{"id":28155,"date":"2020-09-03T02:26:00","date_gmt":"2020-09-03T02:26:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/09\/03\/quando-il-conflitto-e-necessario-e-quando-non-lo-e\/"},"modified":"2020-09-03T02:26:00","modified_gmt":"2020-09-03T02:26:00","slug":"quando-il-conflitto-e-necessario-e-quando-non-lo-e","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/09\/03\/quando-il-conflitto-e-necessario-e-quando-non-lo-e\/","title":{"rendered":"Quando il conflitto \u00e8 necessario, e quando non lo \u00e8?"},"content":{"rendered":"<p>Ancora sul conflitto. Nel precedente articolo ne abbiamo parlato in termini generali, limitandoci ad osservare che esso non solo \u00e8 necessario, ma pu\u00f2 sortire benefici effetti, ovviamente se vi corrisponde un adeguato livello di consapevolezza. Ora \u00e8 tempo di vedere se e quando esso si presenta come una giusta necessit\u00e0, che non pu\u00f2 essere ulteriormente elusa, pena il determinarsi di un male pi\u00f9 grande di quello che esisteva anteriormente ad esso. All&#8217;atto pratico, infatti, ma anche sul piano della consapevolezza, la cosa pi\u00f9 importante \u00e8 sapere quando il conflitto \u00e8 necessario, e dunque a suo modo utile, e quando invece non lo \u00e8. Dal punto di vista delle sue manifestazioni e dei suoi scopi, il confitto pu\u00f2 essere maligno o liberatorio. \u00c8 maligno quando una delle due parti, o non di rado entrambe, hanno di mira essenzialmente il male della controparte: si pongono cio\u00e8 quale obiettivo, magari in maniera subconscia, non tanto il raggiungimento di un obiettivo definito e utile per se stessi, quando quello di infliggere il maggior danno e il maggior dolore possibile all&#8217;altro. Questo \u00e8 particolarmente evidente in certe cause di divorzio, nelle quali la divisione dei beni e l&#8217;affidamento dei figli diventano dei meri pretesti per menare sciabolate all&#8217;impazzata e infliggere ferite, sino a vederne sprizzare il sangue. Inutile dire che un confitto maligno \u00e8 sempre e solo distruttivo e, anche se si conclude cin la netta vittoria di chi lo ha intrapreso, non solo non stabilisce le condizioni per una pace futura, ma non reca nemmeno la sperata soddisfazione al vincitore: perch\u00e9 una vittoria di quel tipo ha sempre e comunque un gusto amarissimo, che lascia l&#8217;anima pi\u00f9 assetata e insoddisfatta di prima. Viceversa, un conflitto \u00e8 liberatorio quando reca effettivamente sollievo e quando ristabilisce le condizioni per una vita pi\u00f9 serena, se non ad entrambe le parti, almeno a una di esse. Notiamo, di passaggio, che non sempre chi scatena materialmente un conflitto \u00e8 colui che realmente aggredisce; a volte il conflitto viene preparato lungamente e silenziosamente da un&#8217;aggressione muta, fatta di silenzi e di tacito disprezzo, per cui, alla fine, quello dei due che perde le staffe e va all&#8217;attacco potrebbe anche essere, a ben guardare, colui che ha sopportato di pi\u00f9 e che ha subito il torto pi\u00f9 grande e adesso, mediante l&#8217;attacco vorrebbe in realt\u00e0 soltanto difendersi, ossia allontanare una minaccia costante e insopportabile gravante sul suo equilibrio esistenziale, sulla stima di se stesso, sulla speranza di un futuro ragionevolmente pacifico e sereno. In ogni caso, se un conflitto \u00e8 stato utile e necessario, lo si pu\u00f2 giudicare soprattutto in base ai risultati: perch\u00e9 se una persona (l&#8217;ideale sarebbe entrambi gli attori del conflitto: ma l&#8217;ideale non \u00e8 quasi mai di questo mondo), pur non essendo risultata vincitrice sul piano materiale, ha conquistato per\u00f2 una maggiore consapevolezza di s\u00e9, un pi\u00f9 elevato livello di autostima, e rimesso in circolazione le sue energie positive, che giacevano intorpidite e come anchilosate, allora si pu\u00f2 dire che per lei quel conflitto \u00e8 stato liberatorio, e quindi valutarlo in senso nettamente positivo. La libert\u00e0, la pace e la giusta coscienza di s\u00e9 hanno un prezzo: nessuno ce le regala, dobbiamo conquistarle e talvolta, per farlo, \u00e8 necessario combattere duramente.