{"id":27994,"date":"2008-09-10T08:21:00","date_gmt":"2008-09-10T08:21:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/09\/10\/il-possibile-e-il-probabile-nella-filosofia-di-rodolfo-quadrelli\/"},"modified":"2008-09-10T08:21:00","modified_gmt":"2008-09-10T08:21:00","slug":"il-possibile-e-il-probabile-nella-filosofia-di-rodolfo-quadrelli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/09\/10\/il-possibile-e-il-probabile-nella-filosofia-di-rodolfo-quadrelli\/","title":{"rendered":"Il possibile e il probabile nella filosofia di Rodolfo Quadrelli"},"content":{"rendered":"<p>Che cosa succede se si afferma che il non-essere, semplicemente, non \u00e8, senza prendersi la briga di verificare se esso non sia, piuttosto, un non-ancora?<\/p>\n<p>Succede che viene abolita la categoria del possibile e che, di conseguenza, tutto diventa legittimo &#8211; come aveva ben visto Dostojevskij a proposito dell&#8217;ateismo -; e tale \u00e8 stata l&#8217;operazione condotta da Hegel, <em>il gran sofista<\/em> (nel senso originario del termine: \u00absofista\u00bb \u00e8 colui che, affermando il non essere del non-essere, esclude il concetto del possibile).<\/p>\n<p>E che cosa succede quando si abolisce la categoria del possibile?<\/p>\n<p>Possono accadere due cose: o si assolutizza il presente e si divinizza l&#8217;esistente, che \u00e8 la strada seguita, dall&#8217;Illuminismo in poi, dalla cultura che si dice rivoluzionaria; oppure si identifica il passato con l&#8217;eterno, che \u00e8 la strada seguita dalla cultura reazionaria.<\/p>\n<p>E sono gravemente sbagliate sia l&#8217;una che l&#8217;altra, perch\u00e9 entrambe hanno voltato le spalle alla categoria dell&#8217;eterno (come gi\u00e0 rilevava Kierkegaard) per concentrarsi sul tempo storico: passato o futuro, da questo punto di vista, fa poca differenza; e perch\u00e9, di conseguenza, entrambe hanno escluso dal loro orizzonte sia Dio che la natura.<\/p>\n<p>In ogni caso, se divinizzare l&#8217;esistente \u00e8 l&#8217;approdo della sofistica, identificare il non-essere con il male \u00e8 la posizione del moralismo: quella che ha spinto tanti rivoluzionari a combattere contro il passato in nome di un futuro migliore (cfr. il nostro precedente articolo <em>La sofferenza \u00e8 una parte essenziale della vita o qualche cosa che bisogna puntare a eliminare?<\/em>, sempre sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>In realt\u00e0, chi afferma che il passato \u00e8 il male e che tutto \u00e8 lecito in nome dell&#8217;esistente, vuole impossessarsi del futuro perch\u00e9 ne ha paura e perch\u00e9 esclude la categoria del possibile. Non crede che le cose possano redimersi dal male, vuole sostituirsi a Dio e redimerle egli stesso, con un atto d&#8217;imperio. E non gli interessa la natura, se non come dominio da sfruttare, perch\u00e9 gli sta a cuore solo la categoria del probabile, ossia del gioco di forze tra gli esseri umani: come ha insegnato Machiavelli.<\/p>\n<p>Tanto Dio che la natura, infatti, sono il campo d&#8217;azione della prevalente certezza: l&#8217;uno, mediante la provvidenza; l&#8217;altra, attraverso le leggi naturali. Ma all&#8217;uomo moderno, figlio della cultura illuminista, non importa la categoria del possibile (qualitativa), regno della libert\u00e0 di scelta fra bene e male; ad essa ha preteso di sostituire la categoria (quantitativa) del probabile, che si risolve nell&#8217;inseguimento del mero utile: come ha insegnato Bentham, il rozzo maestro del \u00abpiacere per la maggioranza\u00bb (e non del bene per tutti).<\/p>\n<p>Queste riflessioni sono sviluppate in un avvincente capitolo del libro di Rodolfo Quadrelli <em>Filosofia delle parole e delle cose<\/em>, che a suo tempo (inizio degli anni Settanta del Novecento) \u00e8 passato quasi inosservato, ma che oggi merita di essere scovato nelle biblioteche pubbliche o sulle bancarelle dei mercatini dell&#8217;antiquariato, perch\u00e9 gli sia reso quel riconoscimento che meritava.