{"id":28331,"date":"2008-03-07T11:52:00","date_gmt":"2008-03-07T11:52:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/03\/07\/infinito-e-possibilita-nellontologia-di-rene-guenon\/"},"modified":"2008-03-07T11:52:00","modified_gmt":"2008-03-07T11:52:00","slug":"infinito-e-possibilita-nellontologia-di-rene-guenon","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/03\/07\/infinito-e-possibilita-nellontologia-di-rene-guenon\/","title":{"rendered":"Infinito e possibilit\u00e0 nell&#8217;ontologia di Ren\u00e9 Gu\u00e9non"},"content":{"rendered":"<p>Nel precedente saggio intitolato <em>Esiste nel mondo qualcosa di infinito? Tra filosofia e paradossi matematici<\/em> (sempre sul sito di Arianna Editrice) ci eravamo posti il problema dell&#8217;infinito da un punto di vista matematico, a partire dalle riflessioni di Bertrand Russell.<\/p>\n<p>Il filosofo inglese, nella sua opera <em>Introduzione alla filosofia matematica<\/em> (traduzione italiana Roma, Newton &amp; Compton Editori, 1997, p.131), aveva affermato che:<\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;assioma dell&#8217;infinito \u00e8 un postulato che si pu\u00f2 enunciare in questo modo:<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Se<\/em> n <em>\u00e8 un numero cardinale qualsiasi, esiste almeno una classe di individui che hanno<\/em> n <em>termini. Se \u00e8 vero, ne consegue, naturalmente, che esistono molte classi di individui che hanno<\/em> n <em>termini, e che il numero totale di individui al mondo non \u00e8 un numero induttivo.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ora, dato che, per Russell, l&#8217;espressione &quot;numero induttivo&quot; \u00e8 pi\u00f9 o meno un sinonimo di &quot;numero naturale&quot;, avevamo riformulato l&#8217;enunciato, dicendo che il numero totale di individui al mondo non \u00e8 un numero naturale. Inoltre, avevamo esteso tal definizione all&#8217;ambito degli insiemi, definendo un insieme infinito quello che contiene infiniti elementi; ovvero quando sia composto da un numero di elementi al quale noi possiamo sempre aggiungere una unit\u00e0.<\/p>\n<p>E, dal momento che, per quanto grande sia il numero di elementi che noi possiamo pensare, a quel numero possiamo <em>sempre<\/em> aggiungere una unit\u00e0, eravamo giunti intuitivamente all&#8217;idea dell&#8217;infinito matematico.<\/p>\n<p>A quel punto, per\u00f2, avevamo ricordato che il concetto di infinito matematico era stato messo a dura prova, forse verso il 500 a. C., dalla scoperta delle cosiddette <em>linee incommensurabili<\/em>; e, inoltre, ci eravamo resi conto del fatto che il concetto &quot;quantitativo&quot; di infinito matematico, inteso come somma d&#8217;infiniti punti, era stata scardinata dall&#8217;introduzione, nella geometria greca, del punto inesteso, il quale occupa bens\u00ec una posizione nello spazio, ma non possiede alcuna dimensione; concetto che pu\u00f2 essere espresso in questo semplice enunciato: fra due punti qualsiasi di una linea si pu\u00f2 sempre inserire (almeno) un altro punto.<\/p>\n<p>Avevamo poi rilevato che, da quanto detto, scaturivano due paradossi. Il primo consiste nel fatto che, su ciascuna di due linee di diversa lunghezza, troviamo una quantit\u00e0 infinita di punti; mentre il pensiero intuitivo parrebbe suggerirci che nella linea pi\u00f9 lunga dovrebbe essere contenuta una quantit\u00e0 maggiore di punti. Il secondo paradosso \u00e8 che noi non siamo in grado di affermare con sicurezza se esista un qualsiasi insieme infinito nel mondo, nonostante gli sforzi compiuti in tal senso da filosofi e matematici del valore di Bolzano, Cantor e Frege, i quali si sono prodigati per tentare di verificarlo. Bertrand Russell aveva espresso tale paradosso dicendo che (op. cit., pp. 86-88):<\/p>\n<p><em>&quot;Non si pu\u00f2 dire che sia sicuro che esista in realt\u00e0 un qualsiasi insieme infinito nel mondo. L&#8217;ipotesi che esista \u00e8 quello che noi chiamiamo l&#8217;<\/em>assioma dell&#8217;infinito.