{"id":28083,"date":"2007-12-27T08:09:00","date_gmt":"2007-12-27T08:09:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/12\/27\/ne-la-prigioniera-di-proust-linferno-della-gelosia-retrospettiva\/"},"modified":"2007-12-27T08:09:00","modified_gmt":"2007-12-27T08:09:00","slug":"ne-la-prigioniera-di-proust-linferno-della-gelosia-retrospettiva","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/12\/27\/ne-la-prigioniera-di-proust-linferno-della-gelosia-retrospettiva\/","title":{"rendered":"Ne \u00abLa prigioniera\u00bb di Proust l&#8217;inferno della gelosia retrospettiva"},"content":{"rendered":"<p>Cosa c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9 terribile di un pozzo di angoscia senza fine, tetro, privo di qualsiasi possibilit\u00e0 di redenzione? Tale \u00e8 l&#8217;inferno della gelosia; e, in modo particolare, di quella particolare forma di gelosia che potremmo chiamare <em>retrospettiva.<\/em> Il pensiero che la persona amata abbia un passato del quale altri, non noi, facevamo parte; che abbia amato altri esseri umani; che abbia trovato l&#8217;estasi tra le braccia di qualcuno e che ci\u00f2 sia immodificabile, consegnato per l&#8217;eternit\u00e0 alla dimensione del tempo, della storia: tutto questo fa impazzire di angoscia il geloso, lo fa fremere di rabbia impotente, gli provoca brividi e inquietudini che mai si placheranno, un&#8217;arsura che mai trover\u00e0 sollievo.<\/p>\n<p>La gelosia retrospettiva \u00e8 la forma estrema dell&#8217;attaccamento: attaccamento senza pace e senza remissione, senza speranza alcuna di futura redenzione. Essere gelosi del passato dell&#8217;altro significa incatenarsi, e incatenarlo, alle ombre di una dimensione che non gli appartiene pi\u00f9. Oppure gli appartiene ancora? Questo \u00e8 il dubbio insopportabile che tormenta il geloso: perch\u00e9, anche se il passato \u00e8 passato, non per questo lo si pu\u00f2 cancellare; al contrario, lo si pu\u00f2 far rivivere nel ricordo, lo si pu\u00f2 rivivere con tale fedelt\u00e0 da renderlo ancora attuale e presente.<\/p>\n<p>Il geloso guardia il volto della persona amata e gli sembra di scorgere un&#8217;assenza nel suo sguardo; gli sembra che i suoi occhi guardino altrove, che la sua anima sia di quell&#8217;<em>altro<\/em> che, possedendola un tempo, in qualche modo misterioso la possiede ancora, in quel profondo inconfessabile da cui \u00e8 impossibile scacciarlo. Quale vivente potrebbe lottare con successo contro un fantasma? Il geloso si rende conto che ci\u00f2 \u00e8 impossibile e vive in una condizione di crescente amarezza, sfiducia, rancore e disperazione. Come da un vaso di Pandora alla rovescia, i sentimenti pi\u00f9 negativi della natura umana fanno irruzione nell&#8217;anima del geloso retrospettivo, una volta che abbia avuto la debolezza di cedere, anche per un solo istante, al dubbio e alle sue funeste fantasie.<\/p>\n<p>A partire da quel momento ogni gesto, ogni parola, ogni occhiata e perfino ogni silenzio della persona amata verranno da lui interpretati come altrettante conferme della sua infedelt\u00e0, passata e presente; oppure, quanto meno, come altrettanti, gravissimi indizi della sua colpevolezza. Nemmeno la morte della persona amata pu\u00f2 placare i furori autodistruttivi del geloso retrospettivo, come \u00e8 magistralmente illustrato nel romanzo della scrittore romeno Cezar Petrescu <em>La sinfinia fantastica<\/em>, incentrato sulla morbosa gelosia dei un serioso professore universitario, Giorgio Stolnicu, nei confronti della moglie innocente e gravemente malata. Alla fine, tormentata dalla folle gelosia del marito, la poveretta muore di uno sbocco di sangue; eppure la tortura non \u00e8 ancora finita. Il morso rabbioso della gelosia non lascia la presa, e Stolnicu, disperato, si chiede come far\u00e0 a sapere la <em>verit\u00e0<\/em>, ora che la donna \u00e8 morta e non potr\u00e0 mai pi\u00f9 confessarla.