<\/p>\n<p>\u00c8 chiaro, d&#8217;altra parte, che non \u00e8 cosa utile, n\u00e9 saggia, scatenare un conflitto ad ogni minima occasione, sfruttando anche il pi\u00f9 piccolo pretesto per affermare il proprio buon diritto; nella maggior parte dei casi in cui vi \u00e8 un confitto potenziale, al contrario, \u00e8 cosa saggia e utile lasciar correre, andare per le perse e accontentarsi di una qualche forma accettabile di compromesso. Esiste ad ogni modo un criterio pressoch\u00e9 infallibile per capire se e quando vi sono valide ragioni per trasformare un conflitto potenziale on uno esplicito, ossia se e quando le tensioni latente richiedono un chiarimento risolutivo &#8212; perch\u00e9 questo e non altro \u00e8 il conflitto: un chiarimento onesto e definitivo di una situazione ambigua, compromissoria e non pi\u00f9 tollerabile. Il criterio \u00e8 questo: valutare se il conflitto che sta per manifestarsi \u00e8 originato dall&#8217;ego, oppure da ragioni etiche. Se \u00e8 originato dall&#8217;ego, sar\u00e0 certamente un confitto inutile, e molto probabilmente anche distruttivo: perch\u00e9 l&#8217;ego brama insaziabilmente qualcosa, a ragione o a torto, <em>e dopo il pasto ha pi\u00f9 fame che pria<\/em>, cio\u00e8 non giunge mai alla soddisfazione e alla gratificazione, in quanto la persona che ne \u00e8 dominata crede di risolvere i suoi problemi attraverso lo scontro con gli altri, mentre il disagio giace nelle sue pieghe pi\u00f9 profonde, ed \u00e8 proprio l\u00ec che essa non ha i il coraggio di guardare, e dunque per quanto faccia, e contenda, magari con il mondo intero, non riuscir\u00e0 mai a trovare un reale sollievo all&#8217;inquietudine e alla frustrazione che la divorano. Ora, un conflitto innescato dall&#8217;ego non ha <em>mai<\/em> delle motivazione etiche: perci\u00f2, se lo abbiamo riconosciuto per quel che realmente \u00e8, possiamo trattenerci dall&#8217;innescarlo, nella misura in cui ci\u00f2 dipende da noi, perch\u00e9 qualunque sia la posta in gioco, difficilmente ne sar\u00e0 valsa la pena, mettendo sulla bilancia il pro e il contro, il guadagno e le perdite. Attenzione: non stiamo dicendo che un confitto generato dall&#8217;ego sia sempre e comunque un conflitto sbagliato e moralmente illecito; al contrario, \u00e8 probabile che in molti casi esso sia perfettamente legittimo, e che come tale verrebbe riconosciuto anche in sede giudiziaria. Eppure, l&#8217;ego \u00e8 sempre un pessimo consigliere. Anche quando ammanta le sue ragioni con la bandiera di qualche nobile causa, a cominciare dalla giustizia, in realt\u00e0 esso punta alla gratificazione di se stesso: il che \u00e8 inutile e distruttivo, per le ragioni che abbiamo esposto prima. Poniamo, ad esempio, che io voglia entrare in conflitto con mio padre, per la ragione che ha regalato un&#8217;automobile nuova a mio fratello, o perch\u00e9 gli ha regalato la casa dei nonni, senza dare a me niente di niente. Certo, la sua \u00e8 stata una decisione discutibile, e probabilmente ingiusta: ma quel che mi brucia, anche se mi piace parlare di senso della giustizia offeso, \u00e8 lo smacco subito dal mio ego. Dunque mio fratello si meritava quel dono pi\u00f9 di me? Dunque nostro padre ama lui pi\u00f9 di me, e in ogni caso lo ritiene pi\u00f9 meritevole d&#8217;un riconoscimento? Devo perci\u00f2 concludere che mio fratello \u00e8 pi\u00f9 amabile e meritevole di me, e che il giudice pi\u00f9 naturale in un simile confronto, nostro padre, ha riconosciuto che lui \u00e8 migliore di me? Ecco l&#8217;ego che parte all&#8217;attacco: non \u00e8 disposto a perdonare una simile offesa, non riesce a perdonarla. Come sempre avviene, non sa isolare l&#8217;episodio e circoscriverlo nei suoi termini effettivi: non riflette che quel gesto \u00e8 forse in relazione con una circostanza precisa, ad esempio che mio fratello, durante