{"id":28272,"date":"2009-04-19T12:42:00","date_gmt":"2009-04-19T12:42:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/04\/19\/una-pagina-al-giorno-la-commediante-veneziana-di-raffaele-calzini\/"},"modified":"2009-04-19T12:42:00","modified_gmt":"2009-04-19T12:42:00","slug":"una-pagina-al-giorno-la-commediante-veneziana-di-raffaele-calzini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/04\/19\/una-pagina-al-giorno-la-commediante-veneziana-di-raffaele-calzini\/","title":{"rendered":"Una pagina al giorno: \u00abLa commediante veneziana\u00bb di Raffaele Calzini"},"content":{"rendered":"<p>Il milanese Raffaele Calzini, classe 1885, morto a Cortina d&#8217;Ampezzo nel 1953, \u00e8 stato uno scrittore assai noto e apprezzato negli anni Venti e Trenta, per poi venire rapidamente dimenticato negli anni del dopoguerra.<\/p>\n<p>Nel clima dominante del Neorealismo, i suoi romanzi dalla fresca vena sentimentale e deliberatamente apolitici dovettero apparire, di colpo, completamente sorpassati e fuori moda; o, almeno, tale dovette essere il giudizio dei signori critici, i quali, assurti &#8211; sotto l&#8217;egida dell&#8217;ideologia marxista &#8211; al ruolo di direttori d&#8217;orchestra della cultura italiana, in una misura che mai si era vista in precedenza, non potevano che guardare con un mezzo sorriso di compatimento questo romanziere della vecchia scuola lombarda che, ai loro occhi, non incarnava certo la figura dell&#8217;\u00abintellettuale organico\u00bb di gramsciana memoria.<\/p>\n<p>Lui, del resto, si era gi\u00e0 chiamato fuori della mischia: il suo canto del cigno era stato proprio \u00abLa commediante veneziana\u00bb, del 1935, preceduto da \u00abSegantini: romanzo della montagna\u00bb (1934) e seguito dai volumi \u00abLa bella italiana\u00bb e \u00abLampeggia al nord di Sant&#8217;Elena\u00bb, apparsi entrambi quando le sorti della seconda guerra mondiale volgevano ormai al peggio (1942) e, perci\u00f2, passati un po&#8217; inosservati.<\/p>\n<p>Giornalista brillante e collaboratore delle maggiori testate dell&#8217;epoca, a cominciare dal \u00abCorriere della Sera\u00bb, Calzini aveva esordito con una raccolta di novelle, \u00abLa vedova scaltra\u00bb, nel 1919, a trentaquattro anni; cui era seguita una seconda raccolta di prose brevi, \u00abPolonaise e altre avventure\u00bb, nel 1929; e un certo numero di commedie, tra le quali \u00abLa tela di Penelope\u00bb, del 1922, rappresentata con un buon successo di pubblico, e testimonianza di quella passione per il mondo degli attori e del teatro che sta al centro de \u00abLa commediante veneziana\u00bb.<\/p>\n<p>Due aspetti sono particolarmente evidenti nella scrittura di Raffaele Calzini: la capacit\u00e0 di cogliere sensazioni e squarci di stati d&#8217;animo e di paesaggi naturali, in cui qualcuno ha ravvisato un influsso dell&#8217;arte dannunziana; e quella di farsi trepido osservatore della vita degli uomini e delle donne, delle loro segrete ambizioni, della loro aspirazione alla felicit\u00e0.<\/p>\n<p>Entrambe queste caratteristiche sono presenti nel romanzo \u00abLa commediante veneziana\u00bb, che qui abbiamo deciso di presentare, e che ha conosciuto un secondo momento di celebrit\u00e0, pi\u00f9 di quarant&#8217;anni dopo la sua pubblicazione, per merito di uno sceneggiato televisivo in cinque puntate, girato da Salvatore Nocita e mandato in onda nel 1979.