{"id":27982,"date":"2008-09-02T03:11:00","date_gmt":"2008-09-02T03:11:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/09\/02\/un-quadro-al-giorno-madonna-in-trono-fra-angeli-e-santi\/"},"modified":"2008-09-02T03:11:00","modified_gmt":"2008-09-02T03:11:00","slug":"un-quadro-al-giorno-madonna-in-trono-fra-angeli-e-santi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/09\/02\/un-quadro-al-giorno-madonna-in-trono-fra-angeli-e-santi\/","title":{"rendered":"Un quadro al giorno: Madonna in trono fra angeli e santi"},"content":{"rendered":"<p>C&#8217;\u00e8 una sorpresa in serbo per chi, arrivato a Moriago della Battaglia (provincia di Treviso), entra nella parrocchiale, ricostruita dall&#8217;architetto Alberto Alpago Novello in forme poligonali, dopo la distruzione patita nel 1918 a causa degli eventi bellici. Perch\u00e9, sull&#8217;altar maggiore della chiesa di questo piccolo paese situato presso il medio corso del Piave, di fronte alla storica collina del Montello, spicca una splendida pala di Antonio de Sacchis, detto il Pordenone: <em>Madonna in trono fra angeli e santi<\/em>, autentico gioiello della pittura rinascimentale.<\/p>\n<p>Fantastico paese, l&#8217;Italia, dove ogni borgo, ogni villaggio, per quanto modesti, possiedono almeno un&#8217;opera d&#8217;arte di qualche insigne maestro (ma, di solito, ben pi\u00f9 di una), che farebbe l&#8217;orgoglio dei migliori musei di tutto il mondo; dove quasi ogni strada, ogni piazza e, si vorrebbe dire, ogni pietra, sono onusti di storia e rifulgono del genio di qualche architetto, scultore o pittore di fama internazionale.<\/p>\n<p>E questo \u00e8 proprio un caso classico: nella chiesa di un paese agricolo di neanche 1.000 abitanti, immerso nei vigneti e dominato dai ruderi dell&#8217;antica torre dei signori Da Camino, ecco una tela di un artista del medio Rinascimento che farebbe venire l&#8217;acquolina in bocca al direttore del Louvre o a quello della National Gallery.<\/p>\n<p>Si \u00e8 discusso a lungo, in passato, sull&#8217;attribuzione di questa pala d&#8217;altare che reca l&#8217;impronta inconfondibile di un autentico maestro: per la sicurezza della struttura compositiva; per la maestria del modellato, che si tratti delle pieghe sontuose delle vesti o della perfetta anatomia del corpo umano; per il colorismo intenso e suggestivo, che modella plasticamente le figure; e, pi\u00f9 di ogni altra cosa, per quella impareggiabile forza interiore che \u00e8 fatta di semplicit\u00e0, solidit\u00e0, armonia delle parti fra loro e rispetto all&#8217;insieme.<\/p>\n<p>Solo al principio del XIX secolo Antonio Canova si espresse, senza incertezze, per l&#8217;attribuzione al Pordenone; e, da allora, essa non \u00e8 stata pi\u00f9 revocata in dubbio. Prima, non erano in pochi a ipotizzare un lavoro di Tiziano. Ironia della sorte: Tiziano fu il grande antagonista del Pordenone e, dopo la morte improvvisa di questi, a Ferrara, il 14 gennaio 1539, forse per veleno, uno dei suoi primissimi biografi &#8211; il Boschini &#8211; non esit\u00f2 a indicare nel Tiziano il mandante di un tale delitto. Certo \u00e8 che i due rivali stavano un po&#8217; stretti nell&#8217;ambiente di Venezia, specie dopo che il Consiglio dei Dieci aveva preferito il friulano al cadorino per decorare il soffitto nella Libreria del Palazzo Ducale.<\/p>\n<p>Giovanni Antonio de Sacchis \u00e8 una figura notevole nel panorama artistico rinascimentale, pur cos\u00ec affollato di nomi illustri; la sua arte \u00e8 inconfondibile per quella violenza cromatica e gestuale che ha gi\u00e0 qualche cosa di caravaggesco e che \u00e8 bene esemplificata in una delle sue opere pi\u00f9 famose, forse il suo capolavoro: la <em>Crocifissione<\/em> del Duomo di Cremona, grandioso affresco di 9,20 metri x 12, eseguita tra il 1520 e il 1522, in cui si riconosce la lezione del Romanino nonch\u00e9 la volont\u00e0 di creare un forte impatto emozionale sul pubblico.