{"id":28023,"date":"2008-04-01T12:41:00","date_gmt":"2008-04-01T12:41:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/04\/01\/riflessione-sulla-morte-prepararsi-a-un-congedo-sereno-senza-rimpianti\/"},"modified":"2008-04-01T12:41:00","modified_gmt":"2008-04-01T12:41:00","slug":"riflessione-sulla-morte-prepararsi-a-un-congedo-sereno-senza-rimpianti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/04\/01\/riflessione-sulla-morte-prepararsi-a-un-congedo-sereno-senza-rimpianti\/","title":{"rendered":"Riflessione sulla morte: prepararsi a un congedo sereno, senza rimpianti"},"content":{"rendered":"<p>Siamo fatti per la vita, eppure la morte ci chiama.<\/p>\n<p>Ci siamo gi\u00e0 occupati di questo paradosso, in sede filosofica e religiosa, in alcuni precedenti articoli, quali <em>L&#8217;ultimo nemico ad essere sconfitto sar\u00e0 la morte<\/em> e <em>La vocazione alla vita degli esseri si realizza attraverso il paradosso della morte<\/em> (tutti consultabili sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Ora desideriamo accostarci a questa problematica da un punto di vista pi\u00f9 immediato e individuale, cercando di riflettere non sul senso della morte in generale, ma della <em>nostra<\/em> morte: di quell&#8217;evento unico e irripetibile che porr\u00e0 fine, per ciascuno di noi, alla nostra vita, unica e irripetibile (anche coloro che credono nella reincarnazione, infatti, devono ammettere che la eventuale rinascita non riporter\u00e0 la nostra vita negli stessi identici termini di &quot;prima&quot;).<\/p>\n<p>In particolare, riteniamo che un esercizio di meditazione sulla <em>nostra<\/em> morte possa essere quanto mai utile ed opportuno per aiutarci a chiarire sempre meglio il senso della nostra vita, nonch\u00e9 per predisporci all&#8217;evento della nostra morte nella giusta disposizione di spirito, in modo che esso &#8211; unico eventi assolutamente certo dopo la nascita &#8211; non ci colga totalmente smarriti e impreparati, come coloro i quali si trovassero di fronte a una eventualit\u00e0 che nulla faceva supporre possibile o anche solo probabile.<\/p>\n<p>Per svolgere una meditazione sulla morte, dobbiamo, in qualche misura &#8211; almeno all&#8217;inizio &#8211; compiere un certo sforzo su noi stessi, perch\u00e9 l&#8217;istinto di conservazione \u00e8 cos\u00ec forte che ci spingerebbe a rifiutare anche solo il pensiero della <em>nostra<\/em> morte &#8211; e, in una certa misura, delle persone a noi particolarmente care. \u00c8 ben questa la ragione per la quale la grande maggioranza degli esseri umani rifugge istintivamente dall&#8217;idea di affrontare a mente fredda una tale meditazione, e tende a considerare come degli iettatori, o poco meno, coloro i quali hanno il &quot;cattivo gusto&quot; di ricordare loro questa semplice certezza: che anch&#8217;essi dovranno morire.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 o meno, il ragionamento dell&#8217;uomo comune \u00e8, in proposito questo: dato che morire bisogna, perch\u00e9 angustiarsi nel tempo che ci \u00e8 dato di vivere, anticipando con l&#8217;immaginazione le angosce della morte? Meglio star di buon animo e pensare a vivere; a morire, ci penseremo quando proprio non potremo pi\u00f9 rimandarlo.<\/p>\n<p>In questo ragionamento vi sono due punti deboli, che \u00e8 facile mettere in evidenza a chiunque sia dotato di senso comune.