<em>&quot;<\/em><\/p>\n<p>Pertanto, alla domanda se esista, al mondo, qualche cosa di infinito, avevamo dovuto rispondere che certamente esiste in senso logico-matematico; ma che, in senso fisico e materiale, non siamo in grado n\u00e9 di affermarlo, n\u00e9 di negarlo.<\/p>\n<p>Al tempo stesso, avevamo osservato che entrare, o tentare di entrare, nella logica dell&#8217;infinito, significa in buona sostanza scardinare, i nostri abituali paesaggi concettuali, per avventurarsi in un mondo dove la parte non \u00e8 minore del tutto, dove la somma non \u00e8 maggiore degli addendi; dove, inoltre, i giorni non sono minori dei mesi n\u00e9 gli anni sono maggiori delle ore. Ci\u00f2 significa imparare a guardare alla realt\u00e0 in modo radicalmente diverso.<\/p>\n<p>I saggi ind\u00f9 e buddhisti e alcuni santi e mistici cristiani lo hanno gi\u00e0 fatto, da centinaia o migliaia di anni; i fisici incominciano a farlo solo ora.<\/p>\n<p>Tra coloro che si sono accostati al problema dell&#8217;infinito in tale prospettiva radicale, rifiutando di identificarlo con l&#8217;infinito matematico, il quale, essendo una determinazione, non pu\u00f2 coincidere con l&#8217;Infinito in quanto tale, spicca la potente personalit\u00e0 di Ren\u00e9 Gu\u00e9non (Blois, 15 novembre 1886-Il Cairo, 7 gennaio 1951), filosofo di grande statura e uno dei maggiori esponenti del pensiero tradizionale.<\/p>\n<p>Nella sua ciclopica produzione filosofica che abbraccia un trentennio, dal 1921 al 1951, Gu\u00e9non ha inteso definire le linee fondanti della Tradizione, ossia trasmettere un patrimonio di simboli e di metodologie ritenuto indispensabile per accedere al sapere metafisico, ossia a un sapere intellettuale intuitivo e sovra-razionale. Solo in quest&#8217;ultimo, per Gu\u00e9non, si realizza la piena identificazione del conoscente e del conosciuto; non gi\u00e0 mediante un atto della <em>ragione<\/em>, come voleva l&#8217;idealismo di Giovanni Gentile &#8211; criticato, per questo (oltre che per la sua astrattezza), anche da Julius Evola -, bens\u00ec per mezzo dell&#8217;<em>intelletto superiore<\/em>, ossia di una facolt\u00e0 trascendente, che partecipa sia dell&#8217;elemento umano sia di quello divino.<\/p>\n<p>Nella tradizione Yoga, ci\u00f2 rinvia al settimo <em>chakra<\/em>, denominato <em>Sahasrara<\/em>, che non si trova al centro della fronte &#8211; tale \u00e8 la posizione del sesto <em>chakra<\/em>, ossia <em>Ajna<\/em> -, ma pi\u00f9 in alto, alla sommit\u00e0 della testa; e che non coincide, in sostanza, con una parte del corpo ben definita, ma rinvia a una sfera trascendente, cosmica, e al tempo stesso, tuttavia, ingloba e riassume in s\u00e9 tutte le funzioni dei <em>chakras<\/em> sottostanti.<\/p>\n<p>Scrive Anodea Judith in <em>Chakras, ruote di vita<\/em> (edizione originale <em>Wheels of Life<\/em>, 1987; traduzione italiana di Enrica Viziale, Miulano, Armenia Editore, 1989, p. 314):<\/p>\n<p><em>&quot;Siamo finalmente arrivati al termine del viaggio &#8211; al loto ai mille petali che sta, come un alone, sulla sommit\u00e0 della testa. Qua troviamo il settimo<\/em> chakra<em>, noto anche come \u00abil chakra della corona, perch\u00e8 &#8216;corona&#8217; l&#8217;intero sistema\u00bb. E infatti, corona \u00e8 il termine adatto perch\u00e9 simboleggia un essere nel suo stato pi\u00f9 elevato, regale e glorificato. \u00c8 il centro della \u00abcoscienza cosmica\u00bb- uno stato di ordine superiore, che regola tutto ci\u00f2 che ha dentro di s\u00e9.