l&#8217;ultima malattia del pap\u00e0, \u00e8 stato effettivamente pi\u00f9 presente di me, pi\u00f9 disponibile, pi\u00f9 premuroso. No: l&#8217;ego ferito reclama vendetta e si sente svalutato <em>in toto<\/em>, pensa che il gesto del pap\u00e0 abbia un significato complessivo, totalizzante, e che equivalga a un giudizio di valore su tutta la mia persona e su tutta la mia vita. Il che potrebbe anche non essere vero; ma che importa, all&#8217;ego? Lui non vuole ragionare, non vuole riportare un singolo episodio alle sue reali proporzioni: al contrario, lui vuole ingigantire il fatto per poter lamentare un&#8217;offesa bruciante, imperdonabile. In effetti, quel che vuole \u00e8 un pretesto per rompere i ponti con mio padre, e un pretesto che abbia le apparenze di una buona causa, tale che anche gli altri la riconoscerebbero come legittima. Non stiamo dicendo neppure che perdonare il gesto di mio pap\u00e0 sia cosa di per s\u00e9 facile e naturale, e che una certa sofferenza, una certa amarezza, una certa delusione, non siano sentimenti comprensibili. Stiamo dicendo che una persona matura dovrebbe saper mettere sul piatto della bilancia tutti gli elementi in gioco, a partire dal sentimento che io ho sempre provato per mio padre, ovviamente giudicandolo con onest\u00e0 e con sincerit\u00e0, cos\u00ec come quello che lui, fino a quello spiacevole episodio, ha manifestato nei miei confronti. Se si tratta, da ambo le parti, di sentimenti buoni e amorevoli, vale davvero la pena di cancellarli con un tratto di spugna, rompendo i rapporti con mio padre e, magari, rovesciandogli addosso amare parole di rimostranza, che forse mi pentir\u00f2 di avergli detto quando non ci sar\u00e0 pi\u00f9, e rifiutare ogni ulteriore contatto, e vivere come se lo avessi ripudiato? Che io sia rimasto male, che sia rimasto contrariato, che mi sia sentito offeso per la decisione del pap\u00e0, \u00e8 comprensibile; ma lo \u00e8 anche il fatto di trasformare questo spiacevole episodio, forse dovuto a una diminuita lucidit\u00e0 intellettuale, forse ai cattivi consigli di una terza persona, in un vero e proprio <em>casus belli<\/em>? E pi\u00f9 in generale: \u00e8 per questo che si viene al modo? Per litigare, per contendere, per calpestare il quarto Comandamento, alla prima occasione o al primo pretesto? Vale la pena di fari queste domande, ogni tanto; specialmente allorch\u00e9 siamo alle prese con il dubbio se scatenare un conflitto oppure no. Soprattutto quando esso riguarda delle persone a noi care.<\/p>../../../../n_3Cp>Uno scrittore che non pretendeva di certo d&#8217;essere anche un filosofo, Robert Michael Ballantyne (Edimburgo, 24 aprile 1825-Roma, 8 febbraio 1894), anzi divenuto famoso, ai suoi tempi, per i suoi romanzi d&#8217;avventura rivolti alla giovent\u00f9, ha saputo cogliere l&#8217;essenza del viaggio della vita e riassumerlo in queste brevi riflessioni, poste a conclusione del suo romanzo pi\u00f9 famoso, <em>L&#8217;isola di corallo. Avventura nell&#8217;Oceano Pacifico<\/em>, del 1857 (titolo originale: <em>Coral Island. A Tale of the Pacific Ocean<\/em>; traduzione dall&#8217;inglese di Luigina Campione, Cinisello Balsamo, Edizioni Paoline, 1966, p. 316):<\/p>\n<p><em>Partire \u00e8 il destino di tutta l&#8217;umanit\u00e0. Il mondo \u00e8 una scena di continui commiati, e le mani che si stringono oggi nel cordiale saluto, sono destinate fra breve ad unirsi, per l&#8217;ultima volta, quando le labbra tremanti pronunciano la parola &quot;Addio&quot;. \u00c8 un pensiero triste; ma dovremmo per questo bandirlo dalla nostra mente? Riflettendo su di esso, non possiamo trarne una lezione degna di essere imparata? Non pu\u00f2, forse, insegnarci a dedicare pi\u00f9 frequentemente e attentamente i nostri pensieri a quel luogo, dove ci incontreremo per non lasciarci mai pi\u00f9?