<\/p>\n<p>Si \u00e8 trattato di una eccellente riduzione per il piccolo schermo, bene ambientata, ben recitata e ben diretta, ma &#8211; non \u00e8 certo una novit\u00e0 &#8211; passata tranquillamente sotto silenzio dalla critica blasonata: la \u00abStoria delle televisione italiana\u00bb di Aldo Grasso la ignora, come pure la \u00abEnciclopedia Garzanti della televisione\u00bb; allo stesso modo che il nome di Raffaele Calzini \u00e8 ignorato dalla \u00abEnciclopedia Garzanti della letteratura\u00bb.<\/p>\n<p>Salvatore Nocita si era gi\u00e0 messo in luce, due anni prima, con il televisivo \u00abLigabue\u00bb. Ora, con la collaborazione alla sceneggiatura di Fabio Pittorru e con l&#8217;intensa interpretazione di Angelica Ippolito, Giancarlo Dettori e Lucilla Morlacchi, aveva saputo restituire al libro di Calzini tutto il suo sapore di commedia agrodolce e segretamente malinconica, accentuandone, peraltro, i risvolti drammatici e il senso di cupa minaccia che aleggia intorno alla figura del protagonista maschile, con un notevole effetto scenico.<\/p>\n<p>La storia \u00e8 relativamente semplice e ruota intorno alle figure di un uomo e una donna eleganti e vanitosi, assetati di successo e desiderosi di amore, ma contrastati da rivalit\u00e0 e trame delle quali solo in parte riescono a comprendere tutta la portata e la pericolosit\u00e0: la celebre commediante veneziana Dora Ricci e il suo amante, don Pietro Gratar\u00f2l, segretario di Stato veneziano, con forti ambizioni di carriera politica.<\/p>\n<p>Siamo nella Venezia di met\u00e0 del XVIII secolo, campo di battaglia di una sorda lotta fra Massoneria e Gesuiti; la Venezia di Carlo Goldoni e del conte Carlo Gozzi, che celebra i suoi ultimi fasti spensierati, fra l&#8217;ebbrezza del Carnevale e le rappresentazioni teatrali, affollatissime e animatissime. Ed \u00e8 appunto Carlo Gozzi, geloso (oltre che del successo del pi\u00f9 giovane Goldoni) dell&#8217;amore che la bella Dora rivolge al Gratar\u00f2l, a decidere di ordire una autentica congiura per rovinare la carriera politica di quest&#8217;ultimo.<\/p>\n<p>Mentre la nomina a residente, ossia ambasciatore, presso la corte di Napoli, subisce una serie di inspiegabili ritardi, dietro i quali si intuisce una volont\u00e0 persecutoria della procuratoressa Tron, don Pietro viene ferito nella sua vanit\u00e0 dalla crudele caricatura della sua figura di damerino elegante ed incipriato, che viene messa sulle scene per dileggio e che lo obbliga quasi a nascondersi, lui amante della vita di societ\u00e0 e con l&#8217;ambizione di divenire un piccolo \u00abarbiter elegantiae\u00bb. Il suo nome, la sua figura, le sue disavventure, sono sulla bocca di tutti. Finch\u00e9, durante le feste per il Carnevale, gli accade di incontrare nella folla la maschera di se stesso, don Pietro Gratar\u00f2l; e comprende che la sua carriera politica \u00e8 spezzata per sempre, prima ancora di essere incominciata: sepolta sotto il peso di una montagna di ridicolo.<\/p>\n<p>Alla fine del romanzo, i due protagonisti, che pure si sono amati di un amore sincero (tanto \u00e8 vero che la bella Dora \u00e8 rimasta a suo modo fedele all&#8217;amante cos\u00ec crudelmente ridicolizzato), sperano ancora, pur costretti a lasciarsi, di poter realizzare entrambi i loro sogni di gloria; ma non sar\u00e0 cos\u00ec. Don Pietro dovr\u00e0 partire in esilio e trover\u00e0 la morte lontano da Venezia, a bordo di una nave, in qualche luogo sperduto dell&#8217;Oceano Indiano; Dora sarebbe diventata pazza, per spegnersi poi fra le mura di un manicomio.<\/p>\n<p>Ma essi non immaginano il destino che li attende. Bench\u00e9 provati dalle loro disavventure, sperano ancora di potersi rialzare; perci\u00f2 la conclusione del romanzo non \u00e8 cupamente pessimistica, ma pervasa da una acuta nostalgia e come da un&#8217;aura di debole, indefinita speranza nel futuro.