<\/p>\n<p>Non sappiamo perch\u00e9 Quadrelli, saggista e traduttore dei classici inglesi, sia scivolato un po&#8217; nell&#8217;ombra, dopo l&#8217;esordio promettente di opere come <em>Il linguaggio della poesia<\/em> (Vallecchi, Firenze, 1969) e <em>Filsofia delle parole e delle cose<\/em> (Rusconi, Milano, 1971). Di lui ricordiamo anche <em>La tradizione tradita<\/em>, pubblicato con l&#8217;editore Arnoldo Mondadori; e, nel 2001, il saggio storico-letterario <em>Lo studio della letteratura europea. Un percorso da Dante a Solzenicyn<\/em>, per l&#8217;editore Il Cerchio.<\/p>\n<p>Avremmo voluto sentire parlare di pi\u00f9 di un autore cos\u00ec limpido e conciso, cos\u00ec indipendente nei giudizi e cos\u00ec fuori dal coro. Ma gli anni erano quelli della passione politica esasperata, e Quadrelli, da vero filosofo, pensava che quella sociale fosse una dimensione importante, s\u00ec, ma non certo l&#8217;unica dell&#8217;esistenza; perch\u00e9, da parte sua, teneva lo sguardo fisso verso l&#8217;eterno, pur senza disprezzare i tempi della storia.<\/p>\n<p>E gi\u00e0 questa posizione era tale da non renderlo particolarmente popolare. Se poi si aggiunge che egli parlava, senza enfasi, da un punto di vista cattolico, e che citava volentieri Manzoni e Aristotele (nome, quest&#8217;ultimo, sospetto per via del neotomismo), non \u00e8 tanto difficile capire perch\u00e9 gli siano passati avanti molti autori meno interessanti e meno originali, ma che navigavano col vento in poppa dell&#8217;ideologia allora dominante.<\/p>\n<p>Scrive, dunque, Rodolfo Quadrelli in <em>Filosofia delle parole e delle cose<\/em>, nel capitolo intitolato <em>Il possibile e il probabile<\/em> (ed. cit., pp. 43-47):<\/p>\n<p><em>Possibile e probabile sono le due versioni di u a stessa realt\u00e0; il primo si direbbe termine pi\u00f9 antico, eppure pare difficile distinguere tra i due, quantunque non sembri difficile distinguere tra antico e moderno. Forse solo il secondo risulta ormai intelligibile.<\/em><\/p>\n<p><em>Platone fornisce una definizione eterna dell&#8217;eterno nemico del filosofo, il sofista, come di colui che non ammette il concetto di possibile. \u00c8 la conclusione che si trae dalla lettura congiunta del<\/em> Sofista <em>e del<\/em> Convito <em>e giova rifarsi per gradi agli argomenti. Sofista \u00e8 colui che accoglie letteralmente l&#8217;espressione non-essere, ovvero afferma, coniugando il verbo, che il non-essere non \u00e8.<\/em><\/p>\n<p><em>Ne discende che tutto \u00e8 legittimo, credenza di cui si pu\u00f2 giovare<\/em> soltanto <em>il sofista stesso, poich\u00e9 il filosofo operer\u00e0 comunque secondo regole, riconoscendo una realt\u00e0 al nulla ed evitandola. Il sofista si potr\u00e0 dunque rifugiare nel nulla a discrezione, di l\u00e0 scagliando i propri sofismi come altrettanti sortilegi. Il discorso del sofista \u00e8 tautologico, cio\u00e8 non distingue tra ci\u00f2 che non \u00e8 e ci\u00f2 che non \u00e8<\/em> ancora<em>. Esistono pure realt\u00e0 che non sono, ma che tendono ad essere e che forse saranno: sono le realt\u00e0 del possibile.<\/em><\/p>\n<p><em>Il<\/em> Convito <em>ci dice che Eros \u00e8 figlio di Penia, la povert\u00e0, poich\u00e9 solo questa condizione pu\u00f2 suscitare il desiderio ovvero la tensione verso qualcosa. \u00e8 essenziale che l&#8217;oggetto del desiderio non venga mai raggiunto, poich\u00e9 diverrebbe trapassato, e affidato alla memoria che dimentica; l&#8217;amore invece non<\/em> pu\u00f2 <em>dimenticare. Questo possibile, che non \u00e8 probabile perch\u00e9 a modo suo \u00e8 certo, impone la contemplazione come propria forma. Essa non \u00e8 un paradossale compenso al mancato raggiungimento, bens\u00ec \u00e8 il possibile che solo consente ogni azione reale. Come si agirebbe se non ci fossero oggetti che ci guidino, e, non posseduti, ci consentano di possedere altri oggetti (i materiali), a condizione di ritenere questi come simboli? La conclusione grandiosamente morale di questa metafisica \u00e8 che si possa soltanto contemplare ci\u00f2 che veramente si ama. Il non-essere \u00e8 dunque altro