{"id":28303,"date":"2014-09-09T08:46:00","date_gmt":"2014-09-09T08:46:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2014\/09\/09\/la-realta-di-ciascun-fatto-e-circoscritta-ma-la-sua-verita-invade-linfinito\/"},"modified":"2014-09-09T08:46:00","modified_gmt":"2014-09-09T08:46:00","slug":"la-realta-di-ciascun-fatto-e-circoscritta-ma-la-sua-verita-invade-linfinito","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2014\/09\/09\/la-realta-di-ciascun-fatto-e-circoscritta-ma-la-sua-verita-invade-linfinito\/","title":{"rendered":"La realt\u00e0 di ciascun fatto \u00e8 circoscritta, ma la sua verit\u00e0 invade l\u2019infinito"},"content":{"rendered":"<p>\u00abLa realt\u00e0 di ciascun fatto \u00e8 circoscritta, ma la sua verit\u00e0 invade l&#8217;infinito\u00bb: cos\u00ec scriveva nelle sue \u00abDivagazioni filosofiche\u00bb un pensatore decisamente ignorato dalla cultura ufficiale, il sacerdote Giuseppe Petich (1869-53), che in odore di modernismo (ma probabilmente a torto), venne relegato dalle autorit\u00e0 ecclesiastiche, per lunghi anni, a svolgere il modestissimo incarico di cappellano del cimitero di Treviso.<\/p>\n<p>In questa singolare, interessantissima figura di filosofo isolato e solitario, in dialogo ideale con il pensiero moderno e tutto proteso a costruire una metafisica evoluzionista &#8211; contraddizione in termini, forse; ma, comunque, cosa ben diversa da una pura e semplice variante sul tema del modernismo cattolico del primo Novecento &#8211; avevamo gi\u00e0 avuto a suo tempo occasione di imbatterci (cfr. l&#8217;articolo \u00abLo spirito non s&#8217;identifica con l&#8217;io, ma \u00e8 un ente sostanzialmente diverso da esso\u00bb, apparso sul sito di Arianna Editrice in data 09\/10\/2009).<\/p>\n<p>A noi sembra che l&#8217;approccio di Petich al problema gnoseologico sia particolarmente valido e fecondo, proprio per il modo, chiaro e costruttivo, con il quale egli affronta i due nodi fondamentali della conoscenza: quello della realt\u00e0 e quello della verit\u00e0. Che cosa si pu\u00f2 definire come reale, e che cosa merita il giudizio di veritiero? Laddove, come si vede bene, il confine tra problema gnoseologico, o della conoscenza, e problema ontologico, o dell&#8217;essere, sono inevitabilmente incerti e destinati a sfumare l&#8217;uno nell&#8217;altro.<\/p>\n<p>Punto primo: che cosa si pu\u00f2 definire come reale. Diciamo &quot;reale&quot; ci\u00f2 che afferisce alla realt\u00e0; e definiamo &quot;realt\u00e0&quot; l&#8217;insieme delle cose che constatiamo, o che supponiamo, esistenti, cio\u00e8 dotate di una propria consistenza effettiva, di uno statuto o di una condizione tali, per cui le riteniamo tali quali ci appaiono o quali ci si rivelano concettualmente, secondo la nostra percezione sensibile e secondo la nostra comprensione intellettuale.<\/p>\n<p>Naturalmente, &quot;reale&quot; non \u00e8 solo ci\u00f2 che si vede, che si tocca, che si misura e che si pu\u00f2 quantificare e\/o sperimentare: questa \u00e8 la rozza credenza del positivismo. Cos\u00ec come &quot;reale&quot; non \u00e8 solo ci\u00f2 che si pu\u00f2 dimostrare o verificare razionalmente: se cos\u00ec fosse, dovremmo negare il diritto di cittadinanza a tutto ci\u00f2 che la nostra ragione non \u00e8 in grado di afferrare con i suoi soli strumenti concettuali; vale a dire che dovremmo escludere dal nostro orizzonte la porzione pi\u00f9 ampia e pi\u00f9 profonda della realt\u00e0 in cui siamo immersi e alla quale partecipiamo.<\/p>\n<p>Sia l&#8217;empirismo che il razionalismo, pertanto, si precludono con le loro stesse mani la possibilit\u00e0, non diciamo di comprendere, ma anche soltanto di riconoscere ci\u00f2 che \u00e8 reale: tale \u00e8 la miseria della filosofia di Locke, per il quale non si d\u00e0 conoscenza se non mediante la sensazione, e di Kant, per il quale non si d\u00e0 conoscenza se non nell&#8217;io penso (o appercezione trascendentale): una vera e propria auto-castrazione, deliberata e intenzionale, del pensiero moderno. A maggior ragione non meriterebbero neppure la qualifica di filosofiche le teorie gnoseologiche dell&#8217;utilitarismo e dell&#8217;idealismo: la prima, perch\u00e9 riduce le cose a strumenti dell&#8217;interesse soggettivo e quindi le degrada a semplici funzioni strumentali dell&#8217;io; la seconda, perch\u00e9, invertendo il giusto ordine di rapporti fra essere e pensiero, e sostenendo che non l&#8217;essere crea il pensiero, ma il pensiero crea l&#8217;essere, la conoscenza diventa il delirio soggettivo dell&#8217;io.