{"id":28235,"date":"2007-11-13T07:26:00","date_gmt":"2007-11-13T07:26:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/11\/13\/quello-che-non-potra-mai-capire-un-antropologo-politicamente-corretto\/"},"modified":"2007-11-13T07:26:00","modified_gmt":"2007-11-13T07:26:00","slug":"quello-che-non-potra-mai-capire-un-antropologo-politicamente-corretto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/11\/13\/quello-che-non-potra-mai-capire-un-antropologo-politicamente-corretto\/","title":{"rendered":"Quello che non potr\u00e0 mai capire un antropologo \u00abpoliticamente corretto\u00bb"},"content":{"rendered":"<p>Nel precedente articolo <em>L&#8217;equivoco di fondo dei volonterosi antropologi anti-razzisti<\/em> avevamo preso in considerazione, partendo da una riflessione sul libro dello studioso statunitense Jared Diamond <em>Armi, acciaio e malattie,<\/em> il punto di vista di quei volonterosi antropologi che, in nome della crociata anti-razzista (oggi tanto &quot;politicamente corretta&quot; quanto lo era, fino a sessant&#8217;anni fa, quella di segno opposto), si sentono in dovere di <em>giustificare<\/em> il fatto che alcuni popoli della Terra, come gli aborigeni australiani, non hanno introdotto l&#8217;agricoltura, n\u00e9 inventato la scrittura, e nemmeno &#8211; <em>horribile dictu<\/em> &#8211; la moderna democrazia liberale. Avevamo sostenuto, in quella sede, che &#8211; a nostro parere &#8211; non c&#8217;\u00e8 proprio nulla da giustificare, perch\u00e9 la civilt\u00e0 si esprime in diverse maniere e imiti degli aborigeni o, ad esempio, dei Tlingit nella costa nord-occidentale americana, sono certamente qualche cosa di diverso ma niente affatto intrinsecamente <em>inferiore<\/em> al mito della tecnica o a quello della Coca-Cola. Pertanto, quegli antropologi, storici e archeologi che si affannano tanto a spiegare che anche gli aborigeni o i Tlingit avrebbero potuto costruire citt\u00e0, inventare una tecnica e anche, magari, sostituire i miti della creazione con quello della Coca-Cola e del libero mercato, se solo le circostanze geografiche, climatiche e biologiche fossero state un poco meno ingrate nei loro confronti, cadono involontariamente nel grottesco quanto lo sarebbero se sostenessero che anche gli aborigeni e i Tlingit, a determinate condizioni, avrebbero potuto diventare biondi e con gli occhi azzurri.<\/p>\n<p>La distorsione mentale di quei signori delle universit\u00e0 occidentali, che si credono tanto progrediti e politicamente corretti (tanto \u00e8 vero che pongono la democrazia liberale al vertice di ogni umana aspirazione alla giustizia e alla libert\u00e0 politico-sociali), consiste nel fatto che essi neppure si accorgono di partire precisamente da una forma di quel pregiudizio razzista che dicono di voler combattere: dare ci\u00f2 per scontato e per auto-evidente che la vera &#8216;civilt\u00e0&#8217; \u00e8 la nostra: bianca, occidentale, democratica, scientista e materialista. <em>Mutatis mutandis<\/em>, sono i legittimi nipotini dei loro nonni che davano invece per scontato che la civilt\u00e0 debba essere bianca, occidentale, moderatamente liberale, cristiana e, se possibile, protestante. In altre parole, a costoro non passa neanche per il capo che, forse, un cacciatore khoisan o un pescatore polinesiano non sono affatto degli uomini civili mancati nel senso occidentale del termine, cos\u00ec come ai pedagogisti di tendenza paternalista e comportamentista non viene mai in mente che il bambino non \u00e8 un adulto non ancora sviluppato. Il bambino \u00e8 un bambino, cos\u00ec come il khoisan \u00e8 un khoisan e l&#8217;aborigeno un aborigeno; giudicarli al di sotto della civilt\u00e0 sul metro dei nostri valori, delle nostre credenze, di ci\u00f2 che noi riteniamo sia giusto e buono e vero, questo s\u00ec \u00e8 razzismo della pi\u00f9 bell&#8217;acqua.