<\/p>\n<p>Il primo \u00e8 che non ci si pu\u00f2 preparare adeguatamente a una cosa, se si rinvia all&#8217;infinito il momento di prenderla in considerazione. Sarebbe come se uno studente dicesse:\u00abPenser\u00f2 all&#8217;esame il giorno in cui dovr\u00f2 sostenerlo, e non un minuto prima; per adesso voglio godermi la vita, non sciupare le mie giornate sui libri\u00bb; o come se un atleta, poniamo un nuotatore, affermasse: \u00abMi preoccuper\u00f2 della gara quando sar\u00e0 il momento; per ora, perch\u00e9 dovrei sobbarcarmi pesanti allenamenti in piscina e tenermi a dieta, angustiando i miei giorni prima del tempo?\u00bb. Sono certamente entrambi atteggiamenti legittimi, ma poco sensati. \u00c8 evidente, infatti, che le probabilit\u00e0 di affrontare con successo una determinata situazione dipende in primo luogo dal grado di preparazione che avremo raggiunto nei confronti di essa.<\/p>\n<p>N\u00e9 giova obiettare che per la morte, essendo la fine della vita, non c&#8217;\u00e8 nulla cui prepararsi; e che essa, a differenza di un esame o di una gara, non dar\u00e0 accesso n\u00e9 a un diploma, n\u00e9 a una vittoria sportiva. Infatti, a prescindere dal fatto che noi non sappiamo &#8211; razionalmente parlando &#8211; se la morte sia solo la fine della vita o non piuttosto l&#8217;inizio di un&#8217;altra forma di esistenza, che dipender\u00e0, appunto, <em>anche<\/em> dal modo in cui avremo saputo vivere e morire, resta la semplice verit\u00e0 che la morte \u00e8 sicuramente una <em>prova<\/em>, come lo sono un esame o una gara. Anzi, diciamo pure che \u00e8 la prova per eccellenza, la prova che fa impallidire tutte le altre prove.<\/p>\n<p>Se questo \u00e8 vero, ne consegue che &#8211; come e pi\u00f9 che per qualsiasi altra prova &#8211; noi non possiamo sperare di affrontarla con successo, se ci presentiamo all&#8217;appuntamento con essa totalmente impreparati.<\/p>\n<p>Il secondo punto debole del ragionamento di coloro i quali si rifiutano di prendere seriamente in considerazione l&#8217;idea della <em>propria<\/em> morte, \u00e8 che essi danno per scontato, pi\u00f9 o meno esplicitamente, che la morte ci si presenti sotto la forma di una conclusione radicale e inappellabile della nostra esistenza e che, pertanto, ogni pensiero ad essa dedicato non sarebbe che una diminuzione volontaria, e autolesionistica, del tempo che ci \u00e8 dato da vivere, anticipando, per cos\u00ec dire, col pensiero quella sottrazione definitiva che consister\u00e0 nella morte fisica.<\/p>\n<p>Tale disposizione nasce da una visione puramente quantitativa del tempo. \u00c8 come se quelle persone ritenessero di essere alla merc\u00e9 di un creditore spietato e inesorabile, che un bel giorno pretender\u00e0 da loro una cifra cos\u00ec astronomica, che esse non saranno mai in grado di pagarla: perch\u00e9 dunque dovrebbero rovinarsi il piacere della vita, cominciando fin da ora a versare qualche centesimo &#8211; racimolato a fatica &#8211; a quel creditore smodato e crudele? Sarebbe un sacrificio inutile, perch\u00e9 non varr\u00e0 a diminuire l&#8217;ammontare della cifra esorbitante che, alla fine, verr\u00e0 loro chiesto di restituire, e servir\u00e0 solo a impoverirli nelle loro presenti necessit\u00e0.<\/p>\n<p>Eppure, tutti sappiamo che il tempo veramente significativo della nostra vita non \u00e8 quello cronologico, ma quello interiore; non quello quantitativo, ma quello qualtitativo. Tutti sappiamo, o ne abbiamo fatto l&#8217;esperienza, che cinque minuti accanto alla persona amata possono valere una eternit\u00e0, mentre venti anni trascorsi in una condizione insoddisfacente ci sembrano meno degni di essere vissuti.