{"id":28293,"date":"2015-07-31T11:29:00","date_gmt":"2015-07-31T11:29:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/31\/razzista-sara-lei-chi-e-razzista-che-cosa-e-il-razzismo-come-si-diventa-razzisti\/"},"modified":"2015-07-31T11:29:00","modified_gmt":"2015-07-31T11:29:00","slug":"razzista-sara-lei-chi-e-razzista-che-cosa-e-il-razzismo-come-si-diventa-razzisti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/31\/razzista-sara-lei-chi-e-razzista-che-cosa-e-il-razzismo-come-si-diventa-razzisti\/","title":{"rendered":"Razzista sar\u00e0 lei Chi \u00e8 razzista, che cosa \u00e8 il razzismo, come si diventa razzisti?"},"content":{"rendered":"<p>Chi \u00e8 razzista, che cosa \u00e8 il razzismo, come si diventa razzisti?<\/p>\n<p>Senza scomodare de Gobineau o qualche altro teorico del razzismo &quot;classico&quot;, limitiamo la nostra riflessione all&#8217;aspetto pratico e domandiamoci: gli Europei sono naturalmente inclini al razzismo, per il fatto di avere un passato coloniale?<\/p>\n<p>Il razzismo \u00e8 una &quot;malattia&quot; dell&#8217;Occidente, o lo \u00e8 di tutti i popoli, di tutte le culture, allorch\u00e9 si verifichi la concomitanza di alcuni fattori potenzialmente &quot;esplosivi&quot;, per esempio una serie di ondate migratorie pressoch\u00e9 incontrollate, che sovvertono bruscamente l&#8217;equilibrio, materiale e spirituale, di una determinata societ\u00e0, e quando non esistono elementi capaci di fare da tampone, da intercapedine, da filtro; quando, cio\u00e8, non vi \u00e8 il tempo, n\u00e9, forse, la volont\u00e0, di fare in modo che si realizzi un incontro di culture e non gi\u00e0 uno scontro, in cui finir\u00e0 per vincere non necessariamente il pi\u00f9 forte, ma, forse, solo il pi\u00f9 numeroso, con il peso delle sue masse umane?<\/p>\n<p>Quando si parla di razzismo, generalmente vi si pensa secondo categorie concettuali piuttosto datate; che potevano andar bene, e sia pure in via approssimata, fino a qualche decennio fa; ma che ora, davanti alla brusca, drammatica accelerazione storica cui hanno assistito, e stanno tuttora assistendo, le ultime generazioni, rischiano di essere tremendamente inadeguate per comprendere il fenomeno, per analizzarlo, per descriverlo e per proporre eventuali soluzioni.<\/p>\n<p>Prendiamo la posizione &quot;classica&quot; attualmente vigente nel salotto buono della cultura antropologica, quello del politicamente corretto; per esempio, la definizione di ci\u00f2 che \u00e8 &quot;razzismo&quot; fatta dall&#8217;antropologo ebreo-tunisino Albert Memmi, gi\u00e0 docente all&#8217;Universit\u00e0 di Parigi X e direttore dell&#8217;Unit\u00e9 d&#8217;Einsegnement et de Recherches des Sciences sociales (da: A. Memmi, \u00abIl razzismo. Paura dell&#8217;altro e diritti della differenza\u00bb; titolo originale: \u00abLe racisme\u00bb, Paris, Editions Gallimard, 1982; traduzione dal francese di Cristina Spano, Genova, Edizioni Costa e Nolan, 1989, pp. 29-31):<\/p>\n<p>\u00ab[&#8230;] il razzismo degli arabi, degli ebrei o dei maltesi non era consustanzialmente legato alla relazione coloniale; derivava da altre cause [&#8230;], mentre il colonizzatore IN QUANTO TALE \u00e8 quasi sempre razzista. [&#8230;] Confermo [&#8230;] che non esiste non esiste quasi relazione coloniale da cui il razzismo sia completamente assente e a cui esso non sia intimamente legato. Mi pare ancora legittimo concludere IL RAZZISMO ILLUSTRA, RIASSUME E SIMBOLEGGIA LA RELAZIONE COLONIALE [&#8230;] Il razzismo consiste in una MESSA IN RISALTO DI DIFFERENZE; in una VALORIZZAZIONE di queste differenze; in un uso di tale valorizzazione A VANTAGGIO DELL&#8217;ACCUSATORE. Tuttavia [&#8230;] nessuno di questi punti, preso da solo, \u00e8 sufficiente a costituire il razzismo. [&#8230;]<\/p>\n<p>Insistere su una differenza, biologica o di altro tipo, non \u00e8 razzismo, anche se questa \u00e8 dubbia. Evidenziare una differenza, qualora essa non esista, non \u00e8 un delitto; \u00e8 un errore o una sciocchezza. Mettere in luce una differenza, qualora essa esista, \u00e8 ancora meno reprensibile. Si ha persino il diritto di pensare che sia legittimo; dopo tutto, la curiosit\u00e0 \u00e8 l&#8217;anticamera del sapere. L&#8217;esame delle differenze tra gli uomini \u00e8 proprio l&#8217;oggetto della scienza antropologica. Questa disciplina si divide in antropologia biologica e antropologia sociale; vi si ritrova netta la distinzione tra differenze biologiche e culturali. La psicologia e la sociologia progrediscono sia con lo studio delle somiglianze che con quello delle differenze. Occorre per questo sospettare di razzismo tutti i ricercatori di scienze umane? Insomma, LA CONSTATAZIONE DI UNA DIFFERENZA NON \u00c8 RAZZISMO, \u00c8 SOLO UNA CONSTATAZIONE. Ma essa pu\u00f2 essere utilizzata per un&#8217;aggressione razzista. Il tratto differenziale non pu\u00f2 giustificare da solo un&#8217;accusa; assume un significato spudorato solo se ricollocato, al contrario, in un&#8217;argomentazione razzista.<\/p>\n<p>VALORIZZARE UNA DIFFERENZA A NOSTRO VANTAGGIO NON \u00c8 ANCORA LA PROVA SUFFICIENTE DI UNA MENTALIT\u00c0 RAZZISTA. Riconosciamo del resto che \u00e8 una tendenza molto comune, seppure spesso ingiustificata e ridicolmente vana. Il nostro stupore deriva dal fatto che consideriamo queste differenze al di fuori del loro contesto, il che aumenta il nostro stupore e il nostro disagio e ci porta a preferire i tratti e le abitudini a noi propri.[&#8230;]<\/p>\n<p>NON SI DIVENTA ESATTAMENTE RAZZISTI, INFINE, SE NON PER IL TERZO PUNTO: L&#8217;UTILIZZAZIZONE DELLA DIFFERENZA CONTRO GLI ALTRI, al fine di trarre profitto da questa stigmatizzazione. Affermare, a torto o a ragione, che quel popolo colonizzato \u00e8 tecnologicamente inferiore ad un altro non \u00e8 ancora razzismo. Questo si discute e deve essere dimostrato o invalidato. Ma i colonizzatori non si sono accontentati di questa constatazione o di questo errore; essi ne hanno concluso che potevano, e dovevano, dominare il colonizzato, e cos\u00ec hanno fatto. Hanno spiegato, legittimato la loro presenza nella colonia con le carenze del colonizzato. Ancora un po&#8217; e bisognava ringraziarli di essersi disturbati e votati alla salvezza dei fratelli inferiori. Se non ci fosse stato questo uso interessato, la colonizzazione sarebbe stata, forse, un&#8217;impresa filantropica: invece essa fui principalmente un sistema di rapina.\u00bb<\/p>\n<p>\u00c8 significativo il fatto che l&#8217;Autore non si accorga nemmeno di adoperare lo stesso concetto, quello dell&#8217;accusa, in due maniera diametralmente opposte: lo considera azione illegittima quando l&#8217;accusatore \u00e8 il &quot;razzista&quot; (questi due termini li adopera come sinonimi, nella prima parte del suo ragionamento, tanto che la parola &quot;accusatore&quot; salta fuori di punto in bianco, senza alcun preambolo o giustificazione), mentre diviene non solo legittima, ma doverosa, allorch\u00e9 si tratta di avanzare un&#8217;accusa nei confronti del razzista. E, in questo secondo caso, ha anche la magnanimit\u00e0 di dire &#8211; come farebbe il membro zelante, ma umano, di un tribunale rivoluzionario &#8211; che il fatto di parlare delle differenze umane non basta, da solo, a sostenere un&#8217;accusa di razzismo nei confronti di qualcuno. Come dire: non basta parlare del re per essere accusati di sentimenti o magari di complotti antigiacobini: bisogna vedere come se ne parla, se per benedirlo o per maledirlo.