{"id":28197,"date":"2008-02-06T08:43:00","date_gmt":"2008-02-06T08:43:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/06\/un-film-al-giorno-quattro-passi-tra-le-nuvole\/"},"modified":"2008-02-06T08:43:00","modified_gmt":"2008-02-06T08:43:00","slug":"un-film-al-giorno-quattro-passi-tra-le-nuvole","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/06\/un-film-al-giorno-quattro-passi-tra-le-nuvole\/","title":{"rendered":"Un film al giorno: \u00abQuattro passi tra le nuvole\u00bb"},"content":{"rendered":"<p>Gi\u00f9 il cappello, signori, perch\u00e9 stiamo per parlare di un piccolo capolavoro del cinema italiano di tutti i tempi.<\/p>\n<p>Un piccolo capolavoro tanto pi\u00f9 straordinario, se si guarda alla data in cui fu girato: il 1942, l&#8217;anno tragico del nostro Paese, giunto ormai &#8211; dopo due anni di guerra sfortunata, mal concepita e ancora peggio condotta &#8211; sull&#8217;orlo dell&#8217;abisso. Non erano ancora cominciati i bombardamenti a tappeto sul territorio nazionale, perch\u00e9 il fronte africano teneva ancora; anzi, mai come in quell&#8217;anno &#8211; l&#8217;anno di El Alamein &#8211; la vittoria sembr\u00f2 a portata di mano. Talmente a portata di mano &#8211; col miraggio della valle del Nilo e del il sospirato Canale di Suez &#8211; che Mussolini era volato a Tripoli, nella vana attesa di poter fare un ingresso solenne ad Alessandria e al Cairo, in sella a un magnifico cavallo bianco, brandendo la spada dell&#8217;Islam contro i colonialisti britannici. Ma era stata, appunto, una vana attesa; e, intanto, il razionamento, la disfatta dell&#8217;A.R.M.I.R., le notizie sempre pi\u00f9 gravi diffuse da Radio Londra, gi\u00e0 facevano presentire l&#8217;avvicinarsi del disastro finale.<\/p>\n<p>In un simile contesto, Alessandro Blasetti &#8211; il pi\u00f9 fascista dei registi italiani, come \u00e8 stato definito da qualcuno &#8211; abbandona i temi storici a lui cari &#8211; <em>1860<\/em>, sull&#8217;epopea garibaldina, girato nel 1933; <em>Ettore Fieramosca<\/em>, nel 198; <em>Un&#8217;avventura di Salvator Rosa<\/em>, nel 1940; <em>La corona di ferro<\/em>, nel 1941 &#8211; e ci regala il primo film italiano che \u00e8, al tempo stesso, intensamente poetico e schiettamente realistico; tanto che alcuni critici lo considerano il vero capostipite, o quantomeno il precursore, della grande stagione neorealista.<\/p>\n<p>E poi qualcuno ha il coraggio di dire che il ventennio fascista \u00e8 stato un periodo di stanchezza per il cinema italiano; o che il controllo politico imposto dal regime ha provocato un abbassamento del livello qualitativo della nostra produzione. La verit\u00e0 \u00e8 che i film di aperta propaganda politica, a differenza che nella Germania nazista, si contano sulle dita di una mano; e che ai registi italiani fu lasciata una notevole libert\u00e0 di iniziativa, sia pure favorendo una loro propensione verso temi intimistici o, comunque, lontani dai problemi sociali.<\/p>\n<p>Alessandro Blasetti, nato a Roma il 3 luglio del 1900, era uno che al fascismo aveva creduto, sino in fondo e senza riserve, tanto da celebrare la marcia su Roma nel film <em>Vecchia guardia<\/em>, nel 1935; che, tuttavia, era stato accolto in maniera un po&#8217; tiepida dal regime.<\/p>\n<p>Non \u00e8 facile dire quando ebbe inizio la crisi politica che lo port\u00f2, gradualmente, ad allontanarsi dalle posizioni ideologiche del regime. Certo \u00e8 che gi\u00e0 nel 1941, oltre a <em>La corona di ferro<\/em>, interpretata dal prediletto Gino Cervi, egli aveva girato <em>La cena delle beffe<\/em>, tratta dal dramma di Sem Benelli; e, l&#8217;anno prima &#8211; come si \u00e8 detto &#8211; , <em>Un&#8217;avventura di Salvator Rosa<\/em>, che, a parte l&#8217;ambientazione seicentesca, \u00e8 un tipico film di cappa e spada e, quindi, pi\u00f9 di evasione e di avventura, che non di vera e propria evocazione storica.