<\/p>\n<p>Allora si mette a frugare tra le cose della morta, alla ricerca della prova definitiva, mentre lei giace nel letto della stanza accanto. Ed ecco, trova un fascio di lettere: lettere roventi di passione per un altro. Eccola, la prova! Solo, non vede che le date sono vecchie di anni e anni, e dimostrano il contrario di quel che egli crede. Cos\u00ec, davanti a quella conferma che lui aveva avuto ragione, sempre, e che era stato vittima di un continuo, sfacciato inganno, il suo sistema nervoso cede ed egli scoppia ridere di un riso pauroso e assurdo, colmo di una nota allegra e gioiosa. <em>Lui<\/em> era sano, e gli altri erano dei miserabili, degli imbecilli, dei traditori.<\/p>\n<p><em>&quot;Al capezzale della morta<\/em> &#8211; scrive Petrescu a conclusione del romanzo &#8211;<em>, nella camera cogli specchi velati di nero, le luci dei ceri tremolavano gialle e sinistre.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ma il massimo interprete letterario del sentimento della gelosia retrospettiva \u00e8 stato, senza dubbio, Marcel Proust, specialmente ne <em>La prigioniera<\/em> e <em>La fuggitiva.<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;io narrante, protagonista della <em>Recherche<\/em> e controfigura dello stesso Proust, ha portato la misteriosa Albertine nella sua casa della capitale, anche per allontanarla dalle tentazioni di Balbec: in <em>Sodoma e Gomorra<\/em>, difatti, aveva avuto il presentimento che anche lei fosse dedita al &quot;vizio di Saffo&quot;; e ora, nel suo appartamento parigino, la tiene con s\u00e9 quasi come una reclusa. Naturalmente la sua vigilanza soffocante non ha altro risultato che di allontanarla ancor pi\u00f9 da lui; ma anche lui, poco a poco, sente spegnersi il grande amore che aveva provato per lei, all&#8217;<em>ombra delle<\/em> <em>fanciulle in fiore<\/em>. Per\u00f2 &#8211; cosa strana, stranissima &#8211; la gelosia, che per tutto il tempo della loro vita in comune lo ha tormentato giorno e notte, senza un attimo di respiro, non si affievolisce col declinare dell&#8217;amore. La gelosia, al contrario, sembra vivere di vita propria; e continua a mordergli il cuore anche dopo che Albertine \u00e8 fuggita dalla sua prigione dorata, anche dopo che \u00e8 scomparsa; e perfino dopo che egli ne apprende la drammatica e improvvisa morte, causata da una caduta da cavallo.<\/p>\n<p><em>&quot;Perch\u00e9 la morte di Albertine avesse potuto sopprimere le mie sofferenze, sarebbe stato necessario che quel colpo l&#8217;avesse uccisa non soltanto in Turenna, ma anche dentro di me. Mai era stata tanto viva in me. Per entrare in noi, un essere \u00e8 obbligato a prendere la forma, a piegarsi alla cornice del tempo. Apparendoci soltanto per momenti successivi, non ha mai potuto darci di s\u00e9 che solo un aspetto per volta, non ha mai potuto fornirci di s\u00e9 che una sola fotografia. \u00c8 una gran debolezza, certo, per un essere umano, consistere soltanto in una semplice collezione di momenti; \u00e8 una gran forza anche; dipende dalla memoria, e la memoria di un attimo non conosce tutto quel che \u00e8 successo in seguito; quel momento che essa ha registrato dura ancora, vive ancora, e con esso l&#8217;essere che vi si profilava. E poi quel frazionamento non fa solo vivere la persona morta, la moltiplica. Per consolarmi, non una, ma innumerevoli Albertine avrei dovuto dimenticare. Quando ero riuscito a sopportare il dolore di averne perso una, dovevo ricominciare con un&#8217;atra, con cento altre. &quot;<\/em> (M. Proust, <em>Albertine scomparsa<\/em>, traduzione di Rita Stajano, Roma, Newton Compton Editori, 1990, p.47).