{"id":28319,"date":"2007-12-21T04:20:00","date_gmt":"2007-12-21T04:20:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/12\/21\/relativismo-e-perdita-di-certezza-il-male-oscuro-del-pensiero-moderno\/"},"modified":"2007-12-21T04:20:00","modified_gmt":"2007-12-21T04:20:00","slug":"relativismo-e-perdita-di-certezza-il-male-oscuro-del-pensiero-moderno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/12\/21\/relativismo-e-perdita-di-certezza-il-male-oscuro-del-pensiero-moderno\/","title":{"rendered":"Relativismo e perdita di certezza: il \u00abmale oscuro\u00bb del pensiero moderno"},"content":{"rendered":"<p>Abbiamo recentemente sostenuto, nell&#8217;articolo <em>La scienza moderna \u00e8 una degenerazione del vero concetto di scienza<\/em> (sul sito di Arianna Editrice), che la filosofia contemporanea si differenzia nettamente dalla filosofia delle et\u00e0 precedenti non in questo o in quello specifico indirizzo di pensiero, ma nel suo insieme. per la svolta relativistica che ne segna l&#8217;impostazione generale e ne condiziona possibilit\u00e0, prospettive e risultati, nonch\u00e9 per una complessiva perdita di certezza. Ne abbiamo tratto, pertanto, la conclusione che essa si pu\u00f2 identificare, di contro &#8211; ad esempio &#8211; all&#8217;idea platonica di una ricerca della verit\u00e0 oggettiva e stabile, come una scienza mancata (un pensiero debole) o, meglio ancora, come ci\u00f2 che oggi rimane di un <em>sapere perduto.<\/em><\/p>\n<p>Desideriamo ora approfondire questo concetto non sotto il particolare angolo visuale della epistemologia o filosofia della scienza, ma del pensiero <em>tout-court<\/em>: dalla logica alla matematica, dalla fisica alla linguistica.<\/p>\n<p>Partiamo da alcune considerazioni svolte da Maurizio Pagliari nel suo articolo <em>Il sapere perduto<\/em>, pubblicato sulla rivista <em>Iter. Scuola, cultura, societ\u00e0<\/em> dall&#8217;Istituto della Enciclopedia Italiana (n. 6 del 1999, pp. 108-109).<\/p>\n<p><em>&quot;Con l&#8217;avvento dell&#8217;epistemologia contemporanea, \u00e8 diventato possibile ammettere che nei diversi campi del sapere esistono molte &#8216;verit\u00e0&#8217; aventi ciascuna una sua logica interna e anche una sua &#8216;dignit\u00e0&#8217; come paradigma esplicativo di particolari fenomeni: non esisterebbe, insomma, l&#8217;autorit\u00e0 di una legge statutaria che stabilisca la linea di demarcazione tra teorie &#8216;buone&#8217; e teorie &#8216;cattive&#8217;. Cos\u00ec, non solo le aree della conoscenza non ancora dotate di uno statuto scientifico organizzato secondo canoni rigorosi, come l&#8217;area socio-antropologica, ma anche le scienze empiriche e le scienze deduttive hanno visto mettere in discussione la loro infallibilit\u00e0 e la loro immunit\u00e0 dall&#8217;influsso di un contesto epistemico &#8216;esterno&#8217;. Le istituzioni della scienza avrebbero perso le loro caratteristiche di irrevocabilit\u00e0 e di inesorabilit\u00e0, e si sarebbe rivelata illusoria la pretesa di una &#8216;certezza teorica fondatrice&#8217;. Alla concezione cartesiana, secondo cui la razionalit\u00e0 della conoscenza scientifica \u00e8 garantita dal suo metodo, si \u00e8 sostituita una concezione &#8216;anarchica&#8217; secondo cui, con la scomparsa del metodo la scienza perde il suo valore conoscitivo. L&#8217;avvento delle &#8216;tesi della varianza&#8217; ha prodotto un mutamento sostanziale dell&#8217;immagine della scienza, da conoscenza certa e indubitabile a conoscenza congetturale e fallibile, e l&#8217;avvento dell&#8217;anarchismo metodologico ha trasformato quello che era un paradigma del sapere in una delle tante forme di pensiero possibili per l&#8217;uomo, e neanche quella che offre speciali vantaggi metodologici su altre &#8216;scienze&#8217; comunemente ritenute dominio dell&#8217;irrazionale, come la parapsicologia e l&#8217;astrologia.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il paradigma del determinismo, elemento portante della struttura della scienza, \u00e8 stato sostituito, in un processo di capovolgimento degli schemi usuali di spiegazione dei fenomeni naturali, dai nuovi concetti di evoluzione, di caos, di instabilit\u00e0 e di imprevedibilit\u00e0. Il principio dell&#8217;atemporalit\u00e0 delle leggi che regolano l&#8217;universo, cos\u00ec radicato nel pensiero scientifico, ha lasciato il posto alla possibilit\u00e0 di mutamento di queste leggi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il passaggio da un paradigma all&#8217;altro ha luogo per effetto di una &#8216;conversione improvvisa&#8217; che non pu\u00f2 essere imposta dalla logica (Kuhn, Thomas,<\/em> La struttura delle rivoluzioni scientifiche<em>, Torino, Einaudi, 1999, ed. orig. 1962). Nella storia della scienza non c&#8217;\u00e8 alcuna regola metodologica che non sia stata violata, e nella lotta tra teorie rivali qualunque mezzo \u00e8 lecito (Feyerabend, Paul K,<\/em> Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza<em>, Milano, Feltrinelli, 1997, ed. org. 1975) E secondo il &#8216;programma forte&#8217; della nuova sociologia della scienza, la conoscenza scientifica non \u00e8 una &#8216;credenza vera&#8217; ma si riduce a quello che gli esponenti di una data societ\u00e0 reputano essere una conoscenza, ossia diventa un puro &#8216;costrutto sociale&#8217;, una &#8216;concezione trasfigurata&#8217; di questa stessa societ\u00e0 e non pu\u00f2 di fatto accampare nessuna pretesa di accogliere di fatto la &#8216;verit\u00e0&#8217; (Bloor, David,<\/em> La dimensione sociale della conoscenza, <em>Milano, Raffaello Cortina, 1994, ed. orig. 1976).