<\/p>\n<p>Ma chi era il Pordenone, quali le origini della sua formazione e quali le tappe principali del suo itinerario artistico, interrotto da una morte precoce che gli ha impedito di proseguire nella sua incessante ricerca di nuovi valori luministici e formali?<\/p>\n<p>Per tracciarne un breve ritratto, ci affidiamo alla penna di don Giuseppe Marchetti, grande cultore di cose friulane e instancabile diffusore di esse (dall&#8217;opera ormai classica <em>Il Friuli, uomini e tempi<\/em>, Editore Del Bianco, Udine, 1959, 1979, vol. 1, pp. 272-281):<\/p>\n<p><em>Giovanni Antonio de&#8217; Sacchi nacque a Pordenone nel 1483 (o 1484) da un Angelo muratore, oriunda da Corticelle Pieve in quel di Brescia. Nulla di positivo ci risulta circa la sua formazione artistica: dei suoi primi biografi chi lo dice autodidatta, chi discepolo di Pellegrino da San Daniele; i pi\u00f9 recenti pi\u00f9 persuasivamente lo fanno scolaro e collaboratore di Gianfrancesco da Tolmezzo e non escludono rapporti e contatti suoi con Pellegrino. \u00c8 certo, in ogni modo, ch&#8217;egli part\u00ec da una visione e da un&#8217;esperienza nettamente friulana della pittura e vi si mantenne liberamente fedele fino a trent&#8217;anni circa, anche e dentro questo limite di tempo va probabilmente ammessa una sua dimora a Ferrara in qualit\u00e0 di aiuto di Pellegrino (1508). La sua mano sembra ai critici presente negli affreschi di Gianfrancesco a Forni di Sopra e di Sotto (1500), nonch\u00e9 nella decorazione della crociera e del sottarco di S. Antonio a S. Daniele (1503?) che si attribuisce al Pellegrino.<\/em><\/p>\n<p><em>Il suo primo dipinto formato e datato (1506) \u00e8 un trittico in forma di altarolo nella chiesa parrocchiale di Valeriano: S. Michele tra S. Valeriano e S. Giovanni battista. Il Fiocco attribuisce a questo primo periodo del Pordenone anche certe decorazioni a buon fresco, orma inqualificabili, nell&#8217;esterno del castello di Spilimbergo e, meno persuasivamente, una Madonna della Collezione Douglas di Londra. Fondamentalmente legato a Gianfrancesco per diversi riguardi, ma con poiena libert\u00e0 di accenti, il Pordenone appare ancora nella crociera della chiesetta di Vacile, presso Spilimbergo (1510?), nell&#8217;ampio ciclo degli affreschi di S. Salvatore a Collalto (la chiesa \u00e8 stata distrutta, ma delle pitture ci restano fotografie e descrizioni), e nella volta della chiesa di S. Odorico di Villanova (1514), dove rivediamo il tradizionale schema decorativo del Tolmezzino con i Padri della Chiesa seduti ai loro scrittoi, tra sventolanti filatterii, ma con una particolare sensibilit\u00e0 coloristica che anima tutte le figure.<\/em><\/p>\n<p><em>Cos\u00ec arriviamo al 1514. Giovanni Antonio, gi\u00e0 ammogliato nel 1494 con una Anastasia da Giamosa ne \u00e8 presto rimasto vedovo e s&#8217;\u00e8 di nuovo sposato (1513) con Elisabetta Quagliati da Pordenone, vedova anch&#8217;ella. A questo momento sembra doversi assegnare il primo contatto diretto del nostro artista con la pittura veneziana e con Giorgione in particolare: un contatto che non risulta in alcun modo da note d&#8217;archivio, ma che sembra attestato dallo sconcertante sbandamento che spinse Giovanni Antonio verso una smodatezza cromatica ed una globosa opulenza di forme non molto dissimile da quella che, nello stesso tempo, sedusse anche Pellegrino da S. Daniele. Forse tale disorientamento rappresenta il primo, comprensibile effetto del sovrapporsi in lui della dovizia coloristica incontrata a Venezia, sulla veemenza grafica ereditata da Gianfrancesco: fu, insomma, un voler costruire col colore ci\u00f2 che era gi\u00e0 costruito interamente col segno. Di questa crisi si scoprono i primi sentori nei residui della decorazione di S. Antonio a Conegliano (1514) e se ne ritrovano le caratteristiche nel coro della chiesa di Rorai Grande (1516) e nella Madonna della Loggia di