<\/p>\n<p>Prendiamo il caso dei Borana, studiati da Georg Gestner negli anni Settanta (che ne ha parlato in un volume antologico, <em>Gli ultimi paradisi,<\/em> edito a G\u00fctherslo nel 1977 e tradotto in Italia da Euroclub, Milano, 1979). Si tratta di una popolazione di stirpe galla stanziata stanziata fra la parte meridionale della provincia etiopica di Sidamo e il confine del Kenya, su un altopiano posto a 1.200-1.800 metri s.l. m. e caratterizzato da una vegetazione steppica o a savana.<\/p>\n<p>Scriveva Gestner (op. cit., p. 85) a proposito delle loro condizioni di vita (ma si tenga presente che gli ultimi trent&#8217;anni hanno sconvolto definitivamente gli equilibri degli ultimi popoli tradizionali, sia in Africa che nel resto del mondo):<\/p>\n<p><em>Nel loro ambiente ancora ecologicamente intatto, i borana possono sopravvivere solo grazie ai pozzi perforati nella viva roccia. Essi non hanno mai preteso di essere gli autori di queste impressionanti voragini, al contrario asseriscono di averle, per cos\u00ec dire, ereditate da una precedente popolazione. Il funzionamento dei pozzi, soprattutto il funzionamento della catena umana di coloro che attingono l&#8217;acqua, riflette un&#8217;attivit\u00e0 di notevole senso comunitario. I gruppi piccoli, o quelli con elementi invalidi, dipendono per l&#8217;approvvigionamento dell&#8217;acqua dai gruppi pi\u00f9 numerosi: i borana sono orgogliosi di questa responsabilit\u00e0, che fa \u00e8arte della loro tradizione, dei pi\u00f9 forti verso i pi\u00f9 deboli.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;I giovani borana sognano le pompe a motore per sfuggire alla servit\u00f9 dell&#8217;estrazione dell&#8217;acqua, ma l&#8217;abba gada<\/em> [ossia &quot;il padre del <em>gada<\/em>&quot;, la massima autorit\u00e0 politica, militare e giudiziaria, che resta in carica per un periodo di otto anni; nota nostra] <em>cui feci visita per ascoltarne l&#8217;opinione, pur senza minimamente conoscere il significato dei termini ecologia ed economia idrologica, seppe dare la risposta giusta: \u00abCi opporremo alle pompe a motore con tutte le nostre forze. Pi\u00f9 acqua significa pi\u00f9 bestiame, pi\u00f9 bestiame significa ancora pi\u00f9 acqua, e cos\u00ec via via, sempre pi\u00f9 di entrambe le cose, fino a quando i pascoli si esauriranno e l&#8217;acqua non ci sar\u00e0 pi\u00f9 per sempre&#8230;\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Ecco, dunque, quello che i volonterosi, ma ottusi antropologi anti-razzisti e politicamente coretti, non arriveranno mai a capire: che molti popoli cosiddetti &quot;primitivi&quot; sarebbero stati in grado di imitare il modello sviluppista dell&#8217;Occidente, basato su una crescita illimitata della produzione e del consumo; ne avevano sia l&#8217;intelligenza, sia le risorse tecniche e umane: ma, semplicemente, non lo hanno voluto. Hanno valutato i pro e i contro dell&#8217;alternativa sviluppista alle loro economie tradizionali, basate sullo stato stazionario e sull&#8217;equilibrio ecologico, e hanno detto &quot;no, grazie&quot; ai bene intenzionati, ma presuntuosi e invadenti &quot;consiglieri&quot; occidentali. Hanno <em>rifiutato<\/em> il nostro modello, puramente e semplicemente, pur conoscendolo &#8211; o meglio proprio perch\u00e9 lo conoscevano &#8211; e pur essendo in grado di impadronirsi delle sue tecniche senza troppi problemi.