{"id":28171,"date":"2018-11-01T05:01:00","date_gmt":"2018-11-01T05:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/11\/01\/quando-una-societa-deride-se-stessa-e-la-fine\/"},"modified":"2018-11-01T05:01:00","modified_gmt":"2018-11-01T05:01:00","slug":"quando-una-societa-deride-se-stessa-e-la-fine","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/11\/01\/quando-una-societa-deride-se-stessa-e-la-fine\/","title":{"rendered":"Quando una societ\u00e0 deride se stessa, \u00e8 la fine"},"content":{"rendered":"<p>Una societ\u00e0, per sostenersi, ha bisogno di credere in se stessa. \u00c8 quasi una tautologia, eppure giova tenerla a mente, perch\u00e9 ha a che fare con le nostre stesse possibilit\u00e0 di sopravvivenza. Pertanto, quando una societ\u00e0 comincia a non credere in se stessa; quando i suoi membri cominciano a dubitare di tutto; quando alla verit\u00e0 oggettiva subentrano il relativismo e il soggettivismo, e sulle labbra compaiono i sorrisetti ironici, quella societ\u00e0 si pone sul piano inclinato che la condurr\u00e0 verso la fine. Infatti il non prendersi sul serio, ridere di s\u00e9, sbeffeggiare i propri valori, essere ironica verso quanti restano fedeli alle certezze del giorno prima, denota che una societ\u00e0 incomincia a non aver pi\u00f9 fede nel proprio destino, a desiderare inconsciamente il proprio annullamento. E questo tipo di atteggiamento parte sempre dall&#8217;alto, dalle classi superiori, specialmente dalle persone colte: sono loro che, quando una societ\u00e0 incomincia ad ammalarsi, contraggono con pi\u00f9 forza la malattia, e la diffondono ovunque con le parole, gli scritti, la musica, le opere d&#8217;arte, il cinema, eccetera. Diventano gli agenti di diffusione della malattia e danno alla societ\u00e0 la spinta decisiva verso l&#8217;abisso. Le classi colte sono, in genere, le prime ad accogliere un nuovo paradigma; ma sono anche le prime ad abbandonarlo, e non sempre per aprirsi ad uno nuovo, ma anche, talvolta, per affacciarsi sul vuoto e provare l&#8217;ebbrezza del nulla. Le classi dirigenti, quando perdono la bussola, sono quelle che indirizzano la societ\u00e0 verso il nulla e l&#8217;incoraggiano a farla finita con se stessa, anche biologicamente, predicando l&#8217;aborto e la sodomia. Oh, ma lo fanno con molto stile: ci scrivono sopra dei libri, intrattengono delle meravigliose conversazioni. Specialmente a tavola, con lo stomaco pieno, quando, bevendo un amaro e rilassandosi piacevolmente, si lasciano trasportare dal gusto di parlare e, stimolate dal vino, lasciano che i loro pensieri segreti vengano a galla: <em>in vino veritas.<\/em> Come Ivan Karamazov alla fine dei pranzi in casa di suo padre, con il servo Smerdiakov che non perde neanche una parola, gli uomini colti e brillanti parlano, parlano, predicano e pontificano, davanti alle tazzine vuote di caff\u00e8, e godono la deliziosa sensazione di pronunciare il discorso funebre alle proprie esequie, e a quelle dell&#8217;intera societ\u00e0.<\/p>\n<p>Questo fenomeno \u00e8 stato particolarmente evidente nel corso del Settecento, dal principio del secolo fino allo scoppio della Rivoluzione francese. I cosiddetti <em>philopsophes<\/em> erano questi signori annoiati e insoddisfatti, irrequieti e viziati, i quali, pur godendo di uno statuto sociale invidiabile, si sentivamo frustrati e sognavano mondi migliori, nei quali l&#8217;intera umanit\u00e0 si sarebbe rigenerata grazie ai lumi della ragione, da essi modestamente indicati. La ragione, per\u00f2, era in fondo un pretesto: quel che desideravano ardentemente era fare sfoggio di eloquenza, ammazzare la noia con dei discorsi arguti, per mezzo dei quali richiamare l&#8217;attenzione ed essere ammirati. Volevano piacere, e per piacere erano disposti ad adulare il &quot;popolo&quot;: a dire che l&#8217;uomo \u00e8 buono, ma la societ\u00e0 lo rende cattivo; a insegnare che gli uomini, se lasciati liberi di fare quel che vogliono, cercano istintivamente il bene; e che lo stesso principio si pu\u00f2 estendere ai popoli. In effetti, non pensavano affatto a una rivoluzione, ma a una qualche forma di rigenerazione dell&#8217;umanit\u00e0 e ponevano a se stessi l&#8217;obiettivo di prepararla, o