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, nel 1942, in un&#8217;Italia stremata dalla guerra e governata da un regime logorato dagli insuccessi e non lontano dal collasso, Blasetti torna a uno dei temi a lui pi\u00f9 cari, quello del problematico rapporto fra citt\u00e0 e campagna. Come regista, infatti, si era rivelato nel 1931 con il film <em>Terra madre<\/em>, che sia pure implicitamente costituiva una critica contro il capitalismo parassitario, di pura rendita, e sposava le ragioni dei contadini poveri. In quell&#8217;opera, gi\u00e0 matura sotto diversi punti di vista, del regista appena trentenne, la vita in campagna appariva fortemente idealizzata e, in qualche modo, veniva contrapposta alla decadenza della realt\u00e0 urbana.<\/p>\n<p>Tema assai diffuso negli anni fra la prima e la seconda guerra mondiale, non solo nel cinema e non solo in Italia; si pensi, per fare solo un esempio, al celebre romanzo dello scrittore romeno Cezar Petrescu <em>Calea Victoriei<\/em>, tradotta in Italia dalla U.T.E.T. con il titolo <em>La capitale<\/em> (cfr. il nostro saggio <em>L&#8217;opera narrativa di Cezar Petrescu<\/em>, sugli <em>Atti<\/em> della Societ\u00e0 Dante Alighieri di Treviso; e anche sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>In Italia, Paese industrializzato ancora parzialmente agricolo, questo tema fu trattato con particolare partecipazione dagli intellettuali, tanto da produrre espliciti riflessi nel dibattito letterario, come coi movimenti di <em>Strapaese<\/em> e di <em>Stracitt\u00e0<\/em>. In ogni caso, \u00e8 acquisito che nell&#8217;ideologia fascista (e, del resto, anche in quella nazista: una delle convergenze tra le due ideologie che, per altri aspetti, non andrebbero equiparate con troppa disinvoltura), un ruolo importante, addirittura essenziale, era svolto dall&#8217;utopia ruralista.<\/p>\n<p>Il ruralismo veniva contrapposto all&#8217;ubanesimo prima di tutto per ragioni etico-sociali, poich\u00e9 nella sana vita dei campi, virgilianamente intesa, risiedevano i valori fondanti del <em>mos maiorum<\/em>; mentre la citt\u00e0, e specialmente la grande citt\u00e0, era presentata come il luogo della degenerazione dei costumi, della corruzione, della violenza e del trionfo dei peggiori istinti; e, inoltre, come la roccaforte della speculazione finanziaria, culminata nel disastro mondiale del &quot;gioved\u00ec nero&quot; di Wall Street. Sia la bonifica integrale delle Paludi Pontine, sia la &quot;battaglia del grano&quot;, sia, infine, la stessa guerra d&#8217;Etiopia (presentata, come la guerra di Libia del 1911, come una necessit\u00e0 della &quot;grande proletaria&quot; di dare terra e lavoro ai suoi contadini), vanno viste, almeno in termini di propaganda, entro questa cornice e questo mito.<\/p>\n<p>Ma in <em>Quattro passi tra le nuvole<\/em> c&#8217;\u00e8 molto pi\u00f9 di questo; la contrapposizione tra il mondo della citt\u00e0 e quello della campagna \u00e8 molto pi\u00f9 sfumata e problematica, a cominciare dal fatto che la giornata &quot;bucolica&quot; del protagonista potrebbe anche essere stata tutto un sogno ad occhi aperti, come alcuni dettagli della fotografia e della struttura narrativa lasciano immaginare. Inoltre sarebbe arduo affermare che tale contrapposizione sia il tema portante dell&#8217;opera; che va ricercato, piuttosto, in una dimensione umana e psicologica venata di alta poesia e, pi\u00f9 in generale, in una contrapposizione tra il mondo dei &quot;fatti&quot;, della realt\u00e0 materiale, duro e difficile, e il mondo dell&#8217;interiorit\u00e0 che aspira al superamento delle antinomie e alla ricomposizione dei conflitti, in nome di alcuni valori fondamentali, primo fra tutti quello della famiglia.