<\/p>\n<p>Come se questo prima contraddizione non bastasse, gli antropologi americani ed europei &quot;politicamente corretti&quot; paiono ignorare completamente un altro grave equivoco al cui interno si muovono con la massima disinvoltura: quello linguistico. Come sappiamo gi\u00e0 fin dagli anni Trenta del Novecento (grazie agli studi di B. L. Whorf), il linguaggio non riveste solo una funzione comunicativa, ma anche concettuale; non \u00e8 solo un codice di segni, ma anche un universo mentale. Di conseguenza, la semplice &quot;traduzione&quot; linguistica di concetti quali tempo e spazio \u00e8 inadeguata a rendere il significato profondo nelle diverse culture umane. Infatti, anche se tali concetti hanno una valenza universale, non \u00e8 affatto universale il <em>modo<\/em> in cui vengono percepiti dalle diverse culture, n\u00e9 il quadro generale di riferimento in cui vengono elaborati.<\/p>\n<p>Scrive, a questo proposito, Giovanni Monastra su <em>Diorama letterario<\/em> (n. 166, 1993):<\/p>\n<p><em>&quot;Incredibilmente ancora oggi molti, ignari dei progressi della prossemica<\/em> [n.b.: lo studio delle forme di interazione comportamentale dei vari gruppi umani]<em>, credono che tra gli uomini i vari tipi di spazio costituiscano una serie di dimensioni oggettive, uguali per tutti gli individui. Alla base di tale credenza sta l&#8217;idea astratta derivante dall&#8217;Illuminismo, secondo cui l&#8217;uomo e l&#8217;animale sarebbero macchine strutturate in serie, appiattite da un egualitarismo che relega nella marginalit\u00e0 ogni differenza. In contrasto con tutto ci\u00f2, invece, il modo di percepire e vivere la dimensione spaziale muta pi\u00f9 o meno pure all&#8217;interno della nostra specie, tra una cultura e l&#8217;altra. Cos\u00ec i rapporti e le relazioni tra gli individui, esprimendosi, appunto, nello spazio, sono profondamente segnati dal modo di concepirlo, quindi la loro struttura varia da cultura a cultura in maniera radicale.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Secondo questo modo di vedere (ossia quello &quot;riduzionistico&quot; occidentale moderno) il pensiero non dipende dalla grammatica, ma dalle leggi della logica o della ragione, che si ritiene siano le stesse per tutti gli osservatori dell&#8217;universo [corsivo nostro: non aveva affermato Galilei che anche Dio pensa in termini matematici, ossia di geometria euclidea?], e rappresentino la razionalit\u00e0 dell&#8217;universo, che pu\u00f2 essere trovata indipendentemente da tutti gli osservatori intelligenti, che parlino cinese o chocthaw. Si sostiene che la matematica, la logica simbolica, la filosofia trattano direttamente della sfera del pensiero, e non sono esse stesse estensioni specializzate del linguaggio. Ci\u00f2 non \u00e8 vero (&#8230;): infatti esistono condizionamenti linguistico-grammaticali sulla formulazione del pensiero, condizionamenti che sono inconsci. Gli indiani Hopi, ad esempio, percepiscono la realt\u00e0 in modo molto diverso dal nostro, in quanto la loro struttura linguistica filtra ed esprime la realt\u00e0 secondo canoni differenti da quelli impliciti nel nostro linguaggio: cos\u00ec essi vivono in un eterno presente, mancando loro la dimensione del divenire, cos\u00ec radicata invece nel mondo indoeuropeo. La loro \u00e8 una lingua &quot;atemporale&quot;, la nostra a sua volta si connota come &quot;temporale&quot;. In sintonia con tutto ci\u00f2, gli Hopi possiedono verbi senza soggetto: questo permette loro di descrivere il mondo come un insieme di stati piuttosto che di forze in azione.