<\/p>\n<p>Quindi, da bravo inquisitore, procede a spiegare come si debba articolare correttamente una accusa di razzismo nei confronti di qualcuno: solo se sussistono tutte e tre le condizioni che egli ha formulato. Ma \u00e8 un inquisitore molto comprensivo e rassicurante: dice che, se di mestiere facciamo gli antropologi, non dobbiamo sentirci in colpa ad occuparci delle differenze tra i popoli, sia biologiche che culturali, perch\u00e9 ci\u00f2 rientra nel nostro ambito di ricerca; press&#8217;a poco come un prete d&#8217;altri tempi spiegava agli studenti di storia dell&#8217;arte che non devono sentirsi in imbarazzo a occuparsi di nudi, perch\u00e9 l&#8217;arte sublima ogni cosa e non c&#8217;\u00e8 malizia nello sguardo del vero artista, cos\u00ec come in quella dell&#8217;autentico studioso.<\/p>\n<p>Del resto, questa riserva mentale, questa ambiguit\u00e0 di fondo, traspaiono chiaramente da un esempio che l&#8217;Autore stesso presenta per spiegare meglio quel che intende per razzismo (op. cit., p. 93):<\/p>\n<p>\u00ab&#8230;nel metr\u00f2, un gruppo di giovani nord-africani fa irruzione nel vagone . Si muovono di continuano, sogghignano, cercano gli sguardi sino al limite della provocazione. Il mio compagno di viaggio, un universitario benevolo e anti-razzista, mormora tuttavia con fastidio: &quot;Non dovrebbero, PROPRIO LORO&#8230;&quot;. Gli suggerisco di spiegarsi meglio. Mi dice che voleva, in qualche modo, proteggere i giovani da un&#8217;opinione gi\u00e0 mal disposta. Come nord-africani sono gi\u00e0 sospetti. Ma riconosce, suo malgrado, partecipa un po&#8217; al sentimento generale: sono dei nord-africani in Francia, LORO non dovrebbero&#8230; Tutta la faccenda si regge sulla loro qualit\u00e0 di stranieri. Ora, \u00e8 chiaro che non si tratta di un comportamento specificamente nord-africano, o non solo, ma tipico di giovani, pervasi da un eccesso di forza vitale, maldestri nel corpo, che non hanno ancora trovato il loro posto nella societ\u00e0, e che cercano di dissipare il loro disagio nel piacere malsano di far paura agli altri, adulti, ricchi, doversi; pronti alla violenza, in effetti, se qualche incidente ne desse loro l&#8217;occasione&#8230; Non abbiamo forse qui il comportamento di un teppista qualsiasi?\u00bb<\/p>\n<p>Dunque, nemmeno un amico degli immigrati ha il diritto di deplorare che quei ragazzi stranieri si comportino in maniera aggressiva e incivile; o meglio, non dovrebbe rimarcare che loro, come stranieri, sono tenuti a rispettare il Paese che li ospita&#8230; Ma perch\u00e9? Ovvio: per non essere razzista. E allora silenzio, facciamo finta che vada tutto bene, cio\u00e8 che quei ragazzi nord-africani non siano nord-africani, facciamo finta che siano francesi (o tedeschi, o italiani) e tutto torna a posto: si tratta solo di un &quot;normale&quot; caso di teppismo adolescenziale&#8230;<\/p>\n<p>Ebbene, noi non siano d&#8217;accordo. Noi pensiamo che un individuo, quando va a vivere in un Paese che non \u00e8 il suo, ha degli speciali obblighi e un particolare debito di riconoscenza; che sia tenuto a comportarsi bene due volte, una volta perch\u00e9 tutti lo devono fare, e una volta perch\u00e9 lui, straniero, \u00e8 stato accolto, ospitato, sfamato, alloggiato. Tutto questo non significa niente? I nostri nonni ci sono passati: erano emigranti e dovevano attenersi scrupolosamente alle leggi e alle consuetudini del Paese ospitante. In Svizzera, per esempio &#8211; senza andare tanto lontano, come potremmo, fino in Brasile o in Australia &#8212; risultavano, per cos\u00ec dire, cittadini &quot;in prova&quot;: se sgarravano, se si comportavano in maniera inadeguata, se mostravano poca voglia di lavorare o se disturbavano la pace altrui, rischiavano il rimpatrio immediato &#8212; e non sarebbero pi\u00f9 stato graditi una seconda volta. Ma questo, in effetti, succedeva assai raramente: perch\u00e9 essi erano pieni di dignit\u00e0, poveri ma dignitosi; non emigravano per &quot;farla vedere&quot; a nessuno, ma per necessit\u00e0: erano