{"id":28073,"date":"2009-06-02T07:03:00","date_gmt":"2009-06-02T07:03:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/06\/02\/lideologia-del-progresso-e-una-profanazione-dellimmagine-sacra-del-mondo\/"},"modified":"2009-06-02T07:03:00","modified_gmt":"2009-06-02T07:03:00","slug":"lideologia-del-progresso-e-una-profanazione-dellimmagine-sacra-del-mondo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/06\/02\/lideologia-del-progresso-e-una-profanazione-dellimmagine-sacra-del-mondo\/","title":{"rendered":"L\u2019ideologia del progresso \u00e8 una profanazione dell&#8217;immagine sacra del mondo"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;ideologia propria della modernit\u00e0 \u00e8 basata sull&#8217;idea di progresso; o, meglio, sulla pretesa autoevidenza dell&#8217;idea di progresso. Infatti, il progresso, ossia l&#8217;andare avanti, \u00e8 divenuto sinonimo di positivo; mentre il regresso, ossia il retrocedere, \u00e8 divenuto sinonimo di negativo. Dalla sfera ideologica si \u00e8 passati, insensibilmente, a quella etica.<\/p>\n<p>Si dice che l&#8217;idea di progresso \u00e8 figlia della concezione lineare della storia, formatasi col cristianesimo; perch\u00e9 i Greci, legati ad una concezione ciclica del tempo, non possedevano niente di simile. Questa \u00e8 una mezza verit\u00e0. \u00c8 vero, infatti, che col cristianesimo si afferma una concezione lineare della storia, cos\u00ec come nelle altre religioni monoteiste, secondo lo schema: creazione, caduta, redenzione e palingenesi. Ma nel cristianesimo, come nelle altre religioni rivelate, il progresso della storia \u00e8 un mistero nelle mani di Dio: non \u00e8 opera dell&#8217;uomo; l&#8217;uomo pu\u00f2 soltanto decidere di collaborarvi, oppure rifiutarlo.<\/p>\n<p>La Rivoluzione scientifica prima, l&#8217;Illuminismo poi, operano il distacco radicale da tale concezione del progresso e ne fanno qualche cosa di autonomo, laico, immanente: il progresso \u00e8 la marcia trionfale della storia umana conforme a ragione, ossia dell&#8217;uomo che prende su di s\u00e9, tutta intera, la responsabilit\u00e0 del futuro (anche per gli altri viventi, visti in tutto e per tutto come \u00abres extensa\u00bb manipolabile a piacere).<\/p>\n<p>Il culmine della \u00abhybris\u00bb, della dismisura e dell&#8217;orgoglio umano, si realizza nella filosofia della storia di Hegel, nella quale Dio \u00e8, in sostanza, lo Spirito che si dispiega nella storia stessa e che, mediante il movimento dialettico della tesi, dell&#8217;antitesi e della sintesi, realizza \u00able magnifiche sorti e progressive\u00bb (che corrispondevano, nel suo pensiero, press&#8217;a poco alla potenza militare e politica dello Stato prussiano). In altre parole, non \u00e8 l&#8217;essere che crea il pensiero, ma il pensiero che crea l&#8217;essere.<\/p>\n<p>Marx, da parte sua, non ha fatto altro che mettere sui piedi la dialettica hegeliana, che a suo parere poggiava sulla testa, senza mutare i termini generali della questione e limitandosi a trasferire nella lotta di classe la lotta fra i popoli e gli Stati. Anche per lui il materialismo dialettico sfocer\u00e0 nel trionfo finale della societ\u00e0 senza classi, dove terminer\u00e0 per sempre lo sfruttamento dell&#8217;uomo sull&#8217;uomo.<\/p>\n<p>Nessuna meraviglia che da una tale concezione della storia umana, vista come opera esclusiva della volont\u00e0 umana e come il frutto di interessi materiali in conflitto reciproco, siano scaturite due apocalittiche guerre mondiali, i campi di sterminio e la bomba atomica.