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Abbiamo detto che la filosofia sviluppista, divinizzando la tecnologia, relega l&#8217;essere umano al ruolo di macchina accessoria del sistema, rendendolo irrimediabilmente obsoleto rispetto alla sua stessa scienza. Ora dobbiamo aggiungere che essa, in quanto economicizza tutti i fenomeni umani, in una spirale cieca di consumo e produzione, produzione e consumo, si regge sulla continua, nevrotica invenzione di bisogni artificiali che ci rendono sempre pi\u00f9 schiavi del futile e del superfluo, danneggiano la salute, l&#8217;ambiente e i rapporti sociali, e in definitiva risultano utili solo al mercato e non al cittadino-suddito-consumatore. Gi\u00e0 Pier Paolo Pasolini, inascoltato profeta degli anni del preteso &quot;miracolo economico&quot;, denunciava, nei suoi <em>Scritti corsari<\/em>, quello che lui chiamava giustamente &quot;sviluppo senza progresso&quot;. Ora anche i pi\u00f9 miopi possono rendersi conto, se lo vogliono, che non questo o quel modello di sviluppo, ma proprio la filosofia dello <em>sviluppo<\/em> \u00e8 in s\u00e9 stessa contraddittoria e insostenibile. Come si pu\u00f2 pensare, in un pianeta dalle risorse limitate, a uno sviluppo indefinito? A un aumento illimitato della produzione, dei consumi, del benessere materiale, del dominio sulla natura? Per non parlare del tremendo impoverimento spirituale cui ci stiamo avviando, e che un profeta ancora pi\u00f9 in anticipo sui tempi, Oscar Wilde (di nuovo un poeta!, ma diceva Tiziano Terzani che solo i poeti potranno, forse, salvare il mondo) cos\u00ec denunciava, alla fine del XIX secolo: &quot;Conosciamo il prezzo di tutto, ma il valore di niente.&quot;<\/p>\n<p>Tuttavia, \u00e8 lecito domandarsi da dove abbia avuto origine il perverso meccanismo della sovrapproduzione, sempre pi\u00f9 costretta a creare nuovi bisogni immaginari e a spacciarli per necessari. Alain Caill\u00e9, ad esempio (nel suo libro <em>Critica della ragione utilitaria<\/em>) sostiene che, secondo la visione utilitaristica oggi dominante, la storia umana sarebbe stata caratterizzata, <em>ab origine<\/em>, dalla scarsit\u00e0 materiale, il che avrebbe obbligato le comunit\u00e0 umane a un defatigante <em>tour de force<\/em> con relativo accompagnamento di inasprimento dei ritmi di lavoro, predominio della logica dell&#8217;interesse, affermazione degli impulsi pi\u00f9 egoistici e conflittualit\u00e0 permanente. Da ci\u00f2, una linea di tendenza destinata a sfociare inevitabilmente, nelle societ\u00e0 moderne, in una economia di mercato in cui la sfera economica diviene sempre pi\u00f9 autonoma rispetto a quella sociale e culturale e sempre pi\u00f9 slegata dalle condizioni materiali, ma non dai meccanismi psicologici, che l&#8217;hanno originata (e viene in mente, a questo proposito, il &quot;mito della roba&quot; che induce il verghiano Mazzar\u00f2 a vivere per accumulare beni, senza peraltro concedersi mai il piacere di goderne).<\/p>\n<p>Ebbene Caill\u00e9 contesta una tale spiegazione e, rifacendosi agli studi dell&#8217;antropologo M. Sahlins (<em>Economia dell&#8217;et\u00e0 della pietra,<\/em> Milano, 1980) egli afferma che la vera &quot;societ\u00e0 dell&#8217;abbondanza&quot; non \u00e8 quella moderna, caratterizzata da una rincorsa affannosa del principio di massimo piacere, ma lo \u00e8 stata quella cui meno si penserebbe di primo acchito: la societ\u00e0 paleolitica. Infatti, come osserva in proposito Mario Cenedese (su <em>Frontiere<\/em>, nr. 1, 1995), nelle societ\u00e0 ad economia di caccia e raccolta, che non conoscono l&#8217;agricoltura oppure che la conoscono ma la rifiutano (in base a una scelta ben precisa: richiederebbe un super-lavoro non necessario e tale da sconvolgere gli equilibri interni) il tempo di lavoro medio si aggira sempre intorno alle quattro ore giornaliere, calcolo del resto malagevole per la difficolt\u00e0 di separare nettamente il tempo di lavoro dal tempo libero.