<\/p>\n<p>Per convincersene, basta richiamarsi all&#8217;esperienza dei poeti o, meglio ancora, dei bambini. Per il bambino, i cinque minuti in cui la mamma o il pap\u00e0 siedono sul bordo del loro lettino, alla sera, e raccontano loro una bella fiaba, non rappresentano affatto una unit\u00e0 di tempo quantificabile e oggettivabile. Si tratta, invece, di una situazione in cui la fantasia e l&#8217;affettivit\u00e0 dilatano i confini del tempo e dello spazio e proiettano la coscienza in un&#8217;<em>altra<\/em> dimensione, dove non esistono orologi che scandiscano i minuti, n\u00e9 meridiani e paralleli che delimitino lo spazio; ma draghi, principesse, streghe e principi azzurri, ossia creature di un <em>altro mondo<\/em> le quali &#8211; ecco il prodigio! &#8211; fanno irruzione nel qui-e-ora, portando, come un soffio possente di vento, il presentimento &#8211; anzi, la certezza &#8211; che <em>esistono altre cose fra il cielo e la terra<\/em>, che i sensi ordinari e la ragione raziocinante non sanno neppure immaginare.<\/p>\n<p>Dunque, la morte; meglio: la <em>nostra morte<\/em>.<\/p>\n<p>Uno dei libri pi\u00f9 interessanti su tale argomento \u00e8 quello scritto, a quattro mani, dai coniugi Anne-Marie e Reinhard Tausch, <em>Allora potr\u00f2 \u00abpartire\u00bb serenamente. Cos\u00ec la morte ci insegna a vivere<\/em> (titolo originale; <em>Sanftes Sterben<\/em>, Reinbek bei Hamburg, 1985; traduzione dal tedesco di Raffaele Cavaliere, per l&#8217;Editrice Citt\u00e0 Nuova di Roma, 1994).<\/p>\n<p>Libro estremamente interessante, diciamolo subito, perch\u00e9 non nasce da una riflessione pi\u00f9 o meno astratta, fatta a tavolino, ma da un confronto diretto e concreto con l&#8217;evento della morte (diciamo <em>evento<\/em> per semplificare i termini della questione, anche se ben sappiamo che si tratta di un <em>processo<\/em> dai confini cos\u00ec indeterminati, che gli stessi medici sono sovente imbarazzati nell&#8217;indicarne i limiti precisi).<\/p>\n<p>Reinhard Tausch, docente di psicologia nell&#8217;Universit\u00e0 di Amburgo, psicoterapeuta e, per lungo tempo, collaboratore di C. R. Rogers, \u00e8 forse il maggiore esponente della psicologia umanistica in Europa, mentre sua moglie Anne-Marie, docente di psicologia, psicoterapeuta e scrittrice, \u00e8 deceduta nel 1985 in seguito a un tumore maligno, dopo che, insieme al marito, aveva organizzato dei seminari di incontro che avevano per tema la meditazione sulla morte.<\/p>\n<p>Pertanto, la prima parte del libro offre soprattutto le meditazioni di Anne-Marie in prossimit\u00e0 della sua stessa morte, anche alla luce del confronto con i suoi familiari e con i numerosi partecipanti al suddetto seminario; la seconda, scritta da Reinhard, sviluppa la meditazione personale sulla morte, ala luce dell&#8217;esperienza della scomparsa di una persona cara. L&#8217;opera ha, quindi, un forte sapore di cosa vissuta, ma vissuta senza enfasi e senza ridondanze emotive: \u00e8 sobria quanto pu\u00f2 esserlo una ricerca scientifica, e intensa quanto pu\u00f2 esserlo una decisiva esperienza interiore.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 un brano che ci pare particolarmente denso di significato, e che desideriamo riportare (pp. 50-56), con l&#8217;auspicio che qualche lettore sia invogliato a leggere l&#8217;intero libro &#8211; uno dei non molti che trattano in maniera equilibrata, rasserenante e positiva il tema della morte.<\/p>\n<p><em>&quot;Gli ultimi dodici giorni, Anne-Marie li pass\u00f2 a casa. Era molto debole per la chemioterapia e la rapida degenerazione fisica. Adesso in entrambi i polmoni c&#8217;era acqua, anche nel pericardio. Respirare era difficile e doloroso. Il collo era molto gonfio, e lei trovava difficile magiare, aveva dolori nella trachea e nelle ossa, soprattutto alla colonna vertebrale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Come si svolgessero gli ultimi giorni, cosa lei provasse dentro e quale fosse il suo atteggiamento, lo si pu\u00f2 comprendere attraverso un racconto che lei stessa dett\u00f2 un anno e mezzo prima, quando sembrava giunto il suo ultimo giorno.