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Cos\u00ec, dopo la svolta relativistica, i percorsi del sapere appaiono non pi\u00f9 come un processo cumulativo prescritto in base a qualche criterio privilegiato di demarcazione, ma come uno dei tanti modelli che continuamente si formano e si trasformano nei singoli contesti. Numerosi sono gli esempi che vengono portati a sostegno di questo processo di &#8216;perdita della certezza&#8217; anche nel campo della matematica e della logica, considerate come l&#8217;ultimo baluardo della &#8216;conservazione&#8217;. Basti pensare, in campo matematico, all&#8217;avvento delle geometrie non-euclidee e dei quaternioni; in ambito logico, ai teoremi di incompletezza di Kurt G\u00f6del o al teorema di indefinibilit\u00e0 di Alfred Tarski; e, in campo fisico, al principio di indeterminazione di Werner Heisenberg.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ancora, all&#8217;interno della matematica attuale non c&#8217;\u00e8 un corpo di conoscenze universalmente accettato, formato da dimostrazioni che sono assunte come il prodotto pi\u00f9 elevato del &#8216;corretto ragionare&#8217;. Per esempio, all&#8217;interno delle diverse scuole fondazionali si trovano posizioni contrastanti sulla natura degli &#8216;enti matematici&#8217; come nel caso dell&#8217;impostazione insiemistica, dove, come \u00e8 noto, esistono diverse assiomatizzazioni alternative.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La pretesa di poter sviluppare dimostrazioni inconfutabili \u00e8 stata abbandonata, e la molteplicit\u00e0 delle scelte produce differenti matematiche (Kline, Morris,<\/em> Matematica. La perdita della certezza<em>, Milano, Mondadori, 1985 , ed. orig. 1980). Addirittura, sembra rinascere la concezione che tutta la matematica non sia da considerare come una disciplina deduttiva, di tipo &#8216;euclideo&#8217;, in cui la verit\u00e0 si trasmette dall&#8217;alto verso il basso, ossia dagli assiomi ai teoremi. La matematica sarebbe, al contrario, pi\u00f9 simile a una disciplina &#8216;quasi-empirica&#8217;, in cui il flusso logico significativo \u00e8 dato dalla trasmissione della falsit\u00e0 dal basso verso l&#8217;alto, ossia dalle asserzioni di base alle ipotesi; con una fondazione, cio\u00e8, di tipo &#8216;induttivo&#8217; (Lakatos, Imre,<\/em> Scritti filosofici, vol<em>. II,<\/em> Matematica, scienza e epistemologia, <em>Milano, Il Saggiatore, 1985, ed. orig. 1978).E cos\u00ec come nel campo della geometria \u00e8 caduto il presupposto che il sistema euclideo sia privilegiato in quanto rigorosamente applicabile alla realt\u00e0, anche nel campo della logica \u00e8 caduto il presupposto che le regole &#8216;classiche&#8217; di ragionamento corrispondano a una descrizione dell&#8217;andamento effettivo degli eventi del mondo. L&#8217;avvento delle &#8216;logiche a tre valori&#8217;, dove non vale il principio del terzo escluso ma che sono, ciononostante, perfettamente coerenti, ha negato la possibilit\u00e0 di attribuire un valore di unicit\u00e0 o di verit\u00e0 a qualsiasi sistema di regole di ragionamento. Nell&#8217;ambito delle &#8216;logiche vaghe&#8217; \u00e8 stata perfino ammessa la possibilit\u00e0 di assegnare a una proposizione un insieme di &#8216;valori di verit\u00e0&#8217; variabili in modo continuo nell&#8217;intervallo compreso tra 0 (&#8216;assolutamente falso&#8217;) e 1 (&#8216;assolutamente vero&#8217;), con valori intermedi come &#8216;molto vero&#8217;, &#8216;abbastanza vero&#8217; e &#8216;pi\u00f9 o meno vero&#8217;. Pi\u00f9 di un sistema di logica pu\u00f2 essere utilizzato come<\/em> metodo di ragionamento<em>, e uno di questi pu\u00f2 essere pi\u00f9 &#8216;comodo&#8217; di un altro, ma non pi\u00f9 &#8216;giusto&#8217;.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Aggiungiamo a tutto questo l&#8217;ipotesi del relativismo linguistico, per cui i mondi nei quali vivono societ\u00e0 diverse e che vengono descritti con sistemi linguistici diversi sono realmente mondi distinti, e non uno stesso mondo a cui vengono apposte etichette linguistiche diverse (Whorf, Benjamin Lee,<\/em> Linguaggio, pensiero e realt\u00e0<em>, Torino, Bollati Boringhieri, 1970, ed. orig. 1956).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ma di tutte queste&#8217; crisi fondazionali&#8217; \u00e8 stata data spesso una lettura che stravolge lo sviluppo dei fatti. \u00c8 ben vero che quando si vuole sovvertire l&#8217;ordine stabilito degli &#8216;schemi di spiegazione accettati&#8217; si scatenano entro le comunit\u00e0 di ricercale guerre di religione pi\u00f9 spietate.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Per esempio, quando la controversia sulle geometrie non euclidee si scaten\u00f2 alla fine del XIX secolo, non furono risparmiati da nessuna parte (filosofica, teologica e scientifica) gli epiteti pi\u00f9 ingiuriosi (quali: assurdit\u00e0, allucinazione, paranoia, caricatura, farsa, chimera, libertinaggio geometrico, malattia dei matematici, geometria satanica, elucubrazione, peste morale, eresia).