<\/p>\n<p>Il lettore, invece, viene informato &#8211; nelle ultime righe &#8211; di come andr\u00e0 a finire; ed \u00e8 questa consapevolezza del lettore che, contrapposta all&#8217;ignoranza dei protagonisti, crea un \u00abpathos\u00bb tutto particolare, soffuso di tinte tenui e pensose, come un crepuscolo di fine estate.<\/p>\n<p>Dal capitolo XXV del romanzo di Raffaele Calzini \u00abLa commediante veneziana\u00bb, apparso a puntate illustrate da Tabet su un periodico del \u00abCorriere della Sera\u00bb e pubblicato in volume, da Mondadori, nel 1935; poi da Bompiani, nel 1978 (pp. 381-87 di quest&#8217;ultima edizione):<\/p>\n<p>\u00abUn presagio vago di fuori-stagione, un senso di caducit\u00e0 imminente penetrava quella sera in platea. La recitazione si era svolta per due atti stracca e zoppicante. Nell&#8217;intermezzo tra il secondo e il terzo atto Pincirolo sal\u00ec per la scala a pioli tenuta dal balbettante Giosu\u00e8, sulla vetta cartonacea e biaccosa del Monte Olimpo da dove avrebbe spiccato il salto per raffigurare l&#8217;arrivo del volante Mercurio annunciatore degli dei. Era vestito grottescamente di una maglietta d&#8217;oscillanti lustrini che imitava una corazza, portava legati alle caviglie due coturni che gli facevano male, e alle spalle due alette. In capo doveva mettersi un elmetto di stagnola. Teneva in una mano il caduceo e con l&#8217;indice dell&#8217;altra il segnava idealmente la sua traiettoria attraverso nuvole di bambagia a fronde di carta. L&#8217;apparatore, vestitolo, aveva baciato quella testolina secca, d&#8217;uccello, coi suoi baffi di sego.<\/p>\n<p>Giunto un po&#8217; sonnacchioso, in cima alla scala si sent\u00ec triste, ,si rannicchi\u00f2 come un Arlecchino abbandonato: col dorso della mano asciugava ogni tanto e ripuliva le labbra ancora appiccicose d&#8217;uva o allentava la bustina di volo con la quale il suo corpo mingherlino era agganciato alla carrucola. Forse non si accorgeva di avere un aspetto cos\u00ec disincantato e umile mentre dall&#8217;alto dell&#8217;ultimo gradino vedeva sotto di s\u00e9 quell&#8217;andirivieni stracco di commedianti tra rocce alberi colonne. Si scorgevano le rappezzature e gli scheletri della messa in scena ai quali erano appese le lucernette a olio dai puzzolenti lucignoli. E invece la vita, oltre i confini di quel legno sgretolato, pareva cos\u00ec bella cos\u00ec pura! Tornavano davanti a&#8217; suoi occhi luminosi, immagini di mattinate veneziane, scie di navigazioni burchiellesche sui fiumi e in laguna. Ricordava d&#8217;essere andato cos\u00ec a Murano un mattino di novembre: e un&#8217;alba di primavera a Chioggia. Quelle immagini avevano un colore di madreperla, ondeggiavano secondo le oscillazioni della scala, come le chiglie le vele riflesse a piombo dall&#8217;acqua.<\/p>\n<p>Sulla cima dovette rannicchiarsi per un urtare il soffitto col capo ricciuto: aspettava pazientemente il segnale di buttarsi gi\u00f9.<\/p>\n<p>Il sipario si era alzato sull&#8217;ultimo atto: soffiava un venticello fresco da qualche finestra aperta; lo spazio ai suoi piedi si era improvvisamente moltiplicato. Non provava le vertigini, ma quello era uno spazio troppo vasto per un bambino debole e solo. Non si distinguevano chiaramente gli spettatori: i plebei della platea apparivano schiacciati come acini d&#8217;uva in una torta ovale: mentre i gesti gli applausi le parrucche i volti dei signori erano appesi alle cornici dei palchi, e ai parapetti, come nelle vetrine d&#8217;un magazzino d&#8217;abiti usati o di maschere.