<\/p>\n<p>Di che cosa \u00e8 geloso il protagonista, visto che Albertine vive con lui, sotto il suo costante controllo; e visto che, dopo la partenza di lei e la notizia della sua morte, il suo amore \u00e8 ormai cessato e destinato a scivolare rapidamente nell&#8217;oblio? Del passato di lei; della sua doppia vita; delle sue menzogne, dei suoi espedienti, delle sue astuzie; del suo amore per le altre donne, che deve averle dato ebbrezze e volutt\u00e0 diverse e, per lui, inimmaginabili.<\/p>\n<p>Questi pensieri lo sconvolgono, lo ossessionano, lo logorano in continuazione; perfino quando la osserva dormire nel suo letto, la carezza e la bacia senza svegliarla, la adora in silenzio come fosse una bella statua: perfino allora il suo cuore sanguina di gelosia. Una gelosia retrospettiva e implacabile, tanto pi\u00f9 rabbiosa quanto pi\u00f9 egli si sforza di dissimularla; perch\u00e9 la sua educazione e la sua sensibilit\u00e0 rifuggono da scenate clamorose; e, pur alludendovi in continuazione e cercando perfino, con artate domande, di farla confessare, egli non affronta mai la questione di petto e Albertine, fino all&#8217;ultimo, nega ogni addebito e si dice anzi profondamente disgustata dalle donne inclini al lesbismo.<\/p>\n<p><em>&quot;Mi parlava anche delle gite che aveva fatte con certe amiche nella campagna olandese, dei suoi ritorni a tarda sera ad Amsterdam, quando una folla compatta e festosa di persone che lei conosceva quasi tutte riempiva le vie, le rive dei canali, di cui mi pareva veder riflettersi negli occhi brillanti di lei, come negli specchi incerti di una carrozza lanciata al galoppo, i fuochi innumerevoli e fuggenti, Come la sedicente curiosit\u00e0 estetica meriterebbe di esser chiamata indifferenza, a paragone della curiosit\u00e0 dolorosa, instancabile, che provavo per i luoghi dove Albertine era vissuta, per quel che potesse aver fatto una certa sera, per i sorrisi, gli sguardi che aveva avuti, per le parole da lei dette, per i baci ricevuti! No, mai la gelosia che avevo sofferta un giorno a cagione di Saint-Loup, se fosse perdurata in me, mai non mi avrebbe dato quell&#8217;immensa inquietudine. Quell&#8217;amore tra donne era per me qualcosa di troppo sconosciuto, di cui nulla mi permetteva d&#8217;immaginare, con certezza, con precisione, i piaceri, la natura. Quanti esseri, quanti luoghi (che magari non la riguardavano direttamente: indefiniti luoghi di piacere, dove lei poteva averlo gustato, ambienti affollati dove ci si sfiora l&#8217;un con l&#8217;altro, Albertine &#8211; come una persona che, facendo passare davanti a s\u00e9, al controllo, il proprio seguito, un&#8217;intera compagnia, la faccia entrare in teatro &#8211; aveva introdotto nel mio cuore dalla soglia della mia immaginazione o delle mie memorie, dove mi erano indifferenti! Adesso, ne avevo una conoscenza interna, , immediata, dolorosa, spasmodica, L&#8217;amore \u00e8 lo spazio e il tempo resi sensibili al cuore.