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Cos\u00ec pure, quando apparvero le &#8216;logiche a tre valori&#8217; furono subito considerate come devianti, mentre le &#8216;logiche vaghe&#8217; furono accolte come una pericolosa calamit\u00e0 e come una cocaina della scienza, che introduceva un eccesso di permissivit\u00e0 nel regno della precisione e della certezza, o furono considerate al massimo come un &#8216;travestimento&#8217; del concetto di probabilit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ma alla fine i risultati &#8216;eretici&#8217; hanno quasi sempre finito per essere accolti dalle comunit\u00e0 di ricerca (e non sempre per la morte degli oppositori) e hanno spesso contribuito in modo determinante al progresso del sapere, connettendosi organicamente al complesso dei risultati gi\u00e0 noti.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Si tratta di considerazioni sensate e fondamentalmente condivisibili, in quanto descrivono la situazione reale degli odierni sviluppi della logica, della matematica, della linguistica, insomma sia delle scienze empiriche che di quelle che un tempo si solevano definire &quot;esatte&quot;. Noi, oggi, possiamo tranquillamente ammettere che i singoli <em>valori di verit\u00e0<\/em> di ciascuna disciplina logica e scientifica possano andare soggetti a una banda di indeterminatezza e che, per esempio, pronunziare la parola &quot;casa&quot; in giapponese significa evocare non lo stesso oggetto concettuale che si intende quando si dice &quot;casa&quot; in italiano, ma un oggetto concettuale del tutto diverso; senza che tutto ci\u00f2 sconvolga pi\u00f9 di tanto le nostre vite o i nostri orizzonti di certezza.<\/p>\n<p>Dov&#8217;\u00e8 dunque il problema?<\/p>\n<p>Il problema \u00e8 che, da Cartesio e Spinoza in poi &#8211; cio\u00e8 dall&#8217;avvento di un razionalismo meccanicistico e antifinalistico &#8211; il relativismo della scienza \u00e8 penetrato dal mondo degli oggetti sensibili a quello a quello dell&#8217;Essere in s\u00e9, arrivando a negare la possibilit\u00e0 della metafisica (Kant) o riducendo il mondo intero a percezione sensoriale (Condillac) o negando esplicitamente l&#8217;esistenza di una realt\u00e0 sostanziale che costituisca il fondamento, logico e ontologico, di quella empirica e materiale. In altre parole, come gi\u00e0 ammoniva il fisico e matematico Luigi Fantappi\u00e9, il pensiero moderno ha abolito le <em>cause finali<\/em> ed \u00e8 giunto ad affermare che vediamo perch\u00e9 ci \u00e8 capitato di avere gli occhi, negando che gli occhi ci siano stati dati per vedere. Ogni cosa, di conseguenza, \u00e8 stata attribuita alla materia stessa oppure al caso; e la natura non \u00e8 pi\u00f9 stata vista come il prodotto intelligente e armonioso di una volont\u00e0 superiore, ma come un labirinto pi\u00f9 simile a un manicomio o a una grande fabbrica impazzita, ove si trasformano incessantemente degli enti che non hanno n\u00e9 origine n\u00e9 scopo.<\/p>\n<p>Eppure, uno dei capisaldi della sana filosofia insegna che ogni effetto deve corrispondere a una causa e che, pertanto, lo si pu\u00f2 conoscere meglio conoscendone la causa. Ma tale principio \u00e8 stato abbandonato in nome di una scienza puramente descrittivista, che cio\u00e8 si occupa solo di descrivere i fenomeni, ma non si cura affatto di risalire alle loro cause; anzi, che guarda con supponenza e fastidio al tentativo di altre forme di conoscenza (filosofia, teologia) di porsi il problema delle cause ultime. I concetti platonici di <em>doxa<\/em> ed <em>episteme<\/em> sono stati rovesciati: adesso la &quot;certezza&quot; \u00e8 nel sapere relativo alle cose contingenti &#8211; e per giunta, come si \u00e8 visto, \u00e8 un sapere sempre pi\u00f9 vacillante -, mentre le cose necessarie sono divenute oggetto di una &quot;opinione&quot; assolutamente privata e non-scientifica, in quanto non &quot;intersoggettiva&quot; (quest&#8217;ultimo termine essendo entrato in uso da quando la stessa scienza post-cartesiana ha abbandonato la pretesa di descrivere la realt\u00e0 in modo oggettivo).<\/p>\n<p>Scrive ad esempio &#8211; e sembra non accorgersi delle implicazioni del suo discorso, che possono nascere solo o da una immensa arroganza intellettuale o da una immensa ingenuit\u00e0 speculativa &#8211; Silvano Fuso in suo articolo da noi gi\u00e0 citato (<em>Scienza, pluralismo culturale, metafisica<\/em>, sulla rivista <em>Iter. Scuola, cultura, societ\u00e0<\/em> dell&#8217;Istituto della Enciclopedia Italiana, 2002, n. 16-17, pp. 95-96):<\/p>\n<p><em>&quot;Anche i filosofi della scienza che non riconoscono a quest&#8217;ultima alcuna posizione privilegiata nei confronti di altre forme culturali (esistono &#8216;nemici della scienza&#8217; anche fra gli epistemologi) devono ammettere la sua efficacia pragmatica. Il pi\u00f9 noto tra questi, Paul K. Feyerabend (acceso dissacratore del sapere scientifico) difendendo il pluralismo culturale, ha affermato: \u00abCi sono altri modi di vivere in questo mondo. La gente \u00e8 intervenuta sul mondo in modi diversi: alcune azioni hanno trovato riscontro, altre