<\/p>\n<p>Eppure, sordo e cieco ad ogni ripensamento e ad ogni autocritica, l&#8217;uomo post-moderno procede imperterrito lungo la stessa idea di \u00abprogresso\u00bb, facendo scomparire ogni giorno numerose specie viventi; distruggendo le ultime foreste; immettendo sul mercato alimentare prodotti geneticamente modificati; procedendo alla clonazione di piante ed animali; irrorando la terra con quantit\u00e0 industriali di prodotti chimici, diserbanti, pesticidi, che inquinano le falde acquifere; e destinando superfici agricole sempre pi\u00f9 vaste alla coltura di cereali per l&#8217;alimentazione di bovini i quali, a loro volta, dovranno fornire quantit\u00e0 sempre maggiori di carne destinata al consumo di una modesta percentuale della popolazione umana.<\/p>\n<p>Scrive Jacques Brosse, geniale poligrafo ed enciclopedista, nel suo libro \u00abLa magie des plantes\u00bb, Editions Albin Michel, 1990; traduzione italiana di Valentina Palombi, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1992, pp. 143-47):<\/p>\n<p>\u00abDai tempi di Eschilo, non abbiamo cessato di progredire. Nella sua epoca, il terreno del sacro, le terre vergini erano ancora immense; nel corso dei secoli esse si sono costantemente ridotte, tanto che oggi non esiste pi\u00f9 alcuno spazio per il sacro e che di conseguenza, la terra stessa \u00e8 divenuta pi\u00f9 piccola. Un tempo l&#8217;intero mondo era sacro cos\u00ec come erano sacri gli avvenimenti della vita umana, poi, con i campi di cereali \u00e8 nato il territorio profano, un terreno che viene spogliato, bruciato, devastato per far spazio alle coltivazioni, uno spazio in cui lo spirito non ha pi\u00f9 posto, esclusivamente materiale, utilitario, uno spazio profano, se non profanato, dato che, per farsi perdonare questo furto sacrilego, ci si preoccupa di metterlo sotto la protezione degli dei, di santificarlo. Da questo momento a esso sar\u00e0 contrapposto lo spazio sacro, quello degli dei, quello del tempio (profano vuol dire ci\u00f2 che \u00e8 fuori del tempio), ma questa superficie riservata non \u00e8 altro che lo spazio originario, naturale, illimitato, che \u00e8 stato necessario delimitare per impedire che l&#8217;altro sconfinasse restringendolo sempre di pi\u00f9. L&#8217;idea stessa di limite \u00e8 nata dal campo, dato che questa forma di propriet\u00e0 degli uomini, che in origine era collettiva, \u00e8 ben presto diventata privata, vale a dire che gi altri ne sono stati privati. Pi\u00f9 tardi, i limiti diverranno frontiere che separeranno i territori privati degli Stati, dove i nemici si affronteranno. Seguendo l&#8217;esempio del campo, il tempio e il suo recinto diverranno la propriet\u00e0 privata del dio. Oramai non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 un solo spazio in cui gli dei e gli uomini si incontrano, bens\u00ec due: uno appartiene agli uomini, l&#8217;altro resta degli dei. Quest&#8217;ultimo \u00e8 il tempio, in senso proprio ci\u00f2 che \u00e8 stato ritagliato, sottratto (al profano), la porzione di spazio, delimitata dall&#8217;augure nel cielo e sul suolo, che appartiene al divino; i tempio \u00e8 solo secondariamente l&#8217;edificio che verr\u00e0 edificato su quest&#8217;altura selvaggia, ma innanzitutto \u00e8 un&#8217;estensione protetta di natura selvaggia che l&#8217;uomo non pu\u00f2 violare se non vuole essere punto con la morte. Talvolta quest spazio \u00e8 rappresentato da un unico albero, un albero gigantesco, la cui nascita viene fatta risalire alle origini, che con il suo fogliame offre riparo a un intero villaggi i cui abitanti lo venerano come un dio protettore, come nel caso della ceiba dell&#8217;Africa nera e del Messico, e dei pipal indiani; esso \u00e8 inoltre l&#8217;immagine di quel giardino dell&#8217;Eden in cui nacque innocente l&#8217;uomo.