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il<\/em> chakra <em>della corona rappresenta le strutture del pensiero conscio e inconscio &#8211; le credenze che governano le nostre azioni. Non si tratta per\u00f2 di dominazione, ma di armonia; infatti la chiave di saggezza di questo<\/em> chakra <em>sta nel conoscere l&#8217;armonia interpenetrante di ciascuna delle dimensioni fino a questo momento esplorate.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;In sanscrito, questo<\/em> chakra <em>\u00e8 detto<\/em> Sahasrara<em>, che significa millefoglie, con riferimento ai petali del loto. Quando si raggiunge questo livello, il piccolo e timido seme della Terra \u00e8 risalito attraverso acqua fuoco, aria, suono e luce fino a fondersi con le energie celestiali. Ora fiorisce come un veicolo di coscienza pienamente realizzato con i suoi mille petali che si irradiano dalla sommit\u00e0 della testa come un&#8217;antenna privata, raggiungendo le pi\u00f9 alte dimensioni. I mille petali rappresentano anche la natura infinita del<\/em> chakra <em>&#8211; l&#8217;espansione della coscienza che tutto racchiude in s\u00e9.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Eccoci di nuovo alle prese, dunque, con il concetto di infinito: il settimo <em>chakra<\/em> rappresenta lo stato di illuminazione in cui cade ogni barriera tra interno ed esterno, tra soggetto e oggetto, tra finito e Infinito.<\/p>\n<p>E l&#8217;analogia con il concetto gu\u00e9noniano di <em>intuizione intellettuale<\/em> non razionale, raggiungibile solo mediante lo strumento dell&#8217;<em>intelletto superiore<\/em>, diviene ancora pi\u00f9 chiara quando passiamo a considerare la natura e la funzione conoscitiva del settimo <em>chakra<\/em>. Diamo ancora la parola all&#8217;Autrice di cui sopra (<em>Ibidem<\/em>):<\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 questo<\/em> chakra <em>che gli Ind\u00f9 hanno sempre considerato come la sede dell&#8217;illuminazione, il centro e la sorgente della coscienza stessa. Questo stato di coscienza era visto come qualcosa al di l\u00e0 della ragione, al di l\u00e0 dei sensi, e al di l\u00e0 dei limiti del mondo circostante. Il modo degli Ind\u00f9 di raggiungere questo stato consisteva nel ritrarsi dai sensi. Tramite la separazione dal mondo, si conquista l&#8217;accesso all&#8217;illuminazione della mente. \u00c8 il settimo<\/em> chakra<em>, perci\u00f2, ad essere sempre stato lo scopo, mentre gli altri<\/em> chakra <em>sono soltanto i gradini da salire per ottenere la realizzazione.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Tornando a Gu\u00e9non &#8211; che, comunque, pur facendo riferimento a un orizzonte spirituale vastissimo, compreso quello ind\u00f9, fin\u00ec per volgersi risolutamente verso quello musulmano, tanto da abbracciare l&#8217;islamismo e da riconoscersi pienamente nella tradizione sufi &#8211; ci sembra di particolare interesse riflettere sulle sue considerazioni sui concetti di Infinito e di Possibilit\u00e0.<\/p>\n<p>Per comprenderle a pieno, \u00e8 necessario tener presente, da un lato, il suo rigoroso non-dualismo e la sua concezione radicalmente <em>altra<\/em> dell&#8217;Assoluto, tanto da fargli sostenere che l&#8217;Essere non coincide con l&#8217;Infinito, perch\u00e9, in quanto Essere, \u00abnon racchiude l&#8217;intera Possibilit\u00e0\u00bb; dall&#8217;altro, la dottrina dei cicli cosmici (cfr. le &quot;quattro et\u00e0&quot; della mitologia greca), per cui noi stiamo ora vivendo alla &quot;fine dei tempi&quot;, quando la spiritualit\u00e0 primordiale verr\u00e0 interamente rovesciata.