<\/p>\n<p>In questo senso, oseremmo dire che <em>Quattro passi tra le nuvole<\/em> \u00e8 il primo film italiano che pone sul tappeto la necessit\u00e0 di cercare le vie della riconciliazione all&#8217;interno della comunit\u00e0 nazionale, perch\u00e9 &#8211; passata la bufera della guerra e, probabilmente, del pi\u00f9 o meno traumatico cambiamento di regime -, quel che occorre fare \u00e8 ritrovare le ragioni della concordia e dell&#8217;unione, del lavoro e della pace, mettendo da parte le ideologie che dividono e fomentano l&#8217;odio.<\/p>\n<p>Vero \u00e8 che la sceneggiatura di Cesare Zavattini, <em>enfant terrible<\/em> del nostro cinema, finisce per prevalere su ogni altro aspetto del film, tanto che i critici hanno parlato di una &quot;resa&quot; del regista allo sceneggiatore. Pi\u00f9 probabilmente, \u00e8 giusto affermare che Blasetti ha saputo valorizzare, con intelligenza e sensibilit\u00e0, la sceneggiatura (cui egli stesso, d&#8217;altronde, ha collaborato) per realizzare un film in cui tutti &#8211; dagli attori, alla fotografia di Vaclav Vich, alla musica di Alessandro Cicognini, al montaggio di Mario Serandrei &#8211; hanno dato veramente il meglio di se stessi. Tanto \u00e8 vero che il film ha avuto ben due rifacimenti: <em>Era di venerd\u00ec 17<\/em> (1957), una co-produzione italo-francese diretta da Mario Soldati e con Fernandel nel ruolo del protagonista; e <em>Il profumo del mosto selvatico<\/em> (1995), titolo originale <em>A Walk in the Clouds<\/em>, film americano diretto da Alfonso Arau, che la presenza del &quot;bel&quot; Kean Reeves non riesce a risollevare da una irrimediabile mediocrit\u00e0: a conferma del fatto che non bastano i soldi e le <em>star<\/em> di Hollywood per fare un buon film, se manca il mestiere e scarseggiano le idee.<\/p>\n<p>Accanto a Gino Cervi e, nel ruolo della protagonista femminile, ad Adriana Benetti, troviamo Giuditta Rissone (nel ruolo di Clara Bianchi), Carlo Romano (l&#8217;autista della corriera), Margherita Seglin donna Luisa), Giacinto Molteni (don Matteo), Aldo Silvani (don Luca), Lauro Gazzolo (controllore ferroviario), Enrico Viarisio (un compagno di viaggio dei protagonisti), Silvio Bagnolini (un suonatore girovago).<\/p>\n<p>La trama del film, su soggetto di Piero Tellini e Cezare Zavattini e con la sceneggiatura di Giuseppe Amato, Aldo De benedetti e del stesso regista, con Tellini e Zavattini, \u00e8 piuttosto semplice, quasi elementare.<\/p>\n<p>Un commesso viaggiatore, Paolo Bianchi (interpretato da Gino Cervi), che vive in un casermone della periferia romana con una moglie sgradevole e dei bambini piccoli, si alza presto la mattina per lavoro. Dapprima sale a bordo di un autobus alquanto affollato; poi prende un treno non meno carico di viaggiatori; e, da ultimo, viaggia su una corriera che lo porta in un mondo campestre pacifico e quasi fuori del tempo. Come si \u00e8 detto, specialmente l&#8217;ultima parte del tragitto, e tutta la sequenza centrale del film, sembrano sospesi fra realt\u00e0 e immaginazione, tanto che lo spettatore rimane col dubbio, peraltro irrisolto, se la giornata trascorsa in campagna dal protagonista non sia stata solo un sogno o, magari, un sogno a occhi aperti: tanto \u00e8 forte il contrasto tra le scene iniziali (e quella finale), ambientate in citt\u00e0 e in un contesto fortemente naturalistico, e quelle centrali, caratterizzate da un andamento sereno e fortemente idealizzato.