{"id":28339,"date":"2009-05-26T06:29:00","date_gmt":"2009-05-26T06:29:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/05\/26\/fino-a-che-punto-tradire-il-proprio-paese-puo-essere-considerata-una-forma-di-resistenza\/"},"modified":"2009-05-26T06:29:00","modified_gmt":"2009-05-26T06:29:00","slug":"fino-a-che-punto-tradire-il-proprio-paese-puo-essere-considerata-una-forma-di-resistenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/05\/26\/fino-a-che-punto-tradire-il-proprio-paese-puo-essere-considerata-una-forma-di-resistenza\/","title":{"rendered":"Fino a che punto tradire il proprio Paese pu\u00f2 essere considerata una forma di Resistenza?"},"content":{"rendered":"<p>La Vulgata storica oggi imperante sostiene che la Resistenza (con l&#8217;iniziale maiuscola) inizi\u00f2 subito dopo l&#8217;8 settembre 1943, e cita come primo episodio di essa il modesto combattimento verificatosi presso Porta San Paolo, a Roma, come il primo fatto d&#8217;armi di essa.<\/p>\n<p>Dal punto di vista ideologico e morale, si sostiene inoltre che, essendo il nostro paese caduto sotto il tallone dell&#8217;occupazione tedesca, a partire da quella data diveniva lecita ogni azione diretta contro l&#8217;occupante e contro il governo fantoccio della Repubblica Sociale Italiana, perch\u00e9 il fine di liberare la Patria da quella occupazione &#8211; e, contemporaneamente, dal fascismo, responsabile della sconfitta &#8211; diventava prioritario rispetto a quello di tutelare l&#8217;indipendenza nazionale da ogni esercito straniero, ivi compreso quello anglo-americano il quale, fino al 7 settembre, era stato il solo nemico ufficialmente riconosciuto, e che, ancora pochi giorni prima dell&#8217;armistizio, aveva crudelmente e inutilmente bombardato le citt\u00e0 italiane dall&#8217;aria, provocando migliaia di morti.<\/p>\n<p>Noi non staremo qui a disquisire se il vero e legittimo governo italiano si potesse davvero considerare quello di Badoglio, nominato dal re &#8211; quel re che, per venti anni, aveva sottoscritto ogni atto di Mussolini, compresa la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940, e che era poi fuggito da Roma lasciando la capitale, l&#8217;esercito e il Paese tutto alla merc\u00e9 della rappresaglia tedesca; e se davvero il governo di Sal\u00f2 fosse un governo \u00abfantoccio\u00bb pi\u00f9 di quanto non lo fosse, appunto, quello del Regno del Sud, vassallo degli Alleati, i quali nemmeno se ne fidavano del tutto.<\/p>\n<p>Messa in questi termini, \u00e8 una questione puramente giuridica; e la lasciamo volentieri agli esperti di diritto. Certo, il fatto di aderire al governo del Sud o a quello del Nord, interpellava anche le coscienze e poneva un grosso interrogativo di tipo etico. Sappiamo come si regolarono la stragrande maggioranza degli Italiani, cos\u00ec del Sud come del Nord: si concentrarono sul problema della sopravvivenza quotidiana; e, per il resto, pregarono e sperarono affinch\u00e9 la guerra finisse il pi\u00f9 presto possibile, in un modo o nell&#8217;altro. In un certo senso, scioperarono dalle responsabilit\u00e0 della guerra, come gi\u00e0 aveva fatto il popolo russo nell&#8217;inverno 1917-18: come se questo avesse potuto, per chiss\u00e0 quale magia, fermare il corso inesorabile degli eventi.<\/p>\n<p>Ci interessa, invece, riflettere sulle implicazioni storiche e anche morali che scaturiscono da un pi\u00f9 equilibrato riesame degli inizi cronologici della Resistenza.<\/p>\n<p>Non vi \u00e8 dubbio che, per le sue componenti liberali e cattoliche, essa inizia all&#8217;indomani dell&#8217;8 settembre 1943, e si configura assai pi\u00f9 come lotta di tipo risorgimentale contro lo straniero (il tedesco), nonch\u00e9 come lotta per la difesa dei confini della patria (specie nella Venezia Giulia), che non come guerra civile mirante a un rovesciamento dei rapporti politici e sociali.