<\/p>\n<p>Proprio per quest&#8217;ultima ragione, Gu\u00e9non non si stanc\u00f2 mai di mettere in guardia contro le illusioni e gli inganni dei certe forme di neo-spiritualismo, le quali, mediante una confusione tra ci\u00f2 che pertiene all&#8217;ordine psichico e ci\u00f2 che pertiene, invece, all&#8217;ordine spirituale, vorrebbero far credere che sia possibile conseguire un progresso spirituale, semplicemente esasperando forme di psichismo inferiore. Ma proprio nel trionfo dello psichismo inferiore, per la dottrina tradizionale, culmina la dissoluzione propria della &quot;fine dei tempi&quot;, ossia quel rovesciamento della vera spiritualit\u00e0, di cui abbiamo gi\u00e0 detto.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, per Gu\u00e9non, la &quot;fine dei tempi&quot; non potr\u00e0 che dissolversi immediatamente, avendo, per sua stessa natura, un carattere illusorio, consistendo essa nel portare a compimento l&#8217;estrema possibilit\u00e0 dell&#8217;attuale ciclo del genere umano; dopo di che avr\u00e0 inizio un nuovo ciclo, che vedr\u00e0 la piena restaurazione della Tradizione primordiale.<\/p>\n<p>E quest&#8217;ultimo concetto ci riporta a quello di Possibilit\u00e0, il quale, al contrario di quello di Essere, egli considera come sinonimo di Infinito.<\/p>\n<p>Riportiamo qui alcune pagine significative del saggio di Ren\u00e9 Gu\u00e9non <em>Gli stati molteplici dell&#8217;essere<\/em>, pubblicato per la prima volta nel 1932 (titolo originale: <em>Les \u00e9tats multiples de l&#8217;\u00eatre<\/em>), dopo opere fondamentali come <em>Errore dello spiritismo<\/em>(1923), <em>L&#8217;esoterismo di Dante<\/em> (1925), <em>Il re del mondo<\/em> e <em>La crisi del mondo moderno<\/em> (1927), <em>Il simbolismo della Croce<\/em> (1931) e prima de <em>Il Regno della Quantit\u00e0 e i Segni dei Tempi<\/em> (1945), <em>La Grande Triade<\/em> e <em>I principi del calcolo infinitesimale<\/em> (1946).<\/p>\n<p>Il testo cui facciamo riferimento, nella traduzione italiana di Lorenzo Pellizzi per le Edizioni Adelphi di Milano (1996, pp. 19-27), \u00e8 basato sulla edizione francese delle \u00c9ditions de la Maisnie, Paris, 1984.<\/p>\n<p><em>&quot;Per comprendere appieno la dottrina della molteplicit\u00e0 degli stati dell&#8217;essere, occorre risalire, prima di qualsiasi altra considerazione, alla pi\u00f9 primordiale delle nozioni, quella dell&#8217;Infinito metafisico, considerato nei suoi rapporti con la Possibilit\u00e0 universale. L&#8217;Infinito, secondo il significato etimologico del termine che lo designa, \u00e8 ci\u00f2 che non ha limiti; e, per mantenere a questo termine il senso che gli \u00e8 proprio, \u00e8 necessario riservarne rigorosamente l&#8217;impiego alla designazione di ci\u00f2 che non ha assolutamente alcun limite, a esclusone di tutto ci\u00f2 che \u00e8 soltanto sottratto ad alcune limitazioni particolari pur rimanendo soggetto ad altre limitazioni in virt\u00f9 della sua stessa natura, cui queste ultime sono essenzialmente inerenti, come lo sono &#8211; dal punto di vista logico &#8211; che in definitiva rispecchia a suo modo il punto di vista che potremmo chiamare &#8216;ontologico&#8217; -, gli elementi che intervengono nella definizione stessa di ci\u00f2 di cui si tratta. Tale \u00e8 in particolare il caso (&#8230;) del numero, dello spazio, del tempo, anche nei concetti pi\u00f9 generali e ampi che sia possibile formarsene, e che oltrepassano di molto le nozioni correnti di numero, spazio e tempo; tutto ci\u00f2 in realt\u00e0 pu\u00f2 soltanto appartenere all&#8217;ambito dell&#8217;indefinito. A questo indefinito, quando \u00e8 di ordine quantitativo, come negli esempi sopra ricordati, alcuni danno impropriamente il nome di \u00abinfinito matematico\u00bb, come se l&#8217;aggiunta di un epiteto o di una qualificazione determinativa alla parola &#8216;infinito&#8217; non