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abOggi \u00e8 il 12 febbraio 1983. Sono a letto. I miei dolori sono calati notevolmente, anche se non posso fare a meno di analgesici. Il mio letto \u00e8 al centro del mio studio. \u00c8 un letto che ci siamo fatti prestare dall&#8217;infermiera comunale. Durante il giorno sto qui, e sono grata di stare nelle mia stanza, che mi trasmette, con i tanti posters, fiori, candele e luce diffusa, una buona sensazione. Come inizi\u00f2 tutto? Due giorni prima di Natale, il mio radiologo mi disse che attraverso un tipo particolare di lastre si evidenziavano una serie di metastasi nelle ossa: cio\u00e8, cellule cancerose nelle ossa, soprattutto nel midollo spinale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 stato un Natale pesante, ma nella sua piena atmosfera familiare: bellissimo. Reinhard, io e le figlie sapevamo che, forse, era l&#8217;ultimo Natale insieme. La notizia delle cellule cancerose nelle ossa mi aveva terribilmente demoralizzata.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Vivi la vita che ti rimane! Cos\u00ec passai giornate indimenticabili con i miei cari. Questo mi distolse, seppur per breve, da cupi pensieri.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La sera prima di San Silvestro aumentarono i dolori vicino al punto di irradiazione del seno, e nelle spalle. Mi misi a letto e non riuscivo a muovermi dai dolori. Essi venivano a tratti, circa ogni cinque secondi. Venne il medico. Si venne a conoscenza che la metastasi al midollo: ora, la morte; l&#8217;aspettavamo da un momento all&#8217;altro. Il medico disse di esser certo di poter evitare i dolori prima che sopraggiungesse.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Paragonai i dolori con le doglie, dicevo che erano doglie di morte. Ma Daniela mi rispose: &#8216;No, se entri in una nuova vita, allora sono doglie di nascita!&#8217;.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Adesso che ero totalmente impotente mi resi conto di quant&#8217;era facile chiedere aiuto. \u00c8 stata una bella esperienza, per me. Le mie figlie e Reinhard mi facilitarono molto nel chiedere il loro aiuto; non avevano quei volti disperati e sconvolti, ma durante le conversazioni ci eravamo, in fondo, detti addio. Sapevo che sarei potuta partire! Non ero mai sola. C&#8217;era sempre qualcuno seduto sul letto, mi accarezzavano, mi davano da bere, o mi facevano delle iniezioni antidolorifiche.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il 2 gennaio la figlia pi\u00f9 giovane, Daniela, festeggi\u00f2 il suo ventiduesimo compleanno. Ero ancora nella fase dei forti dolori; le tre figlie, Reinhard e il marito di Cornelia avevano deciso di sdraiarsi sul letto, di stare tutti insieme per sentirci pi\u00f9 uniti. \u00c8 stata una sera particolare. Sentivo come tutti avessero accettato che dovessi morire e che ci tenessero a starmi vicino. Sono stata curata con tanto amore e delicatezza, per esempio da Daniela, che mi lavava e mi spalmava la crema e l&#8217;olio sulla pelle bruciata dalle irradiazioni. Ho ammirato la dolcezza e delicatezza con cui mi curava.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Avevo un citofono, proprio nella stanza, collegato con tutte le altre stanze, cos\u00ec potevo chiamarli in caso di necessit\u00e0. Ci\u00f2 mi rassicurava molto. Potevo stare sola, ma potevo sempre chiedere aiuto. Le notti le passavo in camera da letto accanto a Reinhard, perch\u00e9 sapevo che bastava porgergli la mano e lui si svegliava immediatamente, per parlare con me o per accarezzarmi. Ricordo che una notte in cui mi lamentavo molto, lui si \u00e8 messo vicino a me e il calore del suo corpo mi tranquillizzava.