{"id":28070,"date":"2019-06-11T01:32:00","date_gmt":"2019-06-11T01:32:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/06\/11\/progresso-contro-provvidenza\/"},"modified":"2023-09-15T20:15:43","modified_gmt":"2023-09-15T20:15:43","slug":"progresso-contro-provvidenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/06\/11\/progresso-contro-provvidenza\/","title":{"rendered":"Progresso contro Provvidenza?"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;uomo cristiano credeva nella Provvidenza; l&#8217;uomo moderno crede nel Progresso. Non ci sono punti d&#8217;incontro, n\u00e9 mediazioni possibili tra le due fedi; perch\u00e9 di fedi sui tratta, la seconda essendo un esplicito surrogato della prima. I cristiani moderni, che sono una contraddizione in termini, credono anch&#8217;essi nel Progresso, almeno nei fatti; a parole, forse, credono ancora, almeno in parte, nella Provvidenza. Per\u00f2 quello che conta sono i fatti; e i fatti sono che gli uomini moderni non hanno altra fede, se ne hanno una, che quella nel Progresso; altrimenti non credono in niente, e quindi, in effetti, sono solo dei nichilisti. Nel binomio <em>cristiano moderno<\/em>, \u00e8 il secondo termine che prevale, necessariamente e fatalmente, sul primo; se prevalesse il primo, non avremmo a che fare con un <em>cristiano moderno<\/em>, ma semplicemente con un cristiano, il quale, quanto alla sua cittadinanza terrena, si trova a vivere nell&#8217;ambito della modernit\u00e0, senza per\u00f2 appartenerle e senza aver fatto suoi gli elementi essenziali che la costituiscono, primo fra tutti il relativismo assoluto spacciato per pluralismo, dialogo e rispetto delle posizioni altrui. Il cristiano, in quanto cristiano, appartiene al Vangelo; e il Vangelo \u00e8 eterno ed \u00e8 fatto per l&#8217;eternit\u00e0; dunque, il vero cristiano si considera cittadino dell&#8217;eternit\u00e0 e quando deve decidere cosa \u00e8 bene e cosa \u00e8 male, non guarda a come si regolano tutti, a quel che dicono gli altri e a ci\u00f2 che stabiliscono le leggi (le leggi dicono, per esempio, che aborto, divorzio ed eutanasia sono cose perfettamente lecite), ma guarda alla parola di Dio cos\u00ec come l&#8217;ha insegnata il suo Figlio, Ges\u00f9 Cristo, e non come la smercia la contro-chiesa dei nostri giorni, figlia della modernit\u00e0 e quindi, in ultima analisi, figlia di Satana. \u00c8 lui, infatti, il Diavolo, che ha insegnato ai gesuiti la misera astuzia di voler <em>aggiornare<\/em> e a<em>deguare<\/em> il messaggio del Vangelo al linguaggio dell&#8217;uomo moderno, dicendo, per\u00f2, di non volerne modificare i contenuti: perch\u00e9 quell&#8217;aggiornamento non \u00e8, e non pu\u00f2 essere altro che un tradimento, e quell&#8217;adeguamento \u00e8 precisamente lo stratagemma escogitato allo scopo di cambiare i contenuti, ossia la dottrina, ma senza avere l&#8217;onest\u00e0 di dichiararlo.<\/p>\n<p>Ma in che cosa consiste, esattamente, la differenza fra le due fedi, quella nella Provvidenza e quella nel Progresso? La fede nella Provvidenza \u00e8 la fede nella volont\u00e0 di Dio: l&#8217;abbandono fiducioso ad essa, senza la pretesa di poterne penetrare il segreto; la fiduciosa certezza che il mondo \u00e8 nelle mani di Dio, la storia e il tempo sono nelle mani di Dio, tutto \u00e8 nelle mani di Dio, dal filo d&#8217;erba alla galassia; e che niente, assolutamente niente, neppure la caduta della piuma d&#8217;un passero, pu\u00f2 accadere <em>contro<\/em> la volont\u00e0 di Dio. Il che non significa, evidentemente, che tutto ci\u00f2 che accade corrisponde perfettamente alla sua volont\u00e0: il male non \u00e8 ci\u00f2 che Dio vuole, ma ci\u00f2 che Dio permette, in taluni casi, per non soffocare il dono pi\u00f9 grande che Egli ha fatto all&#8217;uomo: l&#8217;intelligenza, e, insieme ad essa, il suo necessario corollario, la libert\u00e0 del volere. Se l&#8217;uomo volesse sempre il bene, non sarebbe pi\u00f9 uomo, sarebbe angelo; ma l&#8217;uomo non \u00e8 angelo (e, del resto, gli