{"id":28248,"date":"2007-04-06T07:41:00","date_gmt":"2007-04-06T07:41:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/04\/06\/la-questio-de-aqua-et-terra-di-dante-alighieri\/"},"modified":"2007-04-06T07:41:00","modified_gmt":"2007-04-06T07:41:00","slug":"la-questio-de-aqua-et-terra-di-dante-alighieri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/04\/06\/la-questio-de-aqua-et-terra-di-dante-alighieri\/","title":{"rendered":"La questio de aqua et terra di Dante Alighieri"},"content":{"rendered":"<p><em>L&#8217;ultima delle opere latine di Dante, composta circa un anno prima della morte del Poeta, costituisce ancor oggi un piccolo enigma per gli studiosi. A lungo si \u00e8 disputato intorno alla sua autenticit\u00e0 e, anche oggi che la questione sembra risolta &#8211; anche se non unanimemente &#8211; in favore della paternit\u00e0 dantesca, rimangono diverse cose da spiegare: prima fra tutte, la divergenza fra la concezione cosmologica sottesa alla &quot;Divina Commedia&quot; e quella sostenuta nella &quot;Questio&quot;. A ci\u00f2 si aggiunga lo strano silenzio dei contemporanei su questa tarda operetta di Dante che, se non brilla per originalit\u00e0 di soluzioni n\u00e9 per aggiornamento del sapere scientifico dell&#8217;Autore, rivela per\u00f2 un notevole rigore logico e un caratteristico atteggiamento razionalistico nella preminenza accordata al metodo induttivo nelle scienze naturali, di contro a quello deduttivo proprio della matematica. Al tempo stesso, citando passi delle Sacre Scritture, l&#8217;Autore afferma che non tutta la verit\u00e0 pu\u00f2 essere compresa dalla mente umana e che, nell&#8217;accostarsi ai misteri della natura, \u00e8 necessario porsi con assoluta umilt\u00e0 e consapevolezza del limite.<\/em><\/p>\n<p>1. [UNA TIPICA <em>DISPUTATIO<\/em> MEDIOEVALE.**<\/p>\n<p>Il 20 gennaio 1320 una folla piuttosto numerosa di canonci e di laici, per lo pi\u00f9 uomini dotti e funzionari della corte scaligera, si avvia per le strade di Verona, attraverso il quartiere del Duomo. \u00c8 una fredda giornata d&#8217;inverno, un&#8217;umida nebbia sale dalla riva dell&#8217;Adige e il vento che scende dai monti vicini porta aria di neve. Camminando frettolosi quegli uomini, vestiti negli abiti da cerimonia delle grandi occasioni, giungono in Piazza del Vescovado dove, dietro le alte mura, s&#8217;intravvede il Torrione dei Preti, quindi si dirigono verso un angolo di essa, ove sorge la chiesa romanica di San Giovanni in Fonte, al cui interno si trova un&#8217;incredibile fonte battesimale ottagonale in marmo rosso larga tre metri. Contiguo ad essa \u00e8 il tempietto dei Santi Giorgio e Zeno, comunemente detto di Sant&#8217;Elena, costruito dall&#8217;arcidiacono Pacifico nei primi anni del IX secolo, danneggiato dal terremoto del 1117, restaurato e riconsacrato dal patriarca di Aquileia, Pellegrino, nel 1140, dopo che alcuni sconosciuti avevano profanato l&#8217;altar maggiore.<\/p>\n<p>\u00c8 l\u00ec che si sono diretti i canonici veronesi e il gruppo dei laici ad essi mescolato. Il vescovo, molto probabilmente, \u00e8 presente ed \u00e8 gi\u00e0 arrivato percorrendo un passaggio che dalla Cattedrale giunge alla chiesa di Sant&#8217;Elena lungo il perimetro di una loggia romanica su cui si possono ammirare una trifora con capitellini, colonne di spoglio e affreschi di epoca carolingia. L&#8217;interno ad aula unica, ricoperto da un soffitto ligneo con travatura a vista, \u00e8 molto suggestivo e tradisce l&#8217;origine estremamente antica, paleocristiana: di fronte al presbiterio si nota il podio presbiteriale della basilica del IV secolo, mentre vicino all&#8217;ingresso vi \u00e8 un tratto del giro absidale della basilica del V secolo. I paramenti murari sono di epoca carolingia; le grandi finestre delle pareti laterali, aperte nel X o XI secolo, sono state poi ristrette e sostituite da pi\u00f9 modeste monofore nell&#8217;XI, sicch\u00e9 l&#8217;ambiente, immerso in penombra, nella grigia giornata invernale appare illuminato in larga misura dai ceri accesi a profusione. Oggi si dibatter\u00e0 pubblicamente, da parte di un studioso dalla fama possente &#8211; anche se pi\u00f9 di poeta che di scienziato &#8211; un difficile e controverso argomento di filosofia naturale: &quot;<em>Questio de situ et figura, sive forma, duorum elementorum, aque videlicet et terre&quot;<\/em> (&quot;Questione intorno al luogo e alla figura, o forma, dei due elementi, cio\u00e8 l&#8217;acqua e la terra&quot;). (1)<\/p>\n<p>Quando tutti hanno preso posto nel locale suggestivo, ma senza dubbio freddo e poco luminoso, il brusio si smorza poco a poco e un uomo sui cinquantacinque anni, dall&#8217;aria assorta e severa, prende la parola nel silenzio generale. \u00c8 il poeta fiorentino Dante Alighieri e la sua voce, sotto il soffitto ligneo, risuona chiara e decisa: &quot;<em>Manifestum sit omnibus vobis quod, existente me Mantue, questio quaedam exorta est, que dilatrata multotiens ad apparentiam magis quam ad veritatem, indeterminata restabat.<\/em>&quot; (&quot;A tutti voi sia noto come, trovandomi io in Mantova, sorse una questione gi\u00e0 pi\u00f9 e pi\u00f9 volte dibattuta, ma sempre con argomenti che avevan pi\u00f9 l&#8217;aria del sofisma che del vero; e che, per\u00f2, restava ancora indecisa.&quot;) (2) E prosegue: &quot;<em>Unde cum in amore veritatis a pueritia mea continue sim nutritus, non sustinui questionem prefatam linquere indiscussam; sed placuit de ipsa verum ostendere, nec non argumenta facta contra dissolvere, tum veritatis amore, tum etiam odio falsitatis.<\/em>&quot; (&quot;Perci\u00f2 io, che sin dalla fanciullezza sono costantemente cresciuto nell&#8217;amore della verit\u00e0, non ho potuto trattenermi dal prender parte a una tale discussione, e volli anzi &#8211; sia per amore della verit\u00e0 che per odio della falsit\u00e0 &#8211; mostrare da che parte in essa stava il vero, oltre a confutare gli argomenti addotti in contrario.&quot;) (3)<\/p>\n<p>Nel tono e nello sguardo di Dante traspaiono l&#8217;abituale fierezza e la focosa, battagliera passione per la verit\u00e0, stimolati e &#8211; forse &#8211; un po&#8217; inaspriti dall&#8217;assenza inaspettata di molti dei suoi critici ed antagonisti, che hanno preferito non presentarsi ed evitare, cos\u00ec, di riconoscere implicitamente l&#8217;autorevolezza dell&#8217;oratore. Per loro, infatti, non avr\u00e0 che parole sprezzanti seppur venate d&#8217;ironia (non sappiamo, peraltro, se pronunciate in quella occasione, o aggiunte in seguito nel testo scritto della sua dissertazione): &quot;<em>Determinata est hac phylosophia invicto domino, domino Cane Grandi de Scala pro Imperio sacrosancto Romano, per me Dantem Alagherium, phylosoporum minimum, in inclita urbe Verona, in sacello Helene gloriose, coram universo clero Veronensi, preter quosdam qui, nimia caritate ardentes, aliorum rogamina non admittunt, et per humilitatis virtutem Spiritus Sancti pauperes, ne aliorum excellentiam probare videantur, sermonibus eorum interesse refugiunt<\/em>.&quot; (&quot;Questa controversia filosofica \u00e8 stata dibattuta sotto la dominazione dell&#8217;invitto signore, il signore Cangrande della Scala, delegato del sacrosanto Impero Romano, da me Dante Alighieri, ultimo dei filosofi, nell&#8217;inclita citt\u00e0 di Verona entro il tempietto della gloriosa Elena, alla presenza di tutto quanto il clero veronese, tranne solo certuni che per troppa carit\u00e0 chiudono gli orecchi alle altrui preghiere, e per la troppa umilt\u00e0 poveri di Spirito Santo, perch\u00e9 non si creda ch&#8217;essi rendono omaggio ai meriti altrui, preferiscono astenersi dall&#8217;intervenire ai loro discorsi.&quot; (4)<\/p>\n<p>S\u00ec, non c\u00e8 dubbio: lo sdegno a fatica trattenuto per quell&#8217;offesa al protocollo e alla lealt\u00e0 di una disinteressata disputa scientifica, le espressioni taglienti rivolte alla meschinit\u00e0 di quanti non osano affrontarlo lealmente in una tipica <em>disputatio<\/em> di stampo scolastico, ma preferiscono criticarlo dietro le spalle, rosi dall&#8217;invidia e dalla gelosia di chi vede usurpato il proprio angusto orticello accademico da un uomo di cultura famoso, ma privo di un titolo universitario: questo \u00e8 proprio lo stile di Dante Alighieri. Cos\u00ec come \u00e8 dantesco quel definirsi <em>vere phylososophorum minimum,<\/em> l&#8217;ultimo dei veri filosofi (5); che \u00e8 al tempo stesso un segno di umilt\u00e0 e uno scatto di orgoglio: come dire che \u00e8 meglio essere l&#8217;ultimo dei filosofi ma di quelli <em>veri<\/em>, piuttosto che il primo dei pretesi filosofi o sofisti, in realt\u00e0 boriosi pedanti e calunniatori di professione. E, se il concetto non risultasse sufficientemente chiaro, egli lo sottolinea un&#8217;altra volta, nel modo pi\u00f9 esplicito e quasi con tono di sfida: &quot;<em>Et ne livor multorum, qui absentibus viris invidiosis mendacia confingere solent, post tergum bene dicta transmutet, placuit insuper in hac cedula meis digitis exarata quod determinatum fuit a me relinquere, et formam totius disputationis calamo designare<\/em>.&quot; (&quot;Ma affinch\u00e9 a nulla valga il livore di quei molti che, dando retta appunto al loro astio, sogliono bugiardamente sfigurare dietro le spalle degli altri ci\u00f2 che questi hanno sostenuto con buone ragioni, mi piacque inoltre di lasciar scritto di mia mano, in questpo documento, ci\u00f2 che da me fu determinato: ed esporre, anzi, tutto il contenuto della disputa.&quot;) (6)<\/p>\n<p>Non c&#8217;\u00e8 dubbio, \u00e8 il Dante umorale e pungente, il Dante fustigatore implacabile di mediocri, ignavi e maldicenti; il &quot;maledetto toscano&quot; (parafrasando Cuzio Malaparte) che, nella <em>Commedia,<\/em> non si perita di scagliare i suoi strali perfino contro papi e imperatori, senza pentimenti o ripensamenti:<\/p>\n<p>&quot;<em>Ma non di men, rimossa ogne menzogna,<\/em><\/p>\n<p><em>tutta tua vis\u00efon fa manifesta;<\/em><\/p>\n<p><em>e lascia pur grattar dov&#8217;\u00e8 la rogna<\/em>&quot;,<\/p>\n<p>dir\u00e0 anzi a se medesimo, per bocca di Cacciaguida (7), quasi inebriato dal suo stesso ardire.<\/p>\n<p>2. [TEMPO E LUOGO DELLA COMPOSIZIONE.**<\/p>\n<p>La <em>Quaestio<\/em> o <em>Questio de aqua et terra<\/em> (8), dunque, \u00e8 la redazione scritta di una conferenza, o dissertazione, tenuta da Dante a Verona il 20 gennaio 1320, riprendendo il tema di una discussione svoltasi a Mantova qualche tempo prima, non si sa esattamente quando (9), sul problema se in qualche punto la superficie delle acque si trovi posta pi\u00f9 in alto della sfera terrestre. Lo studioso Enrico Malato ipotizza che la prima <em>disputatio<\/em> sull&#8217;argomento, svoltasi a Mantova e alla quale &#8211; secondo Paolo Garbini &#8211; Dante avrebbe partecipato (10), abbia avuto luogo &quot;sulla fine del 1319&quot; (11), ma, come vedremo, si tratta di una congettura puramente ipotetica, perch\u00e9 nulla dimostra che la <em>disputatio<\/em> di Verona abbia segu\u00ecto a stretto giro di tempo quella mantovana. Anche una partecipazione attiva di Dante alla discussione di Mantova \u00e8 solo ipotetica; infatti potrebbe avervi semplicemente assistito (12), almeno in una sua prima fase.<\/p>\n<p>Secondo Giorgio Petrocchi, esistono almeno due possibilit\u00e0 circa i tempi di composizione della <em>Questio<\/em>: che sia stata composta in maniera occasionale, dopo la disputa di Mantova, oppure che sia stata scritta o almeno concepita assai prima, per esempio nel 1319 &#8211; quindi gi\u00e0 a Ravenna, presso Guido Novello Da Polenta &#8211; e poi intenzionalmente tirata fuori per la solenne circostanza del 20 gennaio a Verona. Nel primo caso si tratterebbe di un lavoro estemporaneo, una conferenza tradotta poi in un trattato scritto da offrire a Cangrande, l&#8217;antico e sempre ammirato ospite del soggiorno veronese; nel secondo, Dante si sarebbe recato appositamente da Ravenna nella citt\u00e0 scaligera per trattare un tema da lui gi\u00e0 a suo tempo approfondito, suggellando &#8211; cio\u00e8 &#8211; una ricerca precedente, intesa a chiarire alcuni aspetti cosmologici della <em>Commedia<\/em> che non avevano lasciato l&#8217;Autore interamente soddisfatto.<\/p>\n<p>Ma lasciamo parlare il Petrocchi: &quot;Assegneremo con sicurezza agli anni di Ravenna, accanto al compimento del <em>Paradiso<\/em>, le due <em>Egloghe<\/em>. Quanto alla <em>Quaestio<\/em>, a stare alle premesse la disputa apparirebbe allestita di ritorno da Mantova, durante un&#8217;occasionale sosta alla corte di Cangrande, e la lettura nella domenica del 20 gennaio 1320, nel sacello di Sant&#8217;Elena, farebbe presupporre un primo periodo di predisposizione di materiali a Mantova stessa, una stesura della <em>lectio<\/em> nei giorni antecedenti il 20 gennaio, e forse (ipotesi dopo le altre ipotesi!) una consegna del testo definitivo a Cangrande. \u00c8 possibile per\u00f2, anche per chi, come lo scrivente, crede nell&#8217;autenticit\u00e0 dell&#8217;opera, interpretare la <em>Quaestio<\/em> un lavoro tutto occasionale e imprevisto, o \u00e8 tollerabile la congettura che Dante serbasse in s\u00e9 da vario tempo l&#8217;intenzione di ratificare le proprie cognizioni e supposizioni cosmogoniche, a chiarimento e superamento di quanto aveva affermato nel canto XXXIV dell&#8217;<em>Inferno<\/em>, e provocasse in qualche modo il dibattito mantovano e la prolusione veronese? In tal caso la <em>Quaestio<\/em> potrebbe essere anch&#8217;essa lavoro ravennate, nell&#8217;inoltrato 1319, tenuto da parte per una cerimonia ufficiale a Verona non predisposta all&#8217;ultimo momento, con l&#8217;occasione del pasaggio al castello di Cangrande, ma da tempo offerta a questi quale omaggio dell&#8217;antico ospite. Infatti la premessa della <em>Quaestio<\/em> non impone un tempo stretto tra Mantova e Verona, e s&#8217;apre uno spiraglio sulla possibilit\u00e0 che la discussione a Mantova sia di qualche tempo avanti (non per\u00f2 del tempo in cui Dante era stabilmente presso Cangrande), e il viaggio per tenere la disputazione nel sacello veronese sia stato <em>ad hoc<\/em>, direttamente da Ravenna.