<\/p>\n<p>Il pubblico visto di sbieco era vecchio, sdruscito.<\/p>\n<p>I palpiti del cuore, il respiro del seno, le voci, entro quelle guaine di opache sete su cui brillavano i monili, non bastavano a vivificare il pigia-pigia dei manichini spettrali. La vita con i peccati capitali: l&#8217;ira la gola la lussuria l&#8217;avarizia si movevano in fondo a quell&#8217;ondeggiare frusciante, come il dischiudersi degli anemoni e delle conchiglie il fiorire delle madrepore e dei coralli l&#8217;agitarsi delle piovre e delle murene in fondo al mare.<\/p>\n<p>Di tanto in tanto il Gratar\u00f2l, vestito da viaggio e in stivali, alzava l&#8217;occhialetto; si guardava in giuro non stancandosi di riconoscer gli spettatori, di spiarli, segnandoli a dito a Momolo.<\/p>\n<p>La Par\u00f2na, le contessine Gozzi, Cecilia Tron, la Cenet, il conte Gaspare, la moglie dell&#8217;Erizzo, Gennariello. E poi senatori, magistrati, professori dello Studio di Padova. Imbalsamati e irraggiungibili, n\u00e9 vecchi n\u00e9 giovani: eterni.<\/p>\n<p>Da otto mesi non aveva rimesso piede in un teatro: soltanto a Vienna aveva ascoltato all&#8217;Opera un melodramma del Metastasio con la musica di un famoso maestro nuovo. Ma qui lo spettacolo aveva poca importanza, passava in seconda linea: egli tosava gli spettatori con una specie di falcetto da vendemmia affilatoi dall&#8217;ironia e della vendetta. Ogni tanto era scosso da un tremito nervoso che faceva tintinnire gli speroni: si passava la mano sulla bocca arsa ed amara che avrebbe voluto imprecare, e sugli occhi stanchi di scrutare la penombra. Erano tutti l\u00e0: li rivedeva volentieri. Anche quelli che villeggiavano lontano da Padova, sulla Brenta, sul Sile, lungo il Terraglio si erano dati convegno alla recita non tanto per amor della commedia quanto per la vecchia abitudine di ritrovarsi. E combinare una partita, una cena, una nottata. I parassiti della vita vuotata d&#8217;ogni verit\u00e0 e d&#8217;ogni fede, i parassiti inguaribili erano sempre uguali, sempre quelli: commedia, letteratura, musica. Corrodevano e contemporaneamente tenevano insieme il vecchio e crollante pergolato di quel mondo autunnale. Dagli sperperi gaudiosi e grandiosi dei padri dilapidatori grandeggianti nel lusso per mantenere ballerine, cani, cavalli, si era arrivati alla futilit\u00e0 spendereccia della nuova generazione, rovinata dalla tabe intellettuale.<\/p>\n<p>Quando il Gratar\u00f2l passava con lo sguardo dal pubblico disattento e ostile al palcoscenico, constatava il visibile sconquasso della Compagnia Sacco.<\/p>\n<p>La commedia di quella sera non interessava. Il primo atto era parso al Gratar\u00f2l completamente nuovo:; durante il secondo ricord\u00f2 vagamente di averlo gi\u00e0 visto. Almeno da quel punto fino alla fine. Fino alla fine? C&#8217;era una fine anche per la commedia? Allora ricord\u00f2 di avervi assistito a Bergamo, una sera, quasi un anno prima. Un anno. S\u00ec: s\u00ec. Era salito sul palcoscenico e Pincirolo gli aveva detto: &#8211; Non resti a vedermi volare?<\/p>\n<p>Si sentiva rivolgere la stessa domanda nello spazio e tacitamente prometteva di rimanere. Ma l&#8217;apparizione di Pincirolo col caduceo in una mano e l&#8217;indice teso dell&#8217;altra dur\u00f2 un attimo. Una parte distratta del pubblico non ud\u00ec il terribile tonfo, l&#8217;altra interruppe gli applausi che accompagnavano il volo e si coperse gli occhi. A met\u00e0 della traiettoria la bustina di volo limata a tradimento e per gelosia dall&#8217;apparatore s&#8217;era scucita, il bambino era precipitato ai piedi della &quot;Principessa indiana&quot;.