{"id":28203,"date":"2019-07-12T09:56:00","date_gmt":"2019-07-12T09:56:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/07\/12\/quei-tristi-boschi-di-faggi-avvolti-nella-nebbia\/"},"modified":"2019-07-12T09:56:00","modified_gmt":"2019-07-12T09:56:00","slug":"quei-tristi-boschi-di-faggi-avvolti-nella-nebbia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/07\/12\/quei-tristi-boschi-di-faggi-avvolti-nella-nebbia\/","title":{"rendered":"Quei tristi boschi di faggi avvolti nella nebbia"},"content":{"rendered":"<p>La natura pu\u00f2 essere triste? Si addice l&#8217;aggettivo &quot;triste&quot; ad un paesaggio naturale, o \u00e8 soltanto una proiezione di stato d&#8217;animo umani e il riflesso della delusione di umane aspettative? Neppure il gran nemico della natura, il pessimista per antonomasia, Giacomo Leopardi, rappresenta la natura come triste, o cupa, o lugubre; al contrario, la riveste dei colori pi\u00f9 affascinanti e la ingentilisce con le note pi\u00f9 dolci, e sia pure per evidenziare maggiormente lo stacco disperato fra ci\u00f2 che essa promette, le lusinghe con le quali ci ammalia, e la tremenda delusione che poi, di fatto, ci riserva. In letteratura e nelle arti figurative, peraltro, la tristezza del paesaggio naturale sembra essere proprio una &quot;scoperta&quot; degli scrittori e degli artisti romantici. \u00c8 leggendo racconti come <em>La caduta della Casa Usher<\/em> di E. A. Poe, o romanzi come <em>Cime tempestose<\/em> di Emily Bront\u00eb, che scopriamo la profonda tristezza che pu\u00f2 avvolgere, come un cupo sudario, un paesaggio naturale; ed \u00e8 contemplando quadri come il <em>Monaco in riva al mare<\/em> o <em>L&#8217;abbazia in rovina<\/em> di Caspar David Friedrich, che facciamo la stessa scoperta nell&#8217;ambito della pittura. Ma gi\u00e0 il nostro Ugo Foscolo, nella famosa <em>Lettera da Ventimiglia<\/em> che fa parte dell&#8217;<em>Ortis<\/em>, ci aveva mostrato, per la prima volta, il lato oscuro del paesaggio alpestre, a met\u00e0 strada fra l&#8217;orrido e il sublime:<\/p>\n<p><em>Ho vagato per queste montagne. Non v&#8217;\u00e8 albero, non tugurio, non erba. Tutto \u00e8 bronchi; aspri e lividi macigni; e qua e l\u00e0 molte croci che segnano il sito de&#8217; viandanti assassinati. &#8212; L\u00e0 gi\u00f9 \u00e8 il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle alpi, e per gran tratto ha spaccato in due queste immense montagne. V&#8217;\u00e8 un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero. Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove pu\u00f2 giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte su le cervici dell&#8217;alpi altre alpi di neve che s&#8217;immergono nel cielo, e tutto biancheggia e si confonde: &#8212; da quelle spalancate alpi scende e passeggia ondeggiando la tramontana, e per quelle fauci invade il mediterraneo. La natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi.<\/em><\/p>\n<p>Stabilito che la natura, di per s\u00e9, non pu\u00f2 esser definita &quot;triste&quot; o &quot;gaia&quot;, perch\u00e9 questi sono stati d&#8217;animo umani, e semmai si pu\u00f2 dire che un certo paesaggio si accorda con essi; e precisato che basta pochissimo perch\u00e9 un paesaggio muti completamente la sua tonalit\u00e0 emozionale, perch\u00e9 uno squarcio fra le nubi e un subitaneo arcobaleno possono rasserenare anche i luoghi pi\u00f9 tetri, mentre il buio, o la neve, o il temporale, specie di notte, possono conferire una nota opprimente anche a quelli pi\u00f9 ameni, resta il fatto che alcuni paesaggi hanno realmente qualcosa di triste, indipendentemente dalla luce o dalla stagione. I fianchi di una montagna nuda e incombente producono questo effetto, con in pi\u00f9 qualcosa di vagamente minaccioso; lo stesso accade per un bosco di faggi &#8211; nell&#8217;emisfero sud, di faggi