Udine, ora in Castello; ma la prova pi\u00f9 evidente e, confessiamolo, disgustosa [sic], \u00e8 quella goffa<\/em> Trasfigurazione <em>dalle pretese raffaellesche che si trova nelle gallerie di Brera, proveniente da Collalto. Per buona sorte il turbamento fu breve: la pala della chiesa parrocchiale di Vallenoncello e quella della<\/em> Misericordia <em>nel Duomo di Pordenone la dimostrano superata con una riconquistata nervosit\u00e0 ed un equilibrio prontamente raggiunto. L&#8217;arista ha trovato la sua nuova strada: ha imparato ad usare con misura il colore in funzione costruttiva, non soltanto decorativa. Gli rester\u00e0 peraltro una certa inclinazione alle sovrabbondanze anatomiche ed alle impetuosit\u00e0 compositive, che lo far\u00e0 apparire talvolta un precursore del barocchismo.<\/em><\/p>\n<p><em>Anche il primo incontro del Pordenone con la pittura romana &#8211; tramite, forse, la vedova di Bartolomeo d&#8217;Alviano, Signore di Pordenone &#8211; sembra doversi assegnare a questo periodo: il Fiocco lo vuole anteriore alla esecuzione della Madonna della Loggia (1516); altri lo pone qualche anno dopo. Ed ormai l&#8217;accordare i dati risultanti dai regesti con le indicazioni desunte dall&#8217;analisi stilistica diviene sempre pi\u00f9 difficile.<\/em><\/p>\n<p><em>Le tappe pi\u00f9 importanti della ulteriore attivit\u00e0 di Giovanni Antonio sono: l&#8217;anno 1520 per gli affreschi della cappella Malchiostro nel duomo di Treviso, dove si possono scorgere accenti buonarrotiani; gli anni 1520-22 per gli arconi del duomo di Cremona che segnano forse il vertice della pittura pordenonesca, e per la decorazione esterna della casa Ceresario a Mantova; una parentesi friulana, tra il 1524 ed il 1528, nella quale l&#8217;artista lavor\u00f2 con foga vertiginosa agli sportelli dell&#8217;organo di Spilimbergo ed alla facciata della chiesa dei battuti di Valeriano (1524), alla decorazione del coro di Travesio ed alla tavola di S. Gottardo a Pordenone (1525), al polittico di Varmo ed agli affreschi di Pinzano (1526), alla<\/em> Nativit\u00e0 <em>di Valeriano ed alle storie di S. Ermacora sul parapetto dell&#8217;organo del duomo di Udine (1527), agli sportelli dell&#8217;organo di Venzone ed a quelli di S. Pietro Martire a Udine, tutti perduti (1528), alla decorazione della chiesa di S. Pietro a Casarsa, ultimata dal suo discepolo e genero Pomponio Amalteo (1528-29) e probabilmente a diverse altre opere non datate; l&#8217;anno 1528 per un primo e fallito tentativo di penetrazione a Venezia, cio\u00e8 nel dominio gi\u00e0 indiscusso di Tiziano; il 1530 per la magnifica decorazione della cappella dell&#8217;Immacolata a Cortemaggiore e per la pala che, tolta da l\u00ec dai Farnese, si trova attualmente nel museo di Napoli; il periodo 1531-36 per il pi\u00f9 vasto ciclo di pitture del Pordenone, quello di S. Maria di Campagna a Piacenza, con intervalli forse invernali in Friuli, segnati da altri lavori a Travesio, dalla SS. Trinit\u00e0 di San Daniele, dall&#8217;incompiuta<\/em> Gloria di S. Marco <em>nel duomo di Pordenone, dai grandi sportelli dell&#8217;organo nella chiesa parrocchiale di Valvasone e dal terzo matrimonio di Giovanni Antonio (questa volta con Elisabetta Frescolini, 1533), infine il 1536, quando &#8211; dopo una fiera lotta col fratello Baldassarre, nella quale egli uccise un bravaccio del medesimo &#8211; Giovanni Antonio and\u00f2 con la famiglia a stabilirsi a Venezia ed inizi\u00f2 la sua sorda lotta contro Tiziano Vecellio.