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Cornelia, la figlia maggiore, espresse il desiderio di avere un nastro registrato da me, in modo che quando si sarebbe sentita triste dopo la mia morte, avrebbe potuto riascoltarlo. Passati due giorni, dopo una iniezione che mi tolse i dolori, registrai il nastro per le mie figlie e per Reinhard. Mi dava gioia sapere che ognuno avrebbe avuto una mia cassetta. Cornelia disse che l&#8217;avrebbe in futuro fatta ascoltare a suo figlio per fargli conoscere la mia voce, e di conseguenza me. Era molto doloroso per lei pensare che io non avrei mai potuto conoscere suo figlio, nascituro in maggio. Lei si metteva spesso nel mio letto, cos\u00ec il bambino che cresceva in lei stava tra di noi, e io gli parlavo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nel frattempo il radiologo e l&#8217;internista della clinica si erano fatti sentire, prospettando altre irradiazioni e una nuova chemioterapia. Tutti insieme abbiamo riflettuto sulle proposte e poi insieme abbiamo deciso di rinunciare all&#8217;offerta. Mi sentivo troppo a pezzi per iniziare un trattamento ambulante in clinica. Godevo troppo della vicinanza della mia famiglia, mi dava forza. Era troppo importante per me che la forza interiore non venisse meno. Non credevo nell&#8217;efficacia della chemioterapia e della cobaltoterapia.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Non volevo pi\u00f9 rimandare la morte. Il cancro continuava a diffondersi inesorabilmente e mi era rimasto poco da vivere. Noi tutti adesso volevamo vivere splendidamente uniti, anche per pochi istanti, ma intensissimi. Ascoltavamo musica meditativa, che mi facilitava l&#8217;abbandono della vita, vita gratificante e ricca che avrei volentieri continuato a vivere. Nel frattempo la notizia delle mie pessime condizioni si era diffusa, arrivavano moltissime telefonate, fiori e richieste di visite.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 stato bellissimo, Nell&#8217;ultimo Natale mi erano giunte tante lettere da persone che mi avevano conosciuta attraverso le trasmissioni televisive, i miei libri e le interviste. La gente mi inviava fiori, dischi, e una coppia a me sconosciuta invi\u00f2 dolcetti di natale fatti in casa con miele e farina integrale. Questa coppia intuiva che mi ero sentita debolissima durante quel Natale, per farmi dei dolci. La grande partecipazione di persone che non conoscevo mi ha dato sempre una grande forza e speranza. Il non riuscire a rispondere a tutta la posta per\u00f2 mi affliggeva. Negli ultimi anni rispondevo a tutte le lettere con un grazie e un saluto. Cos\u00ec questo periodo non \u00e8 stato un periodo buio. C&#8217;era molto amore intorno a me e non vedevo facce disperate.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dopo una settimana di fortissimi dolori avvenne il miracolo. Nessuno se lo sarebbe mai aspettato: i dolori diminuirono, prendevo meno analgesici. Ero confusissima, non riuscendo a vivere la sorpresa come un regalo: tutti ci eravamo lasciati, salutati, avevamo accettato l&#8217;indesiderabile, la mia morte, che rimanemmo increduli!