{"id":27975,"date":"2011-11-16T09:18:00","date_gmt":"2011-11-16T09:18:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2011\/11\/16\/e-lecito-politicizzare-verga-e-giusto-politicizzare-verga\/"},"modified":"2011-11-16T09:18:00","modified_gmt":"2011-11-16T09:18:00","slug":"e-lecito-politicizzare-verga-e-giusto-politicizzare-verga","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2011\/11\/16\/e-lecito-politicizzare-verga-e-giusto-politicizzare-verga\/","title":{"rendered":"\u00c8 lecito politicizzare Verga? \u00c8 giusto politicizzare Verga?"},"content":{"rendered":"<p>\u00c8 giusto politicizzare Verga?<\/p>\n<p>\u00c8 legittimo, \u00e8 corretto leggere uno scrittore sulla base di una valutazione politica della sua opera, del suo percorso letterario?<\/p>\n<p>Secondo un modo di vedere largamente diffuso tra i critici di impostazione marxista, l&#8217;arte, la cultura e il pensiero, letteratura compresa, non essendo che &quot;sovrastruttura&quot; della societ\u00e0 (mentre la &quot;struttura&quot; \u00e8 data dai processi produttivi), possono e devono essere valutati politicamente, dato che essi, direttamente o indirettamente, offrono un sostegno e una giustificazione ideologica a questa o quella classe sociale.<\/p>\n<p>In base a un tale approccio, l&#8217;opera di Verga e, in genere, degli scrittori veristi, non pu\u00f2 non apparire &quot;oggettivamente&quot; (cio\u00e8 anche a prescindere dalle intenzioni dell&#8217;autore) come un sostegno ideologico alle classi dominanti, ossia, nel caso specifico, all&#8217;aristocrazia rurale, classe cui del resto lo scrittore siciliano apparteneva per nascita.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 precisamente, il suo conservatorismo e il suo anti-modernismo; la sua diffidenza verso i miti del progresso industriale; il suo conclamato &quot;ideale dell&#8217;ostrica&quot; (ciascuno rimanga al suo posto); il fatalismo e lo stoicismo dei suoi personaggi (l&#8217;eroismo dei &quot;vinti&quot;); la sua naturalizzazione dei fenomeni sociali (il proprio destino sociale va accettato cos\u00ec come il contadino accetta il sole e la pioggia, la siccit\u00e0 e la grandine), non possono non apparire, a chi legga la sua opera dal punto di vista di un&#8217;ideologia progressista, come altrettanti elementi di conservatorismo o, peggio, di una visione francamente reazionaria dei rapporti sociali.<\/p>\n<p>Inoltre, a quei critici e a quei pensatori che sostengono l&#8217;assoluta indipendenza dell&#8217;arte, e dunque anche della letteratura, da ambiti che le sono estranei, come l&#8217;ideologia politica, quei tali signori ribattono che anche un&#8217;arte &quot;libera&quot; e cio\u00e8 politicamente disimpegnata, \u00e8, comunque, portatrice di una visione politica, e sia pure inespressa e, forse, inconsapevole: l&#8217;ideologia della conservazione; perch\u00e9, estraniandosi dai problemi sociali, \u00e8 come se l&#8217;artista acconsentisse, tacitamente, allo stato di cose esistente, ivi compresi gli eventuali squilibri, gli eventuali privilegi, l&#8217;eventuale sfruttamento esercitato da una classe sull&#8217;altra (e a fine Ottocento, per non restare nel generico, si sa bene di quali classi stiamo parlando: la borghesia e il proletariato).<\/p>\n<p>A questa impostazione della critica letteraria, che \u00e8 specifica del marxismo, ma che si ritrova anche in altre ideologie e in altre posizioni culturali, si pu\u00f2 e si deve ribattere che, pena cadere palesemente in contraddizione con se stessa, nessuna ideologia pu\u00f2 ergersi a giudice di un&#8217;altra ideologia (e, dunque, neanche dell&#8217;assenza di ideologia), se non da un punto di vista parziale, limitato, &quot;ideologico&quot; appunto; e, dunque, la pretesa di valutare politicamente l&#8217;opera di uno scrittore che non voglia schierarsi ideologicamente \u00e8, appunto, una pretesa ideologica, cio\u00e8 arbitraria.