Angeli stessi ebbero la libert\u00e0, e quindi la possibilit\u00e0 di ribellarsi, e una parte di essi lo fece; da allora, invece, tutta la loro intelligenza e la loro volont\u00e0 si son fatte docili strumenti, definitivi e inalterabili, del Volere divino). Bisogna distinguere pertanto fra ci\u00f2 che Dio vuole e ci\u00f2 che Dio permette: la permissione non \u00e8 la stessa cosa della volont\u00e0; resta comunque vero che tutto ci\u00f2 che accade, accade o per volont\u00e0, o con la permissione di Dio. E ci\u00f2 \u00e8 misterioso; e, senza il dono della fede, non di rado \u00e8 anche scandaloso: come altrimenti giudicare il trionfo apparente dei malvagi e la disfatta apparente dei buoni? \u00c8 la fede che aiuta il credente ad accettare simili cose: la fede nella superiore Intelligenza di Dio e nella perfezione assoluta del suo Amore per gli uomini. Dio sa quello che fa, e ci conosce sino in fondo all&#8217;anima; noi no, non sappiamo neppure ci\u00f2 che \u00e8 bene per noi stessi, e continuamente c&#8217;inganniamo, imboccando strade sbagliate e rinnovando in continuazione errori sopra errori, traviati dalla concupiscenza e dall&#8217;ignoranza, che accendono, a loro volta, la lussuria, la superbia e l&#8217;avidit\u00e0.<\/p>\n<p>Sull&#8217;alternativa fra Provvidenza e Perogresso, osservava Karl L\u00f6with (Monaco di Baviera, 1897-Heidelberg, 1973) nel suo saggio <em>Significato e fine della storia. I presupposti teologici della filosofia della storia<\/em>; traduzione di Flora Tedeschi Negri, Milano, Edizioni di Comunit\u00e0, 1963; prefazione di Pietro Rossi, Milano, Il Saggiatore, 1989; Milano, EST, 1998):<\/p>\n<p><em>Il principio hegeliano della traduzione secolare del principio cristiano &quot;nella forma della ragione umana e della libert\u00e0&quot; \u00e8 comune a tutte le filosofie della storia dell&#8217;Illuminismo. Tuttavia Hegel si distingue dai suoi predecessori come dai suoi discepoli radicali per aver ricondotto il concetto teologico del compimento del tempo attraverso Cristo alla fede illuministica nel progresso. Nella sua filosofia della storia il progresso non \u00e8 rivoluzionario: esso tende alla peretta elaborazione e perfezione di un principio in s\u00e9 compiuto dell&#8217;intero processo storico. Per il razionalista tipico del secolo XVII e del secolo XVIII il progresso rappresenta invece un illimitato progredire verso una sempre maggiore razionalit\u00e0, libert\u00e0 e felicit\u00e0, poich\u00e9 il tempo non \u00e8 ancora compiuto.<\/em><\/p>\n<p><em>J. B. Bury, nel suo volume &quot;The Idea of Progress&quot;, ha posto in luce come essa sorga nel secolo XVII per svilupparsi in una generale visione del mondo. La fede in un progresso terreno e illimitato si sostituisce sempre pi\u00f9 a quella nella provvidenza di un dio trascendente. &quot;Gli uomini non poterono costruire una teoria del progresso, finch\u00e9 non si sentirono indipendenti da una provvidenza&quot;. Ma infine proprio l&#8217;idea del progresso doveva assumersi la funzione della provvidenza, cio\u00e8 quella di prevedere e di provvedere per il futuro.<\/em><\/p>\n<p><em>Il problema del progresso, anzitutto nel campo delle arti e delle scienze, fu posto per la prima volta nelle &quot;querelle des anciens et des modernes&quot; e successivamente discusso per pi\u00f9 di un secolo in tutta Europa da uomini come Fontenelle, Vico, Swift e Lessing. La distinzione tra &quot;moderni&quot; e &quot;antichi&quot; riguard\u00f2 dapprima la problematica superiorit\u00e0 dei moderni sull&#8217;antichit\u00e0 classica, ma apparentemente ignor\u00f2 la questione se essi fossero progrediti anche rispetto al cristianesimo. Un esame pi\u00f9 approfondito di queste discussioni sui vantaggi e gli svantaggi dell&#8217;antichit\u00e0 mostrava comunque che il loro problema centrale era la distinzione tra antichit\u00e0 pagana e cristianesimo, tra ragione e rivelazione. E quando la moderna idea del progresso divenne la religione degli uomini di cultura, la modernit\u00e0 fu intesa in