{"id":28108,"date":"2019-06-13T09:12:00","date_gmt":"2019-06-13T09:12:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/06\/13\/qual-e-il-fine-ultimo-delluomo\/"},"modified":"2019-06-13T09:12:00","modified_gmt":"2019-06-13T09:12:00","slug":"qual-e-il-fine-ultimo-delluomo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/06\/13\/qual-e-il-fine-ultimo-delluomo\/","title":{"rendered":"Qual \u00e8 il fine ultimo dell&#8217;uomo?"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;universo \u00e8 ordinato, dunque anche l&#8217;uomo \u00e8 un essere ordinato. Essere ordinati non significa semplicemente possedere una certa simmetria, una certa misura nelle proporzioni, ma significa innanzitutto ed essenzialmente essere diretti ad un fine, e precisamente alla propria perfezione, Vi \u00e8 ordine dove le cose tendono alla loro perfezione: l&#8217;universo \u00e8 ordinato perch\u00e9 tutte le cose create sono finalizzate al raggiungimento della loro perfezione. Ci\u00f2 si vede nelle creature pi\u00f9 piccole: il bruco che diventa farfalla, il seme che diventa pianta, la gemma che diventa fiore, come nelle pi\u00f9 complesse: l&#8217;acqua che diventa nuvola, e la nuvola che torna ad essere acqua, fino alle pi\u00f9 grandi: la stella che diventa polvere stellare e la polvere stellare che diventa nebulosa e la nebuloso che diventa galassia, e poi ancora stella, e cos\u00ec via. Ma se l&#8217;universo \u00e8 ordinato, cio\u00e8 se ha un fine e se quel fine \u00e8 la perfezione, allora anche l&#8217;uomo \u00e8 ordinato, cio\u00e8 anche l&#8217;uomo ha un fine, e quel fine non \u00e8 estrinseco, non \u00e8 casuale, non \u00e8 opinabile, ma \u00e8 uno e uno solo, intrinseco, costitutivo del suo statuto ontologico, e non pu\u00f2 essere che la <em>sua<\/em> perfezione. Ma qual \u00e8 la perfezione dell&#8217;uomo <em>in quanto uomo<\/em>? Evidentemente, non \u00e8 la perfezione della sua natura inferiore; non \u00e8 la soddisfazione dei suoi appetiti, cio\u00e8 il piacere; e neppure la perfezione fisica, perch\u00e9 il suo corpo, per quanto sia eccellente ed ammirevole, e possa ulteriormente essere reso perfetto, \u00e8 destinato a invecchiare e a corrompersi, infine a essere distrutto dalla morte. Dunque la perfezione dell&#8217;uomo in quanto uomo non pu\u00f2 risiedere che nella sfera superiore delle sue facolt\u00e0; e la facolt\u00e0 umana pi\u00f9 alta \u00e8, senza dubbio, l&#8217;intelligenza, intendendo questa parola nel suo senso pi\u00f9 largo, comprendente la memoria, la volont\u00e0 e la sensibilit\u00e0, e non nel senso meschino e ristretto della ragione illuminista, che dell&#8217;intelligenza coglie solo una piccola parte, e non quella essenziale, bens\u00ec quella puramente logico-matematica, nella quale \u00e8 possibile eccellere ed essere dei geni, pur essendo praticamente dei minorati in ogni altro ambito della vita. Ma se l&#8217;intelligenza \u00e8 la facolt\u00e0 pi\u00f9 nobile e alta dell&#8217;essere umano, quella che lo caratterizza in modo assolutamente specifico, nondimeno essa \u00e8 pur sempre una qualit\u00e0 strumentale: non \u00e8 il fine dell&#8217;uomo in se stessa, bens\u00ec lo strumento perch\u00e9 egli possa raggiungere il proprio fine. E qual \u00e8 dunque codesto fine, rispetto al quale l&#8217;intelligenza \u00e8 lo strumento fondamentale per raggiungerlo?