<\/p>\n<p><em>&quot;Infatti<\/em> &#8211; scrive Cenedese &#8211; <em>negli ambienti tribali la maggior parte della giornata viene impiegata per dormire, giocare, chiacchierare o, a seconda dei periodi, per la celebrazione dei riti. Rispetto ai nostri standard, alla nostra capacit\u00e0 di usufruire di beni e servizi, il livello di vita pu\u00f2 sembrare incomparabilmente basso.&quot;<\/em><\/p>\n<p>E allora? Lasciamo la parola direttamente a Caill\u00e9:<\/p>\n<p><em>&quot;Tuttavia, \u00e8 lecito parlare di abbondanza perch\u00e9 questa non ha alcun rapporto semplice con la quantit\u00e0 dei beni posseduti e consumati. Essa \u00e8 il risultato di un rapporto con ci\u00f2 che si considera ed \u00e8 istituito come bisogno. Del fatto che queste societ\u00e0 sappiano limitare i loro bisogni, la prova migliore \u00e8 che esse non si preoccupano affatto di accumulare o di accrescere la loro produzione. Se per caso diventano pi\u00f9 produttive, esse non aumentano la produzione ma il tempo dedicato agli ozi. Alcune di esse rifiutano poi di lanciarsi nell&#8217;avventura dell&#8217;agricoltura, spiegando che ci\u00f2 richiede troppo lavoro (A. Caill\u00e9,<\/em> Critica della ragione utilitaria<em>, Torino, 1991, p. 64).<\/em><\/p>\n<p>Di conseguenza, osserva Cenedese, sembrano avvalorate le tesi dell&#8217;economista Karl Polanyi<em>,<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;secondo cui la scarsit\u00e0, lontana distanze stellari dall&#8217;essere secondo natura, \u00e8 per converso istituita dall&#8217;economia di mercato come suo elemento costitutivo centrale, assieme all&#8217;incentivo rappresentato dal profitto.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ora, la globalizzazione non \u00e8 altro che l&#8217;esportazione forzata di questo modello economico-sociale basato sulla nevrosi dell&#8217;indigenza e, quindi, dell&#8217;accumulo illimitato di beni. Osserva Cenedese che nell&#8217;impostazione della dialettica Nord-Sud i termini di &quot;sviluppo&quot; e di &quot;ritardo&quot; hanno una data ben precisa: il 20 gennaio 1949. In quel giorno, il presidente statunitense Harry S. Truman tenne un celebre discorso al Congresso di Washington, in cui definiva gran parte del Pianeta &quot;area sottosviluppata&quot; e sosteneva che, per colmare tale ritardo, occorreva puntare sullo sviluppo, &quot;cio\u00e8 un processo attraverso il quale, seguendo l&#8217;esperienza dell&#8217;occidente e imitandone i percorsi, un paese povero, quindi arretrato, poteva diventare ricco, cio\u00e8 sviluppato, mediante la crescita economica e la modernizzazione socio-culturale. In breve, il messaggio era: Fate come noi.&quot; Ma l&#8217;esportazione del modello sviluppista ai paesi del Sud del Mondo doveva portare necessariamente con s\u00e9 la distruzione non solo delle economie tribali tradizionali, ma anche delle culture spirituali che ne costituivano l&#8217;elemento coesivo fondamentale.<\/p>\n<p>Scrive Caill\u00e9 (op. cit., pp. 75-77):<\/p>\n<p><em>&quot;Ci\u00f2 che la conquista coloniale distrugge non \u00e8 l&#8217;economia. Ci\u00f2 che essa distrugge sono i meccanismi sottili di produzione e riproduzione delle societ\u00e0 tradizionali e i simbolismi attraverso i quali i loro membri davano un senso all&#8217;esistenza. Dopo l&#8217;annientamento dei loro punti di riferimento immaginari tradizionali, la sola via di uscita simbolica che resta loro aperta \u00e8 quella dell&#8217;imitazione dei vincitori. Ma la soluzione mimetica crea altrettanti o anche pi\u00f9 problemi di quanti non ne risolva. Pi\u00f9 il desiderio porta all&#8217;imitazione dei dominatori e pi\u00f9 vacilla ci\u00f2 che contribuiva a nutrire il sentimento di una identit\u00e0 propria e permetteva di resistere. Il mercato, allorch\u00e8 si estende pi\u00f9 rapidamente della capacit\u00e0 del tessuto sociale di cicatrizzare le ferite che esso gli infligge, genera catastrofi.