non sono mai decollate\u00bb (Feyerabend, P. K.,<\/em> Dialoghi sulla conoscenza, <em>Roma-Bari, Laterza, 1991, p. 104; ed. orig. 1991). La scienza evidentemente ha &#8216;trovato riscontro&#8217;, a differenza di altri modi di indagare la realt\u00e0 , indipendentemente da quello che pu\u00f2 sostenere Feyerabend in altri suoi scritti. L&#8217;intersoggettivit\u00e0 e l&#8217;efficacia pragmatica caratterizzano dunque la scienza, distinguendola nettamente da tante pseudoscienze che vanno pericolosamente diffondendosi nella nostra societ\u00e0. Purtroppo, come tutte le attivit\u00e0 umane, anche la scienza non \u00e8 immune da errori (Kohn Alexander,<\/em> Falsi profeti. Inganni ed errori nella scienza, <em>Bologna, Zanichelli, 1991, ed. orig. 1986; Di Trocchio, Federico,<\/em> Le bugie della scienza. Perch\u00e9 e come gli scienziati imbrogliano, <em>Milano, Arnoldo Mondadori, 1993). Tuttavia la sua stessa apertura, il suo senso autocritico e la continua disponibilit\u00e0 a modificarsi le consentono di autocorreggersi continuamente. Questo non accade nelle pseudoscienze che rimangono invece uguali a s\u00e9 stesse, prive di alcuna evoluzione. Esistono alcuni settori dell&#8217;attivit\u00e0 umana in cui l&#8217;intersoggettivit\u00e0 non \u00e8 raggiungibile. In alcuni di essi, la soggettivit\u00e0 e la libera fantasia dei singoli sono addirittura auspicabili: si pensi al campo artistico o a quello dei sentimenti. In altri, pur non essendo possibile un accordo intersoggettivo unanime, lo si deve necessariamente adottare in modo convenzionale per semplici questioni di convivenza: si pensi alle norme etiche e giuridiche.&quot;<\/em><\/p>\n<p>A parte la mancanza qualsiasi tentativo, non gi\u00e0 di confutare, ma almeno di prendere in considerazione le acute e pertinenti argomentazioni con le quali Feyerabend mostra l&#8217;assolta mancanza di quella &quot;netta distinzione&quot; fra scienze e pseudoscienze di cui parla Fuso e a parte la sviolinata sulla &quot;apertura&quot; della scienza e sul suo &quot;senso autocritico&quot;, che ha tutto il sapore di un auto-incensamento (&quot;se la fanno e se la dicono&quot;, come avviene nel mondo della politica e in quello dell&#8217;informazione), non si pu\u00f2 non restare ammutoliti di fronte alla disinvoltura con cui si riconosce che <em>&quot;esistono alcuni settori dell&#8217;attivit\u00e0 umana in cui l&#8217;intersoggettivit\u00e0 non \u00e8 raggiungibile&quot;<\/em>, come si trattasse di lacune nella mappa del sapere scientifico. Si parla dell&#8217;arte, dell&#8217;etica e della giurisprudenza; si cerca, insomma, di delineare (e delimitare) tali lacune; non si prende nemmeno in considerazione l&#8217;ipotesi che <em>il pi\u00f9 e il meglio<\/em> dell&#8217;umana conoscenza possano restare fuori dal quadro di una scienza cos\u00ec delineata, ossia come (supposto) trionfo della intersoggettivit\u00e0. N\u00e9 che si tratti non solo delle opere d&#8217;arte o dei sentimenti umani, ma di <em>altre forme di conoscenza<\/em> che non sono affatto &quot;soggettive&quot; nel senso di non verificabili, ma che giacciono su un <em>altro piano di realt\u00e0<\/em> rispetto all&#8217;ambito di competenza della scienza <em>moderna<\/em> (quantitativa, meccanicista, riduzionista e materialista).<\/p>\n<p>Insomma si concede che esistono altre forme di conoscenza, ma ci si preoccupa di chiarire che, non essendo scientifiche, sono qualche cosa di puramente soggettivo o di puramente convenzionale. Queste conclusioni &quot;scientiste&quot; sembrerebbero in un primo tempo evitate, l\u00e0 dove l&#8217;Autore in questione, muovendosi con una certa prudenza, chiarisce che la metafisica ha altrettanto diritto di esistere quanto la scienza fisica, anche se si compiace di ricordare che Kant ha &quot;mostrato&quot; l&#8217;impossibilit\u00e0 di fondare la metafisica come scienza; e anche se, definendo la metafisica come l&#8217;insieme delle ipotesi scientifiche non ancora verificate e convalidate dalla scienza stessa, ne misconosce totalmente lo statuto ontologico, che \u00e8 quello di una scienza <em>altra<\/em>.<\/p>\n<p><em>&quot;La scienza non si propone di scoprire la natura ultima della realt\u00e0. Il suo ambito \u00e8 costituito dai soli fenomeni empiricamente accertabili. La nascita della stessa scienza empirica moderna e il suo distacco dalla filosofia sono consistiti proprio nella delimitazione del proprio campo d&#8217;azione.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La disciplina che ambirebbe a una spiegazione ultima (che vorrebbe cio\u00e8 &#8216;tentar di penetrare l&#8217;essenza&#8217;) della realt\u00e0 \u00e8, al contrario, quella branca della filosofia che vien chiamata &#8216;metafisica&#8217; e che si \u00e8 talvolta identificata con la<\/em> filosofia tout court<em>. Purtroppo, fin dai tempi di Kant (nella<\/em> Critica della ragion pura, <em>1781), ci si \u00e8 resi conto dell&#8217;impossibilit\u00e0 di fondare una metafisica come scienza. In altre parole, di ciascuna affermazione metafisica siamo assolutamente incapaci di stabilire il valore di verit\u00e0 o di falsit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ci\u00f2 non significa tuttavia che scienza e metafisica siano completamente estranee l&#8217;una