&quot; (13)<\/p>\n<p>Riassumendo le ricerche di uno studioso italiano, Giorgio Padoan, che ha specificamente approfondito la questione: &quot;Il documento originale &#8211; che consisteva in un&#8217;unica grande pergamena [&#8230;], forse ampliata con giunte, scritta fittamente, con uso continuo di forti abbreviazioni tachigrafiche &#8211; dovette quindi essere consegnato a personalit\u00e0 d&#8217;alto grado in Verona, perch\u00e9 rimanesse custodito. Lo stesso autore probabilmente non ne possedette altra copia [&#8230;]&quot; (14)<\/p>\n<p>Un&#8217;ultima osservazione sullo scritto della <em>Questio<\/em> dantesca. A conclusione del trattato, l&#8217;Autore afferma con forza che la <em>disputatio<\/em> ebbe luogo sotto la signoria dell&#8217;invitto Cangrande della Scala, &quot;<em>pro Imperio sacrosancto Romano<\/em>&quot;, ossia delegato del Sacro Romano Impero. (15). La cosa potrebbe anche passare inosservata se noi non sapessimo che, a quell&#8217;epoca, il papa francese Giovanni XXII aveva fulminato la scomunica contro Cangrande della Scala, Matteo Visconti e Passerino Bonacolsi, &quot;rei di fregiarsi del titolo di vicari imperiali dichiarato decaduto dal pontefice.&quot; (16) Dante, che gi\u00e0 si trovava in cattivi rapporti col pontefice, di cui non apprezzava la politica violentemente anti-ghibellina &#8211; oltre che la cupidigia scandalosa (&quot;<em>Ma tu che sol per cancellare scrivi<\/em>&quot;, aveva detto di lui nella <em>Commedia<\/em>) (17) &#8211; volle evidentemente compiere un gesto polemico nei suoi confronti, mostrando di considerare nulli i provvedimenti di decadenza del titolo vicariale. Che abbia voluto anche ingraziarsi l&#8217;amico Cangrande, in vista di una possibile sistemazione accademica nello Studio scaligero, \u00e8 una eventualit\u00e0 che tratteremo a suo luogo. \u00c8 certo, comunque, che i rapporti fra Dante e Cangrande erano rimasti eccellenti, anche dopo il trasferimento del primo a Ravenna, trasferimento che non ebbe nulla a che fare con la loro personale amicizia. (18)<\/p>\n<p>&quot;Alcuni aneddoti vorrebbero &#8211; osserva il Padoan &#8211; che il poeta fosse trattato nella corte scaligera con scarsa considerazione: ma non \u00e8 da prestarvi fiducia (e in definitiva anche la storiella narrata dal Petrarca, <em>Rer. Mem.,<\/em> II, 83, attribuisce a Cane solo un motteggio amichevole); altre ragioni, pi\u00f9 consistenti, debbono avere influito: forse la possibilit\u00e0 di una sistemazione anche per i figli; o forse la maggior tranquillit\u00e0 della corte ravennate e l&#8217;amcizia, pi\u00f9 alla buona, di Guido Novello da Polenta, poeta anch&#8217;egli, gli parvero preferibili: il moderatismo politico di Guido, guelfo, poteva fors&#8217;anche sembrare miglior premessa per un ritorno in Firenze, in cui Dante, in vista della pubblicazione dell&#8217;intera <em>Comedia,<\/em> cominciava nuovamente a sperare. [&#8230;] comunque il poeta non ruppe con Cangrande, cui anzi, secondo il Boccaccio (<em>Trattatello,<\/em> 183) inviava gruppi di canti man mano che li veniva componendo&#8230;&quot; (19) Ci sia consentito, per\u00f2, di dubitare delle ragioni politiche addotte dal Padoan: se Dante, a quell&#8217;epoca, avesse voluto davvero mandare dei segnali distensivi al Comune di Firenze &#8211; la qual cosa passava, di necessit\u00e0, attraverso una attenuazione dei toni pi\u00f9 accesamente antipapali &#8211; non avrebbe sfidato cos\u00ec apertamente Giovanni XXII (e davanti al vescoco e al clero tutto di Verona) ribadendo la validit\u00e0 del titolo di vicario imperiale tenuto da Cangrande.<\/p>\n<p>3. [TRADIZIONE MANOSCRITTA E QUESTIONE DELL&#8217;AUTENTICIT\u00c0.**<\/p>\n<p>La <em>Questio de aqua et terra<\/em> \u00e8 una delle opere del <em>corpus<\/em> dantesco di cui si \u00e8 dibattuta pi\u00f9 a lungo, e pi\u00f9 accesamente, l&#8217;autenticit\u00e0. Vari fattori hanno concorso a questo destino, primo fra tutti l&#8217;esilit\u00e0 della tradizione manoscritta. Nessun manoscritto, infatti, \u00e8 rimasto dell&#8217;opera, neppure quello preziosissimo &#8211; perch\u00e9 quasi certamente autografo &#8211; che \u00e8 servito per la prima edizione, quella del 1508. Non solo: i contemporanei di Dante e gli studisoi a lui pi\u00f9 vicini nel tempo tacciono sulla <em>Questio<\/em>, come se la ignorassero completamente. Una decisiva testimonianza di Pietro Alighieri, figlio e commentatore dell&#8217;opera paterna (20), \u00e8 stata rinvenuta solamente nella seconda met\u00e0 del Novecento; e tutto questo, insieme ai non lievi problemi di coerenza contenutistica fra la <em>Commedia<\/em> e la <em>Questio<\/em>, spiega pi\u00f9 che a sufficienza la lunga diffidenza degli studiosi moderni ad ammettere agevolmente la paternit\u00e0 dantesca dell&#8217;opera. Ma andiamo con ordine.<\/p>\n<p>Nel 1508 un frate agostiniano, Giovanni Benedetto Moncetti <em>de Castilione Aretino<\/em>, eccellentissimo dottore in Sacra Teologia, trova il manoscritto <em>in scrinis<\/em>, cio\u00e8 in non meglio precisabili antichi scrigni, dove si trovava riposta &#8211; ed evidentemente dimenticata &#8211; in mezzo ad altre carte. Egli la d\u00e0 alle stampe in Venezia, <em>per Manfredum de Monteferrato<\/em>, ossia per i tipi dell&#8217;editore Manfredo da Monferrato. E questo \u00e8 tutto quanto sappiamo della <em>editio princeps<\/em>, oltre al fatto che, poco tempo dopo, il manoscritto che l&#8217;aveva originata scomparve a sua volta. Ma cediamo la parola ad Enrico Malato, che ben riassume i termini dell&#8217;intera questione, collocandola opportunamente nel contesto storico e culturale in cui ebbero luogo sia la composizione, sia la pubblicazione dell&#8217;opera.<\/p>\n<p>&quot;Scomparso poi, senza lasciar traccia di s\u00e9, anche il manoscritto su cui era stata esemplata, la stampa ha finito per essere non solo l&#8217;unico testimone, ma l&#8217;unico garante dell&#8217;opera, che risulta ignota a tutti i biografi e i commentatori antichi, nessuno dei quali mostra anche solo di averne notizia &#8211; n\u00e9 se ne \u00e8 trovata memoria in documenti d&#8217;archivio o in biblioteche &#8211; perfino nella discussione pubblica da cui essa avrebbe tratto origine.<\/p>\n<p>&quot;Si spiega cos\u00ec la lunga diffidenza degli studiosi verso la <em>Questio<\/em>, di cui si ebbe una rara ristampa napoletana nel 1576 (per Francesco Storella) e rimasta poi di fatto clandestina &#8211; ignota per esempio a Tiraboschi e a Foscolo &#8211; fino all&#8217;edizionea cura di Alessandro Torri del 1843 (Livorno, Tipografia Vannini), che ne segn\u00f2 l&#8217;ingresso ufficiale nel <em>corpus<\/em> dell&#8217;opera dantesca. Ingresso per\u00f2 tutt&#8217;altro che pacifico, dubitandosi da molti o che si trattasse di una falsificazione del primo editore, o quanto meno, avendo egli dichiarato di offrire un&#8217;edizione &quot;<em>castigatam, limatam, elucubratam<\/em>&quot;, che si trattasse di un testo da lui manomesso o comunque alterato. Un attacco deciso alla tesi dell&#8217;autenticit\u00e0 fu portato nel 1901 dal padre Giuseppe Boffito, che con grande sfoggio di dottrina espose i risultati di una vasta esplorazione della letteratura sulla materia oggetto dell&#8217;opera, dal Medioevo al Quattrocento, alla quale avevano contribuito nomi pi\u00f9 e meno noti, da Campano da Novara a Egidio Colonna, coerenti con la <em>Questio,<\/em> ad Antonio Pelacani, di orientamento diverso, avanzando in conclusione l&#8217;ipotesi che si sia trattato di un falso quattrocentesco dell&#8217;agostiniano Paolo Veneto. In favore dell&#8217;autenticit\u00e0 intervennero altri, fra i quali Vincenzo Biagi, i quali osservarono come diversi errori del testo potevano spiegarsi solo come errori di lettura di un manoscritto antico, escludendo cos\u00ec almeno il falso perpetrato dal Moncetti, riconosciuto per altro editore abbastanza attento anche di un&#8217;opera di Egidio Colonna; e poco pi\u00f9 tardi Ernesto Giacomo Parodi, seguito da Paget Toynbee, che credettero di riconoscere in alcune parti della <em>Questio<\/em> cadenze del <em>cursus<\/em> che risutano abbandonate dopo i primi decenni del Trecento, cos\u00ec che la possibile datazione dell&#8217;opera veniva a collocarsi in et\u00e0 vicina a quella dell&#8217;autore dichiarato. E sul fondamento di questi rilievi essa venne inclusa da Barbi nella pi\u00f9 volte ricordata edizione del 1921 de <em>Le Opere di Dante.<\/em>&quot; (21)<\/p>\n<p>L&#8217;inclusione della <em>Questio<\/em> nell&#8217;opera dantesca da parte di Michele Barbi signific\u00f2 una chiara e definitiva presa di posizione da parte della Societ\u00e0 Dantesca Italiana, di cui <em>l&#8217;opera omnia<\/em> dell&#8217;editore Bemporad di Firenze era l&#8217;espressione. Un dantista del calibro di Bruno Nardi, tuttavia, continuava a negare l&#8217;autenticit\u00e0 della <em>Questio,<\/em> dando voce anche alla diffidenza di molti altri studiosi. Le cose stavano a questo punto, con l&#8217;ambiente accademico ormai prevalentemente &#8211; ma non interamente, n\u00e9 senza distinguo e perplessit\u00e0 &#8211; orientato ad accogliere l&#8217;autenticit\u00e0 dell&#8217;opera, quando, nel 1957, Francesco Mazzoni scopr\u00ec nel Codice Vaticano Ottoboniano Latino 2.867 una decisiva testimonianza nella terza redazione del <em>Commento<\/em> alla <em>Divina Commedia<\/em> di Pietro Alighieri, risalente al 1350 circa.(22) Che Pietro di Dante abbia atteso la terza edizione della sua opera per fare un esplicito riferimento alla <em>Questio<\/em>, pu\u00f2 essere una testimonianza indiretta di quanto poco nota fosse la <em>Questio<\/em> anche nell&#8217;ambiente degli studiosi pi\u00f9 vicini al poeta; oppure pu\u00f2 essere dovuto a un semplice capriccio del caso, ossia alle nostre imperfette conoscenze in proposito. Ad ogni modo, oltre al clamoroso ritrovamento del Codice Vaticano, il Mazzoni ha poi condotto uno studio serrato e puntiglioso per dimostrare l&#8217;esistenza di strette corrispondenze fra il testo della <em>Questio<\/em> e le altre opere di Dante (23), studio che ha persuaso anche la maggior parte degli scettici. Non ha persuaso, per\u00f2 &#8211; come dicemmo &#8211; il Nardi (24) alle cui argomentazioni, pronto, rispose il Mazzoni con due altri saggi. (25) Diamo ancora la parola a Enrico Malato.<\/p>\n<p>&quot;Un ulteriore contributo importante in favore della possibile paternit\u00e0 dantesca \u00e8 stato portato nel 1957 da Francesco Mazzoni, il quale nella terza redazione del commento alla <em>Commedia<\/em> del figlio di Dante, Pietro, databile al 1358 circa e conservata, tuttora inedita, nel codice Vaticano Ottoboniano lat. 2.867, ha trovato un accenno esplicito a una <em>disputatio<\/em> dantesca sul tema &quot;an terra esset alcior aqua vel econtra&quot; (&quot;se la terra sia pi\u00f9 alta dell&#8217;acqua o il contrario): che, pur non essendo una testimonianza sicura sulla conferenza veronese e sull&#8217;operetta di Dante, sembra garantire almeno un intervento del poeta sulla questione; contrastato tuttavia da Bruno Nardi, che, tra altre obiezioni e penetranti osservazioni, ha eccepito la difficolt\u00e0 di conciliare la visione cosmologica proposta dalla <em>Questio<\/em> con quella illustrata da Virgilio in <em>Inf.,<\/em> XXXIV, 121-26, concludendo con la ferma negazione della paternit\u00e0 dantesca. Obiezione non banale, che se non basta, da sola, ad annullare gli indizi a favore di quell&#8217;attribuzione che nel corso degli anni l&#8217;acrib\u00eca degli studiosi \u00e8 riuscita a mettere in evidenza, non consente neanche di acquisire con certezza quella paternit\u00e0: \u00e8 da chiedersi, per esempio, perch\u00e9 Pietro abbia aspettato la terza e tarda redazione del suo commento per quell&#8217;accenno (le prime due sono databili al 1337-&#8217;40 e al 1350-&#8217;55 circa), e se non possa egli stesso essere stato ingannato da un falsario, attivo, come ipotizza Nardi, fra il 1330 e il 1350; se sia possibile &#8211; e non sembra del tutto pacifico &#8211; conciliare l&#8217;anomalia denunciata da Nardi, e gi\u00e0 avvertita da Pietro, nei termini suggeriti da quest&#8217;ultimo, cio\u00e8 che nella <em>Commedia<\/em> sia rappresentata una &#8216;finzione poetica&#8217; (&quot;ficte et transumptive loquendo&quot;) e nella <em>uestioQuestQ<\/em><\/p>\n<p><em>Questio<\/em> una ricostruzione conforme alla verit\u00e0 e alla ragione naturale (&quot;ad veritatem et naturalem rationem&quot;); e ancora, se possibili toni e stilemi danteschi della <em>Questio<\/em> siano effettivamente cos\u00ec cogenti per quell&#8217;attribuzione, anche contro la scarsa presenza di un altro &quot;stilema&quot; tipico di Dante, quale il frequente appello alle <em>auctoritates<\/em>; ecc. Questioni complesse e delicate che ancora una volta richiedono, per un&#8217;opera di Dante, un supplemento di istruttoria e preliminarmente una sicura e ben documentata edizione critica, che si attende da Francesco Mazzoni. Mentre l&#8217;opera, letta comunemente nel testo allestito da Pistelli per l&#8217;edizione del &#8217;21, \u00e8 accessibile da vari anni in una nuova edizione curata, con criteri pi\u00f9 conservativi di quelli seguiti dai precedenti editori, da Giorgio Padoan, nella serie delle <em>Opere di Dante<\/em> in edizione commentata.&quot; (26)<\/p>\n<p>4. [IL GENERE LETTERARIO DELLA *QUESTIO.