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Continua Cenedese, riprendendo osservazioni dell&#8217;ecologista Wolgang Sachs:<\/p>\n<p><em>&quot;Per non parlare dei cosidedetti &#8216;trapianti tecnologici&#8217;, fondati sull&#8217;idea singolare che il sottosviluppo sia primariamente un problema &#8216;tecnico&#8217;: l&#8217;abbandono delle tecniche tradizionali a profitto di tecniche occidentali moderne approda sovente a un fallimento. (&#8230;) Le tecniche tradizionali scompaiono, ma le nuove restano marginali. Esse non sono n\u00e9 ricreate, n\u00e9 gestite localmente, generano delle pratiche di produzione e di consumo estranee all&#8217;universo antico, determinano una disoccupazione supplementare. Tuttavia, la loro inadeguatezza alla situazione locale sar\u00e0 trattata come un nuovo problema tecnico suscettibile di ricevere una nuova soluzione tecnica. A pieno titolo si pu\u00f2 perci\u00f2 considerare il massiccio ingresso del Terzo Mondo nell&#8217;universo tecnico occidentale come una forma di suicidio culturale. Per giunta, il divario tecnologico che oggi pi\u00f9 che mai separa i paesi sviluppati da tutti gli altri \u00e8 destinato ineluttabilmente ad aumentare.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ecco, dunque, che l&#8217;idea sviluppista, enunciata formalmente nel discorso di Truman del 1949, ci si rivela oggi per quel che realmente era: una ideologia in cattiva fede, un mito artificialmente fabbricato per dare una giustificazione morale e materiale al crescente saccheggio planetario da parte dell&#8217;Impero, non senza un paternalistico auspicio di riduzione della forbice tra Nord e Sud, a patto di mettersi ciecamente nelle mani dei chirurghi del libero mercato; &quot;Che imparino da noi!&quot;, ripeteva Reagan negli anni &#8217;80, e ripete Bush <em>junior<\/em> negli anni 2.000: ammirevoli esempi di stolidit\u00e0 e d&#8217;inossidabile arroganza culturale.<\/p>\n<p><em>&quot;Non \u00e8 pi\u00f9 possibile negarlo &#8211; scrive Sachs -: l&#8217;idea di tutti i Paesi del mondo in marcia su una strada comune non era che una chimera del dopoguerra. In realt\u00e0 il mondo \u00e8 diviso nella super-economia di una classe superiore e nell&#8217;economia povera di una classe inferiore di Paesi. Non \u00e8 pi\u00f9 possibile dire che tutti si muovono in uno spazio interdipendente: al contrario, la super-economia internazionale e l&#8217;economia povera del Sud del Mondo sono separate da un vero e proprio muro.[ E non \u00e8 solo una metafora, ci permettiamo di aggiungere. Si pensi al muro che le autorit\u00e0 statunitensi stanno costruendo attraverso il deserto, da San Diego in California al Golfo del Messico, per tenere a bada i poveri dell&#8217;America Latina che cercano di entrare illegalmente negli U.S.A., e che il presidente Bush, nel maggio 2006, ha annunciato di voler far presidiare da reparti consistenti della Guardia Nazionale]. \u00c8 passato tanto tempo da quando il Nord poteva essere considerato la locomotiva per la crescita del Sud. Un tempo ancora pi\u00f9 lungo sembra trascorso da quando il Nord dipendeva da materie prime, da prodotti agricoli e da forza lavoro a basso costo, tutte cose che l&#8217;economia altamente tecnologizzata \u00e8 in grado di sostituire con sempre maggiore facilit\u00e0. Il Nord non ha pi\u00f9 bisogno del Sud: prospera sull&#8217;esclusione del resto del mondo. Il mondo non si spacca pi\u00f9 tra capitalismo e comunismo, ma tra economie lente e veloci.