all&#8217;altra. Osteggiata per decenni dalle concezioni positiviste e neopositiviste, la metafisica \u00e8 stata in parte rivalutata dalla filosofia della scienza pi\u00f9 recente. Gi\u00e0 Karl Popper (<\/em>Logica della scoperta scientifica, <em>Torino, Einaudi, 1970, ed. orig. 1935;<\/em> Congetture e confutazioni, <em>Bologna, Il Mulino, 1972, ed. orig. 1962) individua nelle concezioni metafisiche (in pratica, le ipotesi<\/em> a priori <em>degli scienziati) un utile serbatoio d&#8217;idee, da sottoporre successivamente al controllo empirico. Inoltre, altri epistemologi (Agazzi, Evandro,<\/em> Considerazioni epistemologiche su scienza e metafisica<em>, in<\/em> Teoria e metodo delle scienze<em>, a cura di Carlo Huber, Roma, Universit\u00e0 Gregoriana, 1981, pp. 311-40). Hanno fatto osservare che la metafisica equivale a sostenere che non esiste nulla al di fuori di ci\u00f2 che \u00e8 empiricamente accertabili (posizione tipica di quella concezione filosofica nota con il nome di &#8216;scientismo&#8217;). Tuttavia, una tale affermazione \u00e8 essa stessa metafisica. Infatti, fornisce un giudizio (sia pure di non esistenza) su ci\u00f2 che non \u00e8 empiricamente rilevabile.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Una scienza illuminata, quindi, non dice assolutamente nulla su ci\u00f2 che non \u00e8 empiricamente accertabile (direttamente o indirettamente attraverso gli strumenti logico-matematici). La scienza e la metafisica possiedono domini ben definiti e distinti. La prima, occupandosi per definizione di fenomeni empirici, esclude ogni problematica di competenza della metafisica( e quindi della religione): Di conseguenza, essa non pu\u00f2 pronunciare alcun giudizio sulla seconda se non vuole rischiare di essere contraddittoria.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nella vita di ciascuno vi sono inevitabilmente molti aspetti che si collocano al di fuori delle competenze della scienza. In tali settori pu\u00f2 trovare spazio la metafisica e, al suo interno, anche la fede religiosa. La scienza, per esempio, pu\u00f2 fornirci preziosissime informazioni su che cosa sia la vita e su come funzioni, ma non potr\u00e0 mai dare risposte sul suo senso ultimo. Analogamente, pu\u00f2 offrirci straordinari elementi per capire la struttura dell&#8217;universo e forse anche la sua origine, ma non potr\u00e0 mai spiegarci perch\u00e9 esista e quale sia il suo scopo. Queste domande, pure assillano da sempre la mente umana, non possono trovare una risposta nella scienza (Wittgenstein, Ludwig,<\/em> Tractatus logico-philosophicus<em>, Torino, Einaudi, 1964, ed. orig. 1921).&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ora, a parte la contraddittoriet\u00e0 di definire la metafisica come un preliminare ipotetico <em>a priori<\/em> della scienza e, poi, affermare che la fede religiosa si colloca al suo interno (come se la fede fosse una ipotesi scientifica in attesa di dimostrazione), il discorso sin qui svolto sembrerebbe tutto sommato moderato e aperto alla fondazione di saperi non scientifici; ammesso che la scienza moderna sia l&#8217;unico modo di intendere ci\u00f2 che \u00e8 scienza e ammesso che si possa parlare della &quot;scienza&quot; come di un&#8217;entit\u00e0 astratta e pur fornita di una sua logica interna, laddove si dovrebbe piuttosto parlare di &quot;scienza istituzionalizzata&quot; per intendere l&#8217;ambito concreto e i concreti condizionamenti (accademici, professionali, editoriali, economici e politici) che ne determinano gli sviluppi. Un altro elemento di forte perplessit\u00e0 \u00e8 dato peraltro dall&#8217;affermazione che <em>&quot;una scienza illuminata, quindi, non dice assolutamente nulla su ci\u00f2 che non \u00e8 empiricamente accertabile (direttamente o indirettamente attraverso gli strumenti logico-matematici&quot;<\/em>, dato che in diversi campi della ricerca scientifica odierna, primo fra tutti la cosmologia, quel confine \u00e8 stato abbondantemente superato, e senza il minimo scrupolo.<\/p>\n<p>Ad esempio, secondo Stephen Hawking, titolare della cattedra di matematica lucasiana a Cambridge e generalmente considerato il maggiore cosmologo vivente, esiste oggi la concreta possibilit\u00e0 di scoprire la teoria definitiva dell&#8217;Universo. Essa sarebbe in grado di spiegare una volta per tutte non solo l&#8217;origine e il destino dell&#8217;Universo, ma anche di leggere, per cos\u00ec dire, nei pensieri di Dio, mettendoci sul suo stesso livello di comprensione cosmica. Egli enuncia senza batter ciglio questa strabiliante teoria, lasciando intendere che i tempi &quot;romantici&quot; della relativit\u00e0 sono superati e che no possediamo oggi ben pi\u00f9 solide basi, rispetto ad Einstein, per lanciarci all&#8217;assalto dell&#8217;ultima frontiera: una teoria cosmologica unificata capace di spiegare tutte le forze fisiche fondamentali dell&#8217;Universo, il mistero della sua nascita cos\u00ec come quello del destino che lo attende, abbattendo una volta per tutte, a vantaggio della scienza, la tradizionale distinzione fra l&#8217;ambito di quest&#8217;ultima (il <em>come<\/em> dei fenomeni) e quello della filosofia (il <em>perch\u00e9<\/em> essi avvengono).