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Eppure, forse, se le fossi stato assolutamente fedele, non avrei sofferto di infedelt\u00e0 che sarei stato incapace di immaginare., Mi torturavo perch\u00e9 trasferivo in Albertine il mio perpetuo desiderio di piacere a nuove donne, , di abbozzare nuovi romanzi, perch\u00e9 le attribuivo quello sguardo che, pochi giorni prima, pur trovandomi vicino a lei, non avevo potuto far a meno di gettare sulle giovani cicliste sedute ai tavolini del Bois de Boulogne. Si pu\u00f2 quasi dire che, come nn c&#8217;\u00e8 conoscenza , cos\u00ec non c&#8217;\u00e8 gelosia che di noi stessi. L&#8217;osservazione conta ben poco: sapere e dolore possiamo trarli soltanto dal piacere da noi stessi sentito.<\/em><\/p>\n<p>(M. Proust, <em>La prigioniera,<\/em> traduzione di paolo Serini, Torino, Einaudi, 1978, pp. 396-397).<\/p>\n<p>Ma la pagina in cui Proust mostra tutta la sua capacit\u00e0 di introspezione psicologica, spingendola fino a livelli mai raggiunta da altri scrittori prima di lui, \u00e8 quella in cui descrive gli assalti della gelosia retrospettiva dopo che una lettera di Aim\u00e9, l&#8217;investigatore privato da lui assunto, trova le prove che Albertine ha indugiato fino all&#8217;ultimo nei piaceri di Lesbo, anche pochi giorni prima di morire. Si appartava con una piccola lavandaia e raggiungeva l&#8217;orgasmo sotto le sue esperte carezze, fino a perdere la padronanza di s\u00e9 e a morderla sul braccio, esclamando: <em>&quot;Ah! Tu me mets aux anges&quot;<\/em>, espressione francese pressoch\u00e9 intraducibile che possiamo rendere in italiano con <em>&quot;Ah! Tu mi fai morie&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Avevo molto sofferto, a Balbec, quando Albertine mi aveva parlato della sua amicizia per la signorina Vinteuil. Ma Albertine era l\u00ec per consolarmi. Poi, per aver troppo cercato di conoscere le sue azioni, ero riuscito a farla andar via da me, quando Fran\u00e7oise [la cameriera del protagonista] mi aveva annunciato che non c&#8217;era pi\u00f9 e mi ero trovato solo, avevo sofferto di pi\u00f9. Ma almeno l&#8217;Albertine che avevo amata mi restava nel cuore. Ora, al posto di questa &#8211; per punirmi di aver spinto oltre una curiosit\u00e0 cui, contrariamente a quanto avevo creduto, la morte non aveva posto fine &#8211; trovavo una ragazza diversa, che moltiplicava bugie e inganni laddove l&#8217;altra mi aveva rassicurato con tanta dolcezza giurandomi di non aver mai conosciuto quei piaceri; quei piaceri che, invece, nell&#8217;ebbrezza della libert\u00e0 riconquistata era corsa a godere fino a perderne i sensi, fino a mordere quella piccola lavandaia con cui si era incontrata all&#8217;alba, sulla riva della Loira, e a cui diceva: \u00abMi fai morire\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Quelle inclinazioni negate da lei, e che invece aveva, quelle inclinazioni la cui scoperta mi era giunta non in un freddo ragionamento, ma nella sofferenza bruciante provata alla lettura di quelle parole: \u00abMi fai morire\u00bb, sofferenza che conferiva ad esse una particolarit\u00e0 qualitativa, quelle sofferenze non si aggiungevano soltanto all&#8217;immagine di Albertine come si aggiunge al bernardo l&#8217;eremita la nuova conchiglia che si trascina dietro, ma piuttosto come un sale che entra in contatto con un altro sale, e ne muta il colore, anzi la natura. Quando la piccola lavandaia, com&#8217;era probabile, aveva detto alle sue amichette: \u00abImmaginate un po&#8217;, non l&#8217;avrei mai creduto, la signorina \u00e8 anche lei una di quelle\u00bb, per me non si trattava soltanto di un vizio che dapprima non avevano