<\/p>../../../../n_3Cp>Senza dubbio il fine ultimo dell&#8217;uomo \u00e8 la contemplazione di ci\u00f2 che \u00e8 assolutamente buono e assolutamente perfetto, della perfezione stessa dell&#8217;universo: cio\u00e8 di Dio. In Dio si concentra tutto il bene e tutta la perfezione possibile; Dio \u00e8 il cuore pulsante dell&#8217;universo, la mente che lo pervade, l&#8217;amore che lo vivifica, e senza il quale non sarebbe altro che un insieme di corpi, di stati, di elementi, i quali, sebbene perfetti in se stessi, mancherebbero per\u00f2 di quella perfezione che proviene dall&#8217;avere un fine che indirizza, dirige e incanala tutte le energie di tutti gli esseri esistenti, passati, presenti e futuri, con il loro slancio ed il loro anelito verso la perfezione suprema. Nessuna cosa, infatti, si accontenta di una perfezione relativa, ma ciascuna tende alla perfezione assoluta. L&#8217;albero che trova ostacolata la sorgente della luce, cresce ripiegandosi sul proprio tronco; ma, dopo aver raggiunto la luce del sole, torna ad assumere, per quanto possibile, il suo naturale orientamento verticale. Anche se soffrono per l&#8217;imperfezione della materia, tutte le cose aspirano alla perfezione piena; nessuna si accontenta di una perfezione di grado minore, finch\u00e9 possiede in se stessa forza ed energia vitale. Dopo un volo di migliaia di chilometri, l&#8217;uccello migratore finalmente si ferma per accoppiarsi e per nidificare, non nella prima terra che incontra dopo centinaia di chilometri di mare aperto, ma cerca proprio l&#8217;isoletta nella quale ha nidificato l&#8217;anno passato, quella e non altra, quella fra tutte le altre. Ogni creature tende alla perfezione, cio\u00e8 tende a realizzare in se stessa il massimo fine che le \u00e8 consentito dalla propria natura, L&#8217;uomo tende alla massima sapienza, perch\u00e9 il massimo fine che gli \u00e8 consentito dipende dalla sua intelligenza; e la sapienza suprema consiste nel vedere, contemplare, adorare Dio, fonte di tutte le perfezioni.<\/p>\n<p>Citiamo in proposito una pagina chiarificatrice della storica della filosofia Sofia Vanni Rovighi (San Lazzaro di Savena, Bologna, 28 settembre 1908-Bologna, 10 giugno 1990), docente alla Cattolica di Milano dal 1951 al 1978, grande studiosa di san Tommaso d&#8217;Aquino, nella monografia <em>Introduzione a Tommaso d&#8217;Aquino<\/em>, Bari, Laterza, 1973, 1981, pp. 113-116):<\/p>\n<p><em>Il fine ultimo dell&#8217;uomo \u00e8 l&#8217;attuazione di quello che, creandolo, Dio vuole che egli sia. &quot;Ora il fine ultimo dell&#8217;uomo, e di ogni sostanza intellettuale, si chiama FELICIT\u00c0 o BEATITUDINE (Contra Gent, 25). E qui vorrei sottolineare due punti: 1) la volont\u00e0 che assegna il fine dell&#8217;uomo non \u00e8 una volont\u00e0 che sopraggiunge a una realt\u00e0 gi\u00e0 esistente per piegarla qui o l\u00e0, ma \u00e8 la stessa volont\u00e0 che fa essere l&#8217;uomo; e occorre qui ricordare che &quot;Deus qui est insti tutor naturae non subtrahit rebus id quod est proprium naturis earum&quot; ( Contra Gent, II, 55); 2) la beatitudine, nel concetto tomistico, \u00e8 un concetto dedotto, non \u00e8 ci\u00f2 che DI FATTO gli uomini desiderano. Un concetto dedotto dal principio che ogni realt\u00e0 ha un fine, un&#8217;idea da realizzare; quindi anche l&#8217;uomo DEVE avere un fine proprio della sua natura, un ideale da realizzare, e questo fine \u00e8 ci\u00f2 a cui spetta il nome di felicit\u00f2 o beatitudine. E poich\u00e9 il concetto di beatitudine un concetto dedotto, bisogna ricavarne la natura dai caratteri essenziali dell&#8217;uomo e non chiedersi che cosa di fatto gli uomini cerchino. Tommaso concluder\u00e0 che la beatitudine consiste nella contemplazione, poich\u00e9 carattere essenziale dell&#8217;uomo \u00e8 l&#8217;intelligenza (&quot;ratio est potissime hominis natura&quot;): nella contemplazione del sommo intelligibile, Dio. Contemplazione che, data la situazione umana, non pu\u00f2 realizzasi per tutti in modo continuato e adeguato in questa vitae quindi avr\u00e0 luogo in una vita ultra-terrena. A questo proposito Tommaso fa quel rilievo pi\u00f9 volte riportato sulla insufficienza della filosofia e l&#8217;angustia sofferta anche dai pi\u00f9 grandi filosofi nel cercar di determinare il fine ultimo dell&#8217;uomo.