antitesi tanto all&#8217;antichit\u00e0 classica quanto al cristianesimo, che di per se stesso rappresentava gi\u00e0 un progresso rispetto all&#8217;antichit\u00e0. Condorcet, Comte e Proudhon non si pongono pi\u00f9 sul serio la questione se i moderni abbiamo superato gli antichi: per essi il problema consiste piuttosto nel superamento e nella sostituzione delle dottrine fondamentali e del sistema sociale della Chiesa cristiana. Nello stesso tempo essi erano consapevoli che il progresso della rivoluzionaria et\u00e0 moderna non \u00e8 semplicemente un&#8217;immediata conseguenza delle nuove conoscenze scientifiche e storiche, ma \u00e8 mediato dal cristianesimo che supera il paganesimo classico introducendo per la prima volta nella storia occidentale l&#8217;idea del progresso, precisamente dall&#8217;Antico al Nuovo Testamento. In conseguenza di questa dipendenza originaria dell&#8217;idea del progresso dal cristianesimo, la sua accettazione moderna \u00e8 equivoca: cristiana nella sua origine, anticristiana nella sua tendenza. Mentre il punto di partenza della moderna religione del progresso \u00e8 l&#8217;attesa escatologica di un compimento futuro, alla luce del quale l&#8217;umanit\u00e0 \u00e8 vissuta finora in stato di corruzione, negli scrittori classici &#8212; anche quando descrivono la decadenza di Atene o di Roma &#8212; non si trova mai una simile disperazione e una simile speranza.<\/em><\/p>\n<p><em>Le interpretazioni della storia in termini di progresso e di decadenza, da Voltaire e Rousseau fino a Marx e a Sorel, sono il tardo ma ancor valido prodotto della teoria biblica della salvezza e della perdizione. Alla riflessione storica classica rimase estranea questa interpretazione escatologica del divenire in riferimento a un giudizio e a una redenzione finale<\/em>.<\/p>\n<p>Senza dubbio la <em>querelle des anciens et des modernes<\/em> anticipa la dialettica fra Provvidenza e Progresso e ne \u00e8 quasi la prova generale, nel senso che istituisce un implicito raffronto fra il cristianesimo e la modernit\u00e0, il che ci permette di retrodatare i suoi prodromi al XVII secolo. Perci\u00f2 il cambio di paradigma \u00e8 in corso da quattro secoli; se poi vogliamo andare alle sue radici, si deve risalire fino al XIV secolo, cio\u00e8 alla tarda Scolastica e a Guglielmo di Ockham. D&#8217;altra parte, bisogna tener presente che il cambio di paradigma ha investito i popoli europei solo relativamente tardi; nel complesso, e specialmente nelle campagne, essi sono rimasti legati al vecchio paradigma, cio\u00e8 alla concezione cristiana, sia pure in forme sempre pi\u00f9 impoverite e incoerenti, fino alle soglie della piena modernit\u00e0, che si \u00e8 affermata con l&#8217;industrializzazione, l&#8217;urbanizzazione e la diffusione di una mentalit\u00e0 liberale e materialista, sempre pi\u00f9 venata d&#8217;indifferentismo e di edonismo. Ad accogliere il nuovo paradigma sono state le <em>\u00e9lites<\/em>: quelle dell&#8217;umanesimo pagano nel XIV secolo, poi quelle del naturalismo rinascimentale (clero compreso: Bruno e Campanella erano frati domenicani); indi, dalla prima met\u00e0 del XVI secolo all&#8217;inizio del XVIII, quelle del libertinismo, che fin dal 1525 godevano, in Francia, della protezione della sorella del re Francesco I, Margherita d&#8217;Angoul\u00eame. Eppure, ancora nel XIX secolo, la mentalit\u00e0 illuminista, libertina e progressista non aveva fatto breccia che in una parte dell&#8217;aristocrazia e in alcuni settori della grande e media borghesia; restava per\u00f2 quasi del tutto estranea alle masse popolari, specie in ambito rurale. Perch\u00e9 la fede nel Progresso cominciasse a penetrare negli strati pi\u00f9 bassi e pi\u00f9 numerosi della societ\u00e0, era necessario che incominciasse a diffondersi un certo benessere, o, quanto meno, una certa aspettativa di benessere: infatti sin dall&#8217;inizio l&#8217;ideologia del Progresso, ufficialmente adottata dai <em>philosophes<\/em> illuministi, si era fatta banditrice