implicasse gi\u00e0 di per s\u00e9 una pura e semplice contraddizione. Di fatto l&#8217;indefinito, procedendo dal finito di cui \u00e8 soltanto un&#8217;estensione o uno sviluppo, ed essendo di conseguenza sempre riducibile al finito, non \u00e8 in alcun modo paragonabile al vero Infinito, non pi\u00f9 di quanto l&#8217;individualit\u00e0, umana o di alcun altro genere, pur con tutti i prolungamenti indefiniti di cui \u00e8 suscettibile, possa essere paragonabile all&#8217;essere totale. La formazione dell&#8217;indefinito a partire dal finito, di cui si ha un esempio chiarissimo nella generazione della serie dei numeri, \u00e8 infatti possibile solo a condizione che il finito contenga gi\u00e0 in potenza l&#8217;indefinito e, se anche i limiti venissero spostati fino a essere i un certo senso persi di vista, cio\u00e8 fino a sfuggire ai nostri consueti strumenti di misura, essi non sono per questo in alcun modo soppressi; \u00e8 del tutto evidente, per la natura stessa del rapporto causale, che il &#8216;pi\u00f9&#8217; non pu\u00f2 scaturire dal &#8216;meno&#8217;, n\u00e9 l&#8217;Infinito dal finito.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;E non pu\u00f2 essere altrimenti quando si tratta, come nel caso da noi preso in esame, di particolari ordini di possibilit\u00e0, evidentemente limitati dalla coesistenza con altri ordini di possibilit\u00e0 e quindi dalla loro stessa natura, la quale prevede determinate possibilit\u00e0 e non tutte le possibilit\u00e0 senza restrizione. Se cos\u00ec non fosse, la coesistenza di una indefinit\u00e0 di possibilit\u00e0 diverse non comprese nelle prime, ciascuna delle quali \u00e8 d&#8217;altra parte ugualmente suscettibile di uno sviluppo indefinito, sarebbe una impossibilit\u00e0, ossia un&#8217;assurdit\u00e0 nel senso logico del termine. Al contrario, l&#8217;Infinito, per essere veramente tale, non pu\u00f2 ammettere alcuna restrizione, il che lo presuppone assolutamente incondizionato e indeterminato, poich\u00e9 ogni determinazione, qualunque sia, \u00e8 necessariamente una limitazione, proprio in quanto lascia qualcosa all&#8217;esterno di s\u00e9, vale a dire tutte le altre determinazioni ugualmente possibili. D&#8217;altra parte, la limitazione presenta il carattere di una vera e propria negazione: porre un limite significa negare, in ci\u00f2 che da esso \u00e8 racchiuso, tutto ci\u00f2 che tale limite esclude; di conseguenza la negazione di un limite \u00e8 propriamente la negazione di una negazione, vale a dire, in termini logici ma anche matematici, un&#8217;affermazione, sicch\u00e9 la negazione di ogni limite equivale in realt\u00e0 all&#8217;affermazione totale e assoluta. Ci\u00f2 che non ha limiti \u00e8 ci\u00f2 di cui nulla si pu\u00f2 negare, dunque ci\u00f2 che tutto contiene, ci\u00f2 al di fuori del quale non vi \u00e8 nulla; e questa Idea dell&#8217;Infinito, che \u00e8 la pi\u00f9 affermativa di tutte, poich\u00e9 comprende o racchiude tutte le altre affermazioni particolari, quali che siano, \u00e8 espressa con un termine di forma negativa proprio per la sua assoluta indeterminatezza. Nel linguaggio, infatti, ogni affermazione diretta \u00e8 necessariamente particolare e determinata, \u00e8 l&#8217;affermazione di qualcosa, mentre l&#8217;affermazione totale e assoluta non corrisponde ad alcuna affermazione particolare ad esclusione di altre, poich\u00e9 le implica tutte in ugual modo; ed \u00e8 facile intuire fin d&#8217;ora il rapporto strettissimo fra tutto ci\u00f2 e la Possibilit\u00e0 universale, la quale comprende parimenti tutte le possibilit\u00e0 particolari.