**<\/p>\n<p>Innanzitutto domandiamoci che cos&#8217;era una <em>questio<\/em> nella cultura italiana dei primi anni del XIV secolo. Si trattava di un genere letterario ben definito da quasi due secoli, ossia circa dalla met\u00e0 del XII secolo. Consisteva di una trattazione vertente su diversi problemi dottrinali, che potevano spaziare dalla teologia (la regina di tutti i saperi medioevali), alla filosofia, a quelle che noi oggi chiameremmo scienze e che allora andavano sotto il nome di &quot;filosofia naturale&quot;. La <em>questio<\/em> non aveva carattere meramente espositivo, ma di viva ricerca e di rigoroso dibattito: non qualsiasi argomento poteva essere da essa sviscerato, ma quelli che presentavano particolari difficolt\u00e0 e dubbi interpretativi. Questo \u00e8 pertanto un primo punto significativo di tale genere letterario e, per riflesso, della cultura ad essa sottesa: si trattava di un approccio <em>problematico<\/em> al sapere (altro che monolitica rigidit\u00e0 della Scolastica!) che non escludeva, anzi presupponeva, un atteggiamento mentale basato, nei ricercatori, sul senso del limite e sul senso del mistero. Lo stesso Dante, nella <em>Questio de aqua et terra<\/em>, polemizza duramente &#8211; com&#8217;\u00e8 nel suo focoso temperamento toscano &#8211; con quanti pensano di poter penetrare, con la sola ragione naturale, i recessi della mente divina.<\/p>\n<p>&quot;<em>Desinant ergo, desinant ergo querere<\/em> &#8211; dichiara a un certo punto, abbandonando per un momento lo stile sorvegliatissimo della disputa accademica per vestire i panni dell&#8217;ardente apostolo della verit\u00e0 cristiana &#8211; <em>que supra eos sun, et querant usque quo possunt, ut trahant se ad immortalia et divina pro posse, ac maiora se relinquant. Audiam amicum Iob dicentem: &quot;Nunquid vestigia Dei comprehendes, et Omnipotentem usque ad perfectionem reperies?&quot;. Audiam Psalmistam dicentem: &quot;Mirabilis facta est scientia tua ex me: confortata est, et non potero ad eam.&quot; Audiant Ysaiam dicentem: &quot;Quam distant celi a terra, tantum distant vie mee a ivis vestris&quot;; loquebatur equidem in persona Dei ad hominem. Audiant vocem Apostoli ad Romanos: &quot;O Altitudo divitiarum scientie et sapientie Dei, quam incomprehensibilia iudicia eius et investogabiles vie eius!&quot;. Et denique audiant propriam Creatoris vocem dicenties: &quot;Quo ego vado, vos non potestis venire&quot;: Et hec sufficiant ad inquisitionem intente veritatis.<\/em>&quot; (27)<\/p>\n<p>Traduciamo: &quot; Smettano pertanto gli uomini, smettano una buona volta d&#8217;indagare le cose che son fuori della lor portata: stiano paghi ad aspirar le cose immortali e divine, tralasciando d&#8217;investigare cose che eccedono la loro intelligenza. Diano retta all&#8217;amico di Giobbe che proclama: &quot;Potrai forse tu seguire le vestige di Dio e abbracciare l&#8217;Onnipotente in ci\u00f2 che ha di pi\u00f9 perfetto?&quot;. Diamo ascolto al Salmista che esclama: &quot;La tua conoscenza \u00e8 tanto pi\u00f9 della mia meravigliosa ed eccelsa che io non potr\u00f2 nulla ad essa&quot;. Porgiamo orecchio ad Isaia che dice: &quot;Quanto distano i cieli dalla terra, tanto distano le mie vie dalle vostre&quot;, parlando all&#8217;uomo nella persona di Dio. Ascoltino la voce dell&#8217;Apostolo ai Romani: &quot;O profondit\u00e0 di dovizia di scienza e di sapienza in Dio! Quanto sono incomprensibili i suoi giudizi e inscrutabili le sue vie!&quot;. E ascoltiamo da ultimo la voce stessa del Creatore che dice: &quot;Dove vado io, voi non potete venire&quot;. E questo basti all&#8217;indagine del proposto vero.&quot; (28)<\/p>\n<p>Sembra di sentir echeggiare, in queste forti espressioni di Dante, il tono severamente ammonitore che ispira pi\u00f9 di un passo della <em>Commedia<\/em>:<\/p>\n<p>&quot;<em>Siate, Cristiani, a muovervi pi\u00f9 gravi:<\/em><\/p>\n<p><em>non siate come penna ad ogne vento,<\/em><\/p>\n<p><em>e non crediate ch&#8217;ogne acqua vi lavi.<\/em><\/p>\n<p><em>Avete il Novo e il Vecchio Testamento,<\/em><\/p>\n<p><em>e &#8216;l pastor de la Chiesa che vi guida:<\/em><\/p>\n<p><em>questo vi basti a vostro salvamento.<\/em><\/p>\n<p><em>Se mala cupidigia altro vi grida,<\/em><\/p>\n<p><em>uomini siate, e non pecore matte,<\/em><\/p>\n<p><em>s\u00ed che &#8216;l Giudeo di voi tra voi non rida!&quot;<\/em> (29)<\/p>\n<p>E ancora:<\/p>\n<p>&quot;<em>Or tu chi se&#8217; che vuo&#8217; sedere a scranna,<\/em><\/p>\n<p><em>per giudicar di lungi mille miglia<\/em><\/p>\n<p><em>con la veduta corta d&#8217;una spanna?<\/em> (30)<\/p>\n<p>Ma, tornando al genere letterario della <em>questio<\/em>, cediamo la parola a un dantista insigne, Manlio Pastore Stocchi, che con esemplare chiarezza ne inquadra le caratteristiche formali: &quot;Nella <em>quaestio<\/em>, come osserva lo Chenu (cfr. <em>Introduzione allo studio di S. Tommaso<\/em>, trad. ital. Firenze 1953, 71ss.), le risorse dell&#8217;antica dialettica e quelle della logica dimostrativa concorrono a determinare un impianto saldo e rigoroso &#8211; sia pure insidiato al pericolo del mero formalismo dialettico &#8211; nel dibattito dottrinale, in cui le materie pi\u00f9 incandescenti si sottopongono cos\u00ec alla disciplina della ragione e alle leggi di un ordinato confronto di opinioni. Proprio per questa esigenza di rigore formale e sostanziale la <em>quaestio<\/em>, come genere letterario (l&#8217;espressione, anche se nella fattispecie largamente approsimativa, ci sia consentita per semplicit\u00e0) tende ad assumere una struttura costante tanto nella disposizione generale della materia quanto negli strumenti logici, nelle formule e nel lessico. Ma la stesura letteraria \u00e8 solo un aspetto del complesso realizzarsi del dibattito, che si distende in pi\u00f9 momenti secondo un preciso rituale elaborato e fissato soprattutto nel costume dell&#8217;Universit\u00e0 e che occorre riassumere brevissimamente qui per una migliore comprensione della <em>Quaestio<\/em> dantesca.<\/p>\n<p>&quot;Il maestro che si sottoponeva al cimento della questione ne fissava in anticipo l&#8217;argomento: questo era di regola espresso nella forma di un dilemma o di un&#8217;alternativa introdotta da <em>utrum.<\/em> [&#8230;] Seguiva nel giorno stabilito la disputa vera e propria, durante la quale gli uditori ponevano le obiezioni cui rispondeva il maestro stesso o pi\u00f9 di frequente il suo baccelliere che in questa fase gli faceva da portavoce. La discussione, che poteva farsi assai animata, non seguiva un ordine determinato ma evidentemente si sviluppava secondo la casuale successione degli interventi e degli argomenti degli obiettori: in questa prima fase incomposita e, per cos\u00ec dire, allo stato nativo, la materia era ancora <em>indeterminata<\/em> e richiedeva la <em>determinatio<\/em>, cio\u00e8 la formulazione definitiva e ufficiale della dottrina da seguire, che il maestro avrebbe esposto in una seduta successiva. In questa egli raccoglieva, ordinava ed esprimeva in termini rigorosi le obiezioni che gli erano state mosse; ad esse faceva seguire gli argomenti a favore della dottrina che avrebbe sostenuto. Passava poi all&#8217;esposizione dottrinale della questione dibattuta, diffondendosi nell&#8217;esposizione e nella dimostrazione della propria tesi; infine riprendeva le obiezioni raccolte all&#8217;inizio e ordinatamente le controbatteva. La <em>determinatio<\/em>, posta per iscritto, costituiva il testo della &#8216;questione disputata&#8217; e testimoniava ufficialmente la posizione dottrinale dell&#8217;autore (un maestro o comunque un responsabile di orientamenti culturali e ideologici), mentre della disputa vera e propria avvenuta nella prima tornata non restava documentazione scritta se non qualora vi alludesse la <em>determinatio<\/em> o, per esempio, la ricordasse in una sua opera qualcuno degl&#8217;intervenuti.&quot;<\/p>\n<p>Riassumendo: &quot;1) ogni questione si articola in due fasi, quella del dibattito aperto, per dir cos\u00ec puramente orale, e quella della <em>determinatio<\/em> in forma di conferenza di cui restava la stesura per iscritto; 2) nella <em>determinatio<\/em> l&#8217;autore non era affatto obbligato a tener conto di tutte le tesi che si opponevano alla propria, ma solo di quelle effettivamente sollevate e sostenute nel corso della discussione; 3) la struttura-tipo della <em>determinatio<\/em> comporta che la dimostrazione della dottrina tenuta per vera preceda la confutazione delle tesi ritenute erronee: quest&#8217;ordine, che Dante sintetizza nella formula <em>provando e riprovando<\/em> (<em>Par.,<\/em> III, 3) a torto invertita dai commentatori, era dunque familiare al poeta (e naturalmente \u00e8 rispettata nella <em>Questio<\/em>).&quot; (31)<\/p>\n<p>Giungiamo cos\u00ec alla conclusione che, essendo interamente rispettato lo schema formale delle <em>questiones<\/em> nell&#8217;opera attibuita a Dante sull&#8217;acqua e sulla terra, viene confermato che essa difficilmente pu\u00f2 considerarsi un falso posteriore. Il falsario, infatti, avrebbe dovuto conoscere perfettamente tutte le regole sottese a quel tipo di letteratura (anzi, di oratoria) cos\u00ec com&#8217;era praticato fra Due e Trecento. L&#8217;unica consuetudine che, nella <em>Questio de aqua et terra<\/em>, non viene rispettata, \u00e8 infatti quella che voleva si tenesse la <em>determinatio<\/em> nel primo giorno non festivo susseguente alla disputa, mentre in quel caso fu scelta una domenica; ma tale consuetudine era propria degli ambienti universitari, mentre la conferenza veronese si svolse fuori dello Studio scaligero e, casomai &#8211; come vedremo &#8211; ebbe precisamente lo scopo di propiziarvi l&#8217;ingresso al suo Autore. (32)<\/p>\n<p>5. [L&#8217;ARGOMENTO DELLA *QUESTIO.**<\/p>\n<p>Cardine del pensiero teologico, filosofico e scientifico del Medioevo era che il centro della Terra coincidesse con il centro dell&#8217;Universo, e che le quattro sostanze di cui esso \u00e8 costituito &#8211; terra, acqua, aria e fuoco &#8211; fossero collocate in sfere concentriche, a partire da esso, dalla pi\u00f9 pesante alla pi\u00f9 leggera. (33) L&#8217;acqua, di conseguenza, dovrebbe trovarsi in una circonferenza esterna alla terra, ovvero ricoprire uniformemente la supericie terrestre: cosa palesemente in contrasto con l&#8217;esperienza. &quot;Il problema &#8211; scrive Giorgio Padoan &#8211; nasceva dalla convinzione scolastica, che prendeva le mosse da affermazioni aristoteliche, che gli elementi fossero disposti in sfere concentriche, pertanto la terra, che \u00e8 la sfera pi\u00f9 interna, dovrebbe essere in ogni suo punto avvolta dall&#8217;acqua: ed invece, innegabilmente, essa emerge.&quot; (34) Dunque o la premessa era errata o i dati dell&#8217;esperienza non erano ben interpretati.<\/p>\n<p>Si tenga tuttavia presente che, nella cultura medioevale, le premesse dottrinali non venivano mai poste radicalemte in discussione (\u00e8 ben questa la ragione principale del conflitto scatenato dall&#8217;ipotesi eliocentrica copernicana); piuttosto si cercava di armonizzare con esse i dati dell&#8217;esperienza, mediante un&#8217;opera di aggiustamento che si rivolgeva a questi ultimi, non alle prime. Insomma la concezione del sapere era tendenzialmente statica e dogmatica; le eccezioni alla regola si potevano e si dovevano spiegare volta per volta, ciascuna nel proprio ambito, ma senza mai arrivare a mettere realmente in discussione le premesse dottrinali. Adoperando un linguaggio moderno introdotto dal filosofo della scienza americano Thomas Kuhn (35), potremmo dire che il <em>paradigma<\/em> teologico-scientifico medioevale deve la sua notevole longevit\u00e0 proprio al fatto che come un padadigma veniva accettato, sostanzialmente chiuso verso altre forme e possibilit\u00e0 speculative ed epistemologiche; sarebbe infatti bastato metterne in discussione <em>una sola<\/em> delle premesse dottrinali (come appunto faranno Copernico, Bruno e Galilei) per provocarne la crisi totale e irreparabile.<\/p>\n<p>La &quot;spiegazione&quot; di una tale disposizione mentale, da parte degli intellettuali medioevali, \u00e8 assai semplice: le proposizioni dogmatiche generali sono in accordo, o discendono direttamente, dalle Sacre Scritture, <em>dunque<\/em> non possono contenere errori e sacrilego sarebbe volerle contestare o riformulare. Con ci\u00f2 ben si accorda quell&#8217;atteggiamento psicologico di umilt\u00e0 e di senso del limite, di cui gi\u00e0 abbiamo detto, e che \u00e8 cos\u00ec caratteristico di tutta la cultura del Medioevo, anche nelle sue figure pi\u00f9 vigorose e originali, come appunto Dante Alighieri. Non si tratta di cieco ossequio al principio di autorit\u00e0 n\u00e9, tanto meno, di pigrizia intellettuale, ma piuttosto della convinzione profondamente radicata che l&#8217;Universo \u00e8 un tutto vivente ed armonioso, mosso dall&#8217;Amore divino che \u00e8, anche, infinita Sapienza. Scopo dell&#8217;umana ricerca non \u00e8 dunque un sapere fine a s\u00e9 stesso o che, peggio, possa procedere indipendentemente dalle leggi divine, bens\u00ec quello di adeguare la conoscenza con l&#8217;ammirato rispetto di quelle leggi e di quella perfetta armonia di cui, comunque, ci sfuggono le ragioni ultime. Insomma la filosofia naturale, per quasi tutti gli intellettuali medioevali &#8211; Dante compreso &#8211; non \u00e8 un ramo autonomo del sapere, ma \u00e8 intimamente collegato col &quot;paradigma&quot;, se cos\u00ec vogliam chiamarlo, teologico. Quindi non esiste, n\u00e9 in Dante n\u00e9 in altri seguaci della Scolastica prima di Occam (36), un qualcosa che assomigli alla moderna epistemologia, perch\u00e9 la ricerca scientifica non \u00e8 veramente distinta da quella teologica. Dante, come si \u00e8 visto, insiste particolarmente sul necessario atteggiamento di umilt\u00e0 speculativa da parte degli esseri umani, tanto da far dire a Virgilio, nella <em>Divina Commedia,<\/em> circa il mistero della Trintit\u00e0 divina:<\/p>\n<p>&quot;<em>Matto \u00e8 chi spera che nostra ragione<\/em><\/p>\n<p><em>possa trascorrer la infinita via<\/em><\/p>\n<p><em>che tiene una sustanza in tre persone.