<\/p>\n<p>Questo bosco sacro, in cui si pu\u00f2 penetrare solo dopo essersi purificati, \u00e8 sopravvissuto fino ai nostri giorni, nel cuore della civilizzazione, nei recinti che conservano intatti degli alberi pluricentenari intorno ai templi taoisti, scintoisti o buddisti dell&#8217;Estremo Oriente e anche nelle recinzioni consacrate che circondano ancora alcune nostre chiese di campagna, all&#8217;interno delle quali i fedeli volevano essere sepolti, e da cui ebbero origine i nostri cimiteri. Anche i nostri parchi nazionali, le riserve naturali di ogni tipo, in cui s spera d conservare intatto il patrimonio zoologico e vegetale di un passato altrove scomparso, derivano dal bosco sacro; qui siamo in presenza di un&#8217;interessante rinascita laica di uno spirito autenticamente religioso, come hanno implicitamente compreso le nazioni di lingua inglese che li chiamano &quot;santuari&quot;.<\/p>\n<p>Come il tempo, come lo spazio, anche la pianta divenne a poco a poco profana, o piuttosto anche in questo caso ci fu una separazione: da un lato le piante sacre, dall&#8217;altro quelle profane; da un lato le piante utili, dall&#8217;altro le erbacce. Il modello delle piante profane \u00e8 stato il cereale. \u00c8 sorprendente in effetti che nessun cereale sia spontaneo, originale; sono tutti nati dalla trasformazione elle graminacee selvagge eseguita dall&#8217;uomo attraverso selezioni successive e innumerevoli ibridazioni (vedi il grano, il mais). Dunque non si rata gi\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 di vegetali del tutto naturali e, lungo questa strada, quando l&#8217;uomo non sar\u00e0 pi\u00f9 trattenuto dalle sue credenze religiose, s giunger\u00e0 alla fabbricazione d veri e propri mostri, incapaci di sopravvivere fuori dall&#8217;ambiente sempre pi\u00f9 artificiale creato dall&#8217;uomo. Possiamo vedere i discendenti ei primi cereali oggi, nei nostri campi, dove riescono a svilupparsi solo imbottiti di fertilizzanti chimici e di ormoni perla crescita, protetti da diserbanti selettivi e da pesticidi di tutti i tipi, no pi\u00f9 pericoloso dell&#8217;altro per la salute del suolo, e dell&#8217;uomo. &quot;Ma &#8211; come dice un mio amico contadino &#8211; non si pu\u00f2 fermare il progresso&quot;.<\/p>\n<p>Questo termine, progresso, ha fato la sua comparsa nella nostra lingua abbastanza tardi &#8211; il primo a impiegarlo fu Rabelais &#8211; ma la sua attuale accezione \u00e8 ancora pi\u00f9 recente; infatti risale \u00bbil grande fermento che si impossess\u00f2 degli animi nel diciottesimo secolo e che doveva portare alla Rivoluzione francese. Lo sviluppo di questo concetto segu\u00ec il percorso che condusse al razionalismo limitato e presuntuoso, allo scientismo del diciannovesimo secolo. \u00c8 allora che la fede nel carattere illimitato del progresso prende il posto della fede nell&#8217;infinito, portando alla rottura con una tradizione fino ad allora ininterrotta, e con ci\u00f2 a rifiutare molte conoscenze che non si accordavano pi\u00f9 con il nuovo spirito. Se, nel pensiero dei suoi promotori, il progresso avrebbe dovuto essere tanto intellettuale, se non spirituale, quanto materiale, oggi sappiamo che il peso della materia fin\u00ec con il prevalere, Ogni nuova scoperta scientifica fu utilizzata solo in vista di un accrescimento della produzione che procurava; nel complesso la direttiva che s&#8217;impose autonomamente fu lo sfruttamento pi\u00f9 completo possibile delle risorse del pianeta che allora, con un ingenuo ottimismo, si immaginava fossero inesauribili. La nuova condizione dell&#8217;uomo poneva quest&#8217;ultimo come unico soggetto di fronte ad un mondo composto unicamente di oggetti, e dunque lo incitava ad abbandonarsi all&#8217;avidit\u00e0 sfrenata.