<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Una guarigione spontanea? Non riuscimmo a credere a un reale miglioramento. Pensavamo che fosse solo un arresto provvisorio, una pausa prima della prossima ondata di dolori e debolezze. Ma il miglioramento rimase. Avremo potuto anche sperare, ma non ci provammo nemmeno. Molte domande mi assillavano: Dove andr\u00e0 la mia strada? Perch\u00e9 questo arresto? Qual \u00e8 l&#8217;entit\u00e0 del miglioramento, per quanto tempo? Parlavo con Reinhard, e chiedevo: Come ti senti? Aveva delle sensazioni simili alle mie, anche lui era perplesso. Tuttavia, bandite le domande, accettammo tutti il miglioramento con enorme entusiasmo. Mi cimentai, persino, a fare alcuni passi in casa e a lavarmi. Una spiegazione per la mia grave malattia, era che i dolori non provenissero dalla metastasi spinale, ma da un<\/em> herpes zoster<em>, che \u00e8 molto doloroso e spesso colpisce i malati di cancro.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Oggi, per la prima volta, sono stata fuori. Ho fatto alcuni passi lungo la strada, ho respirato aria fresca e mi sono ricollegata al mondo. Adesso s\u00ec che provavo un sentimento di gratitudine per essere ritornata alla vita. Nel periodo dei forti dolori, dissi a Daniela: Adesso s\u00ec, che sono capace di vivere, adesso che ho imparato ad apprezzare le pi\u00f9 piccole cose che l&#8217;attimo mi offre!<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;E nonostante la fase difficile e minacciosa avevamo vissuto la fondamentale bellezza della solidariet\u00e0. Tanto intenso era il legame che ci cementava, quanto pi\u00f9 acuto era il sentimento che quei momenti fossero irripetibili! Non so ancora dove andr\u00e0 la mia strada. I dolori ci sono, anche se meno acuti. Forse riuscir\u00f2 a tornare in sesto. Chiss\u00e0?! Comunque, qualsiasi cosa avvenga, lo accetter\u00f2 con estrema gratitudine.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Sono grata per l&#8217;esperienza profonda fatta durante la mia presunta ultima fase: conteneva ancora tanti minuti preziosi della mia vita. E sono riuscita a vivere, finalmente, la vita ne suo significato vero per eccellenza: l&#8217;<\/em>hinc et nunc. <em>Ho vissuto! Inoltre ho fatto l&#8217;esperienza di non avere paura della morte, ma quasi &#8211; e questa \u00e8 la stranezza &#8211; ne ero, per cos\u00ec dire, curiosa\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nelle settimane successive i dolori diminuirono. Anne-Marie si riprese un po&#8217; e and\u00f2 a un seminario di una settimana in Svizzera. Al rientro, le si scopr\u00ec acqua nei polmoni. Su suggerimento del medico, and\u00f2 in ospedale per sottoporsi a una chemioterapia. In ua settimana le vennero fatte venti toracentesi per drenare l&#8217;acqua.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Si fece dimettere il pi\u00f9 presto possibile dall&#8217;ospedale. Andammo a un seminario , con 160 paramedici, a Basilea; Anne-Marie parl\u00f2 della gestione di malattie gravi e condusse una meditazione sulla morte. Nonostante tutto, ilsuo corpo era molto debole, seppure con delle piccole riprese.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Solamente a 12 giorni dalla morte, il medico curante mi comunic\u00f2 che altre farmacoterapie non sarebbero servite a nulla. Non glielo comunicammo immediatamente. Perdeva sempre di pi\u00f9 le sue forze, aveva grosse difficolt\u00e0 respiratorie a causa dell&#8217;acqua nei polmoni. E quando ci chiese: \u00abPer quale motivo dovrei riandare in clinica, cos&#8217;altro vogliono fare con me? Ho paura!\u00bb, l&#8217;abbiamo messa a conoscenza della comunicazione del medico. Lei l&#8217;accett\u00f2.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Come \u00e8 riuscita ad adattarsi dal pensiero di vivere qualche altro giorno alla certezza di dover morire in breve tempo? Nonostante tutto, fino a quel momento sperava, incoraggiata anche dagli atteggiamenti dei medici: \u00abForse potr\u00f2 ancora vedere l&#8217;autunno!