{"id":28091,"date":"2022-11-03T03:21:00","date_gmt":"2022-11-03T03:21:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/11\/03\/psicanalizzare-kierkegaard-per-neutralizzarlo\/"},"modified":"2022-11-03T03:21:00","modified_gmt":"2022-11-03T03:21:00","slug":"psicanalizzare-kierkegaard-per-neutralizzarlo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/11\/03\/psicanalizzare-kierkegaard-per-neutralizzarlo\/","title":{"rendered":"Psicanalizzare Kierkegaard per neutralizzarlo"},"content":{"rendered":"<p>Kierkegaard, a quasi due secoli di distanza, d\u00e0 ancora fastidio.<\/p>\n<p>Ai progressisti, naturalmente.<\/p>\n<p>D\u00e0 fastidio un primo luogo perch\u00e9 \u00e8 antihegeliano: il pi\u00f9 sottile, il pi\u00f9 agguerrito, il pi\u00f9 implacabile (perfino pi\u00f9 di Schopenhauer, il che \u00e8 tutto dire) degli antihegeliani;.<\/p>\n<p>Poi perch\u00e9 \u00e8 un pensatore dalla forte connotazione religiosa, un cristiano risoluto e senza ripensamenti, incongruo nel secolo del dubbio metafisico.<\/p>\n<p>E poi ancora perch\u00e9 come cristiano \u00e8 nemicissimo di tutti gli annacquamenti della fede, dunque di ogni forma e variante del cristianesimo liberale.<\/p>\n<p>E se tutto ci\u00f2 non bastasse ancora, perch\u00e9 detesta le masse, la retorica delle masse, la democrazia e i suoi riti, il suo conformismo sterile e il suo strumento di potere pi\u00f9 spietato e capillare, la stampa: odia i giornali, &quot;le gazzette&quot;, come lui le chiama; e ne \u00e8 caldamente ricambiato, tanto da subire una lunga e accanita persecuzione da parte del settimanale satirico <em>Il Corsaro<\/em> dell&#8217;ebreo Me\u00efr Aron Schmidt, che usc\u00ec con parecchi numeri facendone la crudele caricatura.<\/p>\n<p>Per finire, e per buona misura, Kierkegaard detesta i filosofi e soprattutto i professori di filosofia, e ci\u00f2 quando tutti i giovami d&#8217;Europa correvano ad ascoltare in adorazione le lezioni del professor Hegel (e poi di Schelling, e prima di Fichte); e personalmente ci tiene a non essere considerato un filosofo.<\/p>\n<p>Un buon esempio dell&#8217;incomprensione e dell&#8217;antipatia mal dissimulata nei suoi confronti da parte della cultura progressista \u00e8 offerto dal capitolo a lui dedicato da Fran\u00e7ois Ch\u00e2telet nella vasta <em>Histoire de la Philosophie<\/em> in otto volumi (Paris, Librairie Hachette, 1972-73) da lui realizzata insieme a numerosi collaboratori.<\/p>\n<p>Ch\u00e2telet (1925-1985) \u00e8 stato, pi\u00f9 che un filosofo, il tipico professore di storia della filosofia, un intellettuale parigino di estrema sinistra (sua moglie No\u00eblle, filosofa lei pure, era la sorella di Lionel Jospin, un socialista che diverr\u00e0 capo di un governo di sinistra dal 1997 al 2002, al tempo della presidenza Chirac): inizialmente trotzkista, poi iscritto al Partito comunista francese e grande animatore, negli anni intorno al &#8217;68, insieme a Michel Foucault e a Gilles Deleuze, della <em>gauche<\/em> intellettuale. Si pu\u00f2 anzi dire che pochi pi\u00f9 di lui abbiano contribuito a &quot;marxistizzare&quot; la giovent\u00f9 universitaria francese, contribuendo all&#8217;instaurazione in tutta Europa di quella cappa di conformismo ultraprogressista, internazionalista e rivoluzionario che ha gravato per decenni, almeno fino alla caduta del Muro di Berlino nel 1989, e in certi Paesi, fra i quali l&#8217;Italia, anche dopo.