<\/em><\/p>\n<p><em>Questa volta egli vi giungeva preceduto da una solida fama e trov\u00f2 subito un buon numero di committenti, prima privati e poi anche pubblici, ormai stanchi della tracotanza e dei capricci del cadorino. Anzitutto fresc\u00f2 la facciata del Palazzo D&#8217;Anna sul Canal Grande, con mitologie e leggende romane; poi il Palazzo Mocenigo alla Carit\u00e0 e la Casa Morosini a S. Geremia. Dipinse allora anche la pala di S. Lorenzo Giustinani per S. Maria dell&#8217;Orto, attualmente all&#8217;Accademia; il soffitto della scuola di S. Francesco dei Frari, di cui restano quattro lacunari; l&#8217;<\/em>Annunciazione <em>per S. Maria degli Angeli a Murano; la pala dei<\/em> SS. Sebastiano, Rocco e Caterina <em>per S. Giovani Elemosinario. Finalmente, nel 1538 il Consiglio dei Dieci, insofferente dei rinvii di Tiziano, diede incarico al Pordenone di ultimare il soffitto della Libreria del palazzo Ducale; e di quest&#8217;opera (che venne distrutta nell&#8217;incendio del 1577) fu tanto soddisfatto che gli commise anche una pittura per la sala del Maggior Consiglio e poi tuta la decorazione della sala stessa. Nel contempo veniva tolta a Tiziano la pensione ch&#8217;egli percepiva dal governo, con quanta sua indignazione e scorno si pu\u00f2 facilmente immaginare. Giovanni Antonio ne temeva le vendette e si dice che tenesse la spada al fianco anche mentre lavorava. Sembra che possa attribuirsi a lui e non al Vecellio il ritratto del Doge Gritti, ora nella collezione Gutekunst di Londra, ed i cartoni di quasi tutti i mosaici dell&#8217;atrio di S. Marco, davanti alla porta maggiore. Ultimo suo lavoro superstite \u00e8, forse,<\/em> l&#8217;Apparizione di Cristo alla Maddalena<em>, che ora si vede nel Duomo di Cividale.<\/em><\/p>\n<p>E, se non andiamo errati, anche la pala di Moriago deve essere collocata nella cornice di quest&#8217;ultima fase di attivit\u00e0 del Nostro.<\/p>\n<p>Poi, nel 1538, l&#8217;invito del duca di Ferrara, Ercole d&#8217;Este, per venire a lavorare nella sua citt\u00e0; la partenza del Pordenone nel dicembre, per quello che doveva essere un breve soggiorno, prima di dedicarsi alla grande pera nella sala veneziana del Maggior Consiglio; e la morte fulminea, il 14 gennaio 1539, in una stanza dell&#8217;osteria dell&#8217;Angelo a Ferrara, con grande stupore e costernazione di tutti.<\/p>\n<p>Bisogna aggiungere che, mentre la critica assegnava tradizionalmente la pala della chiesa di Moriago al 1528, altri studiosi tendono a posticiparla al 1530 e perfino al 1535, cio\u00e8 a soli quattro anni dalla morte improvvisa del Pordenone.<\/p>\n<p>In tutti i casi, \u00e8 universalmente ammesso che quest&#8217;opera appartenga alla fase della piena maturit\u00e0 dell&#8217;artista friulano e che, di conseguenza, in essa egli esprime il culmine della propria parabola pittorica e culturale.<\/p>\n<p>Ci piace, a questo punto, aprire una breve parentesi per svolgere una considerazione di ordine generale.<\/p>\n<p>Per le persone di media cultura, il Pordenone \u00e8 uno dei tanti artisti \u00abminori\u00bb del Rinascimento. Non si dovrebbe, per\u00f2, dimenticare che un pittore della sua tempra sarebbe giudicato un \u00abgrande\u00bb se fosse vissuto in Francia, in Germania o in Inghilterra; e che come tale il Pordenone \u00e8 effettivamente considerato dai direttori delle pinacoteche di tutto il mondo. \u00c8 solo l&#8217;incredibile ricchezza del panorama artistico del Rinascimento italiano, che ci porta a considerare \u00abminore\u00bb un artista come il Pordenone. In un Paese che ha visto lavorare, nello stesso arco di tempo, Leonardo, Michelangelo e Raffaello, si \u00e8 talmente abituati alla genialit\u00e0, che perfino la \u00absemplice\u00bb eccellenza pu\u00f2 fare una figura modesta.<\/p>\n<p>Ma si tratta di un errore di prospettiva, dovuto a uno stato d&#8217;animo psicologico; non di una valutazione spassionata e obiettiva.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 detto, torniamo al Nostro.<\/p>\n<p>Scrive lo storico dell&#8217;arte Giulio Carlo Argan (in <em>Storia dell&#8217;arte italiana<\/em>, Sansoni editore, Firenze, 1968, vol. 3, pp. 176-79):<\/p>\n<p><em>Anche il Pordenone (1483 c.