sospettato e che aggiungevano poi alla persona di Albertine, ma della scoperta che lei fosse un&#8217;altra persona, una persona come loro, che parlava la loro stessa lingua; la qual cosa, facendola compatriota di altre, la faceva ancora pi\u00f9 estranea a me, provava che quanto avevo avuto da lei, quanto portavo nel cuore era solo una piccolissima parte e che il resto &#8211; tanto vasto perch\u00e9 non era soltanto quella cosa cos\u00ec misteriosamente importante quale \u00e8 un desiderio individuale, ma perch\u00e9 lo aveva in comune con altre &#8211; me lo aveva sempre nascosto, me ne aveva tenuto lontano, come una donna che mi avesse nascosto di essere di un paese nemico e spia, , e che avesse tradito anche pi\u00f9 di una spia: perch\u00e9 una spia inganna soltanto sulla propria nazionalit\u00e0, mentre Abertine ingannava sulla propria umanit\u00e0 profonda, in quanto lei non apparteneva all&#8217;umanit\u00e0 comune, ma a una razza strana che si mescola con questa, vi si confonde, e non vi si fonde mai. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;A tratti fra il mio cuore e lamia memoria la comunicazione era interrotta. Quanto Albertine aveva fatto con la lavandaia mi era significato ormai solo attraverso abbreviazioni quasi algebriche che non rappresentavano pi\u00f9 nulla per me; ma cento volte l&#8217;ora la corrente interrotta era ristabilita e il mio cuore era arso senza piet\u00e0 da un fuoco infernale, mentre vedevo Albertine risuscitata dalla mia gelosia, viva davvero, tendersi sotto le carezze della piccola lavandaia, mentre le diceva: \u00abMi fai morire\u00bb. Poich\u00e9 era viva per me nel momento in cui commetteva il suo peccato, cio\u00e8 nel momento in cui io stesso mi trovavo, non mi bastava conoscere quella colpa, avrei voluto sapesse che la conoscevo. Cos\u00ec, se in quei momenti mi rammarico al pensiero che non &#8216;avrei rivista mai pi\u00f9, quel rammarico portava il segno della mia gelosia e, completamente diverso dal rimpianto straziante dei momenti in cui l&#8217;amavo, era solo il rammarico di non poterle dire: \u00abCredevi che non avrei mai saputo cosa hai fatto dopo avermi lasciato, ebbene so tutto, alla lavandaia sulla riva della Loira, dicevi: &#8216;Mi fai morire&#8217;, ho visto il segno del morso\u00bb. Certo, mi dicevo: \u00abPerch\u00e9 tormentarmi? Colei che ha goduto con la lavandaia non \u00e8 pi\u00f9 nulla, dunque non \u00e8 una persona le cui azioni possano ancora avere un valore. Lei non dice a se stessa che io so. Ma a se stessa non dice neppure che non so, perch\u00e9 non si dice nulla\u00bb. Ma quel ragionamento mi convinceva meno dell&#8217;immagine del suo piacere che mi riportava al momento in cui lo aveva provato. Solo quel che sentiamo esiste per noi, e o proiettiamo ne passato, nell&#8217;avvenire, senza lasciarci fermare dalle barriere fittizie della morte.&quot;<\/em> (M. Proust, <em>Albertine scomparsa<\/em>, trad. di Rita Stajano, ed. cit., pp. 82-84).<\/p>\n<p>Magistrale interpretazione del fenomeno della gelosia.<\/p>\n<p>Se essa nasce dal cieco desiderio di possesso dell&#8217;oggetto amato, allora la gelosia rivolta al passato \u00e8 la manifestazione psicotica di un desiderio di autodistruzione, di un <em>cupio dissolvi<\/em> che ci dice mole pi\u00f9 cose sulla fragilit\u00e0 e la mancanza di equilibrio affettivo del geloso, che non sulla qualit\u00e0 del suo rapporto con la persona per la quale nutre sentimenti di gelosia.