almeno di favorirla; per intanto, annaffiavano la digestione con del buon vino bianco e parlavano, parlavano, oppure scrivevano, su qualsiasi argomento, con la petulanza di chi sa tutto, anche se dice di non sapere niente, e di chi vuol rifare ogni cosa, anche se affetta modestia e moderazione. Ma pi\u00f9 di tutto volevano essere brillanti e alla moda: e la moda \u00e8 la legge del continuo cambiamento. Cos\u00ec, chiacchierando e filosofeggiando &#8212; ma una filosofia in pillole adatte alle signore col ventaglio e ai signori dal parrucchino incipriato, lanciavano i loro strali contro tutto e tutti, sorridevano e facevano sorridere, non risparmiavano nulla e nessuno, n\u00e9 la religione, n\u00e9 la monarchia, n\u00e9 la societ\u00e0, n\u00e9 le istituzioni, e su ogni cosa trovavano da ridire, da ironizzare, da celiare, e nulla prendevano seriamente, perch\u00e9 in fondo non credevano in nulla, anche se amavano raccontare a se stessi e agli altri di amare l&#8217;umanit\u00e0.<\/p>\n<p>Scriveva lo storico Pierre Gaxotte nel suo classico <em>La rivoluzione francese<\/em> (titolo originale: <em>La r\u00e9volution fran\u00e7aise, nouvelle \u00e9dition<\/em>, Paris, Fayard, 1970; traduzione di Maria Rosa Zannini, Milano, Mondadori, 1989, pp. 72-74):<\/p>\n<p><em>Ci sono periodi in cui i pericoli e le calamit\u00e0 pubbliche fanno sentire al popolo l&#8217;utilit\u00e0 del potere. Ma, dimenticata la minaccia, riparato il male, questo sentimento scompare. L&#8217;autorit\u00e0, desiderata dopo la Fronda per i suoi aspetti positivi, accolta con entusiasmo nel 1661, aveva gi\u00e0 stancato in francesi nel 1715; nel 1789 venne infine considerata tirannica. La monarchia non era diventata pi\u00f9 opprimente n\u00e9 pi\u00f9 costosa; era semplicemente invecchiata. Il Paese, ormai assuefatto ai suoi servigi, non li notava pi\u00f9. Prendeva per naturali e spontanei un ordine e una tranquillit\u00e0 mantenuti invece con cure continue, e mal sopportava la sottomissione che ne era il prezzo.<\/em><\/p>\n<p><em>Luigi XIV aveva appena chiuso gi occhi che rinacquero i fermenti tra gli avversari naturali del potere reale: i grandi del regno e i corpi privilegiati. Coscienti della propria forza, essi trovavano pi\u00f9 conveniente uno stato semi-anarchico dive potevano risaltare come capi e come poteri indipendenti che un&#8217;autorit\u00e0 unica e forte la quale mantenendo la pace e la giustizia, rendeva inutile il loro patrocinio, toglieva loro clienti e influenza, e li costringeva all&#8217;obbedienza. Liberi dal controllo reale, si gettarono su tutto ci\u00f2 che il regno precedente aveva proibito, e adottarono cin gioia le idee di libert\u00e0 indefinita che cominciavano a circolare apertamente.<\/em><\/p>\n<p><em>Queste idee erano attraenti e parevano innocue. Blandivano le vanit\u00e0, e non sembravano minacciare gli interessi. Che cosa c&#8217;era di pi\u00f9 gradevole, in queste condizioni, di un viaggio nel paese delle nuvole in compagnia di una guida brillante e colta?<\/em><\/p>\n<p><em>Nella festa scintillante che l&#8217;alta societ\u00e0 si permetteva, la conversazione era il punto principale, e senza filosofia la conversazione sarebbe stata ben scialba. Essa vi aggiungeva il suo sale, la sua ironia, i suoi paradossi, i suoi pungoli, le sue audacie, le sue empiet\u00e0. &quot;Non c&#8217;\u00e8 colazione o cena dove essa non trovi il suo posto&quot; dice Taine. &quot;Si \u00e8 a tavola in mezzo a un lusso delicato, tra donne sorridenti e agghindate, con uomini colti e gradevoli, in una societ\u00e0 scelta dove l&#8217;intelligenza \u00e8 pronta e l&#8217;intesa \u00e8 sicura. Gi\u00e0 alla seconda portata, la &quot;verve&quot; esplode, le arguzie scoppiettano, gli spiriti sfavillano, Come trattenersi, al &quot;dessert&quot;, dallo scambiarsi battute di spirito anche sulle cose pi\u00f9 gravi? Verso il caff\u00e8, arriva la questione dell&#8217;immortalit\u00e0 dell&#8217;anima e dell&#8217;esistenza di Dio. Per poter immaginare questa conversazione ardita e affascinante, dobbiamo prendere le corrispondenze, i trattatelli e i dialoghi di Diderot e di Voltaire, quanto ci sia di pi\u00f9 vivo, di pi\u00f9 fine, di pi\u00f9 stimolante e di pi\u00f9 profondo nella letteratura del secolo; e questi sono solo i residui, le ceneri spente. Tutta questa filosofia scritta \u00e8 stata detta, ed \u00e8 stata detta con l&#8217;accento, il trasporto e l&#8217;inimitabile spontaneit\u00e0 dell&#8217;improvvisazione, con i gesti e l&#8217;espressione mobile della malizia e dell&#8217;entusiasmo. Oggi, fredda e muta, ci trascina e seduce ancora; com&#8217;era quando usciva viva e vibrante dalla bocca di Voltaire e di Diderot?