<\/p>\n<p>L&#8217;ideologia, come spiegava lo stesso Marx, \u00e8 il tentativo di far passare il punto di vista di una parte della societ\u00e0, come giudizio &quot;vero&quot; in se stesso, vale a dire oggettivo e &quot;super partes&quot;; ma l&#8217;ideologia, per definizione, non \u00e8, n\u00e9 pu\u00f2 essere &quot;super partes&quot;, essendo l&#8217;espressione del punto di vista politico di una classe e non certo di tutta la societ\u00e0.<\/p>\n<p>E dunque: se pure il fatto di non voler essere uno scrittore &quot;impegnato&quot; sul terreno sociale non basta a renderlo &quot;neutrale&quot; e, quindi, a sottrarre la sua opera ad una valenza ideologica, \u00e8 almeno altrettanto vero che nessuna ideologia ha il diritto di giudicare uno scrittore da un punto di vista politico, perch\u00e9, a maggior ragione, nessuna ideologia sfugge alle logiche di parte della politica, ragion per cui, sia che lo lodi, sia che lo critichi, una ideologia non sar\u00e0 mai equa e imparziale nell&#8217;avanzare la propria valutazione del fatto letterario.<\/p>\n<p>Ritorna perci\u00f2, e con forza, la domanda: che cosa c&#8217;entra la letteratura con la politica?<\/p>\n<p>Scriveva Pietro Calandra in un saggio intitolato, appunto, \u00ab\u00c8 lecito politicizzare Verga?\u00bb (in: \u00abEduchiamo insieme\u00bb, Palermo, n. 2, gennaio 1970; cit. in S. A. Costa e G. Mavaro, \u00abProblemi di critica verghiana\u00bb, Le Monnier, Firenze, 1971, pp. 161-64):<\/p>\n<p>\u00ab&#8230; se volessimo indicare una componente comune alla critica verghiana nell&#8217;ultimo ventennio circa, dovremmo identificarla, credo, con una progressiva politicizzazione del problema e del metodo critico con cui si \u00e8 voluta studiare l&#8217;opera del catanese che senza dubbio si ripresentava, nel mutato cima politico e culturale del dopoguerra, ricca di nuove sollecitazioni per un esame letterario, ma con forte implicanze sociali e decise tendenze storicizzanti. E, a voler tentare un consuntivo dei risultati di questa critica, non si pu\u00f2 non riconoscere che al suo attivo sono un maggior approfondimento del problema dei rapporti tra Verga e il Verismo, tra Verga e il Romanticismo, tra verga e il Decadentismo; una presa di coscienza pi\u00f9 consapevole della problematica umana e sociale del narratore, attraverso pi\u00f9 attenti sondaggi condotti nei testi, &quot;letti&quot; con una nuova sensibilit\u00e0(non pi\u00f9 alla Momigliano o secondo i miti orfici del Flora, ma ispirata a istanze storicistiche pi\u00f9 o meno integrali o addirittura a metodi marxisti-leninisti di classe. \u00c8 chiaro allora che il problema pi\u00f9 avvertito &#8211; ma non, a mio avviso, chiaramente individuato e risolto &#8211; \u00e8 stato ed \u00e8 quello del rapporto politica-critica, ideologia partitica (spesso frantumata , come nel caso della critica marxista, in correnti e sotto-correnti) e metodo critico di lettura. Insomma anche ad un marxista, quale \u00e8 lo scrivente, si pone ad un certo momento, ineludibile, la domanda: fino a che punto \u00e8 lecito esaminare uno scrittore, poniamo Verga, in chiave liberale, nazionalista, cattolica, marxista ecc.? \u00c8 vero che tutti i critici sopra ricordati sono evidentemente preoccupati &#8211; chi pi\u00f9 chi meno &#8211; di ancorare il loro discorso critico a presupposti ideologici, salvo poi a riconoscere, un po&#8217;tutti, che bisogna che il critico non vanifichi , con le proprie ideologie, l&#8217;interpretazione di uno scrittore, e non cada in quel &quot;fuorviante arbitrio&quot; di cui Heidegger parlava [&#8230;]<\/p>\n<p>\u00c8 questo i limite e il difetto che il Petronio rileva nelle indagini di Masiello, Asor Rosa e Luperini, ma da cui non sono immuni, a mio avviso, i critici stessi del quinquennio &#8217;45-&#8217;50, Petronio compreso, ai quali si devono molte osservazioni felici e acute in ordine alla &quot;lettura&quot; di alcuni testi verghiani, ma la cui impostazione generale