-1539) diverge dalla linea maestra del Tiziano. Nato nel Friuli, si forma nell&#8217;ambiente belliniano di provincia e poi, dal 1508, a Ferrara e quasi certamente a Roma; soltanto dopo il 1510, a Venezia, vede le opere di Giorgione e di Tiziano giovane. La<\/em> Madonna della misericordia <em>(1515) \u00e8 l&#8217;opera di un forte temperamento con una cultura eterogenea: arcaizzante e paesana nella Madonna che copre col manto i piccoli devoti, vigorosamente disegnativa nel san Cristoforo, tizianesca nello stupendo fondo di paesaggio. La conoscenza della pittura romana gli fornisce soprattutto un repertorio di espedienti formali: prospettive architettoniche, scorci, gesti forzuti, costumi. Se ne serve, mescolandoli con una quantit\u00e0 di motivi tedeschi assorbiti in patria, negli affreschi del duomo di Treviso e specialmente in quelli del duomo di Cremona (1520-22): pieni di enfasi oratoria, talvolta pletorici, ma straordinariamente vivi ed efficaci nel pittoresco mescolarsi di eloquenza aulica e di aneddotica dialettale. \u00c8 la storia spiegata al popolo in un linguaggio sonoro e colorito, che apostrofa rudemente lo spettatore: non gi\u00e0 per commuoverlo o indurlo alla meditazione, ma per eccitarlo, inebbriarlo, metterlo in uno stato di entusiasmo. E non soltanto con la fanfara stentorea dei colori, ma con l&#8217;espediente degli scorci che escono dalla cornice ed invadono lo spazio esterno.<\/em><\/p>\n<p><em>Dopo il 1530, a Venezia, il Pordenone \u00e8, per Tiziano, un rivale pericoloso: e non soltanto per le ordinazioni ufficiali (una grande decorazione, perduta, in Palazzo Ducale) che gli procura, col favore popolare, la sua eloquenza ad un tempo solenne e d&#8217;effetto. Non si pu\u00f2 negare che egli porti a Venezia una nuova interpretazione della storia, molto diversa da quella ideale di Tiziano e da quella religiosa del Lotto: una storia di fatti veduti e raccontati con la crudezza e, magari, l&#8217;esagerazione del testimone che vuole impressionare i suoi uditori. Il tema sacro \u00e8 spesso un pretesto per descrivere con forti tinte armate che invadono, lanzichenecchi che saccheggiano, incendiano, uccidono. Una storia allora d&#8217;attualit\u00e0, in Italia, e di cui Venezia era, se non altro, la spettatrice sgomenta.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;esigenza stessa dei contenuti storico-realistici allontana il Pordenone dalla visione tonale unitaria di Tiziano: per caratterizzare movimenti e gesti ha bisogno del disegno manieristico, per definire lo spazio ha bisogno della prospettiva e dei suoi espedienti, per far squillare i timbri del colore ha bisogno di un sottofondo neutro, chiaroscurale. Solo nelle opere tarde, come la<\/em> Pala di san Lorenzo Giustiniani <em>(1532), il luminismo di cui s&#8217;era tante volte servito come modo d&#8217;illuminazione scenica si precisa come principio stilistico unitario.<\/em><\/p>\n<p>Un confronto anche rapido con l&#8217;altrettanto preziosa pala d&#8217;altare di Cima da Conegliano, nel Duomo della sua citt\u00e0 natale e dipinta trent&#8217;anni prima (cfr. il nostro articolo <em>Un quadro al giorno: Madonna in trono col Bambino fra angeli e santi di G. B. Cima da Conegliano, 1492<\/em>, sempre sul sito di Arianna Editrice) mostra la differenza fondamentale fra questi due grandi artisti, separati da una generazione, ma situati su due versanti ben distinti del Rinascimento.<\/p>\n<p>Cima, seguace del Bellini, appartiene ancora alla prima stagione rinascimentale, di cui condivide il nitore formale, la purezza della linea, il senso di equilibrio e di profonda armonia. Pordenone, invece, appartiene al medio Rinascimento e, rispetto all&#8217;altro, \u00e8 aperto ad influssi pi\u00f9 vari, sia dell&#8217;Italia centrale (romani in particolare), sia transalpini (la sua citt\u00e0 natale era un dominio della casa d&#8217;Austria, e la pittura tedesca era ben viva nel Friuli dell&#8217;epoca).