<\/p>\n<p>Ma \u00e8 altrettanto indubbio che, per la componente socialista e soprattutto comunista, la resistenza del 1943 non \u00e8 che la ripresa della lotta iniziata in Spagna con le Brigate Internazionali, al grido di: \u00abOggi in Spagna, domani in Italia\u00bb; e, prima ancora, la ripresa della guerra civile del 1919-22, terminata con il fallimento delle agitazioni rivoluzionarie del \u00abbiennio rosso\u00bb e, poi, con la \u00abmarcia su Roma\u00bb e l&#8217;avvento di Mussolini al potere. Dal loro esilio in Unione Sovietica, Togliatti e altri leader comunisti avevano accuratamente pianificato la ripresa della guerra civile; e videro nelle vicende del 25 luglio 1943, e poi in quelle dell&#8217;8 settembre, l&#8217;occasione a lungo attesa per rientrare in patria e riprendere la lotta, intesa come un \u00abregolamento di conti\u00bb fra due opposti (ma neanche tanto) totalitarismi.<\/p>\n<p>La pubblicazione di quella famosa lettera in cui Togliatti &#8211; che, in Unione Sovietica, aveva assistito senza batter ciglio ai massacri sistematici delle \u00abpurghe\u00bb staliniane, cos\u00ec come alla eliminazione di tanti comunisti italiani col\u00e0 fuggiti dal fascismo &#8211; si esprime con il massimo cinismo sulla sorte degli alpini italiani caduti prigionieri dell&#8217;Armata Rossa dopo la battaglia di Stalingrado &#8211; getta una luce eloquente sulla equivalenza che i dirigenti del Partito comunista italiano istituivano tra la \u00abnecessaria\u00bb sconfitta militare del Paese e la fine del fascismo, che apriva spazi di manovra per una egemonia comunista, da attuarsi con mezzi pi\u00f9 o meno pacifici.<\/p>\n<p>La differenza tra le due posizioni, quella della Resistenza liberale e cattolica e quella della Resistenza socialcomunista, \u00e8 sensibile: per gli antifascisti moderati, la guerra civile era una dura, sgradevole necessit\u00e0; per i socialcomunisti, era l&#8217;avverarsi della tanto agognata rivincita: ad essi non ripugnava affatto l&#8217;idea di versare il sangue fraterno.<\/p>\n<p>Si \u00e8 detto e ridetto che i primi a versare il sangue fraterno furono i fascisti. Ma la verit\u00e0 storica \u00e8 che Mussolini, appena liberato sul Gran Sasso dai paracadutisti tedeschi, disse al loro comandante, colonnello Harald Mors \u00abPer favore, ho una cosa da chiedervi: rimettete in libert\u00e0 le mie guardie. Sono state buone con me\u00bb. Ecco le parole del dittatore sanguinario, del bieco assassino, il cui corpo verr\u00e0 appeso per i piedi a Piazzale Loreto e poi esposto lungamente al dileggio, ai calci e agli sputi della folla. (Per inciso, qualcuno si immagina una frase del genere in bocca a Stalin, o anche solamente a uomini come Churchill o Roosevelt?).<\/p>\n<p>I fatti, ad ogni modo, non avvalorano la tesi di fondo della Vulgata storica oggi dominante. I partigiani fiorentini non esitarono a macchiarsi le mani del sangue di un vecchio inerme, che viaggiava senza scorta (come viaggiavano senza scorta, sia detto fra parentesi, quasi tutti i gerarchi di Sal\u00f2, a cominciare da Alessandro Pavolini), il filosofo Giovanni Gentile, che fino all&#8217;ultimo aveva esortato tutti gli Italiani a ritrovare la concordia e la solidariet\u00e0 nel momento del massimo pericolo e del massimo avvilimento; e che, fino all&#8217;ultimo, si era prodigato per far rilasciare dalle carceri tedesche prigionieri politici. Ed \u00e8 un fatto che Mussolini, informato dell&#8217;eccidio, ordin\u00f2 personalmente di non compiere rappresaglie per vendicare Gentile.<\/p>\n<p>Ma non \u00e8 nemmeno di questo che vogliamo parlare.<\/p>\n<p>Vogliamo parlare del fatto che, per i militanti comunisti, la Resistenza incomincia fin dal 1922, conosce un primo \u00abpicco\u00bb nel 1936, in Spagna, per poi riprendere nel 1943, in Italia; e che essi non attesero affatto l&#8217;8 settembre per iniziare il regolamento di conti col fascismo. Per tutto il corso della seconda guerra mondiale, fin dal 10 giugno 1940 &#8211; anzi, prima ancora di quella data &#8211; essi si adoperarono attivamente per minare le forze dell&#8217;esercito; per indebolire il morale della popolazione; per incitare alla rivolta, ad esempio, le popolazioni abissine di recente sottomesse con la conquista dell&#8217;Impero, avvenuta nel 1935-36.