<\/p>\n<p>Il reale, viceversa, deve essere immaginato come un immenso palazzo, della cui vastit\u00e0 noi non abbiamo neppure un&#8217;idea e del quale possiamo bens\u00ec conoscere alcune stanze, o inferire l&#8217;esistenza di altre, mediante i sensi e mediante la ragione; tuttavia commetteremmo un errore gravissimo se dichiarassimo inesistenti quelle stanze di cui non possediamo la chiave o di cui non possiamo avere un&#8217;idea inferendola, col ragionamento, in base alle poche stanze che gi\u00e0 conosciamo (o crediamo di conoscere). Il problema, infatti, \u00e8 che noi non possiamo conoscere se non con gli strumenti della nostra mente &#8212; come bene aveva mostrato Berkeley -, ma non abbiamo alcun diritto di dedurne che solo ci\u00f2 che \u00e8 contenuto nella nostra mente merita la qualifica di reale.<\/p>\n<p>&quot;Irreale&quot;, pertanto, \u00e8 un termine ambiguo: a rigore, niente \u00e8 &quot;irreale&quot;, nel senso di inesistente; qualsiasi cosa, per quanto fantastica, per il solo fatto di essere pensata, possiede gi\u00e0 un certo grado di realt\u00e0. Questo ci porta a una importante conclusione: non esistono cose &quot;reali&quot; e cose &quot;irreali&quot;, ma solo cose aventi un differente grado di realt\u00e0 oggettiva. Le cose immaginate da un pazzo sono reali, ma soggettivamente; e lo stesso vale per le cose sognate da un poeta. Bisogna andare molto cauti, peraltro, nel designare ci\u00f2 che \u00e8 reale in modo oggettivo: il concetto di oggettivit\u00e0 si rivela molto pi\u00f9 sfaccettato e ed elusivo di quanto non si tenderebbe a credere. Solo la conoscenza matematica \u00e8 capace di qualificare come &quot;oggettiva&quot; una data realt\u00e0; ma bisogna precisare subito che solo una porzione della realt\u00e0 pu\u00f2 essere descritta in termini matematici e che perfino all&#8217;interno della matematica esistono diverse maniere di descrivere ci\u00f2 che \u00e8 reale: nelle geometrie non euclidee, per esempio, la somma degli angoli interni di un triangolo pu\u00f2 superare o essere inferiore a centottanta gradi, cio\u00e8 a un angolo piatto.<\/p>\n<p>In definitiva noi andiamo alla ricerca di qualcosa che non conosciamo, perch\u00e9, se lo conoscessimo gi\u00e0, non ne andremmo in cerca; e tuttavia che non ignoriamo del tutto, perch\u00e9, se cos\u00ec fosse, non potremmo neppure sentirne l&#8217;esigenza: situazione paradossale, ma potenzialmente feconda, che gi\u00e0 aveva messo in evidenza Socrate, andando al cuore del problema della conoscenza. Il nostro statuto ontologico di creature pensanti, dunque, \u00e8 una via di mezzo fra sapienza e ignoranza: sappiamo perch\u00e9 cerchiamo, e il nostro cercare ne \u00e8 la prova; ma, proprio perch\u00e9 cerchiamo, sappiamo anche di non sapere, di ignorare.<\/p>\n<p>Il reale, dunque, \u00e8 ci\u00f2 che vorremmo sapere, ci\u00f2 di cui andiamo alla ricerca: da ci\u00f2 deriva anche la nostra caratteristica di viandante, &quot;homo viator&quot;: appartiene alla condizione umana l&#8217;essere in cammino, il non accontentarsi di ci\u00f2 che gi\u00e0 si possiede (o si crede di possedere), dunque il fatto di sentire il morso dell&#8217;inquietudine. Solo chi \u00e8 inquieto si mette in cammino e solo chi si mette in cammino non sa dove arriver\u00e0, ma sa anche di non poter farne a meno: e questo caratterizza la condizione umana. Chi non cerca, chi non si mette in gioco, chi non si pone in cammino, \u00e8 morto: non \u00e8 umano, ma lo sembra soltanto, ne ha l&#8217;apparenza esteriore.