{"id":28352,"date":"2007-10-28T08:50:00","date_gmt":"2007-10-28T08:50:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/10\/28\/non-si-puo-intuire-direttamente-loggetto-ma-solo-ri-crearlo-internamente\/"},"modified":"2007-10-28T08:50:00","modified_gmt":"2007-10-28T08:50:00","slug":"non-si-puo-intuire-direttamente-loggetto-ma-solo-ri-crearlo-internamente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/10\/28\/non-si-puo-intuire-direttamente-loggetto-ma-solo-ri-crearlo-internamente\/","title":{"rendered":"Non si pu\u00f2 intuire direttamente l&#8217;oggetto, ma solo ri-crearlo internamente"},"content":{"rendered":"<p>Che cosa possiamo conoscere dell&#8217;oggetto, al di l\u00e0 della sua mera superficie? Possiamo intuirne direttamente l&#8217;essenza, il <em>noumeno<\/em>, oppure essa resta inesorabilmente negata al nostro sforzo conoscitivo? Kant era convinto che cos\u00ec fosse; Leibniz, addirittura, parlava di ciascun ente come di una monade senza porte e senza finestre; e Berkeley, sulla scia di Platone, riteneva che gli altri enti esistono, per me, nella misura in cui ne faccio esperienza sensoriale, e non oltre (<em>esse est percipi<\/em>: essere \u00e8 l&#8217;essere percepito).<\/p>\n<p>Ma facciamo un esempio concreto: quando io dico: <em>tu<\/em>, rivolgendomi a un altro ente, che cosa so, effettivamente, di lui, oltre al nome che gli applico (di persona, di animale, di pianta, di minerale, ecc.) e che per lui, o per esso, non ha alcun significato, dato che \u00e8 frutto di una convenzione estrinseca e non attiene alla sfera profonda del suo essere? Qualcuno sostiene che, mediante l&#8217;empatia, \u00e8 possibile effettivamente penetrare oltre la scorza opaca che avvolge gli enti ed entrare in sintonia con la loro essenza profonda: una specie di riduzione eidetica (avrebbe detto Husserl) basata per\u00f2, in questo caso, sull&#8217;affettivit\u00e0. Dopo aver eliminato tutto quello che quell&#8217;ente non \u00e8, tutto quello che \u00e8 accidentale, tutto quello che gli fa da semplice sfondo, si potrebbe cos\u00ec entrare almeno in parte nella sfera del suo essere intimo, della sua essenza. Forse \u00e8 cos\u00ec; ma, prima di lasciarsi andare a un ingiustificato ottimismo, bisogna riflettere che l&#8217;empatia pu\u00f2 trasformarsi in antipatia, e che una conoscenza&quot; basata su fattori emozionali e affettivi pu\u00f2 facilmente rovesciarsi nel suo contrario. E allora quale delle due possibilit\u00e0 \u00e8 quella vera: si conoscono le cose quando le si ama e si entra in sintonia immediata con esse, oppure quando le si odia e si prova per esse un sentimento di profonda avversione? Potrebbero essere false entrambe, e non offrire &#8211; n\u00e9 l&#8217;una n\u00e9 l&#8217;altra &#8211; un approccio oggettivo alla conoscenza dell&#8217;altro, ma soltanto una deformazione soggettivistica di esso: di segno positivo o di segno negativo, questo &#8211; dal punto di vista gnoseologico &#8211; fa poca importanza.<\/p>\n<p>Ma allora, se n\u00e9 la ragione, n\u00e9 i sensi, n\u00e9 l&#8217;affettivit\u00e0 ci garantiscono un approccio &quot;realistico&quot; all&#8217;oggetto, vuol dire che siamo condannati a vivere in una dimensione eternamente solipsistica, ove il mondo intero finisce per ridursi entro i limitati orizzonti della mia mente individuale?