in una prospettiva storica, vale a dire di cogliere la natura continuamente mutevole delle cose, ivi compreso il proprio s\u00e9, dobbiamo ammettere che, in tale ambito, la nebbia non \u00e8 meno fitta di quella che avvolge il nostro rapporto con il passato.<\/p>\n<p>La vera consapevolezza \u00e8 molto rara: essa presuppone che un essere umano sia un naturalista (come voleva Darwin), uno storico, un archeologo, un sociologo, uno psicologo e un po&#8217; anche un filosofo; e, inoltre, che possieda quel grado sensibilit\u00e0 che gli permetta di trasformare le sue conoscenze circa il mondo in cui vive, in qualcosa di vivo e palpitante, qualcosa con cui egli entri in un rapporto di empatia e di profonda partecipazione.<\/p>\n<p>Solo a queste condizioni sar\u00e0 possibile affermare che un individuo possiede una reale consapevolezza della realt\u00e0 circostante e, prima ancora, del proprio s\u00e9. E non basta ancora: bisogner\u00e0 pure che egli possieda l&#8217;umilt\u00e0 di farsi piccolo e di ascoltare, con i sensi fisici e con i sensi interni, tutte le voci, quelle della natura e quelle dello spirito; che possieda una forte attitudine creativa e fantastica, tenuta per\u00f2 a freno, o meglio controbilanciata, da una forte attitudine razionale e realistica, in modo da non confondere il piano dell&#8217;immaginazione con quello della realt\u00e0 effettiva, dentro e fuori di s\u00e9.<\/p>\n<p>Poniamo il caso che egli attraversi una certa regione geografica: la Prussia Orientale, per fare un esempio (esempio ispiratoci dalla inconsapevolezza di un amico che vi era stato, senza neppure sospettare che quella regione lacustre, polacca dal 1945, era stata, per secoli, il nucleo pi\u00f9 vigoroso della nazione tedesca).<\/p>\n<p>Dunque, bisogner\u00e0 che il nostro viaggiatore conosca la storia di quei luoghi e delle lotte secolari che videro impegnati gli antichi Prussiani di stirpe slava, indi i Cavalieri Teutonici, infine Tedeschi, Polacchi, Russi. Poi, bisogner\u00e0 che possieda delle discrete conoscenze di botanica, zoologia, geologia e climatologia, in modo da apprezzare la caratteristiche naturali di quel territorio. Dovr\u00e0 quindi avere una forte capacit\u00e0 immaginativa, di modo che i ruderi di un antico monastero gli rivelino quale doveva essere l&#8217;aspetto medievale di quei luoghi; o in maniera che, dietro i brutti palazzoni \u00absocialisti\u00bb della russa Kaliningrad, possa intravedere gli antichi edifici della tedesca K\u00f6nigsberg, la citt\u00e0 di Immanuel Kant. Infine, dovr\u00e0 possedere quella intensa spiritualit\u00e0, quella capacit\u00e0 di abbandono e di profonda immedesimazione con le cose, che sole possono gettare un ponte fra noi ed esse, fra noi e il passato.<\/p>\n<p>Ah, stavamo quasi per dimenticare: bisogna che egli sia anche un ricercatore spirituale, che possieda una discreta conoscenza di se stesso, ci\u00f2 che gli consentir\u00e0 di non deformare in senso eccessivamente soggettivo la realt\u00e0 circostante, ma, al contrario, di unificare la propria visione alla luce di una chiarezza interiore che non si pu\u00f2 improvvisare, se non la si \u00e8 cercata e tenacemente perseguita nel corso di molti anni, a prezzo di numerose veglie e sacrifici.<\/p>\n<p>E ora possiamo domandarci: quanti esseri umani possiedono tutte queste caratteristiche, culturali, intellettuali e spirituali?<\/p>\n<p>E perfino quei pochi, anzi quei pochissimi, saranno davvero in grado di cogliere la realt\u00e0 con piena consapevolezza, o non sar\u00e0 anche la loro visione limitata e imperfetta, come \u00e8 proprio dell&#8217;essere umano in quanto tale?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per svolgere una riflessione sul rapporto con il nostro passato, abbiamo scelto di partire da un brano del filosofo A. 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