<\/p>\n<p>Questi sono fatti, non sono supposizioni.<\/p>\n<p>Ora, gli sforzi dei militanti comunisti per favorire la sconfitta dell&#8217;Italia in guerra, molto prima che la sconfitta si profilasse certa e inevitabile &#8211; ad esempio, da parte di elementi residenti ad Alessandria d&#8217;Egitto, all&#8217;epoca dell&#8217;avanzata di Rommel fino ad El Alamein &#8211; si sommarono al boicottaggio dello sforzo bellico, larvato o palese, di vari altri settori della societ\u00e0 italiana, volti ad affrettare la sconfitta e la resa del Paese: la Massoneria, taluni circoli vaticani, la mafia, e &#8211; dulcis in fundo &#8211; alcuni generali e ammiragli dichiaratamente anglofili, i quali fecero quanto poterono per pugnalare alla schiena i loro soldati e marinai che affrontavano la morte ogni giorno, dalle sabbie infuocate del Nord Africa alle acque del Mediterraneo insanguinate dai convogli diretti in Libia e affondati dagli aerei e dai sommergibili inglesi di base a Malta.<\/p>\n<p>A quest&#8217;ultima categoria di traditori ha dedicato ricostruzioni persuasive Antonino Trizzino, specialmente nei suoi libri \u00abNavi e poltrone\u00bb e \u00abGli amici dei nemici\u00bb; mentre Franco Bandini ha sfatato la leggenda dello sfortunato eroismo di Amedeo di Savoia, ultimo vicer\u00e9 dell&#8217;Impero, per mostrare quanta inconcepibile ingenuit\u00e0 e quanta colpevole insipienza vi fu nella sua condotta politico-militare nel 1940-41 (per non parlare della speranza, fattagli balenare dai suoi furbi \u00abamici\u00bb inglesi, di subentrare sul trono a Vittorio Emanuele III, a guerra finita).<\/p>\n<p>Ma torniamo ai militanti comunisti e alla Resistenza che, per essi, non comincia affatto dopo l&#8217;8 settembre 1943, ma ancor prima dell&#8217;entrata in guerra dell&#8217;Italia, nel 1940. Per loro, si trattava di preparare le condizioni della sconfitta, perch\u00e9 solo dalla sconfitta sarebbe venuto il crollo del fascismo e l&#8217;agognato processo rivoluzionario, che avrebbe dovuto condurli al potere. Nessuna remora, nessun imbarazzo di fronte all&#8217;idea di colpire l&#8217;Italia alle spalle nel corso della pi\u00f9 dura prova della sua storia, come nazione indipendente, dai giorni di Caporetto. Non avevano forse insegnato, i bolscevichi di Lenin, la strategia del \u00abtanto peggio, tanto meglio\u00bb? Non avevano mostrato che il presupposto per l&#8217;avvento della rivoluzione socialista \u00e8 la disfatta dello Stato borghese? (Non si ripeter\u00e0 mai abbastanza che il Governo provvisorio di Kerenskij, abbattuto con la Rivoluzione di Ottobre, era un governo democratico, essendo l&#8217;autocrazia zarista caduta sin dal Febbraio.)<\/p>\n<p>I servizi segreti francesi e britannici non chiedevano di meglio che di potersi avvalere dei servigi di questi militanti, determinati, coraggiosi e ben preparati, che conoscevano perfettamente la situazione italiana dall&#8217;interno, grazie alla loro rete clandestina facente capo alla centrale antifascista di Parigi: persone che non agivano per denaro, come quasi tutte le spie, ma per fini politici e per disciplina di partito.<\/p>\n<p>Certo, un fenomeno analogo sarebbe stato impensabile sul fronte opposto: dove il motto \u00abRight or wrong, it&#8217;s my Country!\u00bb rende bene l&#8217;idea della saldezza della coscienza nazionale in Gran Bretagna, ma anche in Francia e negli Stati Uniti. In quei Paesi, un individuo che si fosse messo spontaneamente al servizio del nemico, nel momento cruciale della pi\u00f9 spaventosa guerra della storia, sarebbe stato considerato un traditore, puramente e semplicemente, e, come tale, meritevole del massimo disprezzo. Nessuno avrebbe pensato che, a guerra finita &#8211; e a guerra finita con la disfatta della patria &#8211; quell&#8217;individuo potrebbe fregiarsi del titolo di resistente e, meno ancora, di quello di patriota.