<\/em><\/p>\n<p><em>State contenti, umana gente, al quia;<\/em><\/p>\n<p><em>ch\u00e9 se possuto aveste veder tutto,<\/em><\/p>\n<p><em>mestier non era parturir Maria;<\/em><\/p>\n<p><em>e disiar vedeste sanza frutto<\/em><\/p>\n<p><em>tai che sarebbe lor disio quetato,<\/em><\/p>\n<p><em>ch&#8217;etternalmente \u00e8 dato lor per lutto:<\/em><\/p>\n<p><em>io dico d&#8217;Aristotile e di Plato<\/em><\/p>\n<p><em>e di molt&#8217;altri&quot;<\/em> [&#8230;] (37)<\/p>\n<p>Tornando alla questione dei quattro elementi, era vivo &#8211; al tempo di Dante &#8211; il dibattito se la sfera dell&#8217;acqua potesse sovrastare, in qualche parte, la sfera della terra. Ne avevano trattato Campano da Novara ed Egidio Colonna; ne aveva trattato, proprio in quegli anni e, forse, nella stessa Verona, Antonio Pelacani, lettore di medicina a Bologna. Dante, come vedremo, elabora uno schema scientifico compatibile con gli insegnamenti dei primi due, che erano stati accolti ufficialmente dall&#8217;ordine agostiniano nel 1287, mentre tace addirittura della teoria del secondo che, postulando l&#8217;unicit\u00e0 del globo terracqueo ed il riflusso delle acque nelle cavit\u00e0 e negli spazi vuoti sotto la superificie terrestre, si poneva nel solco di un naturalismo totalmente svincolato dalla dottrina delle influenze celesti sul mondo sub-lunare, allora quasi universalmente accettata. (38)<\/p>\n<p>&quot;Dante rappresenta &#8211; scrive Claudio Redi &#8211; uno dei punti centrali, o forse l&#8217;espressione pi\u00f9 sintetica, della cultura medievale. La caratteristica di tale culturale \u00e8 l&#8217;unitariet\u00e0 del sapere; vale a dire, che i vari aspetti della conoscenza umana (dall&#8217;arte alla scienza) sono ricondotti ad un comune &#8216;giudizio&#8217;. Questo giudizio pu\u00f2 essere definito come la tensione a un fine ultimo: tutte le cose tendono a un fine comune, e tale fine \u00e8 il bene. <em>Unum, verum, bonum convertuntur<\/em>, dice San Tommaso nella <em>Summa Theologica<\/em>, esprimendo bene questa concezione unitaria che definisce bene il piano del reale e il piano gnoseologico.&quot; (39) E ancora: &quot;Il sapere filosofico di Dante e del suo tempo \u00e8 la Scolastica, che \u00e8 utilizzata, come terminologia e come struttura, costantemente nel paradiso. Eppure, la Scolastica sar\u00e0 messa in crisi &#8211; proprio nel Trecento &#8211; dall&#8217;occamismo, che ridurr\u00e0 in termini relativistici l&#8217;unit\u00e0 di concezione propria del tomismo. Dante \u00e8 ben lontano da questo: ma, nel <em>Convivio<\/em> e nel <em>De Monarchia<\/em>, si trovano accenni abbastanza chiari di averroismo; cio\u00e8, di una dottrina diversa e distinta dalla costruzione grandiosa di San Tommaso; di una dottrina che, ben nota nel cuore del Medioevo, rappresenta una forte negazione di una delle categorie fondamentali di quell&#8217;epoca (l&#8217;immortalit\u00e0 personale dell&#8217;anima). Per quanto riguarda la concezione del reale (la metafisica), Dante \u00e8 per\u00f2 ancora profondamente legato alla struttura aristotelico-tomistica classica: e anche il suo secolo lo rimarr\u00e0 lungamente. La riscoperta di Platone (posteriore al neoplatonismo francescano) \u00e8 ancora lontana. Lo stesso discorso vale per la fisica e per le scienze empirico-fenomeniche.&quot; (40)<\/p>\n<p>Il silenzio sulle contemporanee teorie del Pelacani, in ogni modo, non pu\u00f2 essere addotto come indizio della paternit\u00e0 non dantesca della <em>Questio<\/em> (41), casomai come scelta intenzionale dell&#8217;Autore che pu\u00f2 &#8211; forse &#8211; venir messa in relazione con le particolari circostanze in cui matur\u00f2 la <em>disputatio<\/em> veronese, come tra poco diremo. Dobbiamo quindi domandarci, giunti a questo punto, <em>perch\u00e9<\/em> Dante dedic\u00f2 tempo ed energie preziosi, quando forse non aveva neanche terminato la terza cantica, per andare da Ravenna a Verona e tenervi una astrusa disputa di carattere scientifico davanti a un pubblico che, in parte non trascurabile, aveva deciso di umiliarlo con la propria fragorosa assenza.<\/p>\n<p>6. [RAGIONI ESTRINSECHE DELLA <em>QUESTIO<\/em>.**<\/p>\n<p>Sembra incredibile, ma la maggior parte degli storici della letteratura, e anche diversi dantisti, hanno presentato la <em>Questio<\/em> come un&#8217;opera puramente speculativa, che Dante avrebbe composto sulla base di una disputa dottrinaria esclusivamente teorica, mosso da spassionato interesse scientifico. Ora, senza voler negare che in lui nobili interessi speculativi furono sempre presenti, \u00e8 altrettanto certo che il pensiero astratto non lo interess\u00f2 mai se non in vista di un messaggio etico e culturale da diffondere in seno alla societ\u00e0; in altri termini, Dante non aveva n\u00e9 propensioni n\u00e9 attitudini per la ricerca pura fine a s\u00e9 stessa e i problemi di scienza non lo interessarono mai se non come parte di una visione generale del cosmo e del destino ultimo dell&#8217;uomo. Tanto pi\u00f9 appare improbabile che un tale interesse per la speculazione astratta, staccata da qualunque intento didascalico-morale e religioso, possa averlo folgorato proprio negli ultimi anni, anzi negli ultimi mesi della sua vita, quando stava lavorando a ritmo febbrile per terminare gli ultimi canti della <em>Commedia<\/em> e quando la situazione di precariet\u00e0 non solo sua, ma dei suoi figli alla lor volta sbanditi da Firenze, appariva tanto grave come lo era stata nei primi tempi dell&#8217;esilio.<\/p>\n<p>Scrive, ad esempio, Michele Barbi nella sua ormai classica biografia del sommo Poeta: &quot;Era questione viva nelle scuole e negli autori se l&#8217;acqua nella sua sfera, ovvero nella sua naturale circonferenza, sia in qualche punto pi\u00f9 alta della terra che emerge dalle acque, detta comunemente la <em>quarta abitabile<\/em>; e non fa meraviglia che Dante, che era e si professava familiare della filosofia (<em>viro philosophiae domestico<\/em>), rimanesse comunque impigliato in una controversia, per la quale fosse indotto a trattare pubblicamente e a scivere poi la dispiuta, e che potesse ottenere dal vescovo di Verona, per la tradizionale autorit\u00e0 che i vescovi avevano sull&#8217;insegnamento, di poter discutere, anche senza essere regolarmente conventato, in un sacello della sua citt\u00e0 dov&#8217;era famoso e ammirato per la sua dottrina e gradito al signore.&quot; (42) Invece, a dire il vero, <em>fa un po&#8217; meraviglia&#8230;<\/em>, e specialmente in quel momento e in quel luogo.<\/p>\n<p>Nemmemo Antonio Altomonte, nella sua biografia di Dante, ha rilevato alcunch\u00e9 di strano nella vienda della <em>Questio<\/em> intesa come una pura esercitazione dottrinaria. Infatti egli scrive che Dante, a Verona, &quot;si proponeva di dimostrare che il livello dell&#8217;acqua non pu\u00f2 essere superiore in alcun punto della terra a quello della superficie emersa. L&#8217;istanza religiosa si univa alla tesi scientifica della trattazione, avvenuta alla presenza del clero locale, e conclusa con l&#8217;esaltazione della saggezza dela Provvidenza, per quanto all&#8217;uomo non sempre manifesta.&quot; (43)<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che noi, per <em>tutte<\/em> le opere di Dante, siamo in grado di ricostruirne il contesto, la funzione e il percorso all&#8217;interno dell&#8217;itinerario culturale dell&#8217;Autore; per tutte siamo in grado di ricostruire, con buon grado d&#8217;approssimazione, da quale esigenza interiore ed eventualmente da quale occasione esteriore sono scaturite, insomma di collocarle logicamente e cronologicamente nel <em>corpus<\/em> dell&#8217;opera dantesca, inteo come un tutto unico e strettamente correlato. Siamo anche in grado di comprendere perch\u00e9 certe opere siano rimaste interrotte, ad esempio il <em>Convivio<\/em>, essendo sopraggiunti altri e pi\u00f9 potenti stimoli alla sua personalit\u00e0 di scrittore (in quel caso, l&#8217;esigenza di dedicarsi totalmente alla <em>Commedia<\/em>). Solo la <em>Questio<\/em> continua ad apparirci come un corpo estraneo, un specie di meteorite piovuto dal cielo di una ispirazione tanto improvvisa quanto estemporanea; ma ci\u00f2, a ben guardare, non perch\u00e9 manchino elementi per collocarla in uno snodo ben preciso della vicenda culturale ed umana del Poeta, bens\u00ec per averla voluta considerare isolatamente, quasi come un di pi\u00f9, una sorta di &quot;lusso&quot; speculativo che Dante &#8211; intellettuale militante se mai ve furono &#8211; avrebbe voluto concedersi, chiss\u00e0 perch\u00e9, nel penultimo anno di sua vita.<\/p>\n<p>A nostro parere, due sono gli ordini di ragioni che hanno contribuito alla nascita di questa particolare opera dantesca: pratici e ideali. Partiamo dunque dai primi, non certo per sminuire l&#8217;atteggiamento culturale &quot;disinteressato&quot; di Dante &#8211; che doveva comunque affrontare, come tutti ben sanno, problemi molto concreti di sopravvivenza, per s\u00e9 e per la sua famiglia; ma per riportare la genesi della <em>Questio<\/em> sul suo naturale terreno, quello cio\u00e8 di un&#8217;opera nata per esigenze intellettuali <em>ma anche<\/em>, e sia pure secondariamente, in una sfera di relazioni, di aspettative e di necessit\u00e0 materiali ben precise.<\/p>\n<p>Dobbiamo in primo luogo fare un passo indietro e domandarci perch\u00e9 Dante, se si trovava cos\u00ec bene alla corte dell&#8217;amico Cangrande Della Scala, a un certo punto &#8211; verso il 1319 &#8211; l&#8217;abbandon\u00f2 definitivamente, per cercare un ultimo (e definitivo) rifugio sull&#8217;Adriatico, alla corte dei Da Polenta di Ravenna. Abbiamo gi\u00e0 avuto occasione di dire che, quasi certamente, le ragioni del trasferimento <em>non<\/em> dovettero essere di natura politica. Di natura privata, allora? Alcuni studiosi hanno voluto ipotizzare una certa quale incompatibilit\u00e0 di carattere fra il Poeta e il signore scaligero, anche se sappiamo qual conto si possa fare delle storielle fiorite, a tale proposito, dopo la morte del primo.<\/p>\n<p>&quot;Nonostante le grandi lodi agli Scaligeri nella <em>Divina Commedia<\/em> &#8211; scrivono gli autori di una nota biografia dantesca &#8211; i rapporti fra il poeta e Cangrande della Scala non furono esenti da ombre. Alcuni aneddoti illustrano in modo significativo l&#8217;atteggiamento dei due uomini, piuttosto acidi l&#8217;uno nei confronti dell&#8217;altro.[&#8230;] Forse la causa vera di questi rapporti pungenti era il contrasto dei due caratteri: gioviale, estroverso, gaio l&#8217;uno; taciturno, chiuso, inasprito l&#8217;altro. Non \u00e8 facile l&#8217;intesa, sul piano umano, tra un esule malinconico e scontroso e un giovane signore munifico e festaiolo. Motivo di incomprensione potrebbe essere stato anche il fatto che Cangrande, pur lodando e incoraggiando il poeta nel suo lavoro, non era in grado di apprezzare nel giusto valore la <em>Commedia.<\/em> Per il signore veronese, pare che Dante sia rimasto sempre e soltanto un diplomatico che aveva scritto un buon trattato politico, e che si dilettava anche di scriver versi. Certo \u00e8 che Cangrande lo ospit\u00f2 generosamente, ma non lo favor\u00ec mai nel campo delle lettere. Non lo ammise ad insegnare allo <em>Studio<\/em> (la scuola superiore di Verona che stava diventando un&#8217;universit\u00e0 rinomata), preferendogli come maestro di logica Artemisio. Non gli confer\u00ec mai la laurea <em>ad honorem<\/em> che concesse invece, senza farsi troppo pregare, ad Albertino da Mussato, per una tragedia su Ezzelino.&quot; (44)<\/p>\n<p>Le disquisizioni psicologiche sul contrasto dei caratteri, a dire il vero, ci sembrano alquanto generiche e aleatorie; molto pi\u00f9 robusta e concreta l&#8217;ipotesi di una certa insoddisfazione di Dante per il suo mancato ingresso nel mondo dell&#8217;insegnamento universitario, che gli avrebbe assicurato la tanto sospirata indipendenza economica. Non \u00e8 solo questione del fatto che Dante si sentiva degno della cattedra e che altri, a suo giudizio e non solo, pur essendo molto meno meritevoli, l&#8217;avevano ottenuta; si tratta del fatto che egli <em>ne aveva disperatamente bisogno.<\/em> Ora che i suoi figli, probabilmente, si era ricongiunti a lui, quale altra strada onorevole gli si apriva per mantenerli? Era un uomo di cinquant&#8217;anni, e ancora non era in grado di mantenere n\u00e9 s\u00e9 stesso, n\u00e9 la sua famiglia, che gi\u00e0 tanto aveva sofferto per causa sua: situazione umiliante per chiunque, non diciamo per un uomo del suo temperamento e della sua consapevolezza.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, troppi elementi concorrono a farci persuasi che Dante continu\u00f2, fino all&#8217;ultimo, a nutrire stima e gratitudine per Cangrande; perch\u00e9 mai, se fosse stato diversamente, egli avrebbe indirizzato a lui la sua celeberrima XIII <em>Epistola<\/em>, con lo schema interpretativo generale dell&#8217;intera <em>Commedia<\/em>? (45) Non si spiega come mai avrebbe fatto dire al nobilissimo antenato Cacciaguida, nel Cielo di Marte o degli Spiriti combattenti per la fede,<\/p>../../../../n_3Cp><em>Lo primo tuo refugio e &#8216;l primo ostello<\/em><\/p>\n<p><em>sar\u00e0 la cortesia del gran Lombardo<\/em><\/p>\n<p><em>che &#8216;n su la scala porta il santo uccello;<\/em><\/p>\n<p><em>ch&#8217;in te avr\u00e0 s\u00ed benigno riguardo<\/em><\/p>\n<p><em>che del fare e del chieder, tra voi due,<\/em><\/p>\n<p><em>fia primo quel che, tra li altri, \u00e8 pi\u00f9 tardo.<\/em> (46)<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, se non vi erano ragioni politiche di dissenso e neppure ragioni di tipo personale, come spiegare il trasferimento di Dante dalle sponde dell&#8217;Adige alle rive dell&#8217;Adriatico, proprio quando aveva maggior bisogno di sicurezza &#8211; anche materiale &#8211; e di serenit\u00e0 ? Forse il problema non era Cangrande, ma risiedeva in qualche altra situazione o in qualche altro personaggio. C&#8217;era a Verona qualcosa, qualcuno che rendeva difficile il soggiorno di Dante; oppure c&#8217;era qualcosa che <em>lui<\/em> avrebbe desiderato, ma che appariva al di fuori della sua portata?