<\/p>\n<p>Nel caso della morte dell&#8217;altro, poi, si pu\u00f2 dire che il suo passato, sconosciuto all&#8217;amante, per quest&#8217;ultimo \u00e8 come se fosse passato due volte: perch\u00e9 si riferisce a un&#8217;epoca in cui egli non conosceva ancora la persona amata e perch\u00e9 questa persona, al presente, non \u00e8 pi\u00f9. Pertanto la gelosia retrospettiva per una persona defunta costituisce il vertice di questa forma di delirio, una frontiera estrema dell&#8217;autodistruttivit\u00e0.<\/p>\n<p>Se poi c&#8217;interroghiamo &#8211; non da un punto di vista psicologico, il che \u00e8 gi\u00e0 stato fatto migliaia di volte, ma filosofico &#8211; sulle radici di questa folle battaglia regressiva contro i fantasmi inafferrabili del passato dell&#8217;altro, difficilmente ci si pu\u00f2 sottrarre all&#8217;impressione che esse affondino nel terreno della <em>hybris<\/em> occidentale, ossia di una smisurata volont\u00e0 di onnipotenza. Abituato a manipolare la realt\u00e0 in funzione dei propri disegni di dominio, l&#8217;io dell&#8217;uomo occidentale \u00e8 preda di un autentico delirio di onnipotenza. Per un tale io ipertrofico, amare e possedere sono una cosa sola; e pi\u00f9 grande \u00e8 l&#8217;amore, pi\u00f9 forte la volont\u00e0 di possesso. L&#8217;idea che a un simile possesso &quot;totale&quot; possa sottrarsi una parte dell&#8217;altro, e precisamente il suo passato, risulta insopportabile per il soggetto di un amore totalitario. Solo possedendo ogni istante della vita dell&#8217;altro, passato presente e futuro, un tale soggetto, fondamentalmente insicuro, potrebbe sentirsi appagato.<\/p>\n<p>Naturalmente, per\u00f2, possedere il passato dell&#8217;altro \u00e8 impossibile, quindi insorge un malessere, una tensione, un conflitto che potr\u00e0 essere placato solo con la liberazione della morte dell&#8217;uno o dell&#8217;altro. Anzi, come Proust esemplarmente ci mostra, neanche la morte della persona amata pu\u00f2 placare la gelosia retrospettiva: essa continua a mordere ferocemente nella dimensione della memoria ed \u00e8 cos\u00ec virulenta da sopravvivere all&#8217;amore stesso. Si pu\u00f2 continuare a provare tutti i pi\u00f9 atroci tormenti della gelosia per una persona ormai scomparsa, perfino dopo che l&#8217;amore per lei se ne \u00e8 andato per sempre.<\/p>\n<p>Davvero, non c&#8217;\u00e8 inferno peggiore di questo, non rischiarato da alcuna speranza di redenzione o di pace.<\/p>\n<p>Ma perch\u00e9 abbiamo sostenuto che la gelosia retrospettiva \u00e8 un impulso essenzialmente autodistruttivo?<\/p>\n<p>Per rispondere a questa domanda, ci sia prima concesso riportare un brano della <em>Storia della mia vita<\/em> di Giacomo Casanova; uno che, di amore e gelosia, dicono se ne intendesse un poco.<\/p>\n<p><em>&quot;La natura animale si procura per istinto tre cose che sono necessarie per perpetuarsi. Si tratta di tre autentici bisogni. Il primo \u00e8 nutrirsi, ma perch\u00e9 questo non risulti un lavoro esiste una sensazione che si chiama appetito, e si prova piacere nel soddisfarlo. Il secondo \u00e8 conservare la propria specie generando, e certamente non si adempirebbe questo dovere, se non si provasse piacere nel compierlo. Terzo: la tendenza irresistibile a distruggere il nemico. E niente \u00e8 pi\u00f9 sensato, perch\u00e9 avendo il dovere di conservarsi, si deve odiare tutto ci\u00f2 che opera per distruggerci: questa \u00e8 la gelosia: il senso di pericolo che si avverte quando il nemico invade il nostro territorio.