<\/p>\n<p>Per redigere il capitolo su Kierkegaard, inserito nel quinto volume dell&#8217;opera <em>La philosophie et l&#8217;histoire, 1780-1880<\/em>, Ch\u00e2telet ha chiamato una prolifica saggista di origine russa, Wanda Bannour, professore associato di filosofia e dottore in lettere, specializzata nei nichilisti russi e nei risvolti segreti nella biografia degli scrittori, con una particolare preferenza per gli angoli pruriginosi, bizzarri ed equivoci, come traspare gi\u00e0 dai titoli: <em>Le secret de Tchekhov<\/em>; <em>L&#8217;\u00e9trange baronne von Mekk: le dame de pique de Tcha\u00efkovsky<\/em>; <em>Edmond et Jules de Goncourt, ou le g\u00e9nie androgyne<\/em>; <em>Pour une d\u00e9mystification de l&#8217;ethique<\/em>; <em>Eros Philadelphe. Fr\u00e9re et soeur, passion secrete<\/em>. Inoltre era una comunista di sicuro affidamento, come si desume dalle copertine della sua <em>Storia della filosofia<\/em>: su quella del quinto volume, ad esempio, intitolata spiritosamente <em>Che &amp; Chandler<\/em>, e dedicata, chi sa perch\u00e9, al giallista americano e al rivoluzionario cubano, campeggiano i ritratti sorridenti di Raymond Chandler, con la pipa fra i denti, e di un fascinoso Ernesto Guevara, che Dio solo sa cosa ci stia a fare l\u00ec, per una volta, comunque, non col basco e il sigaro <em>Avana<\/em>, ma con un piccolo sombrero adorno della stella rossa.<\/p>\n<p>Scrive dunque Wanda Bannour, prestigiosa e brillante ninfa Egeria del Quartiere Latino fra gli anni &#8217;60 e &#8217;70 del Novecento, nel presentare ai lettori la figura e l&#8217;opera del pensatore danese, nel quinto volume della <em>Storia della filosofia<\/em> &#8211; non la sua, ma quella del suo amico Fran\u00e7ois Ch\u00e2telet &#8212; intitolato <em>La Filosofia e la Storia,<\/em> <em>1780-1880<\/em> (traduzione di Libero Sosio, Milano, Rizzoli, 1976, pp. 183-185):<\/p>\n<p><em>Com&#8217;\u00e8 possibile, in effetti, in quanto Individui, scrivere, con parole, idee che appartengono a tutti? Come \u00e8 possibile far intendere all&#8217;altro la modulazione unica della soggettivit\u00e0 segreta senza condannarsi in anticipo a rimanere INCOMPRESI? Come \u00e8 possibile svelare la verit\u00e0, la quale non pu\u00f2 essere altro che soggettiva, con i mezzi dell&#8217;oggettivit\u00e0 ingannatrice e menzognera? In quest&#8217;operazione l&#8217;Individuo rischia di essere catturato da quel mostro senza volto che \u00e8 la folla.<\/em><\/p>\n<p><em>A questo compito impossibile si dedica nondimeno Kierkegaard, trascinato da un&#8217;ardente passione.<\/em><\/p>\n<p><em>Una passione enigmatica in chi, come Kierkegaard, ritiene che la vita, nel momento in cui pensa se stessa e si esprime con parole, venga spiata dallo SFIORITO e dal PIETRIFICATO! Strano progetto quello dello scrivere in quest&#8217;ammiratore dei vivi silenziosi &#8212; Socrate e Cristo &#8212; che esordisce proclamando l&#8217;impossibilit\u00e0 della scrittura!<\/em><\/p>\n<p><em>Doppiamente curiosi e paradossali siamo noi che ci proponiamo di scrivere su colui che contest\u00f2 la scrittura, di pensare su colui che contest\u00f2 il pensiero<\/em>. <em>Eco dell&#8217;eco, sosia del sosia (Kierkegaard \u00e8 la propria eco e il proprio sosia), gioco di specchi come quello di Nymphemburgh (residenza del principe folle Luigi (Ludwig) di Baviera, riflette all&#8217;infinito il riflesso. Doppia corazza di ghiaccio, di cui la prima gela, nello steso Kierkegaard, il fiore del cuore. La seconda, la generalit\u00e0, fa appassire il primo appassimento della generalit\u00e0 del linguaggio kierkegaardiano.