<\/p>\n<p>Queste tappe successive si riflettono in quelle che a poco a poco modificarono le relazioni dell&#8217;uomo con il mondo vegetale. Nel diciottesimo secolo, i botanici che eseguivano le prime ibridazioni sistematiche pensavano ancora di commettere degli atti empi contro il Creatore. Tali scrupoli furono invece del tutto estranei ai loro successori che, a partire dalla met\u00e0 del secolo successivo, seppero mettere a profitto una migliore conoscenza dei processi naturali per modificarli. Si cominci\u00f2 a parlare con fierezza della &quot;creazione di nuove razze&quot;. La scoperta di Mendel delle leggi fondamentali della genetica che, sebbene risalisse al 1869, non fu conosciuta che nel 1900, e la teoria delle mutazioni formulata nel 1900-03 da de Vries fornivano i dati teorici che permisero, nella botanica applicata, in agronomia, come in orticoltura, uno sviluppo straordinario del &quot;miglioramento&quot; delle piante per mezzo di una vera e propria programmazione.<\/p>\n<p>Per quanto questo nuovo passo nell&#8217;assoggettamento del mondo vegetale possa essere stato esaltante, non bisogna dimenticare alcune delle sue conseguenze che, del resto, non si rivelarono che molto pi\u00f9 tardi. La priorit\u00e0 assoluta accordata alla produzione si risolve talvolta a svantaggio del consumatore: il gigantismo dei fiori e dei frutti diminuisce infatti in ugual misura il loro profumo e il loro sapore; si cominci\u00f2 a produrre delle rose- cavolo e delle fragole-pomodoro, le cui qualit\u00e0 per quanto riguarda l&#8217;odore o il gusto si erano frattanto volatilizzate. Oggi, nei cataloghi dei vivaisti e degli orticoltori, si parla meno del sapore dei frutti che vengono proposti che della loro attitudine a essere commercializzati; del loro &quot;eccellente aspetto&quot;, della loro &quot;lunga conservazione&quot;, della loro capacit\u00e0 di sopportare lunghi spostamenti, tutte qualit\u00e0 che interessano sicuramente il produttore e il rivenditore, ma per nulla il consumatore. Oggi non si pu\u00f2 fare ameno di riconoscere che molti prodotti destinati a prevenire le malattie delle piante e che vengono ordinariamente usati sono &quot;altamente tossici per l&#8217;uomo&quot;, e si sospetta che alcuni siano perfino lievemente cancerogeni. Senza dubbio, le semenze trattate con dei derivati organici del mercurio che servono a proteggerle dagli animali predatori durante il loro immagazzinamento, i limoni e gli aranci ricoperti di difenile anticrittogamico, i frutti delle nostre terre che vengono ricoperti di una pellicola di prodotti chimici per garantire loro una lunga conservazione, solo raramente provocano dei gravi infortuni tali da far scattare l&#8217;allarme; eppure i residui dei prodotti tossici, che penetrano persino nella linfa e che si diffondono in tutti i tessuti, possono essere molto pericolosi, in quanto i loro effetti non si manifestano che quando essi si sono accumulati nell&#8217;organismo.