<\/p>\n<p>Ma facciamo un esempio concreto; e, fra i tanti che potremmo citare, parliamo di Giuseppe Di Vittorio ed Ilio Barontini e del ruolo da essi svolto nel preparare la caduta, militarmente sconcertante, dell&#8217;Africa Orientale Italiana, nel corso della seconda guerra mondiale.<\/p>\n<p>Fin dal 1938 i servizi segreti francesi avevano steso dei progetti molto dettagliati per attizzare la rivolta anti-italiana fra le popolazioni etiopiche da poco sottomesse, allo scopo di proteggere la loro piccola ma preziosa colonia di Gibuti che, in caso di guerra, sarebbe stata facilmente occupata dal nostro esercito (come lo sar\u00e0 la Somalia Britannica, nell&#8217;agosto del 1940). Si faccia attenzione alle date: due anni prima del fatale annuncio mussoliniano dal balcone di Palazzo Venezia, il 10 giugno 1940, la Francia \u00e8 impegnata in una guerra non dichiarata contro l&#8217;Italia, decisa a far crollare il suo giovanissimo impero pur di difendere una propria minuscola colonia, un coriandolo dei propri vastissimi possedimenti africani.<\/p>\n<p>La Francia, del resto, non \u00e8 nuova a questi genere di politica nei confronti della \u00absorella latina\u00bb. Ad Adua, nel 1897, i 100.000 uomini di Menelik che hanno fatto a pezzi i 20.000 soldati di Baratieri non erano armati, come comunemente si crede, di lance e di zagaglie, ma di cannoni e moderni fucili, ben provvisti di munizioni: gentile dono della Francia al Negus etiopico, in odio alla politica coloniale italiana che cercava di \u00abrifarsi\u00bb, dopo l&#8217;amaro smacco di Tunisi, inflittole &#8211; sempre dalla Francia &#8211; nel 1881.<\/p>\n<p>Ora, la Francia era la maggiore potenza coloniale in Africa, insieme alla Gran Bretagna; e, insieme, le due potenze si erano spartite, nella conferenza di Versailles, anche le ex colonie tedesche, sotto la pietosa finzione giuridica dei mandati della Societ\u00e0 delle Nazioni, e defraudando l&#8217;Italia dei compensi pattuiti con il patto di Londra. Eppure, nel 1935-36, Parigi e Londra non avevano esitato a montare l&#8217;opinione pubblica mondiale contro l&#8217;Italia e a varare le sanzioni economiche, che avevano prostrato la sua economia: loro, che possedevano e sfruttavano l&#8217;80% del continente africano, con metodi di rapina non certo migliori, e spesso assai peggiori.<\/p>\n<p>Bene: ecco che, nel 1938, i servizi segreti francesi e inglesi, preoccupatissimi per la debolezza militare delle proprie colonie ai confini dell&#8217;Africa Orientale Italiana &#8211; Gibuti, il Sudan, il Kenya -, si vedono piovere la manna dal Cielo sotto forma di Giuseppe Di Vittorio ed Ilio Barontini, due militanti comunisti puri e duri, decisi a riprendere la lotta contro il fascismo, interrotta due anni prima sui campi di Spagna, in qualsiasi tempo e luogo ci\u00f2 sia possibile: in Etiopia, ad esempio, dove alcuni capi locali sono ancora in armi contro l&#8217;occupante.<\/p>\n<p>La lotta contro il fascismo, per essi, \u00e8 tutt&#8217;uno con la lotta contro l&#8217;Italia: del resto, lo stesso fascismo aveva predicato la fusione tra partito e nazione, per cui non si fanno il minimo scrupolo di agire in senso anti-nazionale, ponendosi a disposizione dei servizi segreti di due Stati che non sono affatto in guerra con l&#8217;Italia, ma che potrebbero diventarlo, un domani.<\/p>\n<p>In fondo \u00e8 storia vecchia: dai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini, e passando per i Principati del Rinascimento, gli Italiani preferiscono invocare gli eserciti stranieri per eliminare i propri nemici politici interni, piuttosto che fare fronte unito contro le invasioni straniere, in nome di una auspicata (da pochi: Petrarca, Machiavelli), ma in realt\u00e0 inesistente, solidariet\u00e0 nazionale.