&quot;<\/em> (Wolfgang Sachs, <em>Economia dello sviluppo<\/em>, Forl\u00ec, 1992, pp. 56-57).<\/p>\n<p>Esiste ancora, almeno a livello teorico, una via d&#8217;uscita da questo apparente vicolo cieco? Cenedese ricorda che alcuni economisti &quot;eretici&quot; dell&#8217;ultima generazione, tra i quali Edward Goldsmith, cercano di familiarizzarci con l&#8217;idea (a prima vista alquanto insolita) che dovremmo incominciare a muoverci verso una societ\u00e0 economicamente stabile o in stato stazionario, cio\u00e8 verso un&#8217;economia a crescita zero, <em>&quot;societ\u00e0 in cui l&#8217;investimento di capitale uguaglia il deprezzamento e le nascite uguagliano le morti&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Ebbene, alla luce di queste considerazioni ci sembra veramente fuor di luogo che gli antropologi, invece di studiare come e perch\u00e9 le varie culture si sono espresse in determinate forme, si preoccupino di ipostatizzare un modello unico di civilt\u00e0 al quale ogni popolo <em>naturalmente<\/em> tenderebbe, se solo le circostanze ambientali non vi si opponessero.<\/p>\n<p>Dobbiamo da ci\u00f2 concludere che \u00e8 la stessa cosa il fatto che una cultura sia in grado di elaborare opere spirituali o materiali come la <em>Divina Commedia<\/em> o le piramidi di Gizah, mentre un&#8217;altra si limita alla caccia alle teste e al cannibalismo? Non \u00e8 questo il punto e, comunque, la domanda \u00e8 mal posta. Invece di paragonare le cose migliori di certe culture con le peggiori di altre, bisogna familiarizzarsi con l&#8217;idea che ogni popolo crea una propria cultura e che ciascuna cultura, nella misura in cui riesce a conservare un equilibrio sia interno che esterno (ambiente compreso), <em>\u00e8 di per s\u00e9 una creazione dello spirito, dunque una civilt\u00e0<\/em>; anche se non ha costruito i Propilei e il Partenone. Quanto a noi, siamo felici di poter vivere usufruendo delle molte cose buone che la civilt\u00e0 occidentale moderna ha prodotto, ma ci\u00f2 non significa che ci sentiamo i depositari di un modello privilegiato che tutti i popoli dovrebbero imitare. Davanti a un pastore Navajo che, quando \u00e8 costretto dalla necessit\u00e0 ad abbattere un pino, si rivolge umilmente in preghiera al Signore degli Alberi per chiedere perdono di quella <em>uccisione<\/em>, non possiamo che sentirci molto, molto piccoli.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel precedente articolo L&#8217;equivoco di fondo dei volonterosi antropologi anti-razzisti avevamo preso in considerazione, partendo da una riflessione sul libro dello studioso statunitense Jared Diamond Armi,<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30137,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[60],"tags":[110],"class_list":["post-28235","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-antropologia","tag-civilta"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-antropologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28235","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28235"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28235\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30137"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28235"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28235"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28235"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}