<\/p>\n<p>Giungiamo cos\u00ec, quasi per esclusione, a prendere seriamente in considerazione l&#8217;ipotesi affacciata or quasi un secolo fa da uno studioso di Dante oggi ingiustamente dimenticato (o semi-dimenticato), ma che godette, in vita, di una notoriet\u00e0 e di un apprezzamento giustamente meritati. Antonio Scolari (1889-1979), veronese, \u00e8 stato per circa mezzo secolo un importante animatore della vita culturale della sua citt\u00e0 &#8211; come lo \u00e8 stato, qualche anno pi\u00f9 tardi, un altro insigne studioso veronese che sarebbe giusto far conoscere una seconda volta, e su cui ci proponiamo di riprendere il discorso non appena ci sar\u00e0 possibile: Umberto Grancelli. (47) Dunque, lo Scolari fu a Bologna studente prediletto di Giovanni Pascoli; incaricato poi, presso quella Universit\u00e0, della cattedra di filologia romanza che era stata di Giovanni Papini, fond\u00f2 nel 1919-20 la rivista <em>Poesia ed arte<\/em> che annover\u00f2 collaboratori quali G. A. Borgese, Pietro Gobetti, Giovanni Comisso, Francesco Flora e altri. Fondatore e primo presidente dell&#8217;Istituto per gli studi storici veronesi, scrisse un trittico di saggistica che non pass\u00f2 inossservato fra gli studiosi del sommo Poeta: <em>Verona e gli Scaligeri nella vita di Dante; Dante e la cultura veneta; Il Messia dantesco.<\/em> In quest&#8217;ultima opera, in particolare, Scolari sostiene che Cangrande non pot\u00e8 o non volle offrire a Dante la cosa che questi avrebbe sopra tutte gradita: un posto di docente nello Studio scaligero; trattenuto, probabilmente, dalle aspre gelosie che circondavano quell&#8217;ambiente, rese ancor pi\u00f9 veementi dalla fama del &quot;forestiero&quot; Dante e dalla sua mancanza di titoli accademici. (48)<\/p>\n<p>Cos\u00ec riassume Cesare Marchi i termini della questione: &quot;Dante aspirava ad ottenere una cattedra presso lo Studio Veronese, dove si insegnavano, fin dalla fine del Duecento, diritto economico, medicina, abbaco e logica. Un posto per Dante, circondato da fama di uomo dottissimo, Cangrande, se avesse voluto, l&#8217;avrebbe trovato. Ma bisognava vincere l&#8217;invidia dei letterati dottori. Contro l&#8217;intruso avevano buon gioco. Possedeva la laurea? No. Aveva superato, diremmo oggi, regolare concorso? Nemmeno. E allora, niente cattedra, niente anello, guanti, berretto e tonaca, pomposi ornamenti che consacravano la dignit\u00e0 del dottore. A differenza del Petrarca che non amava il mestiere di professore, Dante l&#8217;avrebbe esercitato assai volentieri. Uno stipendio fisso l&#8217;avrebbe aiutato a risolvere molti problemi, tra cui quello, gi\u00e0 grave per un incensurato, tanto pi\u00f9 arduo per un condannato a morte, della sistemazione dei figli.&quot; (49)<\/p>\n<p>Ecco allora che la <em>disputatio<\/em> veronese sul sito dell&#8217;acqua e della terra cessa di presentarsi come una erudita stranezza del Poeta, ma si rivela come parte di una strategia ben precisa per fare un ultimo tentativo in direzione della sospirata cattedra universitaria. Cesare Marchi avanza addirittura l&#8217;ipotesi che la trattazione della <em>Questio<\/em> il 20 gennaio, nella chiesetta di Sant&#8217;Elena, possa essere stata una sorta di esame di libera docenza per l&#8217;abilitazione alla cattedra. (50) Senza arrivare a tanto, possiamo benissimo supporre che la dissertazione di quella domenica d&#8217;inverno fosse stata concepita e preparata, da Dante e &#8211; quasi certamente &#8211; da qualche suo sostenitore, come la prima tappa di una strategia d&#8217;avvicinamento verso l&#8217;obiettivo della cattedra veronese.<\/p>\n<p>La manovra, per\u00f2, fu sventata dall&#8217;atteggiamento ostruzionistico adottato dai rivali invidiosi: il silenzio e l&#8217;assenza; il che spiegherebbe benissimo la rabbiosa reazione dantesca al mancato dibattito (di cui si \u00e8 gi\u00e0 detto) e che costituisce, casualmente, un ulteriore elemento di conferma dell&#8217;autenticit\u00e0 dell&#8217;opera. Scrive infatti Massimo Felisatti: &quot;Di pretto stampo dantesco [\u00e8] l&#8217;unghiata contro gli invidiosi, che disertano le discussioni per boria e per poi sparlare alle spalle.&quot; (51) Una volta tanto, lo sdegno e la tendenza all&#8217;iracondia di Dante (52) erano pienamente giustificati: l&#8217;assenza di importanti personaggi del mondo culturale veronese (se non fossero stati importanti, Dante non ne avrebbe parlato ma li avrebbe ricambiati col silenzio totale) faceva venir meno l&#8217;autorevolezza della <em>disputatio<\/em> e, di conseguenza, vanificava i disegni degli amici di Dante per procurare all&#8217;illustre esule una sistemazione definitiva in quella Universit\u00e0.<\/p>\n<p>7. [RAGIONI INTRINSECHE.**<\/p>\n<p>Questo, per quanto riguarda l&#8217;occasione estrinseca e materiale della composizione della <em>Questio<\/em> dantesca (e, se il manoscritto rimase a Verona, come altrove abbiamo ipotizzato, magari per favorire un ultimo tentativo in suo favore, ci\u00f2 spiegherebbe il silenzio di quasi tutti i contemporanei su questa operetta). Ci resta da tratteggiarne le motivazioni intrinseche e speculative, che in Dante non vengono mai per seconde, trattandosi di chiarire &#8211; a s\u00e9 stesso e agli altri &#8211; certi nodi rimasti irrisolti della sua visione teologico-filosofica. E qui ci soccorre la convincente ipotesi avanzata da Giorgio Padoan.<\/p>\n<p>Cediamo pertanto a lui la parola. &quot;L&#8217;Alighieri appare preoccupato di critiche che potessero essergli mosse; rileva con amara ironia l&#8217;assenza di alcuni i quali <em>ne aliorum excellentia probare videantur, sermonibus eorum interesse refugiunt;<\/em> vuol mostrarsi profondo conoscitore dei princ\u00ecpi scientifici. \u00c8 evidente che quelli che non vollero essere presenti alla disquisizione manifestarono con ci\u00f2 apertamente il loro dissenso e discredito, non verso le ragioni che non avevano ancora ascoltato, ma verso chi essi conoscevano come autore dell&#8217;<em>Inferno<\/em> e del <em>Purgatorio<\/em>. In particolare, nell&#8217;ultimo canto dell&#8217;<em>Inferno,<\/em> sviluppando un cenno biblico (53), Dante aveva spiegato che la terra, dapprima emersa nell&#8217;emisfero australe (che era ritenuto il pi\u00f9 nobile), in seguito allo sconvolgimento cosmico determinato dalla caduta di Lucifero si era spostato nell&#8217;emisfero boreale. Dante, lui, come lo sapeva? L&#8217;obiezione toccava il punto, delicatissimo, del valore da attribuire al &#8216;poema sacro&#8217; cui avevano posto mano <em>e Cielo e terra.<\/em> Quando, nel <em>De situ,<\/em> affronta il quesito perch\u00e9 l&#8217;emersione \u00e8 avvenuta nell&#8217;emisfero boreale, l&#8217;Alighieri non indugia a ricordare la soluzione proposta nell&#8217;<em>Inferno<\/em> adducendo i diritti della fantasia (con ci\u00f2 riconoscendo che la <em>Comed\u00eca<\/em> era esclusivamente opera di finzione poetica) ma replica invece duramente con uno scatto d&#8217;ira: <em>Desinant ergo, desinant homines querere que supra eos sunt, et querant usque quo possunt, &quot;ut trahant se ad immortalia et divina pro posse&quot;<\/em> [S. Tommaso, <em>Contra Gentiles,<\/em> I, 5], <em>ac maiora se relinquant.<\/em>&quot; (54)<\/p>\n<p>Dante, dunque, in quel periodo della sua vita, oltre che angustiato dalle solite difficolt\u00e0 ed incertezze finanziarie, si vide sottoposto alle critiche malevole di certi ambienti culturali, specialmente accademici, contro la <em>Commedia<\/em>, critiche che investivano, traverso la teoria dell&#8217;emersione della terra dal mare a causa della caduta di Lucifero (in contrasto con quanto affermato dalla scienza del tempo) la stessa <em>credibilit\u00e0<\/em> complessiva del poema sacro. Se la teoria delle terre emerse era errata e, per giunta, in contrasto con la stessa collocazione di queste ultime nell&#8217;emisfero nord (ove sarebbero &quot;migrate&quot;, appunto in occasione della caduta di Lucifero, da quello australe), allora tutta la <em>Commedia<\/em> non era che frutto d&#8217;invenzione poetica, e non gi\u00e0 opera &quot;ispirata da Dio&quot;. Difficile non vedere, dietro un tal genere di critiche, la reazione vendicativa di chi era stato platealmente esposto alla berlina nel poema dantesco, o di chi vi aveva veduto esporre qualche persona cara; difficile, cio\u00e8, pensare che si trattasse di invidia puramente letteraria. Molti degli uomini famosi che Dante aveva posto all&#8217;<em>Inferno<\/em> erano vivi e vegeti, o lo erano i loro amici e parenti: e gli strali dell&#8217;Alighieri avevano colpito anche molto in alto &#8211; nella Curia romana, per esempio.<\/p>\n<p>Insomma Dante. verso la fine della sua vita, si trov\u00f2 esposto al fuoco di fila di due opposte categorie di avversari: coloro che, colpiti nei sentimenti e nell&#8217;orgoglio personale, volevano vendicarsi dietro le apparenze di una disputa spassionata e scientifica; e coloro che, proprio sul piano strettamente dottrinale, lo ritenevano troppo &quot;fermo&quot; sulle acquisizioni della Scolastica, e criticavano in lui una promessa mancata di libera indagine razionale nel campo della filosofia naturale. Pietro d&#8217;Abano, ad esempio, aveva polemizzato con quanti credevano ancora che la vetta del Paradiso Terrestre toccasse le sfere celesti: e Dante era tra questi. Del Pelacani abbiamo gi\u00e0 detto; aggiungiamo ora ch&#8217;egli sosteneva, contro l&#8217;insegnamento di Aristotele, che le terre emerse potevano esistere in qualsiasi parte della terra e non solo nella &quot;quarta abitabile&quot;: e anche in questo caso Dante era passibile di severa critica per eccesso di credulit\u00e0 verso la sapienza antica. Per non dire degli attacchi durissimi portati al grande fiorentino da Cecco d&#8217;Ascoli, sia pure su un terreno diverso.<\/p>\n<p>A queste due categorie se ne dovrebbe poi aggiungere una terza, quella di coloro che &#8211; in buona o in cattiva fede &#8211; lo accusavano di stregoneria e quindi lo ritenevano assolutamente inadatto a tenere una cattedra universitaria, di dove avrebbe potuto corrompere i giovani con pratiche, e forse con dottrine, pericolose. Gi\u00e0 abbiamo avuto occasione di ricordare, in una precedente occasione (55), come sia nata la fama di Dante stregone: tutto ebbe origine da un processo per magia nera svoltosi ad Avignone, alla corte di Giovanni XXII, nel febbraio del 1320 e in cui fu fatto da un certo Bartolomeo Cagnolati il nome dello stesso Dante. Lo scandalo era stato grosso: si era trattato addirittura di <em>suffumigationes<\/em> di una statuina raffigurante il papa, per provocarne la morte a distanza; e anche i mandanti erano eccellenti: Matteo e Galeazzo Visconti, signori di Milano. Dante vi fu implicato solo molto alla lontana, anzi dalle stesse deposizioni del Cagnolati non fu possibile appurare se il poeta fosse a conoscenza del fatto che i Visconti intendevano coinvolgerlo nella pratica del maleficio: per\u00f2 la sua nomea di stregone, che gi\u00e0 correva per il popolo di Verona (56), ne era uscita ingigantita e, per cos\u00ec dire, confermata. &quot;Sia andato o no Dante dal Visconti, abbia o non abbia ricevuto l&#8217;invito a compiere il truce sortilegio, una cosa appare certa dalla confidenza fatta da Galeazzo al Cagnolati: che l&#8217;Alighieri godeva fama di mago. In caso contrario non si vede per qual motivo Galeazzo avrebbe tirato in ballo il suo nome.&quot; (57)<\/p>\n<p>N\u00e9 si deve credere che tali maldicenze trovassero insensibili gli orecchi di quei professori e letterati che gi\u00e0 lo vedevano come un fastidioso rivale e cercavano qualunque pretesto per tentare di screditarlo. Scrive infatti Bino Sanminiatelli, proprio a proposito della <em>Questio<\/em>: Nonostante la dotta conferenza tenuta il 20 gennaio 1320 nella chiesetta di Sant&#8217;Elena, presenti studenti e professori, su un argomento intorno al quale si discuteva a quel tempo, la <em>Quaestio de aqua et terra<\/em> (sorta durante un suo soggiorno a Mantova dov&#8217;era stato invitato per gli uffici di Cangrande), non ottenne mai, o per invidia o per non avere seguito corsi regolari, una cattedra allo Studio veronese. Fu accusato di <em>sottigliezza<\/em> e d&#8217;<em>iscura parlatura<\/em>. Per alcuni era soltanto un mago che se l&#8217;intendeva con le potenze che governano il mondo di l\u00e0, e come stregone veniva cercato da chi bazzicava negromanti e fattucchiere. E l&#8217;attristava il doversi mostrare in tale condizione a molti che <em>per alcuna fama in altra forma<\/em> lo avevano immaginato.&quot; (58)<\/p>\n<p>Cediamo ancora la parola a Giorgio Padoan, che riassume con esemplare chiarezza i termini della questione, partendo proprio dalla forte reazione di Dante contro gli invidiosi che hanno disertato la sua conferenza. &quot;Queste aspre reazioni sono proprie del carattere di Dante; e tuttavia l&#8217;acredine che si coglie in alcuni passaggi del <em>De situ<\/em> raggiunge una veemenza particolare, che non pu\u00f2 essere immotivata. Le ragioni sono quelle dichiarate dall&#8217;autore stesso: le critiche che erano o potevano venir mosse alle sue conclusioni, l&#8217;assenza ostentata, e perci\u00f2 tanto pi\u00f9 eloquente, di alcuni intellettuali e teologi alla lezione veronese (e non erano certo persone di poco conto, se Dante ha ritenuto di doverla registrare). L&#8217;assoluto silenzio sulla propria teoria che trov\u00f2 il pi\u00f9 deciso assertore nel Pelacani esclude che da quella parte venissero gli attacchi a Dante; n\u00e9 evidentemente \u00e8 per le teorie della <em>gibbositas<\/em> o dell&#8217;emersione per influsso celeste, non nuove n\u00e9 particolarmente invise, che Dante poteva essere tanto preoccupato: in tal caso gli sarebbe bastato porsi sotto il saldo usbergo dell&#8217;<em>auctoritas<\/em> egidiana [ossia il <em>Liber Exameron<\/em>, che la <em>Questio<\/em> segue da presso], che invece non \u00e8 mai chiamata in causa.<\/p>\n<p>&quot;I veri motivi muovono dunque da pi\u00f9 lontano, ed occorre perci\u00f2 spingere lo sguardo pi\u00f9 in l\u00e0 dell&#8217;episodio particolare della <em>questio.<\/em> Se alcuni letterati, tramite la penna amica di Giovanni del Virgilio, invitano esplicitamente Dante a scrivere un &#8216;vero&#8217; poema, in latino e di storia contemporanea (eppure l&#8217;<em>Inferno<\/em> e il <em>Purgatorio<\/em> erano gi\u00e0 pubblicati e circolavano, e l&#8217;esule aveva con tutto il cuore sperato di ottenerne riconoscimenti, onori, il richiamo in patria), nell&#8217;<em>Epistola a Cangrande<\/em> \u00e8 un aperto cenno alle critiche che potevano investire, come in realt\u00e0 investivano, su un altro piano e per altre pi\u00f9 gravi ragioni, la concezione stessa del poema sacro. <em>Ma chi \u00e8 dunque costui che osa impancarsi a scriba Dei?