<\/p>\n<p>Una roccia, una pianta, un animale, sono quello che appaiono: il loro essere coincide con il loro apparire. Una roccia d\u00e0 sempre e soltanto roccia; una pianta, sempre e soltanto pianta; un animale, sempre e soltanto animale. L&#8217;uomo, invece, \u00e8 colui che deve andare oltre se stesso, e dunque superarsi continuamente, svelando &#8212; prima di tutto a se medesimo &#8212; altri aspetti di s\u00e9, prima ignorati. Per l&#8217;uomo il mondo \u00e8 fonte di continua meraviglia, perch\u00e9, viandante curioso e assetato di conoscenza, ogni cosa \u00e8 per lui una rivelazione; per l&#8217;uomo, ad esempio, un albero pu\u00f2 essere sia una creatura vivente, sia un oggetto di utilizzo economico, sia una fonte d&#8217;ispirazione estetica, sia una rivelazione mistica del mistero dell&#8217;essere. Le cose, per l&#8217;uomo, non sono univoche, ma multilaterali; e le loro possibili interpretazioni sono vastissime, pressoch\u00e9 inesauribili. All&#8217;uomo, dunque, appartiene il privilegio di poter leggere le cose in cento maniere differenti, ciascuna delle quali legittima nel suo ambito; e di poter fare la medesima cosa anche nei confronti di se stesso: ma, in questo caso, assumendosi la responsabilit\u00e0 di ci\u00f2 che vuol essere, perch\u00e9 si diventa quello che si riconosce come vero.<\/p>\n<p>E qui passiamo al secondo punto: che cosa merita il giudizio di veritiero. Diciamo &quot;vera&quot; una cosa che \u00e8 come deve essere, che si accorda con il proprio essere e con l&#8217;essere in generale; &quot;falsa&quot;, o non vera, una cosa in cui tale accordo manca. Dunque la verit\u00e0 non \u00e8 una qualit\u00e0 inerente alle cose, ma un giudizio che noi esprimiamo su di esse: diciamo, di volta in volta, che la tale cosa \u00e8 vera o falsa, intendendo che l&#8217;abbiamo trovata conforme o non conforme a come deve essere. Questo, a sua volta, presuppone un ordine complessivo nella realt\u00e0, e anche una gerarchia di rapporti: per essere vera, una cosa deve uniformarsi a tale ordine e a tale gerarchia.<\/p>\n<p>Si potrebbe, a buon diritto, domandare se TUTTA la verit\u00e0 di una cosa si esaurisca nel giudizio che viene dato su di essa; se le cose non siano portatrici, in se stesse e per se stesse, di una loro intima, essenziale verit\u00e0, non soggetta al giudizio esterno; se il vero conoscere non sia, per l&#8217;appunto, il passaggio dal giudizio sulle cose alla loro comprensione integrale, alla loro intuizione esaustiva, mediante un atto di apertura coscienziale e di illuminazione, che non sia solo un atto del Logos, ma un movimento dell&#8217;essere che ponga in gioco tutte le potenzialit\u00e0 gnoseologiche insiste nel rapporto fra soggetto conoscente e oggetto conosciuto.<\/p>\n<p>\u00c8 evidente che tale dualismo viene a cadere allorch\u00e9, eliminando il relativo e il contingente, di riduzione in riduzione, si avanza verso il cuore della realt\u00e0, cio\u00e8 verso l&#8217;Assoluto: a quel punto non vi \u00e8 pi\u00f9 una distinzione fra colui che vuol conoscere e ci\u00f2 che deve essere conosciuto, ma una fusione e una pacificazione suprema, accogliente, luminosa, nella quale la domanda trova la sua risposta prima ancora di essere formulata in quanto tale; perch\u00e9, quando la domanda \u00e8 solo una domanda, l&#8217;io che la formula si pone sempre come una cosa distinta e separata dall&#8217;oggetto verso cui si protende, per cui la risposta integrale tender\u00e0 sempre a sottrarsi, a sfuggire.<\/p>\n<p>In parole pi\u00f9 semplici: una formula matematica, per esempio, pu\u00f2 essere vera, anche se io, erroneamente, la giudico falsa; allo stesso modo, la verit\u00e0 di cui le cose sono portatrici non sempre viene riconosciuta come tale, pu\u00f2 anzi essere gravemente misconosciuta, respinta, rinnegata: ci\u00f2 non la abolisce, non la mette in forse, non la incrina neppure. Il difetto non sta nelle cose, ma nel modo in cui le giudichiamo: perch\u00e9 ogni giudizio non \u00e8 solo un atto della conoscenza, ma anche un atto morale; le due cose sono inseparabili. Diciamo, infatti, che \u00e8 &quot;bene&quot; una conoscenza conforme a verit\u00e0, &quot;male&quot; una conoscenza da essa difforme.