<\/p>\n<p>Ora, poich\u00e9 la seconda guerra mondiale \u00e8 finita come \u00e8 finita, alla maggior parte delle persone sembra perfettamente logico e legittimo che alcuni Italiani si siano adoperati per la sconfitta del proprio Paese, visto che era il prezzo da pagare per provocare la caduta del fascismo e il ritorno della libert\u00e0.<\/p>\n<p>Questa parola magica, \u00ablibert\u00e0\u00bb, e l&#8217;altra parola magica, \u00abdemocrazia\u00bb, sembrano giustificare qualsiasi cosa, anche il tradimento (perch\u00e9 di questo si tratta, se si possiede quel minimo di onest\u00e0 intellettuale per chiamare le cose con il loro nome); anche perch\u00e9 qualsiasi obiezione viene, di solito, stroncata con la frase ricattatoria: \u00abSarebbe stato dunque preferibile che vincessero Hitler e Mussolini?\u00bb; come se Stalin &#8211; per non dire di Churchill, Roosevelt, Tito o Ciang Kai-scek &#8211; fosse stato assai migliore; e, soprattutto, come se i partigiani comunisti fossero stati dei combattenti per la \u00ablibert\u00e0\u00bb. Invece il loro modello era l&#8217;Unione Sovietica, la terra dei gulag e delle grandi purghe: altro che libert\u00e0.<\/p>\n<p>E adesso torniamo a Di Vittorio e a Barontini.<\/p>\n<p>Ha scritto Franco Bandini nel suo articolo (ripreso nel quarto volume de \u00abLe grandi battaglie dei ventesimo secolo\u00bb, a cura di Arrigo Petacco) \u00abIl Duca d&#8217;Aosta poteva resistere\u00bb, sul mensile \u00abStoria Illustrata\u00bb, Milano, Mondadori, agosto 1975, p. 40:<\/p>\n<p>\u00ab[&#8230;] sul finire del 1938, in Francia [&#8230;] Giuseppe Di Vittorio ed Ilio Barontini, chiusasi la dura esperienza della guerra civile spagnola, avevano deciso di proseguire la loro azione antifascista in qualunque altro luogo fosse stato possibile. Da contatti che essi avevano avuto coi due ministri francesi Pierre Cot e Georges Mandel era emersa la convenienza di utilizzare la loro opera , sotto il controllo dei servizi di informazione francesi, in Etiopia. Parigi aveva assai minori scrupoli legalitari di Londra, forse in ragione del molto maggior pericolo che correva la piccola ma importante colonia francese di Gibuti: ed aveva deciso che la strada migliore per evitare questo pericolo era quella di cercar di sollevare con ogni mezzo le popolazioni dell&#8217;interno. Cos\u00ec, nel dicembre del 1938, part\u00ec per l&#8217;Etiopia Ilio Barontini, il comunista di Cecina che era stato comandante di Brigata in Spagna e che poi, nel 1943, avrebbe organizzato con Longo le prime GAP milanesi e torinesi. Egli aveva preso contatto coi familiari e diretti collaboratori di Hail\u00e9 Selassi\u00e9, tra i quali quel Lorenzo Taezaz, che doveva giocare una cos\u00ec notevole parte in questa storia. Nel marzo 1939, fu la volta di altri due vecchi militanti comunisti, temporaneamente ristretti nel campo profughi di Saint Cyprien: Anton Ukmar, istriano, chiamato &quot;Oghen&quot; nella clandestinit\u00e0, e il suo amico e combattente di Spagna, Rolla. Essi vennero prelevati dal campo da un ufficiale francese, munito di un biglietto di presentazione di Di Vittorio, vennero riforniti di denaro, documenti falsi ed avviati a Parigi, dove Eugenio reale fece loro un buon numero di iniezioni preventive, anche addottorandoli nell&#8217;arte di praticarsele da soli.<\/p>\n<p>Di Vittorio spieg\u00f2 gi elementi essenziali del piano. Il servizio informazioni francese aveva preso accordi con quello inglese per un passaggio &quot;coperto&quot; attraverso il Sudan. In Etiopia, partendo da Ghedaref, sarebbero entrati Ukmar, col nome di Johannes, Rolla con quello di Petrus, Taezaez, con quello di Uolde Michael ed il colonnello Paul Robert Monnier, del &quot;Deuxieme Bureau&quot;. &quot;In Etiopia &#8211; disse Di Vittorio &#8211; avrebbero incontrato un compagno che si chiamava Paul Langrois. Ukmar pens\u00f2 che si trattasse di Velio Spano, ma pi\u00f9 tardi scoperse che era appunto Barontini. Dopo queste istruzioni, ci fu un incontro con Tacl\u00e9 Havariate, ultimo rappresentante etiopico della Societ\u00e0 delle Nazioni, il quale consegn\u00f2 lettere commendatizie di Hail\u00e9 Selassi\u00e9, come salvacondotto per l&#8217;interno dell&#8217;Etiopia.