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;ideale umano di Tommaso d&#8217;Aquino, si dice ancora spesso, \u00e8 l&#8217;ideale umano dei greci: contemplativo e aristocratico. Contemplativo s\u00ec (ma non dice anche il Vangelo di san Giovanni, XII, 3: &quot;la vita eterna \u00e8 conoscere te, solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Ges\u00f9 Cristo?&quot;), aristocratico in un senso certo molto diverso da quello che aveva per i greci. Anche qui direi che Tommaso \u00e8 molto pi\u00f9 vicino al Vangelo che all&#8217;ideale greco, poich\u00e9 la pi\u00f9 alta contemplazione non \u00e8 secondo lui riservata ai filosofi, ma a tutti coloro che praticano le virt\u00f9 &#8212; la gente pi\u00f9 umile \u00e8, di fronte alla visione beatifica, sullo stesso piano dei sapienti, e l&#8217;essere umile gente aiuta forse pi\u00f9 della sapienza a conquistarsi l&#8217;eterna beatitudine. Se mai si pu\u00f2 parlare di ideale aristocratico, se ne pu\u00f2 parlare nel senso che tutti possono essere promossi ad essere sapienti, ad essere &quot;i migliori&quot;; tutti, anche i ciechi e gli storpi che vagano per le strade &#8212; anzi questi a preferenza di coloro che avrebbero dovuto arrivare per primi &#8212; sono invitati al banchetto nuziale del quale parla la parabola evangelica (Lc XV,16 ss).<\/em><\/p>\n<p><em>Si \u00e8 detto sopra che la beatitudine \u00e8 l&#8217;ideale umano, non essenzialmente il supremo piacere o gioia. Alla domanda, infatti, se la beatitudine consista nel piacere, Tommaso risponde negativamente (Summa, Ia IIae, q 2, art 6). Ma aggiunge poi che la gioia (delectatio) \u00e8 richiesta dalla beatitudine come &#8216;concomitans&#8217; (Ia II ae, q 4, art 1) e spiega questa risposta dicendo che la gioia \u00e8 una propriet\u00e0 che segue la beatitudine, come aver la capacit\u00e0 di ridere \u00e8 il &#8216;proprium accidens&#8217; dell&#8217;uomo (Ia IIae, q 2, art 6) e si accompagna alla beatitudine perch\u00e9 \u00e8 prodotta dalla soddisfazione di una tendenza. Questa non \u00e8 che l&#8217;applicazione della teoria generale sui rapporti fra bene e piacere. Tutte le cose sono finalizzate, sono ordinate a conseguire la loro perfezione. &quot;Ma la differenza fra gli animali e le altre cose naturali \u00e8 che queste quando raggiungono ci\u00f2 che conviene loro naturalmente, non lo sentono, mentre gli animali lo sentono, e da questa sensazione \u00e8 prodotto un moto dell&#8217;anima nella tendenza sensitiva, e questo moto \u00e8 il piacere [delectatio] (Ia IIae, q 31, art 1). Il piacere \u00e8 dunque il senso di una perfezione raggiunta, di un bene conseguito, &quot;ed ha luogo in noi non solo nella tendenza sensitiva, che ci \u00e8 comune con le bestie, ma anche nella tendenza intellettiva, che ci \u00e8 comune con gli angeli&quot; (Ia IIae, q 31, art 4, ad tertium). L&#8217;intensit\u00e0 del piacere dovrebbe essere dunque proporzionale alla perfezione raggiunta se nell&#8217;uomo l&#8217;intelletto fosse intuitivo, come \u00e8 intuitiva la sensibilit\u00e0; ma poich\u00e9 &quot;le attivit\u00e0 dei sensi sono pi\u00f9 percepibili&quot; (Ia IIae, q 2, art 6, ad secundum), poich\u00e9 &quot;gli oggetti sensibili sono pi\u00f9 noti per noi