<\/em><\/p>\n<p><em>Deterioramento dell&#8217;intimit\u00e0 soggettiva di Kierkegaard, deflorazione del suo segreto, volatilizzazione dell&#8217;AROMA DELL&#8217;IDEA, ridondanza e sterilit\u00e0, scandalosa e vana provocazione: tale \u00e8, inevitabilmente, ogni parola sull&#8217;Individuo Kierkegaard.<\/em><\/p>\n<p><em>La nostra riflessione su Kierkegaard \u00e8 una riflessione turpe e necessariamente erronea. Come tale la presentiamo, in tutta onest\u00e0<\/em>.<\/p>\n<p><em>Risparmieremo al lettore il pathos che si accompagna abitualmente a ogni riferimento biografico a Kierkegaard: non parleremo qui n\u00e9 dei problemi connessi al padre di S\u00f6ren che, sulle lande ghiacciate dello Jylland, si spinse fino a maledire Dio, affondando cos\u00ec nella sua carne la scheggia del peccato. Fidiamo sufficientemente nella cultura psicoanalitica del lettore per evitare fin l&#8217;allusione alla &quot;morte del padre&quot;. Non spargeremo lacrime sulla rottura del fidanzamento con Regina Olsen. Passeremo sotto silenzio la bruttezza inqualificabile del nostro autore, il suo attaccamento sospetto al suo ombrello, il suo gusto per la collezione di tazze da t\u00e8. Tutto ci\u00f2 \u00e8 stato ripetuto a tal punto che la tentazione \u00e8 quella del &quot;pastiche&quot; piuttosto che della ripetizione. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Bench\u00e9 sovranamente indifferente alla storia, alla citt\u00e0, agli uomini che la abitano, Kierkegaard \u00e8 un figlio del suo tempo. Del romantico egli ha tutte le caratteristiche, se non tutte le stigmate: la profonda malinconia, la disperazione che si esala nel canto, il &quot;nevermore&quot;, la nostalgia. Tutte queste esperienze di vita si esprimono in un linguaggio singolarmente duttile e poetico. Antihegeliano accanito, Kierkegaard \u00e8 nondimeno hegeliano nel suo gusto per la delucidazione categoriale e nell&#8217;estrema acutezza della coscienza di s\u00e9. L&#8217;attrazione che egli prova per il demoniaco, attrazione fondamentalmente estetica, \u00e8 la ripresa a opera dell&#8217;intelligenza (quella di Kierkegaard \u00e8 una bella intelligenza) delle figure mefistofeliche create da Goethe, Byron, Lermontov. Il fascino che don Giovanni esercit\u00f2 su di lui &#8212; egli fu pi\u00f9 sedotto che seduttore &#8212; \u00e8 legato all&#8217;aspetto musicale, mozartiano, della sua intellettualit\u00e0 voluttuosa. Il suo senso del segreto, del recondito, deriva tanto da Usher e da Melmoth quanto dall&quot;interior interiore meo&quot; dell&#8217;Ecclesiaste.<\/em><\/p>\n<p><em>La sua religione \u00e8 altrettanto ostile alla deduzione razionale di un Dio-Idea quanto all&#8217;istituzione irrigidita e menzognera.<\/em> <em>\u00c8 un esercizio pericoloso, ansimante, un lavoro senza rete in cui l&#8217;abisso spia in ogni istante il cristiano, lo trascina nel vertiginoso prestissimo della seconda sonata in sol minore di Schumann. Non si pu\u00f2 certo rimproverare a Kierkegaard una religiosit\u00e0 beata e rugiadosa o, al modo di Kant, di formalizzare abilmente il pietismo.<\/em><\/p>\n<p><em>Kierkegaard non \u00e8 sfuggito n\u00e9 al morso del peccato n\u00e9 alla visione del vortice della dannazione eterna n\u00e9 a quella, terrificante, del volto coronato di spine. Egli ha vissuto le mille morti del credente che vede il suo Dio, muore e rinasce. Egli \u00e8 stato a Moriyah con Abramo, con lui ha conosciuto l&#8217;angoscia dell&#8217;abbandono assoluto, la solitudine fino alla follia, ma con lui, nell&#8217;istante della folgorazione, ha anche vissuto Dio. Al di l\u00e0 dell&#8217;elemento tragico dell&#8217;etica, Kierkegaard sar\u00e0 il cavaliere della Fede.