<\/p>\n<p>Le due ali di cartone e di piume ancora appese alla carrucola, oscillavano sul filo di ferro.<\/p>\n<p>Un momento di silenzio e di vuoto si propag\u00f2 dalla ribalta alla platea:; la &quot;Principessa&quot; s&#8217;era buttata in ginocchio; ma non osava toccare il corpicino frantumato e sussultante. Boccheggiava come un pesciolino sulla rena. Per\u00f2 ella mand\u00f2 un grido: il pi\u00f9 straziante che si sia mai udito in teatro. Altre donne nei palchetti si levarono gridando con voce isterica. Qualcosa d&#8217;anormale era accaduto.<\/p>\n<p>Gli spettatori che, abitando lontano da Padova, si erano gi\u00e0 avvolti nelle cappe nei mantelli nelle andrienne, e si avvicinavano all&#8217;uscita prima della fine, sostarono; si volsero, sorpresi, chiedendosi se la nuvoletta di polvere librata sulle tavole del palcoscenico avesse una ragione teatrale. Finch\u00e9 l&#8217;alta satura del Sacco chiamato di furia dal camerino dove stava spogliandosi apparve. Era in brache corte e camiciola; s&#8217;era buttata una giacca sulle spalle. Senza parrucca quella sua testa di faina, ancora mezzo truccata, aveva qualcosa di bestiale che gel\u00f2 il cuore di tutti.<\/p>\n<p>&#8211; Corpo di&#8230; Sangue di&#8230; &#8211; si chin\u00f2 sull&#8217;impiantito dove Pincirolo giaceva immobile, : faticava appena a sollevare il piccolo peso morto. Barcoll\u00f2 due o tre passi tenendo sulle braccia nude e pelose quello che pareva un fagotto di stracci intrisi di sangue:. E volgendosi al pubblico domandava senza ragione: &#8211; E questo? E questo? (Forse volendo significare: Questo bambino di che cosa \u00e8 colpevole? Di questo cosa me ne faccio?).<\/p>\n<p>Adagiatolo sopra un boschetto di stracci lo copr\u00ec adagio con la sdrucita giacca di Truffaldino. Avrebbe voluto inseguire l&#8217;apparatore, ucciderlo con una stilettata come aveva fatto una notte con un ruffiano a Lisbona. Le mani le gambe gli tremavano mentre rimboccava la giacca e copriva la vittima.<\/p>\n<p>Mai Pincirolo sarebbe divenuto un Truffaldino; mai pi\u00f9 avrebbe recitato il &quot;lamento del Ganassa sopra la morte di un pidocchio&quot;. Era lui che moriva.<\/p>\n<p>Si era schiantato il petto contro le tavole del palcoscenico: i riccioli neri erano appiccicati sulla fronte da un sudore freddo: i profondi occhi di zingaro si spegnevano alla luce della ribalta: un filo di sangue usciva dai denti di roditore che le labbra contratte da un movimento convulso coprivano e scoprivano come se poppassero.<\/p>\n<p>Il grande Truffaldino avrebbe voluto gridare al pubblico che sfollava: &#8211; Mio figlio: era mio figlio! &#8211; ma l&#8217;impegno di commediante non lo permetteva:. Soltanto quando vide che qualche curioso tentava di salire dalla platea sul palcoscenico per godere pi\u00f9 da vicino lo spettacolo del suo dolore (tutti avevano perduto la testa), grid\u00f2 a Toffolo con la voce imperiosa del capocomico:<\/p>\n<p>&#8211; Sipario! Sipario! Gi\u00f9 il sipario. Gi\u00f9.<\/p>\n<p>Il silenzio colava fino all&#8217;uscita del teatro. Qui il rumore arrotante delle carrozze e dei cavalli, gli schiocchi e gli squilli lo spazzavano via.. Una folata di buonumore riportava gli spettatori in villa. Il grosso del pubblico in un momento part\u00ec.<\/p>\n<p>Anche Gratar\u00f2l e Momolo se n&#8217;andarono.<\/p>\n<p>Se ne tornavano verso la libreria passo passo: silenziosi, intabarrati. Come un lottatore si allena a pugni contro un manichino, Gratar\u00f2l allenava il suo cuore alla malvagit\u00e0 che definiva giustizia; protestava contro il destino macinando in un mormorio le accuse contro gli uomini: i nemici.