<\/p>\n<p>Ma quel giorno, nel <em>tran tran<\/em> quotidiano dello stanco e disilluso protagonista, arriva l&#8217;imprevisto, sotto forma di una piccola avventura che vede irrompere un soffio di vita e di aria nuova nella sua grigia e ormai rassegnata esistenza. Sul treno, infatti, conosce una simpatica ragazza di campagna, di nome Maria (Adriana Benetti), dolcissima ma attanagliata dalla preoccupazione. Sta, infatti, tornando al paesello, presso la casa dei suoi, dopo una conclusione amara e fallimentare della sua esperienza cittadina: rimasta incinta e abbandonata, non sa pi\u00f9 come fare e a chi rivolgersi ed \u00e8 sopraffatta dalla vergogna.<\/p>\n<p>Eppure ha conservato una sua innocenza, un suo candore, una sua bont\u00e0 innata, che penetrano attraverso lo schermo iniziale di distacco frapposto dal protagonista e lo commuovono profondamente, finendo per coinvolgerlo. Al punto che, per generosit\u00e0 disinteressata, egli finisce per cedere alle preghiere di lei e si presta a un gioco tenero e gentile: quello di fingersi suo marito, in modo da proteggerla &#8211; almeno in un primo momento &#8211; dalla reazione, prevedibilmente poco entusiasta, sia della famiglia che dei compaesani.<\/p>\n<p>L&#8217;accoglienza al paese di Maria \u00e8 cordiale e festosa; ma il gioco dura poco e finisce come era destino che finisse: messa alle strette, la ragazza \u00e8 costretta a confessare la verit\u00e0; mentre Paolo, imbarazzato e confuso, ammette di essersi prestato a quella commedia, solo per il suo buon cuore. Delusi, amareggiati, sentendosi traditi, i genitori di Maria la vorrebbero scacciare di casa: ma qui entra in gioco, con molta pi\u00f9 convinzione e umanit\u00e0, il finto marito, che riesce nel piccolo miracolo di far cambiare idea a quelle persone e le convince ad accogliere con affetto e comprensione la sfortunata ragazza.<\/p>\n<p>La giornata, ricca di emozioni e di sentimenti delicati e nostalgici, \u00e8 finita: per Paolo \u00e8 giunto il tempo di tornare a casa sua, in citt\u00e0. Non sappiamo fino a che punto egli si fosse calato nella parte e fino a che punto, dopo una iniziale, comprensibile resistenza, si fosse lasciato coinvolgere nel sottile gioco dei sentimenti. Certo deve esservi, in lui, una punta di rimpianto per quella occasione fittizia di rifarsi una nuova vita, di evadere dal suo matrimonio infelice e di ritrovare serenit\u00e0 e giovinezza, accanto alla dolcissima Maria. Ma, in ogni caso, si sforza di non farlo vedere.<\/p>\n<p>Compiuta la sua buona azione in maniera del tutto disinteressata, torna nel traffico e nel rumore della capitale e, appena rientrato in casa, gli giunge la voce sgraziata della moglie che gli dice di mettere a bollire il latte per i bambini. In quel momento, mentre sta versando il latte nel pentolino, la bottiglia gli sfugge di mano; e il film, bruscamente, finisce. Forse Paolo \u00e8 stato colto da un malore; forse si \u00e8 risvegliato, all&#8217;improvviso, dal suo bel sogno ad occhi aperti&#8230;<\/p>\n<p>Secondo Laura, Luisa e Morando Morandini (<em>Il Morandini. Dizionario dei film<\/em>, Bologna, Zanichelli, ed. 2000, p. 1063), il film <em>&quot;\u00e8 garbato e incisivo nella prima parte, un po&#8217; convenzionale e dolciastro nella seconda&quot;<\/em>. Giudizio che non ci sentiamo di sottoscrivere perch\u00e9, a nostro parere, nasce da un totale fraintendimento della struttura narrativa: laddove la seconda parte non \u00e8 che il logico e funzionale sviluppo della prima, dati i presupposti del discorso poetico e umano del regista e dello sceneggiatore.