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;idea dell&#8217;Infinito, quale \u00e8 stata da noi qui enunciata dal punto di vista metafisico, non \u00e8 in alcun modo discutibile o contestabile, poich\u00e9 non pu\u00f2 racchiudere alcuna contraddizione, proprio in quanto non contiene alcunch\u00e9 di negativo; essa \u00e8 inoltre necessariamente, nel senso logico del termine, perch\u00e9 la sua negazione sarebbe contraddittoria. Infatti, se si considera il &#8216;Tutto&#8217; in senso universale e assoluto, \u00e8 evidente che non pu\u00f2 essere limitato in alcun modo, poich\u00e9 potrebbe esserlo soltanto da qualcosa i esterno, e se esistesse qualcosa di esterno a esso, il &#8216;Tutto&#8217; non sarebbe tale. \u00c8 inoltre importante notare che il &#8216;Tutto&#8217;, inteso in questo senso, non deve assolutamente essere assimilato a un tutto particolare e determinato, cio\u00e8 a un insieme composto di parti che stanno con quel tutto in un rapporto definito; esso, a rigor di termini, \u00e8 \u00abprivo di parti\u00bb, poich\u00e9, dovendo tali parti essere necessariamente relative e finite, non avrebbero con il &#8216;Tutto&#8217; alcuna misura comune, n\u00e9 quindi alcun rapporto, il che equivale a dire che per l&#8217;Infinito le parti non esistono; e questo \u00e8 sufficiente a dimostrare che non si deve tentare di formarsene alcun concetto particolare.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Quanto si \u00e8 detto sul Tutto universale, nella sua assoluta indeterminazione, vale anche se lo si considera dal punto di vista della Possibilit\u00e0; e, a dire il vero, non si tratta di una determinazione, o per lo meno si tratta del minimo di determinazione necessario perch\u00e9 divenga per noi effettivamente concepibile, e soprattutto in certa misura esprimibile. Come gi\u00e0 abbiamo avuto occasione di esprimere, un limite alla Possibilit\u00e0 totale \u00e8, nel denso proprio della parola, una impossibilit\u00e0, poich\u00e9, dovendo includere la Possibilit\u00e0 stessa, per poterla limitare, non potrebbe esservi incluso, e ci\u00f2 che \u00e8 fuori del possibile non pu\u00f2 essere altro che impossibile; ma una impossibilit\u00e0, non essendo altro che una negazione pura e semplice, un vero e proprio nulla, non pu\u00f2 ovviamente limitare alcunch\u00e9, e da ci\u00f2 consegue immediatamente che la Possibilit\u00e0 universale \u00e8 necessariamente illimitata. Occorre per\u00f2 fare attenzione, poich\u00e9 questo vale naturalmente solo per la Possibilit\u00e0 universale e totale, che \u00e8 ci\u00f2 che potremmo chiamare un aspetto dell&#8217;Infinito, da cui non \u00e8 distinta in alcun modo n\u00e9 in alcuna misura; nulla pu\u00f2 esservi all&#8217;infuori dell&#8217;Infinito, poich\u00e9 ci\u00f2 sarebbe una limitazione, e l&#8217;Infinito non sarebbe pi\u00f9 tale. Concepire una \u00abpluralit\u00e0 di infiniti\u00bb \u00e8 una assurdit\u00e0, perch\u00e9 essi si limiterebbero l&#8217;un l&#8217;altro, sicch\u00e9, in realt\u00e0, nessuno di essi sarebbe infinito; quando dunque diciamo che la Possibilit\u00e0 universale \u00e8 infinita o illimitata, ci\u00f2 va inteso nel senso che non \u00e8 cosa diversa dall&#8217;Infinito stesso considerato sotto un determinato aspetto, nella misura in cui \u00e8 consentito dire che esistono aspetti dell&#8217;Infinito. Dato che l&#8217;Infinito \u00e8 veramente \u00absenza parti\u00bb, a rigore non si pu\u00f2 nemmeno parlare di una molteplicit\u00e0 di aspetti in esso realmente e &#8216;distintivamente&#8217; esistente; siamo noi, in realt\u00e0 a concepire l&#8217;Infinito sotto diversi aspetti, perch\u00e9 non ci \u00e8 dato fare altrimenti e, anche se la nostra concezione non fosse essenzialmente limitata, come di fatto \u00e8 fintanto che rimaniamo in uno stato individuale, essa dovrebbe comunque limitarsi, per divenire