\u00bb. Otto giorni prima della morte, mi disse: \u00abQuando mi sono svegliata, stamane, mi sentivo in salute e pensavo cosa voler fare durante la giornata. Solo in quel momento, per\u00f2, mi sono resa conto di avere un corpo moribondo\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il cambiamento dei suoi atteggiamenti li descrive Cornelia: \u00abQuando stava in ospedale era ancora piena di speranza &#8211; potrebbe essere cos\u00ec, forse far\u00f2 qualche altro viaggio, forse potr\u00f2 conoscere mio nipote. In poche ore ha cambiato ha cambiato radicalmente tutte le sue prospettive di vita. Non \u00e8 immaginabile con qualche rapidit\u00e0 lo ha fatto. La visitai nel giorno in cui venne a sapere che non ci sarebbero pi\u00f9 state terapie per lei. Entrai nella sua camera e l&#8217;atmosfera era diversa. In qualche modo lei era pi\u00f9 rilassata e si era pi\u00f9 distaccata. L&#8217;ho notato senza che ne parlassimo. S\u00ec, lei lo aveva accettato. Penso che era anche molto felice di non sottoporsi pi\u00f9 alla terapia\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;10 giorni prima della sua morte sapeva, definitivamente, che era giunta la sua ora. Mi chiese di telefonare al medico della clinica per chiedere di poter rimanere gli ultimi giorni a casa invece di stare in clinica. I medici mi dissero che la potevamo tenere in casa, in uno stato prenarcotico. Non avrebbe sentito dolori e non avrebbe avuto attacchi di soffocamento, pur rimanendo in stato di veglia. Il medico curante se ne prese la responsabilit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ho trovato degli appunti scritti da lei di questi giorni: \u00abVivo di ora in ora e di giorno in giorno. E spero di non avere forti dolori e di potermi rilassare e di trovare la forza per morire\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Come si sar\u00e0 notato, i coniugi Tausch non entrano nel <em>merito<\/em> delle conversazioni che ebbero in quegli ultimi tempi di vita di Anne-Marie; ed \u00e8 giusto che sia cos\u00ec, si tratta di cose troppo intime per essere raccontate ad altri.<\/p>\n<p>In compenso, ci offrono un quadro dettagliato, quasi minuzioso, del <em>clima complessivo<\/em> in cui la famiglia tutta intera, e la malata in primo luogo, vissero l&#8217;esperienza del distacco imminente. L&#8217;elemento pi\u00f9 importante che emerge dalla lettura di queste pagine \u00e8, appunto, quella dell&#8217;accettazione del distacco.<\/p>\n<p>La sofferenza fisica, che spesso si accompagna alla consapevolezza della propria morte, \u00e8 sicuramente un fattore di ulteriore difficolt\u00e0 che, in certo qual modo, toglie lucidit\u00e0 e trasparenza al faccia a faccia con la morte. In base a quasi tutte le testimonianze che possediamo di malati terminali, emerge il dato che il dolore fisico distoglie, per cos\u00ec dire, l&#8217;attenzione del morituro dal problema essenziale cui \u00e8 chiamato a far fronte: predisporsi al commiato dal mondo e dalla propria vita, nella giusta disposizione di spirito.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, esistono farmaci atti a rendere sopportabile il dolore fisico e, quindi, a recuperare margini di lucidit\u00e0, affinch\u00e9 la persona possa rivolgere tutta la propria concentrazione sul difficile passo che \u00e8 chiamata ad affrontare. Bisogna dire che, anche in questo campo, la cultura occidentale moderna ci ha gradualmente impoveriti di molte delle risorse psico-fisiche di cui l&#8217;organismo naturalmente dispone, mediante l&#8217;abitudine al ricorso &quot;facile&quot; agli analgesici. Abituati, come siamo, a ricorrere all&#8217;aspirina al minimo mal di testa, non siamo pi\u00f9 allenati a sopportare i grandi dolori fisici; e questo, obiettivamente, costituisce una complicazione, dal punto di vista dell&#8217;accettazione della morte.