<\/em><\/p>\n<p><em>Quante volte in questo mondo partiamo con un semplice &quot;Arrivederci&quot; da persone che non rivedremo mai! Spesso davvero penso, nelle riflessioni sui questo argomento, che se ci rendessimo pi\u00f9 pienamente conto della brevit\u00e0 del fugace incontro che abbiamo in questo mondo con molti nostri simili, tenteremmo pi\u00f9 seriamente di far loro del bene, di rivolger loro almeno un sorriso amichevole, sia pure di sfuggita (perch\u00e9 il pi\u00f9 lungo incontro sulla terra \u00e8 poco pi\u00f9 di una parola o di un&#8217;occhiata fuggente), e mostrare che proviamo simpatia per loro nella breve, rapida battaglia della vita, con parole e sguardi e azioni.<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 probabile che se riflettessimo che la persona con la quale siamo entrati in conflitto, magari per futili ragioni, per ragioni dettate unicamente dal nostro ego, forse non la rivedremo mai pi\u00f9, perch\u00e9 nessuno \u00e8 padrone dei suoi giorni e nessuno pu\u00f2 sapere cosa la vita riserva a noi e agli altri, saremmo pi\u00f9 prudenti nel prende certe decisioni e nell&#8217;assumere certi atteggiamenti. Se poi si tratta di nostro padre e nostra madre, questa semplice verit\u00e0 acquista uno spessore ulteriore e una risonanza pi\u00f9 profonda: come \u00e8 possibile romper ei ponti con colui e colei che ci hanno generato, e sia pure per dei motivi che, esaminati alla luce della fredda ragione, potrebbero anche darci un&#8217;apparenza di ragione? Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce: questa grande massima di Blaise Pascal dovrebbe sempre essere presenti alla nostra anima, quando stiamo per prendere decisioni irreparabili nella sfera delle nostre relazioni personali.<\/p>\n<p>Diverso \u00e8 il caso dei conflitti che nascono da uno scontro diretto, esplicito e non mediabile, fra il male e il bene, e nei quali l&#8217;ego non ha alcuna parte da svolgere, n\u00e9 alcun ruolo da reclamare; anzi nei quali l&#8217;ego, di solito, vorrebbe solo restarsene quieto e in pace, senza assumersi fastidi non necessari e sacrifici o sofferenze che potrebbero risparmiarsi. In tali casi, il nostro parere \u00e8 che lo scontro diviene non solo utile e necessario, ma assolutamente ineludibile: con quale coscienza potremmo assistere inerti allo spettacolo del male che si scaglia contro l&#8217;innocenza, della perfidia che calunnia la virt\u00f9, della cupidigia che vuole spogliare il prossimo non solo del superfluo, ma anche del necessario? E perch\u00e9 lo scontro, in tali casi, si debba ritenere del tutto ineludibile, non staremo neppure a spiegarlo: se qualcuno non ha mai provato un salutare sdegno trovandosi davanti a situazioni di quel genere, o almeno un cocente rimorso per non essere intervenuto quando avrebbe potuto e dovuto farlo, non lo potr\u00e0 mai capire, anche se glie lo spiegassimo in greco o in latino. Attenzione: ci\u00f2 vale anche nei confronti di noi stessi. L&#8217;innocenza aggredita dalla cattiveria, la virt\u00f9 calunniata dalla perfidia, il necessario sottratto, o minacciato, dall&#8217;avidit\u00e0 di qualche prepotente, potrebbero essere anche i nostri: e noi abbiamo il diritto e il dovere di prendere le difese di noi stessi, almeno quanto lo abbiamo di prendere le difese di qualcun un altro. <em>Ama il prossimo tuo come te stesso<\/em>, dice Ges\u00f9; e non dice: <em>pi\u00f9 di te stesso<\/em>, ma: <em>come te stesso<\/em>. Dunque abbiamo dei doveri anche verso noi stessi, quando si tratta di difendere il bene contro il male. In questo caso, l&#8217;ego non c&#8217;entra per nulla: la somiglianza fra le due situazioni &#8211; un conflitto originato dall&#8217;ego e un altro causato dal nostro senso etico &#8211; se pure, per caso, vi fosse, sarebbe del tutto esteriore e superficiale. Ma noi, nel silenzio della coscienza, sappiamo bene quale delle due poste \u00e8 in gioco e anche quale delle due merita di essere difesa a spada tratta. Anche Dio lo sa: e assai meglio di noi&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ancora sul conflitto. 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