<\/p>\n<p>Dagli inizi della coltura dei cereali alla nuova agricoltura chimica sono passate alcune migliaia di anni &#8211; l&#8217;intera storia dell&#8217;umanit\u00e0 &#8211; ma ci\u00f2 nonostante la seconda era contenuta nella prima come l&#8217;albero nel seme. Dal punto di vista da cui ci poniamo qui, il progresso si \u00e8 manifestato con un, dapprima lento, poi sempre pi\u00f9 rapido, sempre pi\u00f9 irresistibile e infine inesorabile deterioramento dei rapporti tra l&#8217;uomo e la natura. L&#8217;alleata di un tempo \u00e8 divenuta la nemica, la potenza rivale che bisogna dominare, addomesticare, ridurre in schiavit\u00f9, senza che l&#8217;uomo prenda mai coscienza che ci\u00f2 \u00e8 una palese assurdit\u00e0 e anche una completa aberrazione, poich\u00e9, che lo voglia o no, egli non ha mai cessato di far parte della natura, le deve tutto e non pu\u00f2 vivere senza di lei. Alcuni ammettono volentieri tutto ci\u00f2 per poi replicare: se l&#8217;uomo fa parte della natura, anche il progresso, che in fin dei conti \u00e8 un prodotto dell&#8217;evoluzione, ne fa parte. I grandi rettili dell&#8217;era secondaria, che improvvisamente si sono estinti senza lasciare altra traccia che alcune ossa nel terreno, non erano forse parte dell&#8217;evoluzione? A ben vedere, questo \u00e8 un ragionamento specioso, perch\u00e9 in fin dei conti chi, se non l&#8217;uomo, si \u00e8 distinto dalla natura, se ne \u00e8 proclamato il proprietario con diritto di vita e di morte su tutti gli altri esseri viventi?<\/p>\n<p>Se ora egli vuole sopravvivere, dovr\u00e0 almeno tentare di rispettare, se non \u00e8 pi\u00f9 capace di amarla, la vita in quanto tale, la vita in tutte le sue manifestazioni. Poich\u00e9 tutto \u00e8 solidale nella natura, gli animali sono solidali con le piante, e l&#8217;uomo lo \u00e8 con gli uni e molto di pi\u00f9 con le altre [&#8230;].<\/p>\n<p>Da millenni tuttavia, l&#8217;espandersi dell&#8217;agricoltura ha avuto come effetto la distruzione crescente della vegetazione, e in particolare delle foreste. Se il disboscamento \u00e8 stato una necessit\u00e0 vitale per le popolazioni che si sviluppavano in zone in cui le foreste occupavano la maggior parte del terreno, oggi \u00e8 ancora pi\u00f9 nocivo poich\u00e9 si accompagna a uno sfruttamento delle foreste eccessivo e devastatore che, nelle regioni tropicali dell&#8217;America del Sud e dell&#8217;Africa ad esempio, ha gi\u00e0 provocato irreparabili danni biologici. Ma anche altrove, un po&#8217; ovunque nel mondo, si assiste ai deplorevoli e irreversibili fenomeni di desertificazione e di erosione dei suoli.<\/p>\n<p>Eppure, in un avvenire ormai prossimo, noi avremo sempre pi\u00f9 bisogno delle piante. L&#8217;alimentazione a base di carne \u00e8 ecologicamente dispendiosa, dato che richiede spazi troppo vasti che potrebbero essere impiegati in modo migliore e soprattutto rappresenta un enorme spreco. &quot;Dall&#8217;erba medica al vitello e dal vitello all&#8217;uomo, non si utilizza che un milionesimo dell&#8217;energia solare primitiva&quot;, e gli stessi tecnici, che in genere non sono degli idealisti sentimentali, ci annunciano che tra non molto l&#8217;umanit\u00e0 sar\u00e0 vegetariana o scomparir\u00e0.<\/p>\n<p>Fortunatamente, il numero delle piante utili \u00e8 forse sufficiente a soddisfare i nostri bisogni. Si ritiene che le specie vegetali in tutto il pianeta siano all&#8217;incirca ottocentomila, ma soltanto duecentocinquantamila di loro sono catalogate; quanto alle piante di cui sappiamo utilizzare le propriet\u00e0, esse non sono che poche centinaia, mentre i nostri antenati ne conoscevano migliaia. Nel 1942, l&#8217;invenzione della penicillina ha dimostrato in modo lampante quante risorse imprevedibili nascondeva ancora il mondo vegetale. In ogni modo, le pi\u00f9 brillanti scoperte dei ricercatori non potranno avere che degli effetti estremamente limitati finch\u00e9 non avremo compreso profondamente che cosa \u00e8 la vita dea pianta, finch\u00e9 non avremo imparato a conoscere di nuovo che cosa \u00e8 in s\u00e9 l&#8217;essere vegetale.