<\/p>\n<p>Le due pale d&#8217;altare, identiche nel soggetto e nell&#8217;impostazione spaziale, con la Madonna al centro, seduta su un alto trono e col Bambino in braccio; i quattro santi ai lati, a due a due; e gli angeli in basso, ai piedi del trono. N\u00e9 architetture n\u00e9 squarci di cielo adornano la pala del Pordenone; lo sfondo \u00e8 buio e mette bene in risalto le figure umane; solo un drappo scarlatto (particolare originalissimo), steso su un filo alle spalle e al di sopra della Vergine, conferisce un minimo di profondit\u00e0 alla scena.<\/p>\n<p>I due santi in primo piano &#8211; sant&#8217;Antonio abate sulla destra e san Giovanni Battista -, in posizione frontale, guardano direttamente verso l&#8217;osservatore; mentre i due santi alle loro spalle &#8211; rispettivamente san Leonardo (che tiene in mano un ceppo, essendo il protettore dei carcerati) e santa Caterina &#8211; sono rappresentati di profilo, mentre si rivolgono verso la Madonna. Quest&#8217;ultima \u00e8 raffigurata mentre asseconda un movimento del suo divino Figlio, piegandosi leggermente sulla sinistra, e alla curva del braccio destro fa riscontro quella del corpo del Bambino, che protende le braccia verso la santa adorante, ai suoi piedi. I due santi sulla destra sono in posizione statica e quasi ieratica; ma la vigorosa figura di san Giovanni, solo parzialmente coperta da un succinto mantello di pelo, protende il braccio ad indicare Ges\u00f9 bambino, mentre con l&#8217;altro si appoggia al bastone (troppo sottile per essere pi\u00f9 di un semplice pretesto decorativo) e ruota leggermente il corpo da atleta, facendo perno sulla gamba sinistra. Assai movimentata la minuscola coppia degli angioletti musicanti, uno dei quali \u00e8 colto quasi di spalle, mentre entrambi sembrano esprimere la deliziosa irrequietezza propria dell&#8217;infanzia.<\/p>\n<p>Tutto l&#8217;insieme esprime una forza potente ma contenuta, un dinamismo che si trattiene prima di erompere e che richiama, perci\u00f2, non tanto la lezione del Tintoretto quanto piuttosto quella del Romanino e anche del Correggio. La forza del movimento, i forti chiaroscuri e l&#8217;intensa <em>vis<\/em> drammatica ci fanno avvertiti che la stagione iniziale del Rinascimento, con la sua dolcezza un po&#8217; trasognata e con la sua apollinea serenit\u00e0, \u00e8 ormai tramontata, coi suoi generosi ideali di bellezza atemporale e di vagheggiamento di una misura naturale e, al tempo stesso, armoniosa.<\/p>\n<p>\u00c8 una nuova civilt\u00e0 artistica, quella che batte alle porte: pi\u00f9 concitata, pi\u00f9 sofferta, pi\u00f9 rivolta verso l&#8217;immanenza, la precariet\u00e0 e il senso struggente del tempo fugace. Una civilt\u00e0 nella quale l&#8217;uomo, che si era posto fiduciosamente al centro del mondo, comincia a guardarsi intorno e a scorgere aspetti problematici della realt\u00e0, che prima gli erano sfuggiti e che ora lo rendono profondamente pensoso.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C&#8217;\u00e8 una sorpresa in serbo per chi, arrivato a Moriago della Battaglia (provincia di Treviso), entra nella parrocchiale, ricostruita dall&#8217;architetto Alberto Alpago Novello in forme poligonali,<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30176,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[11,24],"tags":[245],"class_list":["post-27982","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-un-quadro-al-giorno","category-pittura","tag-santi"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-pittura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27982","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27982"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27982\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30176"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27982"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27982"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27982"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}