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 equilibrato e pi\u00f9 centrato ci sembra il giudizio di Paolo Mereghetti, (<em>Il Mereghetti<\/em>, Baldini Castoldi Dalai editore, 2004, p. 1889), che scrive:<\/p>\n<p><em>&quot;Citt\u00e0 contro campagna, corruzione contro onest\u00e0: nonostante le apparenze, niente a che vedere con l&#8217;esaltazione ruralista di Mussolini. Qui \u00e8 lo spirito populista di Zavattini (che firma la sceneggiatura con Aldo De Bendetti), Giuseppe Amato e il regista) a prendere il sopravvento sulla regia solitamente &#8216;tirannica&#8217; (ma sempre puntuale) di Blasetti. Del resto, la crisi coniugale e la compromissione amorosa non erano certo temi raditi al regime, soprattutto se introdotti da efficaci squarci di degradazione urbana. Un piccolo rande film che contribu\u00ec a incrinare irreparabilmente gli edificanti ritratti ufficiali, anticipando umori e caratteri che sarebbero emersi compiutamente nel periodo neorealista. Il cast \u00e8 particolarmente ispirato, ma i tecnici non sono da meno: l&#8217;operatore cecoslovacco Vaclav Vich firma la fotografia, Mario Serandrei il montaggio, Virgilio Marchi le scenografie.&quot;<\/em><\/p>\n<p>A conclusione di quanto abbiamo sopra discusso circa il contesto storico e ideologico in cui sboccia questo piccolo, mirabile capolavoro della cinematografia italiana (tanto vivo e tanto attuale da ispirare ancora i pezzi grossi di Hollywood a pi\u00f9 di mezzo secolo di distanza), riportiamo una pagina particolarmente illuminante di Gian Piero Brunetta, tratta da <em>Storia del cinema italiano. Il cinema del regime (1929-1945)<\/em>, vol. II, Roma, Editori Riuniti, pp. 288-289):<\/p>\n<p><em>&quot;I film che precedono<\/em> [si sta parlando de <em>La corona di ferro<\/em>]<em>, ma ancor pi\u00f9 quelli che seguono, mantengono i segni della forte personalit\u00e0 registica di Blasetti, ma segnalano anche l&#8217;esplicito e polemico disimpegno.<\/em> Un&#8217;avventura di Salvator Rosa <em>si ricorda per l&#8217;eleganza formale e il godimento registico nella rappresentazione dell&#8217;avventura,<\/em> La cena delle beffe <em>per l&#8217;erotismo e la capacit\u00e0 di rendere credibile il dramma truculento di Sem Benelli. Infine<\/em> Quattro passi tra le nuvole <em>segna l&#8217;incontro nel 1942 con Cesare Zavattini e, grazie a quest&#8217;opera, viene compiuta un&#8217;ulteriore presa di distanza dalla militanza politica e un riavvicinamento ad una realt\u00e0 di buoni sentimenti, di desideri frustrati, di repressione e di speranza. La satira ai miti del regime \u00e8 in certe parti esplicita (la corriera che parte in ritardo tra le deprecazioni dei viaggiatori abituati a muoversi in un paese in cui uno dei pochi miti fondanti \u00e8 quello dei treni che viaggiano in orario) e il senso dell&#8217;identificazione del regista con il protagonista che scopre, nel suo ritorno alla erra, il valore di cose (il latte, la ricotta, l&#8217;acqua) sensazioni e profumi perduti altrettanto dichiarato: \u00abQuanto tempo era che non passavo una giornata cos\u00ec. Mi pareva di essere tornato bambino\u00bb. Blasetti riesce a cogliere, guidato discretamente da Zavattini (ma Blasetti si lascia sempre guidare, nelle sue esperienze migliori, dal testo e dalle sue esigenze), una sorta di senso di insufficienza di realt\u00e0 nella vita del suo protagonista, un commesso viaggiatore, che incontra una ragazza rimasta incinta e abbandonata e fingendosi suo marito per non creare drammi nella sua famiglia contadina vive una breve ma intensa evasione dallo squallore ripetitivo e grigio della sua esistenza. \u00c8 anche colto, con notevole tempismo, il senso di sfaldamento e di crisi dell&#8217;unit\u00e0 della famiglia patriarcale contadina costruita sul potere assoluto e indiscutibile dell&#8217;uomo. Non \u00e8 quindi per Blasetti un ritorno al ruralismo populista delle sue origine registiche, in quanto non c&#8217;\u00e8 alcuna tesi da difendere, se non quella di elementari diritti umani, quanto piuttosto egli riesce a percepire e a rappresentare, sena giudicarlo e col massimo di partecipazione affettiva, un processo in atto nella societ\u00e0 italiana avviato dall&#8217;urbanizzazione e dall&#8217;abbandono delle campagne da parte dei figli dei contadini.