di una nuova promessa, quella della felicit\u00e0. Prima, per\u00f2, era necessario che il quadro di riferimento spirituale e morale dei popoli europei venisse preso d&#8217;assalto e letteralmente scardinato dagli effetti della Rivoluzione industriale. Fu solo con il trasferimento forzoso delle masse contadine nei centri urbani e con la sostituzione della famiglia mononucleare alla famiglia patriarcale estesa, e con il trauma di un inserimento selvaggio nella realt\u00e0 urbana e nel sistema di fabbrica, che i popoli d&#8217;Europa persero irrimediabilmente la sostanza della fede religiosa e, pur conservandone il guscio ormai vuoto, si aprirono alle sirene del nuovo paradigma, che, in cambio della miseria e dell&#8217;abbrutimento presenti, prometteva un avvenire migliore e addirittura una futura felicit\u00e0, quale mai essi avevano sognato o sperato. Infatti il nuovo paradigma, largo di promesse, moltiplicava i richiami a una serie di diritti del cittadino, senza ricordare con sufficiente chiarezza che a ogni nuovo diritto non pu\u00f2 che corrispondere un nuovo dovere, e in tal modo oper\u00f2 un gigantesco inganno, dando a intendere che il futuro avrebbe portato sempre pi\u00f9 diritti, sempre pi\u00f9 benessere e sempre memo doveri e sacrifici. Il cristianesimo, invece, era sempre stato molto franco e leale nella sua pedagogia: non aveva mai promesso nulla d&#8217;impossibile; non aveva mai detto, o anche solo suggerito, che un bel momento tutte le miserie verranno sanate e che vi sar\u00e0 la realizzazione del Regno di Dio sulla terra; al contrario, ha sempre ricordato ai fedeli che il regno di Dio non \u00e8 di questo mondo, anche se in questo mondo, nella vita terrena con le sue ombre le sue luci, ha inizio la sua costruzione. Nella societ\u00e0 italiana del Settentrione, la piena modernizzazione \u00e8 arrivata all&#8217;indomani della Seconda guerra mondiale, quando gli animi erano provati dall&#8217;esperienza traumatica di un conflitto senza precedenti, ed \u00e8 venuta cos\u00ec a colmare un vuoto non solo materiale, costituito dalla miseria e dall&#8217;emigrazione, ma anche e soprattutto morale e spirituale; in quella del Meridione non \u00e8 arrivata neppur oggi, se non nelle forme spurie e aberranti che sono proprie di un fenomeno d&#8217;importazione cui la societ\u00e0 locale non partecipa affatto, se non per cercar di adattarvisi. Il che non va letto solo in senso negativo, perch\u00e9 il rovescio della medaglia \u00e8 che, quando si verifica questa situazione, continuano a sopravvivere come luci nella notte, gli ultimi bagliori del paradigma precedente. Nell&#8217;Italia rurale, la religiosit\u00e0 popolare ha resistito pi\u00f9 a lungo; non \u00e8 un caso che l&#8217;ultimo grande santo del XX secolo sia stato un uomo del profondo Sud, padre Pio da Pietrelcina. Padre Pio non \u00e8 immaginabile nella Milano o nella Torino del <em>boom<\/em>; e la sua religiosit\u00e0 ascetica, mistica, sofferta, non \u00e8 conciliabile con lo &quot;spirito&quot; conciliare. Egli vedeva bene da dove arrivava il pericolo e aveva chiesto e ottenuto di poter celebrare la Messa in latino, fino all&#8217;ultimo dei suoi giorni. Ecco perch\u00e9 i teologi contemporanei, per non parlare dei cardinali e dei vescovi bergogliani, non parano mai di lui. Padre Pio, contadino del Sud pieno di un fervore spirituale battagliero e intransigente, vedeva la vita come una perenne lotta fra il bene e il male; credeva nella Provvidenza e non nel Progresso. E come dargli torto? Perfino l&#8217;ateo Leopardi, centocinquanta anni prima, non credeva al Progresso, n\u00e9 alla sua promessa di felicit\u00e0. E perch\u00e9 dovrebbe crederci un cristiano oggi, se non perch\u00e9 \u00e8 diventato un <em>cristiano moderno<\/em>, cio\u00e8 un cristiano che si \u00e8 arreso alla modernit\u00e0?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;uomo cristiano credeva nella Provvidenza; l&#8217;uomo moderno crede nel Progresso. 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