laboriosi, frugali, rispettosi della legge, consapevoli di aver ricevuto una opportunit\u00e0. Non se ne andavano a spasso nelle ore lavorative, con aria di sfida, in attesa di spacciare droga o per organizzare il racket della prostituzione. Se questo accadeva, come nel caso di certi delinquenti siciliani che trasferivano le loro abitudini mafiose negli Stati Uniti, ci\u00f2 ritornava a disdoro dell&#8217;intera comunit\u00e0; e, di fatto, ha contribuito a incrinare il buon nome degli Italiani nel mondo, anche se le male marce erano poche, in confronto alla massa enorme degli emigranti.<\/p>\n<p>Del resto, Albert Memmi formula la tesi che il razzismo non sia una forma di pensiero, ma una proiezione mitica di un malessere sociale dovuto alla paura del diverso; e spinge il suo &quot;politicamente corretto&quot; fino ad accostarlo all&#8217;antisemitismo, al pregiudizio sessista contro le donne e ad ogni altra forma di discriminazione nei confronti del &quot;diverso&quot; (handicappato, omosessuale, eccetera). Questo \u00e8 in contraddizione con la sua tesi fondamentale, che il razzismo sia una manifestazione cultuale del colonialismo; tesi peraltro pi\u00f9 che discutibile, che lo porta a negare, in linea di principio, che Ebrei o Arabi siano suscettibili di &quot;vero&quot; razzismo, perch\u00e9 il colonialismo, loro, l&#8217;hanno subito e non imposto ad altri popoli&#8230; E anche quest&#8217;ultima affermazione \u00e8 alquanto dubbia, se si considera le guerre condotte da Israele e l&#8217;occupazione dei territori arabi palestinesi, e il modo in cui tuttora vengono trattate quelle popolazioni.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 poi un&#8217;altra cosa degna di nota: Albert Memmi pensa, scrive e ragiona come un perfetto francese che ha studiato i classici; cita continuamente i grandi autori della letteratura francese; mostra di aver assimilato, lui tunisino, una cultura prettamente europea, in cui c&#8217;\u00e8 poco o niente di arabo e meno ancora di africano&#8230; per\u00f2 non lo dice, non lo ammette. Rivolge i suoi strali contro il razzismo dei Francesi, presso i quali si \u00e8 stabilito ed ai quali insegna, da una universit\u00e0 parigina, quanto essi siano inclini al razzismo (il che, intendiamoci, non \u00e8 affatto un argomento campato per aria) e denuncia il colonialismo dei Francesi, che hanno mascherato la loro sete di dominio dietro il paravento della superiorit\u00e0 e della &quot;missione civilizzatrice&quot;&#8230; per\u00f2 non ha l&#8217;onest\u00e0 intellettuale di riconoscere quel debito, di ammettere che s\u00ec, dopo tutto lui \u00e8 un tunisino che pensa, parla e scrive in francese; e che, senza la Francia, non sarebbe arrivato n\u00e9 a chiarire le proprie idee, n\u00e9, tanto meno, ad occupare una cattedra da cui propagarle.<\/p>\n<p>Oppure pensa che un Francese, un Tedesco, un Italiano, potrebbero andare in una universit\u00e0 africana o asiatica e accusare di razzismo il popolo che li ospita, o fare il processo alla loro storia recente, insistendo sulla loro discutibile condotta nei confronti di altri popoli o di altre minoranze? Pensa che un Europeo, in Arabia Saudita, potrebbe parlare della tratta degli schiavi neri da parte degli Arabi sulla costa orientale africana, continuata fino al XX secolo, e ci\u00f2 da una cattedra universitaria o dalle pagine di un libro o di una rivista, cos\u00ec come sarebbe lasciato libero di parlare della tratta organizzata dai bianchi sulla costa occidentale? Oppure pensa che un Europeo potrebbe parlare, nella Repubblica Sudafricana, di come i Bantu massacrarono e sterminarono Boscimani e Ottentotti e come si macchiarono di non poche atrocit\u00e0 verso i Boeri, i quali non erano dei conquistatori venuti da fuori, ma dei migranti che giunsero in quelle terre prima, e non dopo, i Bantu che scendevano dal Nord, dalla regione dei Grandi Laghi?