<\/em><\/p>\n<p><em>Romanticismo e religione si aggrovigliano, nella notte degli abissi, a pulsioni alle quali non tenteremo di accedere; \u00e8 un&#8217;impresa che supera infatti le nostre possibilit\u00e0 e d&#8217;altra parte non ha nulla a che fare col nostro progetto. Accontentiamoci di osservare che il caso di Kierkegaard illumina di una luce singolare l&#8217;eziologia di queste due nevrosi sublimi, quella romantica e quella religiosa. Per quanto inquietante possa essere la collusione di una sensibilit\u00e0 malata col senso del peccato e il fervore poetico, ammiriamo di passaggio il prodigio del superamento della follia nella scrittura e attraverso la scrittura.<\/em><\/p>\n<p>Povero Kierkegaard, in che mani sei finito.<\/p>\n<p>La cosa pi\u00f9 nociva \u00e8 che se un lettore giovane, il quale si accosta al mondo della filosofia quasi privo di esperienza e di malizia (come a noi personalmente \u00e8 capitato, lo ricordiamo bene, sui vent&#8217;anni) legge la <em>Storia della filosofia<\/em> dello Ch\u00e2telet (o, peggio, quella di Bertrand Russell); se \u00e8 interessato Kierkegaard e s&#8217;imbatte nel saggio di Wanda Bannour, che cosa ne ricava? Quale impressione gli rimane del pensatore danese? Quella di un povero essere, straziato dal duplice male della nevrosi e del romanticismo; un masochista, un autolesionista, che si \u00e8 sempre fatto del male a causa di complessi inesplicabili; una bella intelligenza un po&#8217; sprecata, il cui merito maggiore \u00e8 stato di salvarsi dalla pazzia mediante l&#8217;esercizio della scrittura. Che peccato che Freud non fosse ancora nato: vien fatto di pensare che la psicoanalisi lo avrebbe guarito, lo avrebbe infine pacificato con se stesso.<\/p>\n<p>E la cosa pi\u00f9 curiosa \u00e8 che Wanda Bannour esordisce (e conclude) affermando enfaticamente che lei no, non vuole addentrarsi sul terreno psicologico; non pretende di svelare i misteri dell&#8217;anima di Kierkegaard: sarebbe &#8212; ella dice &#8211; un compito superiore alle sue forze, e del resto la cosa non la interessa. Davvero? Eppure, che la giusta, anzi la sola chiave di lettura del &quot;fenomeno Kierkegaard&quot; e della sua eziologia (sono le espressioni testuali che ella adopra, come parlando di un caso clinico piuttosto serio) sia la psicoanalisti, lo d\u00e0 semplicemente per scontato: <em>Fidiamo sufficientemente nella cultura psicoanalitica del lettore per evitare fin l&#8217;allusione alla &quot;morte del padre&quot;<\/em>. Che, infatti, non c&#8217;entra per niente, semmai il contrario: il padre di Kierkegaard \u00e8 fin troppo presente, si direbbe incombente, e non \u00e8 certo un padre assente, n\u00e9 un padre rifiutato dal figlio che, anzi, se ne accolla la colpa originaria. <em>Sovranamente indifferente alla storia, alla citt\u00e0, agli uomini che la abitano<\/em>? Che sciocchezza: come se rifiutare lo storicismo equivalga all&#8217;indifferenza per la storia; criticare la modernit\u00e0 equivalga all&#8217;indifferenza per la citt\u00e0 (e poi, Kierkegaard \u00e8 sempre vissuto in citt\u00e0: a Copenaghen; e se n&#8217;\u00e9 allontanato due sole volte, per recarsi a Berlino); e rifiutare la filosofia del generale, come l&#8217;hegelismo, fosse il segno di un&#8217;indifferenza verso gli uomini. Al contrario! Gli uomini, gli uomini singoli, gli uomini concreti, interessano Kierkegaard a tal punto che egli ha concepito per loro tutto il suo sforzo speculativo, e tutta la sua vita \u00e8 stata un atto di amore verso di loro.<\/p>\n<p><em>Non spargeremo lacrime sulla rottura del fidanzamento con Regina Olsen.