<\/p>\n<p>Un importante corollario di quanto detto \u00e8 che ogni conoscenza delle singole cose corrisponde a una conoscenza che, per quanto veritiera possa essere a livello parziale, sar\u00e0 sempre incompleta, e dunque fuorviante e &quot;falsa&quot;, se assolutizzata. In altre parole: il conoscere le cose non corrisponde al conoscere in quanto tale: perch\u00e9 il conoscere, senza ulteriori determinazioni, \u00e8 conoscenza del Tutto e non delle singole parti; mentre noi, spesso, scambiamo quest&#8217;ultima come la forma pi\u00f9 esatta e veritiera di conoscenza, mettendoci fuori strada da noi stessi.<\/p>\n<p>E ora torniamo alla folgorante intuizione di Giuseppe Petich, secondo cui \u00abla realt\u00e0 di ciascun fatto \u00e8 circoscritta, ma la sua verit\u00e0 invade l&#8217;infinito\u00bb. Che cosa vuol dire? Che le cose sono limitate e circoscritte, per definizione (altrimenti non sarebbero tali, sarebbero l&#8217;assoluto) ma che, nello stesso tempo, la verit\u00e0 di cui sono portatrici &#8212; e che non sempre o non necessariamente coincide con l&#8217;esattezza del nostro giudizio &#8212; non si esaurisce in esse, ma \u00e8 un frammento della verit\u00e0 universale. Dunque, ogni verit\u00e0 che non sia universale equivale, senza mezze misure, a una menzogna: una cosa non pu\u00f2 essere parzialmente vera; o meglio: pu\u00f2 esserlo, se la sua conoscenza parziale \u00e8 esplicitata e tenuta sempre presente. In tal senso, si tratta di una verit\u00e0 provvisorio, bisognevole di ulteriore espansione e, per cos\u00ec dire, di perfezionamento. Ma se qualcuno pretende di spacciare una verit\u00e0 parziale per una verit\u00e0 in quanto tale, cio\u00e8 per LA verit\u00e0, &quot;sic et simpliciter&quot;, allora ci troviamo in presenza di una falsificazione della conoscenza.<\/p>\n<p>Ripetiamo: le cose non sono vere (o false) se non in quanto si uniformano alla verit\u00e0 del tutto; e la verit\u00e0 del tutto coincide con la totalit\u00e0 del Reale. Ora, soltanto l&#8217;Essere contiene in s\u00e9 tutte le determinazioni possibili del reale, dunque soltanto l&#8217;Essere \u00e8, in senso stretto, reale: tutto il resto possiede una realt\u00e0 parziale e quindi anche una verit\u00e0 transitoria. Le cose non sono vere, ma diventano vere, per noi, qualora la nostra conoscenza divenga capace di porle nella giusta prospettiva, che \u00e8 la prospettiva dell&#8217;assoluto e dell&#8217;eterno; se no, noi non facciamo altro che falsificare la realt\u00e0, magari inorgogliendoci perch\u00e9 crediamo di aver fatto chiss\u00e0 quali progressi. Dunque: solo dell&#8217;Assoluto si ha conoscenza; del relativo, opinione.<\/p>\n<p>La conclusione \u00e8 che non si d\u00e0 conoscenza vera, al di fuori dell&#8217;Essere; e che tutta la filosofia moderna, da Cartesio e Kant in poi, si \u00e8 messa sulla strada di una falsa conoscenza, perch\u00e9, negando la metafisica, ha negato in partenza qualunque possibilit\u00e0 di approccio veritiero alla realt\u00e0.<\/p>\n<p>Heidegger parlava di &quot;sentieri interrotti&quot;; in questo caso va detto: sentieri sbagliati. Se si vuole ristabilire un rapporto veritiero &#8211; e non schizofrenico &#8211; con la realt\u00e0, si deve riconoscere l&#8217;errore&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abLa realt\u00e0 di ciascun fatto \u00e8 circoscritta, ma la sua verit\u00e0 invade l&#8217;infinito\u00bb: cos\u00ec scriveva nelle sue \u00abDivagazioni filosofiche\u00bb un pensatore decisamente ignorato dalla cultura ufficiale,<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30168,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[37],"tags":[154,173,263],"class_list":["post-28303","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-metafisica","tag-george-berkeley","tag-immanuel-kant","tag-verita"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-metafisica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28303","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28303"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28303\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30168"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28303"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28303"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28303"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}