<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 un sottinteso falso, nella concezione di Albert Memmi, anche se egli, a parole, ripudia il mito del &quot;buon selvaggio&quot; di Rousseau: che i popoli colonizzati abbiano subito solo crimini e sfruttamento da parte dei colonizzatori, e che, prima dell&#8217;arrivo di questi ultimi, le loro societ\u00e0 fossero pacifiche, tolleranti, conviviali. Che i re del Buganda provassero le armi da fuoco sparando a bruciapelo sui loro sudditi, o che i Thugs dell&#8217;India assassinassero decine di migliaia di pellegrini e di mercanti per truce fanatismo religioso, questo non ha importanza: i colonizzatori sono sempre e solo i cattivi, e i colonizzati sono sempre e solo i buoni, le vittime innocenti.<\/p>\n<p>Ma ammettiamo che sia cos\u00ec: dopotutto, i popoli africani ed asiatici erano a casa loro, e gli Europei erano gli invasori. Per quanti vantaggi questi ultimi possano aver portato, erano pur sempre gli invasori, e ci\u00f2 basterebbe a rendere la loro presenza moralmente discutibile; non parliamo, poi, se si abbandonavano anche a comportamenti brutali, come i Belgi nel Congo, i quali tagliavano le mani ai lavoratori africani considerati pigri; o se impostavano tutto il sistema economico su un sistematico sfruttamento delle risorse locali e sull&#8217;imposizione dei loro manufatti al mercato indigeno, come i Britannici in India. Ma il punto \u00e8 un altro.<\/p>\n<p>Il punto \u00e8 questo: il fatto che il colonialismo sia stato un fenomeno storico nel quale gli Europei hanno acquisito una serie di vantaggi illegittimi e immorali su altri popoli, tecnicamente meno evoluti e incapaci di resistere (almeno fino a un certo punto: si pensi ad Adua o a Tsushima), ci autorizza a qualificare i colonizzatori come intrinsecamente razzisti e il razzismo, sic et simpliciter, come una manifestazione della mentalit\u00e0 coloniale? E ad escludere che altre forme di razzismo, non legate alle dinamiche coloniali, siano perfettamente possibili, anzi, che siano state pi\u00f9 volte messe in atto nel corso della storia, e che lo siano tuttora?<\/p>\n<p>Per fare un esempio concreto: erano razzisti i contadini veneti o calabresi che emigrarono in Libia durante il fascismo; che coltivarono il deserto e lo trasformarono in un giardino; per poi venir cacciati come delinquenti da Gheddafi, nel 1970, senza poter portare via con s\u00e9 nemmeno le briciole del loro lavoro e dei loro sacrifici? Viceversa, non sono razzisti i terroristi di Boko Haram che assaltano le chiese cristiane della Nigeria e ammazzano tutti i fedeli che vi sono raccolti, magari bruciandoli vivi, per la sola colpa di essere cristiani? Il razzismo si sviluppa solo su base etnica e non anche su base religiosa? Una religione esclusivista, che disprezza tutti gli &quot;infedeli&quot; e considera lecito agire verso di essi in base a una morale diversa da quella praticata tra i &quot;credenti&quot;, non \u00e8 anche, perci\u00f2 stesso, una religione razzista, e nel peggior senso del termine?<\/p>\n<p>Intendiamoci: il razzismo esiste, eccome. Il razzismo ha prodotto molto male nella storia e continua a produrne: molta incomprensione, molta sofferenza, molta ingiustizia. Ed \u00e8 anche vero che, spesso &#8212; ma non sempre &#8212; i colonizzatori se ne sono serviti come di un paravento ideologico per giustificare le loro spoliazioni e anche &#8211; in questo ha ragione Memmi &#8212; come di uno strumento per esorcizzare il loro senso di colpa, l&#8217;intima consapevolezza di essere dalla parte dell&#8217;ingiustizia. Perci\u00f2, non stiamo affatto sostenendo che il razzismo non esiste, bens\u00ec che si tratta di un fenomeno molto, ma molto pi\u00f9 complesso di come la cultura del politicamente corretto vorrebbe presentarlo e ha sempre cercato di presentarlo, sino ad imporre i suoi dogmi con la forza del ricatto morale: se non li condividi, sei fuori della civilt\u00e0, sei nella barbarie &#8212; sei un razzista!