&#8230;&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>Nel Seicento gli scrittori erano stati trattati col massimo rispetto alla corte e a Parigi. Ma non si attribuiva loro una missione da svolgere: le lettere non erano che un nobile svago dove lo spirito si allietava in libert\u00e0, senz&#8217;altro desiderio che di piacere al pubblico gareggiando con gli eterni modelli lasciati dagli antichi. Nel Settecento, alla letteratura disimpegnata subentra quella di lotta, ambiziosa ed aggressiva. Gli scrittori diventano riformatori di professione, ma nel loro nuovo ruolo godono ancora del rispetto e dell&#8217;ammirazione che avevano circondato i loro predecessori. Ospiti contesi e re dei salotti adulati oltre ogni possibile immaginazione, sono i direttori spirituali dell&#8217;aristocrazia elegante. Mille testoline incipriate si inebriano delle teorie che le faranno rotolare nel paniere di Sansone<\/em>.<\/p>\n<p>La nostra societ\u00e0 odierna somiglia molto a quella europea, e specialmente francese, del Settecento. Le classi dirigenti hanno spostato il centro dei loro interessi dall&#8217;impresa alle banche: non investono denaro nella produzione di beni reali, ma lo affidano ai loro consulenti finanziari, oppure offrono servizi e vivono di rendita, in fondo annoiandosi. Gli intellettuali usciti da essa, che esercitano il monopolio sulla cultura, ne riflettono la mentalit\u00e0 egoista, parassitaria, oziosa; il loro passatempo preferito \u00e8 dir male del mondo in cui viviamo, profetizzare sciagure oppure prendere a bersaglio i difetti della famiglia, le colpe della patria e l&#8217;inconsistenza di Dio. Oggi parlare male del futuro \u00e8 quasi un obbligo, anche perch\u00e9 fornisce l&#8217;alibi per non fare figli, per non prendersi le responsabilit\u00e0 dell&#8217;essere genitori; in compenso, incoraggia e giustifica tutto ci\u00f2 che \u00e8 anormale, patologico, schermandosi dietro la nobile facciata di una difesa dei diritti delle minoranze e di una doverosa &quot;battaglia di civilt\u00e0&quot; per far capire al volgo che, in fondo, &quot;siamo tutti diversi&quot; (anche se il fine cui mira la cultura politicamente corretta \u00e8 omologare al massimo).<\/p>\n<p>Questa involuzione \u00e8 cominciata con l&#8217;inizio della modernit\u00e0 stessa. Il primo romanzo moderno, <em>Gargantua e Pantagruel<\/em> di Fran\u00e7ois Rabelais, \u00e8 del 1542, e si riassume in un&#8217;unica, colossale, mostruosa risata; almeno fosse una risata sana e piena di buonumore, invece ha qualcosa di orrido, di grottesco. Il secondo romanzo moderno, <em>Don Chisciotte<\/em> di Miguel de Cervantes Saavedra, pubblicato in due parti, nel 1605 e nel 1615, suscita il riso dei lettori, anche se il protagonista, il Cavaliere dalla Trista Figura, \u00e8 tutt&#8217;altro che comico, semmai tragico. Anche nelle commedie di Shakespeare si ride molto, ma raramente con autentica allegria; piuttosto si deride qualcuno o qualcosa, il che \u00e8 diverso, cos\u00ec come don Chisciotte non \u00e8 ridicolo, eppure \u00e8 oggetto di derisione da parte degli altri. La regina delle fate, Titania, che s&#8217;innamora di un povero sciocco dalla testa d&#8217;asino, nel <em>Sogno di una notte di mezza estate<\/em>, offre di s\u00e9 uno spettacolo ridicolo, che \u00e8 stato architettato dal geloso re Oberon, il quale per\u00f2 se ne stanca; anche nello spiritello Puck, vi \u00e8 una malizia carica di derisione verso gli esseri umani, e lo stesso vale per l&#8217;altro spiritello, Ariel, ne <em>La tempesta<\/em>, del 1616, che \u00e8 quasi il testamento spirituale di Shakespeare. Cos\u00ec, fin dal suo sorgere, la modernit\u00e0 sembra intenta a deridere se stessa; e si pensi ad Orlando che si degrada nella