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Dopo <em>Quattro passi tra le nuvole<\/em>, il cinema italiano non \u00e8 stato altrettanto attento a quest&#8217;ultimo aspetto della trasformazione in atto nella societ\u00e0 italiana, ossia l&#8217;inurbamento selvaggio e l&#8217;abbandono della campagna (e della montagna, aggiungiamo noi), ossia all&#8217;ultimo atto dell&#8217;agonia della civilt\u00e0 contadina e patriarcale.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 attenta \u00e8 stata, al riguardo, la letteratura: con le pagine truculente &#8211; ma, a loro modo, anch&#8217;esse &quot;mitiche&quot; &#8211; di Cesare Pavese, specialmente in <em>Paesi tuoi<\/em>; con i ritratti del sottoproletariato urbano di Pier Paolo Pasolini, ma anche con una parte della sua produzione poetica, venata di nostalgia per il mondo rurale friulano che scompare; con <em>Il taglio del bosco<\/em> di Carlo Cassola; con i romanzi di Fernando Camon e, su un livello artistico pi\u00f9 modesto, di Carlo Sgorlon; e con quel piccolo gioiello, pressoch\u00e9 sconosciuto al grande pubblico (ma sul quale ci ripromettiamo di tornare) di Alcide Paolini, <em>Il paese abbandonato.<\/em><\/p>\n<p>Ricordiamo infine che Alessandro Blasetti \u00e8 morto a Roma, sua citt\u00e0 natale, nel 1987.<\/p>\n<p>Personalit\u00e0 artistica vivacissima, fino all&#8217;ultimo aveva continuato a sperimentare nuovi generi, nuovi temi, nuove modalit\u00e0 espressive; per esempio con <em>Roma di notte<\/em>, del 1959 e con <em>Io amo, tu ami&#8230; Antologia universale dell&#8217;amore<\/em>, del 1961, che non sono certo dei capolavori, ma che testimoniano, comunque, una eccezionale vitalit\u00e0 e originalit\u00e0 cinematografica e un senso vivissimo dello spettacolo.<\/p>\n<p>Ci piace concludere riportando un sintetico giudizio su Alessandro Blasetti del <em>Dizionario Bolaffi del cinema italiano<\/em> (edizione 1979, p. 26), di cui desideriamo sottolineare soprattutto la parte elogiativa:<\/p>\n<p><em>&quot;Egli ha sempre cercato il contatto con il grande pubblico, confezionando film di successo senza scadere nel prodotto di mero consumo nella produzione volgare. Naturalmente i suoi film spesso risentono di questa esigenza commerciale e spettacolare, ma il fervore che li anima riscatta pi\u00f9 d&#8217;uno dalla mediocrit\u00e0.&quot;<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Gi\u00f9 il cappello, signori, perch\u00e9 stiamo per parlare di un piccolo capolavoro del cinema italiano di tutti i tempi. Un piccolo capolavoro tanto pi\u00f9 straordinario, se<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30143,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[14,26],"tags":[178],"class_list":["post-28197","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-un-film-al-giorno","category-cinema","tag-italia"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-cinema.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28197","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28197"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28197\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30143"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28197"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28197"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28197"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}