<\/p>\n<p>Un&#8217;altra complicazione ci deriva dalla scarsa consuetudine con l&#8217;esperienza della morte stessa, dovuta alla medicalizzazione della malattia &#8211; come avrebbe detto Ivan Illich &#8211; e alla circostanza che, ormai, sono ben poche le persone che possono concedersi il lusso di morire a casa propria, circondate dalle persone e dalle cose a loro care. Una cattiva medicina &#8211; la medicina occidentale moderna &#8211; ci ha illusi, e ci illude, di poter tenere a bada le malattie e la morte stessa; e cos\u00ec, quando giungiamo al dunque, ci troviamo terribilmente impreparati. Solo allora ci rendiamo conto di non essere quegli dei che la cultura materialistica, edonistica e tecnologica ci ha illusi di essere: ci troviamo, cos\u00ec, nelle condizioni di un alpinista che debba affrontare la parete nord dell&#8217;Eiger, senza aver mai affrontato, in vita sua, che modeste montagnole con difficolt\u00e0 &#8211; al massimo &#8211; di primo grado.<\/p>\n<p>Non \u00e8 possibile affrontare la crisi della morte &#8211; comunque noi la vogliamo considerare, come una porta o come una fine; questo \u00e8 secondario &#8211; se non ci siamo mai allenati a misurarci con il pensiero di essa; e, in particolare, se non abbiamo mai esercitato, in tutta la nostra vita, la disciplina del non attaccamento alle cose, della non avidit\u00e0, della non dualit\u00e0. Solo chi ha imparato a tuffarsi, sa che non \u00e8 saggio aggrapparsi con tutte le forze a una zattera destinata sfasciarsi sotto la forza dei marosi.<\/p>\n<p>Noi siamo a bordo di una zattera &#8211; il corpo &#8211; che, prima o poi, si sfascer\u00e0 sotto la forza dei marosi. Di conseguenza, dobbiamo imparare a nuotare o, almeno, a non avere troppa paura dell&#8217;acqua, e dobbiamo farlo prima che ci\u00f2 accada.<\/p>\n<p>Impareremo tanto pi\u00f9 facilmente, se impareremo a godere della vita senza diventare irragionevolmente avidi, egoici, attaccati a ci\u00f2 che \u00e8 transitorio; se sapremo focalizzare, per tempo, il meglio delle nostre energie verso ci\u00f2 che \u00e8 permanente. Se capiremo, in definitiva, che <em>noi non siamo la zattera<\/em>, n\u00e9 dobbiamo identificarci con essa. La zattera non \u00e8 che un mezzo di trasporto che, un giorno o l&#8217;altro &#8211; forse prima di quanto pensiamo &#8211; dovremo abbandonare.<\/p>\n<p>Tutta la vita umana, come diceva Platone, non \u00e8 che esercitazione e preparazione alla morte.<\/p>\n<p>Lungi dal gettare sulla vita un&#8217;ombra funesta e angosciosa, questa consapevolezza dovrebbe costituire la migliore premessa per vivere al meglio delle nostre possibilit\u00e0, puntando energicamente verso ci\u00f2 che davvero \u00e8 essenziale e non indugiando inutilmente in ci\u00f2 che \u00e8 secondario e irrilevante.<\/p>\n<p>Dobbiamo sbarazzarci della zavorra, se vogliamo puntare alla vetta. Ed \u00e8 bene che impariamo a farlo fin da ora, subito: giorno per giorno, minuto per minuto.<\/p>\n<p>Siamo solo dei viandanti, non dovremmo mai scordarcene.<\/p>\n<p>La nostra vera patria non \u00e9 questa, per quanto la vita possa essere stata generosa con noi, offrendoci cose buone.<\/p>\n<p>La morte, allora, dovrebbe apparirci come quell&#8217;alta vetta, dalla sommit\u00e0 della quale potremo finalmente gettare lo sguardo verso <em>l&#8217;altro orizzonte<\/em>: l&#8217;orizzonte che, da quaggi\u00f9, non avremmo potuto mai vedere; e la cui scoperta \u00e8, appunto, il senso ultimo del nostro peregrinare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Siamo fatti per la vita, eppure la morte ci chiama. 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