<\/p>\n<p>Per tentar di uscire da questo apparente vicolo cieco, partiamo da alcune considerazioni svolte da Umberto Fontana in un saggio dedicato al processo di simbolizzazione, scegliendo un passaggio particolarmente dedicato al filosofo Ernst Cassirer (U. Fontana, <em>La simbolica e le strutture dell&#8217;immaginario. Nozioni introduttive al processo di simbolizzazione<\/em>, in <em>Rivista di scienze della formazione e ricerca educativa<\/em>, Venezia-Mestre, n. 3, 2006, p. 98):<\/p>\n<p><em>&quot;Le catene di simboli seguono passo passo la storia e la crescita dell&#8217;umanit\u00e0, ma nell&#8217;individuo singolo seguono le tappe della crescita personale. I simboli rispondono ad un bisogno che l&#8217;uomo ha di &#8216;integrare in un senso&#8217; ogni oggetto con il quale egli viene a contatto. L&#8217;espressione di &#8216;integrare in un senso&#8217; \u00e8 del filosofo Cassirer, e il senso in cui un oggetto viene integrato nella coscienza individuale non \u00e8 solo una &#8216;interpretazione&#8217;, ma una vera e propria fondazione interiore dell&#8217;oggetto, che Cassirer chiama &#8216;oggettificazione&#8217;: una presentazione o una ri-creazione interiore dell&#8217;oggetto di esperienza con la quale poi ognuno rimane a contatto.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il pensiero dell&#8217;uomo non riesce mai a intuire direttamente l&#8217;oggetto, , riesce solo a &#8216;integrarlo&#8217; nella propria conoscenza. Esperienza dunque dell&#8217;oggetto a cui si aggiunge un significato che \u00e8 sempre in sintonia con il senso archetipico trasmesso dall&#8217;umanit\u00e0 (ad es. il senso archetipico di alcuni valori come amare il prossimo, obbedire l&#8217;autorit\u00e0, usare le proprie funzioni, difendersi da nemici, sostenere la prole, ecc.).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Questa \u00e8 forse la vera funzione &#8216;semantica&#8217;, che nel confronto con gli archetipi segna la legge dell&#8217;isotopia (stessi motivi) dei simboli, che classifica le produzioni simboliche in regimi e strutture.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ora, si riporti alla memoria quanto abbiamo recentemente scritto circa l&#8217;etimologia della parola <em>simbolo<\/em> (nell&#8217;articolo <em>Un mondo ricco di significato \u00e8 un mondo incantato che prega in ogni fibra<\/em>). &quot;Simbolo&quot;, infatti, viene dal greco <em>synballein<\/em> e significa <em>lanciare insieme<\/em>; dunque, per estensione, unire o collegare due cose che appaiono distinte, ma che &#8211; in effetti &#8211; sono collegate a un livello pi\u00f9 profondo di realt\u00e0. Pertanto, dire &#8211; ad esempio &#8211; che gli alberi, i monti e gli astri pregano, non significa affatto volare con la fantasia: significa, ma semplicemente, adoperare un&#8217;immagine simbolica: riscoprire il legame nascosto, ma non per questo meno veritiero, che unisce il livello della vita fisica con il livello dell&#8217;Essere.<\/p>\n<p>Ecco allora che la simbolizzazione archetipica diviene una forma di conoscenza della realt\u00e0 basata, da un lato, sulla ri-creazione dell&#8217;oggetto da parte della mente del soggetto; dall&#8217;altra, sull&#8217;aggiunta di un qualche cosa d&#8217;altro, una rappresentazione simbolica, appunto, che riveste l&#8217;oggetto di una luce misteriosa e al tempo stesso vagamente nota, come una dimensione o un evento conosciuti in qualche passato remoto e poi dimenticati, lasciando per\u00f2 una sia pur debole traccia nella nostra coscienza. Si tratta, a nostro avviso, di un meccanismo simile a quello che presiede all&#8217;origine di molti sogni (di molti e non di tutti perch\u00e9, con buona pace della psicanalisi freudiana, non crediamo che si possano ricondurre tutti i sogni sotto il segno di un&#8217;unica categoria e di un unico meccanismo psicologico).