<\/p>\n<p>Alla fine marzo 1939 l&#8217;intera spedizione era al Cairo, dove Monnier prese contatto con l&#8217;&quot;intelligence&quot; inglese. Poi tutti si trasferirono a Khartum, quindi a Ghedaref, dove vennero armati e forniti di viveri, denaro e medicinali. A met\u00e0 aprile Ukmar e Rolla varcavano l&#8217;Artbara a piedi, penetrando subito dopo in territorio etiopico, e raggiungendo dopo qualche giorno un villaggio libero. Pochi giorni pi\u00f9 tardi, in un altro villaggio, si congiungevano con Barontini, che aveva gi\u00e0 compiuto un largo giro d&#8217;ispezione all&#8217;interno.<\/p>\n<p>Non \u00e8 molto importante seguire punto per punto le avventure etiopiche di questi uomini, cui pi\u00f9 tardi si aggiunse Lorenzo Taezaz. Dopo qualche mese il colonnello Monnierr, che si era spinto con Ukmar nella zona di Harrar, mor\u00ec in modo piuttosto misterioso per un attacco di febbre gialla, e lo stesso Ukmar per poco non fece l&#8217;identica fine nel marzo del 1940. Fu salvato da Barontini che lo ripesc\u00f2 in un piccolo villaggio, i cui stregoni l avevano gi\u00e0 buttato nella foresta, sicuro pasto delle fiere. L&#8217;importante \u00e8 che, quando i superstiti, malconci e malati giunsero prima a Khartum e poi al Cairo, nel maggio del 1940, poterono portare la certezza di prima mano di due fato decisivi. Che l&#8217;organizzazione militare italiana era assai pi\u00f9 logora di quanto si fosse supposto, e che una ribellione etiopica si larga scala era possibile. Essi avevano preso contatto sia con Abeb\u00e9 Aregai che con tutti i capi dissidenti dell&#8217;altopiano fin quasi ad Harrar. E per quanto, da buoni comunisti, eccedessero nella valutazione del peso che avrebbe potuto avere militarmente una sollevazione &quot;democratica&quot;, purtuttavia colsero nel segno almeno per ci\u00f2 che riguardava la precaria fedelt\u00e0 dell&#8217;intera popolazione etiopica. Non sarebbe sopravvissuta, essi dissero, a qualche consistente rovescio militare.\u00bb<\/p>\n<p>Certo, \u00e8 innegabile che uomini come Barontini, Rolla e Ukmar fossero animati da una forte motivazione ideale e che diedero prova, inoltre, di una dose notevole di coraggio fisico e personale (ma dalla Vulgata storiografica oggi imperante si attende invano un eguale riconoscimento agli uomini del fronte opposto). Tuttavia, la domanda \u00e8: a parte il coraggio e la dedizione ai propri ideali, questi uomini devono essere considerati dei resistenti, e magari dei patrioti, o non piuttosto dei traditori?<\/p>\n<p>Le informazioni da essi raccolte e riferite ai servizi segreti francesi e britannici ebbero una parte non secondaria nelle vicende militari che avrebbero portato, nel 1941, alla invasione britannica dell&#8217;Impero e alla totale, irreparabile sconfitta del nostro esercito coloniale. A Cheren, ad Amba Alagi, a Uolchefit, a Culqualber, a Gondar i nostri soldati e i bravi ascari si fecero uccidere a migliaia, lottando fino all&#8217;ultimo respiro, per difendere l&#8217;A.O.I. dalle forze nemiche dilaganti: uomini come Barontini, Ukmar e Rolla li avevano letteralmente pugnalati alle spalle, ancor prima che la guerra scoppiasse.<\/p>\n<p>Dunque, delle due l&#8217;una: o questi ultimi furono patrioti, oppure furono traditori della peggiore specie.<\/p>\n<p>Qui non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 spazio per le ambiguit\u00e0, per i gattopardismi, per le contorsioni intellettuali e politiche. \u00c8 scandaloso che lo stesso Stato che ricorda come eroi i caduti di Giarabub o di Culqualber, riconosca ad uomini come Di Vittorio e Barontini lo statuto giuridico di patrioti e di combattenti per la libert\u00e0. Solo una Repubblica ipocrita e nata dalle peggiori trame occulte (prime fra tutte, quelle che condussero al 25 luglio del 1943) pu\u00f2 riuscire nell&#8217;impresa di sublime equilibrismo di riconoscere una pari dignit\u00e0 alle azioni degli uni e degli altri.