australi del genere <em>Nothofagus<\/em> &#8211; a causa del colore scuro del fogliame e spesso per la forma contorta dei tronchi, dovuta ai venti incessanti. Se poi una vegetazione di licheni pendenti si abbarbica sui rami degli alberi e se muschi e sfagni tappezzano e avvolgono i tronchi caduti del sottobosco, formando un paesaggio surreale, degno delle streghe del <em>Macbeth<\/em>, anche allora si ha l&#8217;impressione che una forza malefica aleggi misteriosa e che la natura stessa trattenga il fiato, in attesa di qualcosa d&#8217;infausto che deve accadere. Anche il silenzio contribuisce a ci\u00f2. Parliamo del silenzio profondo, sconvolgente, quasi da incantesimo che regna dalla notte dei tempi in qualche sperduta valle di montagna, ove pare che una semplice pietra che rotola lungo il pendio, un ramo spezzato, una parola pronunciata ad alta voce, destino paurose risonanze e centuplichino quei suoni trasformandoli in un rombo, un boato assordante, come avviene ne <em>La casa dei suoni<\/em> di M. P. Shiel, uno dei racconti pi\u00f9 originali della letteratura gotica inglese.<\/p>\n<p>Abbiamo accennato ai fattori principali che rendono triste un paesaggio naturale: l&#8217;aspetto selvaggio, ripido e opprimente di certe montagne; la colorazione scura di certe foreste e la presenza di funghi e muffe sui rami, specie se pendenti nel vuoto come sinistri festoni; la nebbia persistente e i cieli grigi o perennemente nuvolosi di certe regioni; il silenzio surreale, anomalo, di certi luoghi sperduti, molto lontani da qualsiasi insediamento umano coi suoi inevitabili rumori. Tutti questi fattori si trovano talvolta riuniti insieme e allora si ha un paesaggio perfettamente triste e malinconico, che la rara comparsa del sole non basta a rallegrare ma che, semmai, ne sottolinea l&#8217;inalterabile tristezza, proprio per l&#8217;eccezionalit\u00e0 della sua comparsa e perch\u00e9, come un lampo nel corso di un temporale notturno, mostra perfettamente, in tutta la sua estraneit\u00e0, un luogo che non pare fatto per l&#8217;uomo e che ha qualcosa di respingente, come se volesse scoraggiare e allontanare al pi\u00f9 presto la sua incongrua presenza. E tutto questo senza che vi siano, in quel paesaggio, elementi di bruttezza o disarmonia, come paludi, foreste bruciate o distese di lava, anzi con una vera profusione di elementi i quali, di per s\u00e9, sarebbero ameni, comprese le acque correnti, i laghi dalla limpidezza cristallina e le cascate scroscianti e spettacolari, per\u00f2 fusi in maniera tale, o deformati, per cos\u00ec dire, da fattor intrinseci sicch\u00e9, nel complesso, non producono un&#8217;impressione favorevole, anzi nonostante la loro innegabile bellezza lasciano trasparire un che d&#8217;irrimediabilmente estraneo e negativo, un po&#8217; come la bellezza glaciale di uno sguardo di donna che non scalda il cuore e non invita alla confidenza, ma suscita inquietudine e sottintende una potenziale minaccia.<\/p>\n<p>Il celebre naturalista Gerald Durrell ( 1925-1995), il cui stile \u00e8 quanto di pi\u00f9 lontano si possa immaginare da quello di uno scrittore gotico, o in qualsivoglia modo romantico, ha nondimeno rappresentato uno di questi paesaggi malinconici e inspiegabilmente inquietanti in uno dei suoi libri di viaggi, l\u00e0 dove narra le sue escursioni alla ricerca di piante e animali rari; in questo caso, una spedizione alla ricerca del misterioso uccello Takahe, animale che si credeva estinto, nelle dense, umide e disabitate foreste al di sopra del lago glaciale Te Anau, nel Fiordland, la parte sud-occidentale dell&#8217;Isola del Sud della Nuova Zelanda (da: G. Durrell, <em>Un albero pieno di Koala<\/em> (titolo originale: <em>Two in the Bush<\/em>, New York, Collins, 1966; traduzione di Isa Surci Marvelli, Bergamo, Juvenilia, 1967, pp. 99; 100-101; 108-109):<\/p>\n<p><em>Il Te Anau \u00e8 un lago lungo e quindi per parecchio tempo volammo sopra le sue acque, osservando le ripide montagne coperte di boschi da entrambi i lati. I boschi erano per la maggior parte di faggi dalle foglie piuttosto scure, che davano a quelle montagne torreggianti sopra di noi un aspetto triste, quasi sinistro. Ad un certo punto il pilota vir\u00f2 d&#8217;ala accostandosi maggiormente al fianco della montagna. Che sembr\u00f2 ancor pi\u00f9 sinistra e pi\u00f9 ripida. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Questa fessura era la gola che conduceva alla Valle dei Takahe e serviva da emissario alle acque del lago. La gola era fiancheggiata da alte ricce erose dall&#8217;acqua, coperte di faggi ed era larga appena, ma proprio appena, quanto bastava per far passare l&#8217;idrovolante. Per fortuna la gola non era molto lunga e dopo mezzo minuto emergemmo dall&#8217;altra pare, senza un graffio, e vedemmo estendersi davanti a noi la Valle dei Takahe.<\/em><\/p>\n<p><em>La valle \u00e8 lunga circa cinque chilometri, ha una forma quasi ovale ed \u00e8 circondata da alte pareti rocciose coperte di fitti boschi di faggi. Il fondo della valle \u00e8 straordinariamente piatto ed \u00e8 quasi interamente occupato dalle acque calme e poco profonde del lago Orbell. La vista dall&#8217;aereo era di una bellezza mozzafiato: lontano, contro lo sfondo scuro del cielo burrascoso si stagliavano i grandi picchi nevosi dei monti Murchison tutti incappucciati di neve, mentre i fianchi delle montagne intorno alla valle erano verde scuro intervallato qua e l\u00e0 da chiazze di vere pi\u00f9 pallido; il lago era come d&#8217;argento mentre i prati erano dorati e verde brillante illuminati dagli occasionali raggi di sole che riuscivano a farsi strada tra le nuvole scure. L&#8217;idrovolante dovette percorrere la valle in tutta la sua lunghezza, poi virare e tornare indietro per scendere sul lago. Mentre l&#8217;aero volava sempre pi basso e le argentee acque del lago sembravano venirci incontro, il pilota in modo molto laconico, pensando che la cosa fosse di particolare interesse in quella particolare circostanza, mi disse che il lago era lungo circa mille metri, cio\u00e8 quanto bastava, se non si facevano errori, per ammarare. Un piccolo errore di calcolo ed ecco che si andava a scivolare elegantemente gi\u00f9 dal burrone all&#8217;estremit\u00e0 del lago. Mi resi perfettamente conto di quanto aveva detto perch\u00e9 toccammo la superficie del lago e la percorremmo lasciandoci dietro un triangolo di dimensioni sempre pi\u00f9 grandi, di increspature argentee e alla fine ci fermammo a non pi\u00f9 di trenta metri dall&#8217;altra estremit\u00e0. Il pilota spense il motore e sorridendo sopra la spalla disse:<\/em><\/p>\n<p><em>&#8211; Bene, siete arrivati. Questa \u00e8 la Valle dei Takahe.<\/em><\/p>\n<p><em>Quando apr\u00ec il portello dell&#8217;aero per farci scendere, la cosa che mi colp\u00ec immediatamente fu lo straordinario e completo silenzio. Se non fosse stato per il leggerissimo mormorio dell&#8217;acqua intorno ai galleggianti dell&#8217;aero, si sarebbe creduto di essere diventati sordi. In realt\u00e0 il silenzio era cos\u00ec acuto che inghiottii con forza pi\u00f9 volte pensando che l&#8217;altitudine mi avesse districato gli orecchi. A una sessantina di metri lungo la riva, Jim stava filmando il nostro arrivo e potevamo sentire il rumore della cinepresa come se fosse stato accanto a noi. Quel silenzio ebbe uno strano effetto: istintivamente tutti abbassammo la voce e quando incominciammo a scaricare le nostre apparecchiature ogni minimo rumore risuonava come se fosse immensamente amplificato (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Cos\u00ec un passo dopo l&#8217;atro avanzavamo lungo il lago, attraverso le distese di erba. Ogni tanto