<\/p>\n<p>In molti sogni, quello che ci colpisce maggiormente non \u00e8 l&#8217;evento o la situazione che essi ci presentano, e dei quali siamo protagonisti pi\u00f9 o meno volontari, bens\u00ec quella particolare atmosfera o tonalit\u00e0 che li pervade misteriosamente e che conferisce loro una valenza emotiva piacevole e gratificante oppure sgradevole e angosciosa. Ebbene, quella tonalit\u00e0 e quell&#8217;atmosfera, che spesso risultano incongrui rispetto al <em>contenuto<\/em> specifico del sogno (nel senso che la tonalit\u00e0 pu\u00f2 essere positiva anche se i contenuti sono &quot;oggettivamente&quot; negativi, e viceversa) sono precisamente il frutto di una simbolizzazione archetipica che scaturisce da un meccanismo analogo a quello che si verifica nell&#8217;atto conoscitivo: un qualche cosa di intermedio fra la percezione oggettiva e la creazione fantastica, dove i confini dell&#8217;una sfumano in quelli dell&#8217;altra non in virt\u00f9 di un capriccio dell&#8217;immaginazione, ma in base a complesse operazioni simboliche che si svolgono a livello profondo e delle quali la coscienza pu\u00f2 avere, tutt&#8217;al pi\u00f9, un vaga e confusa intuizione.<\/p>\n<p>\u00c8 stato detto che noi non siamo in relazione con le cose, ma con l&#8217;immagine delle cose che ci formiamo soggettivamente; e questo \u00e8 fondamentalmente esatto. La prova ne \u00e8 che un evento lieto pu\u00f2 essere percepito come fortemente angoscioso e viceversa: ci\u00f2 significa che in noi esiste un &quot;giudice interiore&quot; che non accorda le sue valutazioni con il livello della coscienza desta e che percepisce la cosiddetta realt\u00e0 esterna in maniera cos\u00ec libera, da potersi parlare di una vera e propria ri-creazione di essa. Possiamo spiegarci mediante l&#8217;esempio dell&#8217;effetto placebo: se ci viene somministrato un bicchiere d&#8217;acqua zuccherato da un medico di nostra fiducia, il quale ci assicura che si tratta di una nuovissima medicina che fa proprio al caso nostro, \u00e8 possibile che il nostro organismo faccia regredire i sintomi di una malattia anche grave, giunta ad uno stadio avanzato. Sia detto per inciso, i medici &quot;di famiglia&quot; di una o due generazioni fa, che conoscevano bene e personalmente i loro pazienti e che intrattenevano con essi un rapporto umano di un certo spessore e che godevano, inoltre, della stima e della fiducia dei pazienti, conoscevano benissimo questo trucchetto e vi facevano ricorso frequentemente, anche se non avevano mai sentito parlare dell&#8217;effetto placebo, se non frequentavano continuamente corsi di aggiornamento professionale e se non si tenevano al passo con questa o quella ricerca medica o farmacologica internazionale. Ebbene, l&#8217;effetto placebo dimostra che non le cose in s\u00e9, ma la nostra percezione delle cose determina il nostro livello di reattivit\u00e0 emotiva nei loro confronti e, in ultima analisi, la nostra conoscenza di esse: se \u00e8 vero che la conoscenza \u00e8 il mettersi in rapporto di un soggetto e di un oggetto, in una prospettiva di comprensione integrale, non solo di tipo razionale (come invece pensava Cartesio e come pensano, con lui, tutti i riduzionisti).<\/p>\n<p>Allo stesso modo, \u00e8 noto che un medesimo oggetto pu\u00f2 essere percepito in maniera completamente diversa da due, o pi\u00f9, soggetti diversi; e, se questo \u00e8 vero sul piano fisico, a maggior ragione lo \u00e8 sul piano spirituale. Non basta: perfino il medesimo soggetto pu\u00f2 percepire un oggetto in maniera diversa, in diversi momenti e differenti situazioni psicologiche. I soldatini con i quali giocavo quando ero un bambino di otto anni costituivano per me degli oggetti vivi ed entusiasmanti, mentre al mio io di adulto essi non appaiono pi\u00f9 che come figurine di plastica o di terracotta, senza vita e senza splendore. E quel vecchio edificio dai muri ricoperti d&#8217;edera e con le imposte sempre socchiuse, che per me era il regno misterioso e un po&#8217; inquietante di chiss\u00e0 quali presenze, oggi non mi appare che come una vecchia casa un po&#8217; fatiscente, totalmente priva di fascino e di mistero. Non parliamo poi della diversa percezione di quei particolari oggetti che sono le persone, specialmente quelle che hanno acceso in noi forti sentimenti e che ora, forse, sono cadute in un autentico oblio e giacciono in un angolo semi-abbandonato della nostra memoria.