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Strano che il buon Casanova, che &#8211; come tutti i libertini del suo genere, amava posare a filosofo nei rari ritagli di tempo fra una (supposta) avventura erotica e l&#8217;altra &#8211; non abbia avvertito la contraddizione insita nel suo ragionamento. Se &quot;niente \u00e8 pi\u00f9 sensato&quot; della gelosia, si potrebbe dire con altrettanta ragione che niente \u00e8 pi\u00f9 insensato del vedere nemici in agguato sempre e ovunque, compreso l\u00ec ove non ve ne sono. Il geloso, infatti, vede pericoli dappertutto; e, cos\u00ec facendo, finisce per evocare nemici reali anche l\u00e0 dove non ci sono che le ombre delle proprie paure. Ribadiamo il concetto che il geloso \u00e8, fondamentalmente, un insicuro e un nevrotico; e la tendenza della cultura occidentale a considerare la guerra come una &quot;normale&quot; risoluzione dei contrasti non \u00e8 che la spia di questa insicurezza e di questa nevrosi.<\/p>\n<p>La gelosia, pertanto, \u00e8 molto di pi\u00f9 che un sentimento privato di questa o quella persona. \u00c8 una delle massime manifestazioni dell&#8217;inquietudine dell&#8217;Occidente e una spia del suo segreto anelito di auto-distruzione.<\/p>\n<p>Per uscire da un tale inferno, non resta che aprirsi alla dimensione dell&#8217;amore come dono e non come smisurata volont\u00e0 di possesso e di dominio.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 una bella pagina di san Paolo (<em>Galati<\/em>, 5, 13-23), a questo proposito.<\/p>\n<p><em>&quot;Fratelli, Dio vi ha chiamati alla libert\u00e0! Ma non servitevi della libert\u00e0 per i vostri comodi. Anzi, lasciatevi guidare dall&#8217;amore di Dio e fatevi servi gli uni degli altri. Perch\u00e9 chi ubbidisce a quest&#8217;unico comandamento:<\/em> Ama il prossimo tuo come te stesso<em>, mette in pratica tutta la legge. Se invece vi comportate come bestie feroci, mordendovi e divorandovi tra voi, fate attenzione: perch\u00e9 finirete per distruggervi gli uni gli altri.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ascoltatemi: lasciatevi guidare dallo Spirito e cos\u00ec non seguirete i desideri del vostro egoismo. L&#8217;egoismo ha desideri contrari a quelli dello Spirito e lo Spirito ha desideri contrari a quelli dell&#8217;egoismo. Queste due forze sono in contrasto tra loro, e cos\u00ec voi non potete fare quello che volete. Se lo Spirito di Dio vi guida, non siete pi\u00f9 schiavi della legge. Vediamo tutti benissimo quali sono i risultati dell&#8217;egoismo umano: immoralit\u00e0, corruzione e vizio, idolatria, magia, odio, litigi, gelosie, ire, intrighi, divisioni, invidie, ubriachezze, orge e altre cose di questo genere. Io ve l&#8217;ho gi\u00e0 detto prima, e ve lo dico di nuovo: quelli che si comportano in questo modo non avranno posto nel regno di Dio.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Lo Spirito invece produce: amore, gioia, pace, comprensione, cordialit\u00e0, bont\u00e0, fedelt\u00e0, mansuetudine, dominio di s\u00e9.&quot;<\/em><\/p>\n<p>E un&#8217;altra, ancora pi\u00f9 sintetica ed efficace (<em>1 Corinzi<\/em>, 13, 4):<\/p>\n<p><em>&quot;Chi ama \u00e8 paziente e premuroso. Chi ama non \u00e8 geloso, non si vanta, non si gonfia d&#8217;orgoglio. Chi ama \u00e8 rispettoso, non va in cerca del proprio interesse, non conosce la collera, dimentica i torti<\/em>.&quot;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cosa c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9 terribile di un pozzo di angoscia senza fine, tetro, privo di qualsiasi possibilit\u00e0 di redenzione? 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