esprimibile, poich\u00e9 per questo deve rivestirsi di una forma determinata. Quel che conta, per\u00f2, \u00e8 comprendere appieno ci\u00f2 da cui nasce e dipende la limitazione, in modo da attribuirla soltanto alla nostra stessa imperfezione &#8211; o piuttosto a quella degli strumenti interiori ed esteriori di cui attualmente disponiamo in quanto esseri individuali che, come tali, possiedono soltanto un&#8217;esistenza definita e condizionata &#8211; e senza trasferire tale imperfezione, puramente contingente e transitoria come le condizioni cui si riallaccia e da cui discende, nell&#8217;ambito illimitato della stessa Possibilit\u00e0 universale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Aggiungiamo ancora un&#8217;ultima osservazione: se parliamo dell&#8217;Infinito e della Possibilit\u00e0 come correlati, non \u00e8 per stabilire fra questi due termini una distinzione che in realt\u00e0 non pu\u00f2 esistere; vogliamo dire che l&#8217;Infinito \u00e8 considerato allora pi\u00f9 particolarmente nel suo aspetto attivo, mentre la Possibilit\u00e0 ne \u00e8 l&#8217;aspetto passivo; per\u00f2, sia esso considerato da noi come attivo o come passivo, sai tratta sempre dell&#8217;Infinito, che non pu\u00f2 essere toccato da tali punti di vista contingenti, e le determinazioni, qualunque sia il principio in base a cui le si voglia effettuare, esistono qui soltanto in rapporto al nostro pensiero. Si tratta in definitiva di ci\u00f2 che altrove abbiamo chiamato, seguendo la terminologia della dottrina estremo-orientale, \u00abperfezione attiva\u00bb (khien) e \u00abperfezione passiva\u00bb (khouen), in quanto la Perfezione, in senso assoluto, \u00e8 identica all&#8217;Infinito inteso nella sua totale indeterminatezza; e, come abbiamo detto allora, esse sono analoghe &#8211; ma a un grado differente e da un punto di vista assai pi\u00f9 universale &#8211; a quelle che nell&#8217;Essere sono l&#8217;\u00abessenza\u00bb e la \u00absostanza\u00bb. Occorre avere ben chiaro fin d&#8217;ora che l&#8217;Essere non racchiude l&#8217;intera Possibilit\u00e0 e, di conseguenza, non pu\u00f2 in alcuna maniera venire identificato con l&#8217;Infinito; per questo sosteniamo che il punto di vista da noi qui adottato \u00e8 assai pi\u00f9 universale di quello che prende in considerazione soltanto l&#8217;Essere; vi abbiamo accennato solo per evitare ogni confusone&#8230;&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Per capire a fondo questo brano e per meditarlo adeguatamente, consigliamo il lettore di leggere integralmente l&#8217;opera di Gu\u00e9non <em>Gli stati molteplici dell&#8217;essere<\/em>, e specialmente il secondo capitolo, dedicato al concetto di Possibili e compossibili, e il capitolo terzo, dedicato all&#8217;Essere e al Non-Essere.<\/p>\n<p>Riteniamo, infine, di fare cosa utile al lettore, ricordandogli che alcuni aspetti del problema dell&#8217;infinito sono gi\u00e0 stati da noi trattati in una serie di precedenti saggi (consultabili sempre sul sito di Arianna Editrice), tra i quali, oltre al gi\u00e0 citato <em>Esiste nel mondo qualcosa di infinito? Tra filosofia e paradossi matematici<\/em>, ricordiamo:<\/p>\n<ul>\n<li>\n<p><em>Il punto \u00e8, per Euclide, qualcosa di esteso o di inesteso?<\/em>;<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p><em>Bernhard Bolzano e la rinascita della logica formale come dottrina della scienza<\/em>;<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p><em>Conoscere \u00e8 ricordare. Struttura e temi del<\/em> Menone <em>platonico.<\/em><\/p>\n<\/li>\n<\/ul>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel precedente saggio intitolato Esiste nel mondo qualcosa di infinito? 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