degli oggetti intelligibili&quot;, accade che il piacere sensibile sia pi\u00f9 forte di quello intellettuale (Ia IIae, q 31, art 5) anche se \u00e8 il senso del raggiungimento di un bene inferiore a quello che \u00e8 il bene morale dell&#8217;uomo, bene che \u00e8 dato essenzialmente dall&#8217;esercizio della virt\u00f9. L&#8217;ideale umano, anche se non sempre realizzabile in questa vita, non \u00e8 quello del sacrificio, ma quello dell&#8217;armonia fra passione sensibile e volont\u00e0 morale: &quot;alla perfezione del bene morale contribuisce il fatto che l&#8217;uomo tenda al bene non solo con la volont\u00e0, ma anche con la tendenza sensitiva&quot;, e la passione dell&#8217;anima, consonante con la tendenza al bene e consentita dalla volont\u00e0, &quot;aggiunge qualcosa alla bont\u00e0 dell&#8217;azione&quot; (Ia IIae, q 24, art 3, ad primum).<\/em><\/p>\n<p>Vi \u00e8, quindi, il pieno rispetto della legge generale: <em>quid quid recipitur, ad modum recipientis recipitur<\/em>: ci\u00f2 che viene ricevuto in un soggetto, viene ricevuto secondo la capacit\u00e0 che \u00e8 propria di quel soggetto. Pertanto ogni cosa tende alla perfezione, cio\u00e8 al proprio bene, ma altro \u00e8 il modo in cui vi tende l&#8217;uomo, essere razionale, e altro \u00e8 il modo in cui vi tendono le creature irrazionali. Per l&#8217;uomo, la perfezione consiste nel contemplare Dio, perch\u00e9 Dio \u00e8 l&#8217;Intelligenza assoluta che muove l&#8217;universo e l&#8217;Amore assoluto che attira a s\u00e9 tutte le cose, come causa finale di ciascuna. L&#8217;uomo, tuttavia, non \u00e8 solo intelligenza; in lui vi sono anche i sensi, e quindi gli appetiti sensibili; ne consegue che l&#8217;uomo \u00e8 capace di godere di quella felicit\u00e0 che proviene sia dall&#8217;intelligenza che dai sensi. A questo punto, e vorremmo spingerci un po&#8217; oltre la riflessione di san Tommaso, bisogna distinguere fra uomo e uomo. Tutti gli uomini sono creature razionali, per\u00f2 alcuni sono pi\u00f9 spirituali, altri sono pi\u00f9 carnali. La distinzione non viene tanto dalla natura: non si tratta di distinguere fra quanti hanno una natura particolarmente grossolana e quanti ne hanno una pi\u00f9 sottile; la distinzione viene dal fatto della venuta di Cristo, dalla sua Passione e Redenzione, e naturalmente da tutto il suo Vangelo, che \u00e8 la Rivelazione definitiva di Dio agli uomini. Secondo il Vangelo e secondo l&#8217;esempio che Ges\u00f9 Cristo ha dato agli uomini, la vita dell&#8217;uomo deve tendere alla realizzazione integrale della volont\u00e0 del Padre celeste; il che ne fa, automaticamente, un essere spirituale, indipendentemente da ci\u00f2 che egli sarebbe &quot;secondo natura&quot;. La visione cristiana non \u00e8 una visone naturalistica, ma spirituale; pertanto, anche l&#8217;antropologia cristiana \u00e8 un&#8217;antropologia spirituale. Un uomo pu\u00f2 avere una natura sensuale e tuttavia, se crede e si converte al Vangelo di Ges\u00f9 Cristo, la sua sensualit\u00e0 si sublima ed egli si spiritualizza; al contrario, un uomo pu\u00f2 avere una natura pi\u00f9 delicata, per\u00f2, se indulge alle umane debolezze e si lascia trascinare dalle passioni disordinate, egli pu\u00f2 scendere al di sotto della propria natura e divenire un uomo carnale, nel senso paolino dell&#8217;espressione. L&#8217;uomo carnale \u00e8 colui che si lascia condurre dall&#8217;amore disordinato di s\u00e9 (disordinato, nel senso di non ordinato al proprio vero fine); l&#8217;uomo spirituale \u00e8 colui che ha chiuso i conti con l&#8217;uomo vecchio che era ed \u00e8 rinato in Cristo, per opera della sua fede e con l&#8217;aiuto soprannaturale della Grazia.