del problema critico verghiano, fortemente politicizzato, ha finito col far esigere loro quel che il Verga non poteva essere e non poteva dire, , e di volta ij volta hanno potuto rilevare la scarsa sensibilit\u00e0 o l&#8217;assenza di un&#8217;ideologia politica o il conservatorismo o il crispismo o il prefascismo di Verga; e i critici degli anni &#8217;60 hanno lamentato, di pari passo, l&#8217;assenza di populismo in Verga (1) o hanno proposto un metodo di analisi e di valutazione secondo il principio materialistico-leninista della partiticit\u00e0 dell&#8217;opera d&#8217;arte&#8230;&quot;o secondo rigorose prospettive di classe ecc., e all&#8217;uopo si affastellano riferimenti e citazioni di Marx, Engels, Trotzkij etc. [&#8230;]. Col risultato che rilievi e limiti finiscono con l&#8217;essere rilevati dai critici stessi tra di loro, in una specie di curioso &#8211; ma non certo divertente &#8211; gioco a scarica-barile [&#8230;].(Masiello: &quot;E devo dire apertamente che se io, nel mio saggio del &#8217;64, ho PI\u00d9 insistito sull&#8217;ideologia verghiana e MENO sul contenuto oggettivo della rappresentazione, gli amici Asor Rosa e Luperini hanno commesso, in modi diversi, l&#8217;errore simmetrico e opposto&quot;). Ora, errori pi\u00f9 o meno simmetrici e opposti a parte, io non credo che &quot;il pi\u00f9 storico&quot; (tra Masiello, Asor Rosa, Luperini) sia Masiello [&#8230;], ma Luperini e che e che le tendenze pi\u00f9 scopertamente fuorvianti siano in Asor Rosa e in Masiello [&#8230;].<\/p>\n<p>Dunque l&#8217;affermazione [da parte di Luperini] che l&#8217;arte del Verga so svolga &quot;nella ferma direzione di una conoscenza critica e del duro pessimismo&quot; ci convince senz&#8217;altro;; ma in direzione &quot;della demistificazione e della negazione&quot; che significa? Come lo scrittore non conia pi\u00f9 ideologie cos\u00ec neppure le distrugge: narra una sua interpretazione del mondo, una sua visione della vita, sconsolata a qualsiasi livello o condizione sociale. E perci\u00f2 la conoscenza del Verga progredisce nella misura in cui gli studiosi ne sappiano penetrare le idee e i sentimenti oltre che l&#8217;arte, senza cadere nel grosso equivoco di costringerlo nel letto di Procuste delle loro ideologie partitiche, leniniste o no. E certo le pagine fini dedicate dal Luperini al &quot;Mastro Don Gesualdo&quot; sono di quelle capaci di illuminare di nuova luce testi pur tanto analizzati dai critici. I quali soltanto a condizione che sappiano conciliare le loro scelte politiche con il loro impegno di lettori &#8211; di l\u00e0 d&#8217;ogni prevaricazione ideologica &#8211; potranno contribuire alla fortuna ideologica del Verga (come di ogni altro scrittore) evitando le secche tanto del sensibilismo retorico quanto del politicismo a oltranza.\u00bb<\/p>\n<p>\u00c8 un riconoscimento significativo, venendo da un critico di formazione dichiaratamente marxista: ma quando \u00e8 troppo, \u00e8 troppo; e una persona intelligente e intellettualmente onesta non pu\u00f2 che ribellarsi davanti a certe ridicole strumentalizzazioni.<\/p>\n<p>Del resto, il problema non riguarda solo Verga, n\u00e9 solo gli scrittori che appartengono alla stessa area culturale, il naturalismo, e che muovono da una simile prospettiva sociale, diciamo pure conservatrice: come \u00e8 il caso dei romeni Duiliu Zamfirescu (\u00abLa vita in campagna\u00bb) e Liviu Rebreanu (\u00abLa rivolta\u00bb), entrambi, come Verga, esponenti del punto di vista dei possidenti agrari; ma il fatto letterario in quanto tale.<\/p>\n<p>Specialmente nel corso dell&#8217;Ottocento e del Novecento, la grande stagione delle ideologie totalizzanti, si \u00e8 assistito a un curioso spettacolo da parte della critica: la radicale, nichilistica problematizzazione dell&#8217;ermeneutica; la pretesa, filologicamente fondata, ma solo su pagine e passi estrapolati qua e l\u00e0 dall&#8217;opera complessiva di un autore, di dare di quest&#8217;ultima sempre nuove interpretazioni: la pretesa, in sostanza, degna dei sofisti dell&#8217;antica Grecia &#8211; di un Gorgia, di un Polo -, di far dire a qualunque scritture qualunque cosa, e il contrario di essa.