<\/em>: questo il senso delle critiche che pi\u00f9 dovettero inasprire il cuore del poeta in quel tramonto di sua vita, e di cui troviamo ampie attestazioni, dirette ed indirette, nei primi commentatori della <em>Commedia.<\/em> Si possono facilmente intendere, almeno in parte, le ragioni dell&#8217;invidia di alcuni di quei mantovani, i quali si poterono adombrare per le argomentazioni dantesche addotte contro le loro (anche se non solo per questo); ma quei veronesi, perch\u00e9 si erano astenuti dall&#8217;intervenire alla dissertazione del 20 gennaio 1320? Non certo perch\u00e9 in disaccordo con opinioni che non avevano ancora ascoltato. <em>Ne aliorum excellentia probare videantur,<\/em> afferma Dante, e in quel caso <em>aliorum<\/em> era egli stesso. \u00c8 evidente che quei veronesi si astennero non perch\u00e9 genericamente invidiosi, di tutto e di tutti, ma in atto di deliberata ostilit\u00e0 nei confronti dell&#8217;Alighieri: dell&#8217;autore non del <em>De situ,<\/em> bens\u00ec dell&#8217; <em>Inferno<\/em> e del <em>Purgatorio<\/em>.<\/p>\n<p>&quot;\u00c8 su questo sfondo che va situato e capito il trattatello, ed \u00e8 in esso e per esso che trova il suo maggior interesse.&quot; (59)<\/p>\n<p>8. [IL CONTENUTO DELL&#8217;OPERA.**<\/p>\n<p>L&#8217;opera \u00e8 fortemente strutturata in ventiquattro brevi capitoli che seguono fedelmente e con geometrica precisione (60) le regole del genere letterario delle <em>questiones<\/em>. Dante dapprima richiama al lettore le circostanze della discussione cui aveva assistito a Mantova e che era rimasta <em>indeterminata<\/em> (cap. I), quindi espone concisamente la questione che intende decidere: se l&#8217;acqua nella sua sfera naturale possa essere in qualche luogo pi\u00f9 alta della terra che emerge dall&#8217;acqua e che viene comunemente chiamata <em>la quarta abitabile<\/em> (cap. II). Tra tutti gli argomenti a favore della tesi che si propone di confutare, cio\u00e8 che l&#8217;acqua possa trovarsi pi\u00f9 in alto della terra emersa, ne individua cinque che gli sembrano degni di essere presi in considerazione e li espone (capp. III-VII), mentre gli altri non meritano di essere confutati, poich\u00e9 sono puramente sofistici.<\/p>\n<p>Il primo argomento \u00e8 questo: essendo il centro della terra anche il centro dell&#8217;universo, tutto ci\u00f2 che in esso ha una posizione diversa \u00e8 pi\u00f9 in alto; e le due circonferenze, della terra e dell&#8217;acqua, non possono avere lo stesso centro (cap.III). Il secondo argomento \u00e8 che alle sostanze pi\u00f9 nobili si addice il luogo pi\u00f9 nobile: l&#8217;acqua \u00e8 pi\u00f9 nobile della terra (perch\u00e9 pi\u00f9 leggera), dunque deve avere un luogo pi\u00f9 nobile, ossia pi\u00f9 alto (cap. IV). Terzo argomento: ogni opinione che sia in contraddizione con l&#8217;esperienza dei sensi \u00e8 sbagliata; ora, i marinai, per vedere la terra ed i monti, devono salire sugli alberi della nave: dunque ci\u00f2 accade perch\u00e9 la terra \u00e8 pi\u00f9 in basso del mare (cap. V). Quarto argomento: se la terra non fosse pi\u00f9 bassa dell&#8217;acqua, essa &#8211; la terra emersa &#8211; sarebbe totalmente priva di acqua, in quanto non potrebbero scorrervi n\u00e9 fonti n\u00e9 fiumi (cap. VI). Quinto argomento: le maree dimostrano che l&#8217;acqua segue i movimenti della Luna; ora, l&#8217;orbita della Luna \u00e8 eccentrica: dunque anche l&#8217;acqua, nella sua forma,imiter\u00e0 i movimenti della Luna, e sar\u00e0 eccentrica (cio\u00e8 pi\u00f9 alta) rispetto alla circonferenza della terra.<\/p>\n<p>Dante afferma (cap. VIII) che il senso dimostra la verit\u00e0 della tesi contraria: poich\u00e9 tutti possono vedere che i fiumi corrono al mare: cosa che non sarebbe possibile, se le loro sorgenti si trovassero pi\u00f9 in basso della superficie marina. Tuttavia, alla prova dei sensi egli vuole accompagnare quella della ragione ed espone lo schema che intende seguire: 1) dimostrare che \u00e8 impossibile che l&#8217;acqua sia, in qualche luogo, pi\u00f9 alta della terra emersa; 2) dimostrare che quest&#8217;ultima \u00e8 ovunque pi\u00f9 alta della superficie del mare; 3) confutare le obiezioni; 4) mostrare la causa finale e la causa efficiente (secondo la metodologia aristotelica) della emersione della terra dal mare; 5) confutare gli argomenti contrari riportati per esteso nei capitoli dal III al VII (cap. IX).<\/p>\n<p>Se veramente la circonferenza dell&#8217;acqua fosse, in qualche sua parte, pi\u00f9 alta di quella della terra, ci\u00f2 non potrebbe darsi che in due maniere: A) perch\u00e9 l&#8217;acqua sarebbe eccentrica (vedi primo e quinto argomento di cui sopra), oppure, B) perch\u00e9 &#8211; pur essendo concentrica &#8211; sarebbe <em>gibbosa<\/em>, ossia sporgente, in qualche sua parte, cos\u00ec da sovrastare la terra (cap. X). In premessa alla sua argomentazione, Dante ricorda che sappiamo, dalla <em>Fisica<\/em> di Aristotele e dall&#8217;<em>Etica a Nicomaco<\/em>, che l&#8217;acqua si muove naturalmente verso il basso e, inoltre, che \u00e8 un corpo naturalmente scorrevole, privo di un termine proprio (cap. XI). La proposizione A) viene confutata con un tipico procedimento <em>per absurdum<\/em>: cio\u00e8, se fosse vero che l&#8217;acqua \u00e8 eccentrica, ne conseguirebbero tre cose impossibili: che l&#8217;acqua dovrebbe muoversi <em>naturalmente<\/em> sia verso il basso che verso l&#8217;alto; che l&#8217;acqua non potrebbe muoversi verso il basso <em>lungo la stessa linea della terra<\/em>; che acqua e terra dovrebbero possedere una gravit\u00e0 diversa (cap. XII). La proposizione B) viene confutata, in maniera molto elegante, sia con argomenti logico-matematici, sia con argomenti filosofico-morali. Mediante i primi, Dante dimostra che la circonferenza dell&#8217;acqua non pu\u00f2 avere gibbosit\u00e0; mediante i secondi &#8211; sempre citando Aristotele &#8211; si afferma che &quot;<em>Dio e la natura fanno e vogliono sempre ci\u00f2 che \u00e8 meglio<\/em>&quot;; e se la superficie dell&#8217;acqua avesse delle gobbe, esse, per la natura del mezzo, sarebbero mutevoli e instabili; mentre una gibbosit\u00e0 della terra sarebbe stabile e regolare, e ci\u00f2 rispetta l&#8217;esigenza di un cosmo stabile e ordinato (cap. XIII). Perci\u00f2 si pu\u00f2 concludere che l&#8217;acqua, non essendo eccentrica e non possedendo gibbosit\u00e0, \u00e8 concentrica e allo stesso livello: cio\u00e8 ugualmente distante, in ogni parte della sua circonferenza, dal centro del mondo (cap. XIV).<\/p>\n<p>Dante, ora, passa al punto 2, cio\u00e8 alla dimostrazione che la superficie della terra emersa (non di tutta la terra, si badi, ma solo della <em>quarta<\/em> abitabile) \u00e8 pi\u00f9 alta di quella del mare. Qualunque cosa sovrasti in qualche parte una data circonferenza, \u00e8 pi\u00f9 lontana dal centro che quella parte di circonferenza; ma ogni spiaggia sovrasta la superficie del mare che la bagna, come appare chiaramente alla vista: dunque ogni spiaggia \u00e8 pi\u00f9 lontana dal centro del mondo, poich\u00e9 il centro del mondo \u00e8 il centro del mare. Come si vede, dal punto di vista della scienza moderna, \u00e8 questo il punto debole della tesi dantesca, che ce lo fa apparire ancora uomo del mdioevo e meno &quot;moderno&quot;, ad esempio, del Pelacani. (61) Se le spiagge sono pi\u00f9 alte dei mari, a maggior ragione lo sono le altre terre, su su fino ai monti, essendo le spiagge le parti pi\u00f9 basse della terra emersa (cap. XV).<\/p>\n<p>I successivi quattro capitoli sono dedicati al punto 3 dello schema generale, cio\u00e8 alla confutazione delle possibili obiezioni. La prima obiezione \u00e8 questa: se ogni corpo tende verso il proprio centro con forza proporzionata al proprio peso, la terra &#8211; che \u00e8 il corpo pi\u00f9 pesante &#8211; tende al proprio centro con pi\u00f9 forza degli altri corpi. Dunque, se la sfera dell&#8217;acqua \u00e8 concentrica rispetto a quella della terra (vedi cap. XIV), <em>tutta<\/em> la terra dovrebbe essere ricoperta dall&#8217;acqua, elemento pi\u00f9 leggero; ma l&#8217;esperienza ci mostra il contrario (cap. XVI). Dante obietta che la terra \u00e8 il corpo pi\u00f9 pesante <em>paragonato agli altri corpi<\/em> (acqua, aria, fuoco), ma non in s\u00e9 stessa (cap. XVII); la terra, infatti &#8211; che \u00e8 un corpo semplice &#8211; ha ogni sua qualit\u00e0 naturale uniformemente distribuita in ogni sua parte. Ora, come sostiene Averro\u00e9 nel commento ad Aristotele (62), tutte le forme che sono in potenza nella materia, idealmente sono in atto nel Motore celeste; e se non fossero sempre in atto, questo verrebbe meno all&#8217;effusione integrale della sua Bont\u00e0. Ora, se la terra non emergesse sull&#8217;acqua in qualche luogo, non vi sarebbero le condizioni necessarie alla formazione dei corpi misti, soggetti a generazione e corruzione: minerali, piante, animali, uomo. Da ci\u00f2 appare chiaro che la circonferenza della terra \u00e8 caratterizzata da una <em>gibbosit\u00e0<\/em>, prodotta per Virt\u00f9, dalla natura universale contro la natura particolare (cap. XVII). Infine Dante cerca di dimostrare che bench\u00e9 la terra, essendo un corpo semplice, tenda naturalmente verso il centro, tuttavia pu\u00f2 essere sollevata in una sua parte, obbedendo alla natura universale, perch\u00e9 sia possibile la mescolanza tra i diversi elementi, generatrice di mutamento e quindi di vita (si ricordi che per Dante, in accordo con Aristotele, i corpi del mondo sovra-lunare sono incorruttibili e ingenerati). Citando Aristotele, Dante sostiene che la terra emerge per una gobba e non per una circonferenza centrale (63); e, citando Paolo Orosio, soggiunge che tale gobba ha la forma di un semilunio e corrisponde alla terra abitabile, fra la longitudine di Gades (64) e quella della foce del fiume Gange. (65) Gli estremi di tale longitudine devono distare 180\u00b0 gradi, ossia la met\u00e0 della della circonferenza terrestre: appunto, la <em>quarta parte abitabile<\/em>, escludendo l&#8217;emisfero australe(cap. XIX).<\/p>\n<p>Ora Dante deve passare al punto 4 della sua trattazione, ossia mostrare quali siano la causa finale e la causa efficiente della gibbosit\u00e0 delle terre emerse. Ricordiamo che, per Aristotele, le cause possibili sono quattro: materiale (la materia di cui \u00e8 fatta una cosa); formale (la forma, il modello, cio\u00e8 l&#8217;essenza necessaria o sostanza di una cosa); efficiente (ci\u00f2 che produce il mutamento da cui la cosa ha origine); finale (il fine cui la cosa tende e per cui esiste). (66) Per quanto riguarda la causa finale, Dante rimanda a quanto detto nel cap. XVIII, cio\u00e8 che l&#8217;emersione delle terre ha lo scopo di rendere possibile l&#8217;esistenza dei corpi complessi, e perci\u00f2 dei viventi e dell&#8217;uomo. Per quanto riguarda la causa efficiente, essa non pu\u00f2 risiedere nella terra stessa, poich\u00e9 il movimento verso l&#8217;alto \u00e8 contrario alla sua natura di corpo pesante; la causa, dunque, deve risiedere nei cieli. Non nel cielo della Luna, per\u00f2, perch\u00e9 se cos\u00ec fosse, la forza di esso dovrebbe esercitarsi su tutta la superficie terrestre, mentre le terre emerse si trovano solo nell&#8217;emisfero boreale (cap.XX). Lo stesso ragionamento vale per tutti gli altri cieli, compreso il Primo Mobile: esso \u00e8 uniforme ed irradia la sua virrt\u00f9 in maniera uniforme. Non resta, dunque, che il Cielo stellato. In verit\u00e0, non risulta ben chiaro perch\u00e9 il movimento circolare di esso non abbia prodotto un innalzamento circolare delle terre, n\u00e9 perch\u00e9 la g\u00ecbbosit\u00e0 si sia prodotta solo nell&#8217;emisfero boreale. Dante, per\u00f2, interrompe bruscamente il ragionamento, richiamandosi a un passo di Aristotele (67) e affermando che Dio creatore onnipotente ha disposto ogni cosa esistente per il meglio. Perci\u00f2 quando disse: &quot;<em>Furono raccolte le acque in un solo luogo ed apparve la terra<\/em>&quot; (68) al cielo fu data la virt\u00f9 di operare, alla terra la capacit\u00e0 di ricevere (cap. XXI). E qui termina la parte propriamente scientifica del trattato dantesco.<\/p>\n<p>Avviandosi a concludere, Dante &#8211; citando alcuni passi delle Sacre Scritture &#8211; invita gli uomini a un atteggiamento di maggiore umilt\u00e0 nei confronti delle cose che stanno pi\u00f9 in alto di loro (cap. XXII). Resta comunque, prima di finire, da trattare il punto 5: la confutazione degli argomenti contrari. Egli lo fa assai velocemente, mostrando comunque solide capacit\u00e0 di ragionamento e retto giudizio: come quando, sempre appoggiandosi sull&#8217;autorit\u00e0 di Aristotele (69) definisce &quot;infantile&quot; l&#8217;opinione di coloro che credono l&#8217;acqua salga alle cime dei monti e alle fonti allo stato liquido, mentre \u00e8 chiaro che essa lo fa sotto forma di vapore (cap. XXIII). Segue la conclusione di prammatica, in cui si dichiara <em>determinata<\/em> la <em>questio<\/em>, si sferra una poderosa unghiata contro gli invidiosi che hanno disertato la conferenza e si ricordano il tempo e il luogo in cui ha avuto luogo, ribadendo &#8211; come si \u00e8 gi\u00e0 visto &#8211; che tutto ci\u00f2 si svolse sotto gli auspici di Cangrande della Scala, vicario imperiale: titolo che il papa aveva dichiarato nullo, ma che sottolinea con la sua abituale <em>vis<\/em> polemica.<\/p>\n<ol start=\"9\">\n<li>[CONNESSIONI EBRAICHE ALLA *QUESTIO.