<\/p>\n<p>Certo, da queste considerazioni si potrebbero anche trarre argomenti contro l&#8217;unit\u00e0 della coscienza, ossia contro l&#8217;esistenza di un centro permanente che faccia da supporto, mediante un <em>continuum<\/em> temporale, alle svariate operazioni della medesima. E vi sono tuttora, alcune scuole di pensiero le quali si spingono fino a quel punto; solo per fare un esempio (citiamo da Joan Forman, <em>La maschera del tempo<\/em>, Milano, SIAD Edizioni, 1979, p. 188):<\/p>\n<p><em>Una delle principali autorit\u00e0 moderne sulla reincarnazione \u00e8 il dott. Ian Stevenson, professore di psichiatria all&#8217;Universit\u00e0 della Virginia. A suo parere non \u00e8 necessario credere nell&#8217;anima per credere nella reincarnazione, ed egli porta a esempio i buddhisti Theravada, i quali sostengono che l&#8217;uomo possiede non gi\u00e0 un&#8217;anima ma un gruppo di processi mentali sempre cangianti.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ci riserviamo di tornare altra volta sull&#8217;argomento, che merita una discussione approfondita, e per ora ci limitiamo a mettere fra parentesi l&#8217;ipotesi di &quot;un gruppo di operazioni mentali sempre cangianti&quot; per tornare al nostro assunto iniziale, e cio\u00e8 che le vistose modificazioni di percezione dell&#8217;oggetto da parte del soggetto implicano, come minimo, l&#8217;insufficienza di una spiegazione dell&#8217;atto conoscitivo come semplice <em>intuizione<\/em> diretta e la necessit\u00e0 di ipotizzare un movimento della coscienza molto pi\u00f9 complesso. Ecco dunque che ci appare la fondamentale giustezza della teoria di Cassirer, secondo il quale \u00ab<em>il senso in cui un oggetto viene integrato nella coscienza individuale non \u00e8 solo una &#8216;interpretazione&#8217;, ma una vera e propria fondazione interiore dell&#8217;oggetto, che Cassirer chiama &#8216;oggettificazione&#8217;: una presentazione o una ri-creazione interiore dell&#8217;oggetto di esperienza con la quale poi ognuno rimane a contatto<\/em>\u00bb<em>.<\/em><\/p>\n<p>Concludendo: ciascuno di noi, entro certi limiti, si crea il proprio mondo e lo popola di oggetti pi\u00f9 o meno significativi, pi\u00f9 o meno luminosi e gratificanti, secondo le sue proprie aspettative e la sua propria visione della realt\u00e0. Di ci\u00f2 siamo talmente convinti, da spingerci anche oltre e immaginare che perfino <em>dopo la morte<\/em> (come abbiamo sostenuto nell&#8217;articolo <em>Alcune ipotesi sull&#8217;\u00abaltro mondo\u00bb e sulla mente non localizzata<\/em>), in sostanza, quel che ci attende non sarebbe altro che la solidificazione delle nostre paure, dei nostri desideri e delle nostre aspettative (per cui il materialista convinto potrebbe anche precipitare nel nulla); concezione che, fra l&#8217;altro, \u00e8 in accordo con antichissime forme di conoscenza esoterica, quale ad esempio quella espressa nel cosiddetto <em>Libro tibetano dei morti.<\/em><\/p>\n<p>Davvero, nell&#8217;essere umano vi sono molte pi\u00f9 cose di quel che credano tutti i materialisti e i riduzionisti del paradigma scientista oggi dominante.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Che cosa possiamo conoscere dell&#8217;oggetto, al di l\u00e0 della sua mera superficie? 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