dall&#8217;essere, ovvero, nel linguaggio aristotelico, \u00e8 la potenza che tende all&#8217;atto, quando si aggiunga che in Aristotele l&#8217;atto \u00e8 la compiutezza piuttosto che l&#8217;archetipo. Un senso ancor pi\u00f9 intimo si ottiene da Plotino, se \u00e8 vero che l&#8217;altro dall&#8217;essere deve essere il molteplice, non potendo essere soltanto il negativo dell&#8217;essere che \u00e8 uno: si ottiene cos\u00ec la metafisica dell&#8217;Uno, generante per emanazione tutte le realt\u00e0. \u00c8, codesta, una tradizione il cui senso si pu\u00f2 considerare la scoperta di una miracolosa via media tra due opposti nemici: la sofistica affermante il non-essere non essere, appunto; e il moralismo che identifica esclusivamente il non-essere con il male, abolendo il concetto di possibile. Non diremo qualcosa di oscuro, a questo punto, definendo Hegel il vero<\/em> sofista <em>moderno, giacch\u00e9 per dare in qualche modo un essere al non-essere (e qui sarebbe prossimo a Platone) egli conclude che il non-essere non \u00e8. Egli risolve completamente il niente nell&#8217;essere perch\u00e9 vuole ammettere l&#8217;azione (sul reale), non la contemplazione (del possibile).<\/em><\/p>\n<p><em>Il concetto del probabile \u00e8 invero assai pi\u00f9 prossimo alle menti moderne, perch\u00e9 \u00e8 tale che comunque potr\u00e0 essere<\/em> verificato<em>. Il moderno preferisce rischiare l&#8217;errore, pur di avere una speranza di materiale successo, piuttosto che accogliere una certezza oggettiva, ma da vivere bens\u00ec<\/em> in interiore homine. <em>Potrebbe valere, contro tale preferenza, l&#8217;argomentazione meravigliosa del Manzoni sull&#8217;utilitarismo, nella nota al capitolo III delle<\/em> Osservazioni sulla morale cattolica<em>. Veramente i sofismi di Bentham non pretendevano alla mera probabilit\u00e0, ma addirittura al criterio. E ribatteva Manzoni che sull&#8217;utile<\/em> futuro <em>non si pu\u00f2 far fondamento, perch\u00e9 da un&#8217;azione presente non si sa se deriver\u00e0 utile o danno; lo si pu\u00f2 solo congetturare. Il criterio, se di criterio si vuol parlare, non pu\u00f2 essere se non quello del bene e del male, che \u00e8 sempre presente. C&#8217;\u00e8 una sorta di terribile giustizia implicita in questa proposizione un contrappasso conosciuto anche dagli antichi, e consistente nell&#8217;ironia del tempo. Viene desiderato ci\u00f2 che \u00e8 sempre futuro, e sfugge dunque alla prima presa, dove ci\u00f2 che \u00e8 gi\u00e0 presente viene perlopi\u00f9 ritenuto inutile. Ci\u00f2 che gi\u00e0 si possiede, infatti, pu\u00f2 solo essere contemplato. Varrebbe la pena di aggiungere che la rozzezza di Bentham (accettata pi\u00f9 che non si creda dai moderni) si spingeva ad aggiungere l&#8217;utile essere\u00ab la maggior quantit\u00e0 di piacere per il maggior numero di uomini\u00bb, dove l&#8217;errore \u00e8 duplice: ridurre il piacere a quantit\u00e0, dove dovrebbe tuttavia essere discriminato per la sua qualit\u00e0 (cio\u00e8 per il suo bene o per il suo male) e ignorare che l&#8217;individuo \u00e8 un piccolo universo e che, se un uomo soffre ingiustamente e atrocemente, non \u00e8 confortato dal sapere che tutti gli altri godono. Ancora una volta \u00e8 l&#8217;infame delitto della quantit\u00e0, che grava sugli innocenti, sugli sconosciuti, sugli umili<\/em> possibili<em>. Certamente soltanto presso certi illuministi francesi \u00e8 dato trovare tanta, e cos\u00ec filantropica, crudelt\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;attenzione al probabile \u00e8 propria di un&#8217;epoca in cui il tempo \u00e8 meramente sociale, come quello che dipende soltanto dal gioco di forze tra gli uomini, e non riconosce la prevalente sicurezza delle leggi naturali o la misteriosa certezza della Provvidenza di Dio. La natura e Dio non sono oggetto del probabile. Quando le ideologie sottintendono, come fanno da due secoli, che la realt\u00e0 sociale \u00e8 non solo importante, ma unica realt\u00e0, quale dominio non diventa soltanto probabile, cio\u00e8 da provarsi? Gi\u00e0 l&#8217;ingegnosa casistica di un Molina aveva smarrito la metafisica dell&#8217;altro difficile concetto; \u00e8 il primo segno di una paura del futuro e del conseguente desiderio di possederlo, come si ritiene di possedere (a torto) gli altri due tempi.