<\/p>\n<p>Specialmente oggi, quando l&#8217;Europa \u00e8 sommersa da un flusso migratorio inarrestabile, che ci viene presentato come una specie di fatalit\u00e0 storica, mentre \u00e8 probabile che sia pianificato e pilotato dall&#8217;alto per dei fini inconfessabili, si sta delineando un razzismo alla rovescia, per cui gli Europei devono accettare e subire in silenzio qualunque cosa, qualunque decisione passi sulle loro teste e qualunque convivenza con immigrati che, in certi quartieri e in certi paesi, tendono a farli sentire come degli estranei, come la minoranza dei &quot;diversi&quot;; mentre gli stranieri, forti del numero e dell&#8217;inefficienza delle pubbliche autorit\u00e0, tendono, in casi non rari, a discriminare proprio i cittadini del Paese ospitante, di cui non accettano usi e tradizioni, che anzi criticano e disprezzano apertamente, ma in cui vorrebbero imporre i loro, che una parte di essi giudica i soli meritevoli di rispetto.<\/p>\n<p>E questo, non \u00e8 razzismo? Strano che i nostri intellettuali non se ne siano ancora accorti: la loro mentalit\u00e0 \u00e8 cos\u00ec sorpassata, cos\u00ec ottocentesca, cos\u00ec intellettualmente pigra, che pensano ancora di dover combattere la buona battaglia per i diritti dei pi\u00f9 deboli; e non si accorgono che i pi\u00f9 deboli, spesso, sono i nostri cittadini, i nostri pensionati, i nostri abitanti dei quartieri poveri, costretti a chiudersi in casa alle nove di sera e a non mettere la testa fuori della porta, per paura di quel che potrebbe capitare nelle loro strade, nelle loro piazze, nei loro rioni, dominati ormai da una piccola (e non solo piccola) criminalit\u00e0, che trova nell&#8217;immigrazione massiccia, invasiva, e spesso clandestina, il terreno ideale per prosperare e per diffondersi; anche se, ovviamente non tutti gli immigrati meritano di essere considerati come responsabili di tale situazione e se uno Stato pi\u00f9 serio, pi\u00f9 autorevole, pi\u00f9 capace d&#8217;imporre il rispetto delle regole, riuscirebbe a fare di loro dei lavoratori-ospiti &#8211; come si dice in Germania -, se non proprio perfettamente integrati, almeno rispettosi delle leggi e delle consuetudini locali, e capaci di convivere civilmente con tutti gli altri gruppi di immigrati e con i cittadini residenti da sempre.<\/p>\n<p>In conclusione: esiste il razzismo, ma esiste anche il razzismo alla rovescia. Il pericolo \u00e8 che le nostre popolazioni, da sempre accoglienti, ospitali, generose verso gli stranieri &#8212; e si pensi a quante migliaia e migliaia di vite sono state salvate dalle onde del mare, grazie alla solidariet\u00e0 e all&#8217;altruismo dei nostri pescatori, dei nostri concittadini che abitano lungo le coste o nelle isole, degli equipaggi delle navi militari che hanno soccorso innumerevoli carrette del mare, senza chiedere il passaporto e i documenti a gente che era in pericolo di vita &#8212; possano diventare vittime di un razzismo alla rovescia da parte dei nuovi venuti; e, inoltre, che possano diventare esse stesse razziste, non per altra ragione che per un legittimo istinto di difesa, laddove amministratori e politici brillano per la loro assenza, per la loro insipienza, per la loro cialtroneria, davanti ad un problema cos\u00ec grave, che meriterebbe di essere affrontato con ben altro piglio, con ben altri presupposti e con ben altra competenza, non diciamo per essere risolto, ma almeno per essere gestito con un minimo di ordine e di responsabilit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Chi \u00e8 razzista, che cosa \u00e8 il razzismo, come si diventa razzisti? 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