<\/p>\n<p>Ricord\u00f2 le parole scambiate una sera con un Turco e il versetto del Corano che colui gli aveva detto: &quot;Siedi sulla soglia di casa: un giorno vedrai passare il cadavere del tuoi nemico&quot;. Un giorno! Un giorno! Aspettare la morte? Aspettare la morte di tutti? Ci sarebbe voluta una pestilenza. Sorrise amaro. C&#8217;era tempo! Per veder passare il cadavere monumentale del Par\u00f2n vestito della toga di procuratore perch\u00e9 era stato bocciato alle elezioni dogali dovevano trascorrere due anni e per veder la casetta della vecchia Cate bisognava aspettare la fine del secolo; il sacco sarebbe morto tra poco durante un viaggio su una nave e buttato in mare. Quando Carlo Gozzi? E la spia quando?<\/p>\n<p>Bastava assidersi sulla soglia di casa e aspettare le bare.<\/p>\n<p>Che miseria odiare gli uomini!<\/p>\n<p>Don Pietro e Dora, pensava, avrebbero trionfato. Ignaro che il destino preparava a lui esule una morte nel mare del Madagascar e a Dora la pazzia in una cella di san Servilio.<\/p>\n<p>Camminavano passo passo: le ombre cadevano come foglie morte. La notte di Padova senza brigate di studenti era lugubre: i porticati la facevano pi\u00f9 oscura: dai fiumi dai canali dai prati salivano brividi di nebbia: il fantasma di Pincirolo si impigliava come un pipistrello spaventato nelle nuvole basse.<\/p>\n<p>Per un po&#8217; non osarono parlare. Ognuno ai propri pensieri. Quando la giustizia degli Dei \u00e8 incerta, cala il braccio sull&#8217;innocente. &quot;Ecce agnus Dei qui tollit peccata mundi&quot;, meditava Momolo. Intanto Gratar\u00f2l decideva di partire l&#8217;indomani per Ceneda e varcare il confine.<\/p>\n<p>&#8211; Perch\u00e9 la vita \u00e8 cos\u00ec triste? &#8211; chiese a mezza voce, quasi parlando a se stesso. Fece scattare l&#8217;orologio, ascolt\u00f2 i rintocchi, cav\u00f2 la tabacchiera, ne annus\u00f2 una presa, e l&#8217;offerse, aperta, all&#8217;antico servo. E Momolo alzando la lanterna:<\/p>\n<p>&#8211; Non \u00e8 triste. Forse \u00e8 soltanto giusta.<\/p>\n<p>Per la prima vola lev\u00f2 un pizzico di &quot;rap\u00e9&quot; dalla tabacchiera d&#8217;oro del padrone: la sua mano tremava.<\/p>\n<p>I tempi erano mutati.\u00bb<\/p>\n<p>Prima di partire per l&#8217;estero, il protagonista del romanzo, don Pietro Gratar\u00f2l, si reca un&#8217;ultima volta ad assistere, a Padova, allo spettacolo della compagnia teatrale presso la quale ha lavorato la sua amante, Dora.<\/p>\n<p>Ormai egli si sente distaccato, come fuori della competizione, pur accarezzando vaghi progetti di rivincita per il futuro, sorretto dall&#8217;et\u00e0 ancora relativamente giovane; ma con il cuore profondamente amareggiato per le vicende che hanno visto il crollo dei suoi sogni di carriera diplomatica. Ritiene di essere stato vittima di una macchinazione politica dovuta alle sue simpatie per la filosofia libertina venuta dalla Francia; e si sente quasi una vittima della battaglia per la libert\u00e0 di pensiero nella decrepita e occhiuta Repubblica Serenissima.<\/p>\n<p>A teatro, osserva un&#8217;ultima volta i protagonisti e gli spettatori della sua rovina, senza pi\u00f9 quel divorante desiderio di vendetta che aveva provato in precedenza; anzi, in qualche misura riconciliato con la vita, essendo giunto ala conclusione che non si pu\u00f2 passare la vita ad odiare coloro che ci hanno fatto del male.