<\/p>\n<p>E la stessa cosa si pu\u00f2 dire che sia avvenuta nel campo della critica filosofica; sicch\u00e9 non si finisce di assistere al mutevole spettacolo di sempre nuove e inaspettate interpretazioni di questo o quel pensatore, magari per puro gusto del paradosso: come da parte di quel nugolo di critici di formazione marxista che pretendono di &quot;rivisitare&quot; Nietzsche in una dubbia sala di sinistra o che pretendono di &quot;rileggere&quot; Kierkegaard togliendogli ci\u00f2 che \u00e8 essenziale al suo pensiero, ossia il paradosso della fede, e riducendolo alla misura di un generico annunciatore della &quot;crisi&quot;, dell&#8217;&quot;angoscia&quot;, della &quot;disperazione&quot;.<\/p>\n<p>Ma chi che meravigliarsi? Chi ha vissuto gli anni Settanta del Novecento nei licei e nelle universit\u00e0 italiani, sa bene a qual punto di esasperazione e di ubriacatura ideologica fossero giunti un po&#8217; tutti quanti, dagli studenti, ai professori, alla stampa, al cinema ed agli stessi libri di testo. E non \u00e8 che nel resto del mondo le cose andassero meglio: in Cina, per esempio, le Guardie rosse scatenavano una sedicente Rivoluzione culturale, che in realt\u00e0 produsse parecchi milioni di morti, all&#8217;insegna della contestazione non solo di uomini politici e filosofi viventi o, comunque, contemporanei, in quanto ritenuti reazionari, ma perfino di&#8230; Confucio!<\/p>\n<p>Oggi le cose sono un po&#8217; cambiate; ma, se la politicizzazione della cultura \u00e8 meno sfacciata da parte dei critici, in compenso si \u00e8 fatta pi\u00f9 insidiosa, pi\u00f9 scaltrita, pi\u00f9 sofisticata. Quei signori non hanno la franchezza di dire che un certo autore non piace loro per ragioni ideologiche; piuttosto, si danno un gran da fare per scavare, sul terreno filologico, magari sino al centro della Terra, e riuscire infine a &quot;dimostrare&quot; che quell&#8217;autore, in realt\u00e0, intendeva dire tutto i contrario di ci\u00f2 che comunemente si pensa. Come fanno loro a saperlo? Applicando i metodi della psicopolizia (e della stregoneria) freudiana; scavando, cio\u00e8, nelle intenzioni riposte del&#8217;autore e servendosi, all&#8217;uopo, delle loro cavillose ricerche filologiche sui manoscritti, sui diari inediti, sul significato inespresso delle frasi, che essi soli hanno la virt\u00f9 di &quot;leggere&quot; fra le righe.<\/p>\n<p>A questo cattivo andazzo degli studi critici bisogna reagire, nella ferma convinzione che il problema ermeneutico esiste, ma non pu\u00f2 essere artificiosamente lambiccato e arzigogolato, allo scopo di forzare l&#8217;evidenza e il buon senso, allorch\u00e9 ci si pone davanti ad un testo; che, pur se sono lecite ed anzi auspicabili discussioni e diverse interpretazioni davanti a una certa pagina, a una certa opera, il senso complessivo di ci\u00f2 che hanno detto uno scrittore o, a maggior ragione, un pensatore, non pu\u00f2 essere capovolto e rimesso radicalmente in discussione ogni volta che un certo critico si sveglia al mattino con la smania di far vedere a tutti quanto sia sottile, originale e stupefacente (nel senso barocco della &quot;meraviglia&quot;) la sua capacit\u00e0 ermeneutica.<\/p>\n<p>Politicizzare Verga, dunque? No, grazie; meglio, assai meglio leggere onestamente un autore e cercar di comprenderlo per ci\u00f2 che \u00e8, senza forzature, ma piuttosto ascoltando quel che ha da dire.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 giusto politicizzare Verga? \u00c8 legittimo, \u00e8 corretto leggere uno scrittore sulla base di una valutazione politica della sua opera, del suo percorso letterario? 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