**<\/li>\n<\/ol>\n<p>Non \u00e8 un elemento di mera curiosit\u00e0 intellettuale ricordare che nella prima met\u00e0 del XIII secolo, quasi un secolo prima della conferenza veronese del gennaio 1320, vi era stata una disputa assai animata fra due pensatori ebrei di diverse tendenze: Shemu&#8217;el Tibbon e Yaaqov ben Seset. Il merito di aver richiamato l&#8217;attenzione su questa circostanza \u00e8 di una ricercatrice italiana, Sandra Debenedetti Stow (nata a Roma nel 1946 e trasferitasi in Israele dal 1976), che ne ha parlato in un libro recentemente pubblicato in Italia. (70) Tibbon fu l&#8217;autore di un&#8217;opera ponderosa intitolata <em>Trattato sul concentramento delle acque<\/em> (<em>Ma&#8217;amar yiqqawu ha-mayim<\/em>), che presenta una notevole apertura nei confronti dell&#8217;averroismo e rappresenta, quindi, la tendenza &quot;filosofica&quot; in seno alla cultura giudaica medioevale. Seset, invece, muovendo dalla <em>Qabbalah<\/em>, rispose al primo con una violenta confutazione intitolata &#8211; significativamente &#8211; <em>Libro della restituzione delle cose giuste<\/em> (ossia <em>Sefer Mesiv Devarim Nekonim<\/em>); egli era un deciso esponente della corrente cabbalistica, e pi\u00f9 precisamente del cabbalismo iberico (della Catalogna), ispirato a una visione religiosa di tipo prettamente mistico. (71)<\/p>\n<p>Nella sua opera, Tibbon sosteneva che Dio, per mezzo della luce, oper\u00f2 il superamento dell&#8217;abisso primigenio e la formazione della crosta terrestre, con le montagne e i bacini destinati a raccogliere le acque. Seset affermava, al contrario, che la comparsa dell&#8217;acqua non avvenne per il raccogliersi dell&#8217;elemento liquido, ma per effetto della siccit\u00e0: in tal modo, superava la difficolt\u00e0 teologica di ammettere che Dio avesse apportato una modificazione all&#8217;ordine originario della creazione. Le acque, all&#8217;inizio della creazione, ricoprivano totalmente la superficie terrestre perch\u00e9 la loro forma era ancora imperfetta; fu solo il terzo giorno che esse ricevettero lo stato definitivo, quando Dio pronunci\u00f2 le parole: &quot;Si raccolgano le acque che sono sotto il cielo in un sol luogo, e appaia l&#8217;asciutto&quot;. (72)<\/p>\n<p>Seset sosteneva che quel racconto contiene un significa segreto, esoterico, e precisamente nel finale del versetto: &quot;che Dio ha creato per fare&quot;, <em>aser bara&#8217; &#8216;elohim la&#8217;asot<\/em> (73). Secondo Seset, quelle parole contengono un duplice insegnamento per il lettore capace di intenderne il senso riposto: non solo scandiscono il termine della costituzione degli archetipi per mezzo del flusso sefirotico emanato dalla Sapienza, ma lascia intendere che, a partire da questo limite inferiore, gli esseri idealmente costituiti cominciarono a <em>fare<\/em> ciascuno la propria opera sui livelli ontologici successivi, fino al mondo visibile. La Debenedetti Stow ipotizza che mentre la concezione di Dante sul primato della Divina Sapienza e le tendenze averroistiche presenti nella <em>Vita Nuova<\/em> e nel <em>Convivio<\/em> concordano sostanzialmente con le tesi di Tibbon, l&#8217;angelo-Beatrice della <em>Divina Commedia<\/em> appare tramite di un&#8217;esperienza individuale del divino e di una unione mistica con Dio, rivelando una ricerca della via alla perfezione che \u00e8 compatibile con la concezione mistica del cabbalista Seset. Inoltre, l&#8217;autrice sottolinea il fatto che la soluzione dantesca circa l&#8217;origine della gibbosit\u00e0 delle terre emerse, ossia il disseccamento dell&#8217;acqua, collima con quella cui era giunto Seset.<\/p>\n<p>Da tutto ci\u00f2, la Debenedetti Stow argomenta che un influsso della polemica Tibbon-Seset sulla concezione della <em>Questio<\/em> dantesca appare probabile, tanto pi\u00f9 che in Seset si ritrovano la stessa convinzione di Dante circa il nesso che collega lo sforzo conoscitivo dell&#8217;uomo e l&#8217;intervento della Divina Provvidenza nella risistemazione del rapporto fra l&#8217;acqua e la <em>gran secca.<\/em> Per concludere, la studiosa ritiene che il probabile influsso della cultura ebraica nella genesi della <em>Questio<\/em> sia un elemento di conferma della sua paternit\u00e0 dantesca, in quanto consente di collocarla in un orizzonte non prettamente accademico e scientifico, bens\u00ec tale da abbracciare tutto l&#8217;insieme della riflessione dantesca, dalla <em>Vita Nuova<\/em> su su fino alla <em>Divina Commedia<\/em>, passando attraverso il <em>Convivio.<\/em><\/p>\n<p>Le tesi della Debenedetti Stow hanno avuto vasta eco negli ambienti culturali italiani e sono apparse in genere come degne di attenzione e affascinanti, ma prive di elementi veramente probanti. Esse infatti si inscrivono nel problema pi\u00f9 generale del rapporto esistente fra Dante e la cultura ebraica e, in particolare, fra Dante e la <em>Qabbalah<\/em>, per il quale &#8211; come, del resto, per quello fra Dante e l&#8217;arabo <em>Libro della Scala<\/em> (74) &#8211; esistono indizi non trascurabili, ma nessuna prova decisiva. Come osserva Giulio Busi in un articolo apparso allora su un importante quotidiano (75), Dante si \u00e8 occupato del primitivo linguaggio di Adamo in due luoghi: nel <em>De vulgari eloquentia,<\/em> dove la prima parola che esce alla bocca di Adamo \u00e8 <em>El,<\/em> che in ebraico significa Dio (76), tanto da concludere: &quot;Fu dunque la lingua ebraica quella che le labbra del primo parlante formarono&quot; (77); e nella <em>Divina Commedia<\/em>, dove invece il padre Adamo pronunzia quale primo vocabolo un misterioso &quot;I&quot; (78). La Debenedetti Stow, per\u00f2 &#8211; osserva Busi &#8211; va ben oltre la constatazione di un interesse dantesco per la lingua ebraica e per il giudaismo; ella vorrebbe dimostrare l&#8217;affinit\u00e0 fra l&#8217;universo dantesco e la <em>Qabbalah<\/em> del Duecento, facendone due immagini speculari di una stessa ricerca; che \u00e8 cosa assai diversa.<\/p>\n<p>Busi osserva che la tesi secondo cui Dante sarebbe stato influenzato dall&#8217;esoterismo ebraico non \u00e8 nuova, e anche recentemente era stata risollevata da Umberto Eco in un suo saggio sulla lingua perfetta, sostenendo un influsso delle dottrine cabbaliste di Avraham Abulafia sul <em>De vulgari eloquentia<\/em> (79)<em>.<\/em> Proprio da l\u00ec prende le mosse il lavoro della Debenedetti Stow per proporre una rilettura di Dante in chiave cabbalistica, con indubbia sagacia ma anche con assoluta mancanza di prove. Non esistono infatti testimonianze dirette di una frequentazione di Dante degli ambienti del misticismo giudaico, n\u00e9 a Firenze n\u00e9 durante il ventennio dell&#8217;esilio. Secondo Busi, considerato che perfino la semplice conoscenza della lingua ebraica era, fra gli intellettuali italiani del Duecento, alquanto dubbia, parrebbe strano doversi ammettere che esisteva a quell&#8217;epoca un interesse cristiano per la <em>Qabbalah.<\/em> Perfino nella grande summa antiebraica del frate domenicano Ram\u00f3n Mart\u00ed, scritta intorno al 1280, che passa in rassegna fonti della <em>midrash<\/em> (le opere derivate dal metodo tradizionale di esegesi biblica nella letteratura rabbinica) e del <em>Talmud<\/em> (il complesso dell&#8217;esegesi della legge orale o <em>Mishnah<\/em>), la <em>Qabbalah<\/em> non \u00e8 ancora materia di discussione. \u00c8 ben vero che, a quella data, mancano ancora quarant&#8217;anni &#8211; ci permettiamo di osservare &#8211; alla composizione della <em>Questio<\/em> veronese; tuttavia \u00e8 altrettanto vero che solo in pieno Umanesimo, nel XV secolo, il misticismo ebraico sarebbe entrato a far parte a pieno titolo del panorama culturale cristiano, soprattutto per opera di Giovanni Pico della Mirandola.<\/p>\n<p>La Debenedetti Stow, consapevole di questa mancanza di elementi certi, pone l&#8217;accento sugli aspetti neoplatonici della concezione teologica di Dante, e in particolare sulla gradualit\u00e0 dell&#8217;amore verso Dio che caratterizza la terza cantica della <em>Commedia.<\/em> Ma per questa via si pu\u00f2 solo verificare che nella <em>Qabbalah<\/em> \u00e8 presente una componente neoplatonica, non che Dante conoscesse la <em>Qabbalah<\/em> e ne traesse ispirazione. Dante, in compenso, ebbe certamente conoscenza di quel <em>Liber de causis<\/em> che altro non era se non la traduzione latina di un rimaneggiamento arabo degli <em>Elementi di teologia<\/em> del filosofo neoplatonico Proclo. (80) Ma, osserviamo noi, siamo ancora nell&#8217;ambito della cultura greca mediata dagli Arabi, non dell&#8217;ebraismo mistico della <em>Qabbalah.<\/em><\/p>\n<p><strong>NOTE.<\/strong><\/p>\n<p>1)  DANTE, <em>Questio de aqua et terra,<\/em> II, 4.<\/p>\n<p>2)  Idem, I, 2.<\/p>\n<p>3)  Idem, I, 3.<\/p>\n<p>4)  Idem, XXIV, 87.<\/p>\n<p>5)  Idem, <em>Inc.,<\/em> 1. \u00c8 un <em>incipt<\/em> tipicamente formulare, proprio dei documrenti ufficiali e degli atti notarili, addolcito da quel &quot;<em>in Eo salutem, qui est principium veritatis et lumen<\/em>&quot; (&quot;[Dante Alighieri] augura salute in Colui che \u00e8 principio di verit\u00e0 e di luce&quot;). &quot;L&#8217;invocazione a Dio &#8211; osserva Albero Chiari &#8211; quale principio di verit\u00e0 e di luce dell&#8217;intelletto, \u00e8 assai appropriata al fine propostosi da Dante: la ricerca della verit\u00e0.&quot; Si noti che in XXIV, 87, ripete <em>phylosophorum minimum<\/em> omettendo, per\u00f2, il <em>vere<\/em> iniziale.<\/p>\n<p>6)  Idem, I, 3 (segue).<\/p>\n<p>7)  <em>Par.,<\/em> XVII, 127-29.<\/p>\n<p>8)  Cfr. GALLARDO, P., _3Cem>Storia della letteratura italiana,<\/em> Milano, F.lli Fabbri Editori, p. 125: &quot;Una delle ultime opere latine di Dante \u00e8 la <em>Questio<\/em> (o <em>Quaestio,<\/em> ma nel latino medievale il dittongo &quot;ae&quot; era solitamente risolto in &quot;e&quot;) de aqua et terra, composta per dirimere la questione se l&#8217;altezza dell&#8217;acqua potesse in qualche caso essere superiore a quella della terra.&quot;<\/p>\n<p>9)  &quot;Ed \u00e8 difficile determinarlo, data l&#8217;incertezza dei dati a nostra conoscenza riguardanti la vita di Dante, anche e particolarmente degli ultimi anni. Basti dire: prima del 20 gennaio 1320.&quot;Cos/u00ec CHIARI, A., _3Cem>Introduzione alla &quot;Questio de aqua et terra&quot;,<\/em> in <em>Tutte le opere di Dante<\/em>, Milano, F.lli Fabbri Editori, 1965, vol. 10, p. 127, n. 2.<\/p>\n<p>10) GARBINI, P., _3Cem>Dante latino<\/em>, in <em>Storia generale della letteratura italiana,<\/em> Milano, Federico Motta Editore, 2004, vol. 2, p.94. Si noti che Dante afferma soltanto &quot;<em>existente me Mantue<\/em>&quot; (&quot;trovandomi io a Mantova&quot;) allorch\u00e9 era sorta la disputa sull&#8217;acqua e la terra; quindi potrebbe averne avuto notizia, ma senza avervi partecipato direttamente. Quando poi scrive: &quot;<em>non sustinui questionem prefatam linquere indiscussam<\/em>&quot; (&quot;non potei fare a meno di prendere parte a siffatta discussione&quot;), \u00e8 possibile che si riferisa a un suo successivo intervento, magari in altra sede (ma sempre mantovana). Comunque anche CHIARI, A., loc. cit., p. 126, interpreta il passo come testimonianza di una diretta partecipazione dantesca alla prima <em>disputatio.<\/em> Dal canto suo, Giorgio Padoan giudica che, nella <em>questio<\/em> di Mantova, &quot;l&#8217;Alighieri non dovette essere stato solo tacito ascoltatore&quot;(Padoan, G., _3Cem>Introduzione a Dante,<\/em> Firenze, Sansoni, 1975, p. 109).<\/p>\n<p>11) MALATO, E., in <em>Storia della Letteratura Italiana<\/em>, Roma, Salerno Editrice, 1995, vol. 1, p. 806.<\/p>\n<p>12) Tale l&#8217;opinione dello studioso Nicola Maggi: &quot;[&#8230;] il tema della <em>Quaestio,<\/em> che riprende una controversia svoltasi precedentemente a Mantova e alla quale Dante stesso aveva assistito&quot;: MAGGI, N., in <em>Dante, tutte le opere,<\/em> Roma, Newton Compton Editori, 1993, p. 1.198.<\/p>\n<p>13) PETROCCHI, G., _3Cem>Biografia di Dante,<\/em> in <em>Enciclopedia Dantesca<\/em>, vol. <em>Appendice<\/em>: <em>Biografia, Lingua e stile, Opere<\/em>, 1978, pp. 50-51.<\/p>\n<p>14) PADOAN, G., _3Cem>Cause, struttura e significato del &quot;De situ et figura aque et terre&quot;<\/em> in <em>Dante e la cultura veneta,<\/em> Firenze, Olschki, 1966, p. 353.<\/p>\n<p>15) &quot;Fino al mese di gennaio del 1320, Can Grande della Scala poteva dirsi <em>invitto<\/em>: ma, nell&#8217;agosto successivo, sub\u00ec una terribile sconfitta ad opera dei Padovani&quot;: cos\u00ec CHIARI, A., Op. cit., p. 176. La sconfitta, tuttavia, non fu risolutiva. &quot;Assicurarsi della via della Val Sugana, dal Trentino al mare, fu una delle prime imprese di Cangrande. E poich\u00e9 Padova sbarrava la via verso il corso inferiore del Brenta, Cangrande mosse guerra al Comune di Padova. La guerra dur\u00f2 dal 1311 al 1328. Nel frattempo Iacopo da Carrara riusc\u00ec a divenire signore di Padova e vinto dallo Scaligero si accontent\u00f2 di reggere la citt\u00e0 di Padova come vicario di Cangrande.&quot;Cos/u00ec RODOLICO, N., _3Cem>Sommario storico,<\/em> Firenze, Le Monnier, 1937, p. 23.<\/p>\n<p>16) PADOAN, G., _3Cem>Introduzione a Dante,<\/em> cit., p. 112.<\/p>\n<p>17) DANTE, <em>Par.,<\/em> XVIII, 130. \u00c8 una trasparente allusione alla ben nota e meschina &#8211; per non dire simoniaca &#8211; venalit\u00e0 del pontefice avignonese. Commenta Giuseppe Giacalone: &quot;Ma tu, Giovanni XXII, che scrivi scomuniche soltanto per poi annullarle per denaro&quot; (GIACALONE, G., commento a <em>La Divina Commedia,<\/em> Roma, Signorelli, 1974, vol. 3, p. 312). &quot; \u00c8 questa &#8211; osserva a sua volta Natalino Sapegno &#8211; l&#8217;interpretazione pi\u00f9 ovvia di questo verso assai discusso, e quella che meglio si adatta al contesto. Altri ha pensato che qui si alluda ad altri mezzi escogitati per soddisfare l&#8217;avidit\u00e0 di denaro della curia: revoca di benefici largiti dal papa precedente e avocazione dei relativi proventi alla Chiesa; sistematica cassazione delle elezioni di vescovi e abati fatte dai capitoli locali [&#8230;]&quot;. SAPEGNO, N., commento alla <em>Divina Commedia,<\/em> Firenze, la Nuova Italia, 1990, vol. 3, p. 236.<\/p>\n<p>18) &quot;Si sa che in una data imprecisabile, nel 1318 o &#8217;19, o forse nel &#8217;20, si trasferisce da Verona a Ravenna, presso Guido Novello da Polenta: per motivi ignoti, ma non certo per una rottura con Cangrande, con il quale conserva invece rapporti ottimi fino alla fine.