abbandonavamo le erbe lacustri per brevi sortite nella foresta di faggi perch\u00e9, durante i periodi in cui non covano, i takahe sembrano preferire proprio le zone di limite tra prati e boschi. Gli scuri tronchi verde-grigio degli alberi erano coperti di rugiada come pure le piccole foglie verde-opaco. Qua e l\u00e0 i rami erano festonati di masse pendenti di licheni, che sembravano strane formazioni coralline. Ad una prima occhiata questi licheni si sarebbero detti bianchi, tanto che da una certa distanza alcuni alberi sembravano coperti di neve, ma ad una ispezione pi\u00f9 accurata quella fragile filigrana era di un pallido grigio-verdastro, un colore molto bello e delicato.<\/em><\/p>\n<p><em>Per il resto della giornata continuammo coraggiosamente il cammino attraverso le erbe e i tristi boschi di faggio con quei licheni dall&#8217;aspetto marziano. Eravamo gelati e inzuppati fino al midollo, e trovavamo di tutto, ma neanche l&#8217;ombra di un takahe&#8230;<\/em><\/p>\n<p>Questo brano di prosa \u00e8 notevole, dal nostro punto di vista, perch\u00e9 l&#8217;Autore non ha alcuna tendenza romantica a incupire le tinte o a calcare sugli aspetti alieni o minacciosi del paesaggio; al contrario, come certi altri saggisti inglesi, inclusi filosofi come Bertrand Russell, gli si pu\u00f2 semmai rimproverare un eccesso di giovialit\u00e0 e la ricerca della battuta brillante ad ogni costo. Ma evidentemente in questo caso perfino le sue pressoch\u00e9 inesauribili riserve di umorismo e di spirito frizzante devono essere giunte al termine, e quel che appare al lettore \u00e8 un paesaggio singolarmente solitario e triste, quasi avvolto in un&#8217;aura a s\u00e9 stante, dove l&#8217;uomo non \u00e8 un ospite gradito e dove, una volta tanto, non solo non si sente un padrone sicuro di s\u00e9, ma un misterioso timore lo induce a camminare in punta di piedi e a parlare sottovoce, quasi temendo di poter disturbare, nel profondissimo silenzio, l&#8217;arcano signore di quel regno primordiale.<\/p>\n<p>Giungiamo cos\u00ec alla conclusione che un paesaggio pu\u00f2 essere triste in se stesso, indipendentemente dall&#8217;umore del viaggiatore e perfino dagli elementi fisici che lo compongono; \u00e8 piuttosto la combinazione sfavorevole di questi ultimi a determinare la cupezza del suo aspetto. E tuttavia, quando diciamo che un paesaggio \u00e8 &quot;triste&quot;, intendiamo qualcosa che appartiene <em>realmente<\/em> a quel luogo, o non piuttosto una sensazione che gli esseri umani, con il filtro della loro sensibilit\u00e0, provano nei suoi confronti? Un paesaggio, dopotutto, non \u00e8 qualcosa di vivo, ma un insieme di elementi naturali, privi di una loro sensibilit\u00e0. Oppure no? Oppure possiamo ipotizzare, che le creature abitanti in quel luogo, come gli uccelli, <em>sentano<\/em> anch&#8217;essi, in una qualche loro maniera, la pesantezza opprimente dell&#8217;atmosfera? Una cosa conosciamo per certa: la luce \u00e8 una fonte di vita; tutti gli esseri viventi anelano alla luce (perfino i pesci abissali, dotati di organismi luminosi) perch\u00e9 tutti ne hanno bisogno. Gli animali terrestri, in particolare, per non parlare delle piante, hanno bisogno non solo di luce, ma anche di una certa quantit\u00e0 di calore. Pertanto un paesaggio perennemente nuvoloso e piovoso, dove le giornate di sole, anzi, dove le ore di sole sono la rara eccezione, non pu\u00f2 non risentire, in tutte le creature che lo popolano di una situazione ambientale particolarmente sfavorevole. Di pi\u00f9, non \u00e8 lecito affermare. Se le creature non umane possano provare la gioia o la tristezza, questo \u00e8 un segreto noto solamente al loro Creatore; e a nessun altro&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La natura pu\u00f2 essere triste? 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