<\/p>\n<p>Ed ecco, il caso lo fa assistere al dramma del suo vecchio nemico, il Sacco: un membro della compagnia, per motivi di rancore personale, ha segato la fune che teneva sospeso il figlioletto del capocomico che, truccato da Ermes, volteggiava sul soffitto del teatro; e il ragazzino precipita sul palcoscenico, schiantandosi.<\/p>\n<p>Mentre il vecchio briccone si dispera sul suo cadaverino, e il trucco di scena che ancora gli impiastriccia il volto rende grottesco quel suo straziante dolore paterno, il pubblico lentamente si disperde commentando l&#8217;accaduto; e anche Gratar\u00f2l si allontana col fedele servitore Momolo, promosso al rango di amico.<\/p>\n<p>\u00c8 una notte buia, lugubre: le strade sono silenziose, la nebbia ristagna sui canali, e i passi dei due uomini risuonano sotto gli archi dei portici vuoti.<\/p>\n<p>Gratar\u00f2l \u00e8 un vinto, anche se ancora non lo sa; e vinta \u00e8 la sua amica, Dora, destinata a finire tristemente nelle tenebre della pazzia.<\/p>\n<p>Ma anche coloro che hanno tramato la loro sconfitta sono dei vinti; uno dopo l&#8217;altro vedranno infrangersi i propri sogni: chi, come il Par\u00f2n, ossia il nobile Tron, frustrato nell&#8217;ambizione di essere eletto alla suprema magistratura, il dogato; chi, come il povero Sacco, destinato a morire di l\u00ec a poco, durante un viaggio, dopo di che il suo corpo verr\u00e0 gettato in mare.<\/p>\n<p>Non ci sono vincitori: gli uomini sono tutti dei vinti.<\/p>\n<p>Del resto, Venezia \u00e8 arrivata alla fine; l&#8217;ancien r\u00e9gime \u00e8 arrivato alla fine.<\/p>\n<p>Nel crepuscolo di un mondo, corroso da mille vizi, palesi e nascosti, non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 posto per quel tipo di umanit\u00e0: avida, meschina, oziosa e bigotta; non \u00e8 con quella stoffa, che la storia tesser\u00e0 il filo dei tempi nuovi.<\/p>\n<p>Restano il ricordo e, forse, una lieve nostalgia &#8211; intrisa, peraltro, d&#8217;ironia &#8211; di qualche sprazzo di vitalit\u00e0, di gioia, di amore: come la breve stagione dell&#8217;amore felice tra don Pietro Gratar\u00f2l e la bella Dora Ricci, la commediante veneziana.<\/p>\n<p>Chiss\u00e0, forse anche il Calzini &#8211; vecchio gentiluomo d&#8217;altri tempi -, quando scriveva il suo romanzo, avvertiva nell&#8217;aria un sentore di crepuscolo, il crepuscolo della sua epoca. Anche per l&#8217;Italia e per l&#8217;Europa del 1935 stavano per bussare alla porta tempi nuovi. Ma, prima, si sarebbe scatenata la terribile tempesta, che avrebbe spazzato via il mondo d&#8217;anteguerra.<\/p>\n<p>E Calzini, con sorridente malinconia, osservava e raccontava quel crepuscolo; identificandosi un poco, magari, con quel suo don Pietro Gratar\u00f2l, figura dalla psicologia semplice solo in apparenza: ma, in realt\u00e0, amleticamente diviso fra il disincanto della ragione e le illusioni insopprimibili del sentimento.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il milanese Raffaele Calzini, classe 1885, morto a Cortina d&#8217;Ampezzo nel 1953, \u00e8 stato uno scrittore assai noto e apprezzato negli anni Venti e Trenta, per<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[13,25],"tags":[92],"class_list":["post-28272","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-una-pagina-al-giorno","category-letteratura","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28272","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28272"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28272\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28272"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28272"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28272"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}