&quot; Cos\u00ec MALATO., E., Op. cit., p. 806.<\/p>\n<p>19) PADOAN, G., _3Cem>Introduzione a Dante,<\/em> cit., pp. 113-14.<\/p>\n<p>20) <em>Petri Allegherii super Dantis ipsius genitoris Comoediam Commentarium&#8230;,<\/em>a cura di V. Nannucci, Firenze, 1945. Di questo commento esistono diverse redazioni ancora inedite, con importanti varianti.<\/p>\n<p>21) MALATO, E., Op. cit., pp.920-921.<\/p>\n<p>22) Pietro di Dante, primogenito del poeta e gi\u00e0 notaio in Verona, com&#8217;\u00e8 noto mor\u00ec a Treviso e fu sepolto nella Chiesa di Santa Margherita degli Eremitani. L&#8217;arca tombale venne poi traslata, nel 1935, nella Chiesa di San Francesco, sulla sinistra dell&#8217;altar maggiore. Essa \u00e8 stata costruita fra il 1364 e il 1365 da Ziliberto De Sanctis ed \u00e8 stata praticamente ricostruita dopo le disastrose vicissitudini napoleoniche. Si noti che nella Biblioteca Comunaledi Treviso si custoidisce un prezioso codice miniato della <em>Commedia<\/em>del 1360, che si ritiene sia appartenuto a Pietro di Dante quando la morte lo colse in quella citt/u0CE40A4DE6>Treviso e Bologna nella vita segreta di Dante Alighieri,<\/em> Treviso, Edizioni G. M. F., 2001, pp. 77, 83.<\/p>\n<p>23) MAZZONI, F., _3Cem>La Questio de aqua et terra,<\/em> in <em>Studi Danteschi,<\/em> vol. XXXIV, 1957, pp. 163-204.<\/p>\n<p>24) NARDI, B., _3Cem>La caduta di Lucifero e l&#8217;autenticit\u00e0 della &quot;Questio de aqua et terra&quot;,<\/em> in <em>Lectura Dantis Roomana,<\/em> Torino, S. E. I., 1959.<\/p>\n<p>25) MAZZONI, F., _3Cem>Il punto sulla &quot;Questio de aqua et terra&quot;,<\/em> in <em>Studi danteschi,<\/em>vol. XXXIX, 1962, pp. 38-84; e Id., _3Cem>Contributidi filologia dantesca<\/em>, s. I, Firenze, Sansoni, 1966, pp. 38-79 e 80-125.<\/p>\n<p>26) MALATO, E., Op. cit., pp. 921-22.<\/p>\n<p>27) DANTE, <em>Questio de aqua et terra<\/em>, XXII, 77-78.<\/p>\n<p>28) Trad. di G. Boffito, Olschki, Firenze, 1905.<\/p>\n<p>29) DANTE, <em>Par.,<\/em> V, 73-81 (lezione Sapegno).<\/p>\n<p>30) Idem, XIX, 79-81.<\/p>\n<p>31) PASTORE STOCCHI, M., _3Cem>Questio de aqua et terra,<\/em> in <em>Enciclopedia Dantesca,<\/em> vol. IV, 1973, pp. 761-62.<\/p>\n<p>32) Su tutta la questione dell_25E2_2580_2599autenticit/u00e0, vedi anche CHIMENZ, S. A., _3Cem>Dante,<\/em>in AA. VV., _3Cem>Letteratura Italiana. I Maggiori,<\/em> Milano, Marzorati, 1972, vol. 1, pp. 98-99, in cui si riporta la tesi A.Luzio e R. Renier, secondo cui la <em>Questio<\/em> sarebbe un falso e il suo autore sarebbe Benedetto Moncetti; quella di E. Moore, possibilista sull&#8217;autenticit\u00e0; e infine quella di Angelitti, decisamente schierato a favore della paternit\u00e0 dantesca. A differenza del Padoan, che ritiene la <em>Questio<\/em> &quot;di nessun valore artistico e di irrilevante interesse filosofico-scientifico&quot; (<em>Introd. A Dante<\/em>, p. 110), Angelitti sostiene che &quot;per le conoscenze e per i metodi di ricrca del tempo a cui si riferisce, [il <em>De situ<\/em>] \u00e8 un capolavoro&quot; (Chimenz, loc. cit.).<\/p>\n<p>33) Cfr. ARISTOTELE, <em>De Coelo,<\/em> IV, 310, 20-25: &quot;i corpi leggeri vanno verso l&#8217;alto, i pesanti verso il basso&quot;; ed. a cura di Oddone Longo, Firenze, Sansoni, 1961. Anche Dante cita quest&#8217;opera di Aristotele, nella XIII <em>Epistola<\/em>, mentre nella <em>Questio<\/em> cita l&#8217;<em>Etica,<\/em> la <em>Fisica,<\/em> il <em>Cielo e mondo,<\/em> e ancora (ma una sola volta, nel cap. XXI) il <em>De Coelo<\/em>)<em>.<\/em><\/p>\n<p>34) PADOAN, G., _3Cem>Introduzione a Dante,<\/em> cit., pp. 109-110.<\/p>\n<p>35) Cfr. LAMENDOLA, F., _3Cem>L&#8217;esoterismo di Dante,<\/em> in <em>Atti della Dante Alighieri a Treviso,<\/em> Treviso, vol. 5\u00b0, 2006, pp. 93-102.<\/p>\n<p>36) Ma la rottura con la Curia di Guglielmo di Occam (o di Ockham) &#8211; nato nel paese omonimo del Surrey nel 1280 e morto a Monaco di Baviera nel verso il 1349 &#8211; si consuma solo dopo il suo richiamo ad Avignone per discolparsi dall&#8217;accusa di eresia mossagli dall&#8217;ex cancelliere dell&#8217;Universit\u00e0 di Oxfort, E. Lutterel, nel 1324 e dopo la sua fuga dalla citt\u00e0 nel 1328. Perci\u00f2 al tempo di Dante l&#8217;insegnamento di Occam non aveva ancora assunto caratteri ereticali n\u00e9 si era diffuso come una forma minoritaria ed eversiva della filosofia francescana.<\/p>\n<p>37) DANTE, <em>Purg.,<\/em> III, 34-44.<\/p>\n<p>38) Cfr. MALATO, E., Op. cit., p. 923.<\/p>\n<p>39) REDI, C., _3Cem>Dante, le sue opere, il suo tempo,<\/em> Milano, Bietti, 1972, p.40.<\/p>\n<p>40) Idem, pp. 41-2.<\/p>\n<p>41) PASTORE STOCCHI, M., Op. cit., p. 764.<\/p>\n<p>42) BARBI, M., _3Cem>vita di Dante,<\/em> Firenze, Sansoni, 1963, p. 68.<\/p>\n<p>43) ALTOMONTE, A., _3Cem>Dante. Una vita per l&#8217;imperatore,<\/em> Milano, Rusconi, 1985, p. 383.<\/p>\n<p>44) AA. VV., _3Cem>Dante Alighieri,<\/em> Milano, Mondadori, 1972, pp. 30-1.<\/p>\n<p>45) &quot;Al magnifico e vittorioso signore messer Can Grande della Scala, Vicario generale del santissimo Impero cesareo nelle citt\u00e0 di Verona e Vicenza, il suo devotissimo Dante Alighieri, fiorentino di patria, non di costumi, augura vita felice per lunghissimo tempo e perpetuo accrescimento della sua fama gloriosa. La gloria insigne di vostra Magnificenza, che la Fama solerte spande a volo, arriva con effetti diversi agli uni e agli altri, sicch\u00e9 questi innalza nella speranza della propria prosperit\u00e0, quelli getta nel terrore della distruzione. Una volta pensavo che la rinomanza di essa, che sovrasta ogni altra impresa degli uomini moderni, fosse eccessiva e un&#8217;esagerazione del vero. Ma perch\u00e9 una lunga incertezza non mi tenesse troppo in sospeso [&#8230;], andai a Verona per sottoporre ad esame dei fidi occhi ci\u00f2 che avevo udito, e l\u00ec vidi le vostre grandi imprese, vidi e insieme potei provare la vostra generosit\u00e0; e come prima sospettavo che ci fosse ridondanza di parole, cos\u00ec poi riconobbi che la ridondanza era nei fatti; perci\u00f2 prima avevo una certa soggezione dell&#8217;animo che mi aveva sfavorevolmente disposto per avere solo udito, ma poi sono divenuto devotissimo e amico per avere anche visto&#8230;.&quot; Trad. di Massimo Felisatti in DANTE, <em>Opere Latine,<\/em> Milano, Rizzoli, 1965, pp. 202-03.<\/p>\n<p>46) DANTE, <em>Par.,<\/em> XVII, 70-75. Questi versi sono riferiti a Bartolomeo della Scala (o forse al fratello Alboino), ma &#8211; come osserva il Sapegno &#8211; &quot;la designazione <em>gran Lombardo<\/em> \u00e8 generica, e sembra alludere pi\u00f9 alla casata che non alla persona singola. A Dante preme soprattutto di esaltare la magnificenza di Cangrande&#8230;&quot;: <em>La Divina Commedia<\/em> a cura di N. Sapegno, cit., vol. 2, p. 222 n.<\/p>\n<p>47) Tra le sue opere, GRANCELLI, U., _3Cem>Il simbolismo ermetico nella vita di Cristo<\/em> (1a ediz. Verona, 1947; 2a ediz., Trento, 1989, che lo rivela profondo conoscitore dell&#8217;ermetismo e della storia delle religioni.<\/p>\n<p>48) SCOLARI, A., _3Cem>Il Messia dantesco<\/em>, Bologna, Zanichelli, 1923, p. 140.<\/p>\n<p>49) MARCHI, C., _3Cem>Dante in esilio,<\/em> Milano, Longanesi &amp; C., 1976, p. 140.<\/p>\n<p>50) MARCHI, C., Ibidem.<\/p>\n<p>51) DANTE, <em>Opere Latine,<\/em> cit., p. 17.<\/p>\n<p>52) &quot;Fu il nostro poeta, oltre alle cose predette, di animo alto e disdegnoso molto&quot;: cos\u00ec BOCCACCIO, <em>Trattatello in laude di Dante,<\/em> (in DANTE, <em>La Vita Nova e il Convito,<\/em> Ist. Edit. Ital., s.d., p.43).<\/p>\n<p>53) <em>Apocalisse<\/em>, 12, 9: &quot;E il gran dragone fu precipitato, l&#8217;antico serpente, che si chiamava diavolo e Satana, il seduttore del mondo intero; fu precipitato sulla terrae i suoi angeli furono precipitati con lui.&quot; <em>Apoc.,<\/em> 20, 1-3: &quot;Poi vidi un Angelo che scendeva dal Cielo, tenendo in mano la chiave dell&#8217;abisso e una grande catena. Egli afferr\u00f2 il dragone, l&#8217;antico serpente, che \u00e8 il diavolo, Satana, e lo incaten\u00f2 per mille ani; e lo precipit\u00f2 nell&#8217;abisso che chiuse e sigill\u00f2 sopra di lui, perch\u00e9 non potesse pi\u00f9 sedurre le nazioni, finch\u00e9 non fossero finiti i mille anni, dopo i quali dev&#8217;essere sciolto per poco tempo.&quot; <em>Isaia,<\/em> 14, 12-13: &quot;Come mai sei caduto gi\u00f9 dal cielo, Lucifero, figlio dell&#8217;aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi: salir\u00f2 in cielo, sulle stelle di Dio innalzer\u00f2 il trono&#8230;&quot;<\/p>\n<p>54) PADOAN, G., _3Cem>Introduzione a Dante,<\/em> cit., pp. 110-11.<\/p>\n<p>55) LAMENDOLA, F., _3Cem>L&#8217;esoterismo di Dante,<\/em> cit., p. 101.<\/p>\n<p>56) Per la verit\u00e0, stando a BOCCACCIO, <em>Trattatello in laude di Dante,<\/em> non si ha l&#8217;impressione che la credenza popolare sui suoi poteri negromantici gli dispiacesse troppo, come si evince dall&#8217;episodio delle donne veronesi che, vedendolo passare per strada, lo additano dicendo: <em>Vedete colui che va nell&#8217;Inferno, e torna quando gli piace, e quass\u00f9 reca novelle di coloro che laggi\u00f9 sono?<\/em>, cosa che provoca nel poeta solo un benevolo sorriso (ed. cit., pp 33-34).<\/p>\n<p>57) MARCHI, C., _3Cem>Dante in esilio,<\/em> cit., pp. 147.<\/p>\n<p>58) SANMINIATELLI, B., _3Cem>L&#8217;esilio di Dante,<\/em> in <em>Dante<\/em> (a cura di Umberto Parricchi), Roma, De Luca Editore, 1965, p. 43.<\/p>\n<p>59) PADOAN, G., _3Cem>Introduzione<\/em> a <em>De situ et forma aque et terre<\/em> (a cura di G. P.), Firenze, Le Monnier, 1968, pp. XIX-XXIII.<\/p>\n<p>60) &quot;[&#8230;[ il testo dantesco si legge ancor oggi con interesse per la pulizia e la geometrica precisione del ragionamento (come fatto tecnico, se si vuole), che non sempre raggiunge un cos\u00ec alto livello nelle opere preceenti, nella <em>Monarchia<\/em>, per esempio, anch&#8217;essa tutta costruita con la tecnica del ragionamento sillogistico&quot;. Cos\u00ec FELISSATTI, M., Op. cit., p. 17.<\/p>\n<p>61) Non tutti, veramente, sono d&#8217;accordo con la tesi della &quot;modernit\u00e0&quot; delle teorie del Pelacani rispetto alla <em>Questo<\/em> dantesca. Se la sostiene, fra gli altri, E. Malato (Op. cit., p.923), la nega invece Mirco Manuguerra, autore, fra l&#8217;altro, di una <em>Nova Lectura Dantis<\/em>, Luna Editore, La Spezia, 1996, per il quale &quot;la dottrina dantesca \u00e8 del tutto in linea con le convinzioni del filosofo parmense Antonio Pelacani&quot;.<\/p>\n<p>62) ARISTOTELE, <em>Metafisica<\/em>, XII, 18.<\/p>\n<p>63) ARISTOTELE, <em>Analitici primi,<\/em> I, 37.<\/p>\n<p>64) Secondo V. BIAGI (<em>La &quot;Quaestio de aqua et terra di Dante Alighieri&quot;<\/em>, Modena, 1907, p. 141) la Gades citata nell&#8217;opera dantesca non va confusa con Cadice.<\/p>\n<p>65) OROSIO, <em>Historiarum adversus paganos libri septem,<\/em> I, 7. Il riferimento a Orosio, che toglie &quot;scientificit\u00e0&quot; nel senso moderno del termine alla <em>Questio,<\/em> ci riporta all&#8217;universo dottrinario di Dante: una sintesi di filosofia e scienza antiche filtrate dal tomismo (sovente con la mediazione araba, come nel caso &#8211; gi\u00e0 ricordato &#8211; di Averro\u00e9) e di cultura biblica e cristiana medioevale, in cui Boezio e altri autori minori sono &quot;ingenuamente&quot; accostati ad Aristotele e Platone.<\/p>\n<p>66) Cfr. ABBAGNANO, N., _3Cem>Dizionario di filosofia<\/em>, U.T.E.T., 1994, p. 118.<\/p>\n<p>67) ARISTOTELE, <em>De coelo, II, 5.<\/em><\/p>\n<p>68) <em>Genesi,<\/em> I, 9.<\/p>\n<p>69) ARISTOTELE, <em>Meteore,<\/em> I, 9; II, 2.<\/p>\n<p>70) DEBENEDETTI STOW, S., _3Cem>Dante e la mistica ebraica,<\/em> Firenze, La Giuntina, 2004.<\/p>\n<p>71) Cfr. AYALA MARTINEZ, J.M., _3Cem>Pensadores Aragoneses. Historia de las idea filos\u00f3ficas en Arag\u00f3n<\/em>, Insituci\u00f3n Fernando el Cat\u00f3lico<em>.<\/em><\/p>\n<p>72) <em>Genesi,<\/em> I, 9.<\/p>\n<p>73) &quot;Iddio concluse al settimo giorno l&#8217;opera sua, e in quel giorno cess\u00f2 da ogni opera da Lui fatta; e benedisse quel giorno e lo santific\u00f2, perch\u00e9 in esso aveva cessato da tutta la Sua attivit\u00f2 creatrice&quot;: <em>Genesi,<\/em> II, 2-3.<\/p>\n<p>74) AS/u00cdN PALACIOS, M., _3Cem>La escatolog\u00eda musulmana en la Divina Comedia. Seguida de la Historia y Critica de una pol\u00e9mica,<\/em> Instituto Hispano Arabe de Cultura, Madrid, 1961.<\/p>\n<p>75) BUSI, G., _3Cem>La Qabbalah secondo Dante,<\/em> in <em>Il Sole 24 Ore<\/em>, 17 ottobre 2004.<\/p>\n<p>76) DANTE, <em>De vulg. eloq.,<\/em> I, IV, 4. Cfr. ISIDORO, <em>Etim.,<\/em> VII 1: &quot;primum apud Hebraeos Dei nomen&quot;.<\/p>\n<p>77) Ibidem, I, 6.<\/p>\n<p>78) <em>Par.,<\/em> XXVI, 134 segg. Osserva N. Sapegno (cit., vol. 3, pp. 335-36): &quot;Manoscritti e commentatori antichi oscillano qui fra <em>I<\/em> e <em>Un<\/em> (che \u00e8 solo trascrizione erronea di <em>I<\/em>, inteso come numero anzich\u00e9 come lettera); \u00e8 probabile che Dante scegliesse per indicare il nome primitivo di Dio il segno e il suono pi\u00f9 semplici e presso che immateriali.<\/p>\n<p>79) ECO, U., _3Cem>La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea,<\/em> Bari, Laterza, 2002.<\/p>\n<p>80) Cfr. REALE, G., _3Cem>Proclo,<\/em> Bari, Laterza, 1989, pp. 107-08.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;ultima delle opere latine di Dante, composta circa un anno prima della morte del Poeta, costituisce ancor oggi un piccolo enigma per gli studiosi. A lungo<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[109,114],"class_list":["post-28248","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-chiesa-cattolica","tag-dante-alighieri"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28248","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28248"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28248\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28248"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28248"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28248"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}