\u00bb<\/p>\n<p>Secondo questa interpretazione, dunque, non solo i parchi naturali, ma gli stessi giardini non sono che l&#8217;immagine sbiadita della condizione originaria del rapporto fra l&#8217;uomo e il sacro, quando l&#8217;intera vegetazione era vista come propriet\u00e0 divina. L&#8217;uomo poteva usufruirne e mangiarne i frutti, ma non gi\u00e0 considerarsene il padrone; inoltre, l&#8217;utilizzo della terra e dei suoi beni &#8211; primo fra tutti, l&#8217;acqua &#8211; era riservato all&#8217;intera comunit\u00e0, non al singolo individuo.<\/p>\n<p>Poi, con l&#8217;invenzione dell&#8217;agricoltura, l&#8217;uomo incominci\u00f2 a considerare la terra come un bene da sfruttare razionalmente, nella misura pi\u00f9 ampia possibile; per fare posto alle colture, inizi\u00f2 a distruggere le foreste, e, delimitando i campi, introdusse la pratica ed il concetto della propriet\u00e0 privata.<\/p>\n<p>In quella fase sorsero i boschi sacri, come il famoso Bosco di Diana, presso il Lago d&#8217;Averno, descritto da Virgilio nel VI canto dell&#8217;\u00abEneide\u00bb, al cui interno sorgeva il tempio d&#8217;Apollo (e l&#8217;Antro della Sibilla cumana): quasi come un risarcimento nei confronti della divinit\u00e0 per tutte le superfici che continuamente venivano messe a coltura e sfruttate esclusivamente in base a un criterio di tipo economico.<\/p>\n<p>Audacemente, Jacques Brosse istituisce una diretta filiazione tra la nascita dell&#8217;agricoltura, mediante la selezione dei cereali, e la manipolazione genetica oggi in voga tra gli agronomi, che scaraventa sul mercato alimentare mondiale quantit\u00e0 industriali di vegetali creati in laboratorio, con le tecniche pi\u00f9 disinvolte: l&#8217;una \u00e8 compresa nell&#8217;altra, egli dice, come l&#8217;albero \u00e8 in potenza nel seme.<\/p>\n<p>Cos\u00ec \u00e8 incominciata la profanazione della natura, nel senso etimologico della parola: quello di rendere profano, ossia di porre qualche cosa al di fuori del tempio, al di fuori dell&#8217;area di pertinenza del sacro.<\/p>\n<p>Conosciamo assai bene l&#8217;obiezione fondamentale che si suole muovere alla proposta di tornare ad una visione sacrale della natura, o anche solo alle obiezioni alla manipolazione genetica di piante e animali: ossia che l&#8217;aumento esponenziale della popolazione mondiale non consente anacronistici sentimentalismi, e che ogni ettaro di terra arabile deve essere sfruttato per sfamare gli esseri umani e sopperire alle loro necessit\u00e0.<\/p>\n<p>Certo, l&#8217;aumento vertiginoso della popolazione mondiale, negli ultimi cento anni, pone dei problemi drammatici; eppure, anche in questo caso, basta osservare un grafico dell&#8217;incremento demografico sul nostro pianeta, dall&#8217;inizio della storia a noi nota, per rendersi conto che l&#8217;\u00abesplosione\u00bb dell&#8217;ultimo secolo non \u00e8 in contraddizione, ma perfettamente in linea con l&#8217;andamento precedente, nonch\u00e9 con le sue premesse ideologiche.<\/p>\n<p>Se tutta la terra non \u00e8 che un immenso campo a disposizione dell&#8217;uomo, da sfruttare illimitatamente e senza riguardo alcuno per gli altri viventi, come meravigliarsi di essere arrivati a questo punto? Gli effetti sono assolutamente coerenti con le premesse.