<\/p>\n<p>Una guerra \u00e8 sempre una tragedia, \u00e8 sempre uno schiaffo ai principi umanitari, ed \u00e8 sempre un atto di suprema ingiustizia. Resta da vedere se la guerra italiana del 1940 fosse veramente pi\u00f9 ingiusta e immorale delle altre: di quelle del Risorgimento o di quella del 1915, ad esempio; o, ancora, di quelle delle altre nazioni, a cominciare dall&#8217;attacco franco-inglese alla Germania del settembre 1939 (ma non all&#8217;Unione Sovietica, che con quella si era spartita la Polonia).<\/p>\n<p>Pare che sia venuto in mente veramente a pochi che, una volta che l&#8217;Italia &#8211; a torto o a ragione &#8211; era entrata in guerra, nel 1940, forse &#8211; per usare un&#8217;espressione di Franco Bandini in \u00abTecnica della sconfitta\u00bb, tanto valeva impegnarsi a fondo e combattere per cercare di vincerla, invece che fare di tutto per perderla.<\/p>\n<p>Questa, in ultima analisi, sembra essere statala causa determinante, non diciamo della sconfitta &#8211; che, probabilmente, era inevitabile -, ma del modo miserando e disonorevole in cui la sconfitta ebbe luogo, guerra civile compresa.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 oltre alla mancanza di nafta &#8211; che costringeva le poderose navi da guerra a rimanere in porto &#8211; e di altre materie prime, necessarie all&#8217;industria bellica; oltre alle carenze tecniche delle forze armate, dalla mancanza del radar a quella delle portaerei; oltre alla mediocrit\u00e0 assoluta dei nostri generali &#8211; Badoglio, Graziani, Cavallero; e oltre al tenace sabotaggio della grande borghesia, della mafia, della Massoneria, di parte del Vaticano: un altro tarlo, invisibile, ma profondo, minava sin dall&#8217;inizio ogni prospettiva di successo.<\/p>\n<p>Era l&#8217;antica, inguaribile propensione degli Italiani ad anteporre la logica di fazione alla salvezza della Patria; logica di fazione che gi\u00e0 era stata teorizzata da Antonio Gramsci, per il quale &#8211; come \u00e8 noto &#8211; il moderno Principe era, appunto, il partito.<\/p>\n<p>Le imprese di uomini come Di Vittorio, Barontini, Ukmar e Rolla possono anche colpire per la loro audacia e la loro assoluta dedizione ad una causa, ma restano pur sempre la migliore dimostrazione del fatto che una societ\u00e0 non pu\u00f2 affrontare il cimento supremo di un conflitto, se non possiede quel minimo di coesione che le faccia considerare le divisioni interne come cosa secondaria rispetto alla massima sciagura che si possa profilare: quella della disfatta totale, della disintegrazione dello Stato, della guerra civile senza regole e senza quartiere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La Vulgata storica oggi imperante sostiene che la Resistenza (con l&#8217;iniziale maiuscola) inizi\u00f2 subito dopo l&#8217;8 settembre 1943, e cita come primo episodio di essa il<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30178,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[56],"tags":[111,215],"class_list":["post-28339","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-politica","tag-comunismo","tag-palmiro-togliatti"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-politica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28339","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28339"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28339\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30178"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28339"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28339"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28339"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}