pazzia, nel capolavoro di Ariosto; per non parlare dei cavalieri, degradati a eroi comici, ne la <em>Secchia rapita<\/em> di Tassoni. Gli intellettuali del XVIII secolo provano uno speciale compiacimento nel farsi beffe di quella trista genia che \u00e8 l&#8217;umanit\u00e0: dai <em>Viaggi di Gulliver<\/em> di Swift al <em>Candido<\/em> di Voltaire, pare che agli uomini non resti che il disprezzo e la commiserazione un po&#8217; schifata da parte degli scrittori. Quanto ai filosofi, dopo Hume \u00e8 difficile parlare ancora di certezze, se non in negativo (ed ecco Montale: <em>codesto solo oggi possiamo dirti: ci\u00f2 che non siamo, ci\u00f2 che non vogliamo<\/em>); impossibile anche solo nominare la verit\u00e0, che sembra esser divenuta una parolaccia. Col Romanticismo questi atteggiamenti si inaspriscono, perdono perfino lo smalto della facezia brillante, del motto di spirito, che avevano caratterizzato i <em>philosophes<\/em> parigini, e assumono una cupezza funerea, bene espressa da Leopardi e dai suoi prosecutori, fino a Montale e oltre. Oggi abbiano i nostri Voltaire, nella persona di scrittori come Umberto Eco; e i nostri Diderot rappresentati da autori come Alberto Moravia (usi entrambi, questi ultimi, a posare a filosofi per mezzo del romanzo pornografico) e i nostri enciclopedisti, che sono i membri del CICAP: come quelli, si sono votati al compito d&#8217;illuminare l&#8217;umanit\u00e0, distruggendo superstizioni e dissipando errori. I surrealisti e gli esponenti di altre avanguardie si son divertiti a giocare su tutte le varianti del non senso e della derisione come strumento di denuncia e demistificazione, dicono loro, o di compiaciuto nichilismo, secondo noi. Non \u00e8 nichilismo puro un romanzo come <em>Quer pasticciaccio brutto de via Merulana<\/em>? Ed \u00e8 anche una scusa per deridere la seriet\u00e0 della vita.<\/p>../../../../n_3Cp>L&#8217;acme della derisione e dello sberleffo si \u00e8 registrato nel &#8217;68, ma se allora gli intellettuali si compiacevano di giocare alla rivoluzione, fomentando i giovani, oggi che i furori rivoluzionari sono sbolliti, il vezzo di deridere ogni cosa seria non \u00e8 passato affatto. Curiosamente, esso si lega a una seriet\u00e0 quasi sacerdotale che questi signori indossano nell&#8217;esercizio delle loro funzioni, come un paramento liturgico: avete notato con quanta seriet\u00e0 e compunzione pontificano sull&#8217;universo mondo gli odierni <em>ma\u00eetres-\u00e0-penser<\/em>, dal filosofo di moda con la barba tinta all&#8217;ultima stella del rock o vincitrice di un concorso di bellezza, con entrambe le gambe o anche una sola? La loro &quot;filosofia&quot; \u00e8 un singolare impasto di libertinismo e filantropia, solidariet\u00e0 e ultraindividualismo, saccenteria sfrontata e finto candore moralistico. Gli uomini, secondo loro, son tutti buoni e belli, soprattutto se stranieri e <em>diversi<\/em>: per le persone normali, le famiglie normali, per la propria identit\u00e0 e civilt\u00e0 non hanno altrettanto entusiasmo; anzi, a dirla tutta, si direbbe che facciano loro ribrezzo. Come i nobili <em>illuminati<\/em> del Settecento, corteggiano entusiasticamente quelle stesse forze che li spazzeranno via&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una societ\u00e0, per sostenersi, ha bisogno di credere in se stessa. \u00c8 quasi una tautologia, eppure giova tenerla a mente, perch\u00e9 ha a che fare con<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30184,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[10],"tags":[233],"class_list":["post-28171","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-contemporanea","tag-rivoluzione-francese"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-contemporanea.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28171","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28171"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28171\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30184"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28171"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28171"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28171"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}