<\/p>\n<p>Senza contare che la sistematica distruzione delle ultime foreste vergini, e a maggior ragione la pratica della manipolazione genetica sugli alimenti, non hanno nulla a che fare con l&#8217;esigenza di sfamare una popolazione mondale in continuo aumento; ma, al contrario, sono il risultato di una politica alimentare basata sul consumo smodato di carne, specialmente bovina, da parte dei popoli del Nord del pianeta, ossia di meno del venti per cento della popolazione mondiale (cfr. il nostro precedente articolo \u00abDifendere le ultime foreste del pianeta per salvare il bene inestimabile della biodiversit\u00e0\u00bb, consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Ecco, allora, che il \u00abpeccatum originalis\u00bb della modernit\u00e0, quanto pi\u00f9 si esaminano le cose con occhio spassionato e libero dai condizionamenti della odierna Vulgata scientista, retrocede nel tempo di migliaia di anni, con buona pace di Rousseau e del mito illuminista del \u00abbuon selvaggio\u00bb, tipico mito consolatorio escogitato dalla ragione calcolante e strumentale per lavare la propria cattiva coscienza.<\/p>\n<p>La storia dell&#8217;umanit\u00e0 \u00e8 piena di disastri ecologici provocati dall&#8217;uso dissennato delle risorse naturali, molto prima della Rivoluzione scientifica e della sua naturale conseguenza, la Rivoluzione industriale. Non \u00e8 affatto vero che i popoli nativi e le societ\u00e0 pre-moderne sono, di per s\u00e9, rispettosi dell&#8217;ambiente naturale e saggi amministratori dei suoi frutti. I popoli agricoltori del Sud-Ovest degli odierni Stati Uniti d&#8217;America ridussero una regione fertile a uno sterile deserto, per lo sfruttamento eccessivo che fecero della fertilit\u00e0 del suolo.<\/p>\n<p>E i Maori della Nuova Zelanda, che non erano agricoltori ma cacciatori, condussero il Moa gigante all&#8217;estinzione; senza contare che, quando ebbero esaurito le risorse della selvaggina, scatenarono una serie di incessanti guerre tribali, allo scopo di rifornirsi di carne umana. Si ha ragione di sospettare che il cannibalismo fu la ragione dell&#8217;estinzione della popolazione preesistente dell&#8217;arcipelago, quella dei Moriori. L&#8217;ultimo banchetto collettivo documentati avvenne nel 1835, a spese dei pacifici abitanti delle isole Chatham, che vennero sterminati fino all&#8217;ultimo a messi in pentola dai Maori.<\/p>\n<p>E allora?Bisogna forse pensare che l&#8217;uomo debba rinunciare all&#8217;agricoltura, che debba rinunciare a ogni forma di progresso, per ristabilire gli equilibri compromessi fra s\u00e9 e l&#8217;ambiente in cui si trova a vivere?<\/p>\n<p>Posto in questi termini, il problema apparirebbe assurdo fino quasi al comico, se non fosse, invece, altamente drammatico. Evidentemente, non si tratta, n\u00e9 pu\u00f2 trattarsi, di questo.<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che la colpa originaria dell&#8217;uomo, se cos\u00ec vogliamo chiamarla, non \u00e8 stata l&#8217;aver proceduto allo sfruttamento delle risorse naturali; ma il modo in cui lo ha fatto, e soprattutto la filosofia da cui \u00e8 partito: una colpa, a ben guardare, che si \u00e8 consumata innanzitutto all&#8217;interno del suo mondo di valori, e solo in un secondo momento, gradualmente, ai danni dell&#8217;ambiente esterno.