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;attenzione al futuro anzich\u00e9 all&#8217;eterno, e la frequente identificazione tra i due, \u00e8 l&#8217;ideologia del rivoluzionario, che vorrebbe il Paradiso in questo mondo, oppure (ma non \u00e8 molto diverso) un Inferno meno infernale.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;opposta identificazione, quella fra passato ed eterno, \u00e8 propria del reazionario, e non \u00e8 meno errata. \u00c8 invero difficile sconfiggere i nemici delle verit\u00e0 evidenti senza fare appello all&#8217;avvenuto o al probabile; \u00e8 per\u00f2 impossibile convincere prima se stessi senza fare appello al possibile.<\/em><\/p>\n<p>Questo \u00e8 un esempio di buona prosa filosofica: asciutta, vigorosa, lineare.<\/p>\n<p>Quadrelli aveva le idee chiare e vedeva pi\u00f9 lontano della maggioranza degli intellettuali di quegli anni, che si ubriacavano con gli slogan di un rivoluzionarismo velleitario perch\u00e9, tutti presi dall&#8217;erronea convinzione che il male possa essere radicalmente estirpato dalla vita, pensavano al futuro come alla \u00abterra senza male\u00bb, lo sottraevano alla storia (regno del possibile!) e lo identificavano, deformandolo orribilmente, con l&#8217;eterno.<\/p>\n<p>Notevole anche la sua intuizione che solo chi ha paura del futuro, sogna di conquistarlo; e che amare veramente vuol dire contemplare, non desiderare di possedere. Ma la sua era una voce nel deserto: il grande stregone, allora, era Marx (e, con lui, Nietzsche: entrambi profeti di una impossibile \u00abterra senza male\u00bb, sia pure partendo da premesse quasi opposte); e non aveva Marx affermato che era venuto il tempo in cui i filosofi devono smetterla di studiare il mondo, per decidersi a trasformarlo?<\/p>\n<p>Ancora la smania dell&#8217;agire; ancora la spinta compulsiva al fare, al fare a tutti i costi, in qualunque modo; al fare come valore in se stesso: il marchio inconfondibile della modernit\u00e0.<\/p>\n<p>Ma che cosa significa voler fare, voler agire, senza mai fermarsi a contemplare? Significa che si disprezza il passato, luogo del male; e non si ha fiducia nel futuro, altrimenti non lo si vorrebbe conquistare. Che non si ha fiducia nemmeno nel presente, luogo del possibile, dunque della scelta; ma che si crede solo al probabile, alla marcia dello Spirito Assoluto, all&#8217;astuzia della ragione e via dicendo. Significa sentirsi dalla parte giusta della storia, che marcia verso la propria fine; dunque che si \u00e8 i rappresentanti del progresso; contro quel regresso, quel disvalore che \u00e8 il passato.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 la modernit\u00e0 ha introdotto una cesura nella storia del pensiero occidentale. Per la prima volta, in nome della negazione del non-essere, del trionfo della quantit\u00e0 e della sostituzione del probabile al possibile, ci si \u00e8 guardati indietro e si \u00e8 giudicato che gli antichi erano inferiori, meno civili, meno evoluti; e che vivere nel presente significa essere \u00abmoderni\u00bb, dunque migliori degli antichi.<\/p>\n<p>Lo strappo \u00e8 avvenuto con la Rivoluzione scientifica e, poi, con la sua logica prosecuzione, l&#8217;Illuminismo; non col Rinascimento, che rispettava e ammirava gli antichi, considerandoli anzi dei maestri da imitare.<\/p>\n<p>Ora, quando si disprezza il passato e si vuol dominare il futuro, non resta altra forma di azione che quella distruttrice, n\u00e9 altra filosofia che quella della negazione.