<\/p>\n<p>Molto opportunamente san Tommaso d&#8217;Aquino osserva che la contemplazione di Dio, il massimo degli enti intelligibili, non dipende da una eccellenza intellettuale dell&#8217;uomo, ma dalla sua totale disponibilit\u00e0 a farsi piccolo e umile di fronte a un cos\u00ec sublime oggetto. L&#8217;intelligenza di Dio si distingue dall&#8217;intelligenza delle altre cose, e specialmente delle cose umane, perch\u00e9 non \u00e8 di tipo esclusivamente logico, ma comprende l&#8217;intuizione e la sensibilit\u00e0, e premia sommamente la volont\u00e0: che \u00e8, in questo caso, la volont\u00e0 di annullarsi, in quanto facolt\u00e0 umana, affinch\u00e9 l&#8217;uomo possa divenire simile a una cera che Dio possa modellare in totale libert\u00e0. La maggior parte degli uomini, compresi molti credenti, non sono disposti a farsi cera nelle mani di Dio: resistono, perch\u00e9 sono ancora legati al loro piccolo io, ai loro istinti di natura inferiore; se si fossero pienamente convertiti, si affiderebbero totalmente a Lui, certi e convinti di andare incontro non gi\u00e0 a una diminuzione del proprio essere, bens\u00ec al suo massimo potenziamento, che consiste appunto nel conseguimento della beatitudine. La beatitudine \u00e8 lo stato di chi ha compreso l&#8217;inutilit\u00e0 di aggrapparsi al proprio io e la necessit\u00e0 di abbandonarsi totalmente a Dio. In questo senso, un umile contadino o una donna ignorante possono sorpassare, e di molto, fior di filosofi e di teologi; i quali, con tutta la loro scienza (che \u00e8 pur sempre umana) tendono a inorgoglirsi e con ci\u00f2 stesso creano una barriera, una intercapedine fra s\u00e9 e Dio, il quale non vuole gli uomini a met\u00e0, li vuole tutti, senza condizioni, per poter fare di essi ci\u00f2 che Lui vuole, ossia ci\u00f2 che devono essere. Il fine dell&#8217;uomo, infatti, \u00e8 contemplare Dio: ma questo fine non sgorga solamente dalla riflessione razionale, \u00e8 il fine che Dio stesso ha stabilito per loro, per l&#8217;umanit\u00e0 in generale e per ogni singolo individuo in particolare. Sia l&#8217;intelligenza logica, sia la cultura possono facilmente divenire fattori di orgoglio e presunzione; il professore che ha letto molti libri, l&#8217;intellettuale che ha molto ragionato, possono facilmente lasciarsi prendere al laccio dal diavolo proprio mediante il loro sapere e il loro comprendere, se non esercitano una costante sorveglianza su se stessi, al fine di non lasciarsi sopraffare da un senso di orgoglio. Per l&#8217;intelligenza e la cultura avviene la stessa cosa che per la bellezza: sono dei grandi doni e offrono immense possibilit\u00e0, ma sono anche fonte di gravi pericoli, se l&#8217;anima non \u00e8 sufficientemente equilibrata e se la volont\u00e0 non esercita la sua signoria su di esse, sempre con l&#8217;assistenza e la guida della Grazia divina, senza la quale ogni ricchezza \u00e8 inutile e ogni capacit\u00e0 diventa vana o si ritorce contro chi la possiede.<\/p>\n<p>Non \u00e8 stato certo per caso, o per mero esercizio retorico, che Ges\u00f9 Cristo, un giorno, ha esultato in se stesso, esclamando a voce alta (<em>Matteo<\/em>, 11, 25-27): <em>Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perch\u00e9 hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.\u00a0S\u00ec, o Padre, perch\u00e9 cos\u00ec \u00e8 piaciuto a te.\u00a0Tutto mi \u00e8 stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;universo \u00e8 ordinato, dunque anche l&#8217;uomo \u00e8 un essere ordinato. 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