<\/p>\n<p>Come si narra nel mito biblico della Genesi, la Terra era un giardino messo da Dio a disposizione dell&#8217;uomo. Egli poteva goderne liberamente, ma rispettando un limite ben preciso: quello della creatura che riconosce il primato del suo creatore.<\/p>\n<p>Il termine stesso di \u00abrisorsa\u00bb, adoperato abitualmente per designare le potenzialit\u00e0 economiche dell&#8217;ambiente naturale, tradisce l&#8217;attitudine rapace, egoistica e incontinente dell&#8217;uomo di fronte alla natura, incapace di vedere in essa altro che un magazzino da cui prelevare a piacimento tutto ci\u00f2 che gli serve, e una immensa discarica nella quale riversare incessantemente i prodotti di scarto del suo lavoro.<\/p>\n<p>Recuperare il senso del sacro, pertanto, non significa rinunciare all&#8217;agricoltura, e nemmeno all&#8217;industria e alla tecnica; ma rivedere radicalmente il posto dell&#8217;uomo sia nel sistema della natura, sia di fronte all&#8217;Essere dal quale deriva e al quale aspira a ritornare. Riconoscere questo doppio legame, con l&#8217;Essere e con tutti gli altri enti, vuol dire, per prima cosa, rinunciare alla filosofia presuntuosa e irresponsabile del dominio e dello sfruttamento illimitati, per ritornare a una visione del proprio futuro che sia compatibile con le esigenze degli altri viventi, e che rifletta la doverosa subordinazione dell&#8217;uomo stesso nei confronti dell&#8217;Essere.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo non \u00e8 il padrone di nulla, neanche del metro quadrato di terra che servir\u00e0 ad accogliere le sue spoglie mortali: questa \u00e8 l&#8217;idea centrale che deve sostituire la sciocca pretesa di essere il signore del creato. Di conseguenza, egli deve riconoscere sia la legittima presenza di tutti gli altri viventi, sia il dovere morale di rendere conto ad una istanza superiore dell&#8217;uso che sta facendo di ci\u00f2 che la natura gli offre.<\/p>\n<p>Arriver\u00e0 il giorno in cui l&#8217;uomo guarder\u00e0 all&#8217;uccisione dell&#8217;animale cos\u00ec come, oggi, egli guarda all&#8217;uccisione di un proprio simile: con orrore e disgusto; perch\u00e9 arriver\u00e0 il giorno in cui egli comprender\u00e0 che ogni creatura vivente \u00e8 un suo simile.<\/p>\n<p>E arriver\u00e0 il giorno in cui egli riscoprir\u00e0 l&#8217;importanza di sedersi a tavola ringraziando e benedicendo il suo Creatore, come facevano i nostri nonni: perch\u00e9 comprender\u00e0 che non lui \u00e8 l&#8217;autore del cibo che mangia e che lo nutre; che non lui \u00e8 Dio.<\/p>\n<p>Quando ci\u00f2 avverr\u00e0, anche i comportamenti dell&#8217;uomo verso la natura saranno improntati a un maggiore senso di responsabilit\u00e0; e la deforestazione selvaggia, la manipolazione genetica, la clonazione, gli appariranno per ci\u00f2 che in realt\u00e0 sono: un peccato contro l&#8217;Essere, non meno che un delitto contro gli altri viventi e contro se stesso.<\/p>\n<p>E sar\u00e0 egli stesso a decidere di astenervisi; se pure rimarr\u00e0 ancora del tempo per raddrizzare la rotta, prima che il sistema della natura subisca delle ferite irreparabili.<\/p>\n<p>In questo senso, e solo in questo senso, \u00e8 vero quello che sostengono le filosofie scientiste e materialiste della modernit\u00e0: che l&#8217;uomo stringe fra le sue mani il proprio destino, e che a lui solo compete la scelta fra la sopravvivenza e l&#8217;autoannientamento.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;ideologia propria della modernit\u00e0 \u00e8 basata sull&#8217;idea di progresso; o, meglio, sulla pretesa autoevidenza dell&#8217;idea di progresso. 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