<\/p>\n<p>La modernit\u00e0 \u00e8 solo in apparenza il luogo della progettualit\u00e0, della sperimentazione e dell&#8217;avvenirismo; in realt\u00e0, essa \u00e8 sostanzialmente il luogo del diniego, e per le ragioni che abbiamo visto prima. Essa nega il possibile, in nome del probabile; nega Dio e la natura, in nome dell&#8217;uomo; nega il passato, in nome del nuovo; e nega continuamente anche se stessa, perch\u00e9 continuamente il nuovo diventa vecchio e la modernit\u00e0 divora se stessa. Tanto \u00e8 vero che i suoi seguaci pi\u00f9 coerenti hanno dovuto inventare la categoria del post-moderno, per non dover ammettere il proprio errore.<\/p>\n<p>E poi, che cosa faranno? Inventeranno il post-post moderno, e il post-post-post moderno? Quando si fermeranno?<\/p>\n<p>Non lo sanno; nessuno lo sa. Sono saliti su un treno senza freni che pu\u00f2 solo procedere in avanti; e non c&#8217;\u00e8 nulla e nessuno che li possa salvare da se stessi.<\/p>\n<p>Questa, appunto, \u00e8 la tragedia dell&#8217;uomo che vuol redimersi da se stesso, dopo aver rifiutato la redenzione che viene da Dio: comincia a correre in cerchio, come un cane impazzito che si morde la coda; e non \u00e8 pi\u00f9 in grado di fermarsi. Nemmeno se vede che sta andando a grandi passi verso la catastrofe.<\/p>\n<p>Scrive ancora Quadrelli (<em>Op. cit.<\/em>, pp. 17-18):<\/p>\n<p><em>Tra antico e moderno non c&#8217;\u00e8 un&#8217;antica contesa, perch\u00e9 il rapporto stesso tra i due termini \u00e8 moderno. Il primo termine, l&#8217;antico, stabilisce un passato irrimediabile, e non pi\u00f9 contemporaneo., quando l&#8217;altro prende coscienza di s\u00e9 e divide il tempo. \u00c8 ormai destino che la filosofia trasformata in storia sostituisca questo rapporto all&#8217;altro (apparentemente eterno) tra soggetto e oggetto. Per il moderno l&#8217;antico \u00e8 qualche cosa di affine alla verit\u00e0, da quando la filosofia critica, partita dalla confutazione degli errori popolari degli antichi, ha finito per fare del passato il suo oggetto stesso. Da allora la<\/em> negazione <em>\u00e8 l&#8217;operazione esclusiva della filosofia; e bisogna che l&#8217;ignoranza della et\u00e0 rozza non venga mai completamente meno se non si vuole che la storia della filosofia finisca. Non si esce da questa prigione, giacch\u00e9 la negazione non \u00e8 libera ma serva del contrario o del diverso. I moderni temono sopra ogni cosa che la stessa<\/em> nozione <em>di antico venga meno, dal momento che loro stessi l&#8217;hanno creata.<\/em><\/p>\n<p><em>Il processo di dissacrazione vuole qualcosa da dissacrare, quello di demitizzazione qualcosa da demitizzare, e quest&#8217;opera che si definisce critica rischia di procedere finch\u00e9 non avr\u00e0 pi\u00f9 nulla da criticare. Si ammetta pure che quel sacro, che quel mito siano errori; resta purtroppo vero che non basta la critica di un errore per produrre una verit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p>E siamo ancora l\u00ec, in mezzo al guado.<\/p>\n<p>Queste parole furono scritte quasi quarant&#8217;anni fa, ma nulla \u00e8 cambiato nel panorama del pensiero occidentale, se si eccettua il trucchetto verbale di avere inventato la categoria del post-moderno.<\/p>\n<p>Sappiamo criticare tutto, e sappiamo farlo benissimo.<\/p>\n<p>Ma non saremo capaci di produrre neanche uno straccio di verit\u00e0, finch\u00e9 seguiteremo a fare della negazione il nostro esercizio preferito; anzi, praticamente l&#8217;unico del nostro repertorio.<\/p>\n<p>Dobbiamo riprendere da dove abbiamo cominciato a deragliare; dobbiamo rinunciare alle idee febbricitanti dello sviluppo indefinito e della superiorit\u00e0 del moderno; e ritrovare la nostra vera misura di esseri umani, ossia di soggetti chiamati ad amare, a contemplare senza smania di dominio, a compiere delle scelte etiche senza l&#8217;ossessione del fare, manipolare e sottomettere. E ad accettare il presente in maniera responsabile: senza condannare il passato, senza temere il futuro e senza chiudere la porta al non ancora.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Che cosa succede se si afferma che il non-essere, semplicemente, non \u00e8, senza prendersi la briga di verificare se esso non sia, piuttosto, un non-ancora? 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