<\/em> E invece ne parla, come un cattivo avvocato che sovrabbonda con la figura della preterizione. <em>Passeremo sotto silenzio la bruttezza inqualificabile del nostro<\/em> autore: il che non ci risulta; anzi, il suo volto, almeno da giovane, era bellissimo, ma si sa, <em>quot capita tot sententiae<\/em>. Il <em>suo attaccamento sospetto al suo ombrello<\/em>: confessiamo che questa frase ci riuscita oscura; a meno che si tratti di un&#8217;insinuazione non solo gratuita, ma anche d&#8217;impareggiabile volgarit\u00e0. <em>Il suo gusto per la collezione di tazze da t\u00e8<\/em>: e questo non \u00e8 pettegolezzo e chiacchiericcio da portineria? Che c&#8217;entra tutto ci\u00f2 con il pensiero di Kierkegaard? E come pu\u00f2 un lettore ingenuo, fiducioso, che tende a fidarsi dei compilatori di una celebrata storia della filosofia, dopo una simile introduzione, avere ancora voglia di confrontarsi con il pensiero di Kierkegaard? Di confrontarsi seriamente, beninteso: perch\u00e9 la presentazione \u00e8 tale da renderlo ridicolo ancor prima di averne letto una sola riga. E perch\u00e9 precisare che ella non intende <em>deflorare<\/em> il suo segreto? Quale segreto? E perch\u00e9 mai la cara signora adopera il termine <em>deflorazione<\/em>? A cosa allude, cosa si propone di mostrare?<\/p>../../../../n_3Cp><em>Il suo senso del segreto, del recondito deriva tanto da Usher e da Melmoth quanto dall&quot;interior interiore meo&quot; dell&#8217;Ecclesiaste.<\/em> Questo non \u00e8 uno sforzo di comprensione: \u00e8 una demolizione implacabile, mascherata da rigore (pseudo)scientifico. Tirare in ballo Edgar Allan Poe (<em>La caduta della Casa degli Usher<\/em>) e Charles Robert Maturin (<em>Melmoth l&#8217;errante<\/em>), poi, \u00e8 un vero colpo basso: Kierkegaard \u00e8 un pensatore &#8212; un filosofo e un teologo &#8212; non un romanziere, e come tale, piaccia o non piaccia, ha il diritto di essere considerato. I romanzieri gotici, con le loro case in rovina e i loro incubi e fantasmi, lasciamoli dove stanno, e cio\u00e8 in un ambito che non c&#8217;entra per nulla con la speculazione filosofica.<\/p>\n<p>Nella prospettiva psicanalitica della Bannour, \u00e8 impossibile uscire dal cerchio stregato del gran sacerdote Freud, o tutt&#8217;al pi\u00f9 del suo collega e rivale Jung: per lei, le manifestazioni della pensiero e del sapere altro non sono che sindromi di natura psicopatologica (e sia pure sindromi sublimi, furbo escamotage per salvare capra e cavoli). Del resto lo dice apertamente: <em>Romanticismo e religione si aggrovigliano, nella notte degli abissi, a pulsioni alle quali non tenteremo di accedere; \u00e8 un&#8217;impresa che supera infatti le nostre possibilit\u00e0 e d&#8217;altra parte non ha nulla a che fare col nostro progetto.<\/em> Ma non si direbbe proprio. <em>Accontentiamoci di osservare che il caso di Kierkegaard illumina di una luce singolare l&#8217;eziologia di queste due nevrosi sublimi, quella romantica e quella religiosa.<\/em> Ed ecco il nostro Kierkegaard bell&#8217;e psicanalizzato, catalogato, &quot;risolto&quot; hegelianamente nella banale conclusione che grazie alla scrittura egli si \u00e8 salvato dalla follia e forse ha perfino detto qualcosa d&#8217;interessante.<\/p>\n<p>Se pure, dopo una presentazione come questa, vi fosse ancora qualcuno animato dall&#8217;insana curiosit\u00e0 di leggerlo&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Kierkegaard, a quasi due secoli di distanza, d\u00e0 ancora fastidio. 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