<\/p>\n<p>Egli esprime senza batter ciglio tale convinzione nel suo libro <em>La teoria del tutto. Origine e destino dell&#8217;universo<\/em> (Milano, Mondolibri, 2003, pp.167-168), con queste parole:<\/p>\n<p><em>&quot;Una volta, Einstein si pose questa domanda: &#8216;Quanto fu ampia la libert\u00e0 di scelta di Dio nella costruzione dell&#8217;universo?&#8217;. Se la proposta dell&#8217;assenza di confini \u00e8 corretta, Egli non ebbe alcuna libert\u00e0 nella scelta delle condizioni iniziali. Avrebbe avuto ancora, naturalmente, la libert\u00e0 di scegliere le leggi alle quali l&#8217;universo doveva obbedire, ma questa, in realt\u00e0, potrebbe non essere stata poi una gran scelta: ci potrebbero infatti essere soltanto poche (e forse solo una) teorie complete unificate non autocontraddittorie e tali da permettere l&#8217;esistenza di esseri intelligenti.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ma possiamo interrogarci sulla natura di Dio anche se c&#8217;\u00e8 solo una possibile teoria unificata, che si riduce a un semplice insieme di leggi ed equazioni. Che cos&#8217;\u00e8 che soffia il fuoco vitale nelle equazioni, e crea un universo che esse possono descrivere? L&#8217;approccio solitamente adottato dalla scienza, quello di costruire dei modelli matematici, non pu\u00f2 rispondere alla domanda del perch\u00e9 dovrebbe esserci un universo descrivibile da quei modelli. Perch\u00e9 mai l&#8217;universo si d\u00e0 la pena di esistere? La teoria unificata ha una forza tale da determinare la sua propria esistenza? O ha invece bisogno di un creatore? E, in tal caso, questo creatore esercita qualche altro effetto sull&#8217;universo oltre a essere responsabile della sua esistenza? E chi ha creato questo creatore?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Fino a oggi, gli scienziati sono stati troppo occupati a elaborare nuove teorie che descrivono che cos&#8217;\u00e8 l&#8217;universo per porsi la domanda del perch\u00e9. D&#8217;altro canto, le persone il cui lavoro \u00e8 proprio quello di chiedersi il perch\u00e9 delle cose &#8211; ossia i filosofi &#8211; non sono riuscite a tenere il passo con il progresso delle teorie scientifiche. Nel XVIII secolo, essi ritenevano che l&#8217;intero scibile umano, scienza inclusa, fosse di loro competenza, e discutevano su questioni come &#8216;l&#8217;universo ha avuto un inizio?&#8217;. Nel corso del XIX e del XX secolo, per\u00f2, la scienza \u00e8 diventata troppo tecnica e troppo matematica per i filosofi o per chiunque altro, tranne per pochi specialisti. I filosofi hanno quindi a tal punto ridotto l&#8217;ambito delle proprie ricerche che Ludwig Wittgenstein, il filosofo pi\u00f9 illustre del XX secolo, \u00e8 venuto ad affermare che \u00abl&#8217;unico compito che resta alla filosofia \u00e8 l&#8217;analisi del linguaggio\u00bb. Che declino rispetto a quella tradizione filosofica che da Aristotele va fino a Kant!<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Tuttavia, se riuscissimo a scoprire una teoria completa, col tempo tutti &#8211; e non solo pochi scienziati &#8211; dovrebbero essere in grado di comprenderla, almeno nei suoi principi generali. Saremmo quindi tutti in grado di prender parte alla discussione sul perch\u00e9 l&#8217;universo esiste. E, se trovassimo la risposta a quest&#8217;ultima domanda, decreteremmo il definitivo trionfo della ragione umana, poich\u00e9 allora conosceremmo il pensiero stesso di Dio.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Altro che netta delimitazione del campo della scienza e di quello della metafisica! Ci viene da domandarci, con tutto rispetto, su quale pianeta abbiano vissuto i sostenitori di una tale divisione, mentre Hawking e molti altri suoi colleghi stavano progettando di dare l&#8217;assalto al cielo con la loro moderna Torre di Babele scientista.<\/p>\n<p>E non \u00e8 tutto.<\/p>\n<p>Nel seguito del suo ragionamento, Fuso abbandona i toni &#8216;morbidi&#8217; di scientista moderato per mostrare apertamente la rigida impalcatura dogmatica del suo concetto di scienza, in modo particolare l\u00e0 dove si sofferma a considerare i fenomeni che vanno comunemente sotto la definizione di &quot;miracolo&quot;. Consapevolmente o meno, egli sfodera tutto il pi\u00f9 trito armamentario illuminista, secondo il quale il miracolo, essendo una &#8216;violazione delle leggi di natura&#8217;, semplicemente non pu\u00f2 esistere. Par di leggere la voce &quot;miracolo&quot; nel <em>Dizionario Filosofico<\/em> di Voltaire (una delle menti meno filosofiche del pensiero occidentale), che si caratterizza per una povert\u00e0 concettuale pari solo alla sua rozzezza. Siamo nel terzo millennio, ma l&#8217;impostazione mentale \u00e8 sostanzialmente la stessa: una cosa da far cadere le braccia! \u00c8 come se, negli ultimi due secoli e mezzo, nonostante tutti i vantati &quot;progressi&quot; della scienza moderna, il pensiero occidentale non fosse stato in grado di fare il minimo passo avanti verso un concetto meno legnoso di &quot;leggi naturali&quot; e meno chiuso ed esclusivista verso quegli aspetti della realt\u00e0 che il Logos strumentale non \u00e8 tuttora in grado di spiegare n\u00e9 di comprendere.<\/p>\n<p>Scrive infatti Silvano Fuso (op. cit., p. 96):<\/p>\n<p><em>&quot;Di fronte all&#8217;impossibilit\u00e0 di fornire una risposta a questi interrogativi, l&#8217;atteggiamento pu\u00f2 essere vario. Da un lato, ci si pu\u00f2 accontentare di sospendere il giudizio e di assumere una posizione agnostica. Dall&#8217;altro, si possono inventare risposte di tipo metafisico e religioso. Dal punto di vista strettamente logico, l&#8217;atteggiamento agnostico appare pi\u00f9 razionale. La scelta di cedere a una spiegazione metafisica \u00e8 inevitabilmente irrazionale o meglio arazionale. Egualmente irrazionale \u00e8 la scelta di coloro che negano categoricamente ogni possibile risposta metafisica, sfociando in un ateismo rigoroso. In entrambi i casi si tratta di un&#8217;irrazionalit\u00e0 perfettamente lecita e del tutto innocua, che pu\u00f2 tranquillamente convivere con una mentalit\u00e0 di tipo scientifico. Si tratta, infatti, di scelte il cui unico arbitro \u00e8 l&#8217;individuo stesso e sulle quali ogni opinione \u00e8 lecita. Di conseguenza anche uno scienziato, come tale, deve necessariamente sospendere il giudizio, ma come uomo pu\u00f2 benissimo seguire una scelta atea, agnostica o religiosa.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La convivenza tra scienza e diventa invece pi\u00f9 difficile quando quest&#8217;ultima fa affermazioni che rientrano nell&#8217;ambito empirico. L&#8217;esempio pi\u00f9 evidente \u00e8 quello dei miracoli. Il problema di fondo che bisognerebbe in primo luogo chiarire \u00e8 la loro esistenza, ma finora non sono mai state fornire prove scientificamente accettabili al riguardo. Se poi, per ipotesi, fossero trovate prove inconfutabili che dimostrassero l&#8217;esistenza di un fenomeno prodigioso, cosa dovrebbe fare la scienza? Dovrebbe forse unirsi al coro di coloro che gridano al miracolo? Evidentemente, se cos\u00ec facesse, la scienza verrebbe meno al suo compito. Essa ha il dovere di essere scettica e di ricercare spiegazioni naturalistiche: a costo di rivedere s\u00e9 stessa e le proprie convinzioni. Le stranezze della meccanica quantistica, per esempio, hanno indubbiamente aspetti prodigiosi rispetto alle conoscenze elaborate dalla fisica classica. Tuttavia, tali fenomeni sono stati accertati al di l\u00e0 di ogni dubbio.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Un cenno particolare meritano le cosiddette guarigioni miracolose. A parte i numerosi casi dichiarati ma non sufficientemente dimostrati, sembra ormai sicuro che in talune gravi patologie (compresi i tumori) siano stati accertati casi di remissioni spontanee, sia pure con incidenze statistiche bassissime. Gridare al miracolo di fronte a tali eventi avrebbe come unico risultato il blocco delle conoscenze nel settore. Alcuni casi di remissione spontanea non sono ancora interpretabili con le attuali conoscenze, ma il loro studio accurato potrebbe, in futuro, facilitare la messa a punto di terapie valide. Se, per esempio, nel XVII secolo si fosse gridato al miracolo di fronte alle guarigioni della malaria indotte dall&#8217;assunzione di corteccia di china (&#8216;corteccia del Per\u00f9&#8217;), non si sarebbero mai scoperte le propriet\u00e0 terapeutiche del chinino.&quot;<\/em><\/p>\n<p>A parte il fatto che di eventi &quot;miracolosi&quot; ce ne sono stati e ce ne sono a migliaia e che la scienza non li ritiene sufficientemente provati solo perch\u00e9 non si \u00e8 data e non si d\u00e0 tuttora la pena di studiarli seriamente (pensiamo al caso del guaritore brasiliano Arig\u00f2, solo per citarne uno), ci sembra qui evidente la circolarit\u00e0 del ragionamento dell&#8217;Autore: i miracoli non sono possibili, perch\u00e9 ogni fenomeno empirico <em>deve<\/em> avere una spiegazione scientifica; la scienza studia tutti i fenomeni empirici; dunque la scienza, presto o tardi, spiegher\u00e0 in termini naturalistici <em>tutti<\/em> i pretesi fenomeni miracolosi. Ma non aveva detto che la scienza \u00e8 disposta ad ammettere l&#8217;esistenza di un ambito della realt\u00e0 diverso da quello empirico? E non aveva riconosciuto che, su tale ambito, la scienza non ha nulla da dire? Se, per\u00f2, da tale ambito provengono fenomeni che si manifestano <em>anche<\/em> sul piano fisico, ecco che si nega addirittura che tali fenomeni siano possibili o siano autentici! E ci\u00f2, sempre partendo dal pregiudizio &#8211; inespresso, ma tangibile &#8211; che il sapere <em>vero<\/em> sia quello scientifico; dall&#8217;alto del quale il seguace di tale sapere distribuisce le pagelle di &quot;liceit\u00e0&quot; o &quot;non liceit\u00e0&quot; alle opinioni che esulano dal suo campo, ossia quelle di tipo ateistico o di tipo religioso. Possibile che a questi signori della Scienza con la S maiuscola non venga mai in mente che, forse, vi \u00e8 qualcosa di poco lecito proprio in questa loro pretesa di impancarsi a giudici di ci\u00f2 che \u00e8 razionale, e quindi &#8211; secondo loro &#8211; lecito, e di ci\u00f2 che non lo \u00e8?<\/p>\n<p>Ma, per tornare al nostro assunto iniziale, e cio\u00e8 ai pericoli insiti nel relativismo culturale oggi dilagante e nella perdita generale del valore di certezza, dobbiamo ancora evidenziare come la condizione dell&#8217;uomo contemporaneo, sotto tale punto di vista, somigli pericolosamente a quella dell&#8217;<em>alienato<\/em>. Non, si badi, all&#8217;alienato dell&#8217;antichit\u00e0 o del Medioevo, bens\u00ec all&#8217;alienato del XVII secolo: il &quot;secolo dei lumi&quot;, il secolo della ragione. Grazie ai lumi della ragione, infatti, la cultura del Settecento assunse un nuovo atteggiamento nei confronti del malato di mente: quello di decretarne la deresponsabilizzazione sociale per difetto dell&#8217;uso di ragione; per cui, mentre nei secoli precedenti egli poteva essere imprigionato come un delinquente, ora veniva curato come un malato. La sua condizione diveniva inseparabile da quella del medico che lo prendeva in cura, come un fanciullo bisognoso di guida. L&#8217;alienato delirava, credeva di essere qualcun altro, sragionava: ebbene, la societ\u00e0 decise di non considerarlo pi\u00f9 come un ribelle, di lasciargli la <em>sua<\/em> libert\u00e0 di dire e credere quel che voleva: ma solo, beninteso, entro le mura del manicomio.<\/p>\n<p>Una pagina memorabile \u00e8 stata scritta in proposito da Michel Foucault nella sua ormai celebre <em>Storia della follia nell&#8217;et\u00e0 classica<\/em> (Milano, Rizzoli, 1978, pp. 586-587; ed. orig. 1963).<\/p>\n<p><em>&quot;Il folle \u00e8 ormai completamente libero e completamente escluso dalla libert\u00e0. Un tempo era libero nel momento breve in cui cominciava a perdere la propria libert\u00e0, ora \u00e8 libero nel largo spazio dove gi\u00e0 l&#8217;ha perduta.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Alla fine del XVIII secolo non si assiste a una<\/em> liberazione <em>dei folli, ma a una<\/em> oggettivizzazione del concetto della loro libert\u00e0 <em>(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Una volta liberato, il folle non pu\u00f2 pi\u00f9 sottrarsi alla propria verit\u00e0; egli \u00e8 gettato in essa ed essa lo confisca interamente. La libert\u00e0 classica situava il folle in rapporto alla sua follia, rapporto ambiguo, instabile, sempre compromesso, ma che impediva al folle stesso di identificarsi totalmente con la propria follia.(&#8230;) A partire da questo istante la follia non indica pi\u00f9 un certo rapporto dell&#8217;uomo con<\/em> la <em>verit\u00e0- rapporto che, almeno silenziosamente, implica sempre la sua libert\u00e0; essa indica solo un rapporto dell&#8217;uomo con la<\/em> sua <em>verit\u00e0. Nella follia l&#8217;uomo cade nella propria verit\u00e0; il che \u00e8 un modo di viverla interamente, ma anche di perderla. La follia non parler\u00e0 pi\u00f9 del non-essere, ma dell&#8217;essere dell&#8217;uomo, nel contenuto di ci\u00f2 che egli \u00e8, e nell&#8217;oblio di questo contenuto. E mentre un tempo era Straniero nei rapporti con l&#8217;Essere &#8211; uomo del nulla, dell&#8217;illusione,<\/em> Fatuus <em>(vuoto del non-essere e manifestazione paradossale di questo vuoto) -, eccolo ora trattenuto nella propria verit\u00e0 e al tempo stesso allontanato da essa. Straniero per se stesso,<\/em> alienato.<\/p>\n<p><em>&quot;La follia parla ora un linguaggio antropologico, cercando insieme, e in equivoco che le d\u00e0 i suoi poteri di inquietudine per il mondo moderno, la verit\u00e0 dell&#8217;uomo e la perdita di questa verit\u00e0, e quindi<\/em> la verit\u00e0 di questa verit\u00e0<em>.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Tale, appunto, \u00e8 il dramma dell&#8217;uomo contemporaneo.<\/p>\n<p>Dopo che gli intellettuali hanno esteso, arbitrariamente, il concetto di relativismo della conoscenza dall&#8217;ambito della scienza a quello dell&#8217;intera realt\u00e0 &#8211; morale, culturale, filosofica, religiosa &#8211; l&#8217;uomo contemporaneo \u00e8 precipitato nel labirinto del relativismo assoluto, dove la mia verit\u00e0 \u00e8 uguale alla tua, dove tutto \u00e8 vero soggettivamente e niente \u00e8 vero in assoluto.<\/p>\n<p>Un labirinto che somiglia molto, troppo a un manicomio nel quale l&#8217;uomo contemporaneo, illudendosi di essersi liberato dai &quot;ceppi&quot; di una Verit\u00e0 assoluta, vaga ripetendo a tutti, con malinconica monotonia, la <em>sua<\/em> verit\u00e0, come un pazzo cui nessuno pi\u00f9 presta attenzione, perch\u00e9 simile a cento, mille altri pazzi che proclamano, con pari stolidit\u00e0 e convinzione, ciascuno la propria personale, improbabile verit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Abbiamo recentemente sostenuto, nell&#8217;articolo La scienza moderna \u00e8 una degenerazione del vero concetto di scienza (sul sito di Arianna Editrice), che